giovedì 30 luglio 2026

La Ferme Electrique 2026 - Il pagellone

Quest’anno, durante l’intero mese di giugno, mi sono confrontato con una sensazione nuova: quella di non aver nessuna voglia di fare il tradizionale “Pagellone del Primavera Sound”, che pubblico ogni anno da quando ho cominciato a scrivere di musica in questo blog.

Per capire perché se ne fosse andato l’ultimo scampolo di passione letteraria che mi restava ci vorrebbe probabilmente un ciclo di psicanalisi di diversi mesi. Ed essendo la psicanalisi la disciplina che più si presta a un approccio da bar, qualche interpretazione casereccia sono riuscito a darmela. Forse è perché la giornata (piovosa, ventosa e annullosa) del giovedì mi ha fatto girare i coglioni e non ho voluto fare polemica; forse è perché ho visto relativamente pochi gruppi che non avevo mai visto e che pochi o nessuno di questi mi ha veramente sconvolto (invece, dei gruppi già visti in passato, uno c’è riuscito: i Big Thief); o forse perché, a parte la passione per i concerti alla quale continuo a dedicare una grande parte delle mie energie, sono diventato un pelandrone per il resto del tempo. La ragione definitiva per la mia accidia di fronte ai trentasei live report (pochini…) che mi ero promesso di sciorinare, a dirla tutta, non la so. Ma so che il Profeta Pollard, in Teenage FBI, ha domandato innumerevoli volte: “Someone tell me why I do the things that I don’t wanna do?” e che io altrettante volte, compresa questa, gli ho risposto: “Già”. Perciò, il Pagellone PS26 non è stato.

Poi però, per la quinta volta di fila in vita mia (per il Primavera era l’ottava), sono tornato alla Ferme Electrique, il mio “altro” festival preferito di sempre. Non entrerò nel merito di quali dei due io preferisca, che sia da un punto di vista politico-economico o prettamente artistico, anche perché non saprei rispondere. Sicuramente le due rassegne musicali sono antitetiche su entrambi i fronti: se l’una si svolge in una città che attira un turismo di massa internazionale (Barcellona), l’altra porta i partecipanti a scoprire la prima frangia rurale (Tournan-en-Brie) di una grande capitale europea (Parigi); se la prima è (sempre più) un trionfo capitalista di sponsor e potenza di fuoco finanziaria, capace di raggruppare il meglio della musica di “chi ce l’ha fatta”, sia essa mainstream o alternativa, la seconda è invece un’eroica manifestazione della resistenza del DIY, messa su con una professionalità sorprendente da uno stuolo di lavoratori essenzialmente volontari, con pochissima speculazione ma capace ogni anno di portare a casa il risultato.

Tra la musica dei circoli del consumo di massa e quella underground, io non saprei decidere quale salvare, e di fronte a questa contrapposizione me la cavo con un centristissimo: la musica è musica. Ma proprio in ragione del fatto che ho una passione identica per entrambi i lati dello spettro, è lecito che mi chieda per quale dannata ragione dovrei fare lunghi resoconti solo sul Primavera Sound. Dopo i due giorni che ho passato ne La Fattoria Elettrica, che ai miei occhi è il modello perfetto di festival indipendente, ho riscoperto il piacere del sentire nel cervello un volume straripante di cose da dire, che mi facevano rimbombare la testa ancor più della somma di poche ore di sonno più tante ore di soundsystem. Ragion per cui ho deciso che, anche se nessuna rivista di settore o nessun critico di alto rango penserà mai che questo piccolo festival nella campagna della Senna-e-Marna sia “l’epicentro della musica d’oggigiorno”, ciò non vuol dire che dedicarle un pagellone non abbia senso. Nel peggiore dei casi, anche se l’articolo mi uscirà male (la penna è arrugginita), queste righe resteranno comunque almeno un atto di gratitudine nei confronti del mio festival underground preferito, e forse pure una piccola dichiarazione di simpatia verso l’antico e ormai quasi scomparso topos letterario della rivincita degli ultimi.

Prima di cominciare con una carrellata di piccoli live report assortiti da un voto per ogni band volevo fare un’annotazione importante per tutte le persone che leggono un articolo del genere per la prima volta: il genere letterario di questa blog entry è quello della “pagella calcistica”, che tradizionalmente viene pubblicata poco dopo la fine di una partita. Esso segue degli stilemi ben precisi, ad esempio: i voti vanno dall’uno al dieci e sono tradizionalmente bassi, superare il sette vuol dire già fare una performance praticamente ineccepibile e arrivare al nove significa entrare nella leggenda, come quando Gareth Bale segnò in rovesciata in finale di Champions. Per l’otto o poco al di sopra, invece, si parla di partite che resteranno indimenticate per anni. Vi faccio un esempio che avete sicuramente tutti presente: la volta in cui, contro il Genoa, Cristiano Biraghi (il Gareth Bale italiano) segnò due gol su punizione. Un secondo e ultimo appunto: il voto viene dato solo agli artisti. Quest’ultimo punto è importante perché sull’apprezzamento di un piccolo festival underground non incide solo la qualità della proposta musicale, ma anche quella di altri fattori che, in proposito alla Ferme Electrique, citai e votai già in un articolo sull’edizione del 2024. La pagella terminò così: location 7 ½, organizzazione 7-, attività 8, atmosfera 7 ½. Li riconfermo quasi tutti ma alzo a 7 ½ l’organizzazione (il cibo è migliorato) e abbasso a 7 ½ le attività (preferivo l’escape game di quell’anno alla bisca clandestina di questo). Alla programmazione diedi 8- e, se volete conoscere il voto di quest’anno, non dovrete fare altro che calcolare la media aritmetica tra i voti di ogni gruppo. Io non lo farò, mi fa fatica.

Cominciamo.

 

Venerdì 3 luglio – Giorno 1

Dona Casque live @L'Etable (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 3 luglio 2026
Dona Casque. A circa una settimana dall’inizio del festival, solitamente in un periodo di poco lavoro (è cominciata la stagione del raccolto e i contadini sono irrintracciabili), comincia uno dei più apprezzati rituali dell’estate, ovvero un ascolto intensivo e bulimico della line-up. In questa maratona pre-fattoriaca, il self-titled di Dona Casque del 2025 è stato senza dubbio un momento saliente, non solo perché è un disco che rappresenta l’essenza di tutto quello che aspetto da un gruppo che fa l’apertura di questo festival (una volatile esistenza bandcampistica, una sfuggevole presenza parigina, un inafferrabile spirito “outsider”), ma anche perché, a memoria, una band che suona il sotto-sottogenere che chiameremo “post-punk twee-popposo” io alla Ferme non l’ho mai vista. La fortuna vuole che il post-punk twee-popposo, quello di influenza Beat Happening per capirci, a me piaccia un casino, quindi mi piazzo in prima fila con grandi aspettative. E Dona Casque non deludono.

Dalle prime note di Joie de Vivre l’indie rock spigoloso ma dolce del duo dimostra una grande sensibilità nel coniugare inquietudine e tenerezza ricordando, per fare un nome a caso, lo stesso modus operandi dell’ultimo album delle Horsegirl. A differenza di queste ultime, però, la resa dal vivo è decisamente più energica ed estrosa: il batterista/tastierinista Danny Kendrick (Dona) è impressionante nella tenuta di ritmi poco convenzionali e la bassista/sintetizzatrice Maë Favory (Casque) stupisce per l’aplomb con cui si destreggia in una performance di multi-tasking di alto livello. Entrambi i musici, inoltre, si rivelano vocalist di pregio. Ma al di là della tecnica c’è soprattutto un repertorio di canzoni veramente eccellenti: cito con piacere, per esempio, la punkeggiante e grintosa 1.2.2., dedicata ad un autobus che passa da Montreuil e Bagnolet (comuni frequentatissimi negli ultimi mesi), oppure Les Oranges, hit cervellotica e quasi fredda ma piena di spiragli di bellezza (che allu miu amicu Moun ricorda gli Squid: perché no). E, come se non bastasse, il concerto ha una patina di “quirkyness” irresistibile: in un intermezzo i due suoneranno uno sneak peek di L’Amour Toujours di San Gigi D’Agostino, e in una delle deliranti sortite in mezzo al pubblico della cantante partirà un’interpretazione spiritata di Hot N Cold di Katy Perry, a riprova che il registro stilistico di Dona Casque è un po’ svampito ma davvero tanto simpatico.

Non si pensi però che ci si trovi davanti a un act umoristico: si ride e si scherza come buoni fratelli, ma davanti a una chiusa straordinariamente delicata e toccante come Les Etoiles (forse la più bella canzone del week-end), c’è solo da stare in contemplazione e commuoverci, insieme all’unico vero gruppo indie rock dell’edizione. Per poi spellarsi le mani dagli applausi e procedere a far festa per due giorni con entrambi i musicisti (e per questa loro giusta attitudine, non lo nascondo, gli do un quarto di punto in più). Voto: 8, la nostra gente

Reverend Beat-Man & Milan Slick (feat. Lalla Morte) live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 3 luglio 2026
Reverend Beat-Man & Milan Slick (feat. Lalla Morte). I set times della giornata di oggi mi hanno abbastanza stupito. Se il gruppo selezionato per l’apertura non poteva essere più azzeccato (anche se c’era meno gente di quanta ne meritavano, mannaggia!), la decisione di piazzare musica straordinariamente “pogo-friendly” alle primissime ore della sera mi è sembrata una scommessa con una sua parte di rischio. Ma sembra essere ripagata: appena il duo più marcio (“crade” in francese) del mondo, composto da un attempato prete blasfemo e un giovane ribelle bello e dannato, comincia a suonare un punk rock minimale, rumoroso, sporco e cattivo, il pubblico si scatena in maniera disordinata e caciarona tanto quanto la musica. La formula non è troppo complicata: il Reverendo Beat-Man è una sorta di Iggy Pop svizzero, le cui urla gracchianti danno i brividi e il cui suono “blues trash” invoglia alla rivolta; Milan Slick, dal canto suo, aggiunge ancora più testura ritmica picchiando su un piatto di batteria come se lo frustasse e aggiungendo una lugubre nota dark alla musica con la sua tastiera dai suoni goblineschi e la sua voce cavernosa. Ne esce fuori un’assai apprezzabile colonna sonora per il film d’horror erotico di serie zeta dei sogni, dove la sguaiata frenesia (Seduce o Shut Up) si alterna ad atmosfere macabre che un po’ fanno ridere e un po’ danno la pelle d’oca (Death Crossed the Street).

Tutto questo si può ascoltare nell’album che i due di Berna hanno pubblicato nel 2025, Death Crossed the Street, nella cui copertina si può anche osservare la meravigliosa estetica cinematica dei personaggioni che stanno suonando sul palco. Il disco è riuscito, divertente e abbastanza variegato da farsi ascoltare con piacere, ma è talmente “gimmicky” che perde un po’ di interesse sulla lunga durata. La canzoni, dal vivo, suonano pressoché uguali che su disco, e lo stile dirompente dei musici non può non colpire, ma non suscita niente di più che una forte simpatia. Eppure il concerto è stato sconvolgente. Il fattore X che l'ha reso tale è uno solo e ha un nome e un cognome: Lalla Morte. In varie riprese questa performer, una vampiressa sexy degna dei cabaret più sordidi di questa parte di mondo, ha portato sul palco i suoi numeri circensi e fachireschi in un crescendo mozzafiato: alla sua prima apparizione, uscita da una valigia, ha lanciato piume su tutti i presenti con grande senso di comprensione del posto in cui si trovava; poco dopo ha affettato una zucchina sulle sue gambe con una grossa mannaia uscendone senza nemmeno un graffio; infine, dalla metà dello show fino alla fine, ha presentato a un pubblico sempre più impressionato (penso alla mia amica Juliette, che si è dovuta coprire agli occhi), una grande resistenza al dolore, perforandosi la pelle con lunghi aghi in praticamente ogni parte del corpo.

L’apporto scenico di questa artista ha aggiunto una tale tensione allo show che la musica è riuscita ad uscire dal suo guscio favolistico per diventare veramente spaventosa, nel senso più positivo possibile. “Allora non è tutta finzione?” è la domanda implicita e sempre più urgente che lo show si porta dietro canzonaccia dopo canzonaccia. La risposta è che, in realtà, sì: Reverend Beat-Man non officia certo messe nere e “in borghese” è un normalissimo omaccione delle Alpi. Però, per un momento, Lalla Morte sembra davvero sanguinare. E accanto a lui Milan Slick sembra veramente posseduto dal demonio. Verosimilmente, quest’ultimo deve averlo invocato proprio il Reverendo, primo prete ad aver mai urlato: Fuck you Jesus. Voto: 7/8, scomunica

Violent Sadie Mode live @L'Etable (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 3 luglio 2026
Violent Sadie Mode. Alla Ferme è appena arrivata Sophie, la mia amica del cuore, originaria di Tournan-en-Brie e senza la quale non avrei mai scoperto questo festival. Ci facciamo un po’ di feste e per pochi minuti mi infilo nella sua conversazione coi locals, ma basta uno sguardo perché lei capisca che sto scalpitando all’idea di andare al concerto seguente. E siccome Sophie mi dà la sua benedizione, mi avventuro da solo nell’Etable. Sul palco, una bionda platino indiavolata di nome Sadie sta urlando invettive al microfono mentre un gruppo bello poderoso spara riffoni incattiviti senza tregua.

I primi quindici minuti me li guardo dalla balaustra sopraelevata, lontano dal casino, un po’ perché ho ancora due terzi di birra da finire, un po’ perché voglio studiarmi la band con attenzione. Il luogo e il momento si prestano ad un’analisi scansionativa, alla Terminator, della situazione in corso. E la prima domanda che appare sul mio display robotico immaginario è: Violent Sadie Mode è l’ennesimo gruppo riot grrrl che vedo alla Ferme Electrique? A un occhio poco esperto potrebbe anche sembrare così, ma la scorciatoia “punk con donna con urla = riot grrrl” non è una legge universale; è, anzi, un riflesso quasi sessista. Perché alcuni dettagli non mentono: il D-beat, il basso costantemente distorto, i breakdown, il batterista con la maglia dei Madball… questo è un gruppo hardcore, punto e basta! E mano a mano che le canzoni si susseguono l’ombra del dubbio viene completamente annullata dal fuoco bruciante dell’HC che ci propone il quartetto di Bordeaux, una sequela di croccantissimi banger che hanno molto più in comune con i Terror che non con le Bikini Kill, e che fanno venire voglia di contatto umano ad alta intensità. It’s time to mosh! Tracanno la mia beuta e mi getto nella fotta del primo pit veramente xHxCx che mi sia mai capitato di vedere alla Ferme (siamo al terzo set e le sorprese sono già tantissime).

Una piccola nota di contesto: nei miei ultimi dodici mesi di vita ho finalmente risolto la relazione di amore/odio che avevo da anni con l’hardcore punk moderno. Ne è risultato che questo genere e la sottocultura annessa mi hanno infine folgorato sulla via di Damasco. Per carità, non al punto dal farmi portare dei pantaloni Carhartt o dal farmi apprezzare musica obbiettivamente merdosa come i Knocked Loose, ma abbastanza dal farmi andare fino ad Eindhoven per vedere i Trapped Under Ice (ne è valsa ampiamente la pena) o dal riscoprire video, all’indomani di un concerto dei True Fraud, in cui mi rivedo colto in flagrante, non senza un po’ di vergogna, a two-steppare e quasi accennare un paio di mosse di ispirazione crowdkilling. In questo contesto, il concerto di Violent Sadie Mode capita a fagiuolo per risvegliare tutti questi animaleschi istinti, con una musica che resta comunque sufficientemente intelligente dal prestarsi a un festival di natura, dopotutto, intellettuale. Ad esempio, il momento un po’ lambriniano (ovvero sia, inglesissimo, un po’ “preachy”, innegabilmente divertente) in cui la cantante si mette a recitare una poesia con un libro in mano, se non sbaglio su Mr. Bunny, ci viene ad avvisare che l’obiettivo di questa musica è qualcosina di più del solo sfogo di pulsioni primitive, dando allo show un’impercettibile patina “conscious HC”.

Un aneddoto buffo e, forse, significativo: due giovani genitori (di cui non faccio il nome pur conoscendolo) ad un certo punto lasciano la loro figlia, una bambina di cinque anni con delle grosse cuffie da cantiere, dritta sugli scalini che portano al palco, ovverosia a venti centimetri dal mosh-pit. La cosa, ovviamente, viene notata dai poghisti, che ne tengono nota e adattano le loro danze di conseguenza. La dinamica dura per un’improbabile ventina di minuti, fino a che Sadie non annuncia l’ultimo pezzo e parte, a sorpresa, una cover di T.L.C. (TURNSTILE LOVE CONNECTION) proprio mentre Sophie mi ha raggiunto. È un piccolo miracolo: poche canzoni sono importanti per la nostra amicizia quanto questa. Ovviamente diamo di matto e ci mettiamo a urlare, quasi mi domando se non ci stiano tutti guardando come i marti del villaggio. Poco importa, il momento è troppo magico e verso la fine del pezzo, mentre sto rotando come un derviscio, mi accorgo che la marmocchia a bordo palco non c’è più. È il momento: mi cimento in uno sgraziatissimo stage dive nel nulla che per poco non centra sul viso una fan del gruppo, una ragazzina che avrà sì e no quattordici anni, che è rimasta piazzata in prima fila con la maglietta di Violent Sadie Mode per tutto il set e che accoglie il mio balzo con una faccia tra lo stranito e il divertito.

Tiriamo le somme, dunque: un po’ malgrado e un po’ grazie a tutte le stranezze del caso, il concerto è stato divertente, energetico, genuino. È un set che ci lascia tuttavia una domanda: la Ferme è pronta per l’hardcore? Non lo so. Di sicuro, l’hardcore è pronto per la Ferme. Voto: 7 ½, battesimo di fuoco

GANS live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 3 luglio 2026
GANS. È giunta l’ora del gruppo più atteso in assoluto, nonché l’unico dell’edizione che ho già visto dal vivo: i GANS, giovane duo di Birmingham che da un anno a questa parte, con il loro dance-punk efferato, mi ha già impressionato per la capacità di trasformare palchi non facili e molto diversi tra loro in enormi danze sabbatiche. La prima volta che li ho visti, a La Route du Rock nell’agosto del 2025, i ragazzi si erano presi in mano il troppo abbondante pubblico del festival con un savoir-faire da veri grandi, bombardando la Scène des Remparts con ritmi incalzanti fino a far alzare, in quel remoto angolo di Bretagna, spettacolari nuvoloni di polvere (e fu indimenticabile la cover di War Pigs per omaggiare il compianto Ozzy Osbourne, morto pochi giorni prima). Questo aprile poi al Bataclan, in apertura a dei sempreverdi Vaccines che festeggiavano l’anniversario del primo album, i GANS hanno smosso la milleniale folla con grande caparbietà, scaldando la platea con il calore di un altoforno ed assicurando ai nostri fighettini inglesi preferiti (what did you expect?) il piacere di un pubblico bello indiavolato.

Ora che, dopo queste due prove di forza su palchi importanti, vedo il batterista che comincia a dimenarsi in una piccola stalla semivuota sul ritmo post-punk in purezza di A FOOL, l’effetto è quasi straniante. Ma è forse davanti alla folla sparuta delle nove e mezza di sera, che arriva a scaglioni, che vedo la vera essenza dei GANS: un gruppo che, indipendentemente da dove suoni e da quanta gente ci sia, dà sempre il 110%. Che poi la musica piaccia o meno, quello si può discutere: a me, sinceramente, questo rock elettronico ballabilissimo dalle contaminazioni variegate ma tutte inglesi diverte molto: davanti a una cavalcata tinta di dark come IN TIME o a uno sfogo dub dai toni tra il nervoso e il giocoso come I THINK I LIKE YOU io proprio non riesco a stare fermo, e l’aggiunta di un terzo membro che all’amalgama di synth, chitarra e batteria aggiunge sax e flauto rende ancora più eclettiche le danze di questa discoteca incattivita. Quando quel capo ultrà che è il frontman Euan Woodman si alza dallo sgabello e lascia le pelli per venire in mezzo al pubblico, poi, la meraviglia che suscita la band sfiora il trascendentale, e la techno senza compromessi di THIS PRODUCT DUB riesce a coinvolgere proprio tutti.

Non c’è niente da fare, i GANS conoscono il segreto per soggiogare un pubblico, e finisce sempre che obbediamo a ognuno dei loro ordini. Quale sia l’ingrediente grazie al quale i due britannici riescano ogni volta a generare l’ipnosi collettiva, non è difficile capirlo. Di carisma ne hanno, ma non a livelli eccessivi. Per lo stile, stesso discorso. L’abilità musicale, idem. No, il segreto è un altro: è un’energia allucinante, strabordante, eccessiva, che manda tutto in sovraccarico. Ed è proprio con questa energia che i GANS fanno valere una vera e propria autorità su tutti noi astanti. Perché non solo, durante tutto il set, ci parlano a un metro dalla faccia, ma lo fanno anche in maiuscolo. Voto: 8-, Sergente Hartman

Cabane de Cabane live @La Ferme Electrique, Tournan-en-Brie, 3 luglio 2026
Cabane de Cabane (surprise set). Dopo tre ore e mezza ininterrotte (!) di musica ci vuole una pausetta. Fortuna vuole che la Ferme Electrique abbia varie attività da offrire quando non si vuole stare sotto il palco. C’è, per esempio, un negozio di dischi pieno di distro improbabili, in particolare un tizio specializzato in brutal prog che ha praticamente plasmato la collezione di CD di Sophie (quest’anno, però, a catturarmi gli occhi e il portafogli sono soprattutto le scatole che rivendono la vecchia collezione della mediateca di Corbeil-Essonne). Ci sono, in una stanza, Les Machines de Rémi, oggetti d’arte creati da Rémi Verbraeken, che già aveva sconvolto la Ferme due anni fa con l’eccezionale pièce teatrale Rémireille. Quest’anno, sotto al tendone, ci sono delle sue opere a metà tra gli zootropi e le sculture animate, macchine semoventi meravigliose che portano significati talvolta satirici e dissacranti (le banconote in cui George Washington si trasforma in un diavolo), talvolta giocosi (i pugili che continuano a prendersi a cazzotti mentre la campana suona la fine del round), talvolta esteticamente sublimi (le cicogne che volano sopra agli animali della savana africana). L’artista è presente, ed è un onore scambiarci anche solo due chiacchiere, perché è un artista con la A maiuscola.

Infine, per ammazzare il tempo, come ogni anno, c’è in mezzo alla fattoria una “machine”, un grande oggetto interattivo che serve un fine diverso ad ogni edizione e col quale i festivalieri possono sbizzarrirsi. A questo giro, sulla spianata davanti al fienile, troviamo una macchina da presa gigante. Al suo interno, qualche ora fa, Reverend Beat-Man e Milan Slick hanno filmato un videoclip; domani sarà il turno di un’altra band. Ma in questo momento chiunque può entrare, fare quello che vuole ed essere filmato. All’esterno, una televisione ritrasmette in diretta il filmato della telecamera, ma io e Daniel vogliamo vedere l’interno. Accantonati in un angolo zeppo di costumi e buffi oggetti di scena, osserviamo fuori dal campo lo spettacolo improbabile che sta avendo luogo in questo minuscolo set cinematografico. La ripresa, in questo momento, è la seguente: al centro, su una sedia, una ragazza fissa il vuoto annoiata e, ogni tanto, giochicchia con la cornetta di un vecchio telefono fisso con fare retrò. Alla sua sinistra e destra due uomini, di cui uno assomiglia a Kurt Cobain e l’altro, dai capelli scuri, maneggia un microfono e un ampli, si dimenano ubriachi fradici mentre fanno un rumore fastidiosissimo. In un estemporaneo tentativo di rompere la quarta parete urlo: “Hey, Kurt Cobain!”. Passano pochi istanti e lui esce dal campo, rivelando peraltro di essere completamente sobrio. Mi fa indossare un giubbotto di salvataggio e io trovo la situazione esilarante. Poi mi accorgo che Daniel è completamente assorto e, soprattutto, che a differenza mia non si è messo i tappi per le orecchie. Come, Daniel che è sempre stato così attento all’udito? La ragazza al telefono si alza dalla sedia e il mio amico prende il suo posto mentre, accanto, il ragazzo moro fa ancora un baccano insopportabile. A quel punto Dani si prende la testa fra le mani come, scoprirò un po’ più tardi, faceva Shinji in una celebre scena di Evangelion. Kurt Cobain, che scopro dunque essere il regista della scena, mi dice: “Mettiti a quattro zampe, vai dal tuo amico e consolalo”. Stando al gioco, mi appropinquo ad obbedire, ma in quel momento Daniel alza la testa, guarda in macchina e urla: “Fuuuuuuuuuuuuuck!” a pieni polmoni. È un momento surreale e, non posso negarlo, un po’ disturbante. Mi allontano intimidito e, dopo pochi istanti, Dani esce dalla stanza con un piccolo sorriso sulle labbra. Sembra tornato completamente normale. “Cos’è successo?”, gli chiedo. “Ah, niente, è stato… il mio piccolo momento Xiu Xiu!”.

Qualche minuto dopo, seduti con Théo e altri amici con una buona pinta di birra, Daniel svilupperà: “È stato un momento incredibile, là dentro nella stanza. A me piace tantissimo la performance art e perciò mi è venuta voglia di partecipare”. L’ubriachezza molesta dei due artisti era sicuramente una finzione scenica. L’urlo di Daniel, non lo so e non so se voglio saperlo. Théo mi ha detto che tutto il materiale filmato all’interno della “machine” a un certo punto sarà ritrasmesso in streaming. Se sia vero, non lo so. E soprattutto, non so se voglio vederlo. Voto: 6+, biblically accurate harsh noise

Flippeur live @L'Etable (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 3 luglio 2026
Flippeur. “According to all known laws of aviation, there is no way that la Ferme is the first place where I see this band. Flippeur’s booking powers are too strong to fly its music far from the venues that I go to. La Ferme, of course, is the first place where I see this band anyway, because la Ferme doesn’t care what humans think is impossible”.

Non mi viene in mente un incipit migliore di questo per descrivere il concerto a cui sto per assistere. In effetti, a pensarci è assurdo che io non abbia ancora mai visto Flippeur, la band per eccellenza della categoria “promettenti giovinastri del punk parigino che non mi dispiace osservare anche se mi fanno un po’ sentire vecchio” (fateci caso, band in cui spesso e volentieri suonano membri degli indimenticati Baltrink’). A Parigi e dintorni è raro che passi un giorno senza che ci sia un live della neonata creatura egg-punk di Howlin’ Banana Records (label di Johnny Mafia, Johnnie Carwash e da poco anche Ellah A. Thaun: veramente uno dei roster di tutti i tempi), ma è la Ferme a metterli sul mio cammino per la prima volta. La cosa ha perfettamente senso, perché nessuna persona, sia essa fisica o morale, cura i miei gusti in termini di underground francese più di questo festival.

È inutile pensare che nella vita iper-interconnessa che viviamo oggidì il nostro gusto musicale sia tutto farina del nostro sacco. Una cultura ce la si può fare da soli, ma un gusto, senza un aiuto esterno, è impossibile formarselo. Io i Flippeur, inevitabilmente, già li conoscevo: il loro unico EP, Elastique del 2025, nemmeno mi dispiace: la metrica delle vocals, che decantano in lingua francese testi naif all’inverosimile in pieno stile “Rage Against Indochine” (chi si ricorda di Télépagaille?), non mi innamora, ma non posso negargli l’appicicosità di alcune melodie e la sfiziosità degli arrangiamenti, soprattutto nei synth. Ora, se scrivete “egg-punk” nella barra di ricerca di Stereo Totale, troverete una sola occorrenza del termine, in una frase in cui descrivo la mia playlist Discover Weekly di Spotify come “una pletora di fottuti pezzi egg-punk tutti uguali”. Mi sembra abbastanza indicativo del fatto che io ho qualche problema con questo sottogenere, in particolare: è da qualche anno che ho l’impressione che gli algoritmi me lo stiano facendo ingollare a forza, che la gente alle serate non parli d’altro, che le sale concerto un po’ “hip” ne programmino fino alla bulimia. L’impressione che una forza superiore voglia impormi l’egg-punk come l’unica maniera possibile di fare punk rock (HC escluso) che abbia un diritto di esistere al giorno d’oggi, inconsciamente, mi ha dissuaso dall’andare a vedere i pur a me tangenti, e promettenti, Flippeur. Ma, come per il colesterolo, anche di curatori del gusto ce ne sono di due tipi: quello cattivo e quello buono. Quello cattivo lo immagino avere le fattezze di Biascica e urlare: “L’egg-punk te deve da piacé!”. Quello buono, invece, ha le fattezze di un animale che cambia una volta all’anno (a questo giro è un gufo) e che dice con una voce rassicurante: “Fidati, valli a vedere che non sono per niente male”.

Ho deciso di ascoltare quest’ultimo, e che dire: aveva ragione. Sono entrato al concerto dei Flippeur, mi sono ritrovato in mezzo al pogo, ho ballato e cantato senza sosta e quando il set è finito ho avuto l’impressione che fossero passati due minuti. Perché quella dei Flippeur è musica profonda come una piscina gonfiabile, ma proprio come una piscina gonfiabile è sufficiente per rinfrescarsi a dovere: i BPM sono sparatissimi, i suoni sparaflesciati, la band suona con una precisione e una professionalità ammirevoli senza però abbandonare una certa quale cazzonaggine. E se l’energia del gruppo è molto bella, forse lo è ancora di più quella degli slam-dancers, parte integrante e non trascurabile di un concerto punk “popolare” ormai dai tempi dei Black Flag: età media variegata ma comunque molto bassa, stile colorato ed eclettico, attitudine scherzosa e pacifica... amo noi!

In uno dei migliori episodi della storia di Masterchef Italia, Dario Baruffa cucina un risotto “gamberi e mojito” e Carlo Cracco, stupendosi della sua bontà, dice: “Forse la felicità è questo: un bel cocktail, in panciolle, sulla spiaggia”. Ecco, forse è questa la felicità: un bel mosh-pit, in allegria, con gente ossessionata dai meme tanto quanto me. Voto: 6/7, six seven

Marta live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 3 luglio 2026
Marta. La chiusura di giornata con un concerto di musica elettronica, alla Ferme Electrique, è un grande classico se non addirittura un caposaldo, anche se di capisaldi e di certezze, in questo spazio-tempo fluido, non ce ne sono mai state davvero: l’anno scorso, per esempio, gli ultimi set li suonarono rispettivamente gli Stuffed Foxes (shoegaze) e gli Ottone Pesante (doom metal). Ma se la variatio del 2025 ci fece assai godere, il ritorno all’ovile della club music sperimentale è altrettanto gradito.

Quest’anno l’onere di far sgambettare noi fattori prima di andare a letto ce l’ha il duo parigino Marta, che suonano una minimal techno bombastica arricchendola di un tocco organico con l’aggiunta della batteria e, a prima vista suprema gimmick, del violino. Il concerto comincia con uno spettacolare crescendo e quando finalmente si arriva al momento dell’agognata cassa dritta, è abbastanza evidente che, per quanto i due musicisti siano eccezionali (il batterista è il migliore visto oggi, il violinista loopa e manipola i suoi pizzicati e colpi di archetto con grande classe), c’è comunque tanta roba in base, o se non in base suonata da strumenti che non vediamo.

Ma ha davvero tanta importanza, quando è l’una e mezza passata, il soundsystem ha dei suoni praticamente perfetti e le tracce spaccano? Specialmente quest’ultimo punto: ascoltando l’album PUSH, pubblicato dai due technusi pettinati giusto tre mesi fa, è impossibile non rimanere impressionati dalla profondità della produzione, specialmente per quanto riguarda i bassi, veri e propri fondi oceanici dalla morfologia variabile e stupefacente. Se poi questi pezzoni (o “disconi”, qualora fossero passati da un DJ) li trasponete a un contesto live, riarrangiati per evitare le pause, beh: il set è solido, porca paletta. Perciò, in un tripudio di “tension and release” non originalissimi ma molto raffinati, qualche effetto scenico divertente (il batterista si mette in piedi, il violinista balzella qua e là), mi concedo quest’oretta di puro edonismo sonoro, che mi farà ballare senza sosta e che non annoierà mai. Cosa rara, per me, quando si parla di techno. Voto: 7-, country club

 

Sabato 4 luglio – Giorno 2

The Cuckoo Sisters live @La Croix-Blanche (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 4 luglio 2026

The Cuckoo Sisters. L’iconico, immancabile e inimitabile live al bistrò La Croix Blanche, quest’anno, cade alle 11:30 e ci vado con Marine e Juliette, due amiche di Théo che ho incontrato sveglie e completamente stordite dopo che hanno passato una notte quasi insonne nella tenda più vicina in assoluto al gazebo dell’after.

Per me l’essenza della Ferme Electrique è tutta qui: una piccola combriccola di gente rincoglionita, di cui almeno la metà indossa magliette di gruppi noise rock, che si piazza nel bar di un paesino al sabato mattina e fa moderatamente baldoria mentre un gruppo suona musica più o meno easy listening. E proprio perché il contorno è così caloroso e simpatico, questo è l’unico set della cui qualità musicale, in generale, mi importa decisamente meno che per gli altri. Ad esempio, ho l’impressione che a partire dall’anno che seguì la leggendaria performance di Trotski Nautique, in questo bar suoni sempre lo stesso gruppo, ma con nomi diversi e forse qualche membro che cambia (poi però controllo il mio archivio fotografico e mi accorgo che non è affatto così). Il primo anno che davanti alla fontana di Rue de Paris abbiamo avuto del folk americano acustico (Blue Daffodils) accolsi con favore l’iniziativa, poiché mi sembrava un genere simpatico da promuovere. Il secondo anno che ci siamo trovati davanti un gruppo similissimo (The Hog’s Trotters) ho comunque apprezzato, anche perché la setlist era piena di cover “nostre” di cui, su tutte, una memorabile I Wanna Be Your Dog riarrangiata al banjo. Adesso che siamo al terzo anno filato di folk americano acustico però, forse un po’ più di varietà mi sento di volerla recriminare. Non arriverei al punto di dire che me ne sono rotto le balle: per una mattinata in cui sul conto che ho pagato (poco) ci sono una Coca Cola, due pastis, una pinta di birra bionda e un’insalata di ventrigli d’anatra, la loro musica vivace e dai toni quasi barbershop è un sottofondo che mi va più che bene. Di conseguenza, non ho niente da dire alle quattro ragazze che suonano (uno 0,25 di bonus perché è una band di sole donne) e che sono davvero molto brave. Del resto, non le ho nemmeno ascoltate con troppa attenzione.

Spesso ci sentiamo domandare se bisogni separare l’arte dall’artista, ma mai se si debba separare il concerto dal contesto. Eppure è un dilemma che si presenta concretamente molto più spesso. Ecco, io il contesto del concerto del sabato mattina a La Croix Blanche lo promuoverò sempre a pieni voti. Questo concerto invece lo faccio arrivare a una sufficienza risicata, spinto forse da una subconscia voglia di passare ad altro. Se chi di dovere sta leggendo: il mio è solo un consiglio; se poi siete obbligati a mettere gruppi di questo tipo perché vi siete infilati in qualche guaio con la mafia del folk americano acustico, vi capisco e vi perdono. Voto: 6-, yee-haw

Bobo & Behaja live @Scène Sauvage (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 4 luglio 2026
Bobo & Behaja. Tornare all’interno della Fattoria dei sogni al sabato pomeriggio è sempre bello, poco importa lo stato di forma in cui ci si trova. Io, personalmente, sono del tutto rincoglionito: ho saltato la tradizionale siesta post-prandiale e non posso negare una certa sonnolenza. La situazione mi ricorda vagamente l’edizione 2023, alla quale mi presentai il sabato pomeriggio con le orecchie ancora danneggiate dal set di A Place to Bury Strangers della sera prima e un poco avvinazzato (ripeto, Trotski Nautique a La Croix Blanche…). Quell’anno dentro alla Fattoria c’era ancora una Scène Sauvage (Palco Selvaggio) che portava il suo nome senza dare adito a dubbi: all’aria aperta, all’altezza del suolo, amplificata alla maniera di una festa di strada e a stretto contatto con la polvere. Il set che attendeva i coraggiosi che osarono sfidare il sole cocente delle 18 non ce lo scorderemo mai: gli Electric Vocuhila, in una delle ultime performance dal vivo della loro carriera, si dimostrarono un gruppo ai limiti dell’impossibile: un quartetto di francesi bianchi che suonavano lo tsapiky, musica tipica del Sud-Ovest del Madgascar, con una tale sincerità e serietà che ogni discorso nei loro riguardi correlabile all’“appropriazione culturale” (concetto usato a sproposito troooppo spesso) può essere tranquillamente buttato nel cestino. Quel set di un’ora e rotti di musica ritmatissima, ipnotica e che esala rumorosa allegria fu indimenticabile (e costellato di momenti magici come l’“happening” capoeiristico delle guardie di sicurezza). E ci lasciò con la voglia di averne di più.

Detto fatto: lo tsapiky torna alla Ferme con un nuovo gruppo che include due membri degli Electric Vocuhila (il bassista Rosenfeld e il sassofonista Bobo), insieme a tre musicisti malgasci: Behaja alla chitarra, Rakotoniana alla batteria ed Ekaly alla voce e al ballo. Una “digievoluzione” del gruppo di tre anni fa, scherzerò. E in effetti la musica è molto simile: canzoni di lunga durata basate su ostinati di basso e batteria sui quali un sax trillante e audace e una chitarra elettrica dalla distorsione leggera e gustosa (Bobo & Behaja, per l’appunto) assoleggiano con grazia al punto che non sembrano quasi mai veramente improvvisare. La sensazione di “evoluzione” deriva principalmente da due elementi: il primo è il batterista, dallo stile molto imprevedibile, che ogni tanto infila nella miscela dei fill fantascientifici ed è veramente appassionante da osservare, mentre assicura la tenuta di questa musica che viaggia perlopiù sui 180 BPM; la cantante-ballerina, poi, è veramente un valore aggiunto: scherza coi bambini (“non è una vera festa se non ci sono bambini”, diceva Madame Macario), agita il bacino e le spalle a ritmo della musica, mantiene un’espressione seria ma ogni tanto impartisce sorrisi bellissimi e, ultimo ma non importante, mantiene viva l’attenzione di tutti con la sua voce acuta e arringante.

La Scène Sauvage di quest’anno si è un pochinino imborghesita: c’è un gazebino, è leggermente sopraelevata e fonicamente si prende molto più sul serio. Ma, ancor più di quando vedemmo i Vocuhila, la sensazione dell’imminente inizio di uno scatenato “bal poussière” (letteralmente “ballo polvere”) ci accompagnerà durante tutta la durata di un set durante il quale, nonostante il caldo, non staccheremo mai gli occhi dal palco, fino a che ogni membro del quintetto non sarà madido di sudore. E certo, il pubblico non si sarà lanciato in danze scatenate, ma le persone che non hanno un’espressione di pura felicità in volto si saranno contano a malapena sulle dita di una mano. Scusate se è poco. Voto: 8+, con la gioia

Corderaide live @L'Etable (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 4 luglio 2026
Corderaide. Dopo un concerto di musica luminosa in uno spazio soleggiato, passare direttamente a una musica oscura dentro ad uno spazio ombroso sembra la cosa più giusta. Venuti dritti dritti da Metz i Corderaide, in un palco Etable semibuio, appaiono esattamente come si raccontano sulla biografia di Bandcamp: “Quattro giovani babbi che nel tormento tipico della loro età decidono di uscire dal grigio turbinio dell’afflosciamento delle membra per darsi un nuovo slancio”. Il loro LP del 2024, Des vestiges, des materiaux, des spectres, me lo sono ascoltato un paio di volte prima di venire al festival e mi è piaciuto molto ma, forse a causa della copertina geografico-geometrica, forse proprio in ragione di come si descrive il gruppo, era un disco che fino a lì mi aveva colpito soprattutto per il suo incedere marziale, monotono ed ipnotico. Di nuovo, la transizione ha senso: si passa da un’ipnotica musica nera (lo tsapiky) a, forse, l’ipnotica musica bianca per eccellenza (il krautrock). Ma non è proprio così, perché di questo attempato quartetto dell’Est, la cosa che fin da subito mi colpisce più di tutto il resto, dal vivo, è la potenza.

Picchiano come fabbri, hanno dei volumi illegali e suonano il loro post-punk con un’efferatezza ammirevole. Soprattutto, sono muniti di un frontman devastante: Hugues Reinert, con la sua energia punkettona e il suo umorismo tagliente, può ricordare una specie di John Brannon mosellano, e farà non una ma due battute che, oltre a piegarmi in due dal ridere, mi faranno sospettare che questo ultraquarantenne una certa qual appetenza per l’HC ce l’abbia: la prima, quando urla: “Circle pit!” completamente a caso; la seconda, più fine, quando dice: “Buonasera, siamo Noir Boy George” (giusto una settimana fa all’Outbreak di Manchester gli Static Dress hanno cominciato il loro show a sorpresa mettendo un’ambigua intro simil-Title Fight e dicendo, subito dopo: “Hi everybody, we’re Guilt Trip”)! Ma al di là dell’eccellente stage banter (interagirò persino su una querelle a tema “Metz vs. Nancy” ma non ve la spiego, troppo specifica; per Dio, andate in Lorena, miglior regione di Francia), quando Reinert canta queste canzoni dai synth schizoidi, dal basso imponente e dai crescendo poderosi assume veramente le vesti di un predicatore folle: A.R.P., ad esempio, ha un testo distopico estremamente suggestivo e quando il pezzo esplode dopo il verso: “In un prossimo futuro la frontiera tra il reale e il virtuale diverrà confusa: allora, io manipolerò la percezione”, l’aura del gruppo è talmente grandiosa che gli si perdona tutto, pure che l’outro della canzone sia similissima a quella di Losing my Edge degli LCD Soundsystem.

Il live dei Corderaide passa in fretta in un grande susseguirsi di canzoni memorabili, come 3 R2 3 la cui cavalcata non lesina in phaser (forse il mio effetto preferito sulla chitarra elettrica), o ancora la hit anti-olimpica N-S-L, sul finale, tutta da ballare correndo sul posto e alzando le ginocchia. Come se avessi fatto un grande sforzo fisico per “portare delle medaglie alla nazione”, mi ritrovo sudato e boccheggiante come dopo pochi concerti a questa edizione. Voto: 7 ½, forever punk

Forever Pavot live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 4 luglio 2026
Forever Pavot. Sul palco Grange (la stalla), ogni tanto, capita che monti un gruppo che colpisce anzitutto per il setup ambizioso. I Forever Pavot sulla carta sono “solo un trio indie-pop” ma uno, ognuno dei membri si porta dietro una caterva di strumenti (il pavimento è un inferno di DI Box), due, si sono portati sul palco un robot. Sì, un robot: si chiama Melchior, all’aspetto è un misto tra il pupazzo di Dummy (il film in cui Adrien Brody fa il ventriloquo) e un alieno di Mars Attacks!, e sotto di lui un segnale luminoso gli permette di comunicare messaggi più o meno edificanti (“Forever Pavot”, “Melchior”, “Il proprietario della Toyota Prius targata BL122PZ è pregato di spostarla dal passo carrabile”). Ma se l’umanoide semovente che dà il titolo all’ultimo album (Melchior Vol. 1, 2025) di questa band dall’esperienza più che decennale è ciò che attira l’occhio, ciò che ci mantiene incollati al palco è la dimensione sonora completamente allucinata di questa performance poco convenzionale.

Destreggiandosi in un polistrumentismo che impressiona più l’udito che vista (anche se lo stile ibrido del batterista, lo stesso di Dona Casque, è un gran vedere), Forever Pavot propagano nell’aria un synth-pop, spesso e volentieri in tre quarti o affini, che ha un tono quasi più steampunk che veramente retrò, e che viene suonato con una solennità scherzosa. Soprattutto, nella resa dal vivo dell’epopea di Melchior e soci, una miriade di suoni improbabili scoppiettano a destra e sinistra canzone dopo canzone rendendo il concerto veramente affascinante e le melodie deliziosamente coinvolgenti, specie quando flirtano con i motivi di un universo alternativo in cui gli anni ‘70/’80 sono state grandi decadi di cibernetica (solo a me Godbot ricorda L'amour c'est comme une cigarette?).

Devo ammetterlo, a me Melchior Vol. 1 non è piaciuto molto né prima del concerto né mentre lo riascolto a posteriori: è un disco non esente da barocchismi, il che me lo rende un po’ stucchevole e, soprattutto, lo trovo monocorde, un viaggio che non cambia mai di binario e si crogiola troppo nelle stesse frequenze. Nel live, invece, c’è proprio di tutto: filastrocche twee e naif, groove disco-dance per nerd incalliti, minacciosi anatemi dark e persino una sgroppata di krautrock ultraclassico, alla Neu!, della quale ho fatto un video ma che non riesco più a ritrovare (mannaggia a… e non dico cosa). È, in somma, un concerto che non può non piacere, senza essere ruffiano ma stupendo il pubblico con una quantità e diversità di idee originali che dimostrano un’inventiva davvero tanto sopra alla media. Voto: 7+, rotelle in testa

Bathing Suits live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 4 luglio 2026
Bathing Suits. Ho conosciuto Moun al concerto di Knife Crime e R.M.F.C., ma il giorno in cui mi sono detto che tra noi era nata un’amicizia fu quello in cui, in un Badaboum strapieno, Jane Remover fece la sua prima e, per ora, unica apparizione pubblica a Parigi (!). Fu un concerto stratosferico, ed essendo lo show di quella che in moltissimi là dentro (me compreso) consideravano come la più grande artista trans in attività, fu anche un momento creatore di un’unità di intenti ai limiti del generazionale. La mia amicizia con Moun, direbbero i francesi, “non mi ringiovanisce”, nel senso che ci diamo quasi dieci anni di differenza, eppure in certe cose sento che, malgrado tutto, siamo entrambi gen-z. Una su tutte: la sensazione che la nostra generazione possa essere quella che riuscirà a liberare il mondo dal germe della transfobia.

Ogni missione generazionale, per quanto ambiziosa, ha la sua colonna sonora: il pacifismo hippie aveva Bob Dylan, l’antirazzismo skinhead aveva The Specials, l’anticapitalismo no-global aveva i Rage Against the Machine e il giovane movimento queer che cresce ogni giorno ha, oltre alla Gianna Rimossrice, gente tipo Underscores, Frost Children o uno qualsiasi dei featuring presenti su Stardust di Danny Brown (2025, disco della madonna), ossia quella larga categoria di artiste che lu miu amicu rinomina affettuosamente “le transfem”. Non tutta la loro musica mi appassiona del tutto ma nutro verso di loro un riverente rispetto perciò, quando Moun mi dice che Bathing Suits sono una band includibile nello stesso gruppo di eroine, ovviamente il suo entusiasmo mi contagia e vado a vedere il concerto in prima fila pur non conoscendo affatto la musica del gruppo.

Il quartetto di Leeds (una delle città inglesi che mi ha offerto più artisti del cuore) si presenta sul palco con estremo minimalismo: due chitarre, un basso e una cantante che maneggia un paio di drum-machine basilari. La musica, della quale io non so ancora nulla, comincia a picchiare senza fare complimenti ed è estremamente semplice quanto semplicemente estrema: cassa dritta, bassline profondissime, una chitarra che propina riff distorti che rinforzano il sostrato techno e un’altra che si prodiga in malvagi rumorismi industriali (alla This Heat, per intendersi) che rinforzano, loro, il sostrato post-punk. È musica che invoglia a ballare, certo, ma che ha anche un suo fattore scioccante per quanto è abrasiva e assordante. La frontwoman Freyja Blevins, poi, ha nella sua delivery una nota di disperazione più catartica che rabbiosa: invece di urlare com’è consono nel digicore d’oggidì (penso a Femtanyl, che al Primavera ha fatto un concerto… meh), la sua voce ha una grande varietà di registri: ora elenca spasmodicamente i concetti-chiave delle canzoni con un inglesissimo spoken-word stizzito (Relay), ora invece rappa versi semplici e orecchiabili con quel misto di strafottenza e inquietudine tipica degli MC bassline (I Can Be a Freak), a volte si limita semplicemente ad accompagnare il crescendo del groove verso la sua inevitabile esplosione (Empathy). La sua presenza scenica, poi, è ancora più espressiva del canto: Blevins, canzone dopo canzone, ballerà come una dannata, contorcendosi e spogliandosi sempre di più, in un rituale di accettazione di sé sincero e toccante. E in effetti, l’espressione “messa a nudo” descrive perfettamente il concerto di Bathing Suits: per quanto bombastico e non lontano dagli universi della club e della rave music, il loro suono è usato per creare un universo decisamente intimista, e basta questa intuizione a rendere il concerto ultra-coinvolgente (ho passato mezzo set con la bocca spalancata) e la band “relatable” pure per un maschio cisgender etero come me.

Citavo, poco fa, grandi artisti “politici” del passato che hanno accompagnato la volontà di cambiamento di movimenti pacifisti, antirazzisti, anticapitalisti, e non ho potuto fare a meno di rendermi conto del fatto che oggi c’è ancora più guerra, più razzismo e più capitalismo di quando questi gruppi erano attivi. Io, se ci sarà più transfobia che oggi tra trenta, cinquanta, sessant’anni, non lo so. Ma che la mia generazione possa riuscire, se non a debellarla, quantomeno a indebolirla, io voglio crederci. E poche cose, in questa lotta, possono infondere fiducia come un concerto come questo. Voto: 8, grido di battaglia

DJ Chouchamp live @La Notte (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 4 luglio 2026 (foto di Moun)
DJ Chouchamp. È mezzanotte, le truppe si sono un po’ disperse e mi viene la pazza idea di farmi una side quest un po’ licenziosa in solitaria. Gli habitués della Ferme Electrique conoscono tutti uno dei migliori segreti della fattoria: in un piccolo sgabuzzino vicino all’uscita dell’Etable, talmente stretto che è quasi impercettibile, ogni tanto apre uno stabile la cui reputazione varia di anno in anno: si chiama La Notte, ed è la più piccola discoteca del mondo. Personalmente, sono entrato in questo minuscolo club una sola volta, nel lontanissimo 2023: ricordo che arrivai quando il la festa era già iniziata, che un DJ, in lontananza, mostrava al pubblico i vinili italo-disco che metteva, ricordo soprattutto un caldo bestiale, una gran calca di corpi e che quasi non si respirava. Alla ricerca di emozioni forti, stasera decido che voglio essere il primo a entrare e l’ultimo a uscire, e gli organizzatori del festival mi aiutano nella missione, segnalando su Instagram (bisogna comunque essere un po’ sgamati) che tale DJ Chouchamp farà due set dentro a La Notte, uno alle 23 e un altro a mezzanotte.

Arrivo davanti alla disco alle 00:00 spaccate e la trovo chiusa, ma sento nell’aria che qualcosa si sta tramando. Arriva un gruppetto di habitués, si mettono in fila con me e, per ridere, decido di assumere l’accento di: “Bro let's go out this weekend, there's a crazy event happening”, irritandoli pesantemente quando scoprono che in realtà parlo perfettamente il francese. La gente, sorprendentemente, sembra prendersi molto sul serio, e così anche i buttafuori, che fanno entrare e uscire i vari improbabili addetti ai lavori e ci guardano malissimo. “Piano ragazzi, per entrare bisogna fare finta che non ci stiamo divertendo, tipo al Berghain” è la mia frase che sembra provocare un definitivo sorriso all’organizzazione. Tempo qualche istante e, con uno sguardo un po’ malizioso, mi fanno entrare per primo. Il tempo di ritrovarmi faccia a faccia con DJ Chouchamp, una bionda dallo stile sito in una zona grigia tra il punk e il truzzo, di rendermi conto di avere già poco spazio vitale, e parte la musica.

Alla Ferme, un paio di DJ-set anche sui palchi principali una volta ogni morte di papa non ci starebbero poi così male: dopo le overdosi di live che mi sono fottuto finora, questa mezz’ora abbondante di puro electroclash senza fronzoli, “in your face”, è veramente un balsamo per la mia anima danzereccia, la musica giusta al momento giusto. E la situazione clubbara è, non serve nemmeno dirlo, esilarante: alle mie spalle visi, familiari e non, entrano ed escono, la gente fa casino e si dileggia in attività alla frontiera della legalità. Pure vicino alla DJ c’è un grande andirivieni di gente, personaggi improbabili del mondo della notte (nella foto, a sinistra, quello che identifico come “il proprietario”). A un passo da me c’è anche la barriera: un tavolino di legno che mi separa di qualche spanna dal booth. Come in una vera discoteca, dietro alla transenna c’è “la sicurezza”, un tipo vestito di lana (e devono fare minimo minimo 35 gradi) che mi fuma in faccia una canna enorme. Negli ultimi 15 minuti di set sur=l tavolo montano anche due cubiste, entrambe gender-fluid ed entrambe bellissime che, trovandomi io per forza di cose sotto di loro, mi concedono anche qualche conturbante struscio.

Di tutti i concerti visti alla Ferme Electrique, questo è in assoluto il più difficile a cui dare un voto perché è, come del resto la migliore club music, indissolubile dal contesto. Il set di DJ Chouchamp è molto valido ma è tutta la discoteca La Notte che merita un voto, perché l’esperienza che vi ho vissuto è, più di ogni altra, multisensoriale. E forse, dei cinque sensi, non è l’udito che ha primeggiato ma, vi stupirà sentirlo, nemmeno il tatto. Probabilmente, a farla da padrona è stato l’olfatto. Perciò, per concludere, voglio descrivervi la fragranza che questi trenta minuti dentro al più piccolo club del mondo mi hanno ispirato alla maniera di un mastro profumiere, di un naso. La nota di testa è il popper, un odore che ci ricorda il sesso: artificiale e plasticoso, è un profumo strano ma non sgradevole, mi stranisce sempre come la prima volta che l’ho sentito e, anche se non sono sicuro che sia possibile, sospetto che dilati i vasi sanguigni, con un effetto afrodisiaco, anche di me che non ne sto facendo uso diretto. La nota di cuore è l’hashish, che è l’odore di droga per eccellenza e che permea la stanza con strafottenza: il fumo passivo, contrariamente al popper, è una realtà di fatto, e questo aroma esotico si accompagna di un impercettibile stordimento. La nota di fondo, ovviamente, è la più astratta e indefinibile: si tratta di un vago odore di sesso, che può solo essere sospettato e che, in quest’amalgama, va a rappresentare il lato più rock ’n’ roll di questa situazione surreale. Il profumo, secondo voi, come si potrà mai chiamare? Voto: 7/8, Sesso, Droga e Rock ’n’ Roll

Double Vitrage live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 4 luglio 2026
Double Vitrage. Per l’ultimissimo giro di boa, la Ferme ci porta di nuovo un gruppo di “techno organica”, termine che, sia detto per inciso, ho sentito per la prima volta tre mesi fa e ancora non mi convince, non mi suona consono. Ma quest’ultimo gruppo mi incuriosisce, anche se, per fare un po’ la malalingua, è “more of the same”: all’ascolto del limitatissimo ma ottimo output in studio del duo di Tours è difficile distinguere questi nuovi araldi del tunz tunz con batteria dai Marta, per esempio. Non che sia una prima volta né un problema: anche nel 2024 i concerti di Parquet e VoX LoW erano poco dissimili tra loro, eppure quanto godemmo, oh quanto godemmo.

Al concerto di Double Vitrage accorriamo tutti, ma proprio tutti, proprio con questo spirito godereccio. Eccoci qua, gli eroi del weekend: l’ormai esente da responsabilità biglietteristiche Théo coi suoi amici-colleghi Sami e Antonin (instant bros), Moun che pure si gode la fine del turno di lavoro, un sempre fresco Daniel, un amatissimo Paul a sorpresa e gli immancabili autoctoni, Sophie e Titouan. Musica rimbombante, alcol, sigarette e tutta la famiglia: cosa potrebbe esserci di meglio? Per un buon venti minuti non posso che rispondere: “Nulla!”: i loop sono ipnotici, la batteria precisissima e potente, e guardare un tizio che smaneggia una costosissima pila di modulari ha la sua parte di voyeuristico intrattenimento.

Poi però, dopo una birra e due cicchi, il mio cervello abbastanza stordito, a sorpresa, sposta i suoi pensieri al piano spirituale. Che non vuol dire che raggiunge il nirvana, anzi: alla maniera di Jacopone da Todi, Guittone d’Arezzo e tutti gli altri poeti medievali del cazzo che ci facevano studiare al liceo, si mette a riflettere contro la mia volontà a quanto siano effimeri i piaceri della carne. Il concerto dei Double Vitrage è indubbiamente godibile. Vi dirò di più: oltre al suono è anche la cura nel comparto visivo, con un incrociarsi di led che pulsano manco fossimo a vedere i Justice, che è impressionante per un palco tutto sommato piccolo come La Grange; ma forse è proprio la sensazione di vedere un set molto elaborato e in fondo decisamente “tryhard” che, nel giro di meno di mezz’ora, fanno scemare la mia euforia iniziale. Forse, a queste ore della notte e dopo aver dato (e ricevuto) così tanto, è lecito smettere di tartassare l’involucro che ci contiene e dedicarsi alle cause dell’anima. Che poi è una formula molto arzigogolata per dire che dopo nemmeno mezz’ora io e i fra siamo usciti e ci siamo messi a chiacchierare.

Intuizione salvifica, non c’è che dire: abbiamo appena cominciato a “prenderci una pausa”, come fanno le coppie in crisi conclamata, quando sentiamo da dentro che il segmento minimal techno è passato con una certa celerità a kick molto più hardcore se non quasi gabberoni. Conveniamo che i BPM sono decisamente troppi per potersi accollare di tornare alla stalla, mettiamo una croce sul set dei Double Vitrage e ci balocchiamo con quel che la Ferme ha ancora da offrire al di fuori del concerto di chiusura: una stanza piena di strumenti musicali improbabili, un clima gradevole, tante facce amichevoli e tanti posti dove sedersi, riposarci e cianare. Che alla fine è comunque una chiusura perfetta per un festival. Voto: 6, paradisi artificiali

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Un tempo avrei fatto, a mo’ di conclusione, una lunga riflessione su quanto sia importante che esista un evento come La Ferme Electrique. Quest’anno la glisso. Un po’ perché il rischio di essere smielato è forte, un po’ perché mi pare implicito, un po’ perché, come ho detto nell’introduzione, sono diventato un pelandrone. Certe cose, ormai, mi fanno fatica. Non è stato il caso di questo articolo.

Può darsi che, salvo rare eccezioni, in questo periodo della mia vita io stia lasciando da parte le parole per dedicarmi un po’ di più ai fatti. Perciò, terminiamo con un fatto. Non vi farò la trita e ritrita filippica sull’importanza del sostegno al DIY, vi darò solo un ordine: se vi interessa di venire a uno dei festival musicali indipendenti più belli d’Europa, prendete la vostra agenda digitale, il Google Calendar o quello che è, e segnatevi “Ferme Electrique” sul primo weekend di luglio 2027. Io, più che dirvelo…

Ci vediamo l’anno prossimo.