martedì 8 ottobre 2024

Life Lately (Settembre 2024) - Mclusky, The Wedding Present, Cœur Rapide

Settembre: il miglior peggior mese dell'anno. 

Solo tre concerti, ma di quelli che scavano in profondità. 

Via.

  

Mclusky – Straight to hell

Mclusky live @Point Ephémère, 14/09/2024

Inutile girarci intorno: Steve Albini se n’è andato e fa ancora un po’ male. Non l’ho mai conosciuto personalmente ma vedevo gli Shellac una volta all’anno al Primavera Sound ed era una magia difficile da spiegare. Mai troppo lontani dal palco, io e i miei amici ci siamo goduti per diverse cinquantine di minuti il trio americano, l’unica band a suonare di default ad ogni edizione: un cocktail ad altissima gradazione di precisione, cattiveria, abrasione, esuberanza ed emozione capace di ubriacare anche un elefante. Era uno show divertentissimo e nervoso, costantemente sul filo del rasoio, una performance di acrobati circensi del post-hardcore che a ogni salto facevano sussultare per lo spavento quel migliaio di persone venute ad assistere all’esibizione, nonostante tutti sapessero bene di trovarsi davanti a professionisti del settore. Soprattutto, gli Shellac si gettavano nel vuoto con una naturalezza e un’umiltà uniche: quello che non ho mai visto in loro, nei vari concerti a cui sono stato, è stato pomposità, magniloquenza. Erano esagerati ma mai appariscenti, soddisfacenti ma mai piacioni, spettacolari eppure sempre terra terra. Talmente terra terra che Paolo un giorno mi disse: “Ma ti rendi conto? Steve Albini è lì che regola gli ampli prima del concerto, arriva senza grandi presentazioni e fa un set della madonna. Se la tira zero ma se ci pensi tra i mille e passa musicisti che suonano al festival probabilmente è il più leggendario”. Leggendario, nonostante ma anche per merito di quest’attitudine senza pretese, alle mie orecchie suonerà sempre come la parola giusta. È un po’ ingrato cominciare il live report di una band parlando di una persona che non ci ha mai suonato e che non ha mai scritto una delle loro canzoni. Resta comunque un elemento di contesto importante: sarei venuto a questo concerto se il nome di Albini non fosse mai stato associato ai Mclusky (con la solita dicitura di “recording engineer”, mai e poi mai “producer”)? Probabilmente no, perché la scoperta di questo gruppo britannico è di un paio di mesi fa.

Si potrebbero spendere anni a esplorare per lungo e per largo la lista di album registrati dal fonico di Chicago. Ognuno di noi suoi ammiratori, per onorare la partenza di colui che ha plasmato il suono che amiamo, ha ripreso in mano alcuni di quei dischi. Io, senza troppo spirito di avventura, mi sono riascoltato album che già mi avevano accompagnato per anni: 24 Hour Revenge Therapy dei Jawbreaker, Seamonsters dei The Wedding Present, Tweez degli Slint, per dirne alcuni. Oltre a spararmi, in memoriam, le opere di alcune delle mie band preferite di sempre mi sono però riascoltato In Utero dei Nirvana dopo anni: non me lo ricordavo così grandioso, l’ho macinato ininterrottamente per mesi e mesi! Il mio amico Matteo, che fa anche lui il fonico (ma i dischi che ha registrato per ora sono essenzialmente screamo e black metal, poco a vedere con Steve Albini che sempre stato associato più a quel territorio magico tra l’indie e il punk rock), ha scelto una strada totalmente diversa: è andato a pescare un paio di quegli album “inaspettati” che spuntano ogni tanto nella miniera d’oro sopracitata e in particolare ha consumato Dogs di Nina Nastasia, un disco folk-pop del 2000 di grande sensibilità e delicatezza, dal sound dolce e crudo.

Paolo, che rispetto a noi è un ascoltatore di musica molto più serio e ligio al rispetto che l’arte richiede, ha fatto quella che è poi la cosa più sensata: rivisitare gli album più iconici della lista, quelli che meglio incapsulano il suono che ci ha fatti innamorare di Albini, il suono delle distorsioni taglienti, dei rullanti violenti, dei bassi viscerali. E, proprio nel mezzo di questa maratona nella Rift Valley del punk alternativo, un’epifania: Mclusky Do Dallas dei Mclusky, anno domini 2002. Se mi leggete spesso sapete che quando ne ho occasione amo trascrivere parola per parola i memorabili messaggi Whatsapp del mio fratello fiorentino, che quando si emoziona per la musica sanno essere divertentissimi ed azzeccati. A questo giro vale ancora la pena di citarlo: “Veramente una bomba ‘sto disco. L’idea geniale è: ‘Facciamo post-hardcore ma perché dovremmo fare i pezzi da cinque minuti come tutte le band post-hardcore? Facciamoli di tre minuti’. Risultato devastante”. Cinque giorni dopo lo ringrazio per il consiglio, che poi più che un consiglio è una recensione ultra-minimalista talmente ben scritta da invogliare subito l’ascolto, e mi arriva un secondo messaggio: “Tieni d’occhio, e se capitano a Parigi: andare”. Detto fatto: l’annuncio della data al Point Ephémère non si è fatto attendere. Paolo è stato in dubbio fino all’ultimo per venire a trovarmi ma alla fine non ce l’ha fatta: troppi impegni e uno Skyscanner in costante e vertiginoso aumento hanno frenato questa suggestione. Sono sicuro che ci rifaremo: i Mclusky hanno in programma un album per il 2025 e torneranno di sicuro da queste parti. Forse non al Point F, che un po’ è casa e mi avrebbe fatto piacere far scoprire a Paolo, ma poco male. Io ci vado lo stesso: la musica dei Mclusky è veramente incredibile (poi ci ritorno) e si prospetta un sabato sera da ricordare.

Col rimpianto di dover posticipare il magico crossover dei “due Paul”, nella nostra sala concerti di predilezione ci vado con quello francese, compagno fedele di sortite rumorose. Sarà la congiunzione degli elementi (c’è l’acqua del Canal Saint-Martin, la terra della scarpata che dalla fermata di Jaurès porta qui giù, l’aria fresca di fine estate, il fuoco della passione per il rock), ma ormai questa sala è essa stessa il nostro elemento, e da nessuna parte ci sentiamo così tanto a nostro agio. Ci facciamo subito dei sodali con una facilità inaudita: il ragazzo seduto sulla cosiddetta “pedana dei puntuali”, oggetto magico della piccola anticamera all’aperto che catalizza buone energie, era anche lui al concerto dei Suffocation registrato su Arte Concert; quello che scoprirò essere uno dei booker della serata (fun fact per i veterani: lo stesso tizio che spinnava i Superchunk in vinile a Boulogne… “ça date !”) apprezza che io sia venuto con la maglia dei Marcel, dal canto mio io non posso che ringraziarlo per aver portato i miei noise-rocker di foggia Benelux preferiti a fare da opening act all’ultimo minuto, quando già avevo i biglietti; simpatizziamo con un tizio di Grenoble, non ricordo nemmeno più bene su che basi, che è venuto su il week-end solo per questo concerto. Ieri per rivedere una bella rock band emergente già raccontata in queste sedi io e Paul eravamo al Punk Paradise, uno pseudo-dive bar di Oberkampf un po’ ambiguo (punk o fighetto?, non si capisce) e nonostante le migliori premesse mica socializzavamo a questo modo!

A ben vedere, bisogna pensare che quest’atmosfera amichevole non derivi soltanto dalle buone vibrazioni della venue ma anche dal fatto che il pubblico delle frange più contorte del rock duro in realtà è il più bonaccione che esista. Mediamente più vecchia di noi, la folla si compatta come una testuggine romana e appena arrivano i Marcel, miei beniamini assoluti, fa subito prova di concentrazione. Due parole sul set del quartetto belga (rapide, eh, che è già la terza fottuta volta in un anno che commento i loro concerti su Stereo Totale!): uno, quando meno te lo aspetti i ragazzi ti sanno sempre sorprendere e oggi lo fanno con una setlist diversissima dal solito, con una buona metà di pezzi di un nuovo album prossimo all’uscita e molta più crudezza, a discapito anche di alcuni dei loro classici divertissement di scena (non ci sono stati stati né il momento “Braziuuu” col fischietto di bbl né l’iconica opener di can-can con Election Day in apertura); due, i ragazzi hanno cucinato e il disco si preannuncia molto bello, forse anche più vario del debutto Charivari, con delle sgroppate strumentali psichedeliche che si alternano a momenti dove il rumore è quantomeno tracotante (segnalo una canzone sull’“unico cartellino rosso della carriera di Eden Hazard” veramente efferata); tre, forse proprio perché Marcel stanno suonando in apertura alla serata, con una set dalla minore concentrazione di hittone e anche un paio di problemi tecnici che li obbligano a qualche pausa di troppo, la tradizionale bolgia sotto palco non nasce e persino io sono meno propenso a fare il mio consueto casino dell’ottanta. Aggiungici il fatto che il pubblico è parecchio geek (mi pare che lo stesso frontman Amaury Louis l’abbia segnalato a un certo punto) e insomma, nonostante i vari “c’est bien” che si sentono di qui di là nei momenti di silenzio, l’impressione è quella di un set che non smuove troppe anime. Un po’ mi dispiace perché, per colpa di aspettative che avevo piazzato troppo in alto, Paul non ha visto fuoco e fiamme e non è propriamente trasceso. Non importa: per me i Marcel sono ancora la band noise-rock europea che vale più la pena di seguire da vicino.

Mentre ci perdiamo in queste elucubrazioni non ce ne accorgiamo nemmeno, che a pochi metri da noi sta venendo imbastito un sistema sonoro tra i più pericolosi in circolazione. Perciò, quando si abbassano le luci e i tre di Cardiff (oramai Bristol) tanto attesi montano sul palco, per prima cosa ci stupiamo dei dettagli un po’ insoliti del setup: il batterista per ragioni acustiche è separato dagli ampli e dal resto della band da un semicerchio di pannelli di vetro; accanto alla postazione del bassista c’è una sorta di bancone dal quale il tecnico, vera e propria presenza del palcoscenico, non schioda mai, sempre pronto a intervenire per aiutare i Mclusky; il cantante, quell’Andrew Falkous che di aspetto sembra una versione de-macho-izzata di Henry Rollins, per proteggere le orecchie porta delle cuffie da cantiere. Se tutti questi segnali non fossero abbastanza per annunciare che quel che si sta per compiere davanti ai nostri occhi è un rito bizzarro se non addirittura grottesco, ci si mette il gruppo. “Adesso suoniamo una canzone, e voi dovete stare completamente zitti. A Glasgow l’hanno fatto, quindi non vedo perché non dovreste farlo anche voi”. Il bassista, un taglialegna barbuto, comincia a suonare la prima linea: Fuck This Band. Ah, ok, ho capito.

La musica dei Mclusky, come aveva già anticipato Paolo, si può definire bene come “post-hardcore”. Noise rock, che come la suddetta vuol dire tutto e niente, va altrettanto bene. Le loro canzoni sono tutte discretamente diverse da loro, e presentano molti degli stilemi associati a questi generi: ricerca di rumorismi estremi, rielaborazione dell’ordine prestabilito dell’hardcore punk e, ovviamente, una bella dose di dissonanza. Quello su cui il mio amico ha puntato di più il dito, però, si rivela ancora una volta molto pertinente: la durata delle canzoni. Il fatto che quasi mai superino i tre minuti e mezzo e che, la più parte delle volte, seguano forme-canzone semplicissime, rende ogni loro pezzo una sorta di pop song impossibile: una canzone che avrebbe tutto per finire alla radio (melodie orecchiabili, sing-along, facile lettura), se solo non fosse che sono volgari, ironiche, feroci, perverse. Strane. E perciò eccoci qua, a ondeggiare con questa canzone molleggiata come se fosse una qualsiasi ballad romantica ma, invece di cantare degli occhi azzurri della nostra bella stiamo sussurrando (che sennò Falco ci zittisce) “Fuck this band ‘cause they swear too much” e invece di far ondeggiare accendini o lumini stiamo puntando il dito medio verso il palco. Stessa cosa con Without MSG I am Nothing dal secondo album, bislacca nenia grunge che comincia ad agitare qualche testa nella platea: impossibile non cantare il ritornello tutti insieme, peccato che il ritornello sia la ridicola imitazione di una gallina. E così a andare, ma senza dimenticare un elemento fondamentale: la potenza. Si contano sulle dita di una mano le band che ho visto trivellare a una profondità simile: il basso percuote il suolo come un immenso martello, la chitarra elettrica laminata lo sega in due, la batteria infine puntella i pezzi di roccia che sporgono. Una crepa nel terreno: parte, finalmente, Collagen Rock, e il pogo comincia.

Non è nemmeno gigantesco, questo mosh-pit, ma è festoso e incattivito allo stesso tempo, perciò decisamente sgangherato. Così com’è sgangherata anche la scaletta: in mezzo alle hit partono promettenti pezzi del prossimo album in anteprima, tutti annunciati da battutacce alla Bill Hicks, roba del tipo: “Qualcuno qui suona in un gruppo pop-punk?” “Io!”, rispondo alzando la mano e cercando Paul con lo sguardo, senza successo, “Prova a non abusare sessualmente di nessuno, ok?”. Eppure, anche nelle sue piccole follie (c’è pure un pezzo “del nostro album che non è piaciuto a nessuno”, Rice is Nice), è una setlist studiata bene, che sa dosare bene canzoni che dimostrano, chi l’avrebbe mai detto, una certa classe, ad istanti di puro delirio. Dopo qualche pogo matto ma anche momenti di ascolto più calmo di nuove canzoni, alcune persino eleganti, viene in soccorso Lightsaber Cocksucking Blues a demolire il posto: ogni colpo di crash suona come un anno di vita in meno per la struttura portante del Point Ephémère, la voce del cantante sull’ultima strofa uno sbiascichio ubriaco e violento che nemmeno The Jesus Lizard nei loro peggiori momenti. E quando ti chiedi di cos’altro siano capaci i tre squilibrati sul palco, arrivano anche canzoni sorprendentemente umane e struggenti: She Will Only Bring You Happiness ha un testo stranissimo ma la voce che la canta è seriamente emozionante, lontana dal cinismo esagerato che contraddistingue molte altre canzoni, stessa cosa per Alan Is a Cowboy Killer, dove l’inaspettata profondità sfocia pure nel noise puro e duro.

E a quel punto mi accorgo che quello che amo di questa musica sono le sue contraddizioni: la cosa più ammirabile dei Mclusky è che la loro sregolatezza in realtà è frutto di una competenza esagerata, la loro ostentata insensibilità una goffa dichiarazione d’amore nei confronti del pubblico. “La prossima canzone è odiosa, fa veramente schifo. Se ti piace, penso di disprezzarti come persona”, dice Andrew Falkous. Parte Whoyouknow e si scatena l’inferno. Un secondo di respiro: “Your heart’s got the color of a dustbin”… Salgo sul palco con un colpo di reni ma, prima di saltare giù, scambio uno sguardo col frontman: nei suoi occhi c’è una maliziosa punta di affetto. E la stessa esatta espressione si intuisce durante l’intro dell’ultimo pezzo (“Non facciamo encore, non siamo americani”, spero sia una citazione a The Wedding Present), mentre la batteria continua il suo ostinato e il basso suona solo due note. Il pubblico si prodiga in coretti da stadio: “Yeh, yeh!” e il cantante risponde divertito: “Non penso di averlo mai sentito questo qua, veramente ridicolo”. Accanto a lui, anche gli altri due membri se la stanno spassando, specie il bassista Damien Sayell (“l’uomo con più testosterone del mondo”, parole di Paul) che mostra i muscoli, si fa dare da bere dal guitar tech, fa foto del pubblico, ci offre del liquore. L’aria è cazzara, sì, ma anche sospesa: che pezzo potrà mai essere, questo che si è prepara da ormai minuti? L’hanno capito tutti, ma quando parte To Hell With Good Intentions è come una liberazione dei sensi. Ed è agitandoci come ossessi e cantando a pieni polmoni questo vero e proprio inno che ci congediamo. “And we’re all going straight to hell!” sono le ultime parole di questo concerto pazzesco.

Nel sudore e nell’ebbrezza generale, riprendiamo un po’ di aria. È stata una montagna russa di emozioni, siamo tutti rintontiti. Non solo quelli che eravamo nel pit: Paul, che di recente si è fatto operare e non può prendere troppe botte, me lo ritrovo appollaiato all’altezza del banchino del merch dei sempre simpatici Marcel, che l’hanno accolto come rifugiato. Anche lui, come tutti i sodali della serata, è completamente su di giri: ma che cazzo abbiamo appena visto? Ci vogliono circa quarantacinque minuti di cazzeggio nel recinto dell’FMR perché, come enormi palloni di gommapiuma, possiamo ritornare alla nostra forma originale dopo un impatto decisamente troppo potente. Durante questo tempo di ulteriore socialità mi permetto di scambiare due parole col batterista, che scorgo in fondo al dehors, finalmente libero dalla prigionia del suo gabbiotto acustico. Jack Egglestone, il picchiatore che stasera stava dietro le pelli (e i vetri) è disponibilissimo e gentile. E va a finire che, non chiedetemi come né perché, senza mai citare il Nostro (io per rispetto e lui pure, immagino), ci mettiamo a parlare per qualche minuto di Shellac. Una bella chiacchierata, in ricordo di una band straordinaria tanto quanto i Mclusky che, volenti o nolenti, è difficile non associare ai Mclusky.

Come al solito, arrivata una certa ora, io e il mio amico ci separiamo sul passaggio sopraelevato della stazione della metro 2. Ora che sono da solo, di ritorno verso casa, i miei pensieri vanno da tutte le parti. Flash di immagini sparse. Galleggiare sopra alla folla urlante. Il feedback della chitarra. Un tizio che fuma di nascosto in mezzo al pit del Point F. Gli amplificatori del palco Ray-Ban del Primavera Sound, anno 2019. “My love is bigger than your love…”. Un tipo nordirlandese in mezzo alla calca che riconosce una canzone degli Acid Dad mentre passa sull’impianto della sala. Una pallina di cera rosa che cade per terra e non sarà più ritrovata. Una canzone sul karaoke. “My band is better than your band…”. Una spinta veemente che mi fa sbattere contro i fotografi in prima fila. Un uomo che si aggira sul palco con un rullante in mano. Il suono del basso che ti fa vibrare la faccia. “Sing it!”. Il sudore e il suo odore che restano impregnati sulla giacca di pelle. “Sing it!”. Un bicchiere di birra che viene colpito e schizza in ogni dove. “Sing it!”. Cinquecento persone che urlano all’unisono. “And we’re all going straight to hell!”.

Non so se l’inferno esista, ma se fosse così non mi dispiacerebbe andarci. Fa un po’ male alle orecchie, certo, ma non è poi così spaventoso. Magari potrei persino incontrare e fare amicizia con un tizio che ha detto, poco prima di morire: I Fear No Hell.

 

The Wedding Present – Tutto quello che mi serve

The Wedding Present live @Cabaret Sauvage, Parigi, 20/09/2024

Il venerdì sera porta sempre in sé una parte di nervosismo. È questo quello che penso quando, percorrendo il boulevard che dalla fermata del tram porta al Cabaret Sauvage, mi accorgo che davanti a me c’è un uomo che cammina frettolosamente. Ha i capelli brizzolati, indossa pantaloni scuri e una giacca di pelle leggera. Mi basta soltanto uno sguardo per capire che sta andando nella mia stessa direzione. Un po’ per giocare a stargli dietro, un po’ perché il suo incedere spedito mi trasmette la sensazione di essere in ritardo anch’io, affretto il passo il più che posso. Finisce che arrivo davanti alla sala concerti sudato, e che il vecchio rocker mi ha seminato.

Nervoso non è la parola giusta, in realtà. Mi spunta in mente “overwhelmed”, sopraffatto. La settimana è stata sempre occupata da qualcosa: lavorare, scrivere, suonare, non un momento per staccare da piaceri che, per quanto soddisfacenti, purtroppo sono anche impegni. Domani torno a Firenze per quattro giorni, questione di vedere famiglia e amici almeno una volta prima di dicembre. Non ho ancora fatto valigia né sistemato casa in maniera abbastanza decente da evitare che la mia assenza produca sgradevoli danni (perlopiù, muffe e decomposizioni). A che ora devo uscire domani mattina per andare all’aeroporto? Non lo so ancora.

Il Cabaret Sauvage, forse, è la sala dagli interni più sorprendenti di Parigi. Tutti possono aspettarsi di trovarsi di fronte un arredo raffinato o persino sfarzoso quando entrano dentro a un edificio nei Grands Boulevards o nella parte bassa di Montmartre, ma non di certo dentro a disco volante ricurvo alle frange del Parc de la Villette. Eppure, appena varcata la soglia, si viene accolti da una grande sala da ballo di legno, costellata a 360 gradi da eleganti simil-vetrate che trasmettono un’illuminazione soffusa. Questo grande ed elegante finto tendone da circo è una visione quasi intimidante stasera, per quanto magnifica.

I biglietti per questo concerto li ho presi quattro mesi fa. Una giusta intuizione: la data è sold out da giorni e, nel gremito interno di questo scrigno dello spettacolo, la cosa si nota eccome: c’è un sacco di gente, la maggior parte decisamente vecchiotta e leggermente alternativa (come si può essere alternativi sopra i cinquant’anni, insomma). Di qua e di là, scrutando i volti più giovani, si nota una ratio trenta su settanta (altissima!) di gente con tendenze goticheggianti su gente normale. Ammazza oh, ma sono così famosi allora, The Chameleons? Onestamente, prima di vederli sulla line-up di un Primavera a la Ciutat 2024 bello e impossibile (con tutto l’amore del mondo, ad averceli sei giorni di ferie da buttare…), io non li avevo mai sentiti nominare. Poi oh, se Paolo mi dice che sono “il gruppo più sottovalutato degli anni ‘80” io il trentello lo caccio senza dire pio. Soprattutto perché, accanto al loro nome, c’è scritto The Wedding Present.

Ho l’impressione che, nella mia vita di tutti i giorni, i Wedding Present siano uno dei gruppi che cito più spesso. Se però si cerca il loro nome su Stereo Totale, sorprendentemente, compaiono una sola volta, citati en passant mentre rimembravo i migliori concerti a Parigi degli ultimi anni (poco male, mi sono ripreso con l’entry di oggi, dove li cito due volte in un report sui Mclusky!). Le ragioni per cui parlo così spesso di loro sono tante: perché a mio avviso sono il gruppo indie rock inglese definitivo, uno dei pochissimi a situarsi in quello “sweet spot” successivo agli Smiths e precedente al britpop; perché il loro cantante canta male e le loro parti di chitarra prevedono un sacco di note, e questo basta per farmi empatizzare con il loro sound; perché li ho sentiti varie volte usare la frase: “We do no intro, no encore”, che quando posso riciclo sempre; perché hanno suonato delle cover di pregevole fattura e sono una delle pochissime band di cui ascolto anche le bonus tracks; perché dal vivo sono incredibili e perché ho un rispetto immenso per la loro etica lavorativa. Specie l’ultimo punto: ne discutevo stamani proprio col mio amico Alessandro, che quando parlo di musica cito in continuazione ma del quale, cercando il nome su Stereo Totale, appare traccia due sole misere volte, una parlando di una festa di Capodanno alla quale ascoltai I Cani prima di vomitare e un’altra dove lo annovero nella breve lista di miei amici che possono dirsi fan dei DIIV. Vi riporto la nostra conversazione:

“Stasera vedo The Wedding Present per la quarta volta! Te li saluterò. Ti ricordi?, la prima era con te, e da allora sono la mia live band feticcio.”
“The Wedding Present… Ma la formazione originale che fine ha fatto?”
“Non lo so, io li ho sempre visti con una ragazza al basso che sembra più giovane di me e fanno le buche. Per me ai concerti di gruppi vecchi non c’è assolutamente bisogno di avere tanti membri originali: basta il cantante e, se mai è esistito, uno strumentista dallo stile iconico. Poi possono esserci anche solo giovanetti, basta che ci credano.”
“Controverso, eh.”
“Ho un paio di argomenti a riguardo, ma poi nasce la polemica.”
“Pensala come vuoi. Secondo me le band sono band, i progetti sono progetti, e vincono i progetti coscienti di essere tali. Tipo i Nine Inch Nails.”
“Basta Nine Inch Nails, bastaaaaaaa!”

E poi la conversazione derapa. Come la pensano i lettori, questo non lo so e forse non lo saprò mai, ma spero di aver seminato il germe di una riflessione. Detto ciò, ogni volta che ho visto dal vivo la storica band di Leeds ho apprezzato il fatto che trasmettano sempre la sensazione di una band esageratamente prolifica ma conscia di avere un pubblico estremamente voglioso di sentire il materiale dei tre dischi che, uscendo nel 1987, 1989 e 1991, meglio dimostrano la transizione della musica rock dagli ’80 ai ’90: George Best, Bizarro e Seamonsters. Il primo è un album di jangle pop trillante, che coniuga toni twee e ritmiche punk, l’incarnazione definitiva di un sottogenere il cui nome mi piacerà sempre: C86, dal nome di una cassetta di NME in cui l’onore della closing-track era affidata proprio a loro. Il secondo è, nel senso buono del termine, un disco “inbetweener” in cui la band, tra una hit e un’altra, si diverte talvolta ad esasperare lo stile di George Best e ad inventarsi follie a partire dalle nuove tendenze che questi aveva creato (strumming veloce, lunghe sezioni strumentali, liriche disincantate). Seamonsters, infine, è l’album in cui la band capisce di avere un songwriting e una cura del suono dalle vedute potenzialmente amplissime, ma riesce a conservare la sua coerenza pur sperimentando in molteplici direzioni (noise rock, proto-emo, power ballads). Da allora, sotto al nome The Wedding Present è uscita una marea di roba: canzoni che oscillano tra lo status di carine e quello di perle nascoste, spesso prodotte e pubblicate con uno stakanovismo artistico a metà tra il giocoso e il serissimo (nel 2022, per esempio, i quattro si dicono: facciamo un singolo sette pollici al mese per un anno; e così, ad inizio 2023 hanno tra le mani ventiquattro canzoni, due ore di musica). I primi tre album restano però iconici e irrinunciabili e nelle setlist tornano sempre. Ogni volta, a suonarli c’è gente che non era nel gruppo quando sono stati composti, ma resta sempre una costante: David Gedge. Il cantante canuto dal cinismo tutto “northern” è sempre lì, a dare tutto e, probabilmente, a fare in modo che tutti diano tutto. È l’essenza dei Wedding Present, è colui che trasporta la fiaccola e lo spirito di una band che, porca miseria, guai a chiamarla “progetto” davanti a me.

(Questo discorso può e deve applicarsi ad un’altra rock band il cui apice arrivò tra gli ottanta e i novanta e di cui, praticamente, di originale resta solo il cantante: i Guided By Voices. Forse, i più grandi indie rockers di tutti i tempi. Che cavolo di benedizione dal cielo è stata quella di poterli vedere dal vivo anche solo una volta!)

Come dicevo, un concerto del Regalo di Nozze è come una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita ma, a meno di essere un corridore neurodivergente, una piccola idea puoi fartela. Le eccezioni, però, esistono in tutto: nella vita, in pasticceria, nella musica. Stamani spulcio internet per vedere a che ora suonano i miei beniamini (19:45…) e mi casca l’occhio su un’informazione fino ad allora sconosciuta: al concerto sarà suonato Bizarro in integrale per festeggiarne il trentacinquesimo anniversario. Allora Forrest Gump aveva ragione! In effetti, non è la prima volta che The Wedding Present manifestano la loro passione per i compleanni (probabilmente, seconda solo a quella per i matrimoni): nel 2022, al Petit Bain, fu Seamonsters ad essere suonato per intero per i suoi trent’anni. E poi diciamocelo, ma quant’è bello quando una band monta sul palco e suona un intero disco dall’inizio alla fine? È un evento raro e ogni volta completamente esaltante. Saranno cinque anni che non ascolto Bizarro per intero, e ora che ho scoperto che è questo ciò che la serata mi riserva, ne ho una gran voglia.

(Faccio due calcoli: potremmo aspettarci un quarantesimo per George Best nel 2027? Speriamo!)

Nonostante l’esaltazione, nonostante la passione, questo posto sontuoso, oppure questa serata, continuano a mettermi a disagio. La parola adesso (sono due, in realtà) è fuori luogo: così penso di sentirmi in mezzo a questo pubblico che non per forza mi ispira fiducia e/o simpatia. Anche un po’ stordito, da una vita che sembra andare un po’ troppo in fretta. Impacciato. Impaziente. Sono le 19:40 e, piantato in un ottimo posto centrale, verso le prime file, guardo l’orologio. Mi accorgo anche che, tra i tanti che mi circondano, sono tra i pochissimi che sono qui col fine di aspettare. Ma poi, finalmente, puntualissime, arrivano quattro persone sul palco. Una di queste è David Gedge. E a quel punto so che sono davanti a The Wedding Present. Tutto ad un tratto, in un baleno, mi sento a mio agio come non mi sento da mesi.

Stasera il set inizia con due inediti, ed è un bell’atto di coraggio. Ogni volta che sento delle canzoni nuove di questa band penso sempre la stessa cosa: accidenti, quanto mestiere! Sono sempre pezzi centrati, chiari, nell’immediatezza dei quali si ha subito voglia di abbandonarsi. Le prime due canzoni di stasera, esplorando regioni dure e darkeggianti, o ancora decadenti e swingate (lo ammetto, sono andato ad ascoltarmi i bootleg danesi su Youtube per riprova, ma i pezzi mi avevano già colpito), danno ancora una riprova del talento sconfinato di questi grandi musicanti della contemporaneità, anzianotti solo anagraficamente. Ma Gedge sa bene che era solo un antipasto e che un anniversario è, innanzitutto, una festa: “We play Bizarro tonight, is that ok with you?”. E festa sia.

Forse ci voleva Brassneck per calmare quest’agitazione che mi portavo dentro. Perché in questa canzone, come in tutte le grandi canzoni dei Wedding Present, c’è tutto quello che mi serve: un riff che è una trascrizione in musica dell’energia genuina di chi nonostante tutto vuole sorridere alla vita; un ritornello semplice, liberatorio, che non cantare è un crimine e che in pochissime parole racconta sentimenti intimi per tutti (“I’ve just decided I don’t trust you anymore”, quante volte l’abbiamo pensato, o l’hanno pensato di noi); un finale trascinante, fatto di lunghezze certamente riflessive, ma pragmatiche e mai noiose, che fa venire soltanto voglia di chiudere gli occhi e perdersi nel suono. E allora la realtà assume contorni sfocati e, quando parte Crushed e finalmente arrivano le schitarrate ultraveloci, il “signature sound” del gruppo, è una gioia concentrarmi sull'immagine mistica e inafferrabile dei polsi di Gedge e della sua socia Rachel Wood, che come turbine supersoniche producono una tempesta sonora caleidoscopica. Dagli amplificatori e dalla voce del cantante, a dire il vero non tanto bella ma straordinariamente sincera, fuoriesce una miscela irresistibile di potenza, rabbia e dolcezza: la meravigliosa ballata power-pop No, avvolgente e sbarazzina, ha il tono dolceamaro che ha praticamente ogni storia d’amore finita; Thanks, cannonata di impianto punk, tenera e nevrotica, suona come quello che verrebbe fuori da una sessione di scrittura tra The Smiths e Antisocial (sì, quelli di Official Hooligan) dopo la settima pinta al pub; con l’appiccicosa Kennedy, singolaccio scanzonato come solo gli inglesi ubriachi sanno essere, qualche mattacchione comincia a saltare e “pogare” nel più imbranato dei modi.

È qui che mi accorgo che i fan dei Wedding Present sono in netta minoranza rispetto a quelli dei Chameleons, quando noto una gran quantità di sguardi un po’ sdegnati diretti verso quel capannello di personaggi buffi e un po’ ingombranti dai quali in fondo gli abitanti delle canzoni che stiamo ascoltando non devono essere poi troppo dissimili. Un appassionato di Wedding Present sorriderebbe alla loro vista, e così faccio io. Mi sento bene. Dopo che il quartetto culla la folla con il crescendo speranzoso di What Have I Said Now? (“Forbidden beat: only once per show” non gliel’ho mai sentito dire, ma se lo proponessi a Gedge penso che gli piacerebbe) siamo ormai oltre la metà di Bizarro: sta per arrivare la sezione del disco più estrema, sfrenata, ambiziosa. In particolare, arriva una tripletta di canzoni che hanno tutte una cosa in comune: fino a prima della metà della loro durata presentano una struttura tradizionale, poi però si perdono in code intensissime e interminabili dove le plettrate diventano sempre più veloci (come si fa a suonare Granadaland senza avere i crampi?), strati sonori si accumulano gli uni sugli altri (Bewitched è quasi proto-shoegaze), oppure le jangle-armonie partono per lunghi viaggi (i nove minuti di Take Me fanno il giro del mondo). Che cosa si può volere di più dalla vita, dico io? La batteria e il basso che picchiano imperterriti, le corde della chitarra che vibrano veloci come la centrifuga della lavatrice… è come un’ipnosi regressiva che mi mette in pace con il mio mondo interiore. Non c’è niente da fare, questi suoni e il tumulto delle mie emozioni si assomigliano in maniera impressionante. È musica vera, onesta. E Davide Gedge, forse senza volere, l’imperativo Be Honest se lo è già posto trentacinque anni fa. Mentre lo suona, si vede nei suoi occhi che, ormai, si è impegnato per rispettarlo fino alla fine.

Ridendo e scherzando, e i musicisti sul palco lo fanno come se si conoscessero da una vita, l’album è finito. C’è, sul finale, una bella sorpresa George Best-iana: My Favorite Dress, al suono ancestrale della quale non posso non cedere alla tentazione di unirmi ai coglionazzi che saltellano (tra grandi pacche sulla schiena e bonarie risate). Poi, purtroppo, il concerto deve finire. Un’ora e un quarto: forse un po’ poco, peccato. Ma è normale che il gruppo per cui la maggior parte della gente ha pagato il biglietto sia messo su un piedistallo e abbia diritto di sforo, perciò non mi lamento. Non potrei mai lamentarmi, poi, dopo un concerto che mi ha fatto un bene esagerato, oltre ad aver provato per l’ennesima volta che The Wedding Present sono una delle migliori band che io abbia mai avuto la fortuna di incrociare nella mia vita.

Che io spenda due parole su The Chameleons è corretto e dovuto: per prima cosa, sono un vero e proprio monumento della new wave inglese tendente al gothic rock e zeppa di tastiere e, se non li conosco, è solo perché sono un ignorante di primo ordine per quanto riguarda la new wave inglese tendente al gothic rock e zeppa di tastiere. Aggiungo altro: se ne so poco sull’argomento, è perché spesso e volentieri non è musica che mi piace granché. Ho sempre mal digerito le ariosità irrequiete e lungagnone che contraddistinguono questo filone del post-punk (cito a titolo d’esempio, e a rischio della la mia stessa credibilità, un disco di un’importanza esagerata che non mi ha mai conquistato: Pornography dei The Cure). Quel che ho ascoltato dei Chameleons prima di stasera conferma questa mia vergognosa tendenza: alcuni picchi melodici sono maestosi, ma spesso questa cupezza patinata mi sembra un pelo artificiosa, non parla al mio cuore. Soprattutto dopo che ho visto una band emotivamente autentica come quella di Leeds.

Un amico inglese di mio padre originario proprio di quella città mi aveva detto, prima che andassi a questo concerto, una frase su queste linee: “People from Northern England are known for being sad and delusional, they even make fun of it themselves, whereas people in Manchester are always way more flashy”. È tremendamente vero, penso quando monta sul palco Mark Burgess, il cantante dei Chameleons (di Manchester): porta un inguardabile gilet scollatissimo, si vede che c’è dell’acchittamento nella sua tenuta, e non dice una parola tra una canzone e l’altra, non per altezzosità ma per orgoglio: l’orgoglio di essere l’autore di tali magniloquenze. È vero che ‘sti pezzi sono scritti bene e che le atmosfere sono ricercate, ma quanto sono lunghi: certuni, e un finiscan più! Il concerto, detto ciò, è godibilissimo, nonostante i coglionazzi di prima continuino a creare un certo sconcerto (ma sì, l’esuberanza a un concerto di grosso rock si può tollerare, lasciateli fare), nonostante soprattutto il concerto sia piazzato in un momento sbagliatissimo per la mia sensibilità (è proprio una ragione elementare: non puoi vedere un gruppo di aria dopo uno di terra). I miei personali momenti salienti restano la poliedrica Swamp Thing, bella e impossibile nei suoi svolazzi di chitarra e che ti fa dire: se è un grande successo un motivo c’è, ma anche una Second Skin che concilia bene tastierismi antemici e degni di un coro da stadio alle arringhe istrioniche di un Burgess che riveste bene i suoi panni da viandante sul mare di nebbia. Don’t Fall, la canzone più punk della scaletta suonata come encore, ha anche lei il suo grandissimo perché: il bauhausismo scorre forte, e io lo apprezzo. I primi (ed ultimi) degeneri da pit della serata ad essere degni di questo nome me li godo dai margini, con un certo ghigno malefico all’ascolto del riff gagliardo ed esoterico di questa piccola perla che è l’opener del vecchio Script of the Bridge.

Perciò, anche i Chameleons concludono, acclamati in trionfo dalle folle. Io, pur applaudendo, non posso fare a meno di avere in testa un fazioso paragone: il loro set ha il grande merito di contenere della belle canzoni, ma nient’altro. Ho ascoltato della musica di una certa importanza, eseguita bene, perfetto, e poi? Ai concerti, niente da fare, ci si va per sentire anche per vedere: e ogni volta che suonano i Wedding Present, nonostante i rimaneggiamenti di line-up frequenti, sul palco vedo gente che si dedica anima e corpo alla causa, che interagisce allegramente, che suona canzoni composte insieme, che si spalleggia, che si vuole bene e che ci vuole bene. Al concerto dei Chameleons invece ho visto solo un paio di vecchie glorie che hanno assoldato baldi e capacissimi giovini, molto bravi ad eseguire grandi classici ma, giustamente, senza troppo trasporto. Sarà. Intanto, piano piano, comincia a formarsi nella mia mente la risposta definitiva alla domanda su cosa voglia veramente dire “essere una band”.

Me ne torno ad Asnières, un po’ faticosamente. Esco dalla metro alle 23:30 circa, e noto che c’è tanta gente per strada, giovani sbevazzanti perlopiù, vestiti in modo eccentrico e che sembrano tutti star andando in discoteca. Ma da dove spuntano, che sta succedendo? Poi l’illuminazione: ma certo, dalle 20 alle 23 c’era un DJ-set gratuito di, udite udite… Cerrone! Uno, quanto cazzo gasa il comune di Asnières con questi programmi esotici? Due, una sottilissima ombra di rimpianto c’è: sarebbe stato ganzo sentire cosa combinava uno degli ultimi cavalli di razza della disco music, peccato essermelo perso. Col senno di poi, la cosa migliore da fare forse sarebbe stata vedere The Wedding Present, uscire e beccarmi l’ora finale di Cerrone? E poi magari, se uno proprio non vuole dormire, c’era anche Honey Dijon (autrice del miglior DJ-set che io abbia mai visto, allo Smarbar di Chicago nel 2019) che suonava subito dopo al club Phantom. Ma io voglio dormire, ché domani vado a Firenze e poi, che piani arzigogolati e scemi sono? Dai, va bene lo stesso così.

C’è un solo pensiero che non mi sfiora nemmeno l’anticamera del cervello: “Potevo permettermelo di non vedermi The Wedding Present per quarta volta e andare ad ascoltare qualcosa di nuovo, gratuitamente poi”, come mi ha detto anche Tommy. No, non esiste. Mi piace uscire a divertirmi, mi piace ballare. Mi piace ascoltare belle canzoni, vedere sul palco musicisti emblematici. Ma sentirmi a casa, quella è un’altra cosa.

Del resto, a cosa serve nella vita avere tanti piaceri, se poi ci manca quello di cui abbiamo bisogno?

 

Cœur Rapide (Le Cœur des Garçons, Prise Rapide) – Le emozioni forti

Le Cœur des Garçons live @La Pointe Lafayette, Parigi, 25/09/2024

La Pointe Lafayette, quando piove, è persino più affascinante di quando fa bel tempo. Innanzitutto perché, nonostante le tende da sole non abbiano un aspetto molto impermeabile, nugoli di gente si accumulano al loro riparo nei tavolini del dehors, traghettando pinte di birra. I boccali, ogni tanto, accolgono in sé qualche gocciolona d’acqua, annacquandosi leggerissimamente e dando un senso più ribelle all’atto di berli. Il chiacchiericcio degli avventori e il ticchettio della pioggia sul cemento si fondono in una sinfonia molto più accesa e sguaiata di quella dei giorni di sole: per fare un paragone musicale, è come la differenza tra l’ascoltare le strummate di un chitarra elettrica attaccata a un phaser e a un overdrive, piuttosto che lo stesso accordo suonato su una chitarra acustica. Al suo interno, la Pointe è quella di sempre: un barretto ruspante della vecchia Parigi dalle luci un po’ soffuse, quattro tavolini, tre finestre e una scala che porta alla cantina, niente di più. Dilungarmi in dettagli non è che non serva, proprio non sarei capace di farlo: il ricordo di ogni serata che ho passato qui non prevede dettagli, solo colpi d’occhio sull’ambiente generale dai contorni un po’ sfocati. Se Edgar Degas avesse vissuto ai giorni nostri, ci sarebbero decine di dipinti che ritraggono questo luogo. Sono entrato dentro al bar più per riflesso che per vera volontà, perché quando si arriva a un bar bisogna imperativamente andare ad ordinare qualcosa da bere, se non lo si facesse ci sarebbe qualcosa di sbagliato. Ma in realtà, prima del concerto di stasera non voglio appollaiarmi sul bancone o di restarmene seduto al calduccio. Al contrario: ho una voglia matta di stare fuori, al freddo, bagnarmi anche un po’.

Fino a ieri sera ero nella mia luminosa e immobile Firenze. A questo giro sono potuto tornare per poco tempo, non abbastanza per affezionarmi di nuovo allo stile di vita placido della mia città natale, abbastanza per constatarne ancora una volta la sua problematica stagnazione. I miei amici stanno crescendo a vista d’occhio: sono moltissimi ormai ad avere una relazione seria che, se fossimo una generazione fa, già si sarebbero sposati; quasi tutti o hanno trovato un modo per andare via da casa dei loro genitori, o lo stanno cercando strenuamente; la maggior parte lavorano o sono a un passo dal finire l’università, ragion per cui sono molto più concentrati nella faccenda di quanto non lo fossero quando hanno iniziato. Li noto tutti più seri, meno cazzari. Mai una sera in cui, nonostante fosse poco conveniente, abbiamo fatto gli scemi fino ad ore che non si possono definire “di notte” ma “del mattino”. Mai una serata in cui abbiamo fatto incontri bislacchi, spostato oggetti, svelato segreti. Siamo sempre noi, con lo stesso umorismo, la stessa parlantina, la stessa fratellanza. Abbiamo giusto messo temporaneamente in standby le emozioni forti.  

Ma ora eccomi qui alla Pointe, solo soletto. Non sono queste, di per sé, emozioni forti? Parlare a gente che conosco solo di vista, prendere un po’ l’acqua, sbevazzare, con in pancia non esattamente una cena come si deve, il mercoledì sera. Ho già detto, in passato, che amo i dive bar perché al loro interno tutto si amplifica (e sono troppo campanilista per fare paragoni meschini e dire che a Firenze tutto si attenua, perciò non lo farò). Stasera una sola cosa è certa: sento il bisogno di amplificare un po’ le mie emozioni assopite.

Il concerto di oggi è l’inizio di un mini-tour intitolato “Cœur Rapide” che porterà a giro per il quarto Nord-Est della Francia (il migliore, ovviamente) due gruppi: Prise Rapide e Le Cœur des Garçons. La prima band non ha un gran bisogno di presentazioni: i più attenti si ricordano che di loro, a giugno, ho detto: “I più attenti si ricordano di loro”. Ma, cazzate a parte, sono curiosissimo di rivedere per una seconda volta il power-trio parigino che ci eravamo goduti in apertura ai Powerplant a febbraio (come vola il tempo!), perché il self-titled che è uscito ad aprile è un gioiello di indie-punk in purezza e, dopo averlo consumato niente male, ho proprio voglia di sentirlo suonato ad alto volume ed urlare quei due o tre versi che mi hanno marchiato la mente in maniera indelebile. Sul secondo gruppo, invece, mi è stato fatto un briefing in pieno agosto dopo un set delle mitiche Margarita, ma mentirei se vi dicessi che ne ricordo qualcosa perché ero completamente strafatto di distorsione. Stamani stesso, perciò, mi ascolto al volo le demo e ci rimango abbastanza di stucco: il loro post-punk super-orecchiabile e super-sensibile è una delle cose più toccanti che abbia ascoltato questo mese. Controllo meglio e leggo che sono di Villefranche-de-Rouerge: ma sì, l’Aveyron, ci sono anche stato, è la regione del Sud più isolata in assoluto! Mando subito il link di Demo 1 alla mia amica Coline (che viene da “vicino Roquefort”, quella del formaggio) e lei mi risponde: “Non mi sorprende che ci sia una band di rock alternativo a Villefranche, è il bastione degli hippie dell’Aveyron”! “È un po’ come dire ‘la sezione del cimitero dove stanno i morti’”, scherzo io.

Avere due set è normalità, avere anche un opening act è privilegio. Alle 21 (cioè un’emozionante ora dopo l’orario che era stato annunciato dapprincipio) la goffa transumanza che scende dentro la cantina della Pointe Lafayette si trova davanti una sorpresa. E no, non è il fatto che la sala sia più che minuscola, non sono le decorazioni in bianco e nero che ornano le pareti né tantomeno il graffito di un dio induista dietro al palco, che la maggior parte dei presenti già conosciamo bene, bensì una nuova band: Péridurale. Si comincia senza troppi compromessi: l’inizio del set ci offre subito una sferzata di sludge metal rumorosissimo ma che ha pure una sua sofisticazione, oscillando con maestria tra il rozzo (il cantante non sembra nemmeno che abbia un testo, talmente sono primitive le sue urla) e il raffinato (il tremolo picking chitarristico, dal canto suo, va a cercare dissonanze davvero originali). Che sorpresa, poi, quando dopo una decina di minuti dalla lentezza angosciante arriva, un po’ dal nulla, dell’HC alla vecchia maniera: i visi di taluni dei numerosi appassionati di punk rock presenti nella sala, poco abituati alle gioie del metallo pachidermico, si contorcono letteralmente appena parte a sorpresa una granata a frammentazione come Répression Brutale. Alternando un po’ le due vene, magari non trovando perfettamente la quadra (ma voglio dire, secondo voi My War dei Black Flag trova perfettamente la quadra?), il set del quartetto di Montreuil fa comunque contento chiunque ami la musica aggressiva tutta. Soprattutto, alza le temperature corporee di ognuno dei presenti e comincia a far venire le prime palpitazioni. Alla faccia del loro nome, che è la parola francese per designare l’anestesia locale: questi trenta minuti di musica sono stati al contrario come un colpetto ben calibrato dritto dritto su un nervo scoperto. Qualcosa di atavico, eppure sempre un po’ sorprendente, elettrizzante, tramortente. Anche un po’ doloroso.

In ogni caso, un moto si è risvegliato nelle nostre anime. La musica di Péridurale è stato uno di quei piccoli spaventi che portano in sé una scarica di adrenalina, e ci ha messo addosso un certo coraggio e spavalderia. Fuori dalla Pointe c’è persino gente che, noncurante, sta facendo la sua pausa sigaretta sotto l’acqua scrosciante e, scesi in cantina per il secondo set, si vede arrivare gente con i capelli fradici. Per rivedere Prise Rapide mi concedo il piacere, anch’esso un po’ spavaldo, di starmene in prima fila, confidando nel fatto che mi aspetta un concerto in parte familiare, in parte travolgente. E così è: il riff di Le Pouvoir che apre le danze non mi stupisce nemmeno, talmente ho ascoltato questa opening-track, ma appena entrano il basso e la batteria l’amalgama precisa di groove, atmosfera e affilatezza, seppur servita su un letto di melodie memorabili e ormai interiorizzate, è sorprendente come non mai: l’alternanza di voci femminili sul finale di questa prima cavalcata post-punk pungente e frammentata, in particolare, è di un’intensità comparabile a quella della burrasca che si sta riversando or ora sul marciapiede. Quando poi subito dopo parte la mia favorita Sans Mots, che suona come un pezzo dei primi Ramones se avessero vissuto a D.C. durante l’epoca d’oro dell’emocore, mi dichiaro definitivamente soggiogato dal mondo sonoro creato da queste recenti glorie locali. Il loro sound, sonicamente e liricamente, è dritto al punto: il piccolo capolavoro sopracitato affronta di petto e senza fronzoli le peggiori frustrazioni dell’amore, buttando subito un verso iconico come “J’ai du mal à sortir un je t’aime” nella mischia di power-chords tesi ed energici, coniugando un’anima dedita alla potenza dei grandi classici del punk americano all’appetenza per la crudezza emozionale e le armonie poco convenzionali dell’indie rock degli anni ‘90. Avevo già scritto un trafiletto riguardo al live di Prise Rapide e mi ero già divertito a paragonarli ai Yo La Tengo, affinità che continuo a vedere stasera ma, più che nell’estetica della line-up e in certi suoni di chitarra, nell’estro del songwriting, nella forza dei leitmotiv presenti nel riffing e nella ritmica, ma soprattutto nella forza dell’intenzione che fuoriesce, strabordante, da ogni canzone. Che siano pezzi brevissimi intro-strofa-ritornello-strofa-ritornello-bridge-ritornello-outro (“La Nuit, la nuit j’angoisse”, e l’headbanging entra sfondando il muro senza nemmeno bussare) oppure composizioni più ricercate (il build-up di Dans un Etau ha più suspense di un film di Hitchcock, l’entrata dei piatti della batteria è liberatoria quanto annientante), non si sente mai niente di artificioso, di volutamente esagerato, di preso in prestito altrove. O ancora, quando un riff semplice ed epico, quello di À Contrecœur, mi fa ripensare allo stesso tempo a Wipers, Adolescents, Joy Division, Embrace e The Replacements, quando persino la trovata più “gimmicky”, cioè il phaser a manetta che si può udire in vari pezzi  tra cui la gloriosa closing-track Trop Court, non l’ho mai veramente sentita usata con così tanta sicurezza da nessun’altra parte… beh, è qui che bisogna smettere di analizzare troppo la musica, e buttare la parola “influenze” nell’immondizia. Perché è questo che rende Prise Rapide uno dei gruppi indie punk più interessanti in circolazione: assomigliano a tante band dell’anima ma in fondo non assomigliano, né vogliono assomigliare, a nessuno. La loro missione è una sola, ed è perfettamente riuscita: distillare, con un’energia radiosa, le loro angosce, speranze, rabbie, fatiche, gioie. Emozioni.

È stato un concerto pazzesco e anche solo pensare che questa serata di musica non sia ancora finita mi mette quasi le farfalle nello stomaco: è buffo, visto che sono abituato a festival in cui mi divoro quasi senza sosta sette, otto, nove (“Deh, ma se ti fai i bombardoni di così…” “… dieci, undici, dodici, tredici, ma so ‘na sega, deh!”) concerti dei miei gruppi preferiti. È con addosso una sensazione di attesa quasi febbrile che scendo a vedere Le Cœur des Garçons. Non so veramente cosa aspettarmi: di certo, una batteria e due bassi come unico apporto strumentale, anche se me lo sono spoilerato su Bandcamp, non è una visione che mi lascia indifferente. Quello che però davvero mi alza i battiti del cuore sopra la soglia consigliata è accorgermi che, nonostante una formazione così strana, i suoni del quartetto “aveyronnais” sono i più semplici, nel miglior senso della parola, della serata: parte La Cible, marcetta post-punk austera dal retrogusto amorevole, e rimango subito impressionato da quanto la scelta di puntare tutto sulle frequenze basse si sposi bene con la voce della cantante Alexandra. È lei la vera anima del suono orecchiabile e profondo del Cuore dei Ragazzi, questa sorta di Nada francese (l’orgoglio toscano ritorna sempre a galla) così visceralmente pop, intensa e corposa come un vino rosso, perfetta per esprimere testi così immediati e commoventi. La lenta ed oppressiva Violent, per esempio, è una canzone straordinaria nel raccontare e trasmettere il dolore dell’avere a che fare con qualcuno di violento; la velocissima Rêver, dal canto suo, esprime perfettamente il turbamento che certi sogni possono infliggere sulla mente, talvolta per una vita intera, ricordando nel suo ritornello dolciastro e appiccicoso che la fuga dalle immagini, purtroppo, sarà sempre solo passeggera (“Et je fume pour oublier ces images envahissantes…”). Le Cœur des Garçons sanno scrivere canzoni che colpiscono dritte al cuore ma non pensate che la forza della loro musica sia solo la sensibilità cantautoriale: quando vuole, la band mette il turbo e dal suo veicolo Euro 4 partono sgasate di puro punk: À Corps Perdu, sgroppata darkettona e battagliera, è talmente energica che il ritornello, che avevo ascoltato solo una volta, diventa subito un inno da cantare col pugno alzato; o ancora, la programmatica Le Cœur des Garçons (amo i gruppi con una self-titled track; pure Prise Rapide ne hanno una, inedita!) smuove le folle con la sua ritmica spasmodica e “assoli” di basso gratuitamente vibranti. Il set di questa band dal potenziale stratosferico è una delizia per le orecchie e un terremoto per l’anima, le canzoni sono come caramelline da inghiottire una dietro l’altra con al loro interno una sequela di rivelazioni sconvolgenti.

Talmente è stato tempestoso il flusso d’aria che, entrando dalle orecchie e passando per il cervello, scende al cuore e infine esce dai movimenti di ogni estremità del mio corpo, mi ritorna in mente il vecchio adagio “sesso, droga e rock ’n’ roll”. In fondo, in questa antica trinità delle emozioni forti, è la terza quella di cui non potrei fare a meno e, non sorprendentemente, quella che nei miei quattro giorni a Firenze mi è sembrata più lontana (delle prime due, in città, se ne sente parlare anche troppo). Le Cœur des Garçons annunciano la loro partenza e suonano la fiera e sognante Je Regarde en Arrière, una cover di una canzone che non conoscevo dei Television Personalities (a proposito, già che ci sono, un messaggio per tutti e nessuno che mi sento di lasciare nell’etere: un grande vaffanculo a tutti i Part Time Punks!). Ancor prima di chiedere l’encore, dopo il finale tachicardico di questo pezzaccio, mi viene spontaneo di urlare: “Rock ‘n’ roll!”. La mia intenzione non era quella di fare richieste, ma Rock N’Roll era comunque la canzone che mi serviva per avere una serata perfetta: un’ode sfrenata all’“antidoto” definitivo per la mestizia, l’ansia e l’apatia che forse, senza accorgermene fino in fondo, mi portavo un po’ dietro al mio arrivo al concerto di stasera. Grazie davvero per quest’ultimo regalo.

È stato veramente bellissimo, ma purtroppo è solo mercoledì sera e tocca sbaraccare. Non lo penso solo io ma all’incirca tutti gli astanti. Da solo sono arrivato e da solo riparto, perciò dopo un paio di “ciao” tutti un po’ troppo esaltati a chi di dovere mi dirigo verso l’uscita. Non è neanche tardissimo e casa è abbastanza vicina, ma appena rientrato mi ritrovo davanti a un vecchio problema: adesso chi cazzo riesce ad addormentarsi subito? Ovviamente non io. Mentre l’euforia sbolle, penso al tour Cœur Rapide. Domani i due gruppi partono in Lorena: giovedì sera Metz, poi venerdì Strasburgo, sabato sera Nancy, domenica Lille. Beati loro. A inizio ottobre, scopro spulciando internet mentre sono steso nel letto, c’è pure un altro doppio tour: Le Cœur des Chatons, dove la band dell’Aveyron girerà per il Sud-Ovest insieme a nientepopodimeno che Radical Kitten (vediamo chi se ne ricorda)! Che figata. Mi viene in mente una canzone: I Wanna Be In Your Band di Johnnie Carwash. Porca vacca che emozione, domani c’è Johnnie Carwash in concerto a Parigi. E chi cazzo dorme poi?

Un giorno una di queste band mi farà scoppiare il cuore.