giovedì 30 luglio 2026

La Ferme Electrique 2026 - Il pagellone

Quest’anno, durante l’intero mese di giugno, mi sono confrontato con una sensazione nuova: quella di non aver nessuna voglia di fare il tradizionale “Pagellone del Primavera Sound”, che pubblico ogni anno da quando ho cominciato a scrivere di musica in questo blog.

Per capire perché se ne fosse andato l’ultimo scampolo di passione letteraria che mi restava ci vorrebbe probabilmente un ciclo di psicanalisi di diversi mesi. Ed essendo la psicanalisi la disciplina che più si presta a un approccio da bar, qualche interpretazione casereccia sono riuscito a darmela. Forse è perché la giornata (piovosa, ventosa e annullosa) del giovedì mi ha fatto girare i coglioni e non ho voluto fare polemica; forse è perché ho visto relativamente pochi gruppi che non avevo mai visto e che pochi o nessuno di questi mi ha veramente sconvolto (invece, dei gruppi già visti in passato, uno c’è riuscito: i Big Thief); o forse perché, a parte la passione per i concerti alla quale continuo a dedicare una grande parte delle mie energie, sono diventato un pelandrone per il resto del tempo. La ragione definitiva per la mia accidia di fronte ai trentasei live report (pochini…) che mi ero promesso di sciorinare, a dirla tutta, non la so. Ma so che il Profeta Pollard, in Teenage FBI, ha domandato innumerevoli volte: “Someone tell me why I do the things that I don’t wanna do?” e che io altrettante volte, compresa questa, gli ho risposto: “Già”. Perciò, il Pagellone PS26 non è stato.

Poi però, per la quinta volta di fila in vita mia (per il Primavera era l’ottava), sono tornato alla Ferme Electrique, il mio “altro” festival preferito di sempre. Non entrerò nel merito di quali dei due io preferisca, che sia da un punto di vista politico-economico o prettamente artistico, anche perché non saprei rispondere. Sicuramente le due rassegne musicali sono antitetiche su entrambi i fronti: se l’una si svolge in una città che attira un turismo di massa internazionale (Barcellona), l’altra porta i partecipanti a scoprire la prima frangia rurale (Tournan-en-Brie) di una grande capitale europea (Parigi); se la prima è (sempre più) un trionfo capitalista di sponsor e potenza di fuoco finanziaria, capace di raggruppare il meglio della musica di “chi ce l’ha fatta”, sia essa mainstream o alternativa, la seconda è invece un’eroica manifestazione della resistenza del DIY, messa su con una professionalità sorprendente da uno stuolo di lavoratori essenzialmente volontari, con pochissima speculazione ma capace ogni anno di portare a casa il risultato.

Tra la musica dei circoli del consumo di massa e quella underground, io non saprei decidere quale salvare, e di fronte a questa contrapposizione me la cavo con un centristissimo: la musica è musica. Ma proprio in ragione del fatto che ho una passione identica per entrambi i lati dello spettro, è lecito che mi chieda per quale dannata ragione dovrei fare lunghi resoconti solo sul Primavera Sound. Dopo i due giorni che ho passato ne La Fattoria Elettrica, che ai miei occhi è il modello perfetto di festival indipendente, ho riscoperto il piacere del sentire nel cervello un volume straripante di cose da dire, che mi facevano rimbombare la testa ancor più della somma di poche ore di sonno più tante ore di soundsystem. Ragion per cui ho deciso che, anche se nessuna rivista di settore o nessun critico di alto rango penserà mai che questo piccolo festival nella campagna della Senna-e-Marna sia “l’epicentro della musica d’oggigiorno”, ciò non vuol dire che dedicarle un pagellone non abbia senso. Nel peggiore dei casi, anche se l’articolo mi uscirà male (la penna è arrugginita), queste righe resteranno comunque almeno un atto di gratitudine nei confronti del mio festival underground preferito, e forse pure una piccola dichiarazione di simpatia verso l’antico e ormai quasi scomparso topos letterario della rivincita degli ultimi.

Prima di cominciare con una carrellata di piccoli live report assortiti da un voto per ogni band volevo fare un’annotazione importante per tutte le persone che leggono un articolo del genere per la prima volta: il genere letterario di questa blog entry è quello della “pagella calcistica”, che tradizionalmente viene pubblicata poco dopo la fine di una partita. Esso segue degli stilemi ben precisi, ad esempio: i voti vanno dall’uno al dieci e sono tradizionalmente bassi, superare il sette vuol dire già fare una performance praticamente ineccepibile e arrivare al nove significa entrare nella leggenda, come quando Gareth Bale segnò in rovesciata in finale di Champions. Per l’otto o poco al di sopra, invece, si parla di partite che resteranno indimenticate per anni. Vi faccio un esempio che avete sicuramente tutti presente: la volta in cui, contro il Genoa, Cristiano Biraghi (il Gareth Bale italiano) segnò due gol su punizione. Un secondo e ultimo appunto: il voto viene dato solo agli artisti. Quest’ultimo punto è importante perché sull’apprezzamento di un piccolo festival underground non incide solo la qualità della proposta musicale, ma anche quella di altri fattori che, in proposito alla Ferme Electrique, citai e votai già in un articolo sull’edizione del 2024. La pagella terminò così: location 7 ½, organizzazione 7-, attività 8, atmosfera 7 ½. Li riconfermo quasi tutti ma alzo a 7 ½ l’organizzazione (il cibo è migliorato) e abbasso a 7 ½ le attività (preferivo l’escape game di quell’anno alla bisca clandestina di questo). Alla programmazione diedi 8- e, se volete conoscere il voto di quest’anno, non dovrete fare altro che calcolare la media aritmetica tra i voti di ogni gruppo. Io non lo farò, mi fa fatica.

Cominciamo.

 

Venerdì 3 luglio – Giorno 1

Dona Casque live @L'Etable (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 3 luglio 2026
Dona Casque. A circa una settimana dall’inizio del festival, solitamente in un periodo di poco lavoro (è cominciata la stagione del raccolto e i contadini sono irrintracciabili), comincia uno dei più apprezzati rituali dell’estate, ovvero un ascolto intensivo e bulimico della line-up. In questa maratona pre-fattoriaca, il self-titled di Dona Casque del 2025 è stato senza dubbio un momento saliente, non solo perché è un disco che rappresenta l’essenza di tutto quello che aspetto da un gruppo che fa l’apertura di questo festival (una volatile esistenza bandcampistica, una sfuggevole presenza parigina, un inafferrabile spirito “outsider”), ma anche perché, a memoria, una band che suona il sotto-sottogenere che chiameremo “post-punk twee-popposo” io alla Ferme non l’ho mai vista. La fortuna vuole che il post-punk twee-popposo, quello di influenza Beat Happening per capirci, a me piaccia un casino, quindi mi piazzo in prima fila con grandi aspettative. E Dona Casque non deludono.

Dalle prime note di Joie de Vivre l’indie rock spigoloso ma dolce del duo dimostra una grande sensibilità nel coniugare inquietudine e tenerezza ricordando, per fare un nome a caso, lo stesso modus operandi dell’ultimo album delle Horsegirl. A differenza di queste ultime, però, la resa dal vivo è decisamente più energica ed estrosa: il batterista/tastierinista Danny Kendrick (Dona) è impressionante nella tenuta di ritmi poco convenzionali e la bassista/sintetizzatrice Maë Favory (Casque) stupisce per l’aplomb con cui si destreggia in una performance di multi-tasking di alto livello. Entrambi i musici, inoltre, si rivelano vocalist di pregio. Ma al di là della tecnica c’è soprattutto un repertorio di canzoni veramente eccellenti: cito con piacere, per esempio, la punkeggiante e grintosa 1.2.2., dedicata ad un autobus che passa da Montreuil e Bagnolet (comuni frequentatissimi negli ultimi mesi), oppure Les Oranges, hit cervellotica e quasi fredda ma piena di spiragli di bellezza (che allu miu amicu Moun ricorda gli Squid: perché no). E, come se non bastasse, il concerto ha una patina di “quirkyness” irresistibile: in un intermezzo i due suoneranno uno sneak peek di L’Amour Toujours di San Gigi D’Agostino, e in una delle deliranti sortite in mezzo al pubblico della cantante partirà un’interpretazione spiritata di Hot N Cold di Katy Perry, a riprova che il registro stilistico di Dona Casque è un po’ svampito ma davvero tanto simpatico.

Non si pensi però che ci si trovi davanti a un act umoristico: si ride e si scherza come buoni fratelli, ma davanti a una chiusa straordinariamente delicata e toccante come Les Etoiles (forse la più bella canzone del week-end), c’è solo da stare in contemplazione e commuoverci, insieme all’unico vero gruppo indie rock dell’edizione. Per poi spellarsi le mani dagli applausi e procedere a far festa per due giorni con entrambi i musicisti (e per questa loro giusta attitudine, non lo nascondo, gli do un quarto di punto in più). Voto: 8, la nostra gente

Reverend Beat-Man & Milan Slick (feat. Lalla Morte) live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 3 luglio 2026
Reverend Beat-Man & Milan Slick (feat. Lalla Morte). I set times della giornata di oggi mi hanno abbastanza stupito. Se il gruppo selezionato per l’apertura non poteva essere più azzeccato (anche se c’era meno gente di quanta ne meritavano, mannaggia!), la decisione di piazzare musica straordinariamente “pogo-friendly” alle primissime ore della sera mi è sembrata una scommessa con una sua parte di rischio. Ma sembra essere ripagata: appena il duo più marcio (“crade” in francese) del mondo, composto da un attempato prete blasfemo e un giovane ribelle bello e dannato, comincia a suonare un punk rock minimale, rumoroso, sporco e cattivo, il pubblico si scatena in maniera disordinata e caciarona tanto quanto la musica. La formula non è troppo complicata: il Reverendo Beat-Man è una sorta di Iggy Pop svizzero, le cui urla gracchianti danno i brividi e il cui suono “blues trash” invoglia alla rivolta; Milan Slick, dal canto suo, aggiunge ancora più testura ritmica picchiando su un piatto di batteria come se lo frustasse e aggiungendo una lugubre nota dark alla musica con la sua tastiera dai suoni goblineschi e la sua voce cavernosa. Ne esce fuori un’assai apprezzabile colonna sonora per il film d’horror erotico di serie zeta dei sogni, dove la sguaiata frenesia (Seduce o Shut Up) si alterna ad atmosfere macabre che un po’ fanno ridere e un po’ danno la pelle d’oca (Death Crossed the Street).

Tutto questo si può ascoltare nell’album che i due di Berna hanno pubblicato nel 2025, Death Crossed the Street, nella cui copertina si può anche osservare la meravigliosa estetica cinematica dei personaggioni che stanno suonando sul palco. Il disco è riuscito, divertente e abbastanza variegato da farsi ascoltare con piacere, ma è talmente “gimmicky” che perde un po’ di interesse sulla lunga durata. La canzoni, dal vivo, suonano pressoché uguali che su disco, e lo stile dirompente dei musici non può non colpire, ma non suscita niente di più che una forte simpatia. Eppure il concerto è stato sconvolgente. Il fattore X che l'ha reso tale è uno solo e ha un nome e un cognome: Lalla Morte. In varie riprese questa performer, una vampiressa sexy degna dei cabaret più sordidi di questa parte di mondo, ha portato sul palco i suoi numeri circensi e fachireschi in un crescendo mozzafiato: alla sua prima apparizione, uscita da una valigia, ha lanciato piume su tutti i presenti con grande senso di comprensione del posto in cui si trovava; poco dopo ha affettato una zucchina sulle sue gambe con una grossa mannaia uscendone senza nemmeno un graffio; infine, dalla metà dello show fino alla fine, ha presentato a un pubblico sempre più impressionato (penso alla mia amica Juliette, che si è dovuta coprire agli occhi), una grande resistenza al dolore, perforandosi la pelle con lunghi aghi in praticamente ogni parte del corpo.

L’apporto scenico di questa artista ha aggiunto una tale tensione allo show che la musica è riuscita ad uscire dal suo guscio favolistico per diventare veramente spaventosa, nel senso più positivo possibile. “Allora non è tutta finzione?” è la domanda implicita e sempre più urgente che lo show si porta dietro canzonaccia dopo canzonaccia. La risposta è che, in realtà, sì: Reverend Beat-Man non officia certo messe nere e “in borghese” è un normalissimo omaccione delle Alpi. Però, per un momento, Lalla Morte sembra davvero sanguinare. E accanto a lui Milan Slick sembra veramente posseduto dal demonio. Verosimilmente, quest’ultimo deve averlo invocato proprio il Reverendo, primo prete ad aver mai urlato: Fuck you Jesus. Voto: 7/8, scomunica

Violent Sadie Mode live @L'Etable (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 3 luglio 2026
Violent Sadie Mode. Alla Ferme è appena arrivata Sophie, la mia amica del cuore, originaria di Tournan-en-Brie e senza la quale non avrei mai scoperto questo festival. Ci facciamo un po’ di feste e per pochi minuti mi infilo nella sua conversazione coi locals, ma basta uno sguardo perché lei capisca che sto scalpitando all’idea di andare al concerto seguente. E siccome Sophie mi dà la sua benedizione, mi avventuro da solo nell’Etable. Sul palco, una bionda platino indiavolata di nome Sadie sta urlando invettive al microfono mentre un gruppo bello poderoso spara riffoni incattiviti senza tregua.

I primi quindici minuti me li guardo dalla balaustra sopraelevata, lontano dal casino, un po’ perché ho ancora due terzi di birra da finire, un po’ perché voglio studiarmi la band con attenzione. Il luogo e il momento si prestano ad un’analisi scansionativa, alla Terminator, della situazione in corso. E la prima domanda che appare sul mio display robotico immaginario è: Violent Sadie Mode è l’ennesimo gruppo riot grrrl che vedo alla Ferme Electrique? A un occhio poco esperto potrebbe anche sembrare così, ma la scorciatoia “punk con donna con urla = riot grrrl” non è una legge universale; è, anzi, un riflesso quasi sessista. Perché alcuni dettagli non mentono: il D-beat, il basso costantemente distorto, i breakdown, il batterista con la maglia dei Madball… questo è un gruppo hardcore, punto e basta! E mano a mano che le canzoni si susseguono l’ombra del dubbio viene completamente annullata dal fuoco bruciante dell’HC che ci propone il quartetto di Bordeaux, una sequela di croccantissimi banger che hanno molto più in comune con i Terror che non con le Bikini Kill, e che fanno venire voglia di contatto umano ad alta intensità. It’s time to mosh! Tracanno la mia beuta e mi getto nella fotta del primo pit veramente xHxCx che mi sia mai capitato di vedere alla Ferme (siamo al terzo set e le sorprese sono già tantissime).

Una piccola nota di contesto: nei miei ultimi dodici mesi di vita ho finalmente risolto la relazione di amore/odio che avevo da anni con l’hardcore punk moderno. Ne è risultato che questo genere e la sottocultura annessa mi hanno infine folgorato sulla via di Damasco. Per carità, non al punto dal farmi portare dei pantaloni Carhartt o dal farmi apprezzare musica obbiettivamente merdosa come i Knocked Loose, ma abbastanza dal farmi andare fino ad Eindhoven per vedere i Trapped Under Ice (ne è valsa ampiamente la pena) o dal riscoprire video, all’indomani di un concerto dei True Fraud, in cui mi rivedo colto in flagrante, non senza un po’ di vergogna, a two-steppare e quasi accennare un paio di mosse di ispirazione crowdkilling. In questo contesto, il concerto di Violent Sadie Mode capita a fagiuolo per risvegliare tutti questi animaleschi istinti, con una musica che resta comunque sufficientemente intelligente dal prestarsi a un festival di natura, dopotutto, intellettuale. Ad esempio, il momento un po’ lambriniano (ovvero sia, inglesissimo, un po’ “preachy”, innegabilmente divertente) in cui la cantante si mette a recitare una poesia con un libro in mano, se non sbaglio su Mr. Bunny, ci viene ad avvisare che l’obiettivo di questa musica è qualcosina di più del solo sfogo di pulsioni primitive, dando allo show un’impercettibile patina “conscious HC”.

Un aneddoto buffo e, forse, significativo: due giovani genitori (di cui non faccio il nome pur conoscendolo) ad un certo punto lasciano la loro figlia, una bambina di cinque anni con delle grosse cuffie da cantiere, dritta sugli scalini che portano al palco, ovverosia a venti centimetri dal mosh-pit. La cosa, ovviamente, viene notata dai poghisti, che ne tengono nota e adattano le loro danze di conseguenza. La dinamica dura per un’improbabile ventina di minuti, fino a che Sadie non annuncia l’ultimo pezzo e parte, a sorpresa, una cover di T.L.C. (TURNSTILE LOVE CONNECTION) proprio mentre Sophie mi ha raggiunto. È un piccolo miracolo: poche canzoni sono importanti per la nostra amicizia quanto questa. Ovviamente diamo di matto e ci mettiamo a urlare, quasi mi domando se non ci stiano tutti guardando come i marti del villaggio. Poco importa, il momento è troppo magico e verso la fine del pezzo, mentre sto rotando come un derviscio, mi accorgo che la marmocchia a bordo palco non c’è più. È il momento: mi cimento in uno sgraziatissimo stage dive nel nulla che per poco non centra sul viso una fan del gruppo, una ragazzina che avrà sì e no quattordici anni, che è rimasta piazzata in prima fila con la maglietta di Violent Sadie Mode per tutto il set e che accoglie il mio balzo con una faccia tra lo stranito e il divertito.

Tiriamo le somme, dunque: un po’ malgrado e un po’ grazie a tutte le stranezze del caso, il concerto è stato divertente, energetico, genuino. È un set che ci lascia tuttavia una domanda: la Ferme è pronta per l’hardcore? Non lo so. Di sicuro, l’hardcore è pronto per la Ferme. Voto: 7 ½, battesimo di fuoco

GANS live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 3 luglio 2026
GANS. È giunta l’ora del gruppo più atteso in assoluto, nonché l’unico dell’edizione che ho già visto dal vivo: i GANS, giovane duo di Birmingham che da un anno a questa parte, con il loro dance-punk efferato, mi ha già impressionato per la capacità di trasformare palchi non facili e molto diversi tra loro in enormi danze sabbatiche. La prima volta che li ho visti, a La Route du Rock nell’agosto del 2025, i ragazzi si erano presi in mano il troppo abbondante pubblico del festival con un savoir-faire da veri grandi, bombardando la Scène des Remparts con ritmi incalzanti fino a far alzare, in quel remoto angolo di Bretagna, spettacolari nuvoloni di polvere (e fu indimenticabile la cover di War Pigs per omaggiare il compianto Ozzy Osbourne, morto pochi giorni prima). Questo aprile poi al Bataclan, in apertura a dei sempreverdi Vaccines che festeggiavano l’anniversario del primo album, i GANS hanno smosso la milleniale folla con grande caparbietà, scaldando la platea con il calore di un altoforno ed assicurando ai nostri fighettini inglesi preferiti (what did you expect?) il piacere di un pubblico bello indiavolato.

Ora che, dopo queste due prove di forza su palchi importanti, vedo il batterista che comincia a dimenarsi in una piccola stalla semivuota sul ritmo post-punk in purezza di A FOOL, l’effetto è quasi straniante. Ma è forse davanti alla folla sparuta delle nove e mezza di sera, che arriva a scaglioni, che vedo la vera essenza dei GANS: un gruppo che, indipendentemente da dove suoni e da quanta gente ci sia, dà sempre il 110%. Che poi la musica piaccia o meno, quello si può discutere: a me, sinceramente, questo rock elettronico ballabilissimo dalle contaminazioni variegate ma tutte inglesi diverte molto: davanti a una cavalcata tinta di dark come IN TIME o a uno sfogo dub dai toni tra il nervoso e il giocoso come I THINK I LIKE YOU io proprio non riesco a stare fermo, e l’aggiunta di un terzo membro che all’amalgama di synth, chitarra e batteria aggiunge sax e flauto rende ancora più eclettiche le danze di questa discoteca incattivita. Quando quel capo ultrà che è il frontman Euan Woodman si alza dallo sgabello e lascia le pelli per venire in mezzo al pubblico, poi, la meraviglia che suscita la band sfiora il trascendentale, e la techno senza compromessi di THIS PRODUCT DUB riesce a coinvolgere proprio tutti.

Non c’è niente da fare, i GANS conoscono il segreto per soggiogare un pubblico, e finisce sempre che obbediamo a ognuno dei loro ordini. Quale sia l’ingrediente grazie al quale i due britannici riescano ogni volta a generare l’ipnosi collettiva, non è difficile capirlo. Di carisma ne hanno, ma non a livelli eccessivi. Per lo stile, stesso discorso. L’abilità musicale, idem. No, il segreto è un altro: è un’energia allucinante, strabordante, eccessiva, che manda tutto in sovraccarico. Ed è proprio con questa energia che i GANS fanno valere una vera e propria autorità su tutti noi astanti. Perché non solo, durante tutto il set, ci parlano a un metro dalla faccia, ma lo fanno anche in maiuscolo. Voto: 8-, Sergente Hartman

Cabane de Cabane live @La Ferme Electrique, Tournan-en-Brie, 3 luglio 2026
Cabane de Cabane (surprise set). Dopo tre ore e mezza ininterrotte (!) di musica ci vuole una pausetta. Fortuna vuole che la Ferme Electrique abbia varie attività da offrire quando non si vuole stare sotto il palco. C’è, per esempio, un negozio di dischi pieno di distro improbabili, in particolare un tizio specializzato in brutal prog che ha praticamente plasmato la collezione di CD di Sophie (quest’anno, però, a catturarmi gli occhi e il portafogli sono soprattutto le scatole che rivendono la vecchia collezione della mediateca di Corbeil-Essonne). Ci sono, in una stanza, Les Machines de Rémi, oggetti d’arte creati da Rémi Verbraeken, che già aveva sconvolto la Ferme due anni fa con l’eccezionale pièce teatrale Rémireille. Quest’anno, sotto al tendone, ci sono delle sue opere a metà tra gli zootropi e le sculture animate, macchine semoventi meravigliose che portano significati talvolta satirici e dissacranti (le banconote in cui George Washington si trasforma in un diavolo), talvolta giocosi (i pugili che continuano a prendersi a cazzotti mentre la campana suona la fine del round), talvolta esteticamente sublimi (le cicogne che volano sopra agli animali della savana africana). L’artista è presente, ed è un onore scambiarci anche solo due chiacchiere, perché è un artista con la A maiuscola.

Infine, per ammazzare il tempo, come ogni anno, c’è in mezzo alla fattoria una “machine”, un grande oggetto interattivo che serve un fine diverso ad ogni edizione e col quale i festivalieri possono sbizzarrirsi. A questo giro, sulla spianata davanti al fienile, troviamo una macchina da presa gigante. Al suo interno, qualche ora fa, Reverend Beat-Man e Milan Slick hanno filmato un videoclip; domani sarà il turno di un’altra band. Ma in questo momento chiunque può entrare, fare quello che vuole ed essere filmato. All’esterno, una televisione ritrasmette in diretta il filmato della telecamera, ma io e Daniel vogliamo vedere l’interno. Accantonati in un angolo zeppo di costumi e buffi oggetti di scena, osserviamo fuori dal campo lo spettacolo improbabile che sta avendo luogo in questo minuscolo set cinematografico. La ripresa, in questo momento, è la seguente: al centro, su una sedia, una ragazza fissa il vuoto annoiata e, ogni tanto, giochicchia con la cornetta di un vecchio telefono fisso con fare retrò. Alla sua sinistra e destra due uomini, di cui uno assomiglia a Kurt Cobain e l’altro, dai capelli scuri, maneggia un microfono e un ampli, si dimenano ubriachi fradici mentre fanno un rumore fastidiosissimo. In un estemporaneo tentativo di rompere la quarta parete urlo: “Hey, Kurt Cobain!”. Passano pochi istanti e lui esce dal campo, rivelando peraltro di essere completamente sobrio. Mi fa indossare un giubbotto di salvataggio e io trovo la situazione esilarante. Poi mi accorgo che Daniel è completamente assorto e, soprattutto, che a differenza mia non si è messo i tappi per le orecchie. Come, Daniel che è sempre stato così attento all’udito? La ragazza al telefono si alza dalla sedia e il mio amico prende il suo posto mentre, accanto, il ragazzo moro fa ancora un baccano insopportabile. A quel punto Dani si prende la testa fra le mani come, scoprirò un po’ più tardi, faceva Shinji in una celebre scena di Evangelion. Kurt Cobain, che scopro dunque essere il regista della scena, mi dice: “Mettiti a quattro zampe, vai dal tuo amico e consolalo”. Stando al gioco, mi appropinquo ad obbedire, ma in quel momento Daniel alza la testa, guarda in macchina e urla: “Fuuuuuuuuuuuuuck!” a pieni polmoni. È un momento surreale e, non posso negarlo, un po’ disturbante. Mi allontano intimidito e, dopo pochi istanti, Dani esce dalla stanza con un piccolo sorriso sulle labbra. Sembra tornato completamente normale. “Cos’è successo?”, gli chiedo. “Ah, niente, è stato… il mio piccolo momento Xiu Xiu!”.

Qualche minuto dopo, seduti con Théo e altri amici con una buona pinta di birra, Daniel svilupperà: “È stato un momento incredibile, là dentro nella stanza. A me piace tantissimo la performance art e perciò mi è venuta voglia di partecipare”. L’ubriachezza molesta dei due artisti era sicuramente una finzione scenica. L’urlo di Daniel, non lo so e non so se voglio saperlo. Théo mi ha detto che tutto il materiale filmato all’interno della “machine” a un certo punto sarà ritrasmesso in streaming. Se sia vero, non lo so. E soprattutto, non so se voglio vederlo. Voto: 6+, biblically accurate harsh noise

Flippeur live @L'Etable (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 3 luglio 2026
Flippeur. “According to all known laws of aviation, there is no way that la Ferme is the first place where I see this band. Flippeur’s booking powers are too strong to fly its music far from the venues that I go to. La Ferme, of course, is the first place where I see this band anyway, because la Ferme doesn’t care what humans think is impossible”.

Non mi viene in mente un incipit migliore di questo per descrivere il concerto a cui sto per assistere. In effetti, a pensarci è assurdo che io non abbia ancora mai visto Flippeur, la band per eccellenza della categoria “promettenti giovinastri del punk parigino che non mi dispiace osservare anche se mi fanno un po’ sentire vecchio” (fateci caso, band in cui spesso e volentieri suonano membri degli indimenticati Baltrink’). A Parigi e dintorni è raro che passi un giorno senza che ci sia un live della neonata creatura egg-punk di Howlin’ Banana Records (label di Johnny Mafia, Johnnie Carwash e da poco anche Ellah A. Thaun: veramente uno dei roster di tutti i tempi), ma è la Ferme a metterli sul mio cammino per la prima volta. La cosa ha perfettamente senso, perché nessuna persona, sia essa fisica o morale, cura i miei gusti in termini di underground francese più di questo festival.

È inutile pensare che nella vita iper-interconnessa che viviamo oggidì il nostro gusto musicale sia tutto farina del nostro sacco. Una cultura ce la si può fare da soli, ma un gusto, senza un aiuto esterno, è impossibile formarselo. Io i Flippeur, inevitabilmente, già li conoscevo: il loro unico EP, Elastique del 2025, nemmeno mi dispiace: la metrica delle vocals, che decantano in lingua francese testi naif all’inverosimile in pieno stile “Rage Against Indochine” (chi si ricorda di Télépagaille?), non mi innamora, ma non posso negargli l’appicicosità di alcune melodie e la sfiziosità degli arrangiamenti, soprattutto nei synth. Ora, se scrivete “egg-punk” nella barra di ricerca di Stereo Totale, troverete una sola occorrenza del termine, in una frase in cui descrivo la mia playlist Discover Weekly di Spotify come “una pletora di fottuti pezzi egg-punk tutti uguali”. Mi sembra abbastanza indicativo del fatto che io ho qualche problema con questo sottogenere, in particolare: è da qualche anno che ho l’impressione che gli algoritmi me lo stiano facendo ingollare a forza, che la gente alle serate non parli d’altro, che le sale concerto un po’ “hip” ne programmino fino alla bulimia. L’impressione che una forza superiore voglia impormi l’egg-punk come l’unica maniera possibile di fare punk rock (HC escluso) che abbia un diritto di esistere al giorno d’oggi, inconsciamente, mi ha dissuaso dall’andare a vedere i pur a me tangenti, e promettenti, Flippeur. Ma, come per il colesterolo, anche di curatori del gusto ce ne sono di due tipi: quello cattivo e quello buono. Quello cattivo lo immagino avere le fattezze di Biascica e urlare: “L’egg-punk te deve da piacé!”. Quello buono, invece, ha le fattezze di un animale che cambia una volta all’anno (a questo giro è un gufo) e che dice con una voce rassicurante: “Fidati, valli a vedere che non sono per niente male”.

Ho deciso di ascoltare quest’ultimo, e che dire: aveva ragione. Sono entrato al concerto dei Flippeur, mi sono ritrovato in mezzo al pogo, ho ballato e cantato senza sosta e quando il set è finito ho avuto l’impressione che fossero passati due minuti. Perché quella dei Flippeur è musica profonda come una piscina gonfiabile, ma proprio come una piscina gonfiabile è sufficiente per rinfrescarsi a dovere: i BPM sono sparatissimi, i suoni sparaflesciati, la band suona con una precisione e una professionalità ammirevoli senza però abbandonare una certa quale cazzonaggine. E se l’energia del gruppo è molto bella, forse lo è ancora di più quella degli slam-dancers, parte integrante e non trascurabile di un concerto punk “popolare” ormai dai tempi dei Black Flag: età media variegata ma comunque molto bassa, stile colorato ed eclettico, attitudine scherzosa e pacifica... amo noi!

In uno dei migliori episodi della storia di Masterchef Italia, Dario Baruffa cucina un risotto “gamberi e mojito” e Carlo Cracco, stupendosi della sua bontà, dice: “Forse la felicità è questo: un bel cocktail, in panciolle, sulla spiaggia”. Ecco, forse è questa la felicità: un bel mosh-pit, in allegria, con gente ossessionata dai meme tanto quanto me. Voto: 6/7, six seven

Marta live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 3 luglio 2026
Marta. La chiusura di giornata con un concerto di musica elettronica, alla Ferme Electrique, è un grande classico se non addirittura un caposaldo, anche se di capisaldi e di certezze, in questo spazio-tempo fluido, non ce ne sono mai state davvero: l’anno scorso, per esempio, gli ultimi set li suonarono rispettivamente gli Stuffed Foxes (shoegaze) e gli Ottone Pesante (doom metal). Ma se la variatio del 2025 ci fece assai godere, il ritorno all’ovile della club music sperimentale è altrettanto gradito.

Quest’anno l’onere di far sgambettare noi fattori prima di andare a letto ce l’ha il duo parigino Marta, che suonano una minimal techno bombastica arricchendola di un tocco organico con l’aggiunta della batteria e, a prima vista suprema gimmick, del violino. Il concerto comincia con uno spettacolare crescendo e quando finalmente si arriva al momento dell’agognata cassa dritta, è abbastanza evidente che, per quanto i due musicisti siano eccezionali (il batterista è il migliore visto oggi, il violinista loopa e manipola i suoi pizzicati e colpi di archetto con grande classe), c’è comunque tanta roba in base, o se non in base suonata da strumenti che non vediamo.

Ma ha davvero tanta importanza, quando è l’una e mezza passata, il soundsystem ha dei suoni praticamente perfetti e le tracce spaccano? Specialmente quest’ultimo punto: ascoltando l’album PUSH, pubblicato dai due technusi pettinati giusto tre mesi fa, è impossibile non rimanere impressionati dalla profondità della produzione, specialmente per quanto riguarda i bassi, veri e propri fondi oceanici dalla morfologia variabile e stupefacente. Se poi questi pezzoni (o “disconi”, qualora fossero passati da un DJ) li trasponete a un contesto live, riarrangiati per evitare le pause, beh: il set è solido, porca paletta. Perciò, in un tripudio di “tension and release” non originalissimi ma molto raffinati, qualche effetto scenico divertente (il batterista si mette in piedi, il violinista balzella qua e là), mi concedo quest’oretta di puro edonismo sonoro, che mi farà ballare senza sosta e che non annoierà mai. Cosa rara, per me, quando si parla di techno. Voto: 7-, country club

 

Sabato 4 luglio – Giorno 2

The Cuckoo Sisters live @La Croix-Blanche (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 4 luglio 2026

The Cuckoo Sisters. L’iconico, immancabile e inimitabile live al bistrò La Croix Blanche, quest’anno, cade alle 11:30 e ci vado con Marine e Juliette, due amiche di Théo che ho incontrato sveglie e completamente stordite dopo che hanno passato una notte quasi insonne nella tenda più vicina in assoluto al gazebo dell’after.

Per me l’essenza della Ferme Electrique è tutta qui: una piccola combriccola di gente rincoglionita, di cui almeno la metà indossa magliette di gruppi noise rock, che si piazza nel bar di un paesino al sabato mattina e fa moderatamente baldoria mentre un gruppo suona musica più o meno easy listening. E proprio perché il contorno è così caloroso e simpatico, questo è l’unico set della cui qualità musicale, in generale, mi importa decisamente meno che per gli altri. Ad esempio, ho l’impressione che a partire dall’anno che seguì la leggendaria performance di Trotski Nautique, in questo bar suoni sempre lo stesso gruppo, ma con nomi diversi e forse qualche membro che cambia (poi però controllo il mio archivio fotografico e mi accorgo che non è affatto così). Il primo anno che davanti alla fontana di Rue de Paris abbiamo avuto del folk americano acustico (Blue Daffodils) accolsi con favore l’iniziativa, poiché mi sembrava un genere simpatico da promuovere. Il secondo anno che ci siamo trovati davanti un gruppo similissimo (The Hog’s Trotters) ho comunque apprezzato, anche perché la setlist era piena di cover “nostre” di cui, su tutte, una memorabile I Wanna Be Your Dog riarrangiata al banjo. Adesso che siamo al terzo anno filato di folk americano acustico però, forse un po’ più di varietà mi sento di volerla recriminare. Non arriverei al punto di dire che me ne sono rotto le balle: per una mattinata in cui sul conto che ho pagato (poco) ci sono una Coca Cola, due pastis, una pinta di birra bionda e un’insalata di ventrigli d’anatra, la loro musica vivace e dai toni quasi barbershop è un sottofondo che mi va più che bene. Di conseguenza, non ho niente da dire alle quattro ragazze che suonano (uno 0,25 di bonus perché è una band di sole donne) e che sono davvero molto brave. Del resto, non le ho nemmeno ascoltate con troppa attenzione.

Spesso ci sentiamo domandare se bisogni separare l’arte dall’artista, ma mai se si debba separare il concerto dal contesto. Eppure è un dilemma che si presenta concretamente molto più spesso. Ecco, io il contesto del concerto del sabato mattina a La Croix Blanche lo promuoverò sempre a pieni voti. Questo concerto invece lo faccio arrivare a una sufficienza risicata, spinto forse da una subconscia voglia di passare ad altro. Se chi di dovere sta leggendo: il mio è solo un consiglio; se poi siete obbligati a mettere gruppi di questo tipo perché vi siete infilati in qualche guaio con la mafia del folk americano acustico, vi capisco e vi perdono. Voto: 6-, yee-haw

Bobo & Behaja live @Scène Sauvage (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 4 luglio 2026
Bobo & Behaja. Tornare all’interno della Fattoria dei sogni al sabato pomeriggio è sempre bello, poco importa lo stato di forma in cui ci si trova. Io, personalmente, sono del tutto rincoglionito: ho saltato la tradizionale siesta post-prandiale e non posso negare una certa sonnolenza. La situazione mi ricorda vagamente l’edizione 2023, alla quale mi presentai il sabato pomeriggio con le orecchie ancora danneggiate dal set di A Place to Bury Strangers della sera prima e un poco avvinazzato (ripeto, Trotski Nautique a La Croix Blanche…). Quell’anno dentro alla Fattoria c’era ancora una Scène Sauvage (Palco Selvaggio) che portava il suo nome senza dare adito a dubbi: all’aria aperta, all’altezza del suolo, amplificata alla maniera di una festa di strada e a stretto contatto con la polvere. Il set che attendeva i coraggiosi che osarono sfidare il sole cocente delle 18 non ce lo scorderemo mai: gli Electric Vocuhila, in una delle ultime performance dal vivo della loro carriera, si dimostrarono un gruppo ai limiti dell’impossibile: un quartetto di francesi bianchi che suonavano lo tsapiky, musica tipica del Sud-Ovest del Madgascar, con una tale sincerità e serietà che ogni discorso nei loro riguardi correlabile all’“appropriazione culturale” (concetto usato a sproposito troooppo spesso) può essere tranquillamente buttato nel cestino. Quel set di un’ora e rotti di musica ritmatissima, ipnotica e che esala rumorosa allegria fu indimenticabile (e costellato di momenti magici come l’“happening” capoeiristico delle guardie di sicurezza). E ci lasciò con la voglia di averne di più.

Detto fatto: lo tsapiky torna alla Ferme con un nuovo gruppo che include due membri degli Electric Vocuhila (il bassista Rosenfeld e il sassofonista Bobo), insieme a tre musicisti malgasci: Behaja alla chitarra, Rakotoniana alla batteria ed Ekaly alla voce e al ballo. Una “digievoluzione” del gruppo di tre anni fa, scherzerò. E in effetti la musica è molto simile: canzoni di lunga durata basate su ostinati di basso e batteria sui quali un sax trillante e audace e una chitarra elettrica dalla distorsione leggera e gustosa (Bobo & Behaja, per l’appunto) assoleggiano con grazia al punto che non sembrano quasi mai veramente improvvisare. La sensazione di “evoluzione” deriva principalmente da due elementi: il primo è il batterista, dallo stile molto imprevedibile, che ogni tanto infila nella miscela dei fill fantascientifici ed è veramente appassionante da osservare, mentre assicura la tenuta di questa musica che viaggia perlopiù sui 180 BPM; la cantante-ballerina, poi, è veramente un valore aggiunto: scherza coi bambini (“non è una vera festa se non ci sono bambini”, diceva Madame Macario), agita il bacino e le spalle a ritmo della musica, mantiene un’espressione seria ma ogni tanto impartisce sorrisi bellissimi e, ultimo ma non importante, mantiene viva l’attenzione di tutti con la sua voce acuta e arringante.

La Scène Sauvage di quest’anno si è un pochinino imborghesita: c’è un gazebino, è leggermente sopraelevata e fonicamente si prende molto più sul serio. Ma, ancor più di quando vedemmo i Vocuhila, la sensazione dell’imminente inizio di uno scatenato “bal poussière” (letteralmente “ballo polvere”) ci accompagnerà durante tutta la durata di un set durante il quale, nonostante il caldo, non staccheremo mai gli occhi dal palco, fino a che ogni membro del quintetto non sarà madido di sudore. E certo, il pubblico non si sarà lanciato in danze scatenate, ma le persone che non hanno un’espressione di pura felicità in volto si saranno contano a malapena sulle dita di una mano. Scusate se è poco. Voto: 8+, con la gioia

Corderaide live @L'Etable (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 4 luglio 2026
Corderaide. Dopo un concerto di musica luminosa in uno spazio soleggiato, passare direttamente a una musica oscura dentro ad uno spazio ombroso sembra la cosa più giusta. Venuti dritti dritti da Metz i Corderaide, in un palco Etable semibuio, appaiono esattamente come si raccontano sulla biografia di Bandcamp: “Quattro giovani babbi che nel tormento tipico della loro età decidono di uscire dal grigio turbinio dell’afflosciamento delle membra per darsi un nuovo slancio”. Il loro LP del 2024, Des vestiges, des materiaux, des spectres, me lo sono ascoltato un paio di volte prima di venire al festival e mi è piaciuto molto ma, forse a causa della copertina geografico-geometrica, forse proprio in ragione di come si descrive il gruppo, era un disco che fino a lì mi aveva colpito soprattutto per il suo incedere marziale, monotono ed ipnotico. Di nuovo, la transizione ha senso: si passa da un’ipnotica musica nera (lo tsapiky) a, forse, l’ipnotica musica bianca per eccellenza (il krautrock). Ma non è proprio così, perché di questo attempato quartetto dell’Est, la cosa che fin da subito mi colpisce più di tutto il resto, dal vivo, è la potenza.

Picchiano come fabbri, hanno dei volumi illegali e suonano il loro post-punk con un’efferatezza ammirevole. Soprattutto, sono muniti di un frontman devastante: Hugues Reinert, con la sua energia punkettona e il suo umorismo tagliente, può ricordare una specie di John Brannon mosellano, e farà non una ma due battute che, oltre a piegarmi in due dal ridere, mi faranno sospettare che questo ultraquarantenne una certa qual appetenza per l’HC ce l’abbia: la prima, quando urla: “Circle pit!” completamente a caso; la seconda, più fine, quando dice: “Buonasera, siamo Noir Boy George” (giusto una settimana fa all’Outbreak di Manchester gli Static Dress hanno cominciato il loro show a sorpresa mettendo un’ambigua intro simil-Title Fight e dicendo, subito dopo: “Hi everybody, we’re Guilt Trip”)! Ma al di là dell’eccellente stage banter (interagirò persino su una querelle a tema “Metz vs. Nancy” ma non ve la spiego, troppo specifica; per Dio, andate in Lorena, miglior regione di Francia), quando Reinert canta queste canzoni dai synth schizoidi, dal basso imponente e dai crescendo poderosi assume veramente le vesti di un predicatore folle: A.R.P., ad esempio, ha un testo distopico estremamente suggestivo e quando il pezzo esplode dopo il verso: “In un prossimo futuro la frontiera tra il reale e il virtuale diverrà confusa: allora, io manipolerò la percezione”, l’aura del gruppo è talmente grandiosa che gli si perdona tutto, pure che l’outro della canzone sia similissima a quella di Losing my Edge degli LCD Soundsystem.

Il live dei Corderaide passa in fretta in un grande susseguirsi di canzoni memorabili, come 3 R2 3 la cui cavalcata non lesina in phaser (forse il mio effetto preferito sulla chitarra elettrica), o ancora la hit anti-olimpica N-S-L, sul finale, tutta da ballare correndo sul posto e alzando le ginocchia. Come se avessi fatto un grande sforzo fisico per “portare delle medaglie alla nazione”, mi ritrovo sudato e boccheggiante come dopo pochi concerti a questa edizione. Voto: 7 ½, forever punk

Forever Pavot live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 4 luglio 2026
Forever Pavot. Sul palco Grange (la stalla), ogni tanto, capita che monti un gruppo che colpisce anzitutto per il setup ambizioso. I Forever Pavot sulla carta sono “solo un trio indie-pop” ma uno, ognuno dei membri si porta dietro una caterva di strumenti (il pavimento è un inferno di DI Box), due, si sono portati sul palco un robot. Sì, un robot: si chiama Melchior, all’aspetto è un misto tra il pupazzo di Dummy (il film in cui Adrien Brody fa il ventriloquo) e un alieno di Mars Attacks!, e sotto di lui un segnale luminoso gli permette di comunicare messaggi più o meno edificanti (“Forever Pavot”, “Melchior”, “Il proprietario della Toyota Prius targata BL122PZ è pregato di spostarla dal passo carrabile”). Ma se l’umanoide semovente che dà il titolo all’ultimo album (Melchior Vol. 1, 2025) di questa band dall’esperienza più che decennale è ciò che attira l’occhio, ciò che ci mantiene incollati al palco è la dimensione sonora completamente allucinata di questa performance poco convenzionale.

Destreggiandosi in un polistrumentismo che impressiona più l’udito che vista (anche se lo stile ibrido del batterista, lo stesso di Dona Casque, è un gran vedere), Forever Pavot propagano nell’aria un synth-pop, spesso e volentieri in tre quarti o affini, che ha un tono quasi più steampunk che veramente retrò, e che viene suonato con una solennità scherzosa. Soprattutto, nella resa dal vivo dell’epopea di Melchior e soci, una miriade di suoni improbabili scoppiettano a destra e sinistra canzone dopo canzone rendendo il concerto veramente affascinante e le melodie deliziosamente coinvolgenti, specie quando flirtano con i motivi di un universo alternativo in cui gli anni ‘70/’80 sono state grandi decadi di cibernetica (solo a me Godbot ricorda L'amour c'est comme une cigarette?).

Devo ammetterlo, a me Melchior Vol. 1 non è piaciuto molto né prima del concerto né mentre lo riascolto a posteriori: è un disco non esente da barocchismi, il che me lo rende un po’ stucchevole e, soprattutto, lo trovo monocorde, un viaggio che non cambia mai di binario e si crogiola troppo nelle stesse frequenze. Nel live, invece, c’è proprio di tutto: filastrocche twee e naif, groove disco-dance per nerd incalliti, minacciosi anatemi dark e persino una sgroppata di krautrock ultraclassico, alla Neu!, della quale ho fatto un video ma che non riesco più a ritrovare (mannaggia a… e non dico cosa). È, in somma, un concerto che non può non piacere, senza essere ruffiano ma stupendo il pubblico con una quantità e diversità di idee originali che dimostrano un’inventiva davvero tanto sopra alla media. Voto: 7+, rotelle in testa

Bathing Suits live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 4 luglio 2026
Bathing Suits. Ho conosciuto Moun al concerto di Knife Crime e R.M.F.C., ma il giorno in cui mi sono detto che tra noi era nata un’amicizia fu quello in cui, in un Badaboum strapieno, Jane Remover fece la sua prima e, per ora, unica apparizione pubblica a Parigi (!). Fu un concerto stratosferico, ed essendo lo show di quella che in moltissimi là dentro (me compreso) consideravano come la più grande artista trans in attività, fu anche un momento creatore di un’unità di intenti ai limiti del generazionale. La mia amicizia con Moun, direbbero i francesi, “non mi ringiovanisce”, nel senso che ci diamo quasi dieci anni di differenza, eppure in certe cose sento che, malgrado tutto, siamo entrambi gen-z. Una su tutte: la sensazione che la nostra generazione possa essere quella che riuscirà a liberare il mondo dal germe della transfobia.

Ogni missione generazionale, per quanto ambiziosa, ha la sua colonna sonora: il pacifismo hippie aveva Bob Dylan, l’antirazzismo skinhead aveva The Specials, l’anticapitalismo no-global aveva i Rage Against the Machine e il giovane movimento queer che cresce ogni giorno ha, oltre alla Gianna Rimossrice, gente tipo Underscores, Frost Children o uno qualsiasi dei featuring presenti su Stardust di Danny Brown (2025, disco della madonna), ossia quella larga categoria di artiste che lu miu amicu rinomina affettuosamente “le transfem”. Non tutta la loro musica mi appassiona del tutto ma nutro verso di loro un riverente rispetto perciò, quando Moun mi dice che Bathing Suits sono una band includibile nello stesso gruppo di eroine, ovviamente il suo entusiasmo mi contagia e vado a vedere il concerto in prima fila pur non conoscendo affatto la musica del gruppo.

Il quartetto di Leeds (una delle città inglesi che mi ha offerto più artisti del cuore) si presenta sul palco con estremo minimalismo: due chitarre, un basso e una cantante che maneggia un paio di drum-machine basilari. La musica, della quale io non so ancora nulla, comincia a picchiare senza fare complimenti ed è estremamente semplice quanto semplicemente estrema: cassa dritta, bassline profondissime, una chitarra che propina riff distorti che rinforzano il sostrato techno e un’altra che si prodiga in malvagi rumorismi industriali (alla This Heat, per intendersi) che rinforzano, loro, il sostrato post-punk. È musica che invoglia a ballare, certo, ma che ha anche un suo fattore scioccante per quanto è abrasiva e assordante. La frontwoman Freyja Blevins, poi, ha nella sua delivery una nota di disperazione più catartica che rabbiosa: invece di urlare com’è consono nel digicore d’oggidì (penso a Femtanyl, che al Primavera ha fatto un concerto… meh), la sua voce ha una grande varietà di registri: ora elenca spasmodicamente i concetti-chiave delle canzoni con un inglesissimo spoken-word stizzito (Relay), ora invece rappa versi semplici e orecchiabili con quel misto di strafottenza e inquietudine tipica degli MC bassline (I Can Be a Freak), a volte si limita semplicemente ad accompagnare il crescendo del groove verso la sua inevitabile esplosione (Empathy). La sua presenza scenica, poi, è ancora più espressiva del canto: Blevins, canzone dopo canzone, ballerà come una dannata, contorcendosi e spogliandosi sempre di più, in un rituale di accettazione di sé sincero e toccante. E in effetti, l’espressione “messa a nudo” descrive perfettamente il concerto di Bathing Suits: per quanto bombastico e non lontano dagli universi della club e della rave music, il loro suono è usato per creare un universo decisamente intimista, e basta questa intuizione a rendere il concerto ultra-coinvolgente (ho passato mezzo set con la bocca spalancata) e la band “relatable” pure per un maschio cisgender etero come me.

Citavo, poco fa, grandi artisti “politici” del passato che hanno accompagnato la volontà di cambiamento di movimenti pacifisti, antirazzisti, anticapitalisti, e non ho potuto fare a meno di rendermi conto del fatto che oggi c’è ancora più guerra, più razzismo e più capitalismo di quando questi gruppi erano attivi. Io, se ci sarà più transfobia che oggi tra trenta, cinquanta, sessant’anni, non lo so. Ma che la mia generazione possa riuscire, se non a debellarla, quantomeno a indebolirla, io voglio crederci. E poche cose, in questa lotta, possono infondere fiducia come un concerto come questo. Voto: 8, grido di battaglia

DJ Chouchamp live @La Notte (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 4 luglio 2026 (foto di Moun)
DJ Chouchamp. È mezzanotte, le truppe si sono un po’ disperse e mi viene la pazza idea di farmi una side quest un po’ licenziosa in solitaria. Gli habitués della Ferme Electrique conoscono tutti uno dei migliori segreti della fattoria: in un piccolo sgabuzzino vicino all’uscita dell’Etable, talmente stretto che è quasi impercettibile, ogni tanto apre uno stabile la cui reputazione varia di anno in anno: si chiama La Notte, ed è la più piccola discoteca del mondo. Personalmente, sono entrato in questo minuscolo club una sola volta, nel lontanissimo 2023: ricordo che arrivai quando il la festa era già iniziata, che un DJ, in lontananza, mostrava al pubblico i vinili italo-disco che metteva, ricordo soprattutto un caldo bestiale, una gran calca di corpi e che quasi non si respirava. Alla ricerca di emozioni forti, stasera decido che voglio essere il primo a entrare e l’ultimo a uscire, e gli organizzatori del festival mi aiutano nella missione, segnalando su Instagram (bisogna comunque essere un po’ sgamati) che tale DJ Chouchamp farà due set dentro a La Notte, uno alle 23 e un altro a mezzanotte.

Arrivo davanti alla disco alle 00:00 spaccate e la trovo chiusa, ma sento nell’aria che qualcosa si sta tramando. Arriva un gruppetto di habitués, si mettono in fila con me e, per ridere, decido di assumere l’accento di: “Bro let's go out this weekend, there's a crazy event happening”, irritandoli pesantemente quando scoprono che in realtà parlo perfettamente il francese. La gente, sorprendentemente, sembra prendersi molto sul serio, e così anche i buttafuori, che fanno entrare e uscire i vari improbabili addetti ai lavori e ci guardano malissimo. “Piano ragazzi, per entrare bisogna fare finta che non ci stiamo divertendo, tipo al Berghain” è la mia frase che sembra provocare un definitivo sorriso all’organizzazione. Tempo qualche istante e, con uno sguardo un po’ malizioso, mi fanno entrare per primo. Il tempo di ritrovarmi faccia a faccia con DJ Chouchamp, una bionda dallo stile sito in una zona grigia tra il punk e il truzzo, di rendermi conto di avere già poco spazio vitale, e parte la musica.

Alla Ferme, un paio di DJ-set anche sui palchi principali una volta ogni morte di papa non ci starebbero poi così male: dopo le overdosi di live che mi sono fottuto finora, questa mezz’ora abbondante di puro electroclash senza fronzoli, “in your face”, è veramente un balsamo per la mia anima danzereccia, la musica giusta al momento giusto. E la situazione clubbara è, non serve nemmeno dirlo, esilarante: alle mie spalle visi, familiari e non, entrano ed escono, la gente fa casino e si dileggia in attività alla frontiera della legalità. Pure vicino alla DJ c’è un grande andirivieni di gente, personaggi improbabili del mondo della notte (nella foto, a sinistra, quello che identifico come “il proprietario”). A un passo da me c’è anche la barriera: un tavolino di legno che mi separa di qualche spanna dal booth. Come in una vera discoteca, dietro alla transenna c’è “la sicurezza”, un tipo vestito di lana (e devono fare minimo minimo 35 gradi) che mi fuma in faccia una canna enorme. Negli ultimi 15 minuti di set sur=l tavolo montano anche due cubiste, entrambe gender-fluid ed entrambe bellissime che, trovandomi io per forza di cose sotto di loro, mi concedono anche qualche conturbante struscio.

Di tutti i concerti visti alla Ferme Electrique, questo è in assoluto il più difficile a cui dare un voto perché è, come del resto la migliore club music, indissolubile dal contesto. Il set di DJ Chouchamp è molto valido ma è tutta la discoteca La Notte che merita un voto, perché l’esperienza che vi ho vissuto è, più di ogni altra, multisensoriale. E forse, dei cinque sensi, non è l’udito che ha primeggiato ma, vi stupirà sentirlo, nemmeno il tatto. Probabilmente, a farla da padrona è stato l’olfatto. Perciò, per concludere, voglio descrivervi la fragranza che questi trenta minuti dentro al più piccolo club del mondo mi hanno ispirato alla maniera di un mastro profumiere, di un naso. La nota di testa è il popper, un odore che ci ricorda il sesso: artificiale e plasticoso, è un profumo strano ma non sgradevole, mi stranisce sempre come la prima volta che l’ho sentito e, anche se non sono sicuro che sia possibile, sospetto che dilati i vasi sanguigni, con un effetto afrodisiaco, anche di me che non ne sto facendo uso diretto. La nota di cuore è l’hashish, che è l’odore di droga per eccellenza e che permea la stanza con strafottenza: il fumo passivo, contrariamente al popper, è una realtà di fatto, e questo aroma esotico si accompagna di un impercettibile stordimento. La nota di fondo, ovviamente, è la più astratta e indefinibile: si tratta di un vago odore di sesso, che può solo essere sospettato e che, in quest’amalgama, va a rappresentare il lato più rock ’n’ roll di questa situazione surreale. Il profumo, secondo voi, come si potrà mai chiamare? Voto: 7/8, Sesso, Droga e Rock ’n’ Roll

Double Vitrage live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 4 luglio 2026
Double Vitrage. Per l’ultimissimo giro di boa, la Ferme ci porta di nuovo un gruppo di “techno organica”, termine che, sia detto per inciso, ho sentito per la prima volta tre mesi fa e ancora non mi convince, non mi suona consono. Ma quest’ultimo gruppo mi incuriosisce, anche se, per fare un po’ la malalingua, è “more of the same”: all’ascolto del limitatissimo ma ottimo output in studio del duo di Tours è difficile distinguere questi nuovi araldi del tunz tunz con batteria dai Marta, per esempio. Non che sia una prima volta né un problema: anche nel 2024 i concerti di Parquet e VoX LoW erano poco dissimili tra loro, eppure quanto godemmo, oh quanto godemmo.

Al concerto di Double Vitrage accorriamo tutti, ma proprio tutti, proprio con questo spirito godereccio. Eccoci qua, gli eroi del weekend: l’ormai esente da responsabilità biglietteristiche Théo coi suoi amici-colleghi Sami e Antonin (instant bros), Moun che pure si gode la fine del turno di lavoro, un sempre fresco Daniel, un amatissimo Paul a sorpresa e gli immancabili autoctoni, Sophie e Titouan. Musica rimbombante, alcol, sigarette e tutta la famiglia: cosa potrebbe esserci di meglio? Per un buon venti minuti non posso che rispondere: “Nulla!”: i loop sono ipnotici, la batteria precisissima e potente, e guardare un tizio che smaneggia una costosissima pila di modulari ha la sua parte di voyeuristico intrattenimento.

Poi però, dopo una birra e due cicchi, il mio cervello abbastanza stordito, a sorpresa, sposta i suoi pensieri al piano spirituale. Che non vuol dire che raggiunge il nirvana, anzi: alla maniera di Jacopone da Todi, Guittone d’Arezzo e tutti gli altri poeti medievali del cazzo che ci facevano studiare al liceo, si mette a riflettere contro la mia volontà a quanto siano effimeri i piaceri della carne. Il concerto dei Double Vitrage è indubbiamente godibile. Vi dirò di più: oltre al suono è anche la cura nel comparto visivo, con un incrociarsi di led che pulsano manco fossimo a vedere i Justice, che è impressionante per un palco tutto sommato piccolo come La Grange; ma forse è proprio la sensazione di vedere un set molto elaborato e in fondo decisamente “tryhard” che, nel giro di meno di mezz’ora, fanno scemare la mia euforia iniziale. Forse, a queste ore della notte e dopo aver dato (e ricevuto) così tanto, è lecito smettere di tartassare l’involucro che ci contiene e dedicarsi alle cause dell’anima. Che poi è una formula molto arzigogolata per dire che dopo nemmeno mezz’ora io e i fra siamo usciti e ci siamo messi a chiacchierare.

Intuizione salvifica, non c’è che dire: abbiamo appena cominciato a “prenderci una pausa”, come fanno le coppie in crisi conclamata, quando sentiamo da dentro che il segmento minimal techno è passato con una certa celerità a kick molto più hardcore se non quasi gabberoni. Conveniamo che i BPM sono decisamente troppi per potersi accollare di tornare alla stalla, mettiamo una croce sul set dei Double Vitrage e ci balocchiamo con quel che la Ferme ha ancora da offrire al di fuori del concerto di chiusura: una stanza piena di strumenti musicali improbabili, un clima gradevole, tante facce amichevoli e tanti posti dove sedersi, riposarci e cianare. Che alla fine è comunque una chiusura perfetta per un festival. Voto: 6, paradisi artificiali

 ***

Un tempo avrei fatto, a mo’ di conclusione, una lunga riflessione su quanto sia importante che esista un evento come La Ferme Electrique. Quest’anno la glisso. Un po’ perché il rischio di essere smielato è forte, un po’ perché mi pare implicito, un po’ perché, come ho detto nell’introduzione, sono diventato un pelandrone. Certe cose, ormai, mi fanno fatica. Non è stato il caso di questo articolo.

Può darsi che, salvo rare eccezioni, in questo periodo della mia vita io stia lasciando da parte le parole per dedicarmi un po’ di più ai fatti. Perciò, terminiamo con un fatto. Non vi farò la trita e ritrita filippica sull’importanza del sostegno al DIY, vi darò solo un ordine: se vi interessa di venire a uno dei festival musicali indipendenti più belli d’Europa, prendete la vostra agenda digitale, il Google Calendar o quello che è, e segnatevi “Ferme Electrique” sul primo weekend di luglio 2027. Io, più che dirvelo…

Ci vediamo l’anno prossimo.




lunedì 21 luglio 2025

Primavera Sound Barcellona 2025 - Il pagellone

Introduzione

Non ho memoria di un ritorno dal Primavera Sound in cui non fossi neanche minimamente stonato. Paradossalmente, il ricordo più vivido che ho dei sette esodi da Barcellona operati in domeniche o lunedì di inizio giugno, è quello del più surreale: una mattinata del 2018 in cui, dopo la chiusura di DJ Coco, io, Paolo ed Alessandro avevamo fallito il nostro tentativo di fare after guardando Koyaanisqatsi e ci eravamo semplicemente ritrovati all’aeroporto di El Prat con addosso un’ora di sonno e una vaga ubriachezza residua che rendevano la realtà ovattata e nebbiosa.

È mentre ripenso a quelle sensazioni adolescenziali che mi accorgo di stare diventando adulto: oggi posso permettermi di stare un giorno in più a Barcellona, fare il check-out dall’albergo piuttosto tardi, spendere qualcosina in più ma avere il gigantesco conforto di poter tornare in treno invece che in aereo. Eppure, ancora oggi, non riesco nemmeno ad immaginarmi di percorrere perfettamente lucido e riposato il tragitto per tornare dal Primavera alla vita quotidiana. Comincio a scrivere qualche paragrafo mentre il TGV sfreccia tra tunnel e scorci della verde Catalogna ma, tra le palpebre socchiuse, le dita poco agili sulla tastiera e la mente che vaga qua e là, avere una scrittura centrata ed efficace è tutt’altro che semplice. La verità è che sì, stamani mi sono svegliato e ho constatato che per l’ennesimo giorno di fila ho dormito meno di quanto faccia di solito e sì, mentre mangiavo croquetas, pimientos e calamares non ho potuto resistere a bermi due di quelle birre spagnole che, nei loro calici brillanti, hanno un aspetto molto più appetitoso di ogni pinta italiana, francese o commonwealthiana che sia. Ovviamente, non è questa la ragione ultima del mio essere lesso. È che, per un attimo, ho pensato che le mie giornate potessero davvero consistere nel vedere concerti uno dietro l’altro, e il mio mestiere predisporre al meglio i miei itinerari. Per un attimo mi ci sono quasi abituato, a vedere l’alba ogni giorno e ad addormentarmi con una canzone bellissima che risuona, fresca fresca di impianto da 50.000 watt, nella mente. E ora che è finito un altro Primavera, che il luogo dove passo la più grande parte del mio tempo non è più il Parc del Forum e che per accumulare una tale quantità di musica dal vivo di qualità ci metterò mesi e mesi, tornare a casa non è mai sembrato così straniante. Non ci si abitua davvero mai.

Vi sarete accorti del fatto che non ho pubblicato scritti per più di sei mesi. Niente di cui preoccuparsi: sto bene, vado spesso a concerti eccellenti, ascolto continuamente dischi che mi cambiano un po’ la vita e ho persino ancora qualche idea originale nella capoccia. Il mio semestre sabbatico lo devo, al massimo, a un cocktail di pigrizia, impegni pressanti, cali di ispirazione e, perché no, un voglino segreto di vedere cosa succede quando un blog musicale indipendente resta abbandonato per sei mesi dopo un anno e rotti di entries frequentissime (verdetto finale: un cazzo).

Ecco, sappiate che negli alienati giorni del ritorno alla normalità dopo il Primavera Sound, di mie notizie ne avrete finché vivrò e che queste notizie si ritroveranno concentrate in quel meraviglioso rituale che è il pagellone. Le ragioni per cui il pagellone è irrinunciabile sono diverse. La numero uno (la più importante), è proprio il fatto che scrivere è ciò che più mi aiuta a tornare piano piano sul pianeta terra, quello con la T minuscola, in cui si va in ufficio la mattina e si telefona a gente con cui non si ha voglia di parlare. Ho bisogno di tenere ancora un po’ il Primavera al mio fianco e, senza il pagellone, penso che potrei farlo soltanto refreshando di continuo il subreddit, leggendo le sezioni commenti in modo spasmodico o, peggio, ammorbando di racconti concertistici amici e conoscenti a cui presumibilmente non importa una ceppa. La ragione numero due è che io alle tradizioni ci tengo, ed è per questo che ogni anno non solo devo scrivere il pagellone, ma anche: sedermi un attimo in spiaggetta prima del primo ingresso al Forum, sfondarmi di pesce fritto alla Bombeta, bere almeno un Aquarius, sedermi su quel pochissimo che resta (sigh) de “la collinetta” nel momento in cui le energie sono al limite, e tante altre cose. La ragione numero tre è che la fine del Primavera coincide anche con la fine della stagione di Seria A e che, in quel breve e noioso limbo in cui i club non ci regalano né calcio giocato né calciomercato, in qualche modo l’ossessione per il pallone va sopita: niente di meglio, perciò, di una bella pagella a immagine e somiglianza di quelle delle peggiori testate sportive, a cui dedichiamo ogni anno un tempo che basterebbe a finire Guerra e Pace. Quando dico a immagine e somiglianza, non mi stancherò mai di ripeterlo, si intende in primis che i voti sono dati con massima severità e che solo una performance inaudita può convincermi a superare la soglia di eccellenza del sette e mezzo. In secundis, le prestazioni degli artisti verranno analizzate come se fossero quelle di calciatori, con tutto ciò che la gimmick comporta.

Ho già parlato abbastanza quindi è ora di buttarci a capofitto nel racconto dei quarantacinque (!!!!!) set sui quali mi sento di voler spendere qualche parola. Ma prima, avevo piacere a salutare, ricordare ed omaggiare i miei principali quattro compagni di Primavera, amici miei e del blog, che verranno citati a più riprese: Paolo, il veterano con cui ne ho vissute di ogni su questo lembo di cemento tra la città e il mare, il miglior coinquilino del mondo e il custode dello scettro del patriziato; Daniel, fedele compare di grande musica dal vivo in quel di Parigi, neofita del PS eppure già scafatissimo, nonché eccellente conoscitore di undercards, perlopiù elettroniche, esotiche e valevoli; Tom il Falso, il nostro faro verso le terre di oltremanica, che ogni anno scende da Londra e ci dà buona uva non solo grazie al suo sguardo albionico sempre ben allenato, ma anche grazie a una gioiosa voglia di trincare che, a sud di Dover, non ha praticamente eguali.

Il pagellone, però, non posso che dedicarlo al più pirotecnico dei miei fratelli: Tommaso detto Bona, con cui ho vissuto tutti i miei Primavera dal 2018 in là. In una breve parentesi fiorentina prima dello sbarco a Barna io e Tommy ci rivediamo un paio di volte per chiacchierare, ascoltare musica e scherzare insieme. A causa di una storia di accrediti stampa finita male, quest’anno lui non verrà al festival e non posso nasconderglielo, mi dispiace un bel po’. Anche lui se ne rammarica, nonostante abbia passato mesi a bubare sulla line-up come suo solito. Poi, mentre mi faccio spazio tra la folla per mollare il concerto degli Idles con lieve anticipo, incontro un suo amico, il Marinelli. Ci scambiamo due parole, poi mi sento toccare la spalla. Mi giro, e mi ritrovo davanti il Bona. Allucinazione? Glitch nella realtà? No, in realtà è solo un elaborato scherzone. Ridiamo per tre minuti senza sosta, ci abbracciamo e cantiamo il ritornello di Never Fight a Man With a Perm a squarciagola. È stato forse il momento più magico del mio Primavera, a riprova che c’è solo una cosa importante quanto la musica: gli amici. Caro Tommaso, a questo giro l’unico dieci in pagella (forse) ve lo beccate tu e il tuo Schema Bonzi. È giusto così.

 

Mercoledì 4 giugno – Giorno 0

Le mie Jornadas Inaugurales, da qualche anno a questa parte, sono quantomeno bislacche: in effetti, non posso esimermi dall’andare a tirare due scaracchi nel mitico Parc del Forum in versione demo (dove l’unico palco accessibile oggi ospiterà quattro act destinati alla popolazione tutta). È una tradizione piuttosto simpatica, un modo come un altro di rivedere, oltre che i concerti, un luogo del cuore che non sapevi ti mancasse così tanto. Come l’anno scorso, però, un evento esterno mi allontanerà prematuramente da questa serata di musica all’aperto: non più una finale di Conference League, bensì un concerto esclusivo dei Beach House al Razzmatazz che per puro caso sono riuscito ad accaparrarmi nel nervosissimo momento delle “reservas”. In qualche modo, anche se mi perderò roba stuzzicante tipo Hinds e Caribou, è una benedizione, perché questa giocata mi concede tutto il tempo del mondo per sfondarmi di tapas e arrivare ben rifocillato a un’edizione serale del Primavera a la Ciutat che raramente è stata così clubbara.

Beach House live @Razzmatazz (Primavera Sound), Barcellona, 04/06/2025

Llum. Una cosa tendenzialmente positiva che caratterizza il Primavera Sound da che lo frequento? La promozione di artisti locali. Caschi il mondo, nella giornata inaugurale il primo act dev’essere per forza originario dell’area metropolitana di Barcellona, e anche se non sempre gli si presta grande importanza (l’anno scorso c’era una tale Maria Jaume, dimenticatissima), a volte il localismo ci offre vere e proprie rivelazioni (El Ultimo Vecino furono scoperti da Paolo proprio al Forum, alle 18 di un mercoledì del 2016). Una cosa tendenzialmente negativa che caratterizza il Primavera Sound da che lo frequento? Un’indulgenza un po’ troppo spinta nei confronti di un genere che, pure se volessimo usare il termine meno offensivo possibile, sarebbe difficile definire in altro modo che “puttan-pop”. Già nel lontano 2018, ricordo che l’annuncio della line-up fu preceduto dall’esibizione in streaming di tale Aida Tibak, la cui De Lao a Lao lasciò in tutti un certo sconcerto. Uniamo le due cose e otteniamo Llum, ovvero uno spettacolo che concentra sul palco tutti gli elementi essenziali di un qualsiasi corteo pride. Sommersi dal’ampio range di manifestazioni di gioia e orgoglio quali bandiere, coreografie, voguing, perreo e slogan vari, ci si dimentica quasi che ci sono anche delle canzoni che stanno venendo suonate (da una band!) e cantate (con un quintale di autotune…). Sono pezzi tutto sommato accettabili, talvolta bruttini (la shakiriana techno equestre di A GALOPE) talvolta simpatici (l’omaggio all’house di Chicago di 92), godibili soprattutto perché lo show è perfettamente calibrato su una soglia di 35 minuti sufficientemente brevi per non annoiare mai la demografia maggioritaria dello show, ovvero nerdacci mezzi ubriachi già a metà pomeriggio che, per quanto alleati della causa, non si rivedono più di tanto in tutta questa locura. Voto: 6-, drag queen sulla metropolitana

Beach House. Vi faccio una devastante confessione: non sono mai stato un grande fan dei Beach House. In generale, sono uno di quegli act indie un po’ di culto che, nonostante l’approvazione prorompente di critica e pubblico che hanno ricevuto, io non capisco appieno. Un po’ come i Pearl Jam, i Verdena oppure Tyler, the Creator. Detto ciò, proprio come per i sopracitati, non posso negargli un paio di fattori oggettivi, come la rilevanza culturale seppur nella nicchia (niente da fare, il golden standard del dream pop contemporaneo sono loro) oppure, ancora più che per i sopracitati, la bellezza e maestria dimostrata in alcune canzoni (so già che durante la mia vita, a meno di un concerto da via di Damasco, non ci sarà probabilmente un solo album del trio americano che mi resterà nel cuore; certi pezzi, in compenso, sono davvero curioso di sentirli dal vivo). Il Razzmatazz, sala concerti bella grossa e bella buia ma sorprendentemente accogliente, alle 19 è strapieno di gente che desidera i Beach House. E ai Beach House, mannaggia a loro, piace farsi desiderare: non solo salgono sul palco con mezz’ora di ritardo (errore grave, ancor di più dopo aver finito in anticipo) ma teasano anche due volte Levitation, forse la loro migliore canzone, senza riuscire a suonarla per più di trenta secondi. Il loro chitarrista esce persino dal palco, alimentando un’atmosfera da perfetto psicodramma. Poi tornano e, dirimendo dubbi e tensioni, fanno finalmente il set che ci si aspetta da loro. Un set che è sì un po’ asettico, che effettivamente macina uno dietro l’altro pezzi la cui formula è spesso prevedibile (tremolo picking sugli acuti, batteria minimalista, tappeto di synth e via), eppure che ha anche una discreta quantità di momenti memorabili. Per me che sono un profano, sono proprio le hittone come Myth o Space Song (eh oh) a farmi dire: “Che je voi dì”, ma devo dire che anche cut meno convenzionali come Lazuli o (probabile highlight) Lemon Glow mi hanno catturato. Inutile girarci attorno, sono veramente belle. E per un’ora e venticinque, anche se in uno stile non del tutto consono ai miei gusti, di canzoni belle posso pure ascoltarne. Paradossalmente, persino con più piacere che per le due ore pattuite. Che lì forse mi stracciavo i coglioni. Voto: 6+, vorrei odiarli ma non ci riesco

Jawnino. Ho appena finito una cena opulenta in solitaria e, sempre in solitaria, me ne vado a La 2 de Apolo (casa) proprio mentre Caribou suona le ultimissime note di un concerto al Forum che hanno trovato tutti mirabolante. “Mannaggia”, penso mentre mi ascolto gli ultimi minuti di Boris Bidjan Saberi, equivalente primaverico del DJ-set hip-hop delle serate del liceo negli spazi occupati (con tanto di Push It di Salt-N-Pepa a chiudere). “E vabbè dai”, penso mentre sale sul palco Jawnino, rapper inglese dall’aura misteriosa sul quale le descrizioni del sito del PS non hanno lesinato a sciorinare narrative. Il ragazzo, in realtà, di misterioso ha solo il fatto che se ne sta incappucciato e che ciondola un bel po’. Sennò, è veramente l’archetipo dell’MC inglese contemporaneo: parla di Londra in ogni canzone, rappa su strumentali di influenza UK garage, jungle o grime ed ha al suo seguito una piccola cumpa di fan che, sotto al palco, fanno un po’ di casino e cantano tutti i testi (su Westfield provo ad accodarmi anch’io). Non posso negare che mi diverto: il tutto è ballabile, energico e simpatico. Ma è anche un piacere effimero: pure se non escludo di riascoltare Jawnino, la sua oretta (risicata) di set non mi lascerà niente di che. Tanto che quando finalmente mi ricongiungo con il Falso gli dirò: “Se vai a zonzo a Brixton un sabato pomeriggio secondo me ne trovi uno bravo uguale per strada”. Voto: 5/6, wagwan

Dave P live @Sala Apolo (Primavera Sound), Barcellona, 04/06/2025

Fcukers. La serata è entrata nel vivo per tutti, nel senso che: uno, finalmente siamo nel fulcro dell’azione, la mitica Sala Apolo, due, abbiamo bisogno di riposare le gambe e tre, siamo ormai abbastanza disinibiti da fare cose poco educate. Mentre Nathan Shepherd di BBC Radio 6 (equivalente primaverico di un DJ-set pettinato al fu Motel) finisce la sua selectina con House of the Jealous Lovers, io e Daniel scoviamo su una delle balaustre laterali un paio di posti dove appollaiarci ed appoggiare piedi e bevande su un tavolino che in teoria è destinato solo a queste ultime. Questa posizione leggermente sopraelevata è perfetta per decretare se i Fcukers, l’ennesima nuova sensazione newyorkese che si riallaccia a tradizioni club music nostalgiche quanto volgari, sono zuppa o pan bagnato. Bastano due pezzi, infarciti di visuals tardo-capitalistiche “dank” e mezze sfocate, bassline un po’ (s)leziose e soprattutto mille mossette della cantante in acetato (e in spudorato playback) per farci sentire sulle papille gustative un sapore di baguette fresca fresca di lavandino. Negare che il concerto non sia divertente sarebbe veramente una sentenza da “Killers of fun”: la batteria spinge i suoi ritmi house con fotta e l’immaginario urbano marcio e festaiolo dei Ftotitori (con tanto di graditissimo scratching) tutto è tranne che antipatico. Alla fine, l’hittona devastante Bon Bon la balliamo e cantiamo pure noi, con in faccia un sorriso che sottintende però un sospetto: l’electroclash revival è realtà da circa un annetto: non starà già cominciando a rompere i coglioni? Voto: 6-, freaky sleaze

Kelly Lee Owens (DJ Set). È finalmente arrivata l’ora di discotecare sul serio e devo essere sincero, non ero sicuro che questa missione non scontata potesse essere adempiuta da miss Kelly Lee Owens, produttrice e vocalist di una housettina leggera (inoffensiva?), orecchiabile (banale?) ed eterea (noiosa?) che ad un ascolto distratto dell’ultimo album Dreamstate mi aveva ricordato, alla lontana, persino magniloquenti tamarrate tipo herr Ben Böhmer, dio ce ne scampi e ce ne gamberi. Eppure, dal primo istante in cui questa elegante DJ dall’allure di una nemica di 007 prende possesso dei decks, capisco che mi stavo sbagliando alla grande: la tech-house dalle piacevoli venature progressive trance che l’inglese spinnerà per due ore spaccate è penetrante ed estatica, eppure non disdegna mai il groove. È un sound onnubilante, nelle sue diramazioni anche simpaticamente acide, che però concede ogni tanto qualche momento di respiro, ariose transizioni ambient, e inserti vocali edificanti (tra cui spicca un suo cavallo di battaglia: Everything In Its Right Place (Gigamesh Disco-Tech Remix)). Nonostante qualche anda e rianda tra pista, bar, tavolo e zona fumatori, la dancefloor scura e scintillante ci richiama sempre al suo abbraccio di velluto. Perché la maestria di Kelly Lee Owens, sia nelle manovre che nella selecta, ancor prima che ipnotica, energica o intensa, la si può descrivere con un aggettivo un po’ desueto nella club music di oggigiorno: raffinata. Voto: 7+, eau de parfum

(esce al 90esimo minuto solo per prendersi la standing ovation) Dave P. L’anno scorso, a Dave P ho dato il roboante voto di 10, un po’ per ridere, un po’ perché aveva fatto una chiusura che non poteva essere migliore (non ve l’avevo detto, ma la sua ultima traccia era stata Do You Remember the First Time?, e questo basta). Il mio omaggio all’ormai leggendario DJ di Philadelphia era ovviamente ironico: nella notazione di stampo calcistico (marchio depositato dalla Comunità Pagellistica di Sant’Egidio) superare l’8 ½ è quasi impossibile. È anche vero, però, che io fatico ad immaginare DJ-set migliori di quelli di Dave P: la sua tecnica è emozionante, materica, tangibile; l’ampiezza della conoscenza musicale che dimostra in ogni occasione è sempre stupefacente; il suo stile è inarrivabile. Eppure, nella miscela di elementi che fanno di Mister Making Time il mio DJ preferito in assoluto, c’è un elemento importantissimo che merita di essere citato: l’eroismo. Dave P è un eroe perché suona un set di tre ore stasera, uno di due ore sabato sera e uno di due ore e trenta domenica sera e perché, anche se assisterò soltanto a quello del mercoledì, mi sarà riferito che tutti e tre saranno diversissimi e fighissimi. Dave P è un eroe perché, nonostante suoni più di chiunque altro al Primavera Sound, sarà avvistato a ruzzare per il Forum più volte, sempre disponibile a scambiare due chiacchiere e ridere. Dave P è un eroe perché in questo set oggettivamente proibitivo (dalle 3 alle 6 del mattino il giorno prima dell’inizio ufficiale del festival) dà il massimo, spingendo ancora di più sull’acceleratore dei BPM e offrendoci una sorprendente selezione di techno-trance futuristica e trascendentale che ben si sposa con i troppi caffè bevuti oggi con l’obiettivo di arrivare sveglio a questo agognato momento. La cosa bella è che, com’era prevedibile, la Sala Apolo si è svuotata di brutto, e il Dave nazionale questa musica celestiale la spinna per poco più di una dozzina di persone, ma lo fa con più concentrazione, cura e precisione di quelle con cui DJ più noti suonano per migliaia di persone. Lo fa senza compromessi, senza mai calare d’intensità nonostante ogni volta che parte una nuova, viscerale cassa dritta ci si chieda quanto ancora posso andare lontano questo divino martellio. Alle 4:30, ormai rimasto da solo con un pugno di persone (tutte ipnotizzate), do forfait e me ne torno all’Airbnb marcio del Raval che mi caccerà alle 11 in punto. Anche se mi sono perso la fine del set, sono in estasi mistica e contentissimo del fatto che forse Dave P, come un novello Steve Albini, potrebbe farci l’onore di suonare per noi ogni anno. Mi sono perso l’ultima canzone, sì. E pure il set di domenica. Ma, a quanto pare, dovrebbe aver concluso con una canzone dei Rage Against the Machine. Che dire. Voto: 8, ultimo eroe


Giovedì 5 giugno – Giorno 1

Il Primavera, nel bene e nel male, non è mai lo stesso dell’anno scorso. All’ingresso, io e Paolo osserviamo con aria mesta l’Auditori che quest’anno ci è stato sottratto (anzi: che è stato spostato nelle sale concerto al Raval… bella idea di merda). Subito dopo i controlli, nonostante l’euforia del ritorno a casa, rimaniamo interdetti dalla presenza di una scultura con l’effigie delle Superchicche (un’allegoria per il trittico Charli, Chappell, Sabrina). Sarà forse l’anno nel quale come mai prima d’ora i (e soprattutto le) fan di un’unica artista si accamperanno davanti ai main stage senza mai schiodare per vedere l’idola numero uno? Può darsi. Ma in fondo a noi interessa poco, magari addirittura ci fa comodo. Siamo qua per fare il nostro lavoro: seguire rotte azzardate, resistere agli spostamenti costanti, saltare di palo in frasca, prevedere flussi umani e fiutare le migliori opportunità. Signore e signori, è tempo di rutare.

Aiko el Grupo live @Aperol Island of Joy (Primavera Sound), Barcellona, 05/06/2025

Frente Abierto feat. Israel Fernández & Lela Soto. Di questo act di flamenco sperimentale si sa poco o nulla. Anche solo per come ci è stato descritto dal Primavera stesso, avremmo detto che era un concerto fatto su misura di auditorium, ma ce lo prendiamo volentieri anche nella luce brillante delle 18. Una band dall’aspetto di habitués del Roadburn suona post-rock stoneristico accompagnato da un chitarrista classico che suona linee tremendamente complesse. Sullo sfondo scorrono immagini di genere “cartier-bressoniano simil-poetico” che rafforzano ancor di più l’impressione di star vedendo gli Hasta Luego! Emperador Negro, apprezzabile sottomarca di Mercadona. I cantanti Fernández e Soto, che si alternano sul palco per completare le canzoni della band, forniscono però una prestazione impressionante con gorgheggi da brividi. A me, personalmente, il canto flamenco ha sempre emozionato ed entusiasmato: mi riconnette con origini che probabilmente non ho. E il doom metal, che piano piano lungo il set diventa sempre più protagonista, non l’ho mai disdegnato, specie quando l’aria estiva è un po’ pesante come a quest’ora. Certo, vedere una gitana che balla con i palmi delle mani verso il cielo su un riff arrubbato ai Sabbath (ritrovato: Lo Que En El Mundo Vale) non è proprio una scena facile da codificare, ma il concerto è godibile e il disco che il leader dei suonatori annuncia per il mese d’ottobre lo recupererò, perché no. I musici spagnoli si meritano perciò i miei applausi per la performance solida, ma una riserva non posso non esprimerla: non sempre la musica “contaminata” dà risultati veramente convincenti, e in questo miscuglio di doom-post-rock-flamenco l’impressione è che le parti siano meglio dell’insieme. Voto: 6, abbinamento azzardato

Aiko el Grupo. Me lo sono perso l’anno scorso, me lo sono ascoltato tutto l’anno divorato dai rimorsi e, nonostante un monitoraggio costante, non sono riuscito a recuperare uno dei gruppi pop-punk più fighi d’Europa. A qualche giorno dal festival, Aiko el Grupo vengono annunciate nella line-up della Aperol Island of Joy, piccolo palco esclusivo dove dubbiosi influencer posano con i loro spritz in mano. La capacità dell’isoletta è limitata ma, con un po’ di previdenza, io e Daniel riusciamo a salirci sopra e a piazzarci nella prima fila di un “pit” largo quanto il corridoio del mio appartamento. A tu per tu con il quartetto, buffo e trasandato, l’impressione di essere fuori luogo che avevamo fin lì taciuto scompare: siamo a un vero concerto punk, rumoroso e sguaiato, e a chi non piace fuori dai coglioni. Perciò, come se il contorno non esistesse e fossimo in uno dei peggiori dive bar di Malasaña, ci prendiamo con edonistico piacere (e i tappi per le orecchie ben pigiati) una bella scarica di ampli che fischiano, di piattate assassine e di urla stonate. Non si creda però che Aiko el Grupo è una band senza estro melodico. Al contrario, ogni canzone ha riff di tastiera sfiziosissimi (Me Parece Muy Fuerte il mio preferito), i suoi irresistibili sing-along (su tutti quello della ballata twee Por Qué No Dices La Verdad), e un amalgama di voci e controvoci solo apparentemente caotica (ma in realtà molto ben calibrata, vedasi Quiero Conocer (Por Tu Actitud)). Non so se il loro sound sia più ruvido del previsto a causa del palco o perché nella mia testa le immaginavo più pop punk che punk, fatto sta che le giovanissime madrilene di questa grezzaggine ne fanno una forza, accompagnandola con un umorismo un po’ imbarazzato in linea coi personaggi, e soprattutto un’energia emotiva strabordante. La musica spagnola è in buone mani. Voto: 7, lo estoy flipando

Idles live @Revolut Stage (Primavera Sound), Barcellona, 05/06/2025

(esce al 55esimo minuto tirando un calcio alle borracce) Idles. Il destino ci ha portati vicino a Mordor e anche se il piano iniziale era quello di evitare la grande spianata dei palchi principali, già abbondantemente tinta di verde fluorescente Pantone 375 C, la chiamata degli Idles è abbastanza inevitabile. Il gruppo punk più iconico dell’ultimo decennio (dato oggettivo) io l’ho visto sempre solo al Primavera: il 2018 nel pogo gridando al miracolo (Brutalism era appena uscito e profumava di rivoluzione), il 2022 sui gradoni di un palco Cupra gremito, sentenziando (se Ultra Mono, che a me piace, era per molti segno di declino, Crawler andava a confermare prepotentemente la tendenza) ma senza alcun disprezzo verso una live band che definire qualcosa di meno di “devastante” era quasi offensivo. In perfetta continuità temporale, ecco che nel 2025 gli Idles mi si ripresentano davanti in un palco grande e affollato come non mai. Daniel, che non li ha mai visti, ha un aspetto tranquillo mentre parte Colossus, ma nota nel mio sguardo un fuoco perverso di distruzione. Intrigato, forse preoccupato, non schioda gli occhi dal palco, mentre io comincio a cantare un testo che avevo scordato di sapere a memoria. Inutile dirlo, il tifone di pogo che nasce non appena un Talbot indemoniato lo chiama (“I don’t wanna be your man”) è il primo momento di adrenalina pura e dura dell’edizione, e uno dei più alti. Il resto del concerto mantiene vivo il fomento con una setlist al sapore di greatest hits (possiamo dirlo: gli Idles sono ormai un gruppo “storico”), una capatina in sonorità più post che punk con apprezzabili pezzi dell’ultimo disco (bella la definizione di The Wheel del Falso: “Il loro pezzo Death Grips”) ma, soprattutto, l’impressione costante che i cinque marcioni inglesacci suonino ogni concerto come se fosse l’ultimo: la loro energia è alle stelle, non perdono occasione per venire a far casino in mezzo al pubblico, lanciano cori, istigano immensi movimenti di folla nei quali perdo poi trovo poi riperdo poi ritrovo i miei amici. E così facendo, gli Idles infondono nelle masse un potente messaggio politico. Perché il mosh-pit è sì una baraonda, ma mai gratuitamente violento. Perché i messaggi veicolati hanno sì un tono cinico e rabbioso, ma non abbandonano mai un fondo di speranza (Mother, in particolare, resta il testo punk più bello del millennio). Perché in volto, i musicisti hanno spesso e volentieri un grande sorriso. È proprio vero che la gioia può essere un atto di resistenza. Voto: 7/8, pugni alzati al cielo

Magdalena Bay live @Amazon Music Stage (Primavera Sound), Barcellona, 05/06/2025

Magdalena Bay. Ce ne siamo andati via da Mordor in lieve anticipo e con un certo dispiacere (appena gli Idles tornano a Parigi me li vado a vedere, necessito di recuperare la Danny Nedelko che mi sono perso). Sarà bene che abbandonarli per il live di Magdalena Bay ne valga la pena, ma i dubbi che ho a riguardo sono pochi: il recente Imaginal Disk (2024) è un album madornale, un “classico contemporaneo” come dice Paolo a ragione, e sarebbe una follia perdersi lo show che celebra una delle cose più belle che siano successe, dopo anni di stagnazione, a quell’interlocutorio genere musicale che è l’art pop. “Art”, in generale, è un prefisso che amo poco per categorizzare la musica, però di fronte a quest’occhio alato (un angelo biblicamente accurato) che ci fissa sullo schermo dietro agli strumenti si intuisce che quello che sta per accadere sul palco va oltre la sola performance musicale. E così è: l’immaginario lirico e sonoro che il duo statunitense ha costruito nel suo opus magnum si traduce nelle visuals più belle dell’edizione, un conglomerato di immagini tra il lynchiano, lo spirituale e il post-modernista. Tutto è curato nei minimi dettagli: i costumi, la posizione di ogni membro della band, i movimenti. Ma l’eccezionale esperienza estetica serve solo a sublimare quel che già sapevamo: delle canzoni di una creatività sensazionale, cantate da una delle più belle voci viventi, suonate da musicisti mostruosi. Dal primo secondo dell’esplosivo finto hyper-pop She Looked Like Me! fino all’ultima nota dell’antemico funk di The Ballad of Matt & Mica il quartetto sul palco ripercorre quello che si riconferma il miglior album del 2024 arricchendolo di nuovi dettagli strumentali, fill di batteria da capogiro, lick di sintetizzatore che provocano urletti generalizzati e bassline da mettere nei libri di storia. Si balla, si canta, si ride e si piange. Ci si emoziona. Ed ovviamente ci si innamora della frontwoman, una Mica Tenenbaum dalla voce sensuale ed unica nel suo genere, che trasuda la felicità di star diffondendo vibrazioni celesti. Il concerto di Magdalena Bay al Primavera Sound 2025 non è solo la “album experience” più fulminante che io abbia mai visto in queste sedi (ed altrove) ma anche una celebrazione della Bellezza, quella con la B maiuscola, quella da saggio di filosofia, che la musica pop può ancora offrirci. Voto: 8 ½, migliore dei mondi possibili

Spiritualized (performing Pure Phase). Cinque minuti dopo il terraformante concerto al palco Amazon Music, si dà il caso che nell’anfiteatro vista mare anche noto come Cupra attacchino gli Spiritualized, che un redivivo, quasi messianico Tommy considera “il gruppo di rock psichedelico più importante ad essere mai esistito dopo gli anni ‘60/’70”. Difficile dargli torto: l’esistenza dei nomi che i nostalgici del “Primavera che fu” adorano citare in continuazione (Ariel Pink, Unknown Mortal Orchestra, in un certo senso gli stessi Beach House) è impossibile da immaginare senza il legato di Jason Pierce e soci. Certo è che, onnubilato dal fascino ispirato dalla nuova sensazione Magdalena Bay, ho appena fatto un vago rant sul fatto che un concerto di vecchie glorie non sarà mai interessante come quello di nuove leve e ho quasi scordato l’immensa emozione che è un concerto degli Spiritualized (il live del 2018 nell’Auditori?, un’esperienza mistica). Gli ambiti gradoni del palco Cupra (è veramente l’ora di riposare le membra stanche) sono gremiti, nella fossa invece di gente non ce n’è tantissima e troviamo una buona posizione in poco tempo. Sto meditando su quanto io possa ancora reggere stando in piedi, quando i circa dodicimila musicisti della band si palesano, la sagoma scura di J. come in sovrimpressione. Parte, in crescendo, Medication, e la voglia di sedermi viene annientata. Quando la melodia esplode (“I’m waiting for the time when I can be without”) in un tripudio di archi, fiati, synth e chitarrone spaziali, allora mi ricordo quanto questa musica faccia bene all’anima e mi accorgo che da qui non voglio schiodare. L’ora e un quarto di Pure Phase suonato front-to-back, è un’“album experience” diversissima dalla precedente, ma altrettanto bella. In particolare, perché è un album che suona come un esaltante viaggio sonico, in cui magari non tuttissimi i sentieri esplorati sono perfettamente fruttuosi (parliamoci chiaro: quello è Ladies and Gentlemen We’re Floating in Space), ma in cui ci si perde comunque volentieri. E in cui, per la strada, si perdono e incontrano amici, si ride e si scherza (incredibile quando sul backdrop è apparsa la scritta “Epson - Exceed Your Vision”), si prendono scariche elettriche di puro edonismo shoegaze, ma si trovano anche tanti momenti per commuoversi davanti a grandi gospel (il mio preferito, personalmente, è stata una Lay Back in the Sun incredibile in cui le coriste hanno dato tutto). L’album del 1995, nonostante abbia molti momenti veramente magici, non è un disco che ti cattura completamente per tutta la sua durata. Ogni tanto è “solo” un piacevole sottofondo, ma non per questo bisogna essere riduttivi: sono pochissime le band capaci di suonare musica che suoni così simile alla vita e di farlo con così tanta classe. Finito il concerto, ci sentiamo tutti persone un po’ migliori. Voto: 7 ½, road trip spaziale

Denzel Curry live @Cupra Stage (Primavera Sound), Barcellona, 05/06/2025

Denzel Curry. Poco fa ho detto che di gente davanti al Cupra non ce n’era tantissima. Non è un caso: a Mordor già si preparava l’inizio del concerto di Charli XCX (feat. Troye Sivan, dettaglio anch’esso non casuale). E se ancora lo zoccolo duro aveva dato il suo giusto sostegno ai più grandi sviaggioni d’Inghilterra, per il Re del Malandrino Sud, che con Charli ci suona in contemporanea, la gente è davvero troppo, troppo poca. Abbiamo visto l’anno scorso con Freddie Gibbs che quando un gangsta rapper è poco soddisfatto dell’affluenza, della gasazione del pubblico o simili la cosa può veramente inficiare sulla qualità del concerto. Ma quando il mitico Denzel Curry esce fuori dal backstage saltellando sembra ancora più indiavolato di quando, anni addietro, lo vidi distruggere il palco a Dour davanti a folle oceaniche. E nonostante il bell’impatto delle visuals, belle sudiste, le basi sono chiare fin da subito: siamo davanti a un concerto di hip-hop puro e duro, con relativamente pochi fronzoli. E siamo qui per divertirci. L’MC floridiano l’ha messo così bene in chiaro, che per l’ora seguente c’è spazio solo per fare casino, il tutto nel contesto del pubblico con le migliori “vibes” di quest’edizione. Ma di gran lunga: in questo pit molto “lit” la gente si regala sigarette (più o meno truccate), gli sconosciuti si stringono la mano, si battono il cinque e si mettono le braccia attorno alle spalle. A un certo punto persino il birraio porta il carretto in mezzo al pogo e comincia a distillare birre, saltare e gasarsi con tutti noi (il magico momento è fortunatamente documentato dal livestream di Amazon Music)! E in tutto ciò, Denzelone nazionale spara pezzoni uno dietro l’altro, perlopiù quelli del bellissimo e grezzissimo King of the Mischevious South Vol. 2 (con una HOT ONE che butta giù il posto), rappa con una precisione incredibile, arringa la folla e si prodiga in siparietti esilaranti con il suo DJ-hypeman. Va ammesso: Denzel Curry non è né il rapper più talentuoso, né il più interessante, né il più influente in circolazione. Ma, di sicuro, è il più costante e il più solido: non solo non ha mai sbagliato un album, ma probabilmente non ha nemmeno mai lasciato nessuno insoddisfatto dopo un suo concerto! Pure davanti alla sparuta folla degli astensionisti della Brat-estate, il demone delle Everglades garantisce spettacolo, e i presenti sanno di aver fatto la buona scelta. Persino Daniel, che spunta in mezzo al pogo durante Ultimate, mentre il concerto-evento laggiù a Mordor è ancora in corso. “Oh te?”, gli chiedo. “Odio Troye Sivan, lo odioooo!”, mi risponde urlando, prima che il drop ci separi in un turbine di corpi. Voto: 7/8, sovrano amato dal popolo

(entra al 20esimo minuto con grande discrezione) The Sabres of Paradise. Riuniamo le truppe per andare a vedere i Dame Area, in una zona Pitchfork-Adidas (Schwarzkopf-Trainline…) che, dopo il secondo anno di fila che ci propone due palchi speculari, possiamo chiamare amichevolmente “Minimordor” o “Mordorino”, a seconda di come gira. Pure se l’avessimo voluto, non avremmo perciò potuto evitare di dare uno sguardo a questi improbabili Sabres of Paradise che, quando vennero annunciati, ci fecero alzare un sopracciglio. “Ma se Andrew Weatherall è morto, chi suona?” “Hologram show?”, avevano commentato i miei amici. In effetti, il gruppo del leggendario DJ inglese nonché produttore di Screamadelica… beh, viene essenzialmente ricordato in quanto gruppo del leggendario DJ inglese nonché produttore di Screamadelica, pace all’anima sua! Al limite, se lo ricorda ancora qualche DJ di musica techno alternativa o downtempo atmosferica, che si diverte a usare nei set una delle loro lunghissime canzoni ed estrarne un loop di batteria, una bassline o una sequenza di accordi di synth da mettere nella miscela. Anche perché se le canzoni dei Sabres of Paradise sono lunghissime, piene di sezioni in cui si omettono ed aggiungono elementi, è perché è musica che serve essenzialmente dei fini DJ-istici. Immaginate perciò la nostra sorpresa nel vedere cinque persone sul palco (quando la formazione originale ne contava tre) che suonano questo ripetitivo repertorio degli anni ’90 tale e quale a com’è su disco. L’idea è quantomeno bislacca, e il tutto è reso ancora più strano dal fatto che non si capisce chi suoni cosa. Per una quindicina di minuti (l’equivalente di una canzone e mezzo) osserviamo e formuliamo le teorie più strampalate tra cui figurano: il tizio in mezzo ha un mixer e sta regolando gli altri; i tamburi in realtà sono attaccati a dei trigger MIDI che azionano dei loop; il tizio a sinistra ha tre tastiere ma in realtà suona solo un sampler. Alla fine ci rinunciamo ed andiamo a sederci, cullati da questi lisergici suoni dal passato. Voto: senza voto (S.V.), la pasta che mi sono calato nel ‘93

Dame Area live @Trainline Stage (Primavera Sound), Barcellona, 05/06/2025

Dame Area. Conosco bene la musica dei Dame Area? No. Vedo la loro maglietta ad ogni concerto a cui vado da tre mesi a questa parte? Sì. E qualcosa vorrà pur dire. A questa tarda ora della notte un po’ di industrial/noise con vista mare non sembra una cattiva idea, e il fatto che lo slot spazio-temporale che anni or sono fu destinato a dinosauri come Front 242 o Nitzer Ebb (persi entrambi) sia dedicato a un gruppo giovane, per giunta spagnolo, non è poi una brutta notizia. Il racconto che Paolo ci ha fatto di questa band, che ha visto nel Levi’s 501 Club, palchetto nascosto a capienza limitatissima che offre show esclusivi ai rutatori più sgamati, non è tanto interessante da un punto di vista sonoro (“techno malefica con donna che urla”) quanto da quello estetico. Appena il duo monta sul palco, la descrizione sembra calzante: il mastro smaneggiatore è una sorta di Elvis vissuto abbastanza a lungo per imbolsirsi e mostrare i segni di una vita dissoluta, la cantante invece è giovane, bella e spaventosa. E l’improbabilità di questa coppia che sa di vita vissuta nei bassifondi si riflette nella musica: violentissima, angosciante, un moto percussivo perpetuo che non lesina in squarci, siano essi prodotti da synth, noise machine o semplicemente un’ugola che si spinge su frequenze che il dottore sconsiglia. Questa musica ipnotica non fa male solo alle orecchie, ma anche all’anima. E quel poco che si capta dei testi, in lingua spagnola, italiana o canina, favorisce ad alimentare il lenzuolo di squallore doloroso che Dame Area hanno steso su un pubblico che durante questo set a rotta di collo tutto penserà tranne che “come si sta bene davanti alla piacevole brezzolina delle quattro del mattino”. Un ultimo annedoto che reputo significativo: verso la metà del set, una ragazza vicina a me dice: “Ma se sono di Barcellona, allora perché lei non canta in catalano?” e, di fronte a questa manifestazione di (odioso) nazionalismo separatista non posso che rispondere: “Bella mia, ma non lo vedi che questi sono degli apolidi, dei vagabondi?”. Voto: 6 ½, squatter assassini

The Dare. Si è fatto ormai tardissimo e sono rimasto da solo col Falso (Daniel sarebbe rimasto ma mi ammetterà in seguito che il set dei Dame Area gli ha messo addosso troppa ansia: missione compiuta). In un certo senso, riproporre questa coppia londinese-parigina per un concerto di The Dare a tarda notte ci mette a tu per tu con un quesito della storia della musica. L’anno scorso abbiamo visto questa nuova sensazione dell’electroclash revival nel piccolo palco de La 2 de Apolo e il suo act ci è sembrata una novità fresca, simpatica e seducente. Oggi che è passato un anno e che The Dare è un prodotto dell’establishment ampiamente riconosciuto (vuoi per Tik Tok, vuoi per le collaborazioni con Charli XCX, vuoi per un motivo più canonico che è l’uscita di un full-lenght) è lecito domandarsi se in un artista come questo risiede il futuro del pop o se invece è tutto un semplice fuoco di paglia. La risposta ce la dà, in parte, il suo nuovo setup: oltre alla solita scatoletta elettronica e al solito piatto della batteria che lo yuppie più arrapato d’America farà risuonare pigramente per pochi secondi, il palco è affollato da luci abbaglianti in ogni dove e pile di amplificatori Marshall, ovviamente vuoti. Non è un segreto che The Dare, nel suo completo da broker di Wall Street d’ordinanza, ami essere appariscente: è parte della sua mistica, del suo personaggio, del suo fascino. Ma è dura, specie a quest’ora della notte, non rendersi conto che al di là di un’estetica inevitabilmente divertente, la volontà di proporre qualcosa di davvero nuovo non c’è. Tra le nuove canzoni che vengono proposte in più di quelle dell’anno scorso, troppo poche sono vere hit come la tripletta del Sex EP. Gli estratti più LCD-Soundsystem-osi di What’s Wrong With New York? (2024), addirittura, ci provocano qualche sbadiglio. E alla fine di un set che agita le folle ma nemmeno troppo, la risposta ai nostri dubbi è ormai palese: The Dare è un produttore di talento, un performer sui generis e un autore con delle grandi intuizioni. Ma è anche uno dei più grandi “one-trick pony” del pop contemporaneo e, come tale, non merita un’attenzione più profonda di quella di un pubblico alticcio che, alle porte dell’alba, l’unica cosa che vuole veramente è una buona dosa di bassoni e un paio di sing-along adorabilmente insulsi nella vena di “LA to New York, New York to LA, all the other states, we could stay up late… All Night”. Voto: 6, pepperoni slice

(entra verso la fine della partita quando ormai è praticamente già vinta) Armand Van Helden. Arrivato fino a qui che fai, non la guardi l’alba al palco Cupra seduto sui gradoni ascoltando un DJ di prestigio per un’ultima mezz’oretta? Ovvio che sì. E se l’anno scorso mi ero lamentato del fatto che i DJ-set di chiusura davanti al mare fossero veramente sotto la media, quest’anno non posso dire nulla: la differenza tra un B2B2B2B2B2B di signor* nessun* e un esperto navigato come Armand Van Helden, che deve avere nel palmarès un paio di Coppe del Mondo di House, si nota eccome. Non ho mai nascosto che la house sia il mio genere di club music preferito: è un vero piacere, perciò, ascoltare il newyorkese che la esplora in lungo e in largo: ora spinge bassline che flirtano con lo speed garage, ora invece funkeggia con sample vocali venuti dritti dritti da Chicago, e alla fine quando promette La Grande Botta finale a base di big beat, mentre ti domandi se è lui o non è lui, il Rockafeller Skank si rivela essere, in realtà, Barbra Straisend. Niente da fare, parte la standing ovation. Perché un DJ bravo sa sorprendere, ma solo un maestro sa trollare. Voto: S.V., ritorno a casa


Venerdì 6 giugno – Giorno 2

Still House Plants live @Trainline Stage (Primavera Sound), Barcellona, 06/06/2025

Tetas Frias. Un po’ di indie punk spagnolo non è mai una cattiva idea per cominciare una torrida giornata di metà Primavera: con un po’ di fortuna magari parte un bel pogo, capace di scacciar via il torpore che storicamente accompagna ogni avventore del Forum al venerdì, ore 17 e qualcosa (di solito è il ruolo della siesta rigenerativa dell’Auditori… ridatecelo!). Invettive a parte, le Tetas Frias sono una delle band del florido movimento synth/egg/lol-punk catalano che più mi stuzzicano da qualche anno a questa parte e sono molto curioso di vederle. Se la scoperta di una formazione senza batteria, com’è capitato col Las Petunias l’anno scorso, fa sempre un po’ male, assisto all’inizio della performance delle balde giovani pieno di buone speranze, convinto che la band che ci ha regalato quella perla di sagacia lo-fi che è Otra Camiseta (2023) possa fare prova di grande attitudine e spaccare questo rovente palco Trainline popolato perlopiù da locali alternativi (i famosi ChicozZz del Under). Peccato che, nello spazio di due canzoni, l’evidenza colpisca con cattiveria: le Tette Fredde non sono grandi performer. La resa delle canzoni dal vivo è infinitamente inferiore a com’è su disco, nella folla nemmeno i fan pregressi (tra i quali mi includo) si sentono arringati e perciò il concerto si risolve in un piattume punk generico e generalizzato. Ogni elemento che potrebbe rendere il concerto più frizzante non è sufficiente a redimere il set: non bastano i balzelli e i discorsi divertenti della cantante (ricordo con piacere un “gentrificazione, brutto, occupazione, bello” di stampo simil-scafrogliano), né i contorsionismi del chitarrista; non basta l’aggiunta in scaletta di Illuminati Corp, il mitico featuring con La Elite, con la strofa maschile cantata da un forsennato in mezzo al pubblico (non so se è David Burgués, ammetto che sotto la luce del sole non lo riconosco); e nemmeno Macrofestival, l’unica canzone sul Primavera che ho mai sentito al Primavera, smuove le folle come previsto. Seguiterò a voler bene a questa band e ad interessarmici? Senz’altro. Ma, dopo questo concerto, la mia sola reazione è sibilare, con un sorrisino in volto, il commento seguente. Voto: 5+, “hostia tio…”

Tramhaus. C’è una bella sorpresa a questo Primavera Sound. È venuta ad assistere al festival, direttamente da New York, una vecchia conoscenza dei miei anni statunitensi: Amanda, un’amabile collega della “college radio” nella quale radiodiffondevo quando vivevo a St. Louis, Missouri. Dopo un giovedì passato a rincorrerci senza trovarci (quest’anno è sold out e si nota assai; pure le telecomunicazioni funzionano male), finalmente troviamo uno spazio sotto al pannello solare per ritrovarci e brindare in onore dei tempi che furono. A sublimare questa reunion inaspettata e nostalgica non poteva che esserci un’altra vecchia conoscenza, questa volta del blog: i Tramhaus, araldi del post-punk di stampa Benelux, già incontrati a una vecchia MaMa Music Convention (non cesserò mai di dirlo: il mio articolo più divertente). È una bella coincidenza: dopo che ho conosciuto l’indie rock americano nel suo paese (con Amanda commemoriamo un bel set dei Ratboys in un locale di Delmar Loop nel 2019), adesso sono io che mostro un po’ di eurorock ad Amanda. Ma se questa formula di post-punk energico e grintoso è, per rubarle le parole di bocca, “right up my alley”, oggi come allora la mia gasazione per la musica del gruppo di Rotterdam (“Make it Happen!”) non riesce a superare la superficie di un paio di ritornelli memorabili. Il vuoto lasciato dall’impossibilità degli olandesi di colpirmi seriamente in profondità viene in parte compensato dal fatto che sono una live band solidissima, cazzuta ed estatica, di quelle che non possono non attirare l’attenzione. Ma, ripeto, solo in parte: alla mia seconda volta che vedo i Tramhaus dal vivo, proprio come quando suonarono dopo i Marcel, mi accorgo che chiacchiero più del normale durante il concerto. Voto: 6, porto mercantile nordeuropeo

Still House Plants. Alejandro, il “fiancé” di Amanda (usa fidanzarsi ufficialmente in Europa?, non che la cosa mi competa) mi dice che quello degli Still House Plants è un set da non perdere. Con questo simpatico nuovo compare decido perciò di dare una chance a una band che, ad un primo ascolto distratto, mi era sembrata eccessivamente ostica se non impenetrabile. La formula del trio britannico è quella di un math rock dissonante in cui la chitarra e la batteria suonano una sorta di sbilenco slowcore minimalista, mentre la cantante Jessica Hickie-Kallenbach si prodiga in gorgheggi lirici che un orecchio poco allenato non tarderà a definire fuori contesto. Dal vivo la mia prima impressione si riconferma: questa è roba strana, strana forte. Eppure il contrasto tra le strumentali spigolosissime, suonate con precisione sopraffina, e questo canto tortuoso, smussato, sovrapposto alla musica in una maniera non convenzionale che quasi ricorda i primissimi dischi del free jazz, accidenti, finisce per catturarmi! E non solo perché è effettivamente “trippy af”, per citare testualmente un messaggio del Falso, ma anche perché mi riporta ad ascolti perduti, melodie ipnagogiche, paesaggi sfocati che forse ho già esplorato, in antichi non-istanti della mia vita in cui la parola “post-rock” aveva un senso importante ed eccitante. Verso un terzo del set arriva Tommaso, ci salutiamo, abbracciamo e tutto quanto. È abbastanza su di giri come siamo tutti appena entrati al Forum e perciò si prodiga in un’imitazione della cantante che un po’ mi irrita e un po’ mi fa pisciare dal ridere. Perché sì, il momento è davvero poetico e potente, ma la musica degli Still House Plants un suo piccolo lato pomposo e che è lecito dissacrare lo ha. Eppure, nonostante la forte ripetitività di questo sound e l’arzigogolatezza quasi eccessiva di ogni canzone (e soprattutto di ogni linea vocale), il concerto mi ha completamente conquistato. Tra una cafonata e un’altra, ogni tanto io e Tommaso abbiamo delle conversazioni semplici ma rivelatorie. Sto imitando il gesto del “mindblow” ad Alejandro e il mio amico fiesolano mi fa: “Allora, garbati? A me, devo dire, sì.” “Certo. Viva la musica sperimentale, no?” “Sempre”. Voto: 7, galleria d’arte contemporanea

Stereolab live @Amazon Music Stage (Primavera Sound), Barcellona, 06/06/2025

(gioca dal primo all’ultimo minuto ma si assenta per una lunga porzione di gara a causa di un fastidio fisico) The Hard Quartet. Ah, i supergruppi, questa strana, spesse volte inutile invenzione. Non saprei dirvi il nome di un solo supergruppo del quale ami la musica alla follia ma so che: uno, mi piace talmente tanto pronunciare la frase: “Andiamo a vedere se Malkmusio ci dà buona uva” che almeno un quarto d’ora della nuova band dove milita il leggendario frontman dei Pavement devo andarlo a vedere; due, non è che ci sia granché di meglio da vedere, a quest’ora. Oddio, in realtà sì, ci sarebbe: i Been Stellar, giovanissssssima band indie rock newyorkese, che a quanto pare ieri col suo set notturno ha fatto felici i vecchiardi che tra Charli e Denzel hanno scelto la terza via (che poi, storicamente, sarebbe la prima). Io e Paolo, dopo quindici minuti di nineties-dad-rock anche gradevole seppur abbastanza inconsistente (con Tommaso che alza la sciarpa della Fiorentina al cielo e urla “Stepheeen!” tra un pezzo e l’altro), partiamo. L’obiettivo è quello di riuscire a vedere il set “segreto” dei Been Stellar all’esclusivo palco 501 Club ma, di fronte a una lunga coda e una guardia di sicurezza che ci esorta (quasi obbliga) a demordere, l’operazione si rivela infruttuosa. “Non è che posso fare più di quarantacinque minuti di coda per un concerto di mezz’ora”, dirà Paolo. “E ritorniamocene da Malkmusio”, risponderò io, “ci sono cose peggiori nella vita, direi”! Perciò, dopo aver preso con filosofia la bruciante sconfitta di essere Respinti all’uscio, veniamo forzati a fare un’analisi più profonda della musica del Quartetto Durø, e la conclusione è la seguente: si divide in due, le canzoni cantate da Stephen Malkmus e quelle cantate da tale Matt Sweeney, militato nei Guided by Voices durante il tour di Under the Bushes Under the Stars (capolavoro). Le prime le commenteremo con frasi del tipo: “Questa l’ha trovata nella soffitta della casa al lago” “Madonna, un F-side di Wowee Zowee” e le troveremo assolutamente ignorabili. Le seconde, invece, attireranno un po’ di più la nostra attenzione, con linee vocali interessanti e qualche riff di sostanza, che spiegheremo con: “Si sente che ha frequentato l’Accademia Pollard”. Morale della favola: The Hard Quartet è l’act di indie rock anni ’90 pomeridiano di cui avevamo bisogno, ma che non ci meritavamo. Voto: 5 ½, nostalgia a prezzo discount

(esce al 35esimo minuto) Zaho de Sagazan. Al Palco Cupra non c’è moltissima gente, ma quella che c’è si accalca alle transenne come se dovesse ricevere la benedizione di un re taumaturgo. Sul palco, una ragazza bionda dall’aspetto di un’aderente de La France Insoumise che si candida alle legislative in una piccola circoscrizione dei Vosgi viene accolta come il Messia sceso in terra. Queste sono le scene che osservo dall’alto dei gradoni, mentre con un po’ di spocchia azzanno un bel paninozzo al jamón iberico. “Dev’essere la riunione del gruppo Facebook ‘Primavera Sound France’”, commento con un tono tra l’ironico e l’inquisitorio. È un peccato che io non faccia parte di questo gruppo, penso tra me e me, di francesi simpatici in questi anni ne ho anche beccati. Ed è anche un peccato che, nonostante l’innegabile talento compositivo e la voce pazzesca, l’electro-pop che sta cantando Zaho de Sagazan con il suo gruppo di uomini in nero che percuotono batterie elettroniche non mi comunichi proprio niente. Se le canzonette potrebbero persino essere leggere e digeribili, lo stage banter da francese disadattata quando si ritrova (Dio mio!) all’estero, rende i pezzi di questa giovane stella del pop d’oltralpe semplicemente inapprezzabili. L’improbabile concerto dell’artista francese più “breakthrough” dell’anno davanti a un pubblico di sparuti privilegiati che hanno la rara occasione di vederla da vicinissimo, perciò, è uno degli abbastanza numerosi concerti pop che ho lasciato senza rimpianti prima del tempo nei miei sette anni di Primavera. Che non si sappia, perciò, che durante La Symphonie des Eclairs mi è scesa una lacrima. Canzone bellissima, perfetta. La ascolto sempre alla radio. Voto: S.V., France Bleu Catalogne

Stereolab. All’uscita della line-up, in autunno, avrei detto che gli Stereolab erano nella top 10 dei gruppi che attendevo di più. Ed è vero che “solo” decimi, per una band le cui canzoni mi fanno stare bene come poche cose al mondo, sembra leggermente ingeneroso. Ma del resto li ho già visti due volte, so cosa aspettarmi da loro e, più che un act esaltante e sorprendente, li considero un porto sicuro il cui pop alternativo, leggiadro e pungente, illuminerà il mio venerdì sera di luci colorate. Poi però esce, un po’ a sorpresa un po’ in sordina, Instant Holograms on Metal Film, probabilmente il disco dell’anno. E a quel punto la band che ha ispirato tutti (tutti!) i gruppi indie pop di cui ho scritto in queste sedi viene catapultata nella top 3 degli imperdibili. Il clima è frescolino e tutti (tutti!) i miei amici primaverici sono con me proprio davanti al palco. Il gruppo esce fuori dal backstage, parte il riff di Aerial Troubles e l’atmosfera si sospende, tutto pende e dipende dalle labbra di Laetitia Sadier, che introduce il concerto con voce solenne. E poi, finalmente, il groove. L’ora e un quarto che segue passerà veloce come un secondo proprio per tutti, tutti, tutti. Gli Stereolab sono un gruppo che nella sua versione live non è affatto appariscente, e per scelta: niente visuals (eppure se lo potrebbero permettere), niente estetizzazione divinizzante dei loro strumenti (eppure di synth strani ne hanno). Non c’è davvero niente se non cinque persone che suonano canzoni sparse dal loro vasto, bellissimo repertorio. E non sono nemmeno musicisti mostruosi: il batterista ha grande mestiere ma niente di più, la voce di mamma Sadier è elegante e confortante ma non particolarmente fuori dal comune, le linee melodiche (o amelodiche: un momento di puro noise c’è ad ogni concerto) non hanno niente di troppo “tecnico”. Eppure la loro è musica di una profondità, di una complessità e al contempo di un’immediatezza talmente potenti che non c’è nient’altro da fare che venirne sopraffatti. Gli Stereolab, specialmente in questo loro ultimo arco narrativo particolarmente funky, sono un vero distillato di benessere. E il concerto non ha niente fuori posto: che vengano suonati grandi classiconi come Miss Modular, perle d’oggigiorno come Melodie is a Wound o ancora deep cuts sconosciute, ci sarà sempre un momento, durante il pezzo, in cui mi ritroverò a chiudere gli occhi, sorridere ed avere la vaga sensazione di stare fluttuando. Voto: 8, l’emoji “😌

Carolina Durante live @Amazon Music Stage (Primavera Sound), Barcellona, 06/06/2025

(esce al 45esimo minuto dopo aver toccato il pallone soltanto due volte in tutta la partita) TV On The Radio. L’ho già detto, “riposare le membra stanche”? Insieme a “ci dà buona uva” è una delle frasi che uso più spesso quando sono al Primavera Sound. Perché di questo si sostanzia il PS: ottenere la massima resa qualitativa dalla giornata pur restando nei limiti (spesso sconosciuti, imprevedibili, o ancora superabili) del nostro corpo. Per vedere i TV On The Radio gli spalti dell’anfiteatro Cupra sono stati presi d’assalto, allora non resta che prendere i posti dietro al mixer in cui non si vede una sega, perché siamo stati in piedi per più tempo di quanto il dottore consigli e soprattutto perché per tutti sta per cominciare la sezione poghistica della nottata. Non vedere il palco non è poi così grave: io e Tommaso, durante la nostra chiacchierata, ci accorgiamo che il gruppo che stiamo ascoltando come riempitivo, pezzo grosso della scena indie rock newyorkese anni ‘2000, in realtà non l’abbiamo mai né amato né capito. E anche se deduciamo che hanno una grande energia, le tumultuose cavalcatone indie rock venate di contaminazioni elettroniche non meglio decifrabili dei TV On The Radio ci sembrano monocordi e noiose. Piano piano la cumpa comincia a trovare posti accettabili e se il concerto effettivamente sembra ganzo io, per quanto mi sforzi, non riesco a identificarmi nella gente davanti al palco che salta senza sosta come se portasse le scarpe con le molle di Paperinik. Sarà che avevo le membra stanche. Voto: S.V., avocado toast

Carolina Durante. Ho preso una decisione difficilissima: quella di abbandonare non solo i miei amici ma anche i The Jesus Lizard per andare a vedere un gruppo spagnolo. È un’idea balorda, ne sono cosciente, ma dal primo giorno che ho ascoltato i Carolina Durante (sì, i Carolina Durante sono quattro uomini) non ho potuto fare a meno di immaginare il concerto nazionalpopolare definitivo. A noi nerd del cazzo piace andare a vedere gruppi di nicchia, scoprire frequenze oscure e particolari, ma non andiamo a mentirci: saltare all’unisono con migliaia di persone che cantano tutte lo stesso ritornello è un’emozione a cui non possiamo sottrarci. E, grazie a dio, una volta all’anno il Primavera me l’ha sempre offerta. Cronologia momento: 2017 Arcade Fire, 2018 Lorde, 2019 Guided by Voices, 2022 Pavement, 2023 Blur, 2024 Pulp. Amici cari, Carolina Durante non saranno mostri sacri della storia della musica, ok, ma il loro pop-punk radiofonico così intrinsecamente indie, le loro liriche ironiche e disincantate, le loro melodie che non se ne vanno mai dalla testa, se non sono un successo globale è solo perché appartengono a un gruppo spagnolo di Spagna. E siccome si dia il caso che, dei miei amici, io sia l’unico ad avere un passaporto spagnolo di Spagna, il concerto del gruppo madrileno che più sembra determinato a lasciare la sua impronta sulla scena rock nazionale non me lo posso perdere. Gli stessi Carolina Durante sanno bene che il più grande festival del tour promozionale di Elige tu Propia Aventura (2024, discone) non è un concerto come gli altri. E perciò hanno allestito un set-up degno di una fiction di vent’anni fa e hanno deciso che, dopo l’Intro (The Office US), la setlist sarà una sequela di sing-along devastanti uno dopo l’altro. Decisione giusta: il pubblico reagisce bene e in men che non si dica mi ritrovo, in un turbinio di corpi di connazionali, a urlare dal profondo dell’ugola e del cuore l’iconico verso: “Joderse la vida es lo mas divertido!”. Seppur infortunato e stampellato, il frontman Diego Ibáñez riesce a tenere su di sé l’attenzione e il concerto più “costruito” della giornata, tra cori calcistici, comicità ispanica e la pura forza di pezzoni molto maturi nel loro essere adolescenziali, non sembrerà artificiale neppure per un secondo. Carolina Durante sanno trasformare un grande pubblico in un pogo gioioso, innocente e generalizzato. Soprattutto, sanno entrarti nel cuore. E anche solo per questo, per me, sono già un grande gruppo. Quasi già degno della “hall of fame” sopracitata. Quasi. Voto: 7 ½, festa di fine scuola

High Vis live @Trainline Stage (Primavera Sound), Barcellona, 06/06/2025

(entra al 20esimo minuto col fuoco negli occhi) High Vis. Quei matti degli spagnoli si sono messi a pogare con l’outro del concerto di Carolina Durante, ovvero: la sigla di The Office, di nuovo. Io invece, dopo l’ultima nota suonata dai madrileni, mi sono messo a correre verso il mare. E la ragione è che gli High Vis, lo sento nell’aria, stanno distruggendo tutto. Sotto al gigantesco pannello solare sento la melodia di Guided Tour che si fa sempre più nitida e in pieno rush di adrenalina penso: madonna come godo! Non mi sorprende affatto che mi ci vogliano quattro secondi di cronometro per entrare in un mosh-pit che, a differenza del precedente, è sofferente, incattivito e decisamente pericoloso. Gli High Vis li ho già visti a febbraio, in una sala concerti parigina. Mi dicevo che al chiuso dovevano essere meglio che all’aperto: dopotutto, sono un gruppo post-punk in purezza ma la loro identità hardcore è talmente spiccata che, se la loro musica evoca lo squallido asfalto bagnato della loro natìa Inghilterra, la loro energia e presenza scenica si prestano bene anche a quegli stanzoni d’America eccessivamente illuminati in cui la gente salta sghembamente dal palco senza tregua. Devo ricredermi: gli High Vis sono belli uguale dappertutto perché, ovunque suonino, irradiano un’aura accecante che unisce il pubblico in un corpo unico. Questa magia riesce ad operarsi perché dietro alla tristezza lacerante delle canzoni, in realtà, c’è un’energia talmente potente che il sottinteso è implicito ma immenso: anche quando la vita ci piglia a pesci di sterco in faccia, non bisogna dimenticare che nel profondo ognuno di noi ha sempre la forza di uscirne. Questo messaggio importantissimo, per me, è il nocciolo della musica degli High Vis. Ovviamente non c’è solo questo: i trenta minuti di concerto che mi spazzano via hanno in serbo anche momenti estatici e alienanti come la favolosa canzone “da club” Mind’s a Lie o ancora momenti di punkezza pura come il riff oi! di Choose to Lose che spezza la folla in due. Quello che mi resta di questo show però, ancor prima delle botte da orbi e dei salti del cantante, è soprattutto un fondo di speranza, che si sintetizza in un verso che mi resterà in testa per giorni: “And are we still lucky to be here?”. Incontro Daniel dopo il concerto: ha la faccia con gli occhi fuori dalle orbite che fa solo davanti ai concerti sconvolgenti. Io e Daniel, a parte qualche dubbiosa storia di risorse umane nell’azienda dove abbiamo lavorato insieme, di veri Trauma Bonds per fortuna non ne abbiamo. Ma nel momento in cui solo con lo sguardo ci comunichiamo cos’abbiamo appena vissuto interiormente, io un profondo sentimento di unità lo sento. Voto: 7/8, la fortuna di essere qui

Salem. Ci siamo: tre di notte, nessuna priorità urgente, e tutto il Forum a disposizione. Nella mia ruta previsionale c’era scritto Floating Points, ma nomen omen, resta un flottante punto di domanda: sarà una gran clubbata che mi fa scordare chi sono o un intellettualismo ambient pittorico evitabile? Sarei pronto a prendere il rischio di andare a scoprirlo insieme ai fra, ma Tommaso mi fa: “Ci sono i Salem tra cinque minuti, vediamo che banda ll’è”. Io lo so che cosa si aspetta: di vedere un reboot del “worst concert ever”, quello che gli inventori della cosiddetta witch house fecero al SXSW del 2010 e che, scoprirò in seguito, è uno dei video cringe preferiti del Bona. Il concerto comincia mentre facciamo la coda al bar e ci cattura subito: una statua bianca della Vergine Maria nel mezzo, sagome oscure che si aggirano sul palco facendo non si capisce bene cosa, luci ipnotiche. E, soprattutto, basi trap ultra-saturate, atmosferiche e liminali… Tommy riceve un messaggio di Marinelli discretamente alticcio che recita: “vi state perdendo il live della vita… fotinpoins”. Ma ormai l’andazzo è chiaro: quel che sta succedendo al palco Schwarzkopf ci sta stuzzicando. E così ce ne restiamo qui, a vedere e ascoltare una band la cui importanza all’epoca non è stata capita, ma che forse è la vera responsabile del movimento cloud rap, che forse è il vero responsabile del movimento hyperpop, che al mercato mio padre comprò. Soprattutto, questo concerto tra l’elettronica e il rap, che sa di inverno nel Midwest sotto effetto di oppiacei, ce lo godiamo ciondolando, zuzzurellando, chiacchierando. In una parola che poco si confà all’unica sostanza di cui facciamo uso, ovvero l’Estrella Damm: sfattonando. Com’è giusto che sia. I marcioni di Traverse City, Michigan anche noti come Salem riescono persino in un’impresa non facile: far nevicare Barcellona a giugno (tramite dei ventilatori e dei coriandoli speciali eh, non è un’allusione alla cocaina; anche se, oddio…). Soprattutto, nei loro cinquanta minuti di set, i Salem non annoiano mai, riuscendo a conquistare anche i più scettici con la forza del loro asset più prezioso: l’aura, aura a dismisura. Voto: 7+, AURA

Salem live @Schwarzkopf Stage (Primavera Sound), Barcellona, 06/06/2025

4AM Kru. Com’era prevedibile, un caos che è composto per un 30% di dispersione dei miei amici, un altro 30% di tassi alcolemici elevati e l’ultimo 30% di musica non proprio intellettuale è calato sul Forum. La 4AM Kru arriva sul palco e svela in cosa consiste il 10% restante: dei bassi che non le mandano a dire a nessuno. La proposta di questi due fattoni inglesi iperattivi è divertentissima: una jungle sborona e spesso dissacrante (“I Just Saw Johnny walking down the street and he’s such a fucking twat”) che, anche se la nascita del gruppo è recentissima, ha un materico sapore anni ’90. È proprio musica che si presta a una fruizione del set disordinata, nel senso festaiolo del termine: saluto e incontro vari amici, salto di palo in frasca, a tratti mi gaso al punto dal voler penetrare più in profondità nel bellissimo cumulo di gente (perlopiù britannica) che sta vivendo situazioni ancora più casiniste della mia. E, soprattutto, mi godo Incognito Rhythm del 2024, uno dei mixtape più ganzi, fomentanti e cazzari che la mia (magra, lo ammetto) carriera di ascoltatore di drum’n’bass e affini mi abbiano mai regalato. Sono mesi che consumo questo disco, lo so a memoria. Perciò, da un lato, mi piace poter cantare le linee vocali, riconoscere le canzoni e tutto quanto. Da un lato, però, me ne accorgo che quello che viene suonato non discosta in quasi nulla da quello che posso sentire sul mio mp3. Non una transizione sorprendente, non un inserto interessante, non una traccia oscura o inaspettata nel mix; sul palco c’è solo un po’ di live drumming (per le linee di basso, originale devo ammettere), qualche colpetto di drum machine, e poi solo l’hypaggio della folla. È la musica giusta al momento giusto, perciò non mi lamento e, fino a quando non finiscono le ultime note di una Ribena che ho cantato a squarciagola (“Militancy, this a militancy”!), rido e schiamazzo senza remore. Che mi aspettassi molto, ma molto di più, aspetterò un mese circa a comunicarlo a chicchessia. In questo momento non ha molta importanza. Voto: 6-, rave dell’ultimo minuto

(entra al decimo minuto con arroganza) Aya (DJ Set). Do un abbraccio al Falso e a Daniel sul sottofondo delle dubbiose note di Danny J Harle (produttore di Number 1 Angel, il miglior album di Charli XCX, quindi nostro; ma sembra proprio la musica sbagliata al momento sbagliato). Sono da solo ed è tardi, ma mi sovvengo che forse Dave P sta ancora facendo un DJ-set di solo electroclash dentro al fu Boiler Room, ora Cupra Pulse. Controllo gli orari: no, è finito, ma in questa struttura romboidale sita troppo vicino a palchi importanti e che non ha miracolosamente ancora fatto nessun soundbleed c’è ancora una chicca: il XXV Anniversary di Making Time, trapiantato a Barcellona per una notte, si sta chiudendo con un set di tale Aya, mai sentitu. Non posso certo rinunciare ad avere un assaggio di Philadelphia, Pennsylvania in terra spagnola, perciò entro in questa astronave madre e scopro che non solo le visuals sono bellissime (il pannellone solare si riflette sugli schermi a led coperto da un magico effetto fata Morgana), ma che il soundsystem glien’ammolla. E il DJ, non vi dico: la sua techno è bombastica e futuristica, a volte scanzonata, a volte scassona e senza pietà. Mi dimentico di me stesso nelle vibrazioni energetiche della gente che vibra al ritmo di kick assassini che sembrano usciti dai più reconditi dei miei sogni, in linee sintetiche che hanno l’effetto turbo dell’Enterprise di Star Trek. Non c’è niente da fare, Dave P rimane sempre, innanzitutto, un grande selezionatore: di canzoni, di talenti, di luoghi e di mille altre delle cose che ci fanno stare bene. E questa vichinga matta che spara bombe una dietro all’altra stordendomi di piacere è una grande selezione. L’alba arriva per magia e questo momento di “clubbing with myself” è tanto eccessivo quanto liberatorio. Fun fact: si può trovare facilmente il set in streaming su Youtube. È veramente strano, astruso e “cutting-edge”. Non una cosa da ascoltare tutti i giorni. Ma, quando sei lì, l’impressione è quella di star… Voto: 7, facendo il tempo

(la classica punta da mettere dentro per gli ultimi 10 minuti) Amelie Lens. La chiusura del Grande Cupra stasera è affidata alla regina belga della techno. Il voto, ovviamente, non glielo do, perché mi sono veramente sentito solo gli ultimi tre pezzi dai gradoni. Il tempo di fumare una sigaretta, spiccicare due parole a destra e a manca con gli ultimi rimasti e accorgermi che, porca vacca, se Ameliona Benelux è considera una regina della techno una ragione deve pur esserci. Non è solo l’alba davanti al mare, non è solo l’adrenalina della nottata che volge al termine: quella dietro ai deck è veramente una maestria che capita una volta a generazione e per capirlo non ci vuole un esperto di techno (io non lo sono affatto, anzi). Per dieci minuti, mi godo un grande momento di musica. E mi godo anche il piacere di constatare che in questa edizione il Primavera Sound ha esaudito l’unica vera richiesta che avevo l’anno scorso: quella di portare dei DJ-set di chiusura di qualità. Voto: S.V., era ora!


Sabato 7 giugno – Giorno 3

Black Country, New Road live @Amazon Music Stage (Primavera Sound), Barcellona, 07/06/2025

(entra al 20esimo minuto dopo due ore di riscaldamento) Dehd. È al sabato pomeriggio che si vedono i guerrieri. E, in tutta modestia, io e Paolo siamo di quella pasta lì: ore di sonno poche, pesce fritto ingurgitato a La Bombeta tantissimo, sudore troppo. Sotto a una temperatura percepita di circa 54 gradi celsius, ci ritroviamo al Mordorino davanti a una band che non sospettavamo essere un catalizzatore di hype nell’indie pop di oggigiorno. Questo trio di Chicago di notte, attivo da dieci anni ma che ci è del tutto sconosciuto, suona una musica minimalista dalle leggere venature country folk, che si piazza con prepotenza nell’ambito del “caruccio” e mai vi si scosta. Sarebbe un concerto gradevole, ancor di più grazie alla sorprendente presenza di decine fan che cantano le canzoni a memoria (in molti con un cappello da cowboy rosa sul capo: intersezione chapellistica?). Uso il condizionale, perché stare al mondo in questo momento è particolarmente difficile. Voto: S.V., aria condizionata rotta

(esce al 30esimo minuto) Horsegirl. La linea di indie minimalista e anche un po’ malinconico, che tanto si presta ai pomeriggi primaverici e poco a questa caldana, continua manco a farlo apposta con un altro trio chicagoano celebratissimo. E a questo giro siamo un po’ più preparati: la recente release Phonetics On and On è oggettivamente un disco twee-pop interessante, una reinterpretazione moderna e riuscita di grandi classici del passato come i Beat Happening o (per andare ancor di più alla radice), le mitiche Marine Girls di Tracey Thorn. Il mio parere personale, condiviso con praticamente tutti i miei amici presenti, è che questa musica suona decisamente meglio in studio che live, e questo concerto un po’ lo conferma. Detto ciò, la dolcezza delle canzoni e persino le punte di energia rock, che trasformano le nenie indie pop in un qualcosa di più interessante che un semplice clone di quei suoni DIY anni ’80, traspaiono bene: Rock City, per esempio, mi coinvolge niente male, col suo finale che si vuole scassone ma rinuncia a diventarlo (un po’ come quelle ragazze col vestito lungo e i calzini bianchi sotto alle Dr. Martens Polley: l’obiettivo è quello di apparire feral, il risultato ai miei occhi è clean; gasano). Le Horsegirl perciò, col loro stile tutto sommato originale e un piglio assai deciso per essere così giovani (25 anni massimo?) convincono senza abbagliare. Va bene così. Voto: 6, Elaine Benes

Black Country, New Road. Cosa dice un hipster quando va in chiesa a confessarsi? “Perdonami Padre, perché ho detratto”. Onta a me, che ho detto che For the First Time suona come un rip-off degli Slint ma con degli inutili violini klezmer (lo penso ancora) o che Ants From Up Here è palloso (non lo penso più del tutto, anche se…). Onta a me che, non apprezzando granché la voce di Isaac Woods (pur sempre meglio di quella di Geordie Greep!), ho pronunciato frasi come: “I Black Country, New Road sono un gruppo abbastanza inutile, sopravvalutato”. Le vie del Signore sono infinite e perciò, come in una novella Sodoma e Gomorra, la punizione per queste malefatte è caduta dal cielo. Questa volta non sotto la forma di una pioggia di fuoco, ma di un sole rosso incandescente, che sorride beffardo mentre con la mano bollente fa un gesto da pantocratore. Che cazzo si può dire di Forever Howlong, se non che è il miglior disco del 2025? L’anno è ancora lungo, ma sarà difficile farlo schiodare dal trono, perché canzoni di una tale grazia, nel mondo della musica alternativa d’oggigiorno, non le sa scrivere nessuno. E il live dei BCNR non fa che confermare questo talento puro e generazionale: la delicatezza e la potenza nel tocco di ogni musicista è fuori di testa, mentre le sconvolgenti “turns of phrase” ora barocche, ora liriche, ora folk, ma a volte anche squisitamente pop che portano ogni brano verso nuove direzioni si susseguono in una raffica di emozioni. “Che bello vedere gente che sa suonare, ogni tanto” è il giusto commento di Paolo. È vero: la maestria è quella di una filarmonica, che però non suona vecchie sinfonie, ma un rock nuovo e indefinibile. Questo concerto mi ha convinto che la band di Londra (anzi: del Windmill di Londra!, grazie Tom di avermici portato qualche mese fa) è veramente la ventata d’aria fresca a cui mi rifiutavo di credere. E il concerto è favoloso, equiparabile forse a quello che hanno dovuto provare, più di cinquant’anni fa, gli inglesi che hanno visto dal vivo le prime grandi band del rock progressivo. Finisce che mi commuovo profondamente, specie sul crescendo di For the Cold Country: e non è solo perché ho davanti a me il futuro radioso di certa musica che amo, ma anche perché, con una melodia di una tale dolcezza, se la voce angelica delle cantanti non ti scioglie il cuore, vuol dire che nella cassa toracica hai un bidone dell’immondizia. Voto: 8+, parata salvifica di Buffon (con la nazionale)

MJ Lenderman live @Cupra Stage (Primavera Sound), Barcellona, 07/06/2025

Pot-pourri di artisti a cazzo di cane. Una volta ogni due anni circa, questa cosa succede: la portata principale (una devastante combo MJ Lenderman - Cap’n Jazz direttamente dalle cucine d’America) è bene in vista. Solo che ancora non è pronta e per ammazzare il tempo, visto che l’appetito non ci manca, c’è un antipasto e anche un buffet di piatti freddi. Spoiler: non sono proprio leccornie. Cominciamo vedendo Amaia dai gradoni: a differenza di Zaho de Sagazan, la pop-star spagnola (uscita fuori da un talent show, poerannoi) musicalmente mi appare proprio volgarotta: canzonette degne di quel segmento di Sanremo che i vecchi considererebbero “woke” se conoscessero il termine, e che regolarmente arrivano poco sotto metà classifica. Dopo la dose da cavallo di poesia dei BCNR, questa roba è quasi offensiva: ce ne andiamo nauseati. Voto: 4, Amici di Maria De Filippi. E non ce ne andiamo da una persona qualunque, bensì da Alan Sparhawk, chitarrista dei fu Low (che nel 2022 fecero un live paz-ze-sco nell’Auditori). Vi rinfresco la memoria: Sparhawk fu pontatinato da Paolo in questi termini: “I Low sono finiti con la prematura morte di Mimi Parker. Ma Alan Sparhawk continuerà a fare musica, perché è la sua vita, perché è il suo lavoro. E quindi continuerà a fare live, in una forma diversa, che ancora non conosciamo. Non ho dubbi che il Primavera Sound gli offrirà il giusto palcoscenico per farcelo scoprire”. E se il fattore sorpresa era anche un po’ il fascino di questo concerto, trovarci davanti questa leggenda dello slowcore che, con l’autotune a palla e dei trap beats sperimentali (merdosi) in sottofondo, rappa male e fa i gesti gangsta che ci si possono aspettare da chi è cresciuto a Duluth, Minnesota… è troppo. Alan, ti vorremo sempre bene e dispiace anche a noi per la tua perdita, ma io di roba così inascoltabile al Primavera non ho memoria. Voto: 3, prima fase del lutto: negazione. Insieme a Paolo ed Alejandro, inorriditi ancora più di me da questo spettacolo, finiamo per optare per la scelta della disperazione: club music in pieno giorno. Il Cupra Pulse a quest’ora offre Dazegxd, che spinna un footwork spingione, tra il sofisticato e lo scemotto (il sample di Central Cee non deciderò mai se lo bango o lo passo). Per carità d’iddio, non è malaccio, ma c’è ancora un gran solleone, siamo sobrissimi, il pubblico è veramente sparuto e la musica non si presta proprio alla situazione. Ce ne stiamo a guardarlo dal fondo dell’ottagono agitando la testa con convinzione a tratti, sorridendo ad altri, ma il più del tempo nella posa un po’ imbarazzata dell’omino del meme della festa di compleanno, che poi è come verremo immortalati dal canale Youtube ufficiale di Cupra in diversi fotogrammi. Mi sento di dire che il set di Dazegxd non ha grande interesse, ma il video vi consiglio di vederlo: non tanto per scovare noi tre coglioni che siamo lì per sbaglio, ma per apprezzare la tenuta del DJ: occhiali da sole di design, magliazza Supreme e bandana blu svolazzante sotto al cappellino; tanta roba. Voto: S.V., capo del drip. Finisce che ce ne torniamo a vedere Sparhawk che finalmente si è deciso a prendere in mano una chitarra e slowcorare. Senza grande ispirazione, ma tant’è. Una volta ogni due anni questa cosa succede: per un segmento della giornata non c’è una sega da vedere. Lo scherzetto è durato novanta minuti. Più recupero. Voto: 4, pot-pourri di artisti a cazzo di cane, rompendo i coglioni ogni due anni dal 2017

(esce dopo 30 minuti per fare turnover in vista della Champions) MJ Lenderman. Per fortuna, ora si ragiona: stiamo per ascoltare uno dei migliori parolieri folk in attività, e dopo quella masterclass country-rock che è l’incredibile Manning Fireworks (2024), uno dei miei album preferiti della decade in corso, il rischio di vedere un concertone è parecchio, parecchio alto. Il fatto che il set del Lendermanno si intersechi così tanto con quello dei Cap’n Jazz è criminale, il “solape” da bestemmia dell’edizione. Ma non c’è tempo per soffrirne, il momento è troppo perfetto: c’è un’aria magica, la banda suona alternando una delicatezza estasiante con attimi di pop-rock assolutamente nostri, mentre il cantastorie cattura il pubblico con il suo piglio ironico, simpatico ma anche profondamente sensibile. Soprattutto, con me ci sono tutti i miei amici e MJ, il poeta della quotidianità che ci sta facendo sognare, è un po’ come un membro aggiunto. La setlist è bellissima, e durante un’ora verrà suonato quasi tutto l’ultimo album e qualche perla degli album precedenti. È una vera tristezza doverlo lasciarlo in anticipo, ma a che pro essere tristi? È calata la notte e so già che sarà una delle più belle della mia vita, mi sono appena cantato a squarciagola, accendino al cielo, una combo micidiale composta da Joker Lips e Wristwatch. Mentre cammino lungo il mare, in lontananza, sento le note leggiadre di Manning Fireworks. E tra dieci minuti ci sono i Cap’n Jazz. La vita è meravigliosa. Voto: 7 ½, nuovo amico

Capn Jazz live @Trainline Stage (Primavera Sound), Barcellona, 07/06/2025

Cap’n Jazz. Dieci minuti prima che cominci il set, sotto al palco dei Cap’n Jazz non ci sono folle oceaniche. Era assolutamente preventivabile: non siamo né negli Stati Uniti né alla più grande celebrazione del midwest emo che il globo terracqueo abbia mai visto (ovvero il festival Best Friends Forever, dove li ho visti nel 2024). Certo è che la reunion del più grande gruppo emo della storia, da me pontatinata in tempi non sospetti, non ha lasciato indifferente una categoria umana della quale faccio parte: gli iperattivi sovreccitati. Una combriccola di milanesi, giovani adulti (o vecchi adolescenti) cresciuti a screamo e internet cultura, si è accalcata davanti alla transenna e ammazza il tempo urlando a piena voce la copypasta “real emo only consist of…”. Alla vista del mio tatuaggio di Shmapp’n Shmazz promettono di “farmi volare per aria” durante il concerto, frase che solo in quest’unico contesto non suona come una minaccia. A un paio di nerboruti uomini del Freddo Nord, che guardano la scena senza capire, spiego che questi sfoghi mediterranei sono “our girly pop moment”. Non c’è nessun altro gruppo al mondo che, come i Cap’n Jazz, mi faccia sentire così interconnesso con il resto del pubblico: una persona che ascolta questa band deve necessariamente avere una visione del mondo pressoché identica alla mia. E il set dei rocker più casinisti dell’Illinois mostra chiaramente in cosa consiste questa concezione del mondo quasi religiosa. Punto primo: la catarsi è la cosa più importante, è il nostro dio, è tutto. Il cantante che si getta nella folla e urla a pieni polmoni, mentre ci accalchiamo per fare la stessa cosa nel suo microfono, altro non è che l’immagine perfetta di quanto questa musica dolce e furiosa sia molto di più che uno sfogo: è un vettore di unione che ci riconcilia con l’umanità. Punto secondo: tutto è possibile, se ci credi abbastanza. Ogni membro della band appare al contempo tecnicamente mostruoso e visibilmente privo di quegli automatismi e di quei movimenti che li attesterebbe come musicisti “preparati” (cosa ben visibile, ad esempio, nei BCNR). Il suono unico ed influentissimo dei Cap’n Jazz, fatto di un’alchimia sontuosa di chitarre trillanti e distorsioni abrasive, sublimate dai “chop” di batteria di un Mike Kinsella ogni volta stupefacente, è tutto tranne che semplice da suonare, ed è il frutto di uno sforzo della volontà che va quasi oltre allo stakanovismo del punk rock e che sfocia direttamente nel misticismo. Punto terzo (e poi smetto, anche se potrei continuare per ore): la vita è troppo dura per non fare festa. Tim Kinsella è un frontman super-carismatico ma tutt’altro che “good vibe”: se ama parlare tra un brano e l’altro è anche per fare trasparire spesso e volentieri una buona dose di nichilismo e disincanto. La sua stessa musica non è propriamente allegra. Eppure, c’è una giocosità soggiacente, una volontà di spingere sull’acceleratore della sfrenatezza per dimenticare tutto (Forget Who We Are!), che li rendono uno dei gruppi più divertenti da vedere dal vivo che esistano. Penso che la fine del concerto descriva esattamente questo sentimento: un pogo gigantesco con gente sollevata da tutte le parti, un coro di voci spezzate che urlano il ritornello di Take On Me. Poi applausi, saluti. E alla fine, prima ancora di cominciare a prendere fiato, solo abbracci. Voto: 10, il senso della vita

(esce 10 minuti prima della fine per far entrare un difensore e preservare il risultato) Machine Girl. I Machine Girl sono un gruppo di cui io e Daniel abbiamo discusso abbondantemente, fino ad arrivare faticosamente alla conclusione seguente: dobbiamo vederli dal vivo, perché non abbiamo del tutto capito se ci piacciono o no. Non è facile, quando non sei convinto fino in fondo da un gruppo che viene costantemente accostato alle cose che più ami (in ordine sparso: i Death Grips, la liquid drum’n’bass, le e-girls). Detto ciò, entrambi abbiamo un po’ esplorato l’universo sonoro della compagine newyorkese e qualcosa di positivo l’abbiamo sempre trovato. In particolare, WLFGRL (2014) e Because I'm Young Arrogant and Hate Everything You Stand For (2017), sono dischi che rispetto per la loro qualità di essere il primo l’album di rave music parodico per eccellenza (tra hardcore techno decostruita, urla laceranti e momenti di downtempo straniantissimi), il secondo la trasposizione gen-Z del digital hardcore più riuscita che esista. Ripeto: dischi che rispetto, non che amo, vuoi perché comunque colpiscono nel segno in generi che non vibrano profondamente col mio cuore, vuoi perché alla lunga sono un po’ monotoni e dispersivi. Il set dei Machine Girl lo vediamo da lontano, per prendere un po’ d’aria e anche perché non abbiamo aspettative alle stelle. Questi gabberoni maledetti, però, hanno un’arma segreta capace di conquistarci: il metallo. Ebbene sì: nella veste live del gruppo più scassone della scena rave internazionale vi è generosa chitarra distorta, vi sono groove mefistofelici con sedicimila colpi di doppio pedale al minuto e riffoni death assassini. Il tutto, commistionato con grandissima maestria alla techno, alla DnB, e alla trance music. Sembra una miscela impossibile, eppure funziona alla grande: non solo intrattiene, fomenta proprio. Matthew Stevenson (AKA DJ Chaotic Ugly) è un frontman della madonna, salta da ogni parte, ci spunta alle spalle che si arrampica sul booth del fonico; il batterista Mankid è (leggere in spagnolo) “demente”. E così, i quarantacinque minuti abbondanti di Machine Girl che ci vediamo sono una goduria per gli occhi e per le orecchie, un omaggio al metal che, purtroppo, quest’anno è stato un po’ deficitario e soprattutto il concerto “hectic as fuck” che non deve mancare in nessuna edizione. Conclusione, unanime: i Machine Girl ci piacciono. Voto: 6/7, cyber goths dance to Thomas the Tank Engine

LCD Soundsystem live @Revolut Stage (Primavera Sound), Barcellona, 07/06/2025

(esce al 75esimo accompagnato da una standing ovation di un’ora) LCD Soundsystem. E alla fine, tutto converge qui: una combo LCD Soundsystem - Turnstile che ha il sapore di un passaggio di testimone tra il più grande gruppo millennial (assodato) e il più grande gruppo zoomer (probabilmente). Quasi tre ore di musica, una grande scarpinata, danze sfrenate e pogo distruttivo quotati 1:1. C’è stata tanta musica, tanta fatica, tante separazioni, ma ora è tempo per unirci tutti e combattere la battaglia finale. You’re my Waterloo, diceva un rotondo signore inglese col cappello che suonava da queste parti il lunedì sera. Sarà una disfatta napoleonica o un successo immortale? Quando tutta la cumpa si unisce e comincia a penetrare dentro Mordor, guidata dai “topographical insights” del Falso (il nostro ranger), le sensazioni sono buone. Approfittando dello sbazzo generalizzato lasciato dal Central Cee nazionale (pffff), riusciamo ad accaparrarci un bello spazio. Cosa può esserci di più bello? Siamo tutti insieme, contenti, stanchi ma ringalluzziti, a vedere la migliore live band del mondo. E quest’ultima non è una frase che dico a cuor leggero. Ma dopo il loro concerto mostruoso a Lione lo scorso luglio, dopo averli ascoltati a stecca per mesi e dopo la performance senza senso che farà emozionare come bambini Tommaso, Daniel, Tom, Paolo, me medesimo e le migliaia di persone che ci attorniano, non ci sono altri modi per descriverli. Gli LCD sono la classica band da “che cazzo je voi di’?”, il condensato definitivo di... e parte il listone:

Hit definitive. Troppe, troppe canzoni iconiche. Su un set più lungo qualche deep cut ci scappa, ma in un’ora e mezza, visto che stronzi non sono, c’è spazio praticamente solo per pezzi che sappiamo a memoria, che associamo a luoghi, persone, situazioni che esulano il momento presente. Pezzi che fanno parte della nostra vita, e che non si possono non cantare. “You wanted a hit, but baby we don’t do hits”, ascoltiamo praticamente a inizio set. “Sì, un cazzo”, risponde Pol. E ha ragione.

Semplicità spettacolare. Le visuals minimaliste consistono in artifici semplici: un’alba in pura palette di colori, filmati della band ridotti a grossi pixel, linee semplici che ricordano approssimativamente le architetture soniche complesse di ogni canzone. Sono semplici, sì, ma parlano all’anima di ciascuno di noi. Sì, noi tutti qui presenti, la prima generazione della storia ad aver vissuto un sentimento nuovo: la nostalgia digitale.

E ora, ballate! La batteria comincia a mettere gli accenti sui sedicesimi del charlie, la chitarra comincia a suonare qualche accordo tagliente, gli accordi di sintetizzatore si saturano piano piano, il basso inizia ad incalzare. Poi la palla specchiata si accende, partono lumi in ogni senso, le percussioni scoppiettano qua e là, i lead cominciano a spingere, ognuno dei numerosissimi musicisti è “tight as fuck”… Ed eccolo qua, il groove allo stato puro. Non ballare è praticamente impossibile.

Emozioni. Ce ne sono a pacchi, di momenti emozionanti, specie perché il frontman è tra i più espressivi sul globo terracqueo. Ma una menzione speciale la devo fare: io di canzoni che dal vivo mi tocchino tanto quanto Someone Great non riesco a contarle sulle dita di una mano. Quando parte il verso “when someone great is gone” non posso non pensare a Steve Albini, il cui nome è stampato sul booth del fonico. Secondo me, per un attimo, anche James Murphy pensa a lui.

- Punk. Gli LCD Soundsystem sono un, se non il, gruppo dance. Eppure le loro radici punk non scompariranno mai. Si sente, eccome, che sono di New York, figli di una cultura musicale ribelle, casinista e schizzata. Molto del loro fascino è lì, nel sentirci le influenze di un humus musicale così florido: i Talking Heads, la disco music, la no wave. E, in fondo, anche una buona dose di Ramones, che si traduce nel loro amore per la chitarra distorta e le liriche provocanti. Che piacere, perciò, sentirli suonare la loro canzone più ironica in assoluto: la bomba rock North American Scum. Stasera siamo in Europa, la culla della cultura a quanto ci dicono. E, a notte fonda, pendiamo dalle labbra di un gruppo statunitense. “We can't have parties like in Spain where they go all night” suona quasi come uno sberleffo. E gasa.

Tra patriziato e cultura popolare. Come ho già detto, la magia di questa band è che ha al contempo un suono tutto suo e che questo suono non nasconde le sue influenze, numerosissime, eclettiche e, detta molto semplicisticamente, nostre. Anzi, le celebra esplicitamente: a un certo punto sento delle note familiari, già riprese, pensa un po’, dai Big Black. “Hey, ma è una cover di The Model dei Kraftwerk!”, dico ai miei amici ancora più sconvolti di me. Poi la melodia si immerge in qualcos’altro. Tommaso ha un’aria compiaciuta: “I Can Change”, mi fa. Poi sorride: “FIFA 11” “Aspetta, quello con Ronaldinho?” “Nooo, Kakà! Al Real”. E poi, dopo questo scambio surreale, ci mettiamo a vibrare.

Su nessun’altro gruppo ho speso così tante parole in questo pagellone. Perché questi 75 minuti di LCD Soundsystem hanno confermato una verità sulla quale non so perché avessi ancora dei dubbi. Essi sono: Voto: 8/9, la miglior live band del mondo

Turnstile live @Amazon Music Stage (Primavera Sound), Barcellona, 07/06/2025 

Turnstile. Dopo Dance Yrself Clean (bellissima infinita straordinaria esplosiva insensata spettacolare iconica grandiosa eccentrica unica) abbracciamo Paolo e leviamo le tende dal palco Revolut. “Me ne vado col cuore che piange”, dico al mio amico. E non a torto: mi perderò New York I Love You, But You’re Bringing Me Down (maestosa poetica straziante commovente eccelsa idiosincratica fuggevole devastante profonda catartica) e All My Friends (profonda universale avvincente emozionante rivelatoria tremebonda nervosa folgorante brillante fantastica). Che cosa avrà potuto mai convincermi a commettere questa decisione scellerata? Una semplice promessa: quella di un momento generazionale. NEVER ENOUGH è uscito ieri e non l’abbiamo ascoltato, ma tutto, dai singoli alla promozione, fino a quella sorta di release show gratuito e senza barriere in un parco di Baltimore, urlano a un disco di cui si sentirà parlare per decenni. Il “drop” della title-track ci si prefigura come un momento che la nostra discendenza tramanderà all’infinito. Dobbiamo esserci: per la Storia, o per lo meno per la scommessa pascaliana di essa. Ma se NEVER ENOUGH è a mani basse una delle intro più incredibili degli ultimi anni, un sing-along definitivo e un’esplosione poghistica estasiante, il resto del concerto riesce persino a superarla in quanto a iconicità, potenza del messaggio, estro e genio. Lo show revampeggiato dei Turnstile è ancora migliore di quello che ho visto più volte (di cui l’ultima lo scorso giugno): ci sono meno riempitivi inutili, c’è ancora più hardcore e ciononostante ancora più pop (o “hard-pop”, come ho amato definirlo: I CARE è sontuosa). C’è meno bla-bla e ciononostante ancora più “wholesomeness” (LOOK OUT FOR ME che transita da un riff alla RATM a una magica transe collettiva a suon di deep house?, fuori di testa). C’è, per farla semplice, più sostanza. E, cosa ancora più gradita, più urgenza: l’urgenza di aggregare la nostra gioventù in un movimento unito, col fine di capire che sono questo genere di esperienze ad alto contatto umano a renderci forti, forse persino più forti di tutta la merda che i decenni a venire ci riservano e le pezze che dovremo metterci. Il momento più alto del concerto non è l’intro, intrippante e festosa, ma l’outro, concreta e speranzosa: quando in BIRDS saltano tutti e Brendan Yates canta “Finally I can see it, these birds not meant to fly alone” non posso fare a meno di pensare che, se questo mondo che va in malora riuscirà a salvarsi, sarà in gran parte per merito del punk. Voto: 8+, SaveYour Generation

 

Domenica 8 giugno – Giorno Bonus

Madonna mia. La nottata di ieri è stata talmente la Madre di Tutte le Rute che persino il DJ-set di chiusura l’abbiamo mandato a farsi fottere (ultimo pezzo, messo da Danny J Harle o da chi per lui? We Are Family; onesto). Il Forum ci ha regalato emozioni immense, e teoricamente potrebbe continuare a farlo: la line-up della domenica clubbara è, finalmente, di livello. Ma di fronte a un clash Paul Kalkbrenner - Cap’n Jazz che, dio mio, speravo de morì prima, decidiamo di salutare il porto più bello del mondo per il 2025 e dedicare l’ultima giornata, quella dolorante e spaesata, a una selezione di musica dal vivo nei club del Raval come non se vedevano da anni, una Ciutat che, per citare Il Falso, è “un festival dentro al festival”. Il sistemino del cazzo delle “reservas” non è stato proprio privo di ansiette ma, insieme a lui, anch’io e Daniel l’abbiamo più o meno sfangata. A delle 20:30 che sembrano al contempo le 15 e le 3 del mattino sono dentro al Paral·lel 62. Comincia l’ultima danza.

Kim Deal live @Paral·lel 62 (Primavera Sound), Barcellona, 08/06/2025

Comic Sans. Come l’anno scorso, il gruppo d’apertura spagnolo me lo ciuccio da solo. Del resto, è risaputo che, nella cumpa, quello col feticcio degli opening act e delle band locali sono io. Se l’anno scorso le valenciane Las Petunias erano riuscite a regalarmi una buona dose di simpatia e freschezza con il loro pop-punk dalle tinte twee, va detto che i baschi Comic Sans, pure se almeno ci provano, non danno grandi risultati. Il problema dei ragazzi di San Sebastian non è né l’amatorialità, né l’inefficacia. Quello che fanno lo sanno fare bene, il problema è che quello che fanno è un midwest emo revival in spagnolo che saccheggia i The Get Up Kids, probabilmente il gruppo che mi piace di meno nel mare magno di quelli che ricordiamo come i grandi dell’emo anni ’90. Come per la “real thing” (di cui potete trovare una disamina perché li ho visti a ottobre 2024), il concerto mi intrattiene ma non riesce mai a catturarmi. Sono cosciente che è un problema mio ma un fondo di indifferenza, questa musica troppo distante dalla sua radice hardcore e dalle velleità troppo pop per sfociare nel math, me lo risveglierà sempre. Perciò, pur trovando simpatico il microcosmo millennial nostalgico, tra riferimenti a Dragonball, a Pro Evolution Soccer 6 et similia, le formule manieriste del quartetto spagnolo, tra arpeggini e power chords leziosi, finiscono per annoiarmi. Solo il loro eroismo, quello di suonare una musica così fuori contesto nel loro paese, nonché di essere essenzialmente quattro impiegati (ce lo confermano a parole, ma non ce n’è bisogno), riesce a farli arrivare vicini alla sufficienza. Voto: 5/6, mid basque emo

Cap’n Jazz. Penso che un altro pippone come quello che ho scritto riguardo al set di sabato sera non lo vogliate né leggere voi, né scrivere io. Quello di stasera è praticamente lo stesso concerto di ieri, ma al chiuso. Perfetto uguale, se non più perfetto. Non posso aggiungere nient’altro. Al limite, una citazione di Rodrigo De Paul: “Dale, pasa. Diez. Diez, boludo, dale. Dale, boludo”. Voto: 10, il senso della vita, ma al chiuso

Kim Deal. Alla domanda, provocatoria e maliziosa: “Chi è la persona più leggendaria a suonare quest’anno al festival?”, per anni, si poteva tranquillamente rispondere: “Steve Albini”. Ma ora che il frontman degli Shellac non c’è più, la domanda ha una risposta molto meno scontata. I miei due centesimi, quest’anno, io li do a quella che forse è la regina madre dell’indie rock americano: Kim Deal. Fiera dell’uscita di Nobody Loves You More (2024), disco che mi è piaciuto un casino, la cantante di Dayton, Ohio ha intrapreso quella che non fatico a credere come una delle tournée più ambiziose della sua vita: ad accompagnarla, in più di una formazione rock classica, ci sono fiati, coriste, archi… insomma, una madonna di gente. Ed è vero che, dopo il giusto visibilio che accompagna la sua venuta e la visione della maglietta che porta (quella con Albini nel logo dei Raiders), le prime canzoni che vengono suonate danno subito sfoggio di arrangiamenti eleganti e dettagliati. Eppure la combo da lacrime Nobody Loves You More seguita da Coast non lascia spazio ai dubbi: questo è indie rock, puro e duro, di quello che ti entra nel cuore senza bussare. Persino Kim Deal, pure se non li dimostra mai nella vita, ha superato i sessanta da qualche anno, a riprova che gli anni ’90 che tanto si celebrano qua dentro siano ormai roba da vecchi. Ma la sua garra, il suo sorriso, le sue melodie e la sua voce ruggente non lasciano spazio a dubbi: la miglior decade della musica indie sono i ’90s, ed è anche il merito di rocker eccezionali come lei. E perciò, finisce che per metà del concerto celebriamo con sorpresa e gioia smisurata quegli anni lì: dopo le migliori canzoni del suo nuovo album, la midwestiana mette in scaletta pezzi su pezzi delle The Breeders, in un greatest hits devastante: dalla granitica No Aloha alla mega-hit Cannonball, dalla sferzante Happiness is a Warm Gun (non una cover, ma una trasfigurazione di quella dei Beatles) fino alla dolcissima Drivin’ on 9. Per me, è come essere un bambino in un negozio di giocattoli: sono in visibilio. E il finale con Gigantic dei Pixies (da Surfer Rosa, l’album più ‘90s degli ‘80s) è tipo il castello dei Playmobil, una gioia pura e definitiva, “a big big love”. Niente da fare: finché c’è gente che la ama quanto Kim Deal, o quanto noi, questa musica non solo non morirà mai, ma non invecchierà nemmeno. Voto: 7 ½, il nostalgia act che ci meritiamo

The Jesus Lizard live @Paral·lel 62 (Primavera Sound), Barcellona, 08/06/2025

The Jesus Lizard. Questo Paral·lel 62, che sembra quasi l’omaggio a Steve Albini che l’anno scorso il PS non è riuscito ad imbastire, sta arrivando alla sua conclusione. Su di giri come non mai per le gioie che questa line-up cristologica sta regalando, nonché per aver scambiato due parole con un amabilissimo Tim Kinsella, ho dimenticato ognuna delle numerose debolezze fisiche che ho accumulato in questi giorni. Sindrome dell’immortalità, la chiamano alcuni. Non proprio la patologia più indicata da contrarre poco prima del concerto che, per usare le mie stesse parole, più di ogni altro risveglia “un sentimento atavico: la paura della morte”. Ovunque ci si trovi, lo show dei The Jesus Lizard è una delle cose più folli che si possano vedere in una vita di musica dal vivo. Il cantante David Yow, che nessuno avrebbe mai visto avere parvenze di sobrietà a un suo concerto, è un pazzo furioso: fin dalla prima canzone, una scellerata Mouth Breather (il cui titolo è stato inventato da Albini: cento punti se sapete a chi si riferiva), il nonnetto punk rocker decide di mettere a repentaglio la sua vita gettandosi sul pubblico. Mentre la banda, precisa e calibrata alla perfezione, suona il rock’n’roll arrugginito ed affilato che ha fatto entrare il quartetto negli annali, nel pit succede di tutto e di più: una baraonda forsennata che si sposa benissimo con questa musica animalesca. E il resto è storia: il miglior gruppo noise rock di sempre (sì) regala a Barcellona un concerto fuori di testa su tutti i fronti, che siano quello del carisma, della potenza sonora, o ancora del songwriting. Un concerto, peraltro, generoso, con un ricco encore e pure delle cut abbastanza rare da ascoltare, una su tutte una Monkey Trick veramente devastante. Un concerto che resterà impresso nella mente di tutti e, nel mio caso, anche nel corpo. Durante un crowd surfing sbilenchissimo verso la fine del concerto sbatto la schiena e avrò dolori per una settimana buona. Non è la prima né l’ultima volta che mi succede, ma forse è l’unica in cui nel fondo del cervello mi sfiora il pensiero che potrei starci rimanendo. È inaspettato e doloroso quanto basta per provare, oltre all’adrenalina, la buona vecchia paura della morte. Una sensazione sottovalutata. Voto: 7/8, automobile che sbanda

Chat Pile. Non vi preoccupate, sto bene. Benone, persino: non abbastanza da pogare, ma abbastanza da fare chiusura come del resto era previsto. Con un Falso e un Daniel contentissimi di aver visto i Jesus Lizard due volte in tre giorni (per il primo è il gruppo di culto dell’edizione, per il secondo la più bella scoperta), entriamo in una 2 de Apolo che ha un’atmosfera da ultimo tango. Gran film, Ultimo Tango a Parigi: sarei quasi curioso di sapere cosa ne pensa Raygun Busch, il cantante dei Chat Pile. Perché il baffone in questione, “dad bod” bello in vista e look da “uno di noi”, non appena monta sul palco comincia a ragionare di pellicole spagnole. Deliri innocenti di un geek cinefilo. Ma poi parte la musica, ed è probabilmente lo sludge metal più contorto, dissonante e bestiale che io abbia mai sentito. L’impatto sonoro è devastante, una mazzata che stordisce tutti (in particolare Daniel, che ridona sfoggio della sua classica faccia stupefatta). E ancor più della potenza del suono, è il songwriting a farci cadere la mascella per terra: pur avendo dei riff doomici (talvolta meshugghici) pesantissimi, i quattro dell’Oklahoma non si compiacciono mai nella ripetitività, ma al contrario partono in esplorazioni (a)melodiche ambiziose, mentre il carismatico vocalist, tra spoken word a sfondo politico e berci hardcore nichilisti, colora la tela di sfumature di nero e grigio. La musica dei Chat Pile è decisamente “bleak”, ma lo è in modo quasi giocoso, come se la band volesse dimostrare attraverso un savoir-faire demolitivo un’eroica strafottenza verso la conformità sociale in un mondo che sta bruciando. Il fatto, esilarante, che il frontman parli solo e soltanto di film tra una canzone e l’altra va quasi a rinforzare questa loro attitudine punk. Com’è, del resto, decisamente punk che un gruppo metal faccia una cover dei Nirvana: la loro versione di Scentless Apprentice è una vera manata nel muso, nonché l’ultimo (forse) inconsapevole omaggio all’Albini nazionale, che questa sera ne ha ricevuti assai. I Chat Pile sono un gruppo che non assomiglia a nessun’altro, cosa più unica che rara nel panorama del metal contemporaneo. Senza cercare strane commistioni, sono riusciti a trovare un suono tutto loro, cupo e oscuro ma sempre avvincente, e a mettere su uno show che è qualcosa di più di un semplice assalto sonoro: è una riflessione, scherzosa e disincantata quanto rabbiosa e potente, sulla condizione umana nell’antropocene. Un finale veramente eccelso. Voto: 8, instant classic

Chat Pile live @La 2 de Apolo (Primavera Sound), Barcellona, 08/06/2025

Conclusione

E così, un’altra folle edizione del Primavera Sound è andata.

L’anno scorso ho pubblicato il primo “pagellone PS” della mia discreta carriera primaveristica. L’ho fatto nel modo più succinto, quasi asettico, possibile. E se così è stato, è perché sentivo il bisogno di rispondere a un’implicita e martellante domanda di fondo: vale ancora la pena andare al Primavera? È ancora il festival giusto per noi malati di musica? È ancora una terra promessa? Avevo risposto a questa domanda facendo persino un elenco di cose che non mi erano piaciute troppo (la shrinkflation nel numero di palchi, DJ-set dubbiosi, certi headliner che stonano). Sarei anche pronto a rifarlo, se non fosse che quest’anno non ne ho punta voglia. Un festival perfetto al 100% non può esistere ed è una cosa di cui prendere atto. Anche il Primavera ha i suoi difetti (quest’anno, su tutti: il marketing delle “pop girlies” di stocazzo, un paio di slot un po’ vacui), ed è una cosa con cui, ormai, convivo serenamente. Così come, ormai, convivo serenamente con la convinzione che questo festival è al contempo casa e avventura, serenità e scoperta. Ogni anno il Primavera ha tanto, tanto da offrirmi. Basta guardare la media dei voti per rendersi conto che la qualità della musica, se scegli le rute migliori (che non per forza sono le più giuste), è semplicemente stratosferica.

E così come l’anno scorso ho parlato molto poco delle congiunture della vita, delle separazioni e dei ritrovamenti, degli incontri e delle chiacchierate, degli accordi e dei disaccordi, quest’anno ho deciso che non valeva la pena di eliderle. Quello che è bello ricordarsi, del Primavera, sono anche queste cose qui. E se c’è un fattore supplementare che mi spinge a tornare a Barcellona ogni anno, è che insieme a me verranno degli amici fantastici che renderanno l’esperienza ancora migliore. Ho già dedicato loro non solo l’intero articolo ma anche svariati racconti di malefatte che avrei potuto risparmiarmi. Forse, alla fine di una blog entry che ci ho messo un mese e mezzo a scrivere, è bene che non mi dilunghi oltre. È stato bellissimo e indimenticabile. Grazie a tutti.


***

P.s.: Ma sì, chi se ne frega. Ho immortalato a parole un sacco di momenti incredibili, non vale la pena andare “all the way” e sparare anche una carrellata di foto ricordo più o meno sceme? Eccovela qui. Fatene quel che volete. 

OMG Sabrinaaaaa 😍 
>mfw I go to Parc del Fòrum and leave after 30 minutes
Prima il dream pop...
... poi il piacere!
"He will never be in good shape at the Dave P set!"
*spits cereal*
Per fortuna Tommy era un po’ più in forma quando ha incontrato Dio
Rutatori seriali...
... e mangiatori professionisti! 
Solo per i più temerari
Dont try this at home
Oddio Paolo ti prego pure le patatas bravas no per favore
A tavola leoni, sotto palco con 40 gradi coglioni
Rarissimo avvistamento di RIQUI
E ridendo e scherzando si è fatta lalba
       Dunque è a questo che serve l'Auditori quest'anno...
I cugini d’America!
“Fotinpoims”! Marinelli ti si vole bene
Still House Plants in giro per strada all’alba
Dialogo tra premi Nobel
Real OG 🫡
The chiusura boys
Con Tim Kinsella: mi tremavano le gambe vi giuro
The chiusura boys (a la Ciutat)
The end.