Per capire perché se ne fosse andato l’ultimo scampolo di passione
letteraria che mi restava ci vorrebbe probabilmente un ciclo di psicanalisi di
diversi mesi. Ed essendo la psicanalisi la disciplina che più si presta a un
approccio da bar, qualche interpretazione casereccia sono riuscito a darmela. Forse
è perché la giornata (piovosa, ventosa e annullosa) del giovedì mi ha fatto
girare i coglioni e non ho voluto fare polemica; forse è perché ho visto
relativamente pochi gruppi che non avevo mai visto e che pochi o nessuno di questi
mi ha veramente sconvolto (invece, dei gruppi già visti in passato, uno c’è
riuscito: i Big Thief); o forse perché, a parte la passione per i concerti alla
quale continuo a dedicare una grande parte delle mie energie, sono diventato un
pelandrone per il resto del tempo. La ragione definitiva per la mia accidia di
fronte ai trentasei live report (pochini…) che mi ero promesso di sciorinare, a
dirla tutta, non la so. Ma so che il Profeta Pollard, in Teenage FBI, ha
domandato innumerevoli volte: “Someone tell me why I do the things that I don’t
wanna do?” e che io altrettante volte, compresa questa, gli ho risposto: “Già”.
Perciò, il Pagellone PS26 non è stato.
Poi però, per la quinta volta di fila in vita mia (per il Primavera era
l’ottava), sono tornato alla Ferme Electrique, il mio “altro” festival
preferito di sempre. Non entrerò nel merito di quali dei due io preferisca, che
sia da un punto di vista politico-economico o prettamente artistico, anche
perché non saprei rispondere. Sicuramente le due rassegne musicali sono
antitetiche su entrambi i fronti: se l’una si svolge in una città che attira un
turismo di massa internazionale (Barcellona), l’altra porta i partecipanti a
scoprire la prima frangia rurale (Tournan-en-Brie) di una grande capitale
europea (Parigi); se la prima è (sempre più) un trionfo capitalista di sponsor
e potenza di fuoco finanziaria, capace di raggruppare il meglio della musica di
“chi ce l’ha fatta”, sia essa mainstream o alternativa, la seconda è invece
un’eroica manifestazione della resistenza del DIY, messa su con una
professionalità sorprendente da uno stuolo di lavoratori essenzialmente
volontari, con pochissima speculazione ma capace ogni anno di portare a casa il
risultato.
Tra la musica dei circoli del consumo di massa e quella underground, io non
saprei decidere quale salvare, e di fronte a questa contrapposizione me la cavo
con un centristissimo: la musica è musica. Ma proprio in ragione del fatto che
ho una passione identica per entrambi i lati dello spettro, è lecito che mi
chieda per quale dannata ragione dovrei fare lunghi resoconti solo sul
Primavera Sound. Dopo i due giorni che ho passato ne La Fattoria Elettrica, che
ai miei occhi è il modello perfetto di festival indipendente, ho riscoperto il
piacere del sentire nel cervello un volume straripante di cose da dire, che mi
facevano rimbombare la testa ancor più della somma di poche ore di sonno più
tante ore di soundsystem. Ragion per cui ho deciso che, anche se nessuna
rivista di settore o nessun critico di alto rango penserà mai che questo
piccolo festival nella campagna della Senna-e-Marna sia “l’epicentro della
musica d’oggigiorno”, ciò non vuol dire che dedicarle un pagellone non abbia
senso. Nel peggiore dei casi, anche se l’articolo mi uscirà male (la penna è
arrugginita), queste righe resteranno comunque almeno un atto di gratitudine
nei confronti del mio festival underground preferito, e forse pure una piccola
dichiarazione di simpatia verso l’antico e ormai quasi scomparso topos
letterario della rivincita degli ultimi.
Prima di cominciare con una carrellata di piccoli live report assortiti da
un voto per ogni band volevo fare un’annotazione importante per tutte le
persone che leggono un articolo del genere per la prima volta: il genere
letterario di questa blog entry è quello della “pagella calcistica”, che
tradizionalmente viene pubblicata poco dopo la fine di una partita. Esso segue
degli stilemi ben precisi, ad esempio: i voti vanno dall’uno al dieci e sono
tradizionalmente bassi, superare il sette vuol dire già fare una performance praticamente
ineccepibile e arrivare al nove significa entrare nella leggenda, come quando Gareth
Bale segnò in rovesciata in finale di Champions. Per l’otto o poco al di sopra,
invece, si parla di partite che resteranno indimenticate per anni. Vi faccio un
esempio che avete sicuramente tutti presente: la volta in cui, contro il Genoa,
Cristiano Biraghi (il Gareth Bale italiano) segnò due gol su punizione. Un
secondo e ultimo appunto: il voto viene dato solo agli artisti. Quest’ultimo
punto è importante perché sull’apprezzamento di un piccolo festival underground
non incide solo la qualità della proposta musicale, ma anche quella di altri
fattori che, in proposito alla Ferme Electrique, citai e votai già in un
articolo sull’edizione del 2024. La pagella terminò così: location 7 ½,
organizzazione 7-, attività 8, atmosfera 7 ½. Li riconfermo quasi tutti ma alzo
a 7 ½ l’organizzazione (il cibo è migliorato) e abbasso a 7 ½ le attività
(preferivo l’escape game di quell’anno alla bisca clandestina di questo). Alla
programmazione diedi 8- e, se volete conoscere il voto di quest’anno, non dovrete
fare altro che calcolare la media aritmetica tra i voti di ogni gruppo. Io non
lo farò, mi fa fatica.
Cominciamo.
Venerdì 3 luglio – Giorno 1
| Dona Casque live @L'Etable (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 3 luglio 2026 |
Dalle prime note di Joie de Vivre l’indie rock spigoloso ma dolce
del duo dimostra una grande sensibilità nel coniugare inquietudine e tenerezza ricordando,
per fare un nome a caso, lo stesso modus operandi dell’ultimo album delle
Horsegirl. A differenza di queste ultime, però, la resa dal vivo è decisamente
più energica ed estrosa: il batterista/tastierinista Danny Kendrick (Dona) è
impressionante nella tenuta di ritmi poco convenzionali e la
bassista/sintetizzatrice Maë Favory (Casque) stupisce per l’aplomb con cui si
destreggia in una performance di multi-tasking di alto livello. Entrambi i
musici, inoltre, si rivelano vocalist di pregio. Ma al di là della tecnica c’è soprattutto
un repertorio di canzoni veramente eccellenti: cito con piacere, per esempio, la
punkeggiante e grintosa 1.2.2., dedicata ad un autobus che passa da
Montreuil e Bagnolet (comuni frequentatissimi negli ultimi mesi), oppure Les Oranges, hit cervellotica e quasi fredda ma piena di spiragli di bellezza
(che allu miu amicu Moun ricorda gli Squid: perché no). E, come se non
bastasse, il concerto ha una patina di “quirkyness” irresistibile: in un
intermezzo i due suoneranno uno sneak peek di L’Amour Toujours di San
Gigi D’Agostino, e in una delle deliranti sortite in mezzo al pubblico della
cantante partirà un’interpretazione spiritata di Hot N Cold di Katy
Perry, a riprova che il registro stilistico di Dona Casque è un po’ svampito ma
davvero tanto simpatico.
Non si pensi però che ci si trovi davanti a un act umoristico: si ride e si
scherza come buoni fratelli, ma davanti a una chiusa straordinariamente
delicata e toccante come Les Etoiles (forse la più bella canzone del
week-end), c’è solo da stare in contemplazione e commuoverci, insieme all’unico
vero gruppo indie rock dell’edizione. Per poi spellarsi le mani dagli applausi
e procedere a far festa per due giorni con entrambi i musicisti (e per questa loro
giusta attitudine, non lo nascondo, gli do un quarto di punto in più). Voto:
8, la nostra gente
| Reverend Beat-Man & Milan Slick (feat. Lalla Morte) live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 3 luglio 2026 |
Tutto questo si può ascoltare nell’album che i due di Berna hanno
pubblicato nel 2025, Death Crossed the Street, nella cui copertina si può anche
osservare la meravigliosa estetica cinematica dei personaggioni che stanno
suonando sul palco. Il disco è riuscito, divertente e abbastanza variegato da
farsi ascoltare con piacere, ma è talmente “gimmicky” che perde un po’ di
interesse sulla lunga durata. La canzoni, dal vivo, suonano pressoché uguali
che su disco, e lo stile dirompente dei musici non può non colpire, ma non
suscita niente di più che una forte simpatia. Eppure il concerto è stato sconvolgente. Il fattore X che l'ha reso tale è uno solo e ha un nome e un cognome: Lalla Morte. In varie riprese
questa performer, una vampiressa sexy degna dei cabaret più sordidi di questa
parte di mondo, ha portato sul palco i suoi numeri circensi e fachireschi in un
crescendo mozzafiato: alla sua prima apparizione, uscita da una valigia, ha
lanciato piume su tutti i presenti con grande senso di comprensione del posto
in cui si trovava; poco dopo ha affettato una zucchina sulle sue gambe con una
grossa mannaia uscendone senza nemmeno un graffio; infine, dalla metà dello
show fino alla fine, ha presentato a un pubblico sempre più impressionato
(penso alla mia amica Juliette, che si è dovuta coprire agli occhi), una grande
resistenza al dolore, perforandosi la pelle con lunghi aghi in praticamente
ogni parte del corpo.
L’apporto scenico di questa artista ha aggiunto una tale tensione allo show che la musica è riuscita ad uscire dal suo guscio favolistico per diventare veramente spaventosa, nel senso più positivo possibile. “Allora non è tutta finzione?” è la domanda implicita e sempre più urgente che lo show si porta dietro canzonaccia dopo canzonaccia. La risposta è che, in realtà, sì: Reverend Beat-Man non officia certo messe nere e “in borghese” è un normalissimo omaccione delle Alpi. Però, per un momento, Lalla Morte sembra davvero sanguinare. E accanto a lui Milan Slick sembra veramente posseduto dal demonio. Verosimilmente, quest’ultimo deve averlo invocato proprio il Reverendo, primo prete ad aver mai urlato: Fuck you Jesus. Voto: 7/8, scomunica
| Violent Sadie Mode live @L'Etable (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 3 luglio 2026 |
I primi quindici minuti me li guardo dalla balaustra sopraelevata, lontano
dal casino, un po’ perché ho ancora due terzi di birra da finire, un po’ perché
voglio studiarmi la band con attenzione. Il luogo e il momento si prestano ad
un’analisi scansionativa, alla Terminator, della situazione in corso. E la
prima domanda che appare sul mio display robotico immaginario è: Violent Sadie
Mode è l’ennesimo gruppo riot grrrl che vedo alla Ferme Electrique? A un occhio
poco esperto potrebbe anche sembrare così, ma la scorciatoia “punk con donna
con urla = riot grrrl” non è una legge universale; è, anzi, un riflesso quasi
sessista. Perché alcuni dettagli non mentono: il D-beat, il basso costantemente
distorto, i breakdown, il batterista con la maglia dei Madball… questo è un
gruppo hardcore, punto e basta! E mano a mano che le canzoni si susseguono
l’ombra del dubbio viene completamente annullata dal fuoco bruciante dell’HC che
ci propone il quartetto di Bordeaux, una sequela di croccantissimi banger che
hanno molto più in comune con i Terror che non con le Bikini Kill, e che fanno
venire voglia di contatto umano ad alta intensità. It’s time to mosh! Tracanno
la mia beuta e mi getto nella fotta del primo pit veramente xHxCx che mi sia
mai capitato di vedere alla Ferme (siamo al terzo set e le sorprese sono già
tantissime).
Una piccola nota di contesto: nei miei ultimi dodici mesi di vita ho
finalmente risolto la relazione di amore/odio che avevo da anni con l’hardcore
punk moderno. Ne è risultato che questo genere e la sottocultura annessa mi
hanno infine folgorato sulla via di Damasco. Per carità, non al punto dal farmi
portare dei pantaloni Carhartt o dal farmi apprezzare musica obbiettivamente
merdosa come i Knocked Loose, ma abbastanza dal farmi andare fino ad Eindhoven
per vedere i Trapped Under Ice (ne è valsa ampiamente la pena) o dal riscoprire
video, all’indomani di un concerto dei True Fraud, in cui mi rivedo colto in
flagrante, non senza un po’ di vergogna, a two-steppare e quasi accennare un
paio di mosse di ispirazione crowdkilling. In questo contesto, il concerto di
Violent Sadie Mode capita a fagiuolo per risvegliare tutti questi animaleschi
istinti, con una musica che resta comunque sufficientemente intelligente dal
prestarsi a un festival di natura, dopotutto, intellettuale. Ad esempio, il
momento un po’ lambriniano (ovvero sia, inglesissimo, un po’ “preachy”,
innegabilmente divertente) in cui la cantante si mette a recitare una poesia
con un libro in mano, se non sbaglio su Mr. Bunny, ci viene ad avvisare
che l’obiettivo di questa musica è qualcosina di più del solo sfogo di pulsioni
primitive, dando allo show un’impercettibile patina “conscious HC”.
Un aneddoto buffo e, forse, significativo: due giovani genitori (di cui non
faccio il nome pur conoscendolo) ad un certo punto lasciano la loro figlia, una
bambina di cinque anni con delle grosse cuffie da cantiere, dritta sugli
scalini che portano al palco, ovverosia a venti centimetri dal mosh-pit. La
cosa, ovviamente, viene notata dai poghisti, che ne tengono nota e adattano le
loro danze di conseguenza. La dinamica dura per un’improbabile ventina di
minuti, fino a che Sadie non annuncia l’ultimo pezzo e parte, a sorpresa, una
cover di T.L.C. (TURNSTILE LOVE CONNECTION) proprio mentre Sophie mi ha
raggiunto. È un piccolo miracolo: poche canzoni sono importanti per la nostra
amicizia quanto questa. Ovviamente diamo di matto e ci mettiamo a urlare, quasi
mi domando se non ci stiano tutti guardando come i marti del villaggio. Poco
importa, il momento è troppo magico e verso la fine del pezzo, mentre sto
rotando come un derviscio, mi accorgo che la marmocchia a bordo palco non c’è
più. È il momento: mi cimento in uno sgraziatissimo stage dive nel nulla che
per poco non centra sul viso una fan del gruppo, una ragazzina che avrà sì e no
quattordici anni, che è rimasta piazzata in prima fila con la maglietta di Violent
Sadie Mode per tutto il set e che accoglie il mio balzo con una faccia tra lo stranito
e il divertito.
Tiriamo le somme, dunque: un po’ malgrado e un po’ grazie a tutte le
stranezze del caso, il concerto è stato divertente, energetico, genuino. È un set che ci lascia tuttavia una domanda: la Ferme è pronta per l’hardcore?
Non lo so. Di sicuro, l’hardcore è pronto per la Ferme. Voto: 7 ½, battesimo
di fuoco
| GANS live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 3 luglio 2026 |
Ora che, dopo queste due prove di forza su palchi importanti, vedo il
batterista che comincia a dimenarsi in una piccola stalla semivuota sul ritmo post-punk
in purezza di A FOOL, l’effetto è quasi straniante. Ma è forse davanti
alla folla sparuta delle nove e mezza di sera, che arriva a scaglioni, che vedo
la vera essenza dei GANS: un gruppo che, indipendentemente da dove suoni e da
quanta gente ci sia, dà sempre il 110%. Che poi la musica piaccia o meno,
quello si può discutere: a me, sinceramente, questo rock elettronico
ballabilissimo dalle contaminazioni variegate ma tutte inglesi diverte molto: davanti
a una cavalcata tinta di dark come IN TIME o a uno sfogo dub dai toni
tra il nervoso e il giocoso come I THINK I LIKE YOU io proprio non
riesco a stare fermo, e l’aggiunta di un terzo membro che all’amalgama di
synth, chitarra e batteria aggiunge sax e flauto rende ancora più eclettiche le
danze di questa discoteca incattivita. Quando quel capo ultrà che è il frontman
Euan Woodman si alza dallo sgabello e lascia le pelli per venire in mezzo al
pubblico, poi, la meraviglia che suscita la band sfiora il trascendentale, e la
techno senza compromessi di THIS PRODUCT DUB riesce a coinvolgere
proprio tutti.
Non c’è niente da fare, i GANS conoscono il segreto per soggiogare un
pubblico, e finisce sempre che obbediamo a ognuno dei loro ordini. Quale sia
l’ingrediente grazie al quale i due britannici riescano ogni volta a generare
l’ipnosi collettiva, non è difficile capirlo. Di carisma ne hanno, ma non a
livelli eccessivi. Per lo stile, stesso discorso. L’abilità musicale, idem. No,
il segreto è un altro: è un’energia allucinante, strabordante, eccessiva, che
manda tutto in sovraccarico. Ed è proprio con questa energia che i GANS
fanno valere una vera e propria autorità su tutti noi astanti. Perché non solo,
durante tutto il set, ci parlano a un metro dalla faccia, ma lo fanno anche in
maiuscolo. Voto: 8-, Sergente Hartman
| Cabane de Cabane live @La Ferme Electrique, Tournan-en-Brie, 3 luglio 2026 |
Infine, per ammazzare il tempo, come ogni anno,
c’è in mezzo alla fattoria una “machine”, un grande oggetto interattivo che
serve un fine diverso ad ogni edizione e col quale i festivalieri possono
sbizzarrirsi. A questo giro, sulla spianata davanti al fienile, troviamo una
macchina da presa gigante. Al suo interno, qualche ora fa, Reverend Beat-Man e
Milan Slick hanno filmato un videoclip; domani sarà il turno di un’altra band.
Ma in questo momento chiunque può entrare, fare quello che vuole ed essere
filmato. All’esterno, una televisione ritrasmette in diretta il filmato della
telecamera, ma io e Daniel vogliamo vedere l’interno. Accantonati in un angolo zeppo
di costumi e buffi oggetti di scena, osserviamo fuori dal campo lo spettacolo
improbabile che sta avendo luogo in questo minuscolo set cinematografico. La
ripresa, in questo momento, è la seguente: al centro, su una sedia, una ragazza
fissa il vuoto annoiata e, ogni tanto, giochicchia con la cornetta di un
vecchio telefono fisso con fare retrò. Alla sua sinistra e destra due uomini,
di cui uno assomiglia a Kurt Cobain e l’altro, dai capelli scuri, maneggia un
microfono e un ampli, si dimenano ubriachi fradici mentre fanno un rumore
fastidiosissimo. In un estemporaneo tentativo di rompere la quarta parete urlo:
“Hey, Kurt Cobain!”. Passano pochi istanti e lui esce dal campo, rivelando
peraltro di essere completamente sobrio. Mi fa indossare un giubbotto di
salvataggio e io trovo la situazione esilarante. Poi mi accorgo che Daniel è
completamente assorto e, soprattutto, che a differenza mia non si è messo i
tappi per le orecchie. Come, Daniel che è sempre stato così attento all’udito?
La ragazza al telefono si alza dalla sedia e il mio amico prende il suo posto
mentre, accanto, il ragazzo moro fa ancora un baccano insopportabile. A quel
punto Dani si prende la testa fra le mani come, scoprirò un po’ più tardi,
faceva Shinji in una celebre scena di Evangelion. Kurt Cobain, che scopro
dunque essere il regista della scena, mi dice: “Mettiti a quattro zampe, vai
dal tuo amico e consolalo”. Stando al gioco, mi appropinquo ad obbedire, ma in
quel momento Daniel alza la testa, guarda in macchina e urla:
“Fuuuuuuuuuuuuuck!” a pieni polmoni. È un momento surreale e, non posso
negarlo, un po’ disturbante. Mi allontano intimidito e, dopo pochi istanti,
Dani esce dalla stanza con un piccolo sorriso sulle labbra. Sembra tornato
completamente normale. “Cos’è successo?”, gli chiedo. “Ah, niente, è stato… il
mio piccolo momento Xiu Xiu!”.
Qualche minuto dopo, seduti con Théo e altri amici
con una buona pinta di birra, Daniel svilupperà: “È stato un momento
incredibile, là dentro nella stanza. A me piace tantissimo la performance art e
perciò mi è venuta voglia di partecipare”. L’ubriachezza molesta dei due
artisti era sicuramente una finzione scenica. L’urlo di Daniel, non lo so e non
so se voglio saperlo. Théo mi ha detto che tutto il materiale filmato
all’interno della “machine” a un certo punto sarà ritrasmesso in streaming. Se
sia vero, non lo so. E soprattutto, non so se voglio vederlo. Voto: 6+, biblically accurate harsh
noise
| Flippeur live @L'Etable (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 3 luglio 2026 |
Non mi viene in mente un incipit migliore di questo per descrivere il concerto a cui sto per assistere. In effetti, a pensarci è assurdo che io non abbia ancora mai visto Flippeur, la band per eccellenza della categoria “promettenti giovinastri del punk parigino che non mi dispiace osservare anche se mi fanno un po’ sentire vecchio” (fateci caso, band in cui spesso e volentieri suonano membri degli indimenticati Baltrink’). A Parigi e dintorni è raro che passi un giorno senza che ci sia un live della neonata creatura egg-punk di Howlin’ Banana Records (label di Johnny Mafia, Johnnie Carwash e da poco anche Ellah A. Thaun: veramente uno dei roster di tutti i tempi), ma è la Ferme a metterli sul mio cammino per la prima volta. La cosa ha perfettamente senso, perché nessuna persona, sia essa fisica o morale, cura i miei gusti in termini di underground francese più di questo festival.
È inutile pensare che nella vita
iper-interconnessa che viviamo oggidì il nostro gusto musicale sia tutto farina
del nostro sacco. Una cultura ce la si può fare da soli, ma un gusto, senza un
aiuto esterno, è impossibile formarselo. Io i Flippeur, inevitabilmente, già li
conoscevo: il loro unico EP, Elastique del 2025, nemmeno mi dispiace: la
metrica delle vocals, che decantano in lingua francese testi naif
all’inverosimile in pieno stile “Rage Against Indochine” (chi si ricorda di
Télépagaille?), non mi innamora, ma non posso negargli l’appicicosità di alcune
melodie e la sfiziosità degli arrangiamenti, soprattutto nei synth. Ora, se
scrivete “egg-punk” nella barra di ricerca di Stereo Totale, troverete una sola
occorrenza del termine, in una frase in cui descrivo la mia playlist Discover
Weekly di Spotify come “una pletora di fottuti pezzi egg-punk tutti uguali”. Mi
sembra abbastanza indicativo del fatto che io ho qualche problema con questo
sottogenere, in particolare: è da qualche anno che ho l’impressione che gli
algoritmi me lo stiano facendo ingollare a forza, che la gente alle serate non
parli d’altro, che le sale concerto un po’ “hip” ne programmino fino alla
bulimia. L’impressione che una forza superiore voglia impormi l’egg-punk come l’unica
maniera possibile di fare punk rock (HC escluso) che abbia un diritto di esistere
al giorno d’oggi, inconsciamente, mi ha dissuaso dall’andare a vedere i pur a
me tangenti, e promettenti, Flippeur. Ma, come per il colesterolo, anche di curatori
del gusto ce ne sono di due tipi: quello cattivo e quello buono. Quello cattivo
lo immagino avere le fattezze di Biascica e urlare: “L’egg-punk te deve da
piacé!”. Quello buono, invece, ha le fattezze di un animale che cambia una
volta all’anno (a questo giro è un gufo) e che dice con una voce rassicurante:
“Fidati, valli a vedere che non sono per niente male”.
Ho deciso di ascoltare quest’ultimo, e che dire: aveva
ragione. Sono entrato al concerto dei Flippeur, mi sono ritrovato in mezzo al
pogo, ho ballato e cantato senza sosta e quando il set è finito ho avuto
l’impressione che fossero passati due minuti. Perché quella dei Flippeur è
musica profonda come una piscina gonfiabile, ma proprio come una piscina
gonfiabile è sufficiente per rinfrescarsi a dovere: i BPM sono sparatissimi, i
suoni sparaflesciati, la band suona con una precisione e una professionalità ammirevoli
senza però abbandonare una certa quale cazzonaggine. E se l’energia del gruppo è
molto bella, forse lo è ancora di più quella degli slam-dancers, parte
integrante e non trascurabile di un concerto punk “popolare” ormai dai tempi
dei Black Flag: età media variegata ma comunque molto bassa, stile colorato ed
eclettico, attitudine scherzosa e pacifica... amo noi!
In uno dei migliori episodi della storia di
Masterchef Italia, Dario Baruffa cucina un risotto “gamberi e mojito” e Carlo
Cracco, stupendosi della sua bontà, dice: “Forse la felicità è questo: un bel
cocktail, in panciolle, sulla spiaggia”. Ecco, forse è questa la felicità: un bel mosh-pit, in allegria, con gente ossessionata dai meme tanto quanto me.
Voto: 6/7, six seven
| Marta live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 3 luglio 2026 |
Quest’anno l’onere di far sgambettare noi fattori prima di andare a letto
ce l’ha il duo parigino Marta, che suonano una minimal techno bombastica
arricchendola di un tocco organico con l’aggiunta della batteria e, a prima
vista suprema gimmick, del violino. Il concerto comincia con uno spettacolare
crescendo e quando finalmente si arriva al momento dell’agognata cassa dritta,
è abbastanza evidente che, per quanto i due musicisti siano eccezionali (il
batterista è il migliore visto oggi, il violinista loopa e manipola i suoi
pizzicati e colpi di archetto con grande classe), c’è comunque tanta roba in
base, o se non in base suonata da strumenti che non vediamo.
Ma ha davvero tanta importanza, quando è l’una e mezza passata, il
soundsystem ha dei suoni praticamente perfetti e le tracce spaccano?
Specialmente quest’ultimo punto: ascoltando l’album PUSH, pubblicato dai due
technusi pettinati giusto tre mesi fa, è impossibile non rimanere impressionati
dalla profondità della produzione, specialmente per quanto riguarda i bassi,
veri e propri fondi oceanici dalla morfologia variabile e stupefacente. Se poi
questi pezzoni (o “disconi”, qualora fossero passati da un DJ) li trasponete a
un contesto live, riarrangiati per evitare le pause, beh: il set è solido,
porca paletta. Perciò, in un tripudio di “tension and release” non originalissimi
ma molto raffinati, qualche effetto scenico divertente (il batterista si mette
in piedi, il violinista balzella qua e là), mi concedo quest’oretta di puro edonismo
sonoro, che mi farà ballare senza sosta e che non annoierà mai. Cosa rara, per
me, quando si parla di techno. Voto: 7-, country club
Sabato 4 luglio – Giorno 2
| The Cuckoo Sisters live @La Croix-Blanche (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 4 luglio 2026 |
The Cuckoo Sisters. L’iconico, immancabile e inimitabile live al bistrò La Croix Blanche, quest’anno, cade alle 11:30 e ci vado con Marine e Juliette, due amiche di Théo che ho incontrato sveglie e completamente stordite dopo che hanno passato una notte quasi insonne nella tenda più vicina in assoluto al gazebo dell’after.
Per me l’essenza della Ferme Electrique è tutta qui: una piccola combriccola di gente rincoglionita, di cui almeno la metà indossa magliette di gruppi noise rock, che si piazza nel bar di un paesino al sabato mattina e fa moderatamente baldoria mentre un gruppo suona musica più o meno easy listening. E proprio perché il contorno è così caloroso e simpatico, questo è l’unico set della cui qualità musicale, in generale, mi importa decisamente meno che per gli altri. Ad esempio, ho l’impressione che a partire dall’anno che seguì la leggendaria performance di Trotski Nautique, in questo bar suoni sempre lo stesso gruppo, ma con nomi diversi e forse qualche membro che cambia (poi però controllo il mio archivio fotografico e mi accorgo che non è affatto così). Il primo anno che davanti alla fontana di Rue de Paris abbiamo avuto del folk americano acustico (Blue Daffodils) accolsi con favore l’iniziativa, poiché mi sembrava un genere simpatico da promuovere. Il secondo anno che ci siamo trovati davanti un gruppo similissimo (The Hog’s Trotters) ho comunque apprezzato, anche perché la setlist era piena di cover “nostre” di cui, su tutte, una memorabile I Wanna Be Your Dog riarrangiata al banjo. Adesso che siamo al terzo anno filato di folk americano acustico però, forse un po’ più di varietà mi sento di volerla recriminare. Non arriverei al punto di dire che me ne sono rotto le balle: per una mattinata in cui sul conto che ho pagato (poco) ci sono una Coca Cola, due pastis, una pinta di birra bionda e un’insalata di ventrigli d’anatra, la loro musica vivace e dai toni quasi barbershop è un sottofondo che mi va più che bene. Di conseguenza, non ho niente da dire alle quattro ragazze che suonano (uno 0,25 di bonus perché è una band di sole donne) e che sono davvero molto brave. Del resto, non le ho nemmeno ascoltate con troppa attenzione.
Spesso ci sentiamo domandare se bisogni separare l’arte dall’artista, ma mai se si debba separare il concerto dal contesto. Eppure è un dilemma che si presenta concretamente molto più spesso. Ecco, io il contesto del concerto del sabato mattina a La Croix Blanche lo promuoverò sempre a pieni voti. Questo concerto invece lo faccio arrivare a una sufficienza risicata, spinto forse da una subconscia voglia di passare ad altro. Se chi di dovere sta leggendo: il mio è solo un consiglio; se poi siete obbligati a mettere gruppi di questo tipo perché vi siete infilati in qualche guaio con la mafia del folk americano acustico, vi capisco e vi perdono. Voto: 6-, yee-haw
| Bobo & Behaja live @Scène Sauvage (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 4 luglio 2026 |
Detto fatto: lo tsapiky torna alla Ferme con un nuovo gruppo che include
due membri degli Electric Vocuhila (il bassista Rosenfeld e il sassofonista
Bobo), insieme a tre musicisti malgasci: Behaja alla chitarra, Rakotoniana alla
batteria ed Ekaly alla voce e al ballo. Una “digievoluzione” del gruppo di tre
anni fa, scherzerò. E in effetti la musica è molto simile: canzoni di lunga
durata basate su ostinati di basso e batteria sui quali un sax trillante e
audace e una chitarra elettrica dalla distorsione leggera e gustosa (Bobo &
Behaja, per l’appunto) assoleggiano con grazia al punto che non sembrano quasi
mai veramente improvvisare. La sensazione di “evoluzione” deriva principalmente
da due elementi: il primo è il batterista, dallo stile molto imprevedibile, che ogni tanto infila
nella miscela dei fill fantascientifici ed è veramente appassionante da
osservare, mentre assicura la tenuta di questa musica che viaggia perlopiù sui
180 BPM; la cantante-ballerina, poi, è veramente un valore aggiunto: scherza
coi bambini (“non è una vera festa se non ci sono bambini”, diceva Madame
Macario), agita il bacino e le spalle a ritmo della musica, mantiene
un’espressione seria ma ogni tanto impartisce sorrisi bellissimi e, ultimo ma
non importante, mantiene viva l’attenzione di tutti con la sua voce acuta e
arringante.
La Scène Sauvage di quest’anno si è un pochinino imborghesita: c’è un
gazebino, è leggermente sopraelevata e fonicamente si prende molto più sul
serio. Ma, ancor più di quando vedemmo i Vocuhila, la sensazione dell’imminente
inizio di uno scatenato “bal poussière” (letteralmente “ballo polvere”) ci
accompagnerà durante tutta la durata di un set durante il quale, nonostante il
caldo, non staccheremo mai gli occhi dal palco, fino a che ogni membro del
quintetto non sarà madido di sudore. E certo, il pubblico non si sarà lanciato
in danze scatenate, ma le persone che non hanno un’espressione di pura felicità
in volto si saranno contano a malapena sulle dita di una mano. Scusate se è
poco. Voto: 8+, con la gioia
| Corderaide live @L'Etable (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 4 luglio 2026 |
Picchiano come fabbri, hanno dei volumi illegali e suonano il loro
post-punk con un’efferatezza ammirevole. Soprattutto, sono muniti di un
frontman devastante: Hugues Reinert, con la sua energia punkettona e il suo
umorismo tagliente, può ricordare una specie di John Brannon mosellano, e farà
non una ma due battute che, oltre a piegarmi in due dal ridere, mi faranno
sospettare che questo ultraquarantenne una certa qual appetenza per l’HC ce
l’abbia: la prima, quando urla: “Circle pit!” completamente a caso; la seconda,
più fine, quando dice: “Buonasera, siamo Noir Boy George” (giusto una settimana
fa all’Outbreak di Manchester gli Static Dress hanno cominciato il loro show a
sorpresa mettendo un’ambigua intro simil-Title Fight e dicendo, subito dopo:
“Hi everybody, we’re Guilt Trip”)! Ma al di là dell’eccellente stage banter
(interagirò persino su una querelle a tema “Metz vs. Nancy” ma non ve la
spiego, troppo specifica; per Dio, andate in Lorena, miglior regione di
Francia), quando Reinert canta queste canzoni dai synth schizoidi, dal basso
imponente e dai crescendo poderosi assume veramente le vesti di un predicatore
folle: A.R.P., ad esempio, ha un testo distopico estremamente suggestivo
e quando il pezzo esplode dopo il verso: “In un prossimo futuro la frontiera tra
il reale e il virtuale diverrà confusa: allora, io manipolerò la percezione”, l’aura del gruppo è talmente grandiosa che gli si perdona tutto, pure che
l’outro della canzone sia similissima a quella di Losing my Edge degli
LCD Soundsystem.
Il live dei Corderaide passa in fretta in un grande susseguirsi di canzoni
memorabili, come 3 R2 3 la cui cavalcata non lesina in phaser (forse il
mio effetto preferito sulla chitarra elettrica), o ancora la hit anti-olimpica N-S-L,
sul finale, tutta da ballare correndo sul posto e alzando le ginocchia. Come se
avessi fatto un grande sforzo fisico per “portare delle medaglie alla nazione”,
mi ritrovo sudato e boccheggiante come dopo pochi concerti a questa edizione. Voto:
7 ½, forever punk
| Forever Pavot live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 4 luglio 2026 |
Destreggiandosi in un polistrumentismo che impressiona più l’udito che
vista (anche se lo stile ibrido del batterista, lo stesso di Dona Casque, è un
gran vedere), Forever Pavot propagano nell’aria un synth-pop, spesso e
volentieri in tre quarti o affini, che ha un tono quasi più steampunk che veramente
retrò, e che viene suonato con una solennità scherzosa. Soprattutto, nella resa
dal vivo dell’epopea di Melchior e soci, una miriade di suoni improbabili
scoppiettano a destra e sinistra canzone dopo canzone rendendo il concerto
veramente affascinante e le melodie deliziosamente coinvolgenti, specie quando
flirtano con i motivi di un universo alternativo in cui gli anni ‘70/’80 sono
state grandi decadi di cibernetica (solo a me Godbot ricorda L'amour
c'est comme une cigarette?).
Devo ammetterlo, a me Melchior Vol. 1 non è piaciuto molto né prima del
concerto né mentre lo riascolto a posteriori: è un disco non esente da barocchismi,
il che me lo rende un po’ stucchevole e, soprattutto, lo trovo monocorde, un
viaggio che non cambia mai di binario e si crogiola troppo nelle stesse
frequenze. Nel live, invece, c’è proprio di tutto: filastrocche twee e naif,
groove disco-dance per nerd incalliti, minacciosi anatemi dark e persino una
sgroppata di krautrock ultraclassico, alla Neu!, della quale ho fatto un video
ma che non riesco più a ritrovare (mannaggia a… e non dico cosa). È, in somma,
un concerto che non può non piacere, senza essere ruffiano ma stupendo il pubblico
con una quantità e diversità di idee originali che dimostrano un’inventiva
davvero tanto sopra alla media. Voto: 7+, rotelle in testa
| Bathing Suits live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 4 luglio 2026 |
Ogni missione generazionale, per quanto ambiziosa, ha la sua colonna
sonora: il pacifismo hippie aveva Bob Dylan, l’antirazzismo skinhead aveva The
Specials, l’anticapitalismo no-global aveva i Rage Against the Machine e il
giovane movimento queer che cresce ogni giorno ha, oltre alla Gianna
Rimossrice, gente tipo Underscores, Frost Children o uno qualsiasi dei
featuring presenti su Stardust di Danny Brown (2025, disco della madonna), ossia quella larga
categoria di artiste che lu miu amicu rinomina affettuosamente “le transfem”.
Non tutta la loro musica mi appassiona del tutto ma nutro verso di loro un
riverente rispetto perciò, quando Moun mi dice che Bathing Suits sono una band
includibile nello stesso gruppo di eroine, ovviamente il suo entusiasmo mi
contagia e vado a vedere il concerto in prima fila pur non conoscendo affatto
la musica del gruppo.
Il quartetto di Leeds (una delle città inglesi che mi ha offerto più artisti del cuore) si presenta sul palco con estremo minimalismo: due chitarre, un
basso e una cantante che maneggia un paio di drum-machine basilari. La musica,
della quale io non so ancora nulla, comincia a picchiare senza fare complimenti
ed è estremamente semplice quanto semplicemente estrema: cassa dritta, bassline
profondissime, una chitarra che propina riff distorti che rinforzano il
sostrato techno e un’altra che si prodiga in malvagi rumorismi industriali
(alla This Heat, per intendersi) che rinforzano, loro, il sostrato post-punk. È
musica che invoglia a ballare, certo, ma che ha anche un suo fattore scioccante
per quanto è abrasiva e assordante. La frontwoman Freyja Blevins, poi, ha nella
sua delivery una nota di disperazione più catartica che rabbiosa: invece di
urlare com’è consono nel digicore d’oggidì (penso a Femtanyl, che al Primavera
ha fatto un concerto… meh), la sua voce ha una grande varietà di registri: ora elenca
spasmodicamente i concetti-chiave delle canzoni con un inglesissimo spoken-word
stizzito (Relay), ora invece rappa versi semplici e orecchiabili con
quel misto di strafottenza e inquietudine tipica degli MC bassline (I Can Be a Freak), a volte si limita semplicemente ad accompagnare il crescendo del
groove verso la sua inevitabile esplosione (Empathy). La sua presenza
scenica, poi, è ancora più espressiva del canto: Blevins, canzone dopo canzone,
ballerà come una dannata, contorcendosi e spogliandosi sempre di più, in un
rituale di accettazione di sé sincero e toccante. E in effetti, l’espressione
“messa a nudo” descrive perfettamente il concerto di Bathing Suits: per quanto
bombastico e non lontano dagli universi della club e della rave music, il loro
suono è usato per creare un universo decisamente intimista, e basta questa
intuizione a rendere il concerto ultra-coinvolgente (ho passato mezzo set con
la bocca spalancata) e la band “relatable” pure per un maschio cisgender etero come
me.
Citavo, poco fa, grandi artisti “politici” del passato che hanno
accompagnato la volontà di cambiamento di movimenti pacifisti, antirazzisti,
anticapitalisti, e non ho potuto fare a meno di rendermi conto del fatto che
oggi c’è ancora più guerra, più razzismo e più capitalismo di quando questi
gruppi erano attivi. Io, se ci sarà più transfobia che oggi tra trenta,
cinquanta, sessant’anni, non lo so. Ma che la mia generazione possa riuscire,
se non a debellarla, quantomeno a indebolirla, io voglio crederci. E poche
cose, in questa lotta, possono infondere fiducia come un concerto come questo. Voto:
8, grido di battaglia
| DJ Chouchamp live @La Notte (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 4 luglio 2026 (foto di Moun) |
Arrivo davanti alla disco alle 00:00 spaccate e la trovo chiusa, ma sento
nell’aria che qualcosa si sta tramando. Arriva un gruppetto di habitués, si
mettono in fila con me e, per ridere, decido di assumere l’accento di: “Bro
let's go out this weekend, there's a crazy event happening”, irritandoli
pesantemente quando scoprono che in realtà parlo perfettamente il francese. La
gente, sorprendentemente, sembra prendersi molto sul serio, e così anche i
buttafuori, che fanno entrare e uscire i vari improbabili addetti ai lavori e ci
guardano malissimo. “Piano ragazzi, per entrare bisogna fare finta che non ci
stiamo divertendo, tipo al Berghain” è la mia frase che sembra provocare un
definitivo sorriso all’organizzazione. Tempo qualche istante e, con uno sguardo
un po’ malizioso, mi fanno entrare per primo. Il tempo di ritrovarmi faccia a
faccia con DJ Chouchamp, una bionda dallo stile sito in una zona grigia tra il
punk e il truzzo, di rendermi conto di avere già poco spazio vitale, e parte la
musica.
Alla Ferme, un paio di DJ-set anche sui palchi principali una volta ogni
morte di papa non ci starebbero poi così male: dopo le overdosi di live che mi
sono fottuto finora, questa mezz’ora abbondante di puro electroclash senza
fronzoli, “in your face”, è veramente un balsamo per la mia anima danzereccia,
la musica giusta al momento giusto. E la situazione clubbara è, non serve
nemmeno dirlo, esilarante: alle mie spalle visi, familiari e non, entrano ed
escono, la gente fa casino e si dileggia in attività alla frontiera della
legalità. Pure vicino alla DJ c’è un grande andirivieni di gente, personaggi
improbabili del mondo della notte (nella foto, a sinistra, quello che identifico come “il
proprietario”). A un passo da me c’è anche la barriera: un tavolino di legno
che mi separa di qualche spanna dal booth. Come in una vera discoteca, dietro
alla transenna c’è “la sicurezza”, un tipo vestito di lana (e devono fare minimo minimo
35 gradi) che mi fuma in faccia una canna enorme. Negli ultimi 15 minuti di
set sur=l tavolo montano anche due cubiste, entrambe gender-fluid ed entrambe bellissime
che, trovandomi io per forza di cose sotto di loro, mi concedono anche qualche
conturbante struscio.
Di tutti i concerti visti alla Ferme Electrique, questo è in assoluto il
più difficile a cui dare un voto perché è, come del resto la migliore club
music, indissolubile dal contesto. Il set di DJ Chouchamp è molto valido ma è
tutta la discoteca La Notte che merita un voto, perché l’esperienza che vi ho
vissuto è, più di ogni altra, multisensoriale. E forse, dei cinque sensi, non è
l’udito che ha primeggiato ma, vi stupirà sentirlo, nemmeno il tatto.
Probabilmente, a farla da padrona è stato l’olfatto. Perciò, per concludere, voglio
descrivervi la fragranza che questi trenta minuti dentro al più piccolo club del
mondo mi hanno ispirato alla maniera di un mastro profumiere, di un naso. La
nota di testa è il popper, un odore che ci ricorda il sesso: artificiale e plasticoso, è un profumo strano ma non sgradevole, mi stranisce sempre come la prima volta che l’ho
sentito e, anche se non sono sicuro che sia possibile, sospetto che dilati i
vasi sanguigni, con un effetto afrodisiaco, anche di me che non ne sto facendo uso diretto. La nota di cuore
è l’hashish, che è l’odore di droga per eccellenza e che permea la stanza con strafottenza:
il fumo passivo, contrariamente al popper, è una realtà di fatto, e questo aroma
esotico si accompagna di un impercettibile stordimento. La nota di fondo,
ovviamente, è la più astratta e indefinibile: si tratta di un vago odore di
sesso, che può solo essere sospettato e che, in quest’amalgama, va a
rappresentare il lato più rock ’n’ roll di questa situazione surreale. Il
profumo, secondo voi, come si potrà mai chiamare? Voto: 7/8, Sesso, Droga e Rock
’n’ Roll
| Double Vitrage live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 4 luglio 2026 |
Al concerto di Double Vitrage accorriamo tutti, ma proprio tutti, proprio con
questo spirito godereccio. Eccoci qua, gli eroi del weekend: l’ormai esente da
responsabilità biglietteristiche Théo coi suoi amici-colleghi Sami e Antonin (instant
bros), Moun che pure si gode la fine del turno di lavoro, un sempre fresco Daniel,
un amatissimo Paul a sorpresa e gli immancabili autoctoni, Sophie e Titouan. Musica
rimbombante, alcol, sigarette e tutta la famiglia: cosa potrebbe esserci di
meglio? Per un buon venti minuti non posso che rispondere: “Nulla!”: i loop sono
ipnotici, la batteria precisissima e potente, e guardare un tizio che smaneggia
una costosissima pila di modulari ha la sua parte di voyeuristico
intrattenimento.
Poi però, dopo una birra e due cicchi, il mio cervello abbastanza stordito,
a sorpresa, sposta i suoi pensieri al piano spirituale. Che non vuol dire che
raggiunge il nirvana, anzi: alla maniera di Jacopone da Todi, Guittone d’Arezzo
e tutti gli altri poeti medievali del cazzo che ci facevano studiare al liceo, si
mette a riflettere contro la mia volontà a quanto siano effimeri i piaceri
della carne. Il concerto dei Double Vitrage è indubbiamente godibile. Vi dirò
di più: oltre al suono è anche la cura nel comparto visivo, con un incrociarsi
di led che pulsano manco fossimo a vedere i Justice, che è impressionante per
un palco tutto sommato piccolo come La Grange; ma forse è proprio la sensazione
di vedere un set molto elaborato e in fondo decisamente “tryhard” che, nel giro
di meno di mezz’ora, fanno scemare la mia euforia iniziale. Forse, a queste ore
della notte e dopo aver dato (e ricevuto) così tanto, è lecito smettere di
tartassare l’involucro che ci contiene e dedicarsi alle cause dell’anima. Che poi
è una formula molto arzigogolata per dire che dopo nemmeno mezz’ora io e i fra
siamo usciti e ci siamo messi a chiacchierare.
Intuizione salvifica, non c’è che dire: abbiamo appena cominciato a “prenderci
una pausa”, come fanno le coppie in crisi conclamata, quando sentiamo da dentro
che il segmento minimal techno è passato con una certa celerità a kick molto
più hardcore se non quasi gabberoni. Conveniamo che i BPM sono decisamente
troppi per potersi accollare di tornare alla stalla, mettiamo una croce sul set
dei Double Vitrage e ci balocchiamo con quel che la Ferme ha ancora da offrire al
di fuori del concerto di chiusura: una stanza piena di strumenti musicali improbabili,
un clima gradevole, tante facce amichevoli e tanti posti dove sedersi,
riposarci e cianare. Che alla fine è comunque una chiusura perfetta per un
festival. Voto: 6, paradisi artificiali
Un tempo avrei fatto, a mo’ di conclusione, una lunga riflessione su quanto
sia importante che esista un evento come La Ferme Electrique. Quest’anno la glisso. Un po’ perché il rischio di essere smielato è forte, un po’ perché mi
pare implicito, un po’ perché, come ho detto nell’introduzione, sono diventato un
pelandrone. Certe cose, ormai, mi fanno fatica. Non è stato il caso di questo
articolo.
Può darsi che, salvo rare eccezioni, in questo periodo della mia vita io stia
lasciando da parte le parole per dedicarmi un po’ di più ai fatti.
Perciò, terminiamo con un fatto. Non vi farò la trita e ritrita filippica sull’importanza
del sostegno al DIY, vi darò solo un ordine: se vi interessa di venire a uno
dei festival musicali indipendenti più belli d’Europa, prendete la vostra
agenda digitale, il Google Calendar o quello che è, e segnatevi “Ferme
Electrique” sul primo weekend di luglio 2027. Io, più che dirvelo…
Ci vediamo l’anno prossimo.
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