Introduzione
Non ho memoria di
un ritorno dal Primavera Sound in cui non fossi neanche minimamente stonato.
Paradossalmente, il ricordo più vivido che ho dei sette esodi da Barcellona operati
in domeniche o lunedì di inizio giugno, è quello del più surreale: una mattinata
del 2018 in cui, dopo la chiusura di DJ Coco, io, Paolo ed Alessandro avevamo fallito
il nostro tentativo di fare after guardando Koyaanisqatsi e ci eravamo
semplicemente ritrovati all’aeroporto di El Prat con addosso un’ora di sonno e
una vaga ubriachezza residua che rendevano la realtà ovattata e nebbiosa.
È mentre ripenso a
quelle sensazioni adolescenziali che mi accorgo di stare diventando adulto: oggi
posso permettermi di stare un giorno in più a Barcellona, fare il check-out
dall’albergo piuttosto tardi, spendere qualcosina in più ma avere il gigantesco
conforto di poter tornare in treno invece che in aereo. Eppure, ancora oggi,
non riesco nemmeno ad immaginarmi di percorrere perfettamente lucido e riposato
il tragitto per tornare dal Primavera alla vita quotidiana. Comincio a scrivere
qualche paragrafo mentre il TGV sfreccia tra tunnel e scorci della verde
Catalogna ma, tra le palpebre socchiuse, le dita poco agili sulla tastiera e la
mente che vaga qua e là, avere una scrittura centrata ed efficace è tutt’altro
che semplice. La verità è che sì, stamani mi sono svegliato e ho constatato che
per l’ennesimo giorno di fila ho dormito meno di quanto faccia di solito e sì,
mentre mangiavo croquetas, pimientos e calamares non ho potuto resistere a bermi
due di quelle birre spagnole che, nei loro calici brillanti, hanno un aspetto
molto più appetitoso di ogni pinta italiana, francese o commonwealthiana che
sia. Ovviamente, non è questa la ragione ultima del mio essere lesso. È che, per
un attimo, ho pensato che le mie giornate potessero davvero consistere nel
vedere concerti uno dietro l’altro, e il mio mestiere predisporre al meglio i
miei itinerari. Per un attimo mi ci sono quasi abituato, a vedere l’alba ogni
giorno e ad addormentarmi con una canzone bellissima che risuona, fresca fresca
di impianto da 50.000 watt, nella mente. E ora che è finito un altro Primavera,
che il luogo dove passo la più grande parte del mio tempo non è più il Parc del
Forum e che per accumulare una tale quantità di musica dal vivo di qualità ci
metterò mesi e mesi, tornare a casa non è mai sembrato così straniante. Non ci
si abitua davvero mai.
Vi sarete accorti
del fatto che non ho pubblicato scritti per più di sei mesi. Niente di cui
preoccuparsi: sto bene, vado spesso a concerti eccellenti, ascolto
continuamente dischi che mi cambiano un po’ la vita e ho persino ancora qualche
idea originale nella capoccia. Il mio semestre sabbatico lo devo, al massimo, a
un cocktail di pigrizia, impegni pressanti, cali di ispirazione e, perché no,
un voglino segreto di vedere cosa succede quando un blog musicale indipendente
resta abbandonato per sei mesi dopo un anno e rotti di entries frequentissime (verdetto
finale: un cazzo).
Ecco, sappiate che
negli alienati giorni del ritorno alla normalità dopo il Primavera Sound, di
mie notizie ne avrete finché vivrò e che queste notizie si ritroveranno concentrate
in quel meraviglioso rituale che è il pagellone. Le ragioni per cui il pagellone
è irrinunciabile sono diverse. La numero uno (la più importante), è proprio il
fatto che scrivere è ciò che più mi aiuta a tornare piano piano sul pianeta
terra, quello con la T minuscola, in cui si va in ufficio la mattina e si
telefona a gente con cui non si ha voglia di parlare. Ho bisogno di tenere ancora
un po’ il Primavera al mio fianco e, senza il pagellone, penso che potrei farlo
soltanto refreshando di continuo il subreddit, leggendo le sezioni commenti in
modo spasmodico o, peggio, ammorbando di racconti concertistici amici e
conoscenti a cui presumibilmente non importa una ceppa. La ragione numero due è
che io alle tradizioni ci tengo, ed è per questo che ogni anno non solo devo
scrivere il pagellone, ma anche: sedermi un attimo in spiaggetta prima del
primo ingresso al Forum, sfondarmi di pesce fritto alla Bombeta, bere almeno un
Aquarius, sedermi su quel pochissimo che resta (sigh) de “la collinetta” nel
momento in cui le energie sono al limite, e tante altre cose. La ragione numero
tre è che la fine del Primavera coincide anche con la fine della stagione di
Seria A e che, in quel breve e noioso limbo in cui i club non ci regalano né
calcio giocato né calciomercato, in qualche modo l’ossessione per il pallone va
sopita: niente di meglio, perciò, di una bella pagella a immagine e somiglianza
di quelle delle peggiori testate sportive, a cui dedichiamo ogni anno un tempo
che basterebbe a finire Guerra e Pace. Quando dico a immagine e somiglianza,
non mi stancherò mai di ripeterlo, si intende in primis che i voti sono dati
con massima severità e che solo una performance inaudita può convincermi a superare
la soglia di eccellenza del sette e mezzo. In secundis, le prestazioni degli
artisti verranno analizzate come se fossero quelle di calciatori, con tutto ciò
che la gimmick comporta.
Ho già parlato
abbastanza quindi è ora di buttarci a capofitto nel racconto dei quarantacinque
(!!!!!) set sui quali mi sento di voler spendere qualche parola. Ma prima,
avevo piacere a salutare, ricordare ed omaggiare i miei principali quattro
compagni di Primavera, amici miei e del blog, che verranno citati a più riprese:
Paolo, il veterano con cui ne ho vissute di ogni su questo lembo di cemento tra
la città e il mare, il miglior coinquilino del mondo e il custode dello scettro
del patriziato; Daniel, fedele compare di grande musica dal vivo in quel di
Parigi, neofita del PS eppure già scafatissimo, nonché eccellente conoscitore
di undercards, perlopiù elettroniche, esotiche e valevoli; Tom il Falso, il
nostro faro verso le terre di oltremanica, che ogni anno scende da Londra e ci
dà buona uva non solo grazie al suo sguardo albionico sempre ben allenato, ma
anche grazie a una gioiosa voglia di trincare che, a sud di Dover, non ha
praticamente eguali.
Il pagellone, però,
non posso che dedicarlo al più pirotecnico dei miei fratelli: Tommaso detto
Bona, con cui ho vissuto tutti i miei Primavera dal 2018 in là. In una breve
parentesi fiorentina prima dello sbarco a Barna io e Tommy ci rivediamo un paio
di volte per chiacchierare, ascoltare musica e scherzare insieme. A causa di
una storia di accrediti stampa finita male, quest’anno lui non verrà al
festival e non posso nasconderglielo, mi dispiace un bel po’. Anche lui se ne
rammarica, nonostante abbia passato mesi a bubare sulla line-up come suo solito.
Poi, mentre mi faccio spazio tra la folla per mollare il concerto degli Idles con
lieve anticipo, incontro un suo amico, il Marinelli. Ci scambiamo due parole,
poi mi sento toccare la spalla. Mi giro, e mi ritrovo davanti il Bona.
Allucinazione? Glitch nella realtà? No, in realtà è solo un elaborato
scherzone. Ridiamo per tre minuti senza sosta, ci abbracciamo e cantiamo il
ritornello di Never Fight a Man With a Perm a squarciagola. È stato
forse il momento più magico del mio Primavera, a riprova che c’è solo una cosa
importante quanto la musica: gli amici. Caro Tommaso, a questo giro l’unico
dieci in pagella (forse) ve lo beccate tu e il tuo Schema Bonzi. È giusto così.
Mercoledì 4
giugno – Giorno 0
Le mie Jornadas Inaugurales, da qualche anno a questa parte, sono
quantomeno bislacche: in effetti, non posso esimermi dall’andare a tirare due
scaracchi nel mitico Parc del Forum in versione demo (dove l’unico palco
accessibile oggi ospiterà quattro act destinati alla popolazione tutta). È una
tradizione piuttosto simpatica, un modo come un altro di rivedere, oltre che i
concerti, un luogo del cuore che non sapevi ti mancasse così tanto. Come l’anno
scorso, però, un evento esterno mi allontanerà prematuramente da questa serata
di musica all’aperto: non più una finale di Conference League, bensì un
concerto esclusivo dei Beach House al Razzmatazz che per puro caso sono
riuscito ad accaparrarmi nel nervosissimo momento delle “reservas”. In qualche
modo, anche se mi perderò roba stuzzicante tipo Hinds e Caribou, è una
benedizione, perché questa giocata mi concede tutto il tempo del mondo per
sfondarmi di tapas e arrivare ben rifocillato a un’edizione serale del
Primavera a la Ciutat che raramente è stata così clubbara.
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| Beach House live @Razzmatazz (Primavera Sound), Barcellona, 04/06/2025 |
Llum. Una cosa tendenzialmente positiva che
caratterizza il Primavera Sound da che lo frequento? La promozione di artisti
locali. Caschi il mondo, nella giornata inaugurale il primo act dev’essere per
forza originario dell’area metropolitana di Barcellona, e anche se non sempre
gli si presta grande importanza (l’anno scorso c’era una tale Maria Jaume,
dimenticatissima), a volte il localismo ci offre vere e proprie rivelazioni (El
Ultimo Vecino furono scoperti da Paolo proprio al Forum, alle 18 di un mercoledì
del 2016). Una cosa tendenzialmente negativa che caratterizza il Primavera
Sound da che lo frequento? Un’indulgenza un po’ troppo spinta nei confronti di
un genere che, pure se volessimo usare il termine meno offensivo possibile,
sarebbe difficile definire in altro modo che “puttan-pop”. Già nel lontano
2018, ricordo che l’annuncio della line-up fu preceduto dall’esibizione in
streaming di tale Aida Tibak, la cui De Lao a Lao lasciò in tutti un
certo sconcerto. Uniamo le due cose e otteniamo Llum, ovvero uno spettacolo che
concentra sul palco tutti gli elementi essenziali di un qualsiasi corteo pride.
Sommersi dal’ampio range di manifestazioni di gioia e orgoglio quali bandiere,
coreografie, voguing, perreo e slogan vari, ci si dimentica quasi che ci sono
anche delle canzoni che stanno venendo suonate (da una band!) e cantate (con un
quintale di autotune…). Sono pezzi tutto sommato accettabili, talvolta bruttini
(la shakiriana techno equestre di A GALOPE) talvolta simpatici
(l’omaggio all’house di Chicago di 92), godibili soprattutto perché lo show
è perfettamente calibrato su una soglia di 35 minuti sufficientemente brevi per
non annoiare mai la demografia maggioritaria dello show, ovvero nerdacci mezzi
ubriachi già a metà pomeriggio che, per quanto alleati della causa, non si
rivedono più di tanto in tutta questa locura. Voto: 6-, drag queen sulla
metropolitana
Beach House. Vi faccio una devastante confessione:
non sono mai stato un grande fan dei Beach House. In generale, sono uno di
quegli act indie un po’ di culto che, nonostante l’approvazione prorompente di
critica e pubblico che hanno ricevuto, io non capisco appieno. Un po’ come i
Pearl Jam, i Verdena oppure Tyler, the Creator. Detto ciò, proprio come per i
sopracitati, non posso negargli un paio di fattori oggettivi, come la rilevanza
culturale seppur nella nicchia (niente da fare, il golden standard del dream
pop contemporaneo sono loro) oppure, ancora più che per i sopracitati, la
bellezza e maestria dimostrata in alcune canzoni (so già che durante la mia
vita, a meno di un concerto da via di Damasco, non ci sarà probabilmente un
solo album del trio americano che mi resterà nel cuore; certi pezzi, in
compenso, sono davvero curioso di sentirli dal vivo). Il Razzmatazz, sala
concerti bella grossa e bella buia ma sorprendentemente accogliente, alle 19 è
strapieno di gente che desidera i Beach House. E ai Beach House, mannaggia a
loro, piace farsi desiderare: non solo salgono sul palco con mezz’ora di
ritardo (errore grave, ancor di più dopo aver finito in anticipo) ma teasano
anche due volte Levitation, forse la loro migliore canzone, senza
riuscire a suonarla per più di trenta secondi. Il loro chitarrista esce persino
dal palco, alimentando un’atmosfera da perfetto psicodramma. Poi tornano e,
dirimendo dubbi e tensioni, fanno finalmente il set che ci si aspetta da loro.
Un set che è sì un po’ asettico, che effettivamente macina uno dietro l’altro
pezzi la cui formula è spesso prevedibile (tremolo picking sugli acuti,
batteria minimalista, tappeto di synth e via), eppure che ha anche una discreta
quantità di momenti memorabili. Per me che sono un profano, sono proprio le
hittone come Myth o Space Song (eh oh) a farmi dire: “Che je voi
dì”, ma devo dire che anche cut meno convenzionali come Lazuli o
(probabile highlight) Lemon Glow mi hanno catturato. Inutile girarci attorno, sono veramente belle. E per un’ora e venticinque, anche se in uno stile
non del tutto consono ai miei gusti, di canzoni belle posso pure ascoltarne.
Paradossalmente, persino con più piacere che per le due ore pattuite. Che lì
forse mi stracciavo i coglioni. Voto: 6+, vorrei odiarli ma non ci riesco
Jawnino. Ho appena finito una cena opulenta in
solitaria e, sempre in solitaria, me ne vado a La 2 de Apolo (casa) proprio
mentre Caribou suona le ultimissime note di un concerto al Forum che hanno
trovato tutti mirabolante. “Mannaggia”, penso mentre mi ascolto gli ultimi
minuti di Boris Bidjan Saberi, equivalente primaverico del DJ-set hip-hop delle
serate del liceo negli spazi occupati (con tanto di Push It di
Salt-N-Pepa a chiudere). “E vabbè dai”, penso mentre sale sul palco Jawnino,
rapper inglese dall’aura misteriosa sul quale le descrizioni del sito del PS
non hanno lesinato a sciorinare narrative. Il ragazzo, in realtà, di misterioso
ha solo il fatto che se ne sta incappucciato e che ciondola un bel po’. Sennò,
è veramente l’archetipo dell’MC inglese contemporaneo: parla di Londra in ogni
canzone, rappa su strumentali di influenza UK garage, jungle o grime ed ha al
suo seguito una piccola cumpa di fan che, sotto al palco, fanno un po’ di
casino e cantano tutti i testi (su Westfield provo ad accodarmi anch’io).
Non posso negare che mi diverto: il tutto è ballabile, energico e simpatico.
Ma è anche un piacere effimero: pure se non escludo di riascoltare Jawnino, la
sua oretta (risicata) di set non mi lascerà niente di che. Tanto che quando
finalmente mi ricongiungo con il Falso gli dirò: “Se vai a zonzo a Brixton un
sabato pomeriggio secondo me ne trovi uno bravo uguale per strada”. Voto:
5/6, wagwan
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| Dave P live @Sala Apolo (Primavera Sound), Barcellona, 04/06/2025 |
Fcukers. La serata è entrata nel vivo per
tutti, nel senso che: uno, finalmente siamo nel fulcro dell’azione, la mitica
Sala Apolo, due, abbiamo bisogno di riposare le gambe e tre, siamo ormai
abbastanza disinibiti da fare cose poco educate. Mentre Nathan Shepherd di BBC
Radio 6 (equivalente primaverico di un DJ-set pettinato al fu Motel) finisce la
sua selectina con House of the Jealous Lovers, io e Daniel scoviamo su una
delle balaustre laterali un paio di posti dove appollaiarci ed appoggiare piedi
e bevande su un tavolino che in teoria è destinato solo a queste ultime. Questa
posizione leggermente sopraelevata è perfetta per decretare se i Fcukers,
l’ennesima nuova sensazione newyorkese che si riallaccia a tradizioni club
music nostalgiche quanto volgari, sono zuppa o pan bagnato. Bastano due pezzi,
infarciti di visuals tardo-capitalistiche “dank” e mezze sfocate, bassline un
po’ (s)leziose e soprattutto mille mossette della cantante in acetato (e in
spudorato playback) per farci sentire sulle papille gustative un sapore di
baguette fresca fresca di lavandino. Negare che il concerto non sia divertente
sarebbe veramente una sentenza da “Killers of fun”: la batteria spinge i
suoi ritmi house con fotta e l’immaginario urbano marcio e festaiolo dei
Ftotitori (con tanto di graditissimo scratching) tutto è tranne che antipatico.
Alla fine, l’hittona devastante Bon Bon la balliamo e cantiamo pure noi,
con in faccia un sorriso che sottintende però un sospetto: l’electroclash
revival è realtà da circa un annetto: non starà già cominciando a rompere i
coglioni? Voto: 6-, freaky sleaze
Kelly Lee Owens (DJ Set). È finalmente arrivata
l’ora di discotecare sul serio e devo essere sincero, non ero sicuro che
questa missione non scontata potesse essere adempiuta da miss Kelly Lee Owens,
produttrice e vocalist di una housettina leggera (inoffensiva?), orecchiabile
(banale?) ed eterea (noiosa?) che ad un ascolto distratto dell’ultimo album
Dreamstate mi aveva ricordato, alla lontana, persino magniloquenti tamarrate
tipo herr Ben Böhmer, dio ce ne scampi e ce ne gamberi. Eppure, dal primo
istante in cui questa elegante DJ dall’allure di una nemica di 007 prende
possesso dei decks, capisco che mi stavo sbagliando alla grande: la tech-house
dalle piacevoli venature progressive trance che l’inglese spinnerà per due ore
spaccate è penetrante ed estatica, eppure non disdegna mai il groove. È un
sound onnubilante, nelle sue diramazioni anche simpaticamente acide, che però
concede ogni tanto qualche momento di respiro, ariose transizioni ambient, e
inserti vocali edificanti (tra cui spicca un suo cavallo di battaglia: Everything In Its Right Place (Gigamesh Disco-Tech Remix)). Nonostante qualche anda e
rianda tra pista, bar, tavolo e zona fumatori, la dancefloor scura e
scintillante ci richiama sempre al suo abbraccio di velluto. Perché la maestria
di Kelly Lee Owens, sia nelle manovre che nella selecta, ancor prima che ipnotica,
energica o intensa, la si può descrivere con un aggettivo un po’ desueto nella
club music di oggigiorno: raffinata. Voto: 7+, eau de parfum
(esce al 90esimo minuto solo per prendersi la standing ovation) Dave P. L’anno scorso, a Dave P ho dato il
roboante voto di 10, un po’ per ridere, un po’ perché aveva fatto una chiusura che non
poteva essere migliore (non ve l’avevo detto, ma la sua ultima traccia era
stata Do You Remember the First Time?, e questo basta). Il mio omaggio
all’ormai leggendario DJ di Philadelphia era ovviamente ironico: nella
notazione di stampo calcistico (marchio depositato dalla Comunità Pagellistica
di Sant’Egidio) superare l’8 ½ è quasi impossibile. È anche vero, però, che io
fatico ad immaginare DJ-set migliori di quelli di Dave P: la sua tecnica è
emozionante, materica, tangibile; l’ampiezza della conoscenza musicale che
dimostra in ogni occasione è sempre stupefacente; il suo stile è inarrivabile. Eppure,
nella miscela di elementi che fanno di Mister Making Time il mio DJ preferito
in assoluto, c’è un elemento importantissimo che merita di essere citato:
l’eroismo. Dave P è un eroe perché suona un set di tre ore stasera, uno di due
ore sabato sera e uno di due ore e trenta domenica sera e perché, anche se
assisterò soltanto a quello del mercoledì, mi sarà riferito che tutti e tre
saranno diversissimi e fighissimi. Dave P è un eroe perché, nonostante suoni
più di chiunque altro al Primavera Sound, sarà avvistato a ruzzare per il Forum
più volte, sempre disponibile a scambiare due chiacchiere e ridere. Dave P è un
eroe perché in questo set oggettivamente proibitivo (dalle 3 alle 6 del mattino
il giorno prima dell’inizio ufficiale del festival) dà il massimo, spingendo
ancora di più sull’acceleratore dei BPM e offrendoci una sorprendente selezione
di techno-trance futuristica e trascendentale che ben si sposa con i troppi caffè
bevuti oggi con l’obiettivo di arrivare sveglio a questo agognato momento. La
cosa bella è che, com’era prevedibile, la Sala Apolo si è svuotata di brutto, e
il Dave nazionale questa musica celestiale la spinna per poco più di una
dozzina di persone, ma lo fa con più concentrazione, cura e precisione di
quelle con cui DJ più noti suonano per migliaia di persone. Lo fa senza
compromessi, senza mai calare d’intensità nonostante ogni volta che parte una
nuova, viscerale cassa dritta ci si chieda quanto ancora posso andare lontano
questo divino martellio. Alle 4:30, ormai rimasto da solo con un pugno di
persone (tutte ipnotizzate), do forfait e me ne torno all’Airbnb marcio del
Raval che mi caccerà alle 11 in punto. Anche se mi sono perso la fine del set,
sono in estasi mistica e contentissimo del fatto che forse Dave P, come un
novello Steve Albini, potrebbe farci l’onore di suonare per noi ogni anno. Mi
sono perso l’ultima canzone, sì. E pure il set di domenica. Ma, a quanto pare,
dovrebbe aver concluso con una canzone dei Rage Against the Machine. Che dire. Voto:
8, ultimo eroe
Giovedì 5 giugno
– Giorno 1
Il Primavera, nel
bene e nel male, non è mai lo stesso dell’anno scorso. All’ingresso, io e Paolo
osserviamo con aria mesta l’Auditori che quest’anno ci è stato sottratto (anzi:
che è stato spostato nelle sale concerto al Raval… bella idea di merda). Subito
dopo i controlli, nonostante l’euforia del ritorno a casa, rimaniamo interdetti
dalla presenza di una scultura con l’effigie delle Superchicche (un’allegoria
per il trittico Charli, Chappell, Sabrina). Sarà forse l’anno nel quale come
mai prima d’ora i (e soprattutto le) fan di un’unica artista si accamperanno davanti
ai main stage senza mai schiodare per vedere l’idola numero uno? Può darsi. Ma
in fondo a noi interessa poco, magari addirittura ci fa comodo. Siamo qua per
fare il nostro lavoro: seguire rotte azzardate, resistere agli spostamenti
costanti, saltare di palo in frasca, prevedere flussi umani e fiutare le
migliori opportunità. Signore e signori, è tempo di rutare.
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| Aiko el Grupo live @Aperol Island of Joy (Primavera Sound), Barcellona, 05/06/2025 |
Frente Abierto feat. Israel Fernández & Lela Soto. Di questo act di flamenco sperimentale si sa poco o nulla. Anche solo per come ci è stato descritto dal Primavera stesso, avremmo detto che era un concerto fatto su misura di auditorium, ma ce lo prendiamo volentieri anche nella luce brillante delle 18. Una band dall’aspetto di habitués del Roadburn suona post-rock stoneristico accompagnato da un chitarrista classico che suona linee tremendamente complesse. Sullo sfondo scorrono immagini di genere “cartier-bressoniano simil-poetico” che rafforzano ancor di più l’impressione di star vedendo gli Hasta Luego! Emperador Negro, apprezzabile sottomarca di Mercadona. I cantanti Fernández e Soto, che si alternano sul palco per completare le canzoni della band, forniscono però una prestazione impressionante con gorgheggi da brividi. A me, personalmente, il canto flamenco ha sempre emozionato ed entusiasmato: mi riconnette con origini che probabilmente non ho. E il doom metal, che piano piano lungo il set diventa sempre più protagonista, non l’ho mai disdegnato, specie quando l’aria estiva è un po’ pesante come a quest’ora. Certo, vedere una gitana che balla con i palmi delle mani verso il cielo su un riff arrubbato ai Sabbath (ritrovato: Lo Que En El Mundo Vale) non è proprio una scena facile da codificare, ma il concerto è godibile e il disco che il leader dei suonatori annuncia per il mese d’ottobre lo recupererò, perché no. I musici spagnoli si meritano perciò i miei applausi per la performance solida, ma una riserva non posso non esprimerla: non sempre la musica “contaminata” dà risultati veramente convincenti, e in questo miscuglio di doom-post-rock-flamenco l’impressione è che le parti siano meglio dell’insieme. Voto: 6, abbinamento azzardato
Aiko el Grupo. Me lo sono perso l’anno scorso, me lo sono ascoltato tutto l’anno divorato dai rimorsi e, nonostante un monitoraggio costante, non sono riuscito a recuperare uno dei gruppi pop-punk più fighi d’Europa. A qualche giorno dal festival, Aiko el Grupo vengono annunciate nella line-up della Aperol Island of Joy, piccolo palco esclusivo dove dubbiosi influencer posano con i loro spritz in mano. La capacità dell’isoletta è limitata ma, con un po’ di previdenza, io e Daniel riusciamo a salirci sopra e a piazzarci nella prima fila di un “pit” largo quanto il corridoio del mio appartamento. A tu per tu con il quartetto, buffo e trasandato, l’impressione di essere fuori luogo che avevamo fin lì taciuto scompare: siamo a un vero concerto punk, rumoroso e sguaiato, e a chi non piace fuori dai coglioni. Perciò, come se il contorno non esistesse e fossimo in uno dei peggiori dive bar di Malasaña, ci prendiamo con edonistico piacere (e i tappi per le orecchie ben pigiati) una bella scarica di ampli che fischiano, di piattate assassine e di urla stonate. Non si creda però che Aiko el Grupo è una band senza estro melodico. Al contrario, ogni canzone ha riff di tastiera sfiziosissimi (Me Parece Muy Fuerte il mio preferito), i suoi irresistibili sing-along (su tutti quello della ballata twee Por Qué No Dices La Verdad), e un amalgama di voci e controvoci solo apparentemente caotica (ma in realtà molto ben calibrata, vedasi Quiero Conocer (Por Tu Actitud)). Non so se il loro sound sia più ruvido del previsto a causa del palco o perché nella mia testa le immaginavo più pop punk che punk, fatto sta che le giovanissime madrilene di questa grezzaggine ne fanno una forza, accompagnandola con un umorismo un po’ imbarazzato in linea coi personaggi, e soprattutto un’energia emotiva strabordante. La musica spagnola è in buone mani. Voto: 7, lo estoy flipando
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| Idles live @Revolut Stage (Primavera Sound), Barcellona, 05/06/2025 |
(esce al 55esimo minuto tirando un calcio alle borracce) Idles. Il destino ci ha portati vicino a
Mordor e anche se il piano iniziale era quello di evitare la grande spianata
dei palchi principali, già abbondantemente tinta di verde fluorescente Pantone
375 C, la chiamata degli Idles è abbastanza inevitabile. Il gruppo punk più
iconico dell’ultimo decennio (dato oggettivo) io l’ho visto sempre solo al
Primavera: il 2018 nel pogo gridando al miracolo (Brutalism era appena uscito e
profumava di rivoluzione), il 2022 sui gradoni di un palco Cupra gremito,
sentenziando (se Ultra Mono, che a me piace, era per molti segno di declino, Crawler
andava a confermare prepotentemente la tendenza) ma senza alcun disprezzo verso
una live band che definire qualcosa di meno di “devastante” era quasi
offensivo. In perfetta continuità temporale, ecco che nel 2025 gli Idles mi si
ripresentano davanti in un palco grande e affollato come non mai. Daniel, che
non li ha mai visti, ha un aspetto tranquillo mentre parte Colossus, ma
nota nel mio sguardo un fuoco perverso di distruzione. Intrigato, forse
preoccupato, non schioda gli occhi dal palco, mentre io comincio a cantare un
testo che avevo scordato di sapere a memoria. Inutile dirlo, il tifone di pogo
che nasce non appena un Talbot indemoniato lo chiama (“I don’t wanna be your
man”) è il primo momento di adrenalina pura e dura dell’edizione, e uno dei più
alti. Il resto del concerto mantiene vivo il fomento con una setlist al sapore
di greatest hits (possiamo dirlo: gli Idles sono ormai un gruppo “storico”),
una capatina in sonorità più post che punk con apprezzabili pezzi dell’ultimo
disco (bella la definizione di The Wheel del Falso: “Il loro pezzo Death
Grips”) ma, soprattutto, l’impressione costante che i cinque marcioni
inglesacci suonino ogni concerto come se fosse l’ultimo: la loro energia è alle
stelle, non perdono occasione per venire a far casino in mezzo al pubblico,
lanciano cori, istigano immensi movimenti di folla nei quali perdo poi trovo
poi riperdo poi ritrovo i miei amici. E così facendo, gli Idles infondono nelle
masse un potente messaggio politico. Perché il mosh-pit è sì una baraonda, ma
mai gratuitamente violento. Perché i messaggi veicolati hanno sì un tono cinico
e rabbioso, ma non abbandonano mai un fondo di speranza (Mother, in
particolare, resta il testo punk più bello del millennio). Perché in volto, i
musicisti hanno spesso e volentieri un grande sorriso. È proprio vero che la
gioia può essere un atto di resistenza. Voto: 7/8, pugni alzati al cielo
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| Magdalena Bay live @Amazon Music Stage (Primavera Sound), Barcellona, 05/06/2025 |
Magdalena Bay. Ce ne siamo andati via da
Mordor in lieve anticipo e con un certo dispiacere (appena gli Idles tornano a
Parigi me li vado a vedere, necessito di recuperare la Danny Nedelko che
mi sono perso). Sarà bene che abbandonarli per il live di Magdalena Bay ne
valga la pena, ma i dubbi che ho a riguardo sono pochi: il recente Imaginal
Disk (2024) è un album madornale, un “classico contemporaneo” come dice Paolo a
ragione, e sarebbe una follia perdersi lo show che celebra una delle cose più
belle che siano successe, dopo anni di stagnazione, a quell’interlocutorio
genere musicale che è l’art pop. “Art”, in generale, è un prefisso che amo poco
per categorizzare la musica, però di fronte a quest’occhio alato (un angelo
biblicamente accurato) che ci fissa sullo schermo dietro agli strumenti si
intuisce che quello che sta per accadere sul palco va oltre la sola performance
musicale. E così è: l’immaginario lirico e sonoro che il duo statunitense ha
costruito nel suo opus magnum si traduce nelle visuals più belle dell’edizione,
un conglomerato di immagini tra il lynchiano, lo spirituale e il
post-modernista. Tutto è curato nei minimi dettagli: i costumi, la posizione di
ogni membro della band, i movimenti. Ma l’eccezionale esperienza estetica serve
solo a sublimare quel che già sapevamo: delle canzoni di una creatività
sensazionale, cantate da una delle più belle voci viventi, suonate da musicisti
mostruosi. Dal primo secondo dell’esplosivo finto hyper-pop She Looked Like Me! fino all’ultima nota dell’antemico funk di The Ballad of Matt & Mica
il quartetto sul palco ripercorre quello che si riconferma il miglior album del
2024 arricchendolo di nuovi dettagli strumentali, fill di batteria da capogiro,
lick di sintetizzatore che provocano urletti generalizzati e bassline da
mettere nei libri di storia. Si balla, si canta, si ride e si piange. Ci si
emoziona. Ed ovviamente ci si innamora della frontwoman, una Mica Tenenbaum
dalla voce sensuale ed unica nel suo genere, che trasuda la felicità di star
diffondendo vibrazioni celesti. Il concerto di Magdalena Bay al Primavera Sound
2025 non è solo la “album experience” più fulminante che io abbia mai visto in
queste sedi (ed altrove) ma anche una celebrazione della Bellezza, quella con
la B maiuscola, quella da saggio di filosofia, che la musica pop può ancora
offrirci. Voto: 8 ½, migliore dei mondi possibili
Spiritualized (performing Pure Phase). Cinque
minuti dopo il terraformante concerto al palco Amazon Music, si dà il caso che
nell’anfiteatro vista mare anche noto come Cupra attacchino gli Spiritualized,
che un redivivo, quasi messianico Tommy considera “il gruppo di rock
psichedelico più importante ad essere mai esistito dopo gli anni ‘60/’70”. Difficile
dargli torto: l’esistenza dei nomi che i nostalgici del “Primavera che fu”
adorano citare in continuazione (Ariel Pink, Unknown Mortal Orchestra, in un
certo senso gli stessi Beach House) è impossibile da immaginare senza il legato
di Jason Pierce e soci. Certo è che, onnubilato dal fascino ispirato dalla
nuova sensazione Magdalena Bay, ho appena fatto un vago rant sul fatto che un
concerto di vecchie glorie non sarà mai interessante come quello di nuove leve
e ho quasi scordato l’immensa emozione che è un concerto degli Spiritualized
(il live del 2018 nell’Auditori?, un’esperienza mistica). Gli ambiti gradoni
del palco Cupra (è veramente l’ora di riposare le membra stanche) sono gremiti,
nella fossa invece di gente non ce n’è tantissima e troviamo una buona
posizione in poco tempo. Sto meditando su quanto io possa ancora reggere stando
in piedi, quando i circa dodicimila musicisti della band si palesano, la sagoma
scura di J. come in sovrimpressione. Parte, in crescendo, Medication, e la
voglia di sedermi viene annientata. Quando la melodia esplode (“I’m waiting for
the time when I can be without”) in un tripudio di archi, fiati, synth e
chitarrone spaziali, allora mi ricordo quanto questa musica faccia bene
all’anima e mi accorgo che da qui non voglio schiodare. L’ora e un quarto di
Pure Phase suonato front-to-back, è un’“album experience” diversissima
dalla precedente, ma altrettanto bella. In particolare, perché è un album che
suona come un esaltante viaggio sonico, in cui magari non tuttissimi i sentieri
esplorati sono perfettamente fruttuosi (parliamoci chiaro: quello è Ladies and
Gentlemen We’re Floating in Space), ma in cui ci si perde comunque volentieri.
E in cui, per la strada, si perdono e incontrano amici, si ride e si scherza
(incredibile quando sul backdrop è apparsa la scritta “Epson - Exceed Your
Vision”), si prendono scariche elettriche di puro edonismo shoegaze, ma si
trovano anche tanti momenti per commuoversi davanti a grandi gospel (il mio preferito,
personalmente, è stata una Lay Back in the Sun incredibile in cui le
coriste hanno dato tutto). L’album del 1995, nonostante abbia molti momenti veramente
magici, non è un disco che ti cattura completamente per tutta la sua durata.
Ogni tanto è “solo” un piacevole sottofondo, ma non per questo bisogna essere
riduttivi: sono pochissime le band capaci di suonare musica che suoni così
simile alla vita e di farlo con così tanta classe. Finito il concerto, ci
sentiamo tutti persone un po’ migliori. Voto: 7 ½, road trip spaziale
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| Denzel Curry live @Cupra Stage (Primavera Sound), Barcellona, 05/06/2025 |
Denzel Curry. Poco fa ho detto che di gente davanti al Cupra non ce n’era tantissima. Non è un caso: a Mordor già si preparava l’inizio del concerto di Charli XCX (feat. Troye Sivan, dettaglio anch’esso non casuale). E se ancora lo zoccolo duro aveva dato il suo giusto sostegno ai più grandi sviaggioni d’Inghilterra, per il Re del Malandrino Sud, che con Charli ci suona in contemporanea, la gente è davvero troppo, troppo poca. Abbiamo visto l’anno scorso con Freddie Gibbs che quando un gangsta rapper è poco soddisfatto dell’affluenza, della gasazione del pubblico o simili la cosa può veramente inficiare sulla qualità del concerto. Ma quando il mitico Denzel Curry esce fuori dal backstage saltellando sembra ancora più indiavolato di quando, anni addietro, lo vidi distruggere il palco a Dour davanti a folle oceaniche. E nonostante il bell’impatto delle visuals, belle sudiste, le basi sono chiare fin da subito: siamo davanti a un concerto di hip-hop puro e duro, con relativamente pochi fronzoli. E siamo qui per divertirci. L’MC floridiano l’ha messo così bene in chiaro, che per l’ora seguente c’è spazio solo per fare casino, il tutto nel contesto del pubblico con le migliori “vibes” di quest’edizione. Ma di gran lunga: in questo pit molto “lit” la gente si regala sigarette (più o meno truccate), gli sconosciuti si stringono la mano, si battono il cinque e si mettono le braccia attorno alle spalle. A un certo punto persino il birraio porta il carretto in mezzo al pogo e comincia a distillare birre, saltare e gasarsi con tutti noi (il magico momento è fortunatamente documentato dal livestream di Amazon Music)! E in tutto ciò, Denzelone nazionale spara pezzoni uno dietro l’altro, perlopiù quelli del bellissimo e grezzissimo King of the Mischevious South Vol. 2 (con una HOT ONE che butta giù il posto), rappa con una precisione incredibile, arringa la folla e si prodiga in siparietti esilaranti con il suo DJ-hypeman. Va ammesso: Denzel Curry non è né il rapper più talentuoso, né il più interessante, né il più influente in circolazione. Ma, di sicuro, è il più costante e il più solido: non solo non ha mai sbagliato un album, ma probabilmente non ha nemmeno mai lasciato nessuno insoddisfatto dopo un suo concerto! Pure davanti alla sparuta folla degli astensionisti della Brat-estate, il demone delle Everglades garantisce spettacolo, e i presenti sanno di aver fatto la buona scelta. Persino Daniel, che spunta in mezzo al pogo durante Ultimate, mentre il concerto-evento laggiù a Mordor è ancora in corso. “Oh te?”, gli chiedo. “Odio Troye Sivan, lo odioooo!”, mi risponde urlando, prima che il drop ci separi in un turbine di corpi. Voto: 7/8, sovrano amato dal popolo
(entra al 20esimo minuto con grande discrezione) The Sabres of Paradise. Riuniamo le truppe per
andare a vedere i Dame Area, in una zona Pitchfork-Adidas
(Schwarzkopf-Trainline…) che, dopo il secondo anno di fila che ci propone due
palchi speculari, possiamo chiamare amichevolmente “Minimordor” o “Mordorino”,
a seconda di come gira. Pure se l’avessimo voluto, non avremmo perciò potuto
evitare di dare uno sguardo a questi improbabili Sabres of Paradise che, quando
vennero annunciati, ci fecero alzare un sopracciglio. “Ma se Andrew Weatherall
è morto, chi suona?” “Hologram show?”, avevano commentato i miei amici. In
effetti, il gruppo del leggendario DJ inglese nonché produttore di
Screamadelica… beh, viene essenzialmente ricordato in quanto gruppo del
leggendario DJ inglese nonché produttore di Screamadelica, pace all’anima sua! Al
limite, se lo ricorda ancora qualche DJ di musica techno alternativa o
downtempo atmosferica, che si diverte a usare nei set una delle loro
lunghissime canzoni ed estrarne un loop di batteria, una bassline o una
sequenza di accordi di synth da mettere nella miscela. Anche perché se le
canzoni dei Sabres of Paradise sono lunghissime, piene di sezioni in cui si
omettono ed aggiungono elementi, è perché è musica che serve essenzialmente dei
fini DJ-istici. Immaginate perciò la nostra sorpresa nel vedere cinque persone
sul palco (quando la formazione originale ne contava tre) che suonano questo
ripetitivo repertorio degli anni ’90 tale e quale a com’è su disco. L’idea è
quantomeno bislacca, e il tutto è reso ancora più strano dal fatto che non si
capisce chi suoni cosa. Per una quindicina di minuti (l’equivalente di una
canzone e mezzo) osserviamo e formuliamo le teorie più strampalate tra cui
figurano: il tizio in mezzo ha un mixer e sta regolando gli altri; i tamburi in
realtà sono attaccati a dei trigger MIDI che azionano dei loop; il tizio a
sinistra ha tre tastiere ma in realtà suona solo un sampler. Alla fine ci
rinunciamo ed andiamo a sederci, cullati da questi lisergici suoni dal passato.
Voto: senza voto (S.V.), la pasta che mi sono calato nel ‘93
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| Dame Area live @Trainline Stage (Primavera Sound), Barcellona, 05/06/2025 |
Dame Area. Conosco bene la musica dei Dame
Area? No. Vedo la loro maglietta ad ogni concerto a cui vado da tre mesi a
questa parte? Sì. E qualcosa vorrà pur dire. A questa tarda ora della notte un
po’ di industrial/noise con vista mare non sembra una cattiva idea, e il fatto
che lo slot spazio-temporale che anni or sono fu destinato a dinosauri come
Front 242 o Nitzer Ebb (persi entrambi) sia dedicato a un gruppo giovane, per
giunta spagnolo, non è poi una brutta notizia. Il racconto che Paolo ci ha
fatto di questa band, che ha visto nel Levi’s 501 Club, palchetto nascosto a
capienza limitatissima che offre show esclusivi ai rutatori più sgamati, non è
tanto interessante da un punto di vista sonoro (“techno malefica con donna che
urla”) quanto da quello estetico. Appena il duo monta sul palco, la descrizione
sembra calzante: il mastro smaneggiatore è una sorta di Elvis vissuto
abbastanza a lungo per imbolsirsi e mostrare i segni di una vita dissoluta, la
cantante invece è giovane, bella e spaventosa. E l’improbabilità di questa
coppia che sa di vita vissuta nei bassifondi si riflette nella musica:
violentissima, angosciante, un moto percussivo perpetuo che non lesina in
squarci, siano essi prodotti da synth, noise machine o semplicemente un’ugola
che si spinge su frequenze che il dottore sconsiglia. Questa musica ipnotica
non fa male solo alle orecchie, ma anche all’anima. E quel poco che si capta
dei testi, in lingua spagnola, italiana o canina, favorisce ad alimentare il
lenzuolo di squallore doloroso che Dame Area hanno steso su un pubblico che
durante questo set a rotta di collo tutto penserà tranne che “come si sta bene
davanti alla piacevole brezzolina delle quattro del mattino”. Un ultimo
annedoto che reputo significativo: verso la metà del set, una ragazza vicina a
me dice: “Ma se sono di Barcellona, allora perché lei non canta in catalano?”
e, di fronte a questa manifestazione di (odioso) nazionalismo separatista non
posso che rispondere: “Bella mia, ma non lo vedi che questi sono degli apolidi,
dei vagabondi?”. Voto: 6 ½, squatter assassini
The Dare. Si è fatto ormai tardissimo e sono rimasto da solo col Falso (Daniel sarebbe rimasto ma mi ammetterà in seguito che il set dei Dame Area gli ha messo addosso troppa ansia: missione compiuta). In un certo senso, riproporre questa coppia londinese-parigina per un concerto di The Dare a tarda notte ci mette a tu per tu con un quesito della storia della musica. L’anno scorso abbiamo visto questa nuova sensazione dell’electroclash revival nel piccolo palco de La 2 de Apolo e il suo act ci è sembrata una novità fresca, simpatica e seducente. Oggi che è passato un anno e che The Dare è un prodotto dell’establishment ampiamente riconosciuto (vuoi per Tik Tok, vuoi per le collaborazioni con Charli XCX, vuoi per un motivo più canonico che è l’uscita di un full-lenght) è lecito domandarsi se in un artista come questo risiede il futuro del pop o se invece è tutto un semplice fuoco di paglia. La risposta ce la dà, in parte, il suo nuovo setup: oltre alla solita scatoletta elettronica e al solito piatto della batteria che lo yuppie più arrapato d’America farà risuonare pigramente per pochi secondi, il palco è affollato da luci abbaglianti in ogni dove e pile di amplificatori Marshall, ovviamente vuoti. Non è un segreto che The Dare, nel suo completo da broker di Wall Street d’ordinanza, ami essere appariscente: è parte della sua mistica, del suo personaggio, del suo fascino. Ma è dura, specie a quest’ora della notte, non rendersi conto che al di là di un’estetica inevitabilmente divertente, la volontà di proporre qualcosa di davvero nuovo non c’è. Tra le nuove canzoni che vengono proposte in più di quelle dell’anno scorso, troppo poche sono vere hit come la tripletta del Sex EP. Gli estratti più LCD-Soundsystem-osi di What’s Wrong With New York? (2024), addirittura, ci provocano qualche sbadiglio. E alla fine di un set che agita le folle ma nemmeno troppo, la risposta ai nostri dubbi è ormai palese: The Dare è un produttore di talento, un performer sui generis e un autore con delle grandi intuizioni. Ma è anche uno dei più grandi “one-trick pony” del pop contemporaneo e, come tale, non merita un’attenzione più profonda di quella di un pubblico alticcio che, alle porte dell’alba, l’unica cosa che vuole veramente è una buona dosa di bassoni e un paio di sing-along adorabilmente insulsi nella vena di “LA to New York, New York to LA, all the other states, we could stay up late… All Night”. Voto: 6, pepperoni slice
(entra verso la fine della partita quando ormai è praticamente già
vinta) Armand Van Helden. Arrivato fino a qui che fai, non la guardi l’alba al palco Cupra seduto
sui gradoni ascoltando un DJ di prestigio per un’ultima mezz’oretta? Ovvio che
sì. E se l’anno scorso mi ero lamentato del fatto che i DJ-set di chiusura
davanti al mare fossero veramente sotto la media, quest’anno non posso dire
nulla: la differenza tra un B2B2B2B2B2B di signor* nessun* e un esperto
navigato come Armand Van Helden, che deve avere nel palmarès un paio di Coppe
del Mondo di House, si nota eccome. Non ho mai nascosto che la house sia il mio
genere di club music preferito: è un vero piacere, perciò, ascoltare il
newyorkese che la esplora in lungo e in largo: ora spinge bassline che flirtano
con lo speed garage, ora invece funkeggia con sample vocali venuti dritti
dritti da Chicago, e alla fine quando promette La Grande Botta finale a
base di big beat, mentre ti domandi se è lui o non è lui, il Rockafeller Skank si rivela essere, in realtà, Barbra Straisend. Niente da fare,
parte la standing ovation. Perché un DJ bravo sa sorprendere, ma solo un maestro
sa trollare. Voto: S.V., ritorno a casa
Venerdì 6 giugno
– Giorno 2
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| Still House Plants live @Trainline Stage (Primavera Sound), Barcellona, 06/06/2025 |
Tetas Frias. Un po’ di indie punk spagnolo non
è mai una cattiva idea per cominciare una torrida giornata di metà Primavera:
con un po’ di fortuna magari parte un bel pogo, capace di scacciar via il
torpore che storicamente accompagna ogni avventore del Forum al venerdì, ore 17
e qualcosa (di solito è il ruolo della siesta rigenerativa dell’Auditori… ridatecelo!).
Invettive a parte, le Tetas Frias sono una delle band del florido movimento
synth/egg/lol-punk catalano che più mi stuzzicano da qualche anno a questa
parte e sono molto curioso di vederle. Se la scoperta di una formazione senza
batteria, com’è capitato col Las Petunias l’anno scorso, fa sempre un po’ male,
assisto all’inizio della performance delle balde giovani pieno di buone
speranze, convinto che la band che ci ha regalato quella perla di sagacia lo-fi
che è Otra Camiseta (2023) possa fare prova di grande attitudine e spaccare
questo rovente palco Trainline popolato perlopiù da locali alternativi (i
famosi ChicozZz del Under). Peccato che, nello spazio di due canzoni,
l’evidenza colpisca con cattiveria: le Tette Fredde non sono grandi performer.
La resa delle canzoni dal vivo è infinitamente inferiore a com’è su disco,
nella folla nemmeno i fan pregressi (tra i quali mi includo) si sentono
arringati e perciò il concerto si risolve in un piattume punk generico e
generalizzato. Ogni elemento che potrebbe rendere il concerto più frizzante non
è sufficiente a redimere il set: non bastano i balzelli e i discorsi divertenti
della cantante (ricordo con piacere un “gentrificazione, brutto, occupazione,
bello” di stampo simil-scafrogliano), né i contorsionismi del chitarrista; non
basta l’aggiunta in scaletta di Illuminati Corp, il mitico featuring con
La Elite, con la strofa maschile cantata da un forsennato in mezzo al pubblico
(non so se è David Burgués, ammetto che sotto la luce del sole non lo
riconosco); e nemmeno Macrofestival, l’unica canzone sul
Primavera che ho mai sentito al Primavera, smuove le folle come
previsto. Seguiterò a voler bene a questa band e ad interessarmici? Senz’altro.
Ma, dopo questo concerto, la mia sola reazione è sibilare, con un sorrisino in
volto, il commento seguente. Voto: 5+, “hostia tio…”
Tramhaus. C’è una bella sorpresa a questo
Primavera Sound. È venuta ad assistere al festival, direttamente da New York,
una vecchia conoscenza dei miei anni statunitensi: Amanda, un’amabile collega della
“college radio” nella quale radiodiffondevo quando vivevo a St. Louis, Missouri.
Dopo un giovedì passato a rincorrerci senza trovarci (quest’anno è sold out e
si nota assai; pure le telecomunicazioni funzionano male), finalmente troviamo
uno spazio sotto al pannello solare per ritrovarci e brindare in onore dei
tempi che furono. A sublimare questa reunion inaspettata e nostalgica non poteva
che esserci un’altra vecchia conoscenza, questa volta del blog: i Tramhaus,
araldi del post-punk di stampa Benelux, già incontrati a una vecchia MaMa Music
Convention (non cesserò mai di dirlo: il mio articolo più divertente). È una
bella coincidenza: dopo che ho conosciuto l’indie rock americano nel suo paese
(con Amanda commemoriamo un bel set dei Ratboys in un locale di Delmar Loop nel
2019), adesso sono io che mostro un po’ di eurorock ad Amanda. Ma se questa
formula di post-punk energico e grintoso è, per rubarle le parole di bocca,
“right up my alley”, oggi come allora la mia gasazione per la musica del gruppo
di Rotterdam (“Make it Happen!”) non riesce a superare la superficie di
un paio di ritornelli memorabili. Il vuoto lasciato dall’impossibilità degli
olandesi di colpirmi seriamente in profondità viene in parte compensato dal
fatto che sono una live band solidissima, cazzuta ed estatica, di quelle che
non possono non attirare l’attenzione. Ma, ripeto, solo in parte: alla mia
seconda volta che vedo i Tramhaus dal vivo, proprio come quando suonarono dopo
i Marcel, mi accorgo che chiacchiero più del normale durante il concerto. Voto:
6, porto mercantile nordeuropeo
Still House Plants. Alejandro, il “fiancé” di
Amanda (usa fidanzarsi ufficialmente in Europa?, non che la cosa mi competa) mi
dice che quello degli Still House Plants è un set da non perdere. Con questo
simpatico nuovo compare decido perciò di dare una chance a una band che, ad un
primo ascolto distratto, mi era sembrata eccessivamente ostica se non
impenetrabile. La formula del trio britannico è quella di un math rock
dissonante in cui la chitarra e la batteria suonano una sorta di sbilenco
slowcore minimalista, mentre la cantante Jessica Hickie-Kallenbach si prodiga
in gorgheggi lirici che un orecchio poco allenato non tarderà a definire fuori
contesto. Dal vivo la mia prima impressione si riconferma: questa è roba
strana, strana forte. Eppure il contrasto tra le strumentali spigolosissime,
suonate con precisione sopraffina, e questo canto tortuoso, smussato,
sovrapposto alla musica in una maniera non convenzionale che quasi ricorda i
primissimi dischi del free jazz, accidenti, finisce per catturarmi! E non solo
perché è effettivamente “trippy af”, per citare testualmente un messaggio del
Falso, ma anche perché mi riporta ad ascolti perduti, melodie ipnagogiche,
paesaggi sfocati che forse ho già esplorato, in antichi non-istanti della mia
vita in cui la parola “post-rock” aveva un senso importante ed eccitante. Verso
un terzo del set arriva Tommaso, ci salutiamo, abbracciamo e tutto quanto. È
abbastanza su di giri come siamo tutti appena entrati al Forum e perciò si
prodiga in un’imitazione della cantante che un po’ mi irrita e un po’ mi fa
pisciare dal ridere. Perché sì, il momento è davvero poetico e potente, ma la
musica degli Still House Plants un suo piccolo lato pomposo e che è lecito
dissacrare lo ha. Eppure, nonostante la forte ripetitività di questo sound e
l’arzigogolatezza quasi eccessiva di ogni canzone (e soprattutto di ogni linea
vocale), il concerto mi ha completamente conquistato. Tra una cafonata e
un’altra, ogni tanto io e Tommaso abbiamo delle conversazioni semplici ma
rivelatorie. Sto imitando il gesto del “mindblow” ad Alejandro e il mio amico fiesolano
mi fa: “Allora, garbati? A me, devo dire, sì.” “Certo. Viva la musica
sperimentale, no?” “Sempre”. Voto: 7, galleria d’arte contemporanea
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| Stereolab live @Amazon Music Stage (Primavera Sound), Barcellona, 06/06/2025 |
(gioca dal primo all’ultimo minuto ma si assenta per una lunga porzione
di gara a causa di un fastidio fisico) The Hard
Quartet. Ah, i supergruppi, questa strana, spesse
volte inutile invenzione. Non saprei dirvi il nome di un solo supergruppo del
quale ami la musica alla follia ma so che: uno, mi piace talmente tanto
pronunciare la frase: “Andiamo a vedere se Malkmusio ci dà buona uva” che
almeno un quarto d’ora della nuova band dove milita il leggendario frontman dei
Pavement devo andarlo a vedere; due, non è che ci sia granché di meglio da
vedere, a quest’ora. Oddio, in realtà sì, ci sarebbe: i Been Stellar, giovanissssssima
band indie rock newyorkese, che a quanto pare ieri col suo set notturno ha
fatto felici i vecchiardi che tra Charli e Denzel hanno scelto la terza via
(che poi, storicamente, sarebbe la prima). Io e Paolo, dopo quindici minuti di
nineties-dad-rock anche gradevole seppur abbastanza inconsistente (con Tommaso
che alza la sciarpa della Fiorentina al cielo e urla “Stepheeen!” tra un pezzo
e l’altro), partiamo. L’obiettivo è quello di riuscire a vedere il set “segreto”
dei Been Stellar all’esclusivo palco 501 Club ma, di fronte a una lunga coda e
una guardia di sicurezza che ci esorta (quasi obbliga) a demordere, l’operazione
si rivela infruttuosa. “Non è che posso fare più di quarantacinque minuti di
coda per un concerto di mezz’ora”, dirà Paolo. “E ritorniamocene da Malkmusio”,
risponderò io, “ci sono cose peggiori nella vita, direi”! Perciò, dopo aver
preso con filosofia la bruciante sconfitta di essere Respinti all’uscio,
veniamo forzati a fare un’analisi più profonda della musica del Quartetto Durø,
e la conclusione è la seguente: si divide in due, le canzoni cantate da Stephen
Malkmus e quelle cantate da tale Matt Sweeney, militato nei Guided by Voices
durante il tour di Under the Bushes Under the Stars (capolavoro). Le prime le
commenteremo con frasi del tipo: “Questa l’ha trovata nella soffitta della casa
al lago” “Madonna, un F-side di Wowee Zowee” e le troveremo assolutamente
ignorabili. Le seconde, invece, attireranno un po’ di più la nostra attenzione,
con linee vocali interessanti e qualche riff di sostanza, che spiegheremo con:
“Si sente che ha frequentato l’Accademia Pollard”. Morale della favola: The
Hard Quartet è l’act di indie rock anni ’90 pomeridiano di cui avevamo bisogno,
ma che non ci meritavamo. Voto: 5 ½, nostalgia a prezzo discount
(esce al 35esimo minuto) Zaho de
Sagazan. Al Palco Cupra non c’è moltissima
gente, ma quella che c’è si accalca alle transenne come se dovesse ricevere la
benedizione di un re taumaturgo. Sul palco, una ragazza bionda dall’aspetto di
un’aderente de La France Insoumise che si candida alle legislative in una
piccola circoscrizione dei Vosgi viene accolta come il Messia sceso in terra.
Queste sono le scene che osservo dall’alto dei gradoni, mentre con un po’ di
spocchia azzanno un bel paninozzo al jamón iberico. “Dev’essere la riunione del
gruppo Facebook ‘Primavera Sound France’”, commento con un tono tra l’ironico e
l’inquisitorio. È un peccato che io non faccia parte di questo gruppo, penso
tra me e me, di francesi simpatici in questi anni ne ho anche beccati. Ed è
anche un peccato che, nonostante l’innegabile talento compositivo e la voce
pazzesca, l’electro-pop che sta cantando Zaho de Sagazan con il suo gruppo di
uomini in nero che percuotono batterie elettroniche non mi comunichi proprio
niente. Se le canzonette potrebbero persino essere leggere e digeribili, lo
stage banter da francese disadattata quando si ritrova (Dio mio!) all’estero,
rende i pezzi di questa giovane stella del pop d’oltralpe semplicemente inapprezzabili.
L’improbabile concerto dell’artista francese più “breakthrough” dell’anno
davanti a un pubblico di sparuti privilegiati che hanno la rara occasione di
vederla da vicinissimo, perciò, è uno degli abbastanza numerosi concerti pop
che ho lasciato senza rimpianti prima del tempo nei miei sette anni di
Primavera. Che non si sappia, perciò, che durante La Symphonie des Eclairs
mi è scesa una lacrima. Canzone bellissima, perfetta. La ascolto sempre alla
radio. Voto: S.V., France Bleu Catalogne
Stereolab. All’uscita della line-up, in autunno, avrei detto che gli Stereolab erano nella top 10 dei gruppi che attendevo di più. Ed è vero che “solo” decimi, per una band le cui canzoni mi fanno stare bene come poche cose al mondo, sembra leggermente ingeneroso. Ma del resto li ho già visti due volte, so cosa aspettarmi da loro e, più che un act esaltante e sorprendente, li considero un porto sicuro il cui pop alternativo, leggiadro e pungente, illuminerà il mio venerdì sera di luci colorate. Poi però esce, un po’ a sorpresa un po’ in sordina, Instant Holograms on Metal Film, probabilmente il disco dell’anno. E a quel punto la band che ha ispirato tutti (tutti!) i gruppi indie pop di cui ho scritto in queste sedi viene catapultata nella top 3 degli imperdibili. Il clima è frescolino e tutti (tutti!) i miei amici primaverici sono con me proprio davanti al palco. Il gruppo esce fuori dal backstage, parte il riff di Aerial Troubles e l’atmosfera si sospende, tutto pende e dipende dalle labbra di Laetitia Sadier, che introduce il concerto con voce solenne. E poi, finalmente, il groove. L’ora e un quarto che segue passerà veloce come un secondo proprio per tutti, tutti, tutti. Gli Stereolab sono un gruppo che nella sua versione live non è affatto appariscente, e per scelta: niente visuals (eppure se lo potrebbero permettere), niente estetizzazione divinizzante dei loro strumenti (eppure di synth strani ne hanno). Non c’è davvero niente se non cinque persone che suonano canzoni sparse dal loro vasto, bellissimo repertorio. E non sono nemmeno musicisti mostruosi: il batterista ha grande mestiere ma niente di più, la voce di mamma Sadier è elegante e confortante ma non particolarmente fuori dal comune, le linee melodiche (o amelodiche: un momento di puro noise c’è ad ogni concerto) non hanno niente di troppo “tecnico”. Eppure la loro è musica di una profondità, di una complessità e al contempo di un’immediatezza talmente potenti che non c’è nient’altro da fare che venirne sopraffatti. Gli Stereolab, specialmente in questo loro ultimo arco narrativo particolarmente funky, sono un vero distillato di benessere. E il concerto non ha niente fuori posto: che vengano suonati grandi classiconi come Miss Modular, perle d’oggigiorno come Melodie is a Wound o ancora deep cuts sconosciute, ci sarà sempre un momento, durante il pezzo, in cui mi ritroverò a chiudere gli occhi, sorridere ed avere la vaga sensazione di stare fluttuando. Voto: 8, l’emoji “😌”
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| Carolina Durante live @Amazon Music Stage (Primavera Sound), Barcellona, 06/06/2025 |
(esce al 45esimo minuto dopo aver toccato il pallone soltanto due volte
in tutta la partita) TV On The Radio. L’ho già detto, “riposare le membra stanche”? Insieme a “ci dà buona
uva” è una delle frasi che uso più spesso quando sono al Primavera Sound.
Perché di questo si sostanzia il PS: ottenere la massima resa qualitativa dalla
giornata pur restando nei limiti (spesso sconosciuti, imprevedibili, o ancora
superabili) del nostro corpo. Per vedere i TV On The Radio gli spalti
dell’anfiteatro Cupra sono stati presi d’assalto, allora non resta che prendere
i posti dietro al mixer in cui non si vede una sega, perché siamo stati in
piedi per più tempo di quanto il dottore consigli e soprattutto perché per
tutti sta per cominciare la sezione poghistica della nottata. Non vedere il
palco non è poi così grave: io e Tommaso, durante la nostra chiacchierata, ci
accorgiamo che il gruppo che stiamo ascoltando come riempitivo, pezzo grosso
della scena indie rock newyorkese anni ‘2000, in realtà non l’abbiamo mai né
amato né capito. E anche se deduciamo che hanno una grande energia, le
tumultuose cavalcatone indie rock venate di contaminazioni elettroniche non
meglio decifrabili dei TV On The Radio ci sembrano monocordi e noiose. Piano
piano la cumpa comincia a trovare posti accettabili e se il concerto
effettivamente sembra ganzo io, per quanto mi sforzi, non riesco a
identificarmi nella gente davanti al palco che salta senza sosta come se
portasse le scarpe con le molle di Paperinik. Sarà che avevo le membra stanche.
Voto: S.V., avocado toast
Carolina Durante. Ho preso una decisione
difficilissima: quella di abbandonare non solo i miei amici ma anche i The
Jesus Lizard per andare a vedere un gruppo spagnolo. È un’idea balorda, ne sono
cosciente, ma dal primo giorno che ho ascoltato i Carolina Durante (sì, i Carolina
Durante sono quattro uomini) non ho potuto fare a meno di immaginare il
concerto nazionalpopolare definitivo. A noi nerd del cazzo piace andare a
vedere gruppi di nicchia, scoprire frequenze oscure e particolari, ma non
andiamo a mentirci: saltare all’unisono con migliaia di persone che cantano
tutte lo stesso ritornello è un’emozione a cui non possiamo sottrarci. E,
grazie a dio, una volta all’anno il Primavera me l’ha sempre offerta. Cronologia
momento: 2017 Arcade Fire, 2018 Lorde, 2019 Guided by Voices, 2022 Pavement,
2023 Blur, 2024 Pulp. Amici cari, Carolina Durante non saranno mostri sacri
della storia della musica, ok, ma il loro pop-punk radiofonico così
intrinsecamente indie, le loro liriche ironiche e disincantate, le loro melodie
che non se ne vanno mai dalla testa, se non sono un successo globale è solo
perché appartengono a un gruppo spagnolo di Spagna. E siccome si dia il caso
che, dei miei amici, io sia l’unico ad avere un passaporto spagnolo di Spagna,
il concerto del gruppo madrileno che più sembra determinato a lasciare la sua
impronta sulla scena rock nazionale non me lo posso perdere. Gli stessi
Carolina Durante sanno bene che il più grande festival del tour promozionale di
Elige tu Propia Aventura (2024, discone) non è un concerto come gli altri. E
perciò hanno allestito un set-up degno di una fiction di vent’anni fa e hanno
deciso che, dopo l’Intro (The Office US), la setlist sarà una sequela di
sing-along devastanti uno dopo l’altro. Decisione giusta: il pubblico reagisce
bene e in men che non si dica mi ritrovo, in un turbinio di corpi di
connazionali, a urlare dal profondo dell’ugola e del cuore l’iconico verso: “Joderse la vida es lo mas divertido!”. Seppur infortunato e stampellato, il
frontman Diego Ibáñez riesce a tenere su di sé l’attenzione e il concerto più
“costruito” della giornata, tra cori calcistici, comicità ispanica e la pura
forza di pezzoni molto maturi nel loro essere adolescenziali, non sembrerà
artificiale neppure per un secondo. Carolina Durante sanno trasformare un
grande pubblico in un pogo gioioso, innocente e generalizzato. Soprattutto,
sanno entrarti nel cuore. E anche solo per questo, per me, sono già un grande
gruppo. Quasi già degno della “hall of fame” sopracitata. Quasi. Voto: 7 ½,
festa di fine scuola
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| High Vis live @Trainline Stage (Primavera Sound), Barcellona, 06/06/2025 |
(entra al 20esimo minuto col fuoco negli occhi) High Vis. Quei matti degli spagnoli si sono messi a pogare con l’outro del concerto di Carolina Durante, ovvero: la sigla di The Office, di nuovo. Io invece, dopo l’ultima nota suonata dai madrileni, mi sono messo a correre verso il mare. E la ragione è che gli High Vis, lo sento nell’aria, stanno distruggendo tutto. Sotto al gigantesco pannello solare sento la melodia di Guided Tour che si fa sempre più nitida e in pieno rush di adrenalina penso: madonna come godo! Non mi sorprende affatto che mi ci vogliano quattro secondi di cronometro per entrare in un mosh-pit che, a differenza del precedente, è sofferente, incattivito e decisamente pericoloso. Gli High Vis li ho già visti a febbraio, in una sala concerti parigina. Mi dicevo che al chiuso dovevano essere meglio che all’aperto: dopotutto, sono un gruppo post-punk in purezza ma la loro identità hardcore è talmente spiccata che, se la loro musica evoca lo squallido asfalto bagnato della loro natìa Inghilterra, la loro energia e presenza scenica si prestano bene anche a quegli stanzoni d’America eccessivamente illuminati in cui la gente salta sghembamente dal palco senza tregua. Devo ricredermi: gli High Vis sono belli uguale dappertutto perché, ovunque suonino, irradiano un’aura accecante che unisce il pubblico in un corpo unico. Questa magia riesce ad operarsi perché dietro alla tristezza lacerante delle canzoni, in realtà, c’è un’energia talmente potente che il sottinteso è implicito ma immenso: anche quando la vita ci piglia a pesci di sterco in faccia, non bisogna dimenticare che nel profondo ognuno di noi ha sempre la forza di uscirne. Questo messaggio importantissimo, per me, è il nocciolo della musica degli High Vis. Ovviamente non c’è solo questo: i trenta minuti di concerto che mi spazzano via hanno in serbo anche momenti estatici e alienanti come la favolosa canzone “da club” Mind’s a Lie o ancora momenti di punkezza pura come il riff oi! di Choose to Lose che spezza la folla in due. Quello che mi resta di questo show però, ancor prima delle botte da orbi e dei salti del cantante, è soprattutto un fondo di speranza, che si sintetizza in un verso che mi resterà in testa per giorni: “And are we still lucky to be here?”. Incontro Daniel dopo il concerto: ha la faccia con gli occhi fuori dalle orbite che fa solo davanti ai concerti sconvolgenti. Io e Daniel, a parte qualche dubbiosa storia di risorse umane nell’azienda dove abbiamo lavorato insieme, di veri Trauma Bonds per fortuna non ne abbiamo. Ma nel momento in cui solo con lo sguardo ci comunichiamo cos’abbiamo appena vissuto interiormente, io un profondo sentimento di unità lo sento. Voto: 7/8, la fortuna di essere qui
Salem. Ci siamo: tre di notte, nessuna
priorità urgente, e tutto il Forum a disposizione. Nella mia ruta previsionale
c’era scritto Floating Points, ma nomen omen, resta un flottante punto di
domanda: sarà una gran clubbata che mi fa scordare chi sono o un intellettualismo
ambient pittorico evitabile? Sarei pronto a prendere il rischio di andare a
scoprirlo insieme ai fra, ma Tommaso mi fa: “Ci sono i Salem tra cinque minuti,
vediamo che banda ll’è”. Io lo so che cosa si aspetta: di vedere un reboot del
“worst concert ever”, quello che gli inventori della cosiddetta witch house
fecero al SXSW del 2010 e che, scoprirò in seguito, è uno dei video cringe
preferiti del Bona. Il concerto comincia mentre facciamo la coda al bar e ci
cattura subito: una statua bianca della Vergine Maria nel mezzo, sagome oscure
che si aggirano sul palco facendo non si capisce bene cosa, luci ipnotiche. E,
soprattutto, basi trap ultra-saturate, atmosferiche e liminali… Tommy riceve un
messaggio di Marinelli discretamente alticcio che recita: “vi state perdendo il
live della vita… fotinpoins”. Ma ormai l’andazzo è chiaro: quel che sta
succedendo al palco Schwarzkopf ci sta stuzzicando. E così ce ne restiamo qui,
a vedere e ascoltare una band la cui importanza all’epoca non è stata capita, ma
che forse è la vera responsabile del movimento cloud rap, che forse è il vero responsabile
del movimento hyperpop, che al mercato mio padre comprò. Soprattutto, questo
concerto tra l’elettronica e il rap, che sa di inverno nel Midwest sotto
effetto di oppiacei, ce lo godiamo ciondolando, zuzzurellando, chiacchierando.
In una parola che poco si confà all’unica sostanza di cui facciamo uso, ovvero
l’Estrella Damm: sfattonando. Com’è giusto che sia. I marcioni di Traverse
City, Michigan anche noti come Salem riescono persino in un’impresa non facile:
far nevicare Barcellona a giugno (tramite dei ventilatori e dei coriandoli
speciali eh, non è un’allusione alla cocaina; anche se, oddio…). Soprattutto,
nei loro cinquanta minuti di set, i Salem non annoiano mai, riuscendo a
conquistare anche i più scettici con la forza del loro asset più prezioso: l’aura,
aura a dismisura. Voto: 7+, AURA
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| Salem live @Schwarzkopf Stage (Primavera Sound), Barcellona, 06/06/2025 |
4AM Kru. Com’era prevedibile, un caos che è
composto per un 30% di dispersione dei miei amici, un altro 30% di tassi
alcolemici elevati e l’ultimo 30% di musica non proprio intellettuale è calato
sul Forum. La 4AM Kru arriva sul palco e svela in cosa consiste il 10%
restante: dei bassi che non le mandano a dire a nessuno. La proposta di questi
due fattoni inglesi iperattivi è divertentissima: una jungle sborona e spesso
dissacrante (“I Just Saw Johnny walking down the street and he’s such a
fucking twat”) che, anche se la nascita del gruppo è recentissima, ha un materico
sapore anni ’90. È proprio musica che si presta a una fruizione del set
disordinata, nel senso festaiolo del termine: saluto e incontro vari amici,
salto di palo in frasca, a tratti mi gaso al punto dal voler penetrare più in
profondità nel bellissimo cumulo di gente (perlopiù britannica) che sta vivendo
situazioni ancora più casiniste della mia. E, soprattutto, mi godo Incognito
Rhythm del 2024, uno dei mixtape più ganzi, fomentanti e cazzari che la mia
(magra, lo ammetto) carriera di ascoltatore di drum’n’bass e affini mi abbiano
mai regalato. Sono mesi che consumo questo disco, lo so a memoria. Perciò, da
un lato, mi piace poter cantare le linee vocali, riconoscere le canzoni e tutto
quanto. Da un lato, però, me ne accorgo che quello che viene suonato non
discosta in quasi nulla da quello che posso sentire sul mio mp3. Non una
transizione sorprendente, non un inserto interessante, non una traccia oscura o
inaspettata nel mix; sul palco c’è solo un po’ di live drumming (per le linee
di basso, originale devo ammettere), qualche colpetto di drum machine, e poi
solo l’hypaggio della folla. È la musica giusta al momento giusto, perciò non
mi lamento e, fino a quando non finiscono le ultime note di una Ribena
che ho cantato a squarciagola (“Militancy, this a militancy”!), rido e
schiamazzo senza remore. Che mi aspettassi molto, ma molto di più, aspetterò un
mese circa a comunicarlo a chicchessia. In questo momento non ha molta
importanza. Voto: 6-, rave dell’ultimo minuto
(entra al decimo minuto con arroganza) Aya (DJ
Set). Do un abbraccio al Falso e a Daniel sul
sottofondo delle dubbiose note di Danny J Harle (produttore di Number 1 Angel,
il miglior album di Charli XCX, quindi nostro; ma sembra proprio la musica
sbagliata al momento sbagliato). Sono da solo ed è tardi, ma mi sovvengo che
forse Dave P sta ancora facendo un DJ-set di solo electroclash dentro al fu
Boiler Room, ora Cupra Pulse. Controllo gli orari: no, è finito, ma in questa
struttura romboidale sita troppo vicino a palchi importanti e che non ha
miracolosamente ancora fatto nessun soundbleed c’è ancora una chicca: il XXV
Anniversary di Making Time, trapiantato a Barcellona per una notte, si sta
chiudendo con un set di tale Aya, mai sentitu. Non posso certo rinunciare ad
avere un assaggio di Philadelphia, Pennsylvania in terra spagnola, perciò entro
in questa astronave madre e scopro che non solo le visuals sono bellissime (il
pannellone solare si riflette sugli schermi a led coperto da un magico effetto
fata Morgana), ma che il soundsystem glien’ammolla. E il DJ, non vi dico: la
sua techno è bombastica e futuristica, a volte scanzonata, a volte scassona e
senza pietà. Mi dimentico di me stesso nelle vibrazioni energetiche della gente
che vibra al ritmo di kick assassini che sembrano usciti dai più reconditi dei
miei sogni, in linee sintetiche che hanno l’effetto turbo dell’Enterprise di
Star Trek. Non c’è niente da fare, Dave P rimane sempre, innanzitutto, un grande
selezionatore: di canzoni, di talenti, di luoghi e di mille altre delle cose
che ci fanno stare bene. E questa vichinga matta che spara bombe una dietro
all’altra stordendomi di piacere è una grande selezione. L’alba arriva per magia
e questo momento di “clubbing with myself” è tanto eccessivo quanto
liberatorio. Fun fact: si può trovare facilmente il set in streaming su
Youtube. È veramente strano, astruso e “cutting-edge”. Non una cosa da
ascoltare tutti i giorni. Ma, quando sei lì, l’impressione è quella di star… Voto:
7, facendo il tempo
(la classica punta da mettere dentro per gli ultimi 10 minuti) Amelie Lens. La chiusura del Grande Cupra
stasera è affidata alla regina belga della techno. Il voto, ovviamente, non
glielo do, perché mi sono veramente sentito solo gli ultimi tre pezzi dai
gradoni. Il tempo di fumare una sigaretta, spiccicare due parole a destra e a
manca con gli ultimi rimasti e accorgermi che, porca vacca, se Ameliona Benelux
è considera una regina della techno una ragione deve pur esserci. Non è solo
l’alba davanti al mare, non è solo l’adrenalina della nottata che volge al
termine: quella dietro ai deck è veramente una maestria che capita una volta a
generazione e per capirlo non ci vuole un esperto di techno (io non lo sono
affatto, anzi). Per dieci minuti, mi godo un grande momento di musica. E mi
godo anche il piacere di constatare che in questa edizione il Primavera Sound
ha esaudito l’unica vera richiesta che avevo l’anno scorso: quella di portare
dei DJ-set di chiusura di qualità. Voto: S.V., era ora!
Sabato 7 giugno
– Giorno 3
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| Black Country, New Road live @Amazon Music Stage (Primavera Sound), Barcellona, 07/06/2025 |
(entra al 20esimo minuto dopo due ore di riscaldamento) Dehd. È al sabato pomeriggio che si vedono i
guerrieri. E, in tutta modestia, io e Paolo siamo di quella pasta lì: ore di
sonno poche, pesce fritto ingurgitato a La Bombeta tantissimo, sudore troppo.
Sotto a una temperatura percepita di circa 54 gradi celsius, ci ritroviamo al
Mordorino davanti a una band che non sospettavamo essere un catalizzatore di
hype nell’indie pop di oggigiorno. Questo trio di Chicago di notte, attivo da
dieci anni ma che ci è del tutto sconosciuto, suona una musica minimalista
dalle leggere venature country folk, che si piazza con prepotenza nell’ambito del
“caruccio” e mai vi si scosta. Sarebbe un concerto gradevole, ancor di più grazie
alla sorprendente presenza di decine fan che cantano le canzoni a memoria (in
molti con un cappello da cowboy rosa sul capo: intersezione chapellistica?).
Uso il condizionale, perché stare al mondo in questo momento è particolarmente
difficile. Voto: S.V., aria condizionata rotta
(esce al 30esimo minuto) Horsegirl. La linea di indie minimalista e anche un po’ malinconico, che tanto
si presta ai pomeriggi primaverici e poco a questa caldana, continua manco a
farlo apposta con un altro trio chicagoano celebratissimo. E a questo giro
siamo un po’ più preparati: la recente release Phonetics On and On è
oggettivamente un disco twee-pop interessante, una reinterpretazione moderna e
riuscita di grandi classici del passato come i Beat Happening o (per andare
ancor di più alla radice), le mitiche Marine Girls di Tracey Thorn. Il mio
parere personale, condiviso con praticamente tutti i miei amici presenti, è che
questa musica suona decisamente meglio in studio che live, e questo concerto un
po’ lo conferma. Detto ciò, la dolcezza delle canzoni e persino le punte di
energia rock, che trasformano le nenie indie pop in un qualcosa di più
interessante che un semplice clone di quei suoni DIY anni ’80, traspaiono bene:
Rock City, per esempio, mi coinvolge niente male, col suo finale che si
vuole scassone ma rinuncia a diventarlo (un po’ come quelle ragazze col vestito
lungo e i calzini bianchi sotto alle Dr. Martens Polley: l’obiettivo è quello
di apparire feral, il risultato ai miei occhi è clean; gasano). Le Horsegirl
perciò, col loro stile tutto sommato originale e un piglio assai deciso per
essere così giovani (25 anni massimo?) convincono senza abbagliare. Va bene
così. Voto: 6, Elaine Benes
Black Country, New Road. Cosa dice un hipster quando
va in chiesa a confessarsi? “Perdonami Padre, perché ho detratto”. Onta a me,
che ho detto che For the First Time suona come un rip-off degli Slint ma con
degli inutili violini klezmer (lo penso ancora) o che Ants From Up Here è
palloso (non lo penso più del tutto, anche se…). Onta a me che, non apprezzando
granché la voce di Isaac Woods (pur sempre meglio di quella di Geordie Greep!),
ho pronunciato frasi come: “I Black Country, New Road sono un gruppo abbastanza
inutile, sopravvalutato”. Le vie del Signore sono infinite e perciò, come in
una novella Sodoma e Gomorra, la punizione per queste malefatte è caduta dal
cielo. Questa volta non sotto la forma di una pioggia di fuoco, ma di un sole
rosso incandescente, che sorride beffardo mentre con la mano bollente fa un
gesto da pantocratore. Che cazzo si può dire di Forever Howlong, se non che è
il miglior disco del 2025? L’anno è ancora lungo, ma sarà difficile farlo
schiodare dal trono, perché canzoni di una tale grazia, nel mondo della musica
alternativa d’oggigiorno, non le sa scrivere nessuno. E il live dei BCNR non fa
che confermare questo talento puro e generazionale: la delicatezza e la potenza
nel tocco di ogni musicista è fuori di testa, mentre le sconvolgenti “turns of
phrase” ora barocche, ora liriche, ora folk, ma a volte anche squisitamente pop
che portano ogni brano verso nuove direzioni si susseguono in una raffica di
emozioni. “Che bello vedere gente che sa suonare, ogni tanto” è il giusto commento
di Paolo. È vero: la maestria è quella di una filarmonica, che però non suona
vecchie sinfonie, ma un rock nuovo e indefinibile. Questo concerto mi ha
convinto che la band di Londra (anzi: del Windmill di Londra!, grazie Tom di
avermici portato qualche mese fa) è veramente la ventata d’aria fresca a cui mi
rifiutavo di credere. E il concerto è favoloso, equiparabile forse a quello che
hanno dovuto provare, più di cinquant’anni fa, gli inglesi che hanno visto dal
vivo le prime grandi band del rock progressivo. Finisce che mi commuovo
profondamente, specie sul crescendo di For the Cold Country: e non è
solo perché ho davanti a me il futuro radioso di certa musica che amo, ma anche
perché, con una melodia di una tale dolcezza, se la voce angelica delle
cantanti non ti scioglie il cuore, vuol dire che nella cassa toracica hai un bidone
dell’immondizia. Voto: 8+, parata salvifica di Buffon (con la nazionale)
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| MJ Lenderman live @Cupra Stage (Primavera Sound), Barcellona, 07/06/2025 |
Pot-pourri di artisti a cazzo di cane. Una
volta ogni due anni circa, questa cosa succede: la portata principale (una devastante
combo MJ Lenderman - Cap’n Jazz direttamente dalle cucine d’America) è bene in
vista. Solo che ancora non è pronta e per ammazzare il tempo, visto che
l’appetito non ci manca, c’è un antipasto e anche un buffet di piatti freddi. Spoiler:
non sono proprio leccornie. Cominciamo vedendo Amaia dai gradoni: a
differenza di Zaho de Sagazan, la pop-star spagnola (uscita fuori da un talent
show, poerannoi) musicalmente mi appare proprio volgarotta: canzonette degne di
quel segmento di Sanremo che i vecchi considererebbero “woke” se conoscessero
il termine, e che regolarmente arrivano poco sotto metà classifica. Dopo la
dose da cavallo di poesia dei BCNR, questa roba è quasi offensiva: ce ne
andiamo nauseati. Voto: 4, Amici di Maria De Filippi. E non ce ne
andiamo da una persona qualunque, bensì da Alan Sparhawk, chitarrista
dei fu Low (che nel 2022 fecero un live paz-ze-sco nell’Auditori). Vi rinfresco
la memoria: Sparhawk fu pontatinato da Paolo in questi termini: “I Low sono
finiti con la prematura morte di Mimi Parker. Ma Alan Sparhawk continuerà a
fare musica, perché è la sua vita, perché è il suo lavoro. E quindi continuerà
a fare live, in una forma diversa, che ancora non conosciamo. Non ho dubbi che
il Primavera Sound gli offrirà il giusto palcoscenico per farcelo scoprire”. E
se il fattore sorpresa era anche un po’ il fascino di questo concerto, trovarci
davanti questa leggenda dello slowcore che, con l’autotune a palla e dei trap
beats sperimentali (merdosi) in sottofondo, rappa male e fa i gesti gangsta che
ci si possono aspettare da chi è cresciuto a Duluth, Minnesota… è troppo. Alan,
ti vorremo sempre bene e dispiace anche a noi per la tua perdita, ma io di roba
così inascoltabile al Primavera non ho memoria. Voto: 3, prima fase del
lutto: negazione. Insieme a Paolo ed Alejandro, inorriditi ancora più di me
da questo spettacolo, finiamo per optare per la scelta della disperazione: club
music in pieno giorno. Il Cupra Pulse a quest’ora offre Dazegxd, che
spinna un footwork spingione, tra il sofisticato e lo scemotto (il sample di
Central Cee non deciderò mai se lo bango o lo passo). Per carità d’iddio, non è
malaccio, ma c’è ancora un gran solleone, siamo sobrissimi, il pubblico è
veramente sparuto e la musica non si presta proprio alla situazione. Ce ne
stiamo a guardarlo dal fondo dell’ottagono agitando la testa con convinzione a
tratti, sorridendo ad altri, ma il più del tempo nella posa un po’ imbarazzata
dell’omino del meme della festa di compleanno, che poi è come verremo
immortalati dal canale Youtube ufficiale di Cupra in diversi fotogrammi. Mi
sento di dire che il set di Dazegxd non ha grande interesse, ma il video vi
consiglio di vederlo: non tanto per scovare noi tre coglioni che siamo lì per
sbaglio, ma per apprezzare la tenuta del DJ: occhiali da sole di design,
magliazza Supreme e bandana blu svolazzante sotto al cappellino; tanta roba. Voto:
S.V., capo del drip. Finisce che ce ne torniamo a vedere Sparhawk che
finalmente si è deciso a prendere in mano una chitarra e slowcorare. Senza
grande ispirazione, ma tant’è. Una volta ogni due anni questa cosa succede: per
un segmento della giornata non c’è una sega da vedere. Lo scherzetto è durato
novanta minuti. Più recupero. Voto: 4, pot-pourri di artisti a cazzo di
cane, rompendo i coglioni ogni due anni dal 2017
(esce dopo 30 minuti per fare turnover in vista della Champions) MJ Lenderman. Per fortuna, ora si ragiona:
stiamo per ascoltare uno dei migliori parolieri folk in attività, e dopo quella
masterclass country-rock che è l’incredibile Manning Fireworks (2024), uno dei
miei album preferiti della decade in corso, il rischio di vedere un concertone
è parecchio, parecchio alto. Il fatto che il set del Lendermanno si intersechi
così tanto con quello dei Cap’n Jazz è criminale, il “solape” da bestemmia
dell’edizione. Ma non c’è tempo per soffrirne, il momento è troppo perfetto:
c’è un’aria magica, la banda suona alternando una delicatezza estasiante con
attimi di pop-rock assolutamente nostri, mentre il cantastorie cattura il
pubblico con il suo piglio ironico, simpatico ma anche profondamente sensibile.
Soprattutto, con me ci sono tutti i miei amici e MJ, il poeta della
quotidianità che ci sta facendo sognare, è un po’ come un membro aggiunto. La
setlist è bellissima, e durante un’ora verrà suonato quasi tutto l’ultimo album
e qualche perla degli album precedenti. È una vera tristezza doverlo lasciarlo
in anticipo, ma a che pro essere tristi? È calata la notte e so già che sarà
una delle più belle della mia vita, mi sono appena cantato a squarciagola,
accendino al cielo, una combo micidiale composta da Joker Lips e Wristwatch.
Mentre cammino lungo il mare, in lontananza, sento le note leggiadre di Manning Fireworks. E tra dieci minuti ci sono i Cap’n Jazz. La vita è meravigliosa.
Voto: 7 ½, nuovo amico
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| Cap’n Jazz live @Trainline Stage (Primavera Sound), Barcellona, 07/06/2025 |
Cap’n Jazz. Dieci minuti prima che cominci il
set, sotto al palco dei Cap’n Jazz non ci sono folle oceaniche. Era
assolutamente preventivabile: non siamo né negli Stati Uniti né alla più grande
celebrazione del midwest emo che il globo terracqueo abbia mai visto (ovvero il
festival Best Friends Forever, dove li ho visti nel 2024). Certo è che la
reunion del più grande gruppo emo della storia, da me pontatinata in tempi non
sospetti, non ha lasciato indifferente una categoria umana della quale faccio
parte: gli iperattivi sovreccitati. Una combriccola di milanesi, giovani adulti
(o vecchi adolescenti) cresciuti a screamo e internet cultura, si è accalcata
davanti alla transenna e ammazza il tempo urlando a piena voce la copypasta
“real emo only consist of…”. Alla vista del mio tatuaggio di Shmapp’n Shmazz
promettono di “farmi volare per aria” durante il concerto, frase che solo in
quest’unico contesto non suona come una minaccia. A un paio di nerboruti uomini del
Freddo Nord, che guardano la scena senza capire, spiego che questi sfoghi
mediterranei sono “our girly pop moment”. Non c’è nessun altro gruppo al
mondo che, come i Cap’n Jazz, mi faccia sentire così interconnesso con il resto
del pubblico: una persona che ascolta questa band deve necessariamente avere
una visione del mondo pressoché identica alla mia. E il set dei rocker più
casinisti dell’Illinois mostra chiaramente in cosa consiste questa concezione
del mondo quasi religiosa. Punto primo: la catarsi è la cosa più importante, è
il nostro dio, è tutto. Il cantante che si getta nella folla e urla a pieni
polmoni, mentre ci accalchiamo per fare la stessa cosa nel suo microfono, altro
non è che l’immagine perfetta di quanto questa musica dolce e furiosa sia molto
di più che uno sfogo: è un vettore di unione che ci riconcilia con l’umanità.
Punto secondo: tutto è possibile, se ci credi abbastanza. Ogni membro della
band appare al contempo tecnicamente mostruoso e visibilmente privo di quegli
automatismi e di quei movimenti che li attesterebbe come musicisti “preparati”
(cosa ben visibile, ad esempio, nei BCNR). Il suono unico ed influentissimo dei
Cap’n Jazz, fatto di un’alchimia sontuosa di chitarre trillanti e distorsioni
abrasive, sublimate dai “chop” di batteria di un Mike Kinsella ogni volta
stupefacente, è tutto tranne che semplice da suonare, ed è il frutto di uno
sforzo della volontà che va quasi oltre allo stakanovismo del punk rock e che sfocia
direttamente nel misticismo. Punto terzo (e poi smetto, anche se potrei
continuare per ore): la vita è troppo dura per non fare festa. Tim Kinsella è
un frontman super-carismatico ma tutt’altro che “good vibe”: se ama parlare tra
un brano e l’altro è anche per fare trasparire spesso e volentieri una buona
dose di nichilismo e disincanto. La sua stessa musica non è propriamente
allegra. Eppure, c’è una giocosità soggiacente, una volontà di spingere
sull’acceleratore della sfrenatezza per dimenticare tutto (Forget Who We Are!),
che li rendono uno dei gruppi più divertenti da vedere dal vivo che esistano.
Penso che la fine del concerto descriva esattamente questo sentimento: un pogo
gigantesco con gente sollevata da tutte le parti, un coro di voci spezzate che
urlano il ritornello di Take On Me. Poi applausi, saluti. E alla fine,
prima ancora di cominciare a prendere fiato, solo abbracci. Voto: 10, il
senso della vita
(esce 10 minuti prima della fine per far entrare un difensore e
preservare il risultato) Machine Girl. I Machine Girl sono un gruppo di cui io e Daniel abbiamo discusso
abbondantemente, fino ad arrivare faticosamente alla conclusione seguente:
dobbiamo vederli dal vivo, perché non abbiamo del tutto capito se ci piacciono
o no. Non è facile, quando non sei convinto fino in fondo da un gruppo che
viene costantemente accostato alle cose che più ami (in ordine sparso: i Death
Grips, la liquid drum’n’bass, le e-girls). Detto ciò, entrambi abbiamo un po’
esplorato l’universo sonoro della compagine newyorkese e qualcosa di positivo
l’abbiamo sempre trovato. In particolare, WLFGRL (2014) e Because I'm Young
Arrogant and Hate Everything You Stand For (2017), sono dischi che rispetto per
la loro qualità di essere il primo l’album di rave music parodico per
eccellenza (tra hardcore techno decostruita, urla laceranti e momenti di
downtempo straniantissimi), il secondo la trasposizione gen-Z del digital
hardcore più riuscita che esista. Ripeto: dischi che rispetto, non che amo, vuoi
perché comunque colpiscono nel segno in generi che non vibrano profondamente
col mio cuore, vuoi perché alla lunga sono un po’ monotoni e dispersivi. Il set
dei Machine Girl lo vediamo da lontano, per prendere un po’ d’aria e anche
perché non abbiamo aspettative alle stelle. Questi gabberoni maledetti, però,
hanno un’arma segreta capace di conquistarci: il metallo. Ebbene sì: nella
veste live del gruppo più scassone della scena rave internazionale vi è
generosa chitarra distorta, vi sono groove mefistofelici con sedicimila colpi
di doppio pedale al minuto e riffoni death assassini. Il tutto, commistionato
con grandissima maestria alla techno, alla DnB, e alla trance music. Sembra una
miscela impossibile, eppure funziona alla grande: non solo intrattiene, fomenta
proprio. Matthew Stevenson (AKA DJ Chaotic Ugly) è un frontman della madonna,
salta da ogni parte, ci spunta alle spalle che si arrampica sul booth del
fonico; il batterista Mankid è (leggere in spagnolo) “demente”. E così, i
quarantacinque minuti abbondanti di Machine Girl che ci vediamo sono una
goduria per gli occhi e per le orecchie, un omaggio al metal che, purtroppo,
quest’anno è stato un po’ deficitario e soprattutto il concerto “hectic as
fuck” che non deve mancare in nessuna edizione. Conclusione, unanime: i Machine
Girl ci piacciono. Voto: 6/7, cyber goths dance to Thomas the Tank Engine
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| LCD Soundsystem live @Revolut Stage (Primavera Sound), Barcellona, 07/06/2025 |
(esce al 75esimo accompagnato da una standing ovation di un’ora) LCD Soundsystem. E alla fine, tutto converge qui: una combo LCD Soundsystem - Turnstile che ha il sapore di un passaggio di testimone tra il più grande gruppo millennial (assodato) e il più grande gruppo zoomer (probabilmente). Quasi tre ore di musica, una grande scarpinata, danze sfrenate e pogo distruttivo quotati 1:1. C’è stata tanta musica, tanta fatica, tante separazioni, ma ora è tempo per unirci tutti e combattere la battaglia finale. You’re my Waterloo, diceva un rotondo signore inglese col cappello che suonava da queste parti il lunedì sera. Sarà una disfatta napoleonica o un successo immortale? Quando tutta la cumpa si unisce e comincia a penetrare dentro Mordor, guidata dai “topographical insights” del Falso (il nostro ranger), le sensazioni sono buone. Approfittando dello sbazzo generalizzato lasciato dal Central Cee nazionale (pffff), riusciamo ad accaparrarci un bello spazio. Cosa può esserci di più bello? Siamo tutti insieme, contenti, stanchi ma ringalluzziti, a vedere la migliore live band del mondo. E quest’ultima non è una frase che dico a cuor leggero. Ma dopo il loro concerto mostruoso a Lione lo scorso luglio, dopo averli ascoltati a stecca per mesi e dopo la performance senza senso che farà emozionare come bambini Tommaso, Daniel, Tom, Paolo, me medesimo e le migliaia di persone che ci attorniano, non ci sono altri modi per descriverli. Gli LCD sono la classica band da “che cazzo je voi di’?”, il condensato definitivo di... e parte il listone:
- Hit definitive. Troppe, troppe canzoni iconiche. Su un set più lungo qualche deep cut ci scappa, ma in un’ora e mezza, visto che stronzi non sono, c’è spazio praticamente solo per pezzi che sappiamo a memoria, che associamo a luoghi, persone, situazioni che esulano il momento presente. Pezzi che fanno parte della nostra vita, e che non si possono non cantare. “You wanted a hit, but baby we don’t do hits”, ascoltiamo praticamente a inizio set. “Sì, un cazzo”, risponde Pol. E ha ragione.
- Semplicità spettacolare. Le visuals minimaliste consistono in artifici semplici: un’alba in pura palette di colori, filmati della band ridotti a grossi pixel, linee semplici che ricordano approssimativamente le architetture soniche complesse di ogni canzone. Sono semplici, sì, ma parlano all’anima di ciascuno di noi. Sì, noi tutti qui presenti, la prima generazione della storia ad aver vissuto un sentimento nuovo: la nostalgia digitale.
- E ora, ballate! La batteria comincia a mettere gli accenti sui sedicesimi del charlie, la chitarra comincia a suonare qualche accordo tagliente, gli accordi di sintetizzatore si saturano piano piano, il basso inizia ad incalzare. Poi la palla specchiata si accende, partono lumi in ogni senso, le percussioni scoppiettano qua e là, i lead cominciano a spingere, ognuno dei numerosissimi musicisti è “tight as fuck”… Ed eccolo qua, il groove allo stato puro. Non ballare è praticamente impossibile.
- Emozioni. Ce ne sono a pacchi, di momenti emozionanti, specie perché il frontman è tra i più espressivi sul globo terracqueo. Ma una menzione speciale la devo fare: io di canzoni che dal vivo mi tocchino tanto quanto Someone Great non riesco a contarle sulle dita di una mano. Quando parte il verso “when someone great is gone” non posso non pensare a Steve Albini, il cui nome è stampato sul booth del fonico. Secondo me, per un attimo, anche James Murphy pensa a lui.
- Punk. Gli LCD Soundsystem sono un, se non il, gruppo dance. Eppure le loro radici punk non scompariranno mai. Si sente, eccome, che sono di New York, figli di una cultura musicale ribelle, casinista e schizzata. Molto del loro fascino è lì, nel sentirci le influenze di un humus musicale così florido: i Talking Heads, la disco music, la no wave. E, in fondo, anche una buona dose di Ramones, che si traduce nel loro amore per la chitarra distorta e le liriche provocanti. Che piacere, perciò, sentirli suonare la loro canzone più ironica in assoluto: la bomba rock North American Scum. Stasera siamo in Europa, la culla della cultura a quanto ci dicono. E, a notte fonda, pendiamo dalle labbra di un gruppo statunitense. “We can't have parties like in Spain where they go all night” suona quasi come uno sberleffo. E gasa.
- Tra patriziato e cultura popolare. Come ho già detto, la magia di questa band è che ha al contempo un suono tutto suo e che questo suono non nasconde le sue influenze, numerosissime, eclettiche e, detta molto semplicisticamente, nostre. Anzi, le celebra esplicitamente: a un certo punto sento delle note familiari, già riprese, pensa un po’, dai Big Black. “Hey, ma è una cover di The Model dei Kraftwerk!”, dico ai miei amici ancora più sconvolti di me. Poi la melodia si immerge in qualcos’altro. Tommaso ha un’aria compiaciuta: “I Can Change”, mi fa. Poi sorride: “FIFA 11” “Aspetta, quello con Ronaldinho?” “Nooo, Kakà! Al Real”. E poi, dopo questo scambio surreale, ci mettiamo a vibrare.
Su nessun’altro gruppo ho speso così tante parole in questo pagellone.
Perché questi 75 minuti di LCD Soundsystem hanno confermato una verità sulla
quale non so perché avessi ancora dei dubbi. Essi sono: Voto: 8/9, la
miglior live band del mondo
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| Turnstile live @Amazon Music Stage (Primavera Sound), Barcellona, 07/06/2025 |
Turnstile. Dopo Dance Yrself Clean
(bellissima infinita straordinaria esplosiva insensata spettacolare iconica
grandiosa eccentrica unica) abbracciamo Paolo e leviamo le tende dal palco
Revolut. “Me ne vado col cuore che piange”, dico al mio amico. E non a torto:
mi perderò New York I Love You, But You’re Bringing Me Down (maestosa
poetica straziante commovente eccelsa idiosincratica fuggevole devastante
profonda catartica) e All My Friends (profonda universale avvincente emozionante
rivelatoria tremebonda nervosa folgorante brillante fantastica). Che cosa avrà
potuto mai convincermi a commettere questa decisione scellerata? Una semplice
promessa: quella di un momento generazionale. NEVER ENOUGH è uscito ieri e non
l’abbiamo ascoltato, ma tutto, dai singoli alla promozione, fino a quella sorta
di release show gratuito e senza barriere in un parco di Baltimore, urlano a un
disco di cui si sentirà parlare per decenni. Il “drop” della title-track ci si
prefigura come un momento che la nostra discendenza tramanderà all’infinito.
Dobbiamo esserci: per la Storia, o per lo meno per la scommessa pascaliana di
essa. Ma se NEVER ENOUGH è a mani basse una delle intro più incredibili
degli ultimi anni, un sing-along definitivo e un’esplosione poghistica
estasiante, il resto del concerto riesce persino a superarla in quanto a
iconicità, potenza del messaggio, estro e genio. Lo show revampeggiato dei
Turnstile è ancora migliore di quello che ho visto più volte (di cui l’ultima
lo scorso giugno): ci sono meno riempitivi inutili, c’è ancora più hardcore e
ciononostante ancora più pop (o “hard-pop”, come ho amato definirlo: I CARE è sontuosa). C’è meno bla-bla e ciononostante ancora più “wholesomeness” (LOOK OUT FOR ME che transita da un riff alla RATM a una magica transe collettiva
a suon di deep house?, fuori di testa). C’è, per farla semplice, più sostanza.
E, cosa ancora più gradita, più urgenza: l’urgenza di aggregare la nostra
gioventù in un movimento unito, col fine di capire che sono questo genere di
esperienze ad alto contatto umano a renderci forti, forse persino più forti di
tutta la merda che i decenni a venire ci riservano e le pezze che dovremo
metterci. Il momento più alto del concerto non è l’intro, intrippante e
festosa, ma l’outro, concreta e speranzosa: quando in BIRDS saltano
tutti e Brendan Yates canta “Finally I can see it, these birds not meant to fly
alone” non posso fare a meno di pensare che, se questo mondo che va in malora
riuscirà a salvarsi, sarà in gran parte per merito del punk. Voto: 8+, SaveYour Generation
Domenica 8
giugno – Giorno Bonus
Madonna mia. La
nottata di ieri è stata talmente la Madre di Tutte le Rute che persino il
DJ-set di chiusura l’abbiamo mandato a farsi fottere (ultimo pezzo, messo da
Danny J Harle o da chi per lui? We Are Family; onesto). Il Forum ci ha
regalato emozioni immense, e teoricamente potrebbe continuare a farlo: la
line-up della domenica clubbara è, finalmente, di livello. Ma di fronte a un
clash Paul Kalkbrenner - Cap’n Jazz che, dio mio, speravo de morì prima,
decidiamo di salutare il porto più bello del mondo per il 2025 e dedicare
l’ultima giornata, quella dolorante e spaesata, a una selezione di musica dal
vivo nei club del Raval come non se vedevano da anni, una Ciutat che, per
citare Il Falso, è “un festival dentro al festival”. Il sistemino del cazzo
delle “reservas” non è stato proprio privo di ansiette ma, insieme a lui, anch’io
e Daniel l’abbiamo più o meno sfangata. A delle 20:30 che sembrano al contempo le
15 e le 3 del mattino sono dentro al Paral·lel 62. Comincia l’ultima danza.
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| Kim Deal live @Paral·lel 62 (Primavera Sound), Barcellona, 08/06/2025 |
Comic Sans. Come l’anno scorso, il gruppo d’apertura spagnolo me lo ciuccio da solo. Del resto, è risaputo che, nella cumpa, quello col feticcio degli opening act e delle band locali sono io. Se l’anno scorso le valenciane Las Petunias erano riuscite a regalarmi una buona dose di simpatia e freschezza con il loro pop-punk dalle tinte twee, va detto che i baschi Comic Sans, pure se almeno ci provano, non danno grandi risultati. Il problema dei ragazzi di San Sebastian non è né l’amatorialità, né l’inefficacia. Quello che fanno lo sanno fare bene, il problema è che quello che fanno è un midwest emo revival in spagnolo che saccheggia i The Get Up Kids, probabilmente il gruppo che mi piace di meno nel mare magno di quelli che ricordiamo come i grandi dell’emo anni ’90. Come per la “real thing” (di cui potete trovare una disamina perché li ho visti a ottobre 2024), il concerto mi intrattiene ma non riesce mai a catturarmi. Sono cosciente che è un problema mio ma un fondo di indifferenza, questa musica troppo distante dalla sua radice hardcore e dalle velleità troppo pop per sfociare nel math, me lo risveglierà sempre. Perciò, pur trovando simpatico il microcosmo millennial nostalgico, tra riferimenti a Dragonball, a Pro Evolution Soccer 6 et similia, le formule manieriste del quartetto spagnolo, tra arpeggini e power chords leziosi, finiscono per annoiarmi. Solo il loro eroismo, quello di suonare una musica così fuori contesto nel loro paese, nonché di essere essenzialmente quattro impiegati (ce lo confermano a parole, ma non ce n’è bisogno), riesce a farli arrivare vicini alla sufficienza. Voto: 5/6, mid basque emo
Cap’n Jazz. Penso che un altro pippone come
quello che ho scritto riguardo al set di sabato sera non lo vogliate né leggere
voi, né scrivere io. Quello di stasera è praticamente lo stesso concerto di
ieri, ma al chiuso. Perfetto uguale, se non più perfetto. Non posso aggiungere nient’altro.
Al limite, una citazione di Rodrigo De Paul: “Dale, pasa. Diez. Diez, boludo,
dale. Dale, boludo”. Voto: 10, il senso della vita, ma al chiuso
Kim Deal. Alla domanda, provocatoria e maliziosa: “Chi è la persona più leggendaria a suonare quest’anno al festival?”, per anni, si poteva tranquillamente rispondere: “Steve Albini”. Ma ora che il frontman degli Shellac non c’è più, la domanda ha una risposta molto meno scontata. I miei due centesimi, quest’anno, io li do a quella che forse è la regina madre dell’indie rock americano: Kim Deal. Fiera dell’uscita di Nobody Loves You More (2024), disco che mi è piaciuto un casino, la cantante di Dayton, Ohio ha intrapreso quella che non fatico a credere come una delle tournée più ambiziose della sua vita: ad accompagnarla, in più di una formazione rock classica, ci sono fiati, coriste, archi… insomma, una madonna di gente. Ed è vero che, dopo il giusto visibilio che accompagna la sua venuta e la visione della maglietta che porta (quella con Albini nel logo dei Raiders), le prime canzoni che vengono suonate danno subito sfoggio di arrangiamenti eleganti e dettagliati. Eppure la combo da lacrime Nobody Loves You More seguita da Coast non lascia spazio ai dubbi: questo è indie rock, puro e duro, di quello che ti entra nel cuore senza bussare. Persino Kim Deal, pure se non li dimostra mai nella vita, ha superato i sessanta da qualche anno, a riprova che gli anni ’90 che tanto si celebrano qua dentro siano ormai roba da vecchi. Ma la sua garra, il suo sorriso, le sue melodie e la sua voce ruggente non lasciano spazio a dubbi: la miglior decade della musica indie sono i ’90s, ed è anche il merito di rocker eccezionali come lei. E perciò, finisce che per metà del concerto celebriamo con sorpresa e gioia smisurata quegli anni lì: dopo le migliori canzoni del suo nuovo album, la midwestiana mette in scaletta pezzi su pezzi delle The Breeders, in un greatest hits devastante: dalla granitica No Aloha alla mega-hit Cannonball, dalla sferzante Happiness is a Warm Gun (non una cover, ma una trasfigurazione di quella dei Beatles) fino alla dolcissima Drivin’ on 9. Per me, è come essere un bambino in un negozio di giocattoli: sono in visibilio. E il finale con Gigantic dei Pixies (da Surfer Rosa, l’album più ‘90s degli ‘80s) è tipo il castello dei Playmobil, una gioia pura e definitiva, “a big big love”. Niente da fare: finché c’è gente che la ama quanto Kim Deal, o quanto noi, questa musica non solo non morirà mai, ma non invecchierà nemmeno. Voto: 7 ½, il nostalgia act che ci meritiamo
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| The Jesus Lizard live @Paral·lel 62 (Primavera Sound), Barcellona, 08/06/2025 |
The Jesus Lizard. Questo Paral·lel 62, che sembra
quasi l’omaggio a Steve Albini che l’anno scorso il PS non è riuscito ad
imbastire, sta arrivando alla sua conclusione. Su di giri come non mai per le
gioie che questa line-up cristologica sta regalando, nonché per aver scambiato
due parole con un amabilissimo Tim Kinsella, ho dimenticato ognuna delle
numerose debolezze fisiche che ho accumulato in questi giorni. Sindrome
dell’immortalità, la chiamano alcuni. Non proprio la patologia più indicata da
contrarre poco prima del concerto che, per usare le mie stesse parole, più di
ogni altro risveglia “un sentimento atavico: la paura della morte”. Ovunque ci
si trovi, lo show dei The Jesus Lizard è una delle cose più folli che si
possano vedere in una vita di musica dal vivo. Il cantante David Yow, che
nessuno avrebbe mai visto avere parvenze di sobrietà a un suo concerto, è un
pazzo furioso: fin dalla prima canzone, una scellerata Mouth Breather
(il cui titolo è stato inventato da Albini: cento punti se sapete a chi si
riferiva), il nonnetto punk rocker decide di mettere a repentaglio la sua vita
gettandosi sul pubblico. Mentre la banda, precisa e calibrata alla perfezione,
suona il rock’n’roll arrugginito ed affilato che ha fatto entrare il quartetto
negli annali, nel pit succede di tutto e di più: una baraonda forsennata che si
sposa benissimo con questa musica animalesca. E il resto è storia: il miglior
gruppo noise rock di sempre (sì) regala a Barcellona un concerto fuori di testa
su tutti i fronti, che siano quello del carisma, della potenza sonora, o ancora
del songwriting. Un concerto, peraltro, generoso, con un ricco encore e pure
delle cut abbastanza rare da ascoltare, una su tutte una Monkey Trick
veramente devastante. Un concerto che resterà impresso nella mente di tutti e,
nel mio caso, anche nel corpo. Durante un crowd surfing sbilenchissimo verso la
fine del concerto sbatto la schiena e avrò dolori per una settimana buona. Non
è la prima né l’ultima volta che mi succede, ma forse è l’unica in cui nel
fondo del cervello mi sfiora il pensiero che potrei starci rimanendo. È
inaspettato e doloroso quanto basta per provare, oltre all’adrenalina, la buona
vecchia paura della morte. Una sensazione sottovalutata. Voto: 7/8,
automobile che sbanda
Chat Pile. Non vi preoccupate, sto bene.
Benone, persino: non abbastanza da pogare, ma abbastanza da fare chiusura come
del resto era previsto. Con un Falso e un Daniel contentissimi di aver visto i
Jesus Lizard due volte in tre giorni (per il primo è il gruppo di culto
dell’edizione, per il secondo la più bella scoperta), entriamo in una 2 de
Apolo che ha un’atmosfera da ultimo tango. Gran film, Ultimo Tango a Parigi:
sarei quasi curioso di sapere cosa ne pensa Raygun Busch, il cantante dei Chat
Pile. Perché il baffone in questione, “dad bod” bello in vista e look da “uno di
noi”, non appena monta sul palco comincia a ragionare di pellicole spagnole.
Deliri innocenti di un geek cinefilo. Ma poi parte la musica, ed è
probabilmente lo sludge metal più contorto, dissonante e bestiale che io abbia
mai sentito. L’impatto sonoro è devastante, una mazzata che stordisce tutti (in
particolare Daniel, che ridona sfoggio della sua classica faccia stupefatta). E ancor più della
potenza del suono, è il songwriting a farci cadere la mascella per terra: pur
avendo dei riff doomici (talvolta meshugghici) pesantissimi, i quattro
dell’Oklahoma non si compiacciono mai nella ripetitività, ma al contrario
partono in esplorazioni (a)melodiche ambiziose, mentre il carismatico vocalist,
tra spoken word a sfondo politico e berci hardcore nichilisti, colora la tela
di sfumature di nero e grigio. La musica dei Chat Pile è decisamente “bleak”,
ma lo è in modo quasi giocoso, come se la band volesse dimostrare attraverso un
savoir-faire demolitivo un’eroica strafottenza verso la conformità sociale in
un mondo che sta bruciando. Il fatto, esilarante, che il frontman parli solo e
soltanto di film tra una canzone e l’altra va quasi a rinforzare questa loro
attitudine punk. Com’è, del resto, decisamente punk che un gruppo metal faccia
una cover dei Nirvana: la loro versione di Scentless Apprentice è una
vera manata nel muso, nonché l’ultimo (forse) inconsapevole omaggio all’Albini
nazionale, che questa sera ne ha ricevuti assai. I Chat Pile sono un gruppo che
non assomiglia a nessun’altro, cosa più unica che rara nel panorama del metal
contemporaneo. Senza cercare strane commistioni, sono riusciti a trovare un
suono tutto loro, cupo e oscuro ma sempre avvincente, e a mettere su uno show
che è qualcosa di più di un semplice assalto sonoro: è una riflessione,
scherzosa e disincantata quanto rabbiosa e potente, sulla condizione umana
nell’antropocene. Un finale veramente eccelso. Voto: 8, instant classic
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| Chat Pile live @La 2 de Apolo (Primavera Sound), Barcellona, 08/06/2025 |
Conclusione
E così, un’altra
folle edizione del Primavera Sound è andata.
L’anno scorso ho
pubblicato il primo “pagellone PS” della mia discreta carriera
primaveristica. L’ho fatto nel modo più succinto, quasi asettico, possibile. E
se così è stato, è perché sentivo il bisogno di rispondere a un’implicita e
martellante domanda di fondo: vale ancora la pena andare al Primavera? È ancora
il festival giusto per noi malati di musica? È ancora una terra promessa? Avevo
risposto a questa domanda facendo persino un elenco di cose che non mi erano
piaciute troppo (la shrinkflation nel numero di palchi, DJ-set dubbiosi, certi
headliner che stonano). Sarei anche pronto a rifarlo, se non fosse che
quest’anno non ne ho punta voglia. Un festival perfetto al 100% non può
esistere ed è una cosa di cui prendere atto. Anche il Primavera ha i suoi
difetti (quest’anno, su tutti: il marketing delle “pop girlies” di stocazzo, un
paio di slot un po’ vacui), ed è una cosa con cui, ormai, convivo serenamente. Così
come, ormai, convivo serenamente con la convinzione che questo festival è al
contempo casa e avventura, serenità e scoperta. Ogni anno il Primavera ha
tanto, tanto da offrirmi. Basta guardare la media dei voti per rendersi conto
che la qualità della musica, se scegli le rute migliori (che non per forza sono
le più giuste), è semplicemente stratosferica.
E così come l’anno
scorso ho parlato molto poco delle congiunture della vita, delle separazioni e
dei ritrovamenti, degli incontri e delle chiacchierate, degli accordi e dei
disaccordi, quest’anno ho deciso che non valeva la pena di eliderle. Quello che è bello
ricordarsi, del Primavera, sono anche queste cose qui. E se c’è un fattore
supplementare che mi spinge a tornare a Barcellona ogni anno, è che insieme a
me verranno degli amici fantastici che renderanno l’esperienza ancora migliore.
Ho già dedicato loro non solo l’intero articolo ma anche svariati racconti di
malefatte che avrei potuto risparmiarmi. Forse, alla fine di una blog entry che ci
ho messo un mese e mezzo a scrivere, è bene che non mi dilunghi oltre. È stato
bellissimo e indimenticabile. Grazie a tutti.
P.s.: Ma sì, chi se ne frega. Ho immortalato a parole un sacco di momenti incredibili, non vale la pena andare “all the way” e sparare anche una carrellata di foto ricordo più o meno sceme? Eccovela qui. Fatene quel che volete.
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| OMG Sabrinaaaaa 😍 |
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| >mfw I go to Parc del Fòrum and leave after 30 minutes |
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| Prima il dream pop... |
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| ... poi il piacere! |
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| "He will never be in good shape at the Dave P set!" |
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| *spits cereal* |
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| Per fortuna Tommy era un po’ più in forma quando ha incontrato Dio |
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| Rutatori seriali... |
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| ... e mangiatori professionisti! |
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| Solo per i più temerari |
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| Don’t try this at home |
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| Oddio Paolo ti prego pure le patatas bravas no per favore |
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| A tavola leoni, sotto palco con 40 gradi coglioni |
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| Rarissimo avvistamento di RIQUI |
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| E ridendo e scherzando si è fatta l’alba |
Dunque è a questo che serve l'Auditori quest'anno...
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| I cugini d’America! |
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| “Fotinpoims”! Marinelli ti si vole bene |
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| Still House Plants in giro per strada all’alba |
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| Dialogo tra premi Nobel |
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| Real OG 🫡 |
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| The chiusura boys |
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| Con Tim Kinsella: mi tremavano le gambe vi giuro |
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| The chiusura boys (a la Ciutat) |
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| The end. |



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