Tutto quello che scrivo, lo scrivo nell’intento che qualcuno ne usufruisca
e se lo goda. Sarebbe riduttivo, però, affermare che un blog come questo ha delle
finalità precise unicamente per chi lo legge. Ovviamente, anche chi scrive (il
sottoscritto) si aspetta di ricevere qualcosa dalla piattaforma. Un ponte di
connessione con gli artisti citati? Snì, non è lo scopo finale. Una valvola di
sfogo per la creatività? Solo in parte. Un modo di soddisfare le manie di
completismo nella documentazione della vita concertistica? Assolutamente, al
cento per cento.
È così bello parlare di concerti, catalogarli, potersene sempre ricordare.
Ed è così brutto immaginare che ci sono tanti live per cui, per svariati motivi
(irrilevanza del set, mancanza di tempo per scrivere…), non resterà mai una traccia
per iscritto. È quasi doloroso. Ragion per cui ho voluto, in questa fottuta
settimana di capodanno, scrivere qualche parola su tutti i concerti che sono
stati omessi nei miei articoli da quando il blog è nato.
Il mio modo di scrivere è prolisso, lungagnone, arzigogolato. Se avessi
dovuto affrontare l’argomento con le mie consuete frasi interminabili e
complesse, probabilmente avrei dovuto passare un mese intero dietro alla tastiera. Per
una volta, oggi, leggerete (tanti) live report usciti dalla mia memoria e penna, ma raccontati con frasi brevissime. Soggetto complemento oggetto,
quasi nessuna subordinata. I trafiletti sono davvero minuscoli, un po’ una
versione Stereo Totalica dei piccolini Barilla. Dei quali mi sono divertito a
rubare il nome.
Dategli un’occhiata, ci sono cose interessanti. Artisti underground dei più
imboscati o in voga, insieme ad artisti che chiamare famosissimi sarebbe un
eufemismo. Ah, ci sono almeno due set che sono nella mia personale top ten del
2024, a ricordare che quando si decide di non parlare di un concerto non è
perché sia sotto la media. Anzi!
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| Marie Delta live @L’International, Parigi (22/11/2023) |
Pétrin live @Les
Nautes, Parigi (27/10/2023) à Questa incredibile sala concerti a bordo Senna meriterebbe un libro a
riguardo. Perciò non ne parlo. Serata in cui porto Lauren a vedere i Trotski
Nautique. L’opening act è ’sto tipo che canta con la chitarra. Fa tipo slowcore
acustico. Assolutamente deprimente. Ha una canzone sulla gelosia che non è
male. Ma preferiamo restare fuori a bere. Il secondo cantautore, Jean-Pierre Marsal, è di troppo. “Pourquoi on s’inflige ça?”, dice un
tizio. Ha ragione. Preferiamo restare fuori a bere.
Alla fine ci siamo ubriacati. Pesantemente.
Marie Delta live @L’International, Parigi (22/11/2023) à Serata organizzata da una casa editrice, Le
Gospel. Headliner: Ellah A. Thaun. Senza sorprese, il suo è stato un concerto
sconvolgente. I due opening act li visti tanto per. Marie Delta è una cantante
che ragiona su un tappeto di synth. Niente di memorabile, ma ho qualche sprazzo
di ricordi. Soprattutto una foto bellissima. Le facessi per i concerti che mi
sono piaciuti, foto così, ne farei un mestiere. Segue Sol Hess, cantante
che ragiona con una chitarra. Ammetto di essermi dimenticato tutto il suo set.
Ricordo però che mi ha rivolto la parola. È già qualcosa.
Helmet live @Petit Bain, Parigi (03/12/2023) à Domenica sera. Ricordo che ci sono andato con un grosso hangover addosso.
Non ricordo perché. Mentre attraverso il ponte davanti a Bercy sono al telefono
con Lauren. Le dico che l’hard rock mi rimetterà in sesto. Nico del Petit Bain è
molto amichevole. È da un po’ che, dopo i Magnetic Fields, gli rompo le palle
con gli Helmet. Amo gli Helmet, gruppo pesante e indefinibile per eccellenza.
Io li definisco “grunge con un tocco metal”. Tutta la West Coast mi sputerebbe
addosso.
La folla è sul vecchiotto andante ma simpatica. Niente opening act. Si
capisce perché c’è già un’installazione di pannelli di vetro attorno alla
batteria. La gente sa che il setup del gruppo è questo. Montano sul palco e
penso: “Madonna, ma chi sono ‘sti due turnisti? Chitarrista e bassista sono
giovanissimi e portano uno smanicato. Hanno un aspetto che richiama vecchia
scena hardcore e violenza domestica”. Evidentemente mi sbagliavo, suonano negli
Helmet da decenni. Cioè, mi sbagliavo sul “giovanissimi”. Sulla scena hardcore
e sull’altra cosa non lo so.
Avevo una mezza idea per un articolo. Poi l’ho accantonata. La prima volta
che si accantona non si scorda mai. Il succo dell’articolo sarebbe stato:
andate a vedere i gruppi prossimi alla pensione. Qualche cosa da darti la
hanno. Non i pezzi nuovi. Alcuni sono veramente dozzinali. In un vecchio documentario Dave
Mustaine diceva qualcosa tipo: “There’s music that’s nothing but a rhythm to
bang your head to”. Grande
Dave. In compenso, i pezzi vecchi sono veramente immortali. Una discreta landa
riempita di riff. C’è anche stato un intermezzo di blues puro. Alla fine è
anche partita la mia preferita: In the Meantime. Niente pogo per me
stasera. Ma ho sentito il demone.
Saluto gli Helmet e gli faccio un cuoricino con le mani. Gruppo decisamente
leggendario. Buonanotte.
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| Helmet live @Petit Bain, Parigi (03/12/2023) |
In teoria c’era anche un/una tale B.R.I.O.C.H.E. Sulla line-up c’è scritto
che fa “performance”. Forse la performance era che non era lì. Ma più
probabilmente eravamo nell’altra stanza a bere noi. Music for Alternative
Babies alla fine ha messo musica su una cassa gigante illuminata da led
arcobaleno. Tra le altre, i Nirvana. E mi ha dedicato You Think You’re a Man
dei The Vaselines. Da quel giorno mi sono innamorato di questo bar.
P.s.: Ricordo solo un DJ quella sera, Seb per l’appunto. Ma sulla line-up
ne sono indicati due: MFAB e Pipi de Frèche. Appena lo rivedo, gli chiedo quale
dei due è lui. Spero Pipi de Frèche.
Batist & The ’73 live @Le Motel, Parigi (03/04/2024) à Un mercoledì sera qualunque. Volevo incontrare
Paul. Forse perché cominciava a fare bel tempo. Abbiamo bisogno di
frescheggiare, noi punk, a volte. Per caso quando andiamo c’è questo tizio con
la chitarra che canta. Mette anche qualche drum machine, tutto molto
minimalista. “Hai visto, ha una Jaguar!”, dice Paul. “Mai sentita, ‘sta
chitarra. A cosa servono tutti ‘sti bottoni?” “Boh”. Finisce che il set lo
vediamo tutto. Il ragazzo suona bene. La voce forse è un po’ stucchevole.
Comunque indie pop puro. “Vedi che fa le strummate all’altezza del ponte?”,
dice Paul. “Eh, a cosa serve?” “Fa un suono più denso.” “In che senso più
denso?” “Boh”.
Era un release party. Nessuna canzone mi ha veramente colpito nel profondo.
In compenso, il self-titled album che ne è uscito non è niente male. Forse è un
po’ stucchevole. Comunque indie pop puro.
“E adesso questa canzone per ricordarvi che non bisogna fare le corna alle
proprie fidanzate!”, dice Batist. La canzone, a logica, dovrebbe essere Some Ex-Girlfriends, ma non ne sono sicuro. “Ma come si può fare le corna alla
fidanzata? Già è un evento rarissimo di averla, una fidanzata. Pensa trovarne
due allo stesso tempo. Impossibile, secondo me”. Questo l’ho detto io.
Gurl live @La Maroquinerie, Parigi (05/04/2024) à Opening act di un concerto dei Johnny Mafia. Concerto che si annunciava
generazionale e così è stato. Ho passato tutto il pomeriggio a fare caciara con
Théo e Maxime. Arriva il momento dell’apertura cancelli e Théo vuole
temporizzare. Ma col cazzo! Mi trascino Maxime dietro per andare a vedere anche
l’opening act. “Get your money’s worth”, è uno dei miei dieci comandamenti.
Le aspettative sono alte perché un Johnny Mafia mi incrocia e mi fa: “I Gurl
muoio dalla vogia di vederli”. Il trio ha un aspetto non simpatico, di più. Il
batterista porta una felpa arancione col cappuccio costantemente su. Tipo Kenny
di South Park. È garage rock per giovani. Un po’ più melodici e meno tellurici
dell’headliner. Un giusto prolegomeno. Li devo ancora recuperare. Presto lo
faccio, prometto. Anche perché hanno un disco listato come LP che dura
diciannove minuti e un altro listato come EP che ne dura venti. Nostrismo.
A un certo punto parte una cover di Boys Don’t Cry di fattura
davvero pregevole. Io sono contento. È il miglior pezzo dei Cure, d’altronde.
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| Sunn O))) live @Elysée Montmartre, Parigi (06/04/2024) |
Sunn O))) live @Elysée Montmartre, Parigi (06/04/2024) à Vado a vedere questo ambitissimo concerto col mio
amico e collega Daniel. Lui non lo sa, che il giorno prima mi sono distrutto a
garage rock. È irrilevante, comunque. Daniel di mestiere è ingegnere acustico.
Io non ne so nulla perché sono un venditore, ma a quanto pare è un asso a fare
modellizzazioni del rumore delle pale eoliche. Questa cosa, invece, è
rilevante.
Sul palco c'è una dozzina abbondante di ampli. Daniel fa una faccia di terrore. Ho una
storia Instagram del momento in cui dico: “Très sobre!” che mi fa sempre
ridere. L’opener si
chiama, copio-incollo, Jesse Sykes with Phil Wandscher & Bill Herzog.
Uno dei tre mezz’ora fa stava
bevendo un bicchiere di liquore accanto a noi nel bar dei cinesi. Suonano folk.
Americanissimo. Non è male. Volevo scrivere un articolo su questa serata. Avevo
anche in mente il legame tra questo act, a prima vista incoerente, e i maestri
del drone metal. Me lo sono dimenticato.
Volevo scrivere un articolo. Ma c’era troppo da dire. Per info, il tema di
questa tournée era “Shoshin duo”. Stephen O’Malley e Greg Anderson. Senza altri
musicisti. Senza Attila. Senza fronzoli. Loro due, chitarra, pedali, ampli.
Basta.
Concerto migliore dell’anno, mi sa. Incredibile, insensato, indescrivibile.
Brividi a ogni nota. Facile con così poche note, direte voi. Col cazzo. Ogni
fottuta nota è calibrata alla perfezione. Alzano le mani, incappucciati e
solenni. Poi danno la plettrata. E vieni letteralmente pervaso dal suono.
Mi cade la mascella per terra. Mi giro verso il mio compare. Ha gli occhi
chiusi. Non capisco se sia concentrato, se stia godendo o se stia soffrendo.
Probabilmente tutte e tre. Partono le visuals. Minimaliste, ma massimaliste. Un
cerchio di luce. Fumo a non finire. Mi sembra la cosa più bella che abbia mai
visto. Do un colpetto al mio compare. “Guarda!”. Apre gli occhi, spalanca la
bocca. Mille pensieri attraversano la mia testa. Vorrei che questo momento duri
per sempre. Questo momento potrebbe seriamente danneggiarmi. I miei cinque
sensi sono completamente storditi. L’udito sta percependo qualcosa di irreale,
la vista è ormai offuscata, il tatto è scosso dalle vibrazioni sonore. Nel mio
campo olfattivo arriva un odore familiare e mi ritorna alla mente il ricordo di
una canna deflagrante che mi capitò di fumare nel 2017. E a quel punto mi
sembra che anche le mie sinapsi stiano subendo il colpo della musica dei Sunn O))).
(Mamma, babbo, scusate ma dovevo dirlo).
I due stregoni del rumore alzano le mani. Pugni. Corna. Rock’n’roll. Lì
capisco. Non è musica concettuale, è musica viscerale. Questa che abbiamo
davanti non è una sperimentazione, è la nostra cazzo di religione. La nostra
droga. È per questo che viviamo: la distorsione pura. In totale il concerto è durato
tipo un’ora e mezza. Due o tre brani, se non sbaglio. Perlopiù sulle frequenze
basse. Sul finale di ciascuno dei pezzi i Sunn O))) virano sulle frequenze
alte. Ogni volta io e Daniel ci guardiamo. Non possiamo parlare. Ma lo sguardo
dice: “Questi ci vogliono morti”. Dura poco, ma è adrenalina pura.
Abbiamo parlato di questo concerto per mesi. Ci ha scioccati. Daniel spesso
dice che è il concerto più interessante che esista da un punto di vista
acustico. Ad esempio, il suono è molto variabile a seconda di dove ti trovi
nella sala. Una sorta di architettura fluida. Io, dal canto mio, corroboro
l’entusiasmo dicendo che i Sunn O))) sono l’essenza del metal. Una musica che
amerò sempre. Opinioni senz’altro complementari.
Ovviamente, queste cose ce le siamo tutte dette a posteriori. La sera
stessa, ci siamo solo detti roba tipo: “No, vabbè, incredibile!” “Già! Avevo i
tappi per le orecchi ma non capisco comunque un cazzo”. Con l’aspetto di due
rincoglioniti, sicuramente.
Fuori di testa.
Deglutissement live @La Pointe Lafayette, Parigi (13/04/2024) à Opening act dei
Baltrink’. Che hanno spaccato, nel vero senso della parola. A un certo punto un
pezzo di intonaco ha cominciato a penzolare dal soffitto. Qualcuno gli ha dato
un colpo. Potrei essere stato io. Di sicuro sono io che ho lanciato il coro: “Le
plafond! Le plafond!”. E sono sempre io che ho allungato una sigaretta al
cantante. Se l’è accesa durante la canzone La Cigarette Sociale. Di cui spero
esca una registrazione, un giorno. Ero in forma quella sera.
Ritorniamo all’opening act. Un gruppo nuovo di zecca che suona un hardcore
punk molto semplice. Un hardcore punk anche troppo semplice. Un gruppo anche
troppo nuovo di zecca. Il materiale è poco e acerbo. Deglutissement hanno fatto
lo stesso set di dieci minuti due volte di fila. Che è una cosa simpatica, ma
anche un po’ frustrante. Un moto di narcisismo: vedendoli suonare mi sono detto
che anche il mio gruppo può fare un live come si deve ormai. Presto forse sarà
così.
Niente di trascendentale, ma sono dei bravi guaglioni. La mia più grande
speranza? Rivederli per sbaglio o per caso ed essere piacevolmente sorpreso.
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| Mezerg live @New Mornings, Parigi (24/05/2024) |
Mezerg live @New Mornings, Parigi (24/05/2024) à Taha, il mio bassista, ha due biglietti per questa serata da un po’. Mi sa che se li tiene in caldo per un appuntamento con una ragazza delle app di dating che ne valga la pena. Ma a volte la ruota non gira. Allora mi propone di venire con lui. Onorato.
Taha parla spesso di Mezerg, questo tizio che fa musica elettronica col theremin. L’ha già visto dal vivo, dice che è spettacolare. Una volta uscendo dalle prove passiamo davanti a un tizio coi capelli lunghi che è, supponiamo, in dolce compagnia. Taha si inchina davanti a lui e lo fa sorridere. Poi Taha dice: “Era Mezerg. Volevo fargli capire la mia ammirazione senza disturbarlo”. È dunque da un po’ che so dell’esistenza di questo artista, ma quando arrivo al concerto devo aver ascoltato dieci minuti cumulati della sua musica. Le canzoni del (lunghissimo) album Chez Mezerg del 2021 sono pezzi electro abbastanza ordinari. Parlo di questo concerto con Théo e mi dice: “Musica da fighetti con la camicia bianca”. Taha mi ha rassicurato: “Sì, quello che dice Théo un po’ è vero. Ma te fidati di me”. E un batterista deve sempre fidarsi del suo bassista.
Entriamo nella sala presto e già alticci. Siamo in primissima fila. A
quanto capisco è raro vedere Mezerg in una sala così piccola (e bella) (e
importante) (forse il jazz club più importante della città). Calcolate che, da
qualche giorno a questa parte, i manifesti per il concerto di Mezerg allo
Zénith di aprile 2025 (!) sono dappertutto. Insomma, privilegio vero. L’opening
act Eddie Purple è un tuttofare che suona electro macchiata di nu-jazz
con synth e loop pedal. Le sue vocals sono simpatiche quanto il suo volto. Vale
un ascolto, è davvero molto divertente. Restiamo in primissima fila. Attorno a
noi, effettivamente, troppi fighetti con la camicia bianca. Ma non solo. C’è ad
esempio una ragazza sola, vestita di nero, bellissima e presa benissimo, che
rinomineremo Vestas V90. Dettaglio forse irrilevante.
Mezerg non è da solo, con lui c’è un batterista di nome Brülin. Cominciano
a suonare. E ne sono soggiogato. Ve lo giuro, non ho mai sentito un impulso
così irrefrenabile di ballare. Brülin tiene il ritmo come un dio, è
precisissimo. Mezerg non so come faccia a suonare tutta la roba che stiamo
ascoltando, ma so che lo sta facendo. Le linee di basso sono irresistibili, le
melodie futuristiche, i groove contagiosi. E il theremin? Porca troia, il
theremin! Fa un sacco di cose, ‘sto theremin. Ma soprattutto aggiunge, a questo
impianto così temperato e preciso, un po’ di sporcizia. L’electro non è bella
se non ha un po’ di zozzeria, no? E qui ce n’è la dose giusta. In mezzo alle
camicie bianche, io con la maglia di Mary Bell e Taha nel suo consueto full
black, ci sentiamo un po’ dei ribelli. Anche Vestas V90 è dei nostri. E
saltiamo fino al soffitto. Frega un cazzo di tutto il resto.
Volevo scrivere un articolo. Non ci crederete mai, ma era un articolo in
cui parlavo sia di Mezerg sia dei Sunn O))). Nello stesso articolo. Che cazzo
c’entra, direte voi? Niente, ma con entrambi questi “duo” strumentali ho vissuto puri
momenti di estasi. Estasi diverse, eppure comparabili. Estasi vere. Estasi
indescrivibili. Ci ho rinunciato: se sono indescrivibili, tanto vale non
descriverle.
Tutto quello che so dirvi è che forse è stata l’esperienza club music più
bella della mia vita. Il duo francese più in forma del momento ci ha fatto fare
un viaggio attraverso tutto il meglio dell’elettronica. Ambient techno,
downtempo, house, electroclash, dance-punk, chi più ne ha più ne metta.
Soprattutto, abbiamo visto a distanza di centimetri un talento puro e
brillante. Sta per uscire un album, dove Mezerg riconferma Brülin dietro le
pelli. Penso che la maggior parte di quello che abbiamo ascoltato al concerto
sia su questo disco. Non vedo l’ora di ascoltarlo in religioso silenzio e
rivivere parte di questo momento magico.
Per darvi un’ultima idea di quanto mi sia piaciuto il concerto, vi racconto
un aneddoto. Usciamo dal New Morning ubriachi, non solo di alcol. Ma anche di
musica e poesia, come diceva Glauco Tirabassi. Dove per musica si intende il
set fotonico appena visto. E per poesia la lieta conoscenza di Vestas V90. Ma l’abbiamo
persa subito dopo essere usciti. Comunque vedo Brülin e mi viene in mente una
battutaccia. Disinibito come sono, gliela faccio: “I Soulwax sono i Daft Punk
belgi, voi siete i Soulwax francesi”. Un po’ è vero, lui ride e sembra
lusingato. Un po’ è anche falso. Con tutto l’amore del mondo, meglio il live di
Mezerg di quello dei Soulwax.
Praticamente senza difetti, ‘sto concerto.
Ho scoperto The Belair Lip Bombs perché Mac dei Superchunk ha detto che
hanno fatto il miglior album power-pop del 2023. Non potevo non fidarmi. Vado a
controllare e in effetti è così. Probabilmente, non poteva non essere così.
Lush Life, amiche e amici, disco pazzesco. Recuperare.
Classico sabato sera da Supersonic con ospite intercontinentale. Vale a
dire: prima degli australiani passano necessariamente una band parigina e una
band di provincia. I parigini sono gli Interlude. Suonano un rock in
francese abbastanza dozzinale. Del set ricordo solo che i giovani sotto al
palco erano in delirio. E i membri della band tracotanti. Li ho cercati di
nuovo perché avevo scordato il nome. Si definiscono una band franco-latina.
Ecco, questa cosa mi sta sulle palle. Cantate in francese, state in Francia.
Siete una band francese, punto. Questo mi ha però ricordato che il batterista
ha rappato in spagnolo. Strana cosa, la memoria. La band di provincia sono gli Oslo
Tropique di Tolosa. Bella città, bel suono. Nome del cazzo. Ma del resto
tante band ne hanno uno, tipo: Queens of the Stone Age. Ecco, gli Oslo Tropique
ricordano un po’ i Queens of the Stone Age. E non per forza quelli giusti. Sono
un po’ pacchiani ma intrattengono.
Via, classica serata in cui la ciccia buona arriva alla fine. The Belair
Lip Bombs hanno semplicemente impartito una lezione di indie rock. Musica
semplice, diretta, piena di significato. Hanno fatto tutto l’album e anche
qualcosina di più. Non un momento di stanca. Solo pezzoni su pezzoni su
pezzoni. A volte sbarazzini, tipo Stay or Go (abbiamo ballato). A volte
emotivi, tipo Look the Part (ci siamo commossi). A volte energici, tipo Say My Name (abbiamo pogato). Cuoricini al posto degli occhi.
La band in generale è sopra la media. La cosa più sorprendente però è la
cantante Maisie. Ha una voce pazzesca. Forse è la migliore cantante indie rock
in circolazione. Insieme a Stella Donnelly. E Courtney Barnett. Ma che gli
mettono nel latte alle bambine in Australia?
Unisun live @La Petite Halle, Parigi (29/06/2024) à La Petite Halle è la miglior sala di Parigi? Per molte cose sì. Estetica
superiore. Si vede e sente benissimo. Gratuita. Il programma però è un po’
dubbioso. Jazz moderno e tutto quel che ci gira intorno. Ci si va comunque
sempre volentieri. Anche per concerti fuori dalle nostre corde.
Al concerto sono andato per ragioni, diciamo, diplomatiche. Ti pare che
vado a un concerto di revival yacht rock per puro e genuino interesse? Gli
Unisun comunque suonano bene. Sono anche particolarmente attraenti. Sembrano
usciti dagli anni ’70. Ricordo BlackJack. Potrebbe essere un B-side
degli Steely Dan. Non ho mai veramente capito il fascino degli Steely Dan.
Revival riuscito, perciò applaudo. Ma dentro sto pensando fortissimo a un
episodio di F is for Family. Quello in cui la radio locale cambia nome in
WKWEEZE. Perché suona tipo “breeze”, capito? Mi faceva straridere.
Comunque lo posso anche dire. Stavamo più o meno reclutando una persona del
gruppo per suonare con noi. Taha capisce subito che non quaglia: “Troppo
professionali, fra. Mi sorprenderebbe che gli andrebbe di suonare con noi, alla
lunga”. Aveva ragione. Non ha quagliato.
Alvvays live @Elysée Montmartre, Parigi (02/07/2024) à Ho già detto due frasi su questo concerto. I veri lo sanno. Ho detto:
“C’era tutta la gente che ne capisce di indie rock a Parigi”. Per vedere il
miglior gruppo indie rock attuale, sfido io. E non scherzo. Che siano il
miglior gruppo indie rock nel pieno della forma io lo penso veramente. Blue
Rev? Miglior disco rock del 2023 a mani basse! E lo show? Ineccepibile.
Già li avevo visti al Primavera. Ma era piuttosto tardi, la sera.
Soprassiedo sul mio stato. A questo giro la novità è che ero totalmente sobrio.
Per scelta. Nessun rimpianto. Anche senza aver bevuto ero completamente
esaltato. Il pubblico in compenso era un po’ morto. Tranne una ragazza
americana a due file da me che ha cantato tutti i testi. Nostra.
Non ho scritto un Life Lately perché non c’è tanto da dire a parte che sono
grandi canzoni. Ovviamente va detto che Molly Rankin è una cantante pazzesca. È
una sorta di obbligo morale. Ma in realtà tutti sono talentuosissimi. Sicché il
focus del concerto è sulle canzoni. Easy On Your Own? e il suo droppone
tremolante. Archie, Marry Me e il sing-along definitivo. Pomeranian Spinster che va a tremila all’ora. Very Online Guy da ballare tipo
dancefloor anni ’80. Solo gioie.
C’è chi ha avuto da ridire. Volumi delle chitarre troppo bassi, dice un
gran chitarrista di una grande band. Forse sì ma io ho goduto lo stesso. La
performance un po’ monocorde, dice un altro gran chitarrista di un’altra grande
band. Se è per suonare pezzoni su pezzoni a me va benissimo.
Due menzioni d’onore. La prima per le opener Girl Scout dalla
Svezia, con un indie rock più tradizionale e variegato. Che però l’identità
sonora del main act se la sognano. La seconda per la batterista delle Alvvays,
che un minuto di cronometro dopo la fine del set era fuori a farsi un
sigarettone. Meritato.
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| LCD Soundsystem live @Grand Théâtre, Lione (08/07/2024) |
LCD Soundsystem live @Grand Théâtre, Lione (08/07/2024) à L’azienda ha aperto una nuova succursale a Lione.
Ci sono due nuovi impiegati che fanno il mio stesso mestiere. Ma non hanno
esperienza nel settore. Mi offro volontario per fargli una formazione. E scelgo
la data molto bene. Andare a un concertone fuori Parigi facendomi pagare le
spese del viaggio dall’azienda è una goduria. Lacchezzo dell’anno.
Purtroppo non sto benissimo. Ho frequenti attacchi di tosse. Forse un
pochino di febbre. Colpa della Ferme Electrique, sicuro. Sono comunque carico.
Amo questa città, perciò vado a piedi. Mi sparo due lattine di Ninkasi mentre
salgo in cima alla collina di Fourvière. La vista è splendida. E il teatro
romano è mozzafiato. Oltretutto, essere vicinissimi al palco non è complicato.
Mi infiltro nel pubblico che è early millennial come pochi. Nessuno riconosce
la maglia dei Johnnie Carwash. Gen-z confirmed.
Dell’opening act Sofie Royer ricordo che suona le tastiere e canta.
Ogni tanto partono ottimi assoli di violino. Però ho scordato la musica.
Ricordo in compenso l’abito specchiato vistoso. Anche abbastanza corto. E gli
over-35 in platea decisamente allupati.
L’aria di collina è buona. La gente simpatica. Il posto bellissimo. E James Murphy è malato, persino più di me. Incredibile questa cosa. Però crea come una connessione supplementare. Mi identifico tantissimo in lui. E poi il fatto che sia stordito rende il concerto molto punk. Lo show degli LCD Soundsystem è comunque la bomba che mi aspettavo. Un sacco di strumentisti. Ritmi inconfondibili. La dance allo stato puro. Con qualche variazione brillante a spezzare la dolce monotonia. Qualche sfuriata di chitarre di puro rock ‘n’ roll qui e là. Oppure qualche canzone più lenta. Someone Great mi ha commosso sul serio. E Losing My Edge è una delle mie canzoni preferite. Hanno messo un omaggio a Robot Rock dei Daft Punk nella strofa. Mitico. Poi ci sono due momenti immancabili. Il primo è quando appizzano la palla specchiata roteante. Il “wooow” collettivo di un grande pubblico non ha prezzo. Il secondo ovviamente è il drop di Dance Yrself Clean. Semplicemente iconico.
Per il resto, vale lo stesso discorso delle Alvvays. Non c’è molto più da
dire di così. Solo che ci sono state tante belle canzoni. Posso persino
auto-citarmi di nuovo. “La loro potenza dal vivo è un fatto assodato da almeno
due decenni. Poi sono un fottuto hipster, grazie al cazzo che mi piacciono gli
LCD Soundsystem!”.
Sound of Lies live @Cirque Electrique, Parigi (20/07/2024) à Invece su questa serata underground ci sarebbe
tanto da dire. Volevo fare un articolo “comparativo” anche qui. Ma poi, come
per l’asse Sunn O))) - Mezerg, era troppo lavoro. Il titolo sarebbe stato:
“Revival sì, revival no”. Una citazione a La Terra dei Cachi, ovviamente.
La ragione è che i Sound of Lies sono stati divisivi. Ma andiamo per gradi.
Serata con i mitici Cheap Teen in chiusura. Volevo riconfermare quanto di buono
visto al concerto dei Pogo Car Crash Control. Sottoscrivo e mi inchino anche.
Essi sono il noise rock.
La prima band sono i DIFFERENCE. Sembra di ascoltare i Diaframma che
suonano Siberia. Ma in francese. E senza Fiumani. Che è un grande complimento.
Concerto assolutamente valido. Parte anche una cover di Psycho Killer
(in francese, lol). Più tagliente dell’originale, mi piace. Parte anche un
coro: “Différence ! Différence !”. Sfotto la mia vicina cantando: “Vive la
France ! Vive la France !”. Tutto questo perché sono in fissa con i meme
finto-destrorsi di @menhirposting. “C’est ça, ma France ! Mes traditions
! Mes Talking Heads ! Mon post-punk ! Pas touche !”. Questa punk ultratrentenne mi si accolla e la cosa
provocherà fastidi dopo. Ma su quelli glisso.
In compenso, a lei non sono piaciuti i Sound of Lies. A me e Paul un fottio
invece. Immaginatevi tre tizi schivi con delle belle capigliature. Montano sul
palco. Fanno un check dei suoni. Il batterista sta palesemente facendo l’intro
di Scentless Apprentice. Poi attaccano e suonano musica che è la copia
carbone dei Nirvana. Riff similissimi, strutture identiche, voce copiata.
Suonano a volumi altissimi, illegali in ogni paese. Ci credono un sacco. Grande
attitudine. Poi al momento giusto parte la cover di Love Buzz. E tutto è
completo. Secondo voi è revival sì o revival no?
L’ultratrentenne dice: “Kurt si è rivoltato nella tomba”. A parte che è
stato cremato. Ma poi, secondo me no. Si vede che i ragazzi sono ossessionati
coi Nirvana. Falli fare. Son passati trent’anni. Li stanno omaggiando, mica
facendo concorrenza sleale.
Per me hanno spaccato. Revival sì.
Sacri Monti live @Cirque Electrique, Parigi (21/08/2024) à Ecco, per l’appunto. Vado a questa serata per
vedere le Margarita. Faranno un gran concerto, da sovrane del rumore. Prima però
c’è una band nuova in opener, Ressources Humaines. Metal sperimentale
col sassofono, in certi momenti fanno pensare agli Zu. Ganzata, più dal vivo
che su disco. Se li vedo nel bill di un festival di quelli che piacciono a me,
è un bel bonus.
Poi ci sono i Sacri Monti. Cinque californiani coi baffoni che fanno heavy
rock psichedelico. Saccheggiano i Black Sabbath e se ne servono per fare
canzoni prog ai limiti del power metal. Li trovo noiosissimi e inutili. Quasi
offensivi. E poi sembra che recitino un copione. Alzano le chitarre al cielo
solo per spettacolo. Fanno headbanging senza crederci.
Revival no.
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| Malasuerte Fi*Sud live @CPA, Firenze (22/09/2024) |
BLONK live @Punk Paradise, Parigi (13/09/2024) à Mettere gli Electric Spanish in opening act dovrebbe essere illegale.
Suonano troppo bene e obliterano tutto il resto. Tipo questo gruppo funk che
non riesce a sbloccare il bacino. Molto è colpa della sala. Molto è anche colpa
loro.
Malasuerte Fi*Sud live @CPA, Firenze (22/09/2024) à Torno a Firenze e a quanto pare tutti i miei
amici sono al CPA. C’è l’anniversario di qualcosa, probabilmente del centro
sociale stesso. Io ci vado sempre con piacere al CPA. È una sala storica, ci
hanno suonato i Fugazi. “Eh, ma a quello di prima!”. E vabbè, a quello di
adesso ci ho suonato io.
Il live dei Fugazi a Firenze si può anche acquistare sul sito della Dischord. C’è una foto con Ian McKaye davanti allo striscione. “Oggi come ieri contro il fascismo con ogni mezzo necessario”. Il backdrop del palco stasera sembra lo stesso. Non lo è. Ma in trent’anni non è cambiata né la frase, né il font.
Probabilmente si sente meglio che all’epoca. L’impianto è il migliore della
città per la musica dal vivo. Purtroppo son cambiate le band. Gli ultimi dieci
anni sono stati quelli dello strapotere deLla Malasuerte. Li ho visti suonare
sedicimila volte e tutte contro la mia volontà. È oi! comunista assolutamente
banale. Fa da sottofondo alle conversazioni con i miei amici all’aria aperta.
Ogni tanto prende brevemente il sopravvento. Soprattutto quando ci sono i
grandi trucchetti da palcoscenico. Police on my Back in toscanaccio. La
canzone su “l’abuso in divisa”, che è un classico. La canzone sulla Palestina,
che secondo alcuni è nuova, secondo altri no. Insomma, la Malasuerte.
In apertura c’erano i Fish Bones che invece ho sempre apprezzato
tanto. Sono simpatici, leggeri e giovanili. Suonano con grande mestiere una ska
molto divertente. Anche loro, visti un milione di volte. E siccome non vedevo
gli amici da mesi ho trattato anche il loro set come sottofondo. Estremamente
gradevole, però, questo. Ogni tanto interrompiamo la conversazione, ci giriamo
e osserviamo il palco per qualche minuto, sorridendo. Come fanno ballare e
sognare i liceali loro, nessun altro a Firenze. Sicuramente la “local band”
definitiva della mia adolescenza.
Annabell Lee live @La Maroquinerie, Parigi (26/09/2024) à Vedere i Johnnie Carwash quattro volte nel corso
dell’estate? Missione compiuta. Forse quella del ventisei settembre è stata la
migliore serata. Ma non siamo qui a parlare di questo. Via con gli opening
acts.
Annabell Lee da Bruxelles per primi. Ovviamente apprezzatissimi, viva il
Benelux. Power pop in purezza, con una grande cantante. Lei mi ha fatto venire
in mente Blondshell, che vidi prima della fama (flex). Concerto gasante e
sbarazzino. Con qualche momento in cui il trio cerca maestosità. E ci riesce
quasi sempre bene. Unico problema? Il fastidioso feedback che parte ogni tanto.
Un unicum in questa sala. Ma si sposa bene con lo stile.
Non con quello dei Dog Park, purtroppo. Gruppo indie pop parigino
sulla cresta dell’onda. Musichine svolazzanti contemporanee. Feedback o non
feedback, mi sono sembrati abbastanza inconsistenti.
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| Pythies live @Point Ephémère, Parigi (01/10/2024) |
Pythies live @Point Ephémère, Parigi (01/10/2024) à Volevo parlarne su Life Lately ma non ci sono riuscito. Troppo poco tempo,
dopo il viaggio negli Stati Uniti. Però la sera stessa, tornando a casa, avevo
scritto degli appunti sulle note del cellulare. Ve li copio-incollo.
Titolo: “Un litro e mezzo”.
Mi sono fatto gli occhiali. Mi danno un’allure da giornalista. E, come un
giornalista, me ne vado al concerto di una band che ho visto per cinque minuti
a un festival. Così, su un colpo di testa. Perché mi erano sembrate
promettenti.
Il mio programma di stasera è quello di non fare troppa festa (inserire battuta
sul “restare professionale”). Ho l’impressione che ci siano solo gotici nella
sala. Non è facile socializzare: non vengono mai soli e sono molto poco loquaci.
Via, pigliamoci un birrino. E mezzo litro è sceso.
Suonano gli Antimoine. Sono un clone dei Frustration, quindi un
clone dei Joy Division. È “revival sì”. Parte pure No Love Lost sul
finale. Durante l’ultimo pezzo sento caldo (nota a posteriori: non ho più
ricordi specifici di questa cosa). Piccolo bonus: il cantante ha un tatuaggio
sulle palpebre. Si vede quando chiude gli occhi. Figo, no?
Nella pausa berrei dell’acqua. Ma il gruppetto davanti a me ha ordinato
cinque shot, anche se è martedì sera. Perciò mi prendo una birra. E un litro è
sceso.
Seconda band, Venus Worship. Dalla prima nota so che sono la nostra
gente. Corna al cielo. Grungeone, show strabordante. Mi piace molto il suono
del basso, straeffettato ma funzionale. E soprattutto la chitarra (fisicamente)
“slabbrata” che straborda e sbava da tutte le parti. Il duetto con la cantante
delle Pythies dà brio al set. E sul finale l’overdose di assoloni è edonistica.
Addirittura, in una discesa e risalita sul palco, il jack del chitarrista si
spezza! Fantastico.
Mi sono divertito un sacco. In fila per il cesso un tizio non vede che c’è
un locale per gli urinali. Lo sfotto un po’ e tutti ridono. Mi sento a mio
agio. E insomma, a questo punto? Mi prendo un’ultima birra. E un litro e mezzo
è sceso.
Ecco, finalmente, le tre Pythies. Hanno uno stile molto sexy sia nel
vestiario, sia nelle movenze. Sarebbe giusto dire che fanno “glam rock”.
Ovviamente con tutte le influenze di rock e punk alternativo degli anni ’90. Ma
l’essenza è quella. E lo fanno proprio bene: il concerto è abbastanza
trionfale. Le canzoni si susseguono velocemente. Nei momenti di pausa le
ragazze fanno baccano malmenando i loro strumenti. Ci sono tante canzoni del
nuovo EP Disillusion, e spingono. Il momento “tube” però è Moon in Gemini.
E ovviamente, la cover di Fuck the Pain Away che parte quando meno me
l’aspetto. Me ne frego: anche se sono nuovi, pogo con gli occhiali. Prima volta
in vita mia. Il finale del set è una vera e propria esplosione (nota a
posteriori: non ho più ricordi specifici di questa cosa). Alla fine ho messo
gli occhiali da parte, sono brillo ma non scemo.
Domani lavoro in campagna. E direi che un litro e mezzo basta. Basta per
socializzare (con due tizi che discutono delle canzoni da mettere a un DJ set
house). Basta per fare una figura di merda (in fila per il bagno do del figlio
di puttana a un gotico che si faceva amorevolmente chiamare così dalla
fidanzata; mi ha guardato male). Basta per scambiare due parole con una Pythies
(la chitarrista che suonava anche nelle She Wolf, band apprezzatissima al
vecchio Pogo Fest). Basta per schivare gli accattoni della fermata Jaurès (“Mi
dai una sigaretta?” “Scusa, l’ho scroccata.” “Mi potresti fare il piacere di…”
“Guarda, scusa, sto andando dalla mia ragazza.”; seh!). Insomma, un litro e
mezzo basta.
Se questi erano gli appunti, c’era molto, ma molto di cui lavorare su
questo articolo.
Godspeed You! Black Emperor live @Le Trianon, Parigi (06/10/2024) à Anche di questo concerto volevo parlare. Ma a
volte manca proprio il tempo.
Niente appunti, ma un titolo l’avevo pronto: “Il senso della poesia”. Era
un articolo sul fatto che certa gente non ha il senso della poesia. Il primo
sospetto mi viene appena Tashi Dorji sale sul palco. A quanto dicono i
manifesti è una personalità di spicco della musica sperimentale butanese. Un
tizio al telefono con un amico per fare in modo di ricongiungersi urla “boulet”
(coglioncello) fortissimo. Non puoi alzare una mano come tutti gli altri?
Sembra che insulti il musicista. Che di fatto, è un grande. Un tizio che suona
solo una chitarra con le corde che suonano durissime. Fa lunghi loop ipnotici,
poche variazioni. Roba per monaci delle montagne. E nella fila di dietro
urlano. Vabbè.
Io e Daniel ci spostiamo sulla destra poco prima dei GY!BE. Questa
gentaccia sta litigando con i loro vicini, e a ragione. Bifolchi che pensano
che l’infausto proverbio: “E dai, siamo a un concerto rock” valga in ogni
contesto. Persone che non hanno, per l’appunto, il senso della poesia. Per
fortuna la band canadese ci fa dimenticare tutto. Prima con un drone
annichilente. Poi con il concerto post-rock definitivo.
I Godspeed You! Black Emperor sono uno dei gruppi della mia adolescenza.
Sono anche il mio gruppo “maledetto”. Non ho potuto vederli nonostante avessi i
biglietti per tipo tre volte. Non lo sono solo per me. Ad esempio, Paul oggi si
è addormentato e ha dimenticato il concerto. Proprio attorniati di sfighe, i
GY!BE. Diciamo che essere poeti aiuta ad essere maledetti.
Sono una vera e propria orchestra. Suonano il disco nuovo, che non ho mai
sentito. Mozzafiato. Cresce, implode, esplode, cavalca, svolazza, e via a
andare. È “crescendocore”? Forse sì. Però è di una bellezza indescrivibile.
Affiancato alle immagini proiettate dalle grosse pellicole cilindriche, poi! È
vera poesia. Si sente soprattutto una forte urgenza comunicativa. Un messaggio
profondo sul nostro mondo allo sfacelo. Di libera interpretazione, certo. Ma
potentissimo.
C’è ancora gente che urla e salta quando le canzoni toccano il picco di
intensità. Non lo capisco. Per me anche nei momenti di rumore c’è solo da stare
in religiosa meditazione. Guardiamo i filmati delle centrali a gas. Delle
strade di America. Delle foreste e degli uccelli. Degli aeroplani. Daniel si
mette a piangere. Lo capisco.
Il momento più bello, forse, è quando è partita Static. Ho sentito
tanta nostalgia per il passato. C’era un’epoca in cui ascoltavo Lift Your
Skinny Fists Like Antennas To Heaven almeno una volta al mese. Dovrei
ricominciare. È una discesa in un mondo immaginario che può insegnarci tanto di
quello reale.
Alla fine del concerto il mio amico mi guarda e mi fa: “Posso darti un
abbraccio?”. E secondo me l’essenza di quel che abbiamo visto e sentito si
riassume lì.
Reimpariamo ad amarci.
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| Godspeed You! Black Emperor live @Le Trianon, Parigi (06/10/2024) |
Baits live @Supersonic Club, Parigi (31/10/2024) à Questo concerto avrebbe completato una bella tripletta Life Lately. Ma non
si può fare tutto nella vita. Il titolo sarebbe stato “Youngsters’ garage
rock”.
Nel primo paragrafo avrei contraddetto una cosa che ho detto un anno fa: “A
partire dal prossimo halloween, festeggerò sempre andando a un concerto queer
punk”. Eh, quest’anno non c’è una sega. Ma voglio travestirmi e far festa.
Perciò, Supersonic. Io faccio Alex di Arancia Meccanica. Piuttosto buono, il
travestimento, ma ho scordato di rasare la barba. Paul ha tirato fuori una tuta
da squalo. Fa spaccare. Taha e Alexis sono normalissimi ma con cappelli da
Mario e Luigi. La band al completo.
Il primo gruppo sono i Kingz Mansion da Rennes. Carucci, hanno
canzoni lunghissime per il loro genere. Indie gone psych. Li aspettiamo al
varco. Il secondo gruppo piace molto a Paul: Plastic Palms. Io li trovo
interessanti ma non speciali. Fanno slacker rock all’americana, con la cantante
americana. Ma sono di Torino. Perciò chiedo di fare e Nabat e urlo: “Sona!”.
Sono veramente pessimo. Sennò sono leggeri, ma con un po’ di “edge”. Il
chitarrista capellone fa degli assoli da attaccante di razza. La gringa ha una
voce acidula interessante. C’è una canzone, Clever, che ha una strofa
ugualissima ad Unfair dei Pavement. Da lì non si scappa.
Il piatto principale però sono i Baits. Garage rock dall’Austria.
Già solo per questo valeva la pena di dare un’occhiata. Arrivano mascherati,
gli unici della serata. E fanno un concertone, di quelli da “solo foto
sfocate”. Il batterista è fatto di vero metallo. La cantante è tipo la Amyl
mitteleuropea. Io innamorato infatti. Hanno tanti trucchetti di scena. Tipo che
sul retro della chitarra c’è scritto “BAITS” con lo scotch. Questa cosa irrita
Paul, a me gasa. Così come gasa questo garage rock alla frontiera del pop-punk.
Proprio musica da giovinastri. Del resto, è una cosa da giovinastri pogare con
la bombetta. Momento migliore? Fucking Fake. Pezzone gigante.
La serata finisce in grande ebbrezza. E con la certezza che amo alla follia
questo genere. Ne ho una playlist piena. Un giorno la pubblico.
Horse Jumper of Love live @La Maroquinerie, Parigi (06/11/2024) à Di HJOL ho abbondantemente parlato nella mia
lista di fine anno. Veramente forti. Concerto che ti prende il cuore e te lo
spappola. Ma ti fa anche sognare. Sono tristissimi. Ma anche romantici. Il
meglio dello slowcore.
Era una serata un po’ così cosà. Mi sono sentito abbastanza imbarazzato. Ma
volevo sapere da loro se ricordavano il concerto in un seminterrato a cui li
avevo già visti nel 2019. A St. Louis, Missouri. Ricordavano. E sono stati
carinissimi.
Sono andato al concerto pensando che sarebbero stati gli headliner. Invece
no. L’ingrato compito spetta ai misconosciuti Corridor. Vengono dal
Québec, luogo del quale odio abbastanza l’accento. Fanno indie pop di quello
che non sai se ballare o pogare. La gente ha fatto un po’ tutte e due.
L’influenza krautrock è ai limiti dell’esagerato. Questi devono farsi le
iniezioni di Neu! endovenose ogni mattina. Va detto che suonano vergognosamente
“tight”. È un signor concerto. Ricordano lontanamente i Biche, tra i gruppi
trattati qui. Ma forse meglio i Biche, che sono meno dirittoni. Infatti sul
finale del set mi annoio un filino.
Avrei preferito un’ora e un quarto di Horse Jumper of Love e quarantacinque
minuti di Corridor. Ma, come ho detto, era una serata un po’ così cosà.
Allo Christine live @Supersonic Club, Parigi (12/11/2024) à Volevo far vedere gli Alva Starr a Paul. Anche
perché li incontriamo spesso e sono molto simpatici. Concertone, ancora meglio
di quello di natale scorso.
Restiamo un po’ a vedere. C’è una band di Parigi di cui non abbiamo mai
sentito parlare. Di solito è sintomo di qualità. E infatti! Belli belli. Si
ispirano al post-punk meditativo ma hanno una grande spinta. Un’energia
soggiacente. Anche un po’ violenta. Il chitarrista solista è un fenomeno.
Mentre Paul gli parlava era abbastanza senza parole. Gruppo da seguire.
Gli headliner erano dei canadesi, i Cola. Hanno delle scelte foniche
strane. Non ricordo bene quali, adesso. Forse avevano due chitarre e niente
basso. Forse una batteria quasi non microfonata. In ogni caso suonano distanti.
E fanno, invece, post-punk quadratissimo. Un genere che a me piace. Ma qualcosa
al cuore deve arrivare. Invece, seppur con una pretesa di groove, questo sembra
privo di anima. E anche loro non è che comunichino tanto.
Una delle pochissime volte che io e Paul ci siamo guardati e detti: “Ce ne
andiamo?”. E così è stato.
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| Transe Gnawa Express live @Le Tamanoir, Gennevilliers (30/11/2024) |
Transe Gnawa Express live @Le Tamanoir, Gennevilliers (30/11/2024) à Taha è un grande appassionato di gnawa. Per chi
non sapesse cos’è, si tratta musica folk marocchina. Si basa su un poliritmo
classico, il tre su quattro. Per chi non sapesse cosa vuol dire, prendete una
lezione di teoria musicale di base. Diavolo, lo so persino io che non so
situare le note su un piano!
Comunque. È da un po’ che ci diciamo che dobbiamo andare a vedere lo gnawa.
Piace molto anche a me. Al mio amico fiorentino Alessandro, non vi dico. Nel
suo circolo di jazzisti pare che sia un’ispirazione importante. Addirittura, un
suo compagno di corso ci ha fatto la tesi. Perciò sono in hype. Sento parlare
di gnawa da anni ma un vero concerto non l’ho mai visto. Taha mi dà buca per
una cosa di donne. Ma vado lo stesso. Anche perché è inusitatamente vicina a
casa mia, questa sala. La più vicina in assoluto, meno di venti minuti a piedi.
Non c’ero mai stato.
Siamo davanti alla classica SMAC municipale di prossima periferia, accanto
a via Lenin e allo stadio Lilian Thuram. Con un programma africanissimo. Ci
piace. Stasera in teoria siamo anche a una serata del Festival Villes des
Musiques du Monde. Nome del cazzo ma successo sicuro: siamo alla ventottesima
edizione! Momento da lettore di Fanpage buonista. Che bello il dialogo tra i
popoli, et cetera et cetera. Lo dico tra il serio e il faceto, eh! Sono
stracontento di andare a un concerto dove tra il pubblico ci sono donne col
velo. Non mi succede mai. E dire che la musica africana mi piace molto, ma ne
vedo pochissima. Praticamente quasi solo alla Ferme Electrique.
Lovana, gruppo malgascio, apre le danze. Hanno una cantante estatica, un
percussionista precisissimo e uno smanettatore di launchpad e simili. La fusion
elettronica non è di quelle che ti fanno cadere la mascella ma non suona
nemmeno vecchia, che è sempre un rischio. Poi arriva questo gruppo nuovo, Transe
Gnawa Express. Nasce dall’unione dei SAMIFATI, due produttori di musica electro
(con violino), e un trio di gnawisti marocchini. Sul palco, per dirla alla
Masterchef, si presentano molto bene. Due synth modulari ai lati. Poi, al
centro, i tre musicanti in abiti tradizionali. Disposti in quest’ordine da
sinistra a destra: suonatore di qraqeb (simili a nacchere), maleem (ovverosia
“leader”) suonatore di basso acustico, suonatore di qraqeb. Dietro, visuals
incredibili. Dalle galassie coi qraqeb fluttuanti alle strade delle città del
Marocco fino ai fez rotanti.
E come suona questa musica? Da dio, è ipnotica e non si riesce a smettere
di ballare. È veramente una grande festa. Le interpolazioni elettroniche sono
degne di grande club music. Ma rispettano sempre l’approccio melodico dello
gnawa classico. Il trio è super-carismatico. Scendono anche in mezzo al
pubblico. Mettono il fez in testa ai bambini. Ballano con tutti.
L’amico di Alessandro disse, nella sua tesi, che “lo gnawa si può ballare
sia in tre che in quattro”. Eppure, quando batto le mani in tre quarti, il
maalem mi fulmina con lo sguardo e dice: “Quatre!”. La musica tradizionale va
vissuta da vicino per capirla, via.
Tornerò.
Paul McCartney live @Paris La Défense Arena, Nanterre
(04/12/2024) à Un’amica vende due biglietti per vedere
questo concertone in “fosse”, platea. Inserire gif “bucio de culo” di Nando Martellone.
E anche quest’anno il regalo di compleanno del babbo è sfangato.
In realtà fa super piacere anche a me venire qua. Una volta nella vita un
Beatle va visto no? Ora, la “fosse” immaginavo fosse una cosa diversa. La
gigantesca arena è divisa letteralmente a metà. Davanti, il golden pit più
grande di sempre. Live Nation, vaffanculo.
Siamo lontanissimi, anche se tra i più vicini del settore. E il palco è
anche parecchio basso! Ma almeno si sente bene. Prima dell’inizio suona nella
sala una lunghissima intro con remix strani del meglio dei Beatles (ma di che
sa?). Pure gli schermi si vedono bene. E su di essi scorre un video
lunghissimo, in cui la carriera di Macca impersonificata da un edificio scorre
in verticale. Pensiero intrusivo per gli amici grafici: pensa il vettore! In
ogni caso, trenta minuti di intro. Mai vissuta una cosa del genere.
Questa situazione da arena mi sta facendo un poco poco incazzare. Per
fortuna il concerto scioglie ogni tensione. Anche se lo vediamo proprio a
sprazzi, McCartney è in buona forma. Canta Can’t Buy Me Love con la
bella voce di sempre. Sembra un discreto vecchiardo impalato, quello sì. Per
avere ottantadue anni, buona forma. Che però, dopo qualche canzone (dei Wings),
diventa una forma mostruosa. Anche Paul si è sciolto! Il primo momento in cui sono
veramente impressionato è quando prende la chitarra e fa un omaggio a Hendrix
con un assolone su Foxey Lady. Poi ce ne sono tantissimi altri. Una Getting Better fantastica (mia canzone dei Beatles preferita, forse). Un divertente
omaggio alle origini con In Spite of All the Danger dei Quarrymen (i
pre-Beatles) e poi Love Me Do (il primissimo singolo inciso con George
Martin). Una combo acustica da brividi: Blackbird e Here Today (in
omaggio a John Lennon), suonate in una zona sopraelevata sulla quale poteva
restare un po’ di più. Something suonata con un’intro di ukulele
(appartenuto a George Harrison), meravigliosa. E tanto altro. Tanto altro di
discutibile anche. Tipo, appunto, ‘sti cavolo di Wings che oggettivamente sono
una band stadium rock mediocre. Oppure Michelle suonata “alla parigina”
con la fisarmonica. Un po’ kitsch. Ma la band che McCartney si porta dietro dà
spettacolo. Sono bravissimi, espressivi e simpatici.
Ci sono cose imprevedibili, altre meno. Tipo: Get Back con le
immagini del documentario sullo sfondo me l’aspettavo, ma è una figata. Ci
divertono tantissimo i fuochi d’artificio al limite del pericoloso sulla
cafonissima Live and Let Die (i lettori più affezionati se la
ricorderanno come intro dei Vaccines). Il sing-along su Hey Jude è
scontato quanto memorabile. Paul che rientra sul palco per l’encore con una
bandiera della Francia gigante è inaspettato. Così come il duetto col defunto
Lennon in una rievocazione della I’ve Got a Feeling suonata sul tetto di
Londra. O una Helter Skelter suonata con una cazzimma che hanno in
pochissimi.
Insomma, alla sua veneranda età Paul McCartney regala ancora un concerto
meritevole. Canta da dio, suona bene tutti gli strumenti (e si vede che
preferisce la chitarra al basso!). Soprattutto, ha una grande energia. E prova
piacere nel suonare canzoni vecchissime. Forse è normale, quando sono tra le
più belle di tutti i tempi.
È stato bello vederlo, anche se malissimo. Da cui un titolo che volevo dare
nel Life Lately di dicembre (che non farò): “Spiragli di leggenda”. Perché di
leggenda si tratta.
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| Vampire Weekend live @Adidas Arena, Parigi (13/12/2024) |
Vampire Weekend live @Adidas Arena, Parigi (13/12/2024) à Quando qualcuno lascia il posto di lavoro, in Francia gli si fa un regalo. Non
so se in Italia usa. Lauren lascia la vita da consulente per andare a fare la
spia alla CIA. Un collega mi chiede che concerto futuro può interessargli. Leggo
che vengono i Vampire Weekend. Ci sta. Ovviamente vado con lei. “Voglio
rivederlo, Fabio”, dissi all’epoca. E l’occasione è ghiotta.
Un po’ ho il timore di andare a un’arena simile a quella di Nanterre.
Invece quella dell’Adidas è piccolina. Non c’è zona VIP ed è giusto un po’ più
grande dell’Elysée Montmartre. Oggettivamente la sala è molto bella. In
apertura ci sono gli Emile Londonien, che suonano un jazzettino
contemporaneo a volte tendente alla house a volte un filo noioso. Bastano a
farci capire che si vede e sente benone.
Poi arrivano i Vampire Weekend. Sono in tre, proprio davanti al backdrop.
Minimalismo puro. Suonano qualche canzone e ci diciamo: “Beh, bravi”. Però boh:
tutto il concerto è così? Sai che coglioni. E poi, è un po’ fastidioso, ma non
tutto quello che stiamo ascoltando è effettivamente suonato dai tre. Qualcosa
non torna e su Ice Cream Piano cade il telone. Dietro, ovviamente ma non
ovviamente, ci sono un mucchio di musicisti. La transizione è esplosiva. Lauren
si emoziona alle lacrime per una ragione che ignoro. Lo rispetto molto.
Se avessi fatto un articolo lungo l’avrei chiamato “arena rock gangsters”.
In parte in omaggio a Prep-School Gangsters che è una delle loro
migliori canzoni. In parte perché questi arrivano in un palazzetto e spadroneggiano.
Chi, ad oggi, suona musica dalla forte influenza barocca (Classical o ancora
il clavicembalo di Step) davanti a un pubblico a quattro cifre? Chi ha i
coglioni di cimentarsi in un indie-reggae di influenza sahariana tipo Sunflower?
E di suonare la linea di basso del livello sotterraneo di Super Mario? O di
impartire assoli di violino da far crollare la mascella? Bisogna essere proprio
dei gangster newyorchesi. E a proposito di New York: che bomba è NEW DORP. NEW YORK.? Una canzone del dimenticato SBTRKT che dal vivo ha un sapore di
Talking Heads di oggigiorno. La combo Campus seguita da Oxford Comma,
però, è il culmine emotivo del concerto. Un fanservice bestiale agli
appassionati del primo album.
Parte il momento più festivo dello show: Diane Young è impossibile da non ballare. Il problema è che c’è un testa di cazzo bambatissimo che invade lo spazio di almeno dieci persone. Con la scusa di: “Eh, ma è un concerto!”. Perché sempre a me… Provo a farlo ragionare e mi dice: “I fucking hate you, you fucking french!”. La considero una soddisfazione.
Il mio vicino è insofferente quanto me ma assai più manesco. Siamo a un
passo dalla rissa. Poi parte A-Punk e sento una scarica di adrenalina. E di coraggio. Mi invento un pogo dal nulla e spingo il tizio nelle prime file di forza. Durerà
altre due canzoni prima di essere portato via dalla sicurezza. Tutto è bene quel che finisce bene. “It’s frat boys
music after all”.
Nonostante lo spiacevole episodio la vita continua. Il finale con Hope
arriva al momento giusto, prima che le due ore di show siano troppe. È una bellissima
closing-track, ipnotica. E l’encore è la cosa più inaspettata di sempre: Ezra
Koenig e soci prendono richieste dal pubblico e suonano una dozzina di cover. Almeno
per un estratto della canzone, si trovano quasi sempre. Divertono e fanno
divertire. Parte pure Common People dei Pulp. O Chop Suey dei System of a Down. Surreale e ganzissimo. Un po’ storto, ma è
questo il bello. Un ultimo regalo: una Walcott perfetta, che lascia di
nuovo in bocca un sapore di grande professionalità.
Che dire. Di gruppi così originali che suonano nelle arene, al giorno d’oggi,
non ce ne sono. La cosa più incredibile però è come ci sono arrivati a quel
livello. Non con canzoni facilone, singoli ultra-radiofonici, comparsate con popstar
di alto rango. Ci sono arrivati mescolando influenze improbabili, trovando
soluzioni sinfoniche ambiziose, inventandosi intrecci melodici unici. Con
qualità. E generosità.
Gangsta shit.
Outcycle live @Supersonic Club (26/12/2024) à Raro passaggio di Sophie in città.
Andiamo a mangiare la zuppa cinese e poi al Supersonic per vedere che banda ll’è.
Ci sono openers abbastanza meh, non ve li cito neanche. Li guardiamo abbastanza
poco.
Poi però l’headliner ha moderatamente gasato. Per ragioni ignote, perché è
tutto il contrario di quel che ascolto. Gli Outcycle sono un duo di amici di
sempre che suonano un poppaccio di palese ispirazione Twenty One Pilots. Uno
alla batteria e alle basi, l’altro alla voce e strumenti vari. Fanno uscire un
singolo al mese. E le canzoni le sanno scrivere.
Oh, sia chiaro, non ascolterei mai ‘sta roba su disco. Ma in prima fila e
con la giusta voglia di far festa, non mi stacco. Sono intrattenitori nati,
questi due. E hanno anche un piccolo seguito, gente che canta i testi.
Soprattutto, si concedono di fare cose che i gruppi “integri” rifuggono. Una
cover di All Star degli Smash Mouth che sembra un glitch nella realtà. Imagine
di John Lennon. Un assolo di rullante in mezzo alla folla. Contenti di rompere
la monotonia, ci stragodiamo un set diverso dal solito.
La gente sincera e con voglia di fare la rispetterò sempre. Vado a cercare chi sono e trovo una biografia sul sito del comune di Maisons-Alfort, dove i due si sono conosciuti da piccoli. La periferia che ha voglia di creare ha sempre un qualcosa di commovente.










