Anche se in moltissimi fra quelli che leggono già lo sanno, devo raccontarvi una cosa incredibile: sono andato a Las Vegas apposta per un festival di musica. Anche solo pronunciarla, questa frase, mi riempie di eccitazione e fierezza, mi fa sentire un avventuriero. La musica statunitense è la mia preferita in assoluto da che ne ho memoria ed è fin dagli inizi del liceo, se non prima, che io e i miei amici ogni anno ammiriamo diverse line-up di festival americani con la bocca sbarrata dicendo: “Madonna, ma com’è possibile?” e sognando di poterci teletrasportare a rassegne che riuniscono quantità di artisti del cuore smisurate. Per anni, è stato solo un sogno ad occhi aperti. Nel 2019, quando vivevo a St. Louis, una capatina nel sogno sono riuscito a farla e i due giorni che trascorsi a Chicago in uno dei migliori Riot Fest di sempre resteranno impressi nella mia memoria come alcuni tra i momenti più felici della mia vita: Violent Femmes, Hot Snakes, Descendents, Jawbreaker, Anthrax, Turnstile, The Selecter, Testament, Slayer, sono solo alcuni dei gruppi che potei vedere nella Windy City in sole 48 ore. Oggettivamente, quando mai ti può capitare in Europa?
Fu un’esperienza
indimenticabile e, purtroppo, effimera. Una volta tornato in Francia,
ricominciai a guardare i cartelloni di questi festival d’oltreoceano con gli
occhi trasognati e le labbra contorte in una smorfia di rassegnazione:
l’America è lontana, andarci costa molti soldi, e poi ci vuole tempo! Mica me
lo posso permettere, sono solo un povero studente. Passano gli anni, e l’idea
di andare a vedere tutti i miei gruppi del cuore raggruppati in un solo luogo
resta inarrivabile. Sono solo un povero neolaureato. Sono solo un povero
stagista. Sono solo un povero impiegato assunto da poco. Poi, in una notte
insonne di fine febbraio, appare sul mio Instagram la locandina di un festival
mai sentito prima: il Best Friends Forever. La lista di 39 nomi appena
annunciati per questa data a Las Vegas è un concentrato densissimo di artisti
che vorrei vedere una volta prima di morire: appoggiato su uno strato
solidissimo di alcune delle mie band preferite del post-hardcore e noise rock
degli anni ’90 e primi ’00, arricchito da una spolverata di nomi tra i più
seducenti dell’hardcore punk contemporaneo (in tutte le sue forme), c’è un
banchetto opulento composto da gruppi indie rock leggendari tutti più o meno
riconducibili a uno dei filoni musicali che mi hanno cambiato la vita: il
midwest emo. La portata principale, quella che mi fa venire il capogiro,
nemmeno sembra reale: la reunion che più aspettavo nella mia vita, i Cap’n
Jazz. La guardo e mi stropiccio gli occhi: no, non sto sognando. E proprio
mentre sto per dire: “mica me lo posso permettere, sono solo un…” mi accorgo
che no, a questo giro non ci sono scuse che tengano. Ho un po’ di soldi da
parte, poche ferie in vista e tutto il diritto di offrirmi questa vacanza negli
States. Più ci ripenso su, più mi accorgo che questa primissima edizione del
BFF è praticamente irrinunciabile. E non importa se, per quanto l’effetto wow
della line-up sia arrivato a molti, nessuno dei miei amici voglia accompagnarmi
in questa follia: sarà la scusa per fare il mio primo, grande viaggio da solo.
Una volta nella vita, bisogna provare.
Gli Stati Uniti un po’ già li conosco: sono stato in California da bambino, in Florida da ragazzo, a New York e nel Midwest negli anni dell’università. Questa parte del paese, però, mi è del tutto sconosciuta. E siccome stare in volo per quindici ore solo per vedere tre giorni di concerti e poi levarsi dalle palle pare brutto, per il dopo-festival ho preparato un piccolo “road trip” di una settimanina per andare ad ammirare le bellezze naturali della regione, una galoppata di circa 1500 chilometri che dal Nevada mi porterà a giro tra Utah e Arizona alla scoperta di parchi nazionali e riserve indiane, canyon e montagne, deserti e foreste.
Oramai che sono
tornato posso dirlo: è stato un viaggio bellissimo. Per cominciare, il Best
Friends Forever è stato ai limiti dello sconvolgente. Per carità, se andiamo ad
analizzare i criteri con cui tendo a giudicare questo tipo di eventi, un paio
di cose da rettificare ci sono. Il Downtown Las Vegas Events Center, ad
esempio, come venue non è niente di che: si tratta di uno spazio piuttosto
ampio con due ottimi palchi, ottenuto recintando alla bell’e meglio una delle
tante fratture urbane della città (con tanto di residui passati: cartelli
stradali, semafori, marciapiedi…), situato a due passi dalla vecchia striscia
di casinò storici del quartiere e tremendamente esposto al sole cocente di
questo territorio desertico le cui temperature sono arrivate sopra i trentacinque
gradi Celsius praticamente ogni giorno. L’organizzazione è stata rivedibile:
c’è stato, ad esempio, un nuovo “water gate” totalmente scollegato dai brogli
di Richard Nixon, quello della presenza incostante di acqua gratuita. La cosa
più criticabile del Best Friends Forever, però, per me resta una security
completamente schizofrenica sulle regole da applicare di giorno in giorno:
perdermi mezzo set di Rocket (giovane indie rock di ottimo livello, ricordano
un po’ i Ratboys) perché la domenica, per qualche ragione, entrare con uno
zainetto non va più bene, è stata una vera scorrettezza. La separazione dei
palchi in due zone, la sinistra per i normali e la destra per i VIP, per quanto
sia stata vivibilissima, è ontologicamente sbagliata. L’assenza di qualsivoglia
attività o attrazione che giustifichi i prezzi esorbitanti di tutto,
accettabili per il biglietto ma scandalosi per il bere (al punto da obbligarmi
a trasportare fiaschette di contrabbando nel Center), è però il malus
definitivo che mi porta a dire che il “modello BFF” può restarsene lì dov’è e
che non c’è nessun bisogno di importarlo. Ma alla fine, inutile dirlo, è la
musica che conta, ed a riguardo non posso dire proprio niente: sull’abbondante
trentina di ore totali di musica spalmate sul weekend delle quali ho usufruito,
di set che mi hanno lasciato indifferente li conto veramente sulle dita di una
mano, mentre per contare quelli che mi hanno completamente conquistato, di cui
alcuni che mi hanno proprio cambiato la vita, devo passare direttamente all’abaco.
Magari non si nota,
ma sono una persona di indole nervosa. Ancora una volta, viaggiare me l’ha
dimostrato: dopo le paranoie per ottenere l’ESTA (quel passaggio per Cuba nel
2018 mi ha fatto un po’ tremare), le insicurezze per connessioni abbastanza
strette a JFK e un planning in cui è sempre un attimo a sbagliarsi a prenotare
qualcosa, non c’è stato un giorno in cui almeno una piccola e intrusiva
paranoia mi abbia fatto visita: le avrò recuperate le chiavi della mia casa
francese dall’ultimo albergo?, il massimale della carta di credito mi basterà
per i prossimi giorni?, mi piglieranno al prossimo motel se arrivo tardi?, sono
solo alcune delle mille domande che possono affliggere quotidianamente il
viandante solitario che sono stato. Ma, per fortuna, ci sono due cose che
riescono a calmare tutte queste ossessioni: la musica, ovviamente, ma anche il
piacere che mi procura conoscere posti nuovi, esplorare territori e paesaggi
sconosciuti. E, se il Best Friends Forever Festival mi ha fatto dono di una
gran quantità di concerti che mi porterò nel cuore per tutta la vita, lo stesso
si può dire delle mie peregrinazioni tra Nevada, Utah e Arizona.
Faccio un paio di
calcoli: di luoghi che mi hanno segnato al punto da farmi venire voglia di
raccontarli ai quattro venti, ne ho in mente venticinque. Di set ai quali ho
assistito e che voglio condividere, sempre venticinque, paro paro. E
riguardando qualche foto ricordo, riascoltando qualche canzone, mi accorgo che
una sinestesia forse un po’ ambiziosa, forse un po’ giocosa, la posso osare: di
luoghi che assomigliano a concerti, e viceversa, ce ne sono stati diversi.
Magari sarà un esperimento fallimentare, ma quando l’occasione si presenta
bisogna provare e perciò, onde evitare la potenzialmente tediosa tiritera di
live report o peggio, un diario di viaggio esageratamente manierista, ho deciso
che vi racconterò rapidamente ognuna delle tappe del mio trascorso nel
South-West associando ognuna a un set del festival. Ecco dunque a voi
venticinque piccoli trafiletti che seguiranno l’ordine dei luoghi che ho
visitato, a ciascuno dei quali sarà associato un concerto. Non sono tutti i
luoghi che ho visitato, né tantomeno tutti i concerti che ho visto, ma soltanto
quelli veramente tanto degni di nota e di essere raccontati. In particolare,
tengo a precisare che gli unici set di cui parlerò sono quelli ai quali ho
assistito dall’inizio alla fine (care Momma, sappiate che spaccate, ma dopo
Drug Church e The Jesus Lizard era fisicamente impossibile starvi a vedere per
più di quindici minuti) e dei quali non ho mai parlato in queste sedi (cari
American Football, non me ne vogliate, è stato bellissimo esattamente come l’ultima
volta).
Un’ultima
precisione prima di cominciare: visto il formato poco convenzionale di questa
blog entry, vorrò allegare tante, tante foto, più del solito. Le immagini
saranno collage di un luogo e di un concerto e, proprio per questo motivo, non
avranno didascalie. Sono abbastanza ossessionato dall’idea di segnalare
costantemente il giorno e il luogo in cui ho fatto le mie foto, ma a questo
giro sarebbe veramente troppo farlo costantemente. Sappiate che tutti i
concerti si sono tenuti al 3rd Street (piccolo) o al BFF Stage (grande) nel
sopracitato Event Center di Downtown Las Vegas, tra l’11 e il 13 ottobre, e che
le foto ai vari luoghi turistici sono state fatte tra il 10 e il 14 ottobre per
quanto riguarda Las Vegas, tra il 15 e il 21 per tutti gli altri posti in Utah
e Arizona che citerò. In totale sono stato negli Stati Uniti dal 9 al 22
ottobre (e il primo e l’ultimo giorno sono stati essenzialmente dedicati al
trasporto aereo): due settimane scarse. Sembrano poche ma, fidatevi, sono
ricche di cose da raccontare. Let’s go.
***
1) Las Vegas - Karate
Il primo sguardo
alla città di Las Vegas lo do dal finestrino dell’aereo. Poco dopo, sforzandomi
di affaticarmi il più possibile per dormire una notte intera ed essere in forma
l’indomani, decido di attraversare la città in autobus e mi accorgo di quanto
il suo statuto di città “sui generis”, di oasi dell’edonismo, non intacchi il
fatto che il 99% del territorio di Las Vegas conservi tutte le caratteristiche
della classica e problematica pianificazione urbana americana: strade
gigantesche, edifici pre-modellati all’estremo, enormi parcelle di terreno
vuote, disposizione degli usi spaziali difficile da afferrare. Al di fuori di
due o tre quartieri dedicati quasi esclusivamente al business del gioco
d’azzardo, il “keno capitalism” della celebre Sin City non è dissimile da
quello di tante altre grandi città degli Stati Uniti.
Il giorno dopo lo
dedico interamente all’esplorazione della città. Per andare a comprare una SIM
prepagata mi faccio quaranta minuti di camminata, così, per vedere l’effetto
che fa. Ancora una volta, mi accorgo che in queste città gli unici che
camminano sono i disperati. Eppure è un momento tutt’altro che sgradevole:
oltre l’orizzonte, la vista di immense formazioni rocciose mi ricorda la
straordinaria bellezza naturale di questa parte di mondo; dall’altro lato,
l’intrusione degli edifici inutilmente alti della Strip (ivi compresa una Trump
Tower di colore dorato, tronfia come il suo proprietario) è come un monito
sulle smanie di grandezza dell’uomo; le chiese dalle ambizioni estetiche
inesistenti, i fast food e i convenience stores, gli improbabili uffici cubici
e gli sconfinati parcheggi mi ricordano l’ordinarietà delle vite che il sogno
americano ha voluto formattare. Nel suo squallore essenzialista, una
passeggiata nei quartieri non-turistici di Las Vegas ha un qualcosa di poetico.
Il set dei Karate,
che suonano in pieno giorno, prestissimo, non è troppo dissimile. La musica di
questa storica band degli anni ’90 è un indie rock molto soft, pieno di
influenze jazz e praticamente indefinibile: minimalista eppure virtuosistico, funkeggiante
ma inballabile, malinconico e al contempo lucidissimo. Con una delicatezza
brutale e senza troppi giri di parole, i tre signori di Boston montano sul
palco e suonano canzoni su canzoni la cui bellezza risiede proprio nel fatto
che la tecnica sopraffina dei musicisti è prestata unicamente al servizio di
sentimentalismi tutt’altro che aulici, ma anzi crudi come la vita quotidiana.
Ogni tanto, come nei grandi spazi vuoti che costellano la città, si aprono
spiragli di lancinante bellezza (l’outro della prima canzone del concerto, If You Can Hold Your Breath, è una delle pochissime incursioni di distorsione
veramente rock ’n’ roll). Ogni tanto, invece, partono riff buffi ma un po’
preoccupanti, come le scene grottesche che spesso si svelano ai tuoi occhi
girando l’angolo di un isolato (penso alle melodie di Diazapam o di Sever).
Ma il più delle volte, le canzoni restano tragicamente (nel senso più
filosoficamente alto della parola), e tumultuosamente, monotone.
L’avrete capito,
ormai: la musica dei Karate è ossimorica, almeno tanto quanto lo è città di Las
Vegas. In entrambe, sinuosi sottotesti sensuali convivono con la banalità
dell’esistenza. Il calore del deserto, come quello delle chitarre jazzose, è più
straniante che veramente intenso. In entrambe, la parola “ostico” che riaffiora
alla mente (una metropoli in mezzo al nulla, un rock quieto e calmo) è
inevitabile, ingombrante ma anche un po’ eroica. Passeggiando verso il Sud di
Downton, guardando le strade e la spianata di costruzioni essenzialmente
brutte, un europeo ha la tentazione di chiedersi: “Ma davvero ci vive della
gente qui?”. Seicentomila persone. Guardando tre uomini di mezza età che alle
due del pomeriggio suonano il set più scarno di tutto il festival, senza
artifici di scena e dalla spettacolarità ridotta al minimo indispensabile, la
domanda che può sorgere invece è: “Questo gruppo è davvero fortissimo, ma
davvero c’è gente che ha saputo apprezzarli, specie alla loro epoca?”. Ebbene:
i Karate sono il gruppo che ha ricevuto di gran lunga più “shoutout”, con
gruppi tra i più attesi che li hanno citati come influenze imprescindibili. E
del resto, nei discorsi di tanti musicisti sopra al palco, anche la città di
Las Vegas è stata l’oggetto di numerosissimi aneddoti, tra chi racconta di
esserci nato, di essercisi innamorato o persino sposato, di avervi preso
decisioni, giuste o sbagliate, ma pur sempre importanti.
Non è sempre il
sublime che genera l’arte. Spesso, la desolazione ci riesce meglio.
2) Caesars Palace - Rainer Maria
Non ha senso venire
a Las Vegas e non andare a vedere la specialità architettonica per antonomasia
di questa città, ovvero lo stile “alberghiero neo-barocco fasullo”. La mia
prima tappa è il Caesars Palace e ha veramente tutto quello che mi aspettavo.
Per prima cosa è insensatamente grande: non solo ha circa quattromila camere
(ci rendiamo conto?), ma anche una promenade pubblica, al chiuso, che è a dir
poco mastodontica. Dopo aver percorso a piedi tutta la galleria commerciale,
appropinquandomi verso il casinò (dove ho messo cinque dollari nella prima e
ultima slot machine a cui giocherò in vita mia) avevo le gambe stanche come
dopo una camminata in montagna e mi sono dovuto sedere per riposarmi. Qualche
minuto dopo, salito all’ultimo piano di nascosto per ammirare la vista dalle
scale di emergenza, mi sono venute delle vertigini che non pensavo di essere
capace di avere. La seconda cosa in cui il Caesars Palace non delude è il fatto
di essere stracolmo di decorazioni: non ci si annoia mai nello scoprire copie
di celeberrime statue romane assolutamente fuori posto (tra tutte spicca il
Laocoonte che orna la… fontana di Nettuno?), colonne monumentali che non
sorreggono niente di niente, o ancora affreschi pseudo-pompeiani che in certi
dettagli ricordano quasi i tratti raffinati dei Manaristi (gli artisti ispirati
da Milo, non quello dei Descendents). La maggior parte delle volte viene solo
da ridere assai, ma ogni tanto la nostra natura animale, che tanto ci sforziamo
di reprimere, viene allo scoperto: non c’è niente da fare, davanti
all’esagerazione non riusciamo a non meravigliarci. E davanti a certi saloni
imperiali sgargianti tra il negozio di Fendi e quello di Chanel, davanti a
certe balconate babilonesi dalle quali si affacciano turisti muniti di
bicchieroni da un litro di limonata alla fragola, malgrado tutto, mi arrendo
alla grandiosità delle trovate folli degli architetti e non posso fare a meno
di fermarmi e pronunciare un involontario “Wow…” di stupore.
Al concerto di
Rainer Maria, succede un po’ la stessa cosa. Sono molto curioso di vedere
questa band di fine anni ’90 che suona il midwest emo più puro e duro e che
esista, ma al contempo sento il bisogno di assistere a questo set rivestendo il
ruolo dello spettatore casuale. Se al Caesars Palace avevo evitato il più
possibile gli sguardi degli avventori e le interazioni umane di ogni genere,
gironzolando con fare vago e scattando poche foto, tutte in maniera un po’
furtiva, all’attesissimo ritorno del trio del Winsconsin me ne sto un po’
lontano dal palco e decido volontariamente di non socializzare con nessuno né
prima, né durante, né dopo il concerto. Qual è la ragione di questo moto di
anonimato? Probabilmente la consapevolezza del fatto che in fondo in fondo, un
po’ come il Palazzo di Cesare, anche l’Emozione del Mezzo-Ovest spesso e
volentieri un po’ una tabanata lo è. Bisogna essere onesti con noi stessi: gli
stilemi di questo genere, quando vengono portati al loro estremo, talvolta
possono rasentare i limiti del ridicolo. Gli artisti della corrente midwest emo
che mi piacciono di più, infatti, sono o “standouts” assoluti dal talento
compositivo superlativo (e a questo festival non ne mancano!), oppure band che
si allontanano dalle idiosincrasie un po’ pompose del genere, proponendo ora
uno stile un po’ più punk, ora più dream-pop, ora più math. Rainer Maria, con
le loro vocals che alternano note lunghe e straziate a coretti stonati, con la
chitarra che alterna tra arpeggini tristanzuoli e power-chords in minore spinti
da una batteria tutta crash, sono una band di pregevole fattura ma che
corrisponde anche al cento per cento a tutti i ben noti (e decisamente veri)
stereotipi sul “real emo” (e non quello della “D.C. emotional hardcore scene”,
l’altro).
La performance è
sentita e sincera, e anche se leggermente monocorde (come i loro album, del
resto) mantiene viva la mia attenzione durante tutta la sua durata, in parte
perché certe trovate compositive dal patetismo estremo sono “too much” e mi
fanno sorridere. Ma un po’ anche perché ce ne sono alcune che risvegliano la
famosa, sopracitata, natura animale. Quando verso la metà di Broken Radio
si accende il distorsore e la batteria va in half-time, o quando arrivano le
iconiche doppie voci lamentose di Breakfast of Champions, che ci posso
fare? La bocca, istintivamente, mi si spalanca in un “Wow…”. Non posso che dirmi
soddisfatto: del resto, “This is what I came for”.
3) Paris - Built to Spill
Vi faccio una confessione che, finora, era rimasta inedita: il peggior concerto della mia vita è stato un concerto dei Built to Spill. Per la precisione, il concerto in cui suonarono tutte le canzoni di Keep It Like A Secret al Primavera Sound nel 2019. Sia chiaro, per “peggiore” non intendo quello suonato in maniera più imprecisa (Doug Martsch è un vero guitar hero, e i brasileiros che si portava appresso di certo devono essere dei veri musi), né tantomeno quello con la musica più scadente (prima di questo concerto ero innamorato dell’album del 1999, lo ascoltavo di continuo, dopo quel set però mi passò la voglia). “Deludente” sarebbe una parola troppo debole per spiegare quel che fu per me, Tommy e Paolo la visione d’orrore di una band che, di quei brani iconici, emozionanti ed energici, propose un’esecuzione svogliata al punto da essere senza anima. Mi sentii profondamente offeso, e non tanto perché avevo pagato dei musicisti che non avevano voglia di stare lì a fare il lavoro più bello del mondo, ma per una questione ancor più di principio: perché l’indie rock, quella musica che ci fa sognare e in cui ci identifichiamo così tanto, poiché in fondo basta la forza dell’intenzione per farla arrivare dritta al punto, quel giorno fu rinnegato, vilipeso e infangato.
È con una certa
strafottenza, perciò, che arrivo davanti al palco dove suoneranno i non-coreani
BTS: via, vediamo se è una merda come ricordavo, se lo è me ne vado. Devo avere
la stessa esatta espressione nel volto quando, di fronte a un’imponente Tour
Eiffel in miniatura decisamente fuori contesto, mi appropinquo verso l’hotel
Paris. Non me la sentirei di dire che l’essenza della pariginità sia la cosa a
cui tengo di più al mondo, però l’eccessiva esoticizzazione della città in cui
vivo e che, tutto sommato, amo, penso che possa leggermente irritarmi. Nel mio
consueto girovagare per la Ville Lumière, non a caso, scanso il più che posso
la vista degli oggetti in vendita nei negozi di souvenir, oppure alzo gli occhi
al cielo quando vedo certe pose nei turisti che si fanno fotografare (top 3 dei
luoghi più fastidiosi a tal proposito: la Piramide del Louvre, seguita da
vicino da Shakespeare and Company e, primo per distacco, il Moulin Rouge). La
mia curiosità è un po’ malsana: non vedo l’ora di vedere a che punto non ci sia
fine al peggio.
Doug sale sul palco
e con lui, invece dei virtuosi sudamericani di stocazzo dell’ultima volta, ci
sono due ragazze. “Oh, è già un passo in avanti”, penso. Se devi ingaggiare dei
turnisti per suonare la musica di una band storica di cui è rimasto solo un
membro, puntare su delle musiciste donne è la scelta giusta, e non per discorsi
di eguaglianza o di quote rosa, ma perché hanno molta più fame, nell’accezione
sportiva del termine. “Beh, dai, quantomeno non si presenta male”, penso
mentre, avvicinandomi all’ingresso dell’albergo vedo che la facciata è
un’imitazione di un palazzo haussmaniano decisamente fedele. Entro nella hall,
il gruppo comincia a suonare. E non posso che ricredermi: contro ogni
pronostico, devo riconoscergli una certa classe. Nella grande sala del casinò,
il colore del tetto è esattamente lo stesso degli innumerevoli crepuscoli che,
nella mia città adottiva, hanno saputo emozionarmi. Un ponte sopraelevato,
costellato di lampioni perfettamente simili a quelli dei Lungosenna, attraversa
la stanza e, anche se non so dire se sia una riproduzione esatta di questo o
quel ponte, cavolo, mi fa tornare in mente ricordi di quando ero davvero a
Parigi. E devo dire che, anche se non l’ho mai ascoltato, pure There’s Nothing
Wrong With Love del 1994 suonato nella sua interezza (e con le canzoni nel
giusto ordine, così si fa!) mi riporta le sensazioni dell’indie rock che amo,
soprattutto perché la band che suona, sopra al palco, ci crede veramente. Sono
canzoni abbastanza semplici, dritte al punto, come la decorazione di questo
hotel che, dopotutto, non è poi così sopra le righe. Un tocco un po’
pirotecnico però c’è: la base della Torre Eiffel che buca il soffitto e viene
ad appoggiarsi sul pavimento, trovata surrealista da romanzo di Raymond
Queneau, è decisamente originale e strabiliante, e così è ogni assolo del buon
Martsch, che ha sempre modo di trovare effetti mai sentiti prima e picchi di
pathos davvero alti. Il culmine del concerto saranno senz’altro la commovente e
regressiva Twin Falls, seguita da una Some esplosiva, dedicate
dal frontman dei Built to Spill alla madre. Non lo dite a nessuno, ma mi ha
fatto venire un po’ di nostalgia di casa. Eppure, non sono partito neanche da
una settimana.
4) The Venetian - The Get Up Kids
Finiamo in bellezza la trinità degli hotel che imitano l’architettura europea con il Venetian, forse quello che, rispetto agli altri due, mi scandalizza di meno. Venezia, nella quale non metto piede da quando avevo circa sei anni, non ha nessuna sacralità ai miei occhi (a differenza di Parigi e dell’Impero Romano, al quale penso ogni giorno). Per i Get Up Kids, stessa cosa: li ho sempre considerati come una one-hit-wonder, e per un periodo quando ero all’inizio inizio dell’adolescenza (quando facevo nuoto, tipo) ho anche ascoltato Something to Write Home About (1999) con una certa assiduità. Ma, non me ne voglia nessuno, l’emo novantiano arricchito con una spolverata di pop-punk radiofonico negli anni mi ha sdubbiato sempre di più, fino a portarmi a decretare che il sound dei missouriti (Kansas City è in Missouri, adesso sapete una cosa in più), alle mie orecchie, è un po’ facilone e persino puerile. Nel più lungo termine, addirittura, ha vinto il pop-punk radiofonico arricchito con una spolverata di emo novantiano. La settimana prossima, al When We Were Young, in mezzo a un puttanaio di gruppacci metalcore o di imitatori dei My Chemical Romance, ivi compresi i My Chemical Romance, ci sono dei redivivi Saves the Day che suonano Through Being Cool (1999 pure lui). Li avrei scambiati con i Get Up Kids senza rimpianti, ma penso che la percentuale di persone d’accordo con me nel Downtown Event Center non arriverebbe alla doppia cifra. Si accende lo schermo e in un tripudio generale il sospetto di tutti si avvera: il quintetto, eccezionalmente, stasera ci suona il loro grande classico. Vediamo un po’ se mi ricorda i vecchi tempi.
Per entrare dentro
al Venetian si passa sopra a un finto Ponte di Rialto che sorvola un’enorme
piscina dove, di fronte alla facciata venezianissima del palazzo, scorrazzano
le gondole. Nella galleria commerciale e nel casinò, il principio è lo stesso:
sotto a un finto cielo azzurro si districano canali e ponticciuoli, finestrelle
della Serenissima a filo d’acqua e imbarcazioni che transitano, spinte dai remi
di intrattenitori che cantano ridicoli adagi italiani (O Sole Mio,
tipo). Rispetto alle grandeurs del Caesars e alle soffuse e insperate eleganze
del Paris, quelle del Venetian sono le follie architettoniche vegassiane che mi
sorprendono di meno. Se uno ragiona di pura e fredda logica, non è un granché
sensato: il sistema di ponti e canali, portici e negozi è di gran lunga la cosa
più ambiziosa che ho visto nei grandi hotel di oggi. Ma cosa ci posso fare: non
è veramente il mio stile, immagino?
Il concerto dei The
Get Up Kids è esattamente uguale: stanno veramente spaccando il culo, suonano
da dio, ancora meglio che sul disco. L’energia è alle stelle sopra e sotto al
palco, il pubblico in visibilio. E il concerto pure io me lo stragodo, ma senza
mai passare al livello successivo in cui il tripudio mi assorbe. Gli highlights
del set? Sicuramente le prime canzoni, le più dinamiche e divertenti (Action
& Action si fa ancora ascoltare con piacere, dai), e poi la sensazione
di rivedere l’immagine di me che “ho 15 anni e con le mani in tasca sto
tornando a casa anch'io e in faccia ho freddo mentre sotto alla mia giacca sudo
e ho un groppo in gola ma non so perché, adesso non ricordo più perché”.
Sarebbe bello poter dire che è “l’unica vera nostalgia che ho” ma sono di un
brillo andante più cazzaro che emotivo e su My Apology mi viene in mente
un video storico che girava sui forum quando ero un ragazzino-ino-ino
intitolato: “The worst song that you can ever dedicate to your girlfriend”
(oltretutto prodotto da un italiano, tale Emiliano Negri, che l’inglese proprio
non lo sapeva parlare). Ho recuperato quel video e, porca vacca, è strabiliante
quanto non faccia più ridere. In compenso, mentre sento la voce lagnosa del
buon Matt Pryor, mi riaffiora quel vecchio verso iconico cantato con la stessa
cadenza: “Like Lisa Ann you taught me that there are more ways to pay the pizza
guy”. E in quel momento, la Pabst Blue Ribbon che sto bevendo quasi mi esce
dalle narici.
Dentro al Venetian,
stessa cosa. Ripenso alle vacanze a Venezia coi nonni e mio fratello, vent’anni
fa ormai, e non mi vengono in mente la bellezza dei palazzi, dei ponti o dei
canali, ma il passatempo che noi bambini avevamo trovato mentre eravamo lì: quello di giocare
a guardare i numeri dei taxi-motoscafi nella speranza di trovare l’1. Ogni
volta che ce n’era uno più basso del precedente ci emozionavamo, e mi pare che arrivammo
al 3. Mi viene l’istinto di mandare un messaggio commemorativo su Whatsapp a mio fratello,
ma poi me lo tengo per me, così come mi tengo per me i video umoristici pieni
di battute sconce che hanno marcato l’inizio dei miei teenage years. A volte il
“nostalgia act” non ti riporta al passato che ti aspetteresti.
“Ganzo. Però mi
basta, grazie”, mi dico mentre esco.
5) The Punk Rock Museum - Jawbox
Se siete a Las Vegas e non avete niente da fare, il Punk Rock Museum è veramente imperdibile. Questo museo ricchissimo di fotografie, poster ed oggetti di tutti i tipi che è venuto fuori dalla collaborazione tra diverse eminenti personalità del mondo della musica (uno di questi è Fat Mike: mai stato fan dei NOFX ma infinito rispetto) non solo merita l'esoso prezzo del biglietto, ma anche almeno due ore del vostro tempo. Io, da ossessionato del genere, ce ne ho schiacciate tre. Mi sono divertito, esaltato, commosso e acculturato: dalle casse posizionate in ogni sala escono in continuazione canzoni del cuore, e ognuna delle sale racconta storie indimenticabili, con un’attenzione unica sia all’impatto emotivo dei pannelli di testo e delle scelte galleristiche, sia all’accuratezza storica e critica delle narrazioni. Ovviamente ho voluto massimizzare ogni centesimo del mio investimento scattando cinquecentomila foto, e non solo alla memorabilia dei miei gruppi preferiti (ci sono gli occhiali di Milo Auckerman e la prima tiratura della "Bonus Cup", con tanto di ricetta), agli oggetti più improbabili (l'ultima busta di marijuana appartenuta a Joe Strummer, che ci crediate o no, è ancora mezza piena), o ancora alle photo-op più irresistibili (che non la fai un'imitazione di Billie Joe Armstrong dentro al set fotografico originale della promo di American Idiot?), ma anche e soprattutto ai numerosi riferimenti a gruppi sconosciuti che hanno influenzato i grandi, alle copertine delle zine di culto strapiene di nomi esotici, ai flyer di concerti storici pieni di opening act suggestivi. L’unico museo del punk rock al mondo (sembra incredibile, ma è così) non mi ha quindi solo regalato un momento di meraviglia, ma mi ha anche offerto un personale, piccolo archivio da un andare a spulciare le prossime volte che mi tornerà il voglino di ascoltare del buon punk dei tempi che furono.
Sui trentanove artisti presenti nella line-up del Best Friends Forever,
gli unici che appaiono in maniera consistente nella vasta collezione sono proprio
i Jawbox. E quando uno li vede sul palco è impossibile non capirne il perché. I
quattro, il significato della parola punk lo incarnano in tutto e per tutto: una
fratellanza che si intuisce anche solo dal modo in cui suonano (è dal 1989 che
sono essenzialmente sempre loro, e basta spulciare Wikipedia per vedere che
gliene sono successe di ogni); la voglia inestinguibile di spingere il volume a
livelli da mal di testa e l’eroismo di continuare a portare avanti una musica
che, da suonare, dev’essere tra le più stancanti al mondo (dopo la prima
canzone J. Robbins è già rosso come un pomodoro, con le vene in rilievo sul
collo); soprattutto, la forza di aggredire l’ennesimo concerto con una fotta
unica ma senza presunzioni di teatralità, con la tenacia anzi del mostrarsi
persone normali al fine di dimostrare che il punk, se ne hanno voglia, possono
farlo tutti (la bassista porta una maglietta con scritto “There’s nothing more
punk than a public library”). Chiamiamolo, se vogliamo, nostrismo.
Il concerto dei Jawbox al Primavera Sound 2022 fu fiero in tutti i sensi
(sia quello omerico, sia quello zeb-ottantanovico) e, anche se la platea non si
indiavolò più di tanto, la band di Washington, DC fu apprezzata da tutti
all’unanimità. Forse, mi dissi, il pubblico europeo non conosce molto bene le
loro canzoni e negli Stati Uniti parte il degenero. Era, del resto, quel che mi
era accaduto al momento della doppia esperienza coi loro confratelli Jawbreaker.
Invece, sorprendentemente, non appena parte (e nonostante parta proprio) FF=66,
nessuno degli astanti comincia a spingere gente a destra e manca. Forse è
perché in fondo la musica dei Jawbox, pur essendo punk al cento per cento, ha
una raffinatezza artistica talmente elevata che vien più voglia di ascoltare
attentamente che di buttarsi nella bolgia, forse è perché questi quattro eterni
giovani giunti alla mezza età sono talmente “nostri” che è inevitabile restare
immobili ad ammirarli come se fossero monumenti. È un problema, che nessuno
poghi? Certo che no: in tutta la loro abrasività, cattiveria agonistica e
perseveranza, i Jawbox si dimostrano comunque, e per un’ennesima volta, una
live band con le palle quadrate. Il susseguirsi di canzoni delle quali molte a
cui sono affezionato (Mirrorful o Jackpot Plus!, per dirne giusto
un paio), perciò, lo vivo un po’ come ho vissuto la mia visita del Punk Rock
Museum: cantando ritornelli, scuotendo la testa e saltellando sul posto,
spalancando la bocca più di una volta e sorridendo in continuazione. Quando,
alla fine, parte Savory, mi sento come all’uscita del percorso museale: grato
di aver appena osservato da vicino un pezzo importante della storia della
musica che amo.
Una delle ragioni per cui amo il punk è perché, anche nei suoi momenti
più trionfali, non è mai qualcosa di lontano, intoccabile e irraggiungibile
come il divismo delle grandi pop o rockstar. È, anzi, un’arte e una maniera di
fare arte che resterà perennemente umile e vicina ai suoi ammiratori. Non ho
beccato i Jawbox a giro per il festival ma, in un moto di vera gasazione alla
vista delle foto del set sulla pagina Instagram del festival, scrivo un
commento che recita “FF=66 🔥”. Passano pochi istanti e la leggendaria
Kim Coletta in persona mi mette un mi piace di quelli che andrebbero
incorniciati. Un po’ come, gironzolando per l’ultimo piano del Museum (dove c’è
una stanza puoi suonare il basso di Karl Alvarez e la chitarra di Pat Smear!)
vedo uno spazio espositivo in corso d’opera pieno di grafiche di quei Turnstile che,
se avete letto i miei live report estivi, sapete che ho già dipinto come icone
generazionali dal messaggio salvifico. Chiedo al tizio che sta allestendo la
stanza se sia una futura mostra sui Turnstile e mi fa, timidamente: “Well, it’s
about my art…”, al che con gli occhi strabuzzati, gli dico: “Wait, you made the
artworks for Turnstile?” “Only the T.L.C. single”, risponde con modestia. Che dire se non: mecojoni.
6) Fremont Street
Experience - Everyone Asked About You
La prima band dal
nome roboante a suonare al Best Friends Forever sono gli Everyone Asked About
You, alle una e quaranta del pomeriggio del venerdì. “It’s obviously for crowd
control reasons, you know”, mi dice un tizio di Salt Lake City con gli occhiali
da sole e il cappello da pescatore, che si atteggia a Bear Grylls della musica
dal vivo, “They schedule some bands like them or Karate to bring people in
early”. Ha senso: un sacco di gente vuole vedere gli Everyone Asked About You!
“Yeah, makes sense”, gli dico mentre sorrido e annuisco, camuffando il fatto
che, fino a tre settimane fa, non avevo idea di chi fossero. È stato un
messaggio del mio screamo-brother brianzolo a farmi venire voglia di
approfondirli più del resto della line-up: Matteo in un’anonima giornata
piccarda di settembre mi manda un loro pezzo con la semplice caption: “Reric
music”. Ascolto ed è vero: la musica di questa esoterica band morta quasi sul
nascere (1996-1998, la lifespan di un Tamagotchi) e poi ritornata alla ribalta
a sussulti negli anni 2020 è: scassona ma trillante, lo-fi ma in-your-face,
ricercata ma mai inutilmente complessa e soprattutto, cosa indispensabile
perché l’emo riesca a penetrare il mio cuore di ghiaccio (scherzo), melancolica
e finanche triste ma sempre speranzosa e finanche allegra.
“O quanta roba
c’è?”, pronuncio ad alta voce mentre varco le soglie del cartello “Fremont
Street Experience” due isolati oltre lo squallido agglomerato di stanzacce che
mi albergherà durante il mio sbrigativo soggiorno a Las Vegas. Sopra alla mia
testa, una copertura di led trasmette immagini psichedeliche e la gente si
butta giù da una torretta appesa a una funicolare. Ai lati, l’insegna di ogni
esercizio commerciale esclama con prepotenza i nomi di tutte le cose legali (e
anche un paio delle cose illegali) che producono piacere e nuocciono alla
salute. Per la strada, avventori di tuttissimi i tipi si districano in una
giungla di intrattenimenti dei più disparati: musicisti, maghi, ballerini,
comici, mimi, animali, modelli. È solo una strada, certo ma sembra racchiudere
in sé l’intera commedia umana.
Quando gli
attesissimi Everyone Asked About You montano sul palco non sono l’unico a
pensare che sei musicisti, per suonare una musica priva di grandi esuberanze
strumentali, sembrano troppi. È una sorpresa ancora più grande per il mio udito
sentire che il loro sound è comunque incredibilmente sottile, il volume quasi
bassino, e non per i difetti tecnici dell’impianto ma perché solo così si
riescono a carpire tutti i dettagli delle canzoni. E in queste canzoni,
credeteci o no, c’è, se non la commedia umana, quantomeno quella dell’emo:
lentezze slowcore, sfuriate punkeggianti, trovate math, groove sfiziosi,
romanticismo da power-ballad, folkeggiate gratuite, pop e stonature, urla e
sussurri (spesso nella stessa canzone: ascoltare l’EP omonimo del ’97, in
particolare It's Days Like This That Make Me Wish the Summer Lasted Forever,
per credere). Forse, negli ascolti automobilistici un po’ distratti a giro per
il Vimeu, avevo un po’ sottovalutato l’estrema completezza del songwriting di questa
band, eroi dimenticati di un movimento artistico che, quasi trent’anni dopo,
vive il suo momento di gloria terrestre. La “locura” di Las Vegas me la sono
immaginata mille volte ma solo adesso che mi appare davanti agli occhi posso
capire cos’è veramente avere scene senza senso che ti appaiono davanti agli
occhi ovunque tu guardi. E solo adesso capisco che cos’è l’emo anni ’90: una
tempesta di sentimenti talmente esagerata che esplode come una granata e che
spara frammenti da tutte le parti. Lo spettacolo che mi si para davanti a
Fremont Street sarebbe quasi asfissiante al punto da farmi girare i tacchi, se
non fosse per un solo un elemento che rende rassicurante l’eccessivo: la luce
artificiale. E nel concerto degli Everyone Asked About You, questo ruolo lo
riveste la voce di Hannah Vogan, che dà un tono twee e innocente all’insieme, rendendo
accesi e avvolgenti i colori di un maelstrom musicale tanto potenzialmente
depressivo quanto i vizi di Fremont sono potenzialmente pericolosi.
L’esibizione, così
come la mia unica serata extra-festival a Fremont (nonché l’unica in cui ho
giocato al casinò), sono state entrambi piuttosto brevi. In entrambe sono
successe cose devastanti, oggettivamente dolceamare ma esilaranti e che è
meglio non raccontare. Da entrambe esco perdente, e contento di essere
perdente.
7) Riverside Walk - Phony
Finalmente un po’ di natura. Il festival è finito, mi sono lasciato le luci della città alle spalle e, dopo una traversata mistica del deserto del Nevada al tramonto e la prima notte in un albergo decente, sono arrivato allo Zion National Park. Non senza qualche tribolazione: c’è tanta gente e poco parcheggio, ho lievemente tamponato un crucco e ho dovuto prendere due fottuti bus navetta. Ma finalmente sono qui, nel punto finale della strada che costeggia il Virgin River (midwest emo enough?) e si insinua nella verdeggiante vallata. Scendo al capolinea dal nome più mistico della storia dei mezzi pubblici: Temple of Sinawava. Da quant’è che non vado a fare un vero trekking? Anni, probabilmente, eppure è una delle mie attività preferite. Con addosso una sensazione di freschezza ed eccitazione, mi incammino nel primo sentiero, la semplicissima ma iconica Riverside Walk, breve passeggiata verso le profondità, sempre più strette, del canyon.
Se per raccontare
quel posto strano, brutto e interessante (in parti uguali) che è Las Vegas
finora ho citato solo band relativamente importanti e attese al varco dalle
orde di nostalgici che per tre giorni hanno popolato Downtown, le band “grosse”
o “storiche” che dir si voglia, le band che suonano sul main stage insomma,
adesso è il momento di parlare di gruppi emergenti che hanno suonato al palco
minore, quel 3rd Street Stage così esteticamente appagante, con il marciapiede
sul lato sinistro per avere una vista rialzata, dove ogni tanto ad altezza
strisce pedonali parte un bel pogo, quel palco dove se vuoi riesci sempre a
vedere da vicino, ma dove si vede bene anche da più indietro. Se l’aria pulita
dello Utah mi ha portato un nuovo pimpante benessere, il profumo di pontatine
che viene su da questo simpatico stage è anche lui fonte di queste curiose
buone vibrazioni. Mi ci reco, a inizio pomeriggio, con l’incedere sorridente di
Russel, il boy-scout del film Up.
Due scarpate
rocciose a picco ingioiellano un sentiero quasi tutto in piano che è largo e
solido come un’autostrada. La camminata è talmente facile che sembra un
tutorial: per cominciare, niente di meglio. Ma anche se dal punto di vista
sportivo, quello che obbliga i trve montanari a creare categorie di difficoltà
manco fossimo su Rateyourmusic, siamo al livello di una passeggiata ai
giardini, la natura e il paesaggio sono talmente quelle dell’immenso parco
naturale che sembra di partire verso una grande avventura. La performance dei
Phony (che sarebbe un progetto solista, ma io non lo so e quel che vedo sono
quattro bei ragazzotti che più americani non si può) è anch'essa facile da
approcciare: il loro è un indie rock moderno, pestone e grungeggiante ma non
privo di gustose virate shoegaze, abbastanza “da libro di scuola”
(rigorosamente pubblicato dalle Edizioni Mascis). Non dico che sia musica
banale ma che, pur non vivendo negli States, dove questo stile prospera, di
gruppi con lo stesso modus operandi ne vedo almeno uno al mese. Eppure. Eppure c’è
che la maniera di cantare di Neil Berthier, lamentosa ma pugnace, conferisce a
ogni canzone una sua piccola grandiosità, c’è che l’intensità risoluta che ogni
strumentista mette sul tavolo rendono il tutto suggestivo. Una canzone come Card in a Spoke, che di emo ha solo delle piccole inflessioni, suona quasi come una
versione più leggera, per quanto energica, delle magnas disperationes di altri
artisti presenti sulla line-up. Non è spiacevole affatto.
Dopo meno di
mezz’ora di cammino il sentiero termina in un guado acciottolato che si inoltra
al di là dei limiti conosciuti, verso The Narrows, porzioni di canyon che si
possono ammirare solo al costo di bagnarsi. I più coraggiosi indossano tenute
impermeabili ed entrano nell’acqua gelida del Virgin River. Oggi per me non
sarà il giorno, ma la vista di questa piccola e audace carovana ha il suo
perché. È come se intravedessi le bellezze estreme ed esclusive che si celano
dietro alle rocce che ostacolano la vista. E pure all’ascolto di SUMMER’S COLD, rassicurante nei suoi ritmi quasi jangle pop, da ascoltare
frescheggiando sotto il sole con una birretta in mano, osservo l’orizzonte dal
sentiero sicuro e accogliente dell’indie rock e intuisco, al di là, un’essenza
emocore pura, cruda, dolorosa, scura e brillante come una roccia di ossidiana.
Ma ogni tanto va bene anche restare a guardare dai margini.
8) Scout Lookout - Boyfriend Sushi Town
Sono venuto allo Zion National Park leggermente impreparato. Evidentemente, non avevo del tutto compreso il dépliant di presentazione che si trova su internet e pensavo che il sito turistico fosse molto più piccolo di quel che è, che si potesse andare a piedi dai Narrows fino all’ingresso del parco in poche ore, che fosse quella la principale attrazione turistica. Un cavolo: la navetta è indispensabile e le sue varie fermate non sono luoghi di interesse o monumenti, bensì punti di partenza per sentieri di varia natura. Una cosa, per fortuna, la so: il più arduo, iconico e spettacolare è il West Rim Trail, che poi è l’unica camminata che mi sono promesso di fare a Zion. In pochissimi osano percorrere tutto il Trail nella sua interezza poiché ci vogliono almeno due giorni, ma l’ascesa verso Scout Lookout, punto d’osservazione che domina la vallata, si fa in tre orette ed attira numerosi turisti nonostante sia descritta come una delle più dure del circuito.
Seppure sia quasi
mezzogiorno, il sole batta forte, non porti il cappello e la pendenza non
guardi in faccia a nessuno, non appena attacco il sentiero mi rendo conto che
lo sto aggredendo con grande caparbietà. Mi si dipinge sulle labbra quel
sorriso di sfida tipico dei close-up laterali negli anime giapponesi: cazzarola,
finalmente torna nella mia vita del trekking come dio comanda. Il venerdì al Downtown
Events Center fa caldissimissimo e, qualche minuto prima che salgano sul palco i
Boyfriend Sushi Town, ho la stessa espressione maliziosa. Dopo un set di
apertura abbastanza anonimo (From Indian Lakes, che non si sa chi siano ma si
sa da dove vengano), il set della “local band” che più mi interessa
nell’edizione è il vero inizio della festa che mi sono regalato oggi. Una cosa
va detta: anche al Best Friends Forever sono venuto un po’ impreparato e ho
esplorato pochissimi nomi scritti in piccolo della line-up. È una problematica
comune nei festival troppo “stacked”: oggi ci sono American Football, The Dismemberment
Plan e Cap’n Jazz, il resto è praticamente un bonus. Boyfriend Sushi Town però,
forse per il nome divertente o forse perché erano gli ultimissimi nella
line-up, me li sono andati a spizzare mesi fa e da allora sono rimasto molto affezionato,
in particolare, al loro album di debutto Rufus (2021), una busta di di
caramelline indie folk e slowcore rivestite di midwest emo da divorare senza
nemmeno avere appetito, talmente sono autunnali, timide, giovanili, vive,
toccanti.
Avendo ascoltato i
dischi per un paio di mesi, mi aspettavo di trovarmi davanti dei ragazzi a
immagine e somiglianza della loro musica e infatti la mia prima reazione è
quella di dire alla bellissima ragazza che sta leggendo questo post: “Wait,
what? They’re actually jocks!”. Che ridere, gli autori della musica più fragile
e sensibile ascoltata ultimamente (escluso il violinista, lui è esattamente ciò
che mi aspettavo, nostro) hanno l’aspetto dei fighi della squadra di football.
E anche la loro performance, in un certo senso, è abbastanza muscolare: le
canzoni con una distorsione importante sono preferite ai pezzi folk più
delicati presenti sia su Rufus sia sul successivo Player del 2023, album sempre
ottimo ma più deciso e perciò meno affine al mio gusto. Certo che però beccarsi
dritto sul muso il muro di suono di un pezzone come Ski Mask o deformare
l’ugola con le urla di River (“You left me there, in the middle on nowhere…”)
è veramente un’emozione intensa come quella di confrontarsi con la salita a
picco verso le cime rossastre. E le sorprese, sia nel mio cammino verso il
cielo, sia nel set dei ragazzi dello Utah (che questo sentiero devono averlo
percorso più di una volta), non mancano. Dietro la prima, ostica, mulattiera,
una camminata ombreggiata sulla fiancata del massiccio che delimita una valle
nascosta e strettissima offre un momento di incanto come la dolcissima intro
acustica di Finders Keepers, che parte a sorpresa dopo i pezzi rock più robusti
del set e scioglie il cuore di tutti i presenti con i suoi inquieti e
memorabili riff di violino.
Arrivati finalmente
in cima la vista è veramente magnifica, e permette di cogliere al meglio la
diversità e la grandiosità delle innumerevoli formazioni geologiche che mi
circondano. Quando il concerto finisce e applaudo con tutte le mie forze, allo
stesso modo, mi accorgo di aver appena ascoltato il meglio di ciò che la musica
emotiva americana ha da offrire oggigiorno. Anche se non erano affatto come me
li aspettavo, questo trekking e questo set mi hanno fatto innamorare dello Zion
e della musica di Boyfriend Sushi Town. L’unico rimpianto: che il set sia stato
un po’ breve e non abbia permesso di mettere in mostra tutti i piccoli
capolavori di questa promettentissima band.
Dallo Scout Lookout
parte una via, in parte ferrata, che attraversa un crinale di montagna sottile
e affilato come una lama di rasoio per culminare all’Angel’s Landing, la vetta
più alta del centro del canyon. Mi dico: “Perché no?”, ma un ranger appollaiato
su un masso mi chiede se ho uno speciale patentino necessario per essere
ammesso. Non sapevo che servisse e quindi devo rinunciare. Non è poi così
grave: quello di Angel’s Landing è un trekking difficilissimo, tra i più
mortiferi degli Stati Uniti, sconsigliato in solitaria. Non escludo che un
giorno lo proverò, né che rivedrò Boyfriend Sushi Town in tutta la loro
grandezza. Greatness can wait.
9) Emerald Pools - Hello Mary
Grazie alla stilosissima e intramontabile tecnica del passo balzato (If You Know You Know) ho ridisceso il West Rim Trail in grande efficacia e rapidità. Ho ancora quasi tutte le mie forze ed è ancora abbastanza presto: c’è ampiamente il tempo per un ultimo sentiero. Opto per il Kayenta Trail, che con un paio d’ore di cammino in più mi può portare alle Emerald Pools e infine ricongiungermi con una fermata dell’autobus un po’ più vicina al Visitor Center. Che cosa sono le Emerald Pools? Non ne ho la più pallida idea, ma il nome promette bene. E anche Hello Mary, come nome, trovo che prometta bene: le band che decidono di affibbiarsi un nome proprio un po’ banale, in ogni caso, saranno sempre beniamine di Stereo Totale. Che musica facciano, però, non lo so. Quel che so è che è sabato mattina e che ieri sera prima, durante e dopo i Cap’n Jazz ci sono stati importanti bagordi: insieme a un gruppo di nuovi amici sud-californiani siamo pure andati a farci una cena dell’una di notte da Denny’s, la catena di diner definitiva; c’era anche il violinista dei Boyfriend Sushi Town, a cui ho stretto la mano troppo forte mentre aspettavo il mio pollo fritto con gravy. Stamani pensavo perciò di svegliarmi rintronato e invece mi sento benissimo, un po’ come mentre imbocco un nuovo, lungo sentiero nonostante mi sia appena preso sulle gambe un seicento metri di dislivello tra anda e rianda. Butto giù un’ottima piattata di tacos piccanti prima ancora di mezzogiorno e alle 12:30 sono già sotto al palco.
Su un sottofondo
ambient tattico (ultima volta che affronterò la questione ma noto che l’ambient
pronta all’uso per intro, outro e intermezzi ultimamente va di gran moda; non
so se mi sento di dare la mia benedizione a questa nuova tendenza) arrivano
finalmente le Hello Mary: tre ragazze giovanissime dallo stile un po’ dark. Cominciano
a suonare Float e, con piacere, scopro di cosa si tratta: un dream pop
leggiadro e decisamente cupo che fa salire una brezza fredda anche in una Las
Vegas assolata e afosa come non mai. Farsi avvolgere da questa musica ombrosa e
dolce è un po’ come camminare a ritmo spedito, con le gambe ormai
anestetizzate, nell’ultimo sentiero della giornata, boschivo e circondato da
vette soverchianti. Non è un sentiero difficile né pericoloso, è anzi piuttosto
gradevole, non richiede particolare concentrazione e permette di perdersi nei
propri pensieri. Una domanda di sottofondo però rimane: dove sta andando a
parare? Quando arriva il finale della canzone, ecco finalmente la risposta: la
frontwoman Helena Straight accende il distorsore e subito davanti a noi si
innalza un muro di suono dei più granitici dell’edizione. Poco dopo, quando
parte un breakdown di basso e batteria talmente vibrante da farmi drizzare i
capelli (l’ho ritrovato: 0%), è ormai evidente che il trio newyorkese,
dietro a una facciata di sofisticazione compositiva, cela ancor più nobili
obiettivi di sconquasso allo stato puro.
E queste Emerald
Pools, alla fine? Ovviamente sono solo pozze d’acqua, nemmeno particolarmente
trasparenti o profonde. Se uno guarda alle polle in sé, non è un paesaggio così
unico od originale. Pure i riff e le ritmiche delle canzoni di Hello Mary non
sono niente di nuovo, Knowing You ad esempio suona come una ballata indie
abbastanza tradizionale, ma quando a un certo punto arrivano le testure
densissime del fuzz della chitarra è impossibile non venire soggiogati e
spalancare la bocca. Mentre guardo l’acqua e noto quel che vi è riflesso, alzo
gli occhi e mi trovo davanti alla parete rocciosa più imponente che io abbia
mai visto in vita mia: la visione di questa gigantesco costone di pietra rossa
e liscissima è un po’ alienante, un po’ sensuale. È una contemplazione nella
quale vale la pena attardarsi, così come anche il pubblico accorso ad ascoltare
queste nuove promettenti shoegazers non disdegna di perdersi nelle lunghezze di
questa outro potentissima che altro che brezza, ormai è diventata una tempesta.
I set di inizio giornata purtroppo sono sempre slot brevi e pure questo non è
da meno, ma è bastato per cominciare già a spettinarci: il sopracitato Salt
Lake City man mi fa: “That was a good start” provando a dissimulare spavalderia ma noto subito che è bello rintronato dalla scarica appena ricevuta. Anch’io
dopo un’ora supplementare di cammino nella pampa adiacente al Virgin River mi
riallaccio alla strada principale e finalmente raggiungo la mia Toyota. La mia
visita dello Zion National Park finisce qui: poso il mio zaino sul sedile e
distendo un po’ le membra. Anche per me, nell’insieme del mio “hiking trip”, è
solo l’inizio. Ma la botta di meraviglia che ho appena subito è già una di
quelle che stordiscono sul lungo periodo.
10) Navajo
Loop - Cap’n Jazz
Il Bryce Canyon non
è la ragione ultima e definitiva per la quale ho deciso di partire verso Est
dopo il mio soggiorno a Las Vegas, ma poco ci manca. Ho sempre sognato di
andarci perché, fin da bambino, ho sempre notato una scintilla particolare
negli occhi delle persone che l’hanno visitato e che me lo raccontano, in
particolare mio nonno, che mi legge spesso e che saluto. Quando accendo la
macchina e comincio a dirigermi verso Bryce Canyon City, dove passerò la notte,
la sensazione che provo è quella di star raggiungendo una piccola tappa della
mia vita che, prima o poi, doveva venire a compimento. La cosa più bella delle
“milestone” della vita non è solo il traguardo in sé per sé, ma anche la strada
che si fa per raggiungerle: la Utah State Route 9, che collega lo scosceso parco
di Zion con la pianeggiante Route 89 (che va dal Messico al Canada,
dall’Arizona al Montana), è forse la strada più bella che io abbia mai percorso
in automobile: un sinuoso passo di montagna pieno di scorci sul canyon, tunnel
nella roccia, “mesas” sull’altipiano e, infine, una discesa nella suggestiva
vallata del Mount Carmel. Quella del venerdì 11 ottobre 2024 al Best Friends
Forever, dal canto suo, è stata una giornata piena di incontri e di momenti
speciali da condividere con persone provenienti da tanti luoghi diversi, tutte
con caratteri e stili differenti, ma che in comune con me hanno una cosa
importantissima: il fatto di essere cresciuti con la musica dei Cap’n Jazz.
È abbastanza
presto, la mattina, quando dal parcheggio mi dirigo verso il Sunrise Point. Non
è proprio l’alba, ché a quell’ora il parco è ancora chiuso, ma il sole è ancora
basso. Appena arrivo sulla piattaforma di osservazione la vista che mi si para
davanti è talmente mozzafiato che quasi non sembra reale: il canyon dalle mille
sfumature arancioni e rosate si estende a perdita d’occhio, frammentandosi in
innumerevoli pinnacoli rocciosi, gli “hoodoos” (il termine geologico italiano per
queste strutture, simili a quelle che ho visto anni fa in Cappadocia, è “camini
delle fate”). Il panorama è quasi extraterrestre ma la vallata ha un aspetto
tutt’altro che ostile: il suo fondo è coperto di alberi e i suoi pendii dolci sono
anzi accoglienti e invitano alla discesa. Dopo un altro sbalorditivo colpo
d’occhio dal poco distante Sunset Point, mi decido a cominciare il mio trekking
e imbocco il Navajo Loop Trail (che oggi Loop non è: uno dei suoi tratti è
chiuso), la cui prima sezione prende il nome di Wall Street. Si tratta di una
discesa a zig-zag che attraversa una sontuosa e sorprendentemente intima
strettoia. Guardo verso il basso: la pendenza è davvero a rotta di collo.
Eccitatissimo, comincio a scendere.
Non sembra nemmeno
di vivere un momento reale quando, accolti da una grande folla, i fratelli Kinsella
e soci salgono sul palco. Il minore Mike, che tre ore fa con gli American
Football è sembrato dare già prova di lieve ubriachezza, si accomoda sullo
sgabello della batteria. Il cantante Tim, che assomiglia terribilmente a
Joaquin Phoenix quando interpreta il Joker, è estremamente divertito dall’improbabile
situazione di visibilio, al punto che invita tutti quelli che stanno vedendo il
concerto dal backstage ad avvicinarsi. È una trovata semplice eppure
estremamente punk, nell’accezione più affettuosa del termine: a ben vedere
siamo davanti a un gruppo storico, emblematico ed attesissimo ma, alla vista
della cerchia di venti persone sopra al palco che guardano la band da vicino,
sembra di essere anche noi a un piccolo “basement show” fedele alle origini,
intenzioni e dimensioni del gruppo, e non in mezzo alla folla più densa della
giornata. Basta un accordo di chitarra a trasportarci sul bordo di un
precipizio: le strummate iniziali di Basil’s Kite tolgono il fiato a
tutti i presenti. Poi, quando la batteria dà il segnale, comincia la discesa.
Il pogo è
vorticoso, il dislivello è estremo. La voce si spezza, la respirazione si
affanna. La musica arriva dritta al cuore, il colore della roccia è accecante.
E, tra la sorpresa costante e una sensazione di star compiendo il destino, ci
si ritrova in fondo senza nemmeno accorgersene. Il concerto dei Cap’n Jazz
scorre in un lampo: è una sequenza senza tregua di inni della mia adolescenza,
eseguiti alla perfezione, arricchita dalla presenza strabordante di un eroico,
esilarante, caustico ed auto-ironico Tim Kinsella. Mike, contro ogni
pronostico, suona la batteria come un dio, ha un tocco delicato e forsennato
allo stesso tempo, le chitarre oscillano tra pugnalate hardcore senza
compromessi e trilli math rock svolazzanti come foglie secche sospinte dal
vento e il cuore si riempie di gioia nell’udire una musica che, da sempre,
racconta le persone che siamo: un po’ fragili, certo, ma non perdiamo mai la
speranza; coraggiosi nel non nascondere mai i nostri sentimenti, anche a costo
di apparire ridicoli. Sono queste le uniche cose che alleviano i dolori di
questa vita che ci sbatacchia.
Senza vergognarmi
di non aver mai veramente capito le parole del testo (come, del resto, tutto
gli altri presenti), perdo la voce a cantare a cantare una mia versione
travisata di In the Clear dove uno sbiascicato “five year olds” è sempre
suonata alle mie orecchio come la parola “impavido”, che è come mi sento in
questo momento in mezzo a un pit forsennato, o nella discesa del Wall Street. Il
riff più strano di tutti i tempi ovvero quello, sghembissimo, che parte dopo
l’incantevole intro di The Sands Have Turned Purple, mi sbigottisce come
la vista di un albero stretto e altissimo che, in mezzo al punto più stretto,
cresce rigoglioso in mezzo alle rocce, un miracolo della vita tanto quanto
l’esistenza del commovente intermezzo “I see you here, I see you hear me”. Mi
affaccio da una finestrella in mezzo al muro di pietra: la gigantesca foresta
di rocce frastagliate che entra nel mio campo visivo mi colpisce con una
potenza inaspettata come quando, ascoltando Tokyo nella quiete dopo la
tempesta, al verso “We will break things just to call them broken” le lacrime
cominciano a sgorgare da sole. Quando parte Forget Who We Are e, durante
l’intro, Tim Kinsella si autocita (“It’s like… it’s like…”), cosciente del
fatto che le sue incoscienti parole nella versione live del pezzo (“It’s like a
marriage when you’re in a band”) hanno cambiato nel profondo tutta una
generazione di nerd come me cresciuti con Analphabetapolothology, ho pensato
che l’esistenza, in quel momento, rasentasse la perfezione. Questa canzone punk
semplice e lacerante, che cito ogni volta che posso, è il manifesto delle
ragioni per cui amo la musica rumorosa. È come il contrasto tra un cielo blu
terso e la roccia rosso fuoco: impossibile da spiegare.
È uno dei concerti
più belli che abbia mai visto in vita mia, è uno dei posti più belli che abbia
mai visto in vita mia. Il mio cammino procede in maniera fluida, costellato da
hoodoos dalle forme uniche e irripetibili che sembrano quasi restare in piedi
in un equilibrio precario, come l’armonia di canzoni come Little League,
piene di variazioni che non sono scandite da un metronomo ma soltanto
dall’intesa di un’unità emotiva interiore. Quando in men che non si dica mi
ritrovo nel fondo del Canyon e riguardo in su verso uno dei belvederi, non
sembra vero che fino a poco fa ero là sopra. Ciò che è familiare diventa
perennemente nuovo, come nella danza collettiva che, nell’encore della più
grande emo band di sempre, ci unisce tutti nel cantare una cover di Take on Me, canzone che resterà sempre una delle più belle composizioni pop di
tutti i tempi e non andrà mai presa per scontata.
Un’altalena di
emozioni del genere ti lascia sudato, arruffato, con le gambe provate. Mentre,
intimato dalla security, esco dal Downtown Events Center, non penso a niente se
non alla mia gioia interiore. Mi poso su un tronco d’albero a riposare e finalmente
un odore di pino selvatico mi penetra nelle narici. Non c’è fatica, non c’è
preoccupazione. Sono in pace con me stesso.
11) Peekaboo Loop - Unwound
E visto che si parla dei concerti più belli che abbia mai visto in vita mia, perché non parlare degli Unwound al Primavera Sound 2023? Io e Tommy, in quell’edizione un po’ intima (non c’era Paolo, non mettemmo quasi mai piede a Mordor, c’era meno gente del solito, etc.) ci sparammo non uno ma ben due set della reunion post-hardcore più insperata del momento: il primo in un bel palco all’aperto del Parc del Forum, alle tre di notte, il secondo nella sala del Paral·lel 62, dopo dei Gilla Band stranissimi e dei Cloud Nothings sontuosi che non sfigurerebbero come midcard alta del Best Friends Forever 2025 (sì, è una pontatina). Di entrambi i concerti ricordo in particolare un’osservazione: una maestria simile nella gestione della dissonanza non l’avevo mai e poi mai sentita. E se c’è un unico, piccolissimo rimpianto che potrei avere riguardo a quell’accoppiata di set memorabili, è quello di aver assistito a due scalette identiche. Non biasimo il gruppo per questa scelta anche se, vista la vastità ma soprattutto la qualità del loro catalogo, resta un po’ un peccato. Mi guardo bene, però, dall’usare la parola “spreco”: in entrambe le performance, l’energia estatica della band fu intensissima, una luce tremolante ed eterea come l’aurora boreale. In ognuna delle due serate l’urgenza di veicolare i messaggi di alienazione che permeano ogni canzone fu palpabile in ciascuno dei membri, un po’ per convinzione personale della potenza delle canzoni, un po’ per onorare la memoria del grande Vern Rumsey scomparso prematuramente nel 2020 (i fiori sul palco, distribuiti al pubblico dopo l’ultimo pezzo, avevano un sapore di omaggio funebre).
Mi approccio al
Peekaboo Loop Trail, un grande sentiero in saliscendi attraverso le profondità
del canyon, nello stesso modo con cui arrivo al concerto. Sono nelle prime file
insieme a uno dei fra sud-californiani (facente parte, come Tommy, della
categoria degli “accademici degli Unwound”), curioso di vedere cosa cucineranno
stasera gli chef più sopraffini della scena punk alternativa anni ’90 e
contento di ascoltare della musica di grande qualità. Certo è che non mi
aspetto di finire in uno stato di trance: com’è la band in concerto lo so già
e, vista comunque la sofisticatezza delle composizioni del quartetto, mi
immagino un pubblico attento e pacato. Appare il backdrop, poi il gruppo, poi
il feedback. E poi, senza aspettarmelo, mi ritrovo dentro all’occhio di un
ciclone: l’assalto diretto e frontale di Entirely Different Matters,
come un pendolo affilato, taglia l’aria in mille pezzi e nel pubblico si apre
subito un vortice di corpi che risponde disordinatamente a questa musica
caotica. Gli Unwound attaccano il concerto con alcune delle loro canzoni più
aggressive e alla fine di ognuna, dopo una pausa di dieci secondi, riprendono a
frantumare il suono con urla, distorsioni e, soprattutto, accordi stranissimi
che fanno l’effetto di sostanze psichedeliche. Anche il mio trekking, ora che
sono convinto di essermi abituato al paesaggio marziano del Bryce Canyon, lo do
un po’ per scontato ma, appena giro l’angolo dietro una collina di sabbia
rossiccia, mi ritrovo davanti a un arcipelago di mille hootoos che non mi sarei
mai aspettato di vedere. Qualche minuto dopo, superata un’altra piccola cresta
di roccia, sono di nuovo nelle profondità della terra, tra alti muri rocciosi
e, dietro l’angolo, mi ritrovo a camminare in mezzo ad alberi stranissimi
dietro ai quali spuntano massi che sembrano le figure dinoccolate di divinità
indiane.
Parte Envelope e mentre uno dei pubblici più posseduti dalla musica che io abbia mai visto
(scene da esorcismo!) canta in coro “She won’t miss you if you let her…” il californiano di cui sopra mi raggiunge e mi svela la sua intuizione: “They’re doing New Plastic Ideas”. Non
fa che piacere: era da tanto che non ascoltavo questo album capolavoro del
1994, che è anche quello con cui ho scoperto la band. Forse è per questo motivo
che il riff spirituale di Hexenzsene mi riporta addosso una nostalgia
profonda nella quale annego mentre i flutti del mosh-pit mi trasportano. E
penso di non essere l’unico a provare questa sensazione, anzi, ho l’impressione
che sia un rituale collettivo: Abstraktions (che un anno e rotti fa era
l’opener della scaletta), una strumentale atmosferica e molleggiata, non è
proprio una canzone da pogo ma la folla compatta mantiene comunque il contatto,
gli spettatori oscillano all’unisono, il ritmo delle anime scandisce quello dei
corpi. Marciare lungo il sentiero, respirare a tempo, mentre davanti a me si
svelano meraviglie misteriose e dal sottotesto mistico, è un po’ come
abbandonarsi nella musica degli Unwound, costantemente stupefacente e con
qualche colpo di coda speciale, specie negli ultimi pezzi dopo New Plastic
Ideas: il funk ipnotico di Corpse Pose mi fa venire brividi di terrore
come il pensiero di incontrare Coyote, demone della mitologia navajo; gli acuti
assordanti di For Your Entertainment sul finale mi accecano come il sole
che filtra dalle fessure della roccia.
Arrivo alla fine
(o, se vogliamo, a un nuovo punto di partenza) dopo un tempo che non saprei
definire: forse una vita, forse un baleno. Sul viso ho un sorriso di
incredulità, il mio corpo è madido di sudore. In momenti come questi fatico a
credere che la magia non esista.
12) Queen’s Garden - Braid
Il Queen’s Garden
Trail, che va saputo scovare all’altezza della biforcazione Navajo/Peekaboo, è
lungo tre chilometri e riporta al Sunrise Point, dove ho parcheggiato la
macchina. La giornata è già bella inoltrata ed è l’ora di tornare indietro.
Diversamente dai due sentieri precedenti, questo qui attraversa per un bel po’
i punti più bassi in assoluto del canyon e, in un certo modo, mi riporta coi
piedi per terra, dopo la lunga passeggiata costellata di panorami grandiosi a
contrasto col cielo blu che si è appena consumata. In effetti, questa porzione
di trekking si presenta molto meno spettacolare, eppure camminare sulla terra
nuda aiuta ad apprezzare meglio l’ecosistema fragile di questo luogo. Da ogni
parte si possono notare grandi massi erratici, che ci ricordano quanto la
geomorfologia del canyon sia in costante evoluzione, e le piante che prosperano
in questo luogo insolito, soprattutto i cespugli di rotolacampo, portano con sé
l’immaginario dei film western. Anche se fa caldo, l’inizio del sentiero mi
permette di riprendere un po’ il fiato, che sia dallo sbigottimento costante o
dai provanti dislivelli incontrati finora.
Il concerto dei
Braid arriva alla metà del pomeriggio del secondo giorno e lo vedo come un
concerto leggero, non tanto perché la loro musica non sia potente, ma perché
avendo ascoltato un paio di volte Frame & Canvas del 1998 so già, ancora
prima che inizino a suonare, che più che un tumulto emotivo o una scarica di
botte sonore senza senso questo concerto sarà un momento per apprezzare la
classe che, taluni a volte scordano, contraddistingue certe frange più
orecchiabili del midwest emo. Una delle ragioni per cui amo questo genere è che
spesso e volentieri, pur avendo tra i suoi statuti fondanti quello di essere
lamentosa e dare sfogo a pesanti distorsioni, sa avere un songwriting molto
elegante. Quello dei Braid ne è un esempio palese: le trovate ritmiche math, le
melodie sorprendentemente pop, le sfuriate sempre controllate, sono solo alcuni
degli elementi che me li fanno trovare veramente raffinati. E seppure non siano
un gruppo che tocca la profondità dei miei sentimenti, mi fa piacere farmi fare
compagnia dalla loro musica per tre quarti d’ora.
Come mi sarei
aspettato, il concerto di questi rocker minori dell’Illinois (che per l’aspetto
occhialuto e l’approccio canoro ho rinominato scherzosamente “post-hardcore
Weezer”) è quasi rilassante, con canzoni vivaci che, forse per la loro assenza
di vera abrasione, forse per la loro implicita carineria, non posso che
definire “leggere”. In particolare, l’inizio del set strapieno di cavalli di
battaglia come The New Nathan Detroits, con il suo memorabile ritornello
dispari, o la quasi radiofonica Killing A Camera, è estremamente
piacevole, perché il quartetto ha un’attitudine festiva molto simpatica e suona
con molta naturalezza canzoni tutt’altro che semplici. Il mio legame emotivo
con la musica dei Braid, più distaccato della media degli altri set del Best
Friends Forever Festival, mi permette anche, come in questa passeggiata nel
fondo del Bryce Canyon, di osservare l’ecosistema: le tecniche compositive
della band sono veramente interessanti, molti stilemi dell’emo vengono
rielaborati per suonare meno stereotipati, le pause sono dosate molto bene, le
strutture delle canzoni sono intelligenti e mai troppo dispersive. Eppure,
chissà perché, pur riconoscendone l’estro non ne me ne innamoro. Forse è perché
non sono abbastanza diretti, forse è perché come i The Get Up Kids sono un po’
troppo cugini col pop-punk di fine ’90. Perciò, per quanto ammiri molto la
dimostrazione di tecnica sopraffina alla quale sto assistendo e certi
ritornelli mi procurino anche un certo godimento, piano piano il set comincia a
stuccarmi leggermente.
L’ascesa fino al
punto dove tutto è iniziato comincia tutta in un colpo, scoscesissima. Il cielo
si è ingrigito parecchio e la salita lascia poco spazio alla contemplazione.
Sono determinato, ma comincio a sentire la stanchezza, e anche un lieve dolore
alla gamba destra: siamo io contro la pendenza, i miei scarponcelli contro la
terra da macinare. L’ultima ora della mia passeggiata, senza dubbio la più
dura, è più sportiva che turistica, e il piacere che ne procuro è più quello
delle endorfine dello sforzo fisico che quello dei bei paesaggi. È sempre
piacere, ma diverso dal solito, un po’ come il piacere della musica sul finale
del set dei Braid è più “analitico” che veramente intimo. Quando ormai sto per
toccare con mano il Sunrise Point, comincia a venire giù la pioggia esattamente
come quando, al Best Friends Forever Stage, comincio a sentire un sospetto di
noia e Robert Nanna annuncia l’ultima canzone. La fine del percorso arriva
proprio al momento giusto, prima che arrivino i primi problemi. Ascolto Milwaukee Sky Rocket, una delle canzoni più spiccatamente emocore del set, con un
certo compiacimento. Lo stesso di quando, prima di correre al parcheggio per
non bagnarmi troppo, osservo per un’ultima volta il panorama del canyon, ora un
po’ annebbiato. Un ultimo scorcio di bellezza, comunque, fa piacere. Prima di
abbandonarmi a un meritato riposo, pronuncio ad alta voce le parole: “Bello,
dai”.
13) Glen Canyon Dam - Pinback
Uscito dal Bryce Canyon con la Camry, il bolide al quale mi sto piano piano affezionando, mi dirigo verso Kanab dove, in un motel adorabile nonostante la receptionist che sembra uscita da un episodio di Tiger King, termino le logistiche dei giorni a venire nel mentre che riposo le membra stanche. In sul calar del sole mi dico che, fuori dalla cittadina, dev’esserci per forza un bel posto dove vedere il tramonto. Imbocco la strada verso Sud e mi accorgo che dopo soli cinque minuti c’è il confine con l’Arizona. Non trovo nessun punto panoramico dal quale si possa ammirare la piana desertica e le sue piccole mesas sparpagliate qua e là ma mi fermo comunque in un quartieraccio di case in prefabbricato a guardare una luna piena fuori di testa, gigantesca (che c’entri il fatto che, anche se in piano, siamo a 1500 metri sul livello del mare?). Faccio un paio di foto che ovviamente vengono malissimo e poi, visto che il luogo sembra uscito da No Country For Old Men e vorrei evitare di fare la fine di uno qualunque dei suoi personaggi, piglio e torno a Kanab. Dopo un delizioso kanookie (il cookie di Kanab, da provare), me ne vado a letto e collasso prestissimo. Il giorno dopo ho un appuntamento con i navajos alle dieci del mattino, e per raggiungerli devo fare un’ora e mezza di macchina, perciò parto alle otto in punto. Imposto il navigatore verso la città di Page, Arizona e leggo che l’ora di arrivo prevista sono le otto e mezza: non avevo calcolato il fatto che il luogo in cui vado ha un altro fuso orario! Poco male, me la prendo comoda: temporeggio un po’ andandomi a prendere un beverone di caffè di qualità superiore alla media (lo ammetto, non vedo la differenza con quello di Dunkin Donuts), ma tra una storia e l’altra constato che mi resterà ancora un’oretta buona da ammazzare a Page. Guardo Google Maps e c’è solo un luogo che in quel comune viene ampliamente sponsorizzato: la Glen Canyon Dam. Per non saperne né leggere né scrivere, la imposto come destinazione finale.
Nelle pause tra i
set di questa prima giornata di Best Friends Forever ho chiacchierato con un
bel po’ di gente e a tutti ho chiesto due informazioni fondamentali: da dove
vengono (ho incontrato solo due stranieri, un olandese e un giapponese) e quali
sono i gruppi che più hanno voglia di vedere. Un texano, poco prima degli
Everyone Asked About You, mi parla dei Pinback, che suoneranno tra tre ore, con
dei toni che chiamare entusiastici sarebbe riduttivo (in inglese, questo
effetto si può ottenere abbinando diversi “fucking” al superlativo). Qualche
passante sottoscrive e poi, un paio d’ore dopo, pure una band sul piccolo stage
intima la folla a correre a vederli dopo che avranno finito di suonare. Ho mai
ascoltato una singola nota suonata dai Pinback in vita mia? No. Sento il
bisogno di vederli da una buona posizione? Sì. Perciò corro.
Dopo aver ammirato
il Lake Powell dalla cima di un altipiano (e udito un fortissimo rumore di
motori nel cielo, nonostante non ci fossero nuvole e nemmeno un velivolo in
vista…), mi parcheggio davanti al centro visitatori della Dam proprio all’ora
di apertura, dove un capannello di gente sta aspettando. Mi sporgo dal balcone
e, senza troppe sorprese, mi ritrovo davanti a una diga in mezzo a un canyon.
Che ci vuoi fare, le dighe sono sempre belle e questa è particolarmente
spettacolare: altissima, liscissima, grigissima: un colosso di cemento che fa
contrasto con le ancor più colossali pareti rosse del bacino dove viene
riversata con moderazione l’acqua del lago. Quando i Pinback (il cui aspetto
sembra urlare: “Il culmine del nostro successo l’abbiamo toccato nei primi
2000”) cominciano a suonare, che cosa odono le mie orecchie? Un indie pop estremamente
delicato, minimale nell’approccio ma ricco di arrangiamenti, in cui spiccano
linee di basso tra le più melodiose che abbia mai ascoltato e la voce dolce e intonata
(era ora?) del simpatico frontman Rob Crow. Lo stupore iniziale è quello di
trovare, come quando dopo due giorni di turismo naturalistico ti trovi in cima
all’opera artificiale per eccellenza, uno stile inaspettato nella
programmazione del festival (le distorsioni, ad esempio sono quasi inesistenti,
un unicum insieme ai Karate). Lo stupore a lungo termine, che mi accompagnerà
per tutto il set, è quello di canzoni veramente quadrate e dirette eppure piene
di significato, intenzione, con diversi livelli di profondità. La semplicità
della musica dei Pinback è quasi intellettuale e per un’ora mi ritrovo ad
ammirare l’originalità assoluta di ogni istante di queste composizioni che,
come una centrale idroelettrica, sono organizzatissime, pulite, quasi asettiche.
Cosa ci faccia
questa band in un festival emo non è complicato da capire: le loro canzoni, pur
senza urla o rumorosi scassettamenti, sono praticamente tutte, genericamente
parlando, tristi. E anche le dighe, ogni volta che ne vedo una, mi fanno
provare una vaga mestizia: a differenza delle pale eoliche o dei pannelli
solari, danno la sensazione di una strana aberrazione, di un intervento
dell’uomo che ne dimostra la sua arroganza, di un’inevitabile catastrofe in
potenza. Poi però guardo la vecchia turbina che è stata posizionata sopra alla
passerella, a mo’ di monito. Guardo la schiuma dell’acqua che esce oltre la
diga (il carbone bianco, diceva Cavour), i cavi elettrici dei tralicci e la
sottostazione ad alta tensione. Ascolto le note melancoliche ed ansiose di Fortress,
che mi rimarranno in testa per ore, mi faccio cullare da un ultimo verso che
parla a tutti noi: “I miss you, not in a Slint way, but I miss you” (AFK).
E mi dico: che
bellezza, l’energia pulita.
14) Antelope Canyon - The Dismemberment Plan
L’attesa mi sta
divorando e le aspettative sono altissime, così come il rischio che vengano
tradite. Ho prenotato l’ingresso per la visita dell’Antelope Canyon con una
guida indigena (l’unico modo per entrare) oramai diversi mesi fa, pagandola
anche un discreto gruzzoletto. E non so se, nonostante la presenza dei Cap’n
Jazz, avrei osato volare fino alla Las Vegas senza quella dei
Dismemberment Plan, uno dei miei gruppi di rock alternativo preferiti di tutti
i tempi, pontatinati anche con una discreta maestria. Entrambi sono una delle
ragioni principali per aver scelto proprio questo itinerario, che mi ha portato
prima negli Stati Uniti, ora nella grande riserva indiana di Navajo Nation.
Un paio di parole
sulla band di Washington, D.C.? Il loro art-indie-funky-math-pop-post-punk
incatalogabile, totalmente sopra le righe, ambiziosissimo sia tecnicamente che
concettualmente eppure sempre sorprendentemente piacevole, emozionante e
concreto, è una delle cose più belle che io abbia mai ascoltato. Emergency
& I del 1999 è un disco che non mi dispiacerebbe ascoltare una volta al giorno
per il resto della mia vita. Un paio di parole sull’Antelope Canyon? Orgoglio
di tutta la tribù navajo, questo canyon strettissimo e nascosto nelle
profondità della terra è una delle destinazioni speleologiche più esteticamente
appaganti che possano esistere, al punto che le sue rocce curvilinee, erose
dall’acqua e dal vento, sono il soggetto di numerose fotografie iconiche di cui
una che era lo sfondo di Windows. E dio solo sa quanto, fin da piccolo, mi è
sempre piaciuto andare a visitare le grotte.
Che immensa fortuna
quella di essere qui, anche solo per un lasso di tempo limitato, penso. Voglio
approfittarne il più che posso. Sono tra le primissime file davanti al palco,
trepidante come non mai. Del mio gruppetto di dieci persone, sono tra i
primissimi a seguire la guida ed imboccare la ripida scala che scende
sottoterra. Finalmente arriva il gruppo, finalmente intravedo il fondo del
canyon. Parte l’intro di batteria di What Do You Want Me To Say?, poggio
le scarpe sulla sabbia rossa. E il mio sguardo si illumina di un immenso
sorriso dove si mescolano felicità e stupore allo stato puro. È proprio come mi
aspettavo, anzi, persino meglio. Salto di gioia mentre perdo la voce cantando uno
dei ritornelli più liberatori di sempre a pieni polmoni, osservo, della prima
“stanza” in cui ci fermiamo, ogni anfratto, ogni sporgenza, ogni strato delle
rocce millenarie che ci circondano. Come si fa a spiegarla a parole, tutta
questa magnificenza?
L’Antelope Canyon
si sviluppa per circa un chilometro, il concerto dei Dismemberment Plan dura
circa un’ora. La parola “fighissimo”, universalmente riconosciuta come una
delle più versatili nella storia della lingua italiana, è l’unica che mi viene
in mente per descriverli. Cosa ho visto, ascoltato o ancora provato durante questi
momenti che avrei voluto non finissero mai? Di tutto.
Ho visto immagini
vivide evocate dal suono, come le scene dell’inverno gelido di Spider in the Snow, ho scorto la Nike di Samotracia nella roccia chiamata “Lady in the
Wind”. Ho sentito l’impulso irrefrenabile di ballare sul groove sinuoso di Back
& Forth, così come non ho potuto fare a meno di andare a toccare le
rocce ondulate come tessuti. Mi sono venuti i brividi quando dal nulla mi sono
ritrovato a cantare Gyroscope in un vortice umano rapidissimo (“If she
spins fast enough then maybe…”), così come sono trasalito quando della sabbia
spinta dal vento mi è scivolata sul collo e ho pensato che, quando comincia a
piovere forte, questo canyon viene completamente sommerso dall’acqua. Ho
sentito il cuore scoppiarmi quando la voce incredibile di Travis Morrison ha
intonato “The City’s been dead, since you were gone”, nonostante abbia
sentito quella canzone centinaia di volte, così ho provato dei veri sentimenti
di sturm un drang alla vista del cielo azzurrissimo del deserto a contrasto con
il colore rosso, forti come se fosse la prima volta, anche se sono due giorni
che non penso ad altro. Ho goduto nel sentire scorrermi nel bacino il ritmo
quasi demenziale di OK Jokes Over, così come è stato incredibilmente
appagante trovare una roccia cava che risuonasse a ogni colpo. E il tutto è
stato persino accompagnato da intermezzi memorabili: Travis tra una canzone e
l’altra ha fatto un sacco di commenti (alcuni sagaci, alcuni esilaranti, alcuni
solo strani), così come la guida ci ha raccontato un sacco di storie (alcune macabre,
alcune incredibili, alcune quasi inopportune). Insomma, è stato bellissimo.
Non ne faccio un segreto,
è al momento della mia partenza da Las Vegas verso la terra dei canyon che mi è
venuta l’idea di associare ogni mia visita turistica a un concerto perciò, ogni
volta che scoprivo un nuovo luogo non potevo fare a meno di pensare a un set
musicale che gli corrispondesse. Elucubrazione inutile: spesso ce n’è più d’uno
che funzionerebbe, ragion per cui rimando subito l’esercizio di
unire i venticinque punti della colonna sinistra coi venticinque della colonna
destra al mio ritorno in Francia (così è stato, e ci ho messo tre giorni). Per
Antelope Canyon, invece, il collegamento è stato immediato: è esattamente come
la musica dei Dismemberment Plan: sensuale, elegante, a tratti solenne a tratti
giocoso, a tratti accogliente a tratti pericoloso, sbalorditivo, unico nel suo
genere. Non c’è molto di più da dire: ritornerei adesso.
15) Horseshoe Bend - Home is Where
Per finire questa fantastica mattinata a cavallo tra le terre dei legittimi abitanti e quelle usurpate dall’uomo bianco non può mancare una capatina a Horseshoe Bend che, come indica il nome, è una virata a forma di ferro di cavallo, più precisamente quella del fiume Colorado. Un paio di nozioni di cultura generale che non fa male sapere: il fiume Colorado è lungo 2330 chilometri e attraversa sette stati, cinque statunitensi e due messicani. Su tutta la sua inconcepibile lunghezza, il punto che più turisti vengono ad ammirare è proprio questo. Da un belvedere poco distante da Page si può osservare particolarmente bene l’erosione pazzesca che il corso d’acqua ha operato sulla dura roccia, durante centinaia di migliaia di anni. Ho già visto le fotografie di questo luogo (chi non le ha viste?) e mi ci reco convinto che in fondo sia solo una vista simpatica, niente di più. Mentre entro in quello che mi accorgo essere un vero e proprio complesso turistico (dal parcheggio alla Bend ci sono dieci minuti di camminata circa) mi accorgo di avere un discreto appetito. Mi prometto perciò che se non è niente di più che un bel colpo d’occhio su un canyon giro i tacchi e vado dritto al ristorante, ché ho adocchiato un BBQ interessante e non posso andarmene da questo paese prima di aver mangiato delle ribs.
The Whaler, l’album
del 2023 con cui Home is Where si sono in qualche modo consacrati come una
delle band più calde di un midwest emo revival che finora stava solo
sobbollendo, a un primo distratto ascolto mi è sembrato solo un album midwest
emo, niente di più. Il ricordo vaghissimo di arpeggini, bordate sul crash e
vocals lagnose diventa nitido quando, dopo Everyone Asked About You, mi ritrovo
ad andare a vedere un’altra band midwest emo e, alle due e mezza del
pomeriggio, ho già paura di averne abbastanza. Oltretutto, le gambe cominciano
a necessitare di riposo. Stesso discorso: se è la solita solfa, quasi quasi mi
vado a ristorare da un’altra parte. Con in testa quest’ultimatum mi piazzo
nelle retrovie di un 3rd Street Stage affollatissimo e assolatissimo e accendo
le orecchie.
L’opener del set, Skin Meadow, mi lascia un po’ interdetto: sì, ok, è sempre e comunque midwest
emo. A risentirla bene, però, è una canzone davvero toccante, dinamica, dritta
al punto e, soprattutto, suonata con un potenza che infrange la barriera del
suono, niente a che vedere con le band apprezzabili ma leggerine viste finora.
Decido perciò di restare a guardare ancora un po’, e la scelta paga: durante lo
sfogo finale della canzone qualcuno sul palco comincia a suonare la sega con
l’archetto generando un effetto sonoro strabiliante, al contempo romantico e
rustico. Abbastanza esaltato, mi giro verso il mio vicino (un floridiano, gran
transennatore, con cui ho poi fatto amicizia e bevuto l’ultimo bicchiere del
festival) e, concedendomi per l’unica volta il bonus “peggior meme dell’anno”,
gli dico: “I hope they play In the Aeroplane Over the Sea”. Grazie a dio
mi trova divertente e, ridacchiando, mi fa: “I think that’s what their going
for”. Ed è lì che la cantante del gruppo, Bea MacDonald, annuncia nuova musica
e, armonica a bocca alla mano, si prodiga in un folk elettrico esplosivo, di
scuola Bob Dylan, che mi fa cadere la mascella per terra.
Il resto del
concerto, funambolisticamente in equilibrio tra emo e folk, è abbastanza
originale (anche se non rivoluzionario: ve li ricordate, ad esempio, Imadethismistake?).
Soprattutto, la performance di Home is Where è estremamente avvincente, grazie
all’emotività che i musicisti esalano e alla varietà dei brani: finisce che
rimango incollato al palcoscenico. Davanti a Horseshoe Bend, paesaggio iconico
ed effettivamente maestoso, rimango parimenti a bocca aperta. E se la
piattaforma dove si ammassano i turisti per fare una foto offre una visuale
amplia e grandiosa, è anche vero che è piuttosto banale e già vista. In
compenso sono presenti, su tutto il bordo dello strapiombo vertiginoso verso il
corso del Colorado, piccole montagnole rocciose che uno può divertirsi a
scalare per guardare non solo oltre il ferro di cavallo (il piattissimo altipiano
del Glen Canyon è davvero notevole), ma anche dal lato opposto, verso la
riserva indiana, sul deserto che si estende a perdita d’occhio. Quello che si
svela di fronte a me, a trecentosessanta gradi, è un paesaggio profondamente
americano, folkloristico e suggestivo. E alla musica di Home is Where, una
tempesta di emocore tinta di country e blues, non posso che associare gli
stessi aggettivi.
Alla fine, mi
ritrovo a passare una mezz’oretta buona nel complesso di Horseshoe Bend a
girovagare di sasso in sasso cercando nuovi colpi d’occhio o incrociando gente
senza il minimo senso del pericolo che trova sporgenze terrificanti per fare
foto spettacolari, che ti chiedi dove lo trovino il coraggio, un po’ come la
gente che si tuffa di testa dalle transenne senza guardare se c’è chi la
sorreggerà. Senza nemmeno avvisare, arriva la fine del concerto, e così anche
le 13, orario di pranzo veramente “borderline” negli Stati Uniti. Felice di
aver visto il lato più bello in assoluto dell’americanità, applaudo. E vado a
ristorarmi.
16) Navajo National Monument - Mannequin Pussy
Siamo già a metà pomeriggio quando, dopo le ribs glassate e una spesa tattica al Walmart di Page (l’ultimo che incontrerò sul mio cammino), comincio a dirigermi nelle profondità della Navajo Nation per raggiungere la tappa dove dormirò stanotte, Kayenta. La strada che attraversa la riserva indiana è spoglia come poche e le rare località che vengono segnalate dai cartelli sembrano più assembramenti sparuti di roulotte che veri e propri comuni. Sono a più di metà strada quando un cartello marrone, di quelli che segnalano i luoghi turistici, mi ricorda che a una delle prossime deviazioni c’è un fantomatico Navajo National Monument che ho già sentito nominare mentre preparavo il viaggio. Noto che ha voti alti su Google Maps e che il detour è di appena una ventina di minuti perciò, senza sapere bene che cosa sto andando a visitare, imbocco una strada tutta in salita che porta a questo misterioso luogo di interesse. Sono le cinque e mezza del pomeriggio. Sulle nove miglia tutte in salita non vedo un’anima viva, il casello per dare un fiorino ai nativi è completamente abbandonato, nel parcheggio ci sono due macchine in croce. Fila tutto talmente liscio che è quasi preoccupante.
Hanno appena finito
di suonare quegli stregoni degli Unwound quando mi ricordo che tra cinque
minuti sul palco piccolo suonano Mannequin Pussy. Di loro, lo ammetto, so
pochissimo: quando hanno suonato al Primavera Sound 2024 (allo stesso tempo di
Freddie Gibbs) ho ascoltato un po’ del primo album, che mi è sembrato simile
alla pletora di band che assomigliano, say, alla vecchia roba di Amyl & The
Sniffers, e un po’ dell’ultimo album, che mi è sembrato simile alla pletora di
band che assomigliano, say, alla vecchia roba di Soccer Mommy. Roba che rispetto
e apprezzo ma che non mi fa uscire di testa, insomma. In assenza di grandi
riempitivi non-hip-hop nella ruta del giorno, Paolo va comunque a vedere questa
band dalle molteplici facce e, dopo aver fatto le sue solite (che non vuol dire
errate) osservazioni sull’essenza primigenia del PS (“Ecco cosa succede quando
c’è un solo gruppo rock a un festival rock: un palco intasato di gente”)
risponde a una semplice domanda di Daniel (“How were Mannequin Pussy?”) con una
risposta suggestiva: “Very powerful”.
Com’è che sono
finito tra le prime file di una delle band più popolari del momento senza
neanche accorgermene? Forse c’entra il fatto che stessero passando Mystery
degli Wipers sulle casse (un pensiero speciale per mio fratello Paul, che
sarebbe contento di essere qui con me, e anche io). La cosa mi fa piacere, ma resta
quasi preoccupante. Su un intro rap bella “badass” salgono sul palco cinque
persone dallo “swagger” esagerato e poi parte una canzone. Supero un Visitors
Center chiusissimo e la visione che mi si para davanti è mozzafiato: una
vallata boschiva incastonata tra le rocce che, sempre più vicini all’ora del
crepuscolo, si stanno tingendo di rosa. In un grande portico naturale che si è
formato nell’altro lato del canyon si intravedono persino delle abitazioni di
pietra abbandonate. Eccola qui, la patria dei navajos: accogliente e anche selvaggia,
rigogliosa e anche dura. E mentre ascolto la cavalcata jangle pop Sometimes
che un po’ avvolge un po’ punge e guardo la cantante Marisa Dabice che si contorce,
tra sensualità e rabbia, tra sussurri e urla, accidenti, capisco quanto intima
sia questa musica per chi l’ha composta. Vedere dall’alto la terra che un
popolo protegge con le unghie e coi denti fin dall’alba dei tempi o ascoltare
l’espressione di una band che vuole difendere la sua identità fino all’ultimo
respiro, credetemi, è una sensazione simile. Mannequin Pussy, col loro indie
rock dolce e orecchiabile che mantiene un’anima punk, hanno un suono autentico,
viscerale, toccante. “Very powerful”. A tratti, però, il gruppo non disdegna il
non prendersi sul serio, e sa anche essere molto fresco e divertente.
Al Navajo National
Monument ci sono solo due sentieri. Il Betatakin Trail, due chilometri circa, è
una discesa graduale fino al punto dal cui si può osservare al meglio l’antico
villaggio nella roccia. È semplice e confortevole, ma spesso offre scorci da
capogiro. Pure la prima metà del concerto è così: ci sono solo canzoni
“leggere”, che ogni tanto regalano schitarrate da terremoto, canzoni che ti
fanno sentire al calduccio e poi ti gelano il sangue con una botta di fuzz. La
mia preferita è stata senza dubbio il botta e risposta tra dream e noise della
commovente Softly (“What if one day I don’t want this anymore?” mi fa
venire i lucciconi), che durante tutte le mie traversate in auto per le vastità
dell’America l’emittente Sirius XMU (amatissima, anche se mettono troppi
Interpol) mi ha fatto il piacere di passare spessissimo. Oltre la metà del
meraviglioso set la hittona (nel senso che hitta assai) punk-pop I Got Heaven fa partire un mosh-pit al quale non posso sottrarmi e a quel punto
ho inevitabilmente imboccato il secondo sentiero: Aspen Trail. “È meno di un
miglio, che sarà mai!”, mi dico, ma il percorso scende a capofitto, fino a
toccare quasi con mano gli alberi della foresta sottostante. “Non sarà un po’
pericoloso?”, mi dico mentre mi accorgo della salita che devo rifare,
potenzialmente, dopo che il sole sarà tramontato. “Aaah, fuck it”!
Il finale del concerto
delle Mannequin Pussy è un ritorno alle origini inaspettato e potentissimo,
puro hardcore punk, di quello che, sì, un po’ pericoloso lo è. Da solo come non
lo sono da giorni, al centro della vallata, poco sopra alla foresta dei navajos,
mi godo il silenzio. In simbiosi con l’umanità come non lo sarò forse mai più,
mi abbandono alla folla che mi sorregge mentre la voce di Dabice sopra al
D-beat mi rimbomba nelle orecchie.
Questi paesaggi mi
resteranno sempre nel cuore.
17) Monument Valley -
The Blood Brothers
“It’s eight
dollars”, mi dice la guardiana navajo dal casello.
“I’ll give ‘em to you, but I was wondering… is the Scenic Road very solid?”
“Well, it’s a dirt road.”
“Does it really get muddy?”
“If it keeps raining like this, yeah, it will get muddy.”
“Yeah, so… with my car?...”
“We always recommend a 4x4.”
“Alright… And what happens if I get, like, stuck?”
“We won’t be coming to get your vehicle out.”
Porca vacca, sta piovendo come dio la manda. Nel deserto.
Non sempre le cose
vanno come uno vorrebbe: il tempo non ti permette di fare quello che volevi, un
headliner annulla il suo concerto. I Bright Eyes che cancellano la loro
presenza alla domenica sera perché Conor Oberst ‘gna ‘a fa co’ ‘a voce non è
una di quelle notizie che mi fanno strappare le vesti. Stessa cosa per la
pioggia alla Monument Valley: se non posso fare la mia guidata attorno alle
grandi formazioni rocciose, poco male. Il problema di imprevisti come questi
non sono tanto le rinunce che ti obbligano a fare, quanto le alternative che
devi trovare. E adesso, che cavolo faccio per tutta la mattinata? Oppure, chi
cavolo sono questi Blood Brothers che suonano una sorta di screamo-pop
stranissimo? Ma nel grande Monopoly della vita è parte del divertimento anche accettare
le carte “probabilità” che ci tocca pescare quando atterriamo su una casella
sfortunata. Sono qui davanti al Best Friends Forever Stage e sta per suonare
l’ultimo gruppo dell’edizione. Come sarà? Boh, di loro ho ascoltato solo
qualche hit sotto la doccia e un disco mentre ero in aereo, e entrambe le volte
mi hanno fatto male le orecchie. C’è da dire che, però, un po’ su di giri lo
sono: questo terzo giorno è stato punk come non mai, a un altro po’ di rumore
non so dire di no. Succede tutto molto in fretta e in grande simpatia: sto
chiacchierando con gente a caso che non ricordo più di argomenti che non
ricordo più (tranne uno che mi fa particolarmente specie: il bassista dei Blood
Brothers è anche quello dei Fleet Foxes!), quando a un certo punto questa band
di urlatori seriali (due cantanti, “tipo Linea 77”) che non suona da dieci anni
monta sul palco. “Fire!
Fire! Fire!”, intona
l’intro di Set Fire to the Face on Fire. Neanche il
tempo di pensare “Oddio, ma la conosco!” che attorno a me è già partito il
degenero totale.
“Oddio, ma è
incredibile!”, penso non appena mi sporgo dalla piattaforma che domina la
valle. Le immagini della Monument Valley dalla terra rossa e vivida, un deserto
sconfinato nel quale spuntano tre grandi rocce imponenti e irreali, le abbiamo
viste tutti: è a mani basse il panorama più western della storia dell’umanità.
L’avete mai vista, però, offuscata dalla nebbia?, oppure sotto a grandi nuvole
scure, che schiacciano le grandi rocce in maniera più opprimente dello spleen
che fluttua sopra a Parigi nella poesia di Baudelaire? Il paesaggio è talmente
inedito e spettacolare che resto a guardarlo nonostante la pioggia stia
scrosciando incessante sul mio corpo. Resto immobile a guardare davanti a me
per diversi minuti di fila un cielo e una luce che mutano costantemente, tra
grandi banchi d’aria che si addensano e diradano, la luce del sole che filtra e
scompare.
Sotto al palco
mentre suonano The Blood Brothers, stessa cosa: provo quasi un masochistico
piacere a subire uno dei mosh-pit più estremi dell'anno, a districarmi nella
tempesta mentre ammiro a bocca aperta una band di performer che impressionanti
è dire poco. In particolare Johnny Whitney, il twink più punk della storia (ma
forse non il punk più twink), è un mattatore: salta dappertutto, urla con una
voce acutissima, fomenta le folle, fa mille mossette e, spesso all'altezza
delle transenne, si fa araldo della follia di questa musica, mentre i suoi
colleghi, sopra al palco, sono testimonianza della sua professionalità. Perché
c’è da dire che la formula dei Fratelli di Sangue, tecnicamente, è molto complessa:
il sostrato del loro songwriting è quello dell’emoviolence ultra-caotico di
gruppi come Jeromes Dream e Orchid, ma edulcorato con una patina di
“quirkiness” e con certe melodie orecchiabili che, con l’abrasività dei suoni,
non cozzano ma quantomeno fanno uno sparring ad alta intensità. La band suona
da dio, i cambi di velocità sono numerosi e imprevedibili, ogni tanto partono
dei riff ganzissimi e perciò, anche se non è proprio una musica affine al cento
per cento col mio gusto, è un piacere immenso ammirare questo ciclone di suoni
e di corpi. Avvicinandosi anche pericolosamente al suo occhio, volendo: la
disco-hardcore di Peacock Skeleton With Crooked Feathers, ad esempio, è
tutta da ballare, in una dancefloor dove c’è gente che vola da tutte le parti;
durante le bordate senza trega di Fucking’s Greatest Hits, che è un po’
la canzone-manifesto di questo sound fuori dagli schemi (che pure deve tantissimo
all’hardcore punk americano dei ’90), persino io, storicamente avverso a queste
pratiche, comincio involontariamente a fare movimenti da mosh-pit moderno. Finisce
che però, sotto a una luna piena, i licantropi del crowdkilling si svegliano e l’ultimo
baluardo della mia razionalità, ovverosia una sana prudenza, prende il
sopravvento. Mi ritiro perciò ai margini dove, rimettendomi da una tronata
sulle tempie che mi ha leggermente stordito mi emoziono ascoltando la tragica Love Rhymes With Hideous Car Wreck. Niente da fare: da dovunque l’osservi, la
performance dell’ultimo headliner è godibilissima e maestosa.
Una lezione che la
vita mi ha insegnato oggi è che incaponirsi non servirà mai a niente. Appena
varcata la soglia del Monument Valley Tribal Park noto l’imboccatura della
strada sterrata che migliaia di turisti percorrono ogni anno. “Dai, devo andare
a vedere!”, ma dopo due curve mi trovo davanti a un pantano che… “No no no, no
grazie davvero”. È importante, a volte, temere per la propria incolumità. Ma
non troppo: quando rientro in macchina dopo aver ammirato il panorama sotto la
pioggia sono completamente fradicio e il giorno dopo il concerto dei Blood
Brothers, guardandomi allo specchio, conto una dozzina di lividi. Va bene cosÌ.
18) Navajo Exhibition - La Dispute
Il nome dei La Dispute circola, nel ruolo di under/midcard roboante, in una percentuale incredibilmente alta delle line-up americane "da sogno" di cui parlavo in introduzione. Non sono mai riuscito ad immergermi veramente nel loro universo musicale, quello di un post-hardcore contemporaneo estremamente passionale e disperato. In generale, non è un genere che ascolto spesso, ma se proprio devo scegliere sono più propenso a optare per i dischi dei Touché Amoré, che ho sempre trovato più brillanti, diretti, speranzosi e godibili. Non è una gara, lo so, ma estendere il classico dibattito "Beatles o Rolling Stones" a scene musicali più recenti mi ha sempre divertito molto, perciò così sia. Detto ciò, sono anni che guardo i cartelloni dei festival e mi dico: "Ah, guarda, ci sono anche i La Dispute!". Sarebbe scortese non andare a dare un'occhiata.
Dentro al Visitor Center della Monument Valley ci sono entrato perché mi
è venuto freddo. Come è giusto che sia, in questo locale decisamente spartano
ci sono grandi vetrate che permettono di continuare guardare i monoliti in
mezzo alla bufera senza prendere acqua. Ma mi accorgo subito non è la stessa
cosa. Mentre sono dubbioso sul da farsi, se tornare a meditare in mezzo agli
elementi o starmene al coperto ancora un po’, i miei occhi scorgono una
piccolissima esposizione sul popolo navajo in fondo a una scalinata. Non è
veramente un museo, ma sembra che ci sia comunque una logica espositiva dietro
ai pannelli e alle teche che intravedo in lontananza. Il seminterrato
illuminato da luci al neon non è un luogo particolarmente bello o curato, ma
forse è proprio per questo che mi attira e perciò vado a vedere.
Sopra al palco, Jordan Dreyer colpisce soprattutto per la sua tenuta.
Portare le maniche lunghe in questo caldo torrido e insensato (pure per i
locali) è già una sorta di statement, ma un maglioncino di cotone aderente col
colletto stretto fino in cima è automaticamente un messaggio politico. Cosa mi
significa, questa divisa? Che gli “scene kids” sono diventati “scene men”? Che
c’è sempre un modo di apparire come un vero duro, anche quando hai l’aspetto di
uno che sarebbe dato per sfavorito in un incontro di boxe contro Rivers Cuomo?
Che la vita è una merda ma la si può pur sempre rendere peggiore? Non lo so ma
cazzarola, questo outfit gasa un casino. E pure questa musica così “bleak”, ricca
di spoken word irrisolventi, di lunghezze meditabonde alternate a trovate
beatdown fuori luogo che si risolvono sempre, inevitabilmente, in sfuriate di
pura tristezza… beh, mi sta trasportando in un altro mondo, cazzarola! Mi
infilo nel pogo un po’ per interesse sociologico, un po’ perché quel che sta
succedendo in questo set è innegabilmente potente e, per mezz’ora, non ho occhi
che per Dreyer che canta con le viscere e parla con un cuore puro.
Non c’è tanto materiale, in questa piccola collezione di abiti
tradizionali e fotografie. Però, in qualche modo, mi finalmente capisco meglio
chi sono i navajo e qual è la loro storia. Le tavole didattiche raccontano le
loro più belle vittorie (la creazione di un diritto indipendente da quello
federale), i loro peggiori compromessi per sopravvivere (gli accordi con le
grandi compagnie per l’estrazione del petrolio o, peggio, dell’uranio), le loro
gesta più nobili (la partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale e la creazione
di un linguaggio di messaggi in codice), le loro difficoltà più grandi (una
povertà dilagante, vedasi foto). Sono solo pannelli di plastica dentro a una
stanza che sembra il corridoio di una scuola elementare di provincia ma,
insospettabilmente, mai come in questo momento sento trasparire l’identità di
un popolo marginalizzato. C’è un vero messaggio politico in questo luogo.
Di messaggi
politici, i La Dispute ne hanno più d’uno, e sono tutti molto toccanti e
tutt’altro che accessori: messaggi di amore e rispetto che vanno a braccetto
con la musica. Quando sul finale parte Such Small Hands e tutti si
mettono a cantare con le braccia verso il palco in un moto comune rivedo le
scene, che un po’ faticherò sempre a capire, di serate in compagnia della
“scena skramz” italiana a cui mi ha già invitato in passato il mio amico
Matteo. Lo sapete già che io coi concetti comunitari nel mondo della musica non
vado molto d’accordo. Ma, in questi istanti in cui mi sento un po’ a Las Vegas,
un po’ a Modena, un po’ nel mondo dei sogni, capisco perché una band del genere
può avere una tale importanza per chi cresce nello squallore americano, capisco
la candida bellezza e la forza del gruppo. Sento un’identità. Che non è la mia,
ma che mi sento di rispettare infinitamente.
19) Little Colorado River - Vs Self
Per varie traversie
accorro molto presto al concerto dei Vs Self. Il 3rd Street Stage è già
strapieno di gente, perlopiù giovanissima, di cui buona parte non sembra
particolarmente entusiasta di parlare con me, non so se perché mi vedono come
un vecchiardo o perché la mia frase di approccio è: “Ragazzuoli, vi va un morso
di uno dei miei churros? Sono già pieno” (nessuno quanto gli americani riuscirà
mai a produrre cibo che sfama più di quel che sembra). Probabilmente entrambe
le cose, e non gliene voglio: largo ai giovani, anzi! Sono già diversi ad
avermi parlato di questa nuova band californiana come il fenomeno con la F
maiuscola del midwest emo revival e, siccome un’ora fa Home is Where hanno
fatto le buche per terra, non posso esimermi da andare a verificare in prima
persona. È un po’ come quando stai andando al Grand Canyon e ti accorgi di
essere in largo anticipo dopo un paio di ore di guidata (piuttosto mistiche: la
carovana di indiani a cavallo che andavano alla fiera di Tuba City me la
ricorderò per un po’). Ormai sei bello che instradato oltre Cameron, l’ultima
città (oddio, “città”…) prima del Parco Nazionale, e sulle Route 64 noti dei
cartelli marroni che indicano una “scenic view” o un “overlook”. Che fai, non
ti fermi?
Homesick mi fa subito capire di che pasta sono fatti i tre ragazzini sul palco:
le chitarre melodiche e pizzicate sono un omaggio sincero al suono di un
math-emo che ci ha cresciuti (e a cui stasera gli American Football ci
riporteranno), i cambi di tempo continui e le parti di batteria disordinate
hanno il sapore delle forme più primitive e punk del genere (che stanotte i
Cap’n Jazz ci faranno rivivere), le vocals in quanto a loro hanno un sapore
screamo che è ancora estremamente di moda e che è forse l’unico sottogenere
dell’emo che un po’ manca al cartellone (ma non nel pubblico: ho perso il conto
delle magliette dei Saetia che ho visto). I Vs Self, insomma, prendono i
migliori elementi di diverse musiche degli anni ’90 e li giostrano con un
giusto misto di maestria e rispetto: sono tecnicamente ineccepibili, sì (nella
loro performance noto meno sbavature che in quella dei gruppi leggendari), ma
sbarellano anche in ogni dove mentre suonano con il basso in base, a riprova di
un approccio artistico che si vuole comunque radicalmente punk. Tanta roba! E
il pubblico, giustamente, esplode.
Mi fermo al primo
di una serie di belvederi: da questi punti di osservazione, scopro solo dopo
essermi parcheggiato, si può ammirare il canyon del Little Colorado River,
affluente del Colorado che si congiunge ad esso proprio all’altezza del Grand
Canyon. L’idea di avere una sorta di prolegomeno “minore” al grande sito
turistico non mi dispiace affatto, perciò mi avvicino al bordo del burrone e,
in effetti, la vista è maestosa! Il panorama è simile a quello dei canyon visti
finora, certo, ma alcuni dei suoi elementi lo rendono davvero originale: come
ad Horseshoe Bend, si notano le curve tortuose del letto del fiume; le rocce,
come a Bryce, sono un libro di geologia a cielo aperto, e in questo canyon sono
ancora più stratificate; il colore della roccia, invece, è un qualcosa di nuovo
nelle mie esplorazioni: un marroncino sabbioso, quasi giallognolo, che in
contrasto col cielo grigio e nuvoloso produce un effetto stratosferico (nel
senso di Stratosphere dei Duster). Valeva la pena di dargli un’occhiata.
I tre o quattro
“viewpoints” del Little Colorado River ai quali mi fermerò, chiaramente, non
sono la “real thing”: la testa, non posso nasconderlo, la ho già al Grand Canyon (cliccare per ascoltare la canzone che ho avuto in testa tutta la
giornata). E con il concerto dei Vs Self, lo ammetto, è un po’ la stessa cosa.
Ciò che hanno di bello e piacevole entrambi, però, è che te li puoi
spiluzzicare un po’ come vuoi: ci sono belvederi nei quali passo diversi minuti
immobile e in silenzio ad ammirare l’orizzonte infinito, altri in cui do
soltanto uno sguardo all’ingiù per poi proseguire la mia guidata; allo stesso
modo, durante il concerto ci sono canzoni assolutamente fomentanti, tipo la
singhiozzata Worthless, per le quali mi lancio nel caotico pit dei
giovani d’oggi (il primo del festival!), alternati a momenti in cui invece mi
metto in disparte e ammiro lo shredding e il batterismo finissimi. In entrambi c’è,
infine, una bella varietà: ogni paesaggio del Little Colorado ha qualcosa di
unico, che sia la presenza di vegetazione, formazioni rocciose singolari, uno
sguardo particolare sul deserto; il set dei Vs Self, dal canto suo, cambia
persino la formazione del gruppo verso la fine, trasformandosi in un duo con un
batterista diverso, una scelta bislacca ma interessante e soprattutto che non
intacca l’efficacia della band: il loro capolavoro Yesterday By Beatles Or: Imagine By Yoko Ono As Sung By John Lennon, con quell’earworm infinito di
riff in tempi dispari, funziona benissimo lo stesso e fa tremare tutta Downtown
Vegas. In ogni caso, una tappa che non scorderò presto.
20) Desert View - Recover
Il primo (e
migliore) punto panoramico del Grand Canyon ti appare davanti senza nemmeno
avvisare. O almeno, con una grandezza che non ti aspetti. Al Desert View Point,
poco dopo i bagni, uno dei paesaggi più immensi e improbabili del mondo si
svela ai vostri occhi. La visione è quasi esagerata: sembra finta. Un angolo di
più di centottanta gradi svela rocce di colori impensabili, il fiume Colorado, crateri
profondissimi che si estendono per svariate miglia e poi, dall’altro lato,
l’altipiano che riprende il suo corso naturale, piattissimo e impossibile. Un
po’ più a destra, nella direzione da cui provengo, il deserto, al contempo in
contrasto e coerenza con questi rilievi estremi. È solo una vista, mi dico,
domani lì ci camminerò. È vero, è solo una vista, non vale la pena schiacciarci
troppo tempo. Ma è ipnotica e, considerato anche che per molti è la prima del
Parco Nazionale, anche iconica. E non molto conosciuta per giunta, almeno in
Europa. Lo sapevate, voi, che c’è una torre di guardia alle porte del Grand
Canyon? Io, finora, no. Eppure eccola qui, accanto al baratro: sei piani di
roccia perfettamente integrati nel paesaggio, progettati dall’architetta Mary
Colter negli anni ‘30, in cima alla quale si può anche salire.
Dai Recover non si
aspetta nulla nessuno: suonano presto al palco piccolo e ci sono solo
completisti del cazzo come me ad aspettare la loro venuta. Con un nome così
generico, quando è uscito il cartellone, nessuno è andato a controllare chi
fossero e cosa facessero. Tutto quello che vi posso dire di loro l’ho scoperto
a posteriori: trattasi della reunion di una band texana attiva principalmente
all’inizio di questo nuovo millennio, scovata dal Best Friends Forever che ha
voluto portarli per trenta minuti nello slot più infame del festival. Sono in
quattro e hanno i capelli più disordinati dell’edizione. Non hanno intro né
intermezzi ambient né altri cazzi. Cominciano a suonare, se non vado errato con
Bad Timing (All Right), e lo schiaffo sonoro gratuito dei loro quattro
quarti tenuti sui piatti, 120 BPM, riffone di due accordi schitarrato con
cattiveria e questo Dan Keyes che sembra uscito da un video di MTV girato
dentro a una stanza graffitata che canta a pieni polmoni… Sì, lo schiaffo
sonoro arriva. Eccome se arriva! È come se mi risvegliasse da una siesta della
ragione: porca troia, il rock, il rock duro, persino! Quella dei Recover è una
musica che viaggia a trecento chilometri orari con un motore che va a
propulsione di espressività, che a volte è talmente efficace da farti dire: “Ma
com’è che nel 2002 non avevano tutti questo disco in macchina? Spacca troppo!”
facendo anche il gesto delle corna per gradire. Ovviamente non è solo dad rock
senza arte né parte: un ascolto più attento rivela che nel loro approccio tardo-grungettone
orecchiabile, massimalista ma anche sensibile, c’è un germe di vecchio emo più
che forte. Che siano il gruppo preferito dei gruppi preferiti della tanta gente
qui presente che si strappa le vesti per roba tipo i Paramore (e ci sono due
gruppi in line-up “that sound like old Paramore”: Sweet Pill e Pool Kids; non
ne parlerò)? Probabile! Ma di quel sottogenere e sound che detesto abbastanza,
i ragazzi hanno solo i lati sani e positivi: sincerità, voglia di fare, garra,
immediatezza.
I punti
d’osservazione esageratamente da cartolina, popolati da orde di turisti che
scattano foto con fare da NPC, avrebbero tendenza a starmi sul cazzo. In
generale, apprezzo quelli dove ci sono sentieri da percorrere o attrazioni da
visitare in complemento a un semplice paio di affacci. Desert View, in questo,
è un po’ tutto quel che detesto. E nonostante quello che gli affacci offrono
sia sbalorditivo, la calca di fotografi e (peggio) modelli della domenica mi
stanca in fretta. Anche il rockazzo dei Recover sarebbe capace di stuccarmi
rapidamente (sui dischi, un po’ è così). Ma c’è sempre la torre da visitare.
Montare in cima a questo monumento che racconta il grande cantiere della
creazione dei Parchi Nazionali, piena decorazioni dipinte dalle popolazioni di
indiani Hopi che hanno (si spera in buona fede) collaborato col governo per
questa tappa di democratizzazione del patrimonio naturale… Beh, è un’emozione
vera. Uguale per i Recover: la sensazione che si ha, nel vederli suonare, è
quella di avere davanti un avamposto. Sì, un avamposto della musica moderna
americana, poco conosciuto forse, ma fiero e determinato come nessun altro. Sul
finale Dan Keyes perde sangue sul ponte della chitarra e continua a suonare e
cantare carico come non mai.
Il luogo e il set
sono esenti da storture o, per usare un gergo più giovane, trashate? Ovviamente
no: i tour operator che girano in Jeep rosa, chi ce li ha messi qui? Oppure Fuck Me For Free, sì ok, gasa, ma che cavolo di testo è? Ma vabbè, chi se ne
frega. Per un po’, è bello anche godersi le cose semplici, quelle che piacciono
a tutti. Specie se chi ce le ha volute offrire ha lavorato così duramente. Specie
se sono così belle. Specie se ci fanno battere il cuore così forte.
21)
Mather Campground - Drug Church
Non è un vero road
trip se una parte del tuo percorso non è organizzata un po’ alla carlona. Io e
il campeggio, chi ha letto le mie retrospettive sui festival estivi lo sa, non
siamo proprio migliori amici. Però ormai un minimo di esperienza la ho e,
siccome per passare due notti filate in albergo al Grand Canyon, durante il
weekend per giunta, devi o spendere una barcata di soldi o andare in cittadine
che si trovano a più di un’ora da qui, perché non osare un venerdì e un sabato
notte in tenda? Prenotare il materiale al negozio del Grand Canyon Village è
una bischerata e non costa nemmeno granché. Capire dove dormirai di preciso è
un po’ meno immediato: mi accorgo tardi assai che non si può piazzare la tenda
dove ti pare, ma va prenotato uno spot (e per fortuna, scopro a Kanab, ce ne
sono ancora un paio disponibili). Senza incognite, un viaggio non può essere
un’avventura. E, anche se alla fine il sistema mi ha obbligato a organizzare
tutto in maniera abbastanza certosina, l’eccitazione al pensiero di dormire in
mezzo alla natura perdura durante tutto il viaggio e si amplifica durante la
mia giornata a giro per i viewpoint del Grand Canyon, facendomi sorridere e
saltellare.
E un festival di
musica magari non propriamente estrema, ma che comunque nove decimi dei tuoi colleghi
non capirebbero, non potrebbe mai essere completo senza almeno un concerto
hardcore punk come si deve. Di quote adiacenti al genere quest’anno ce ne sono
eccome, ma di gruppi HC nudi e crudi uno solo: i Drug Church, una band che da
più di dieci anni manda avanti il verbo del punk rock semplice e potente come
non mai, il mio genere preferito in assoluto. Quello che ha di speciale questa
band soon-to-be “storica” è una formula beatdown tradizionale alla maniera dei
Turnstile (di cui del resto sono coetanei e quasi conterranei), tanto hard e
poco core, sicuramente demolitiva ma che senza nulla togliere alla pesantezza
del suono riserva un vero rispetto per melodie di chitarra (talvolta anche in
clean) che sono sempre magnifiche. Non vedo l’ora di vederli, anche e
soprattutto perché sono conosciuti per mettere su un live spettacolare, al
contempo aggressivo e pericoloso ma anche intimo e unificatore. Mi immagino il
loro concerto come una notte in tenda: è un’esperienza scomoda, certo, ma se
capiti nel posto giusto è abbastanza profonda da riconnetterti con l’universo.
Alla fine, l’unica
opzione sensata era quella di piazzarmi nel Mather Campground, il campo base
per eccellenza nel lato Sud (South Rim) del Grand Canyon. Non è niente male,
devo dire: enorme, isolato, boschivo, ben organizzato, c’è spazio per la tenda
e per la macchina. Tutto fila liscio e, pure se fa un freddo bastardo, già mi sto
pregustando una serata intimista e “cozy” nella tenda che sto provando a capire
come montare. Poi comincio a sentire un paio di gocce e, un po’ impanicato,
chiedo aiuto al mio vicino, un ragazzo di Phoenix che mi ha l’aria di un
habitué e in quattro e quattr’otto la tenda sta in piedi (same old story). Di
fronte alla mia dimora notturna, mi sento veramente un ganzo. E poi cascano i
primi fiocchi di neve.
Tillary in fondo è una canzone emocore: ci sono le chitarrine fluttuanti, una
sequenza di accordi malinconici, un cantante stonato che racconta una storia triste.
La rottura con l’ultima canzone dei Get Up Kids ascoltata pochi minuti fa non è
radicale. Eppure c’è una grandezza talmente schiacciante, nel suono e nella
presenza scenica dei Drug Church, che l’unica mia reazione è spalancare la
bocca e dire: “Oh, cazzo…”, un po’ come davanti a una neve inaspettata. Il
basso sfonda il muro del suono, le chitarre sono taglienti come rasoi e il
frontman Patrick Kindlon, cappellino dell’Armata Rossa sul capo e volto
ombreggiato come il villain di un anime, è una figura estatica, al contempo
messianica e intimidante. Salgo sulla Camry e vado alla lavanderia all’ingresso
dell’immenso campeggio, convinto che fare un po’ di bucato migliori
automaticamente il clima, ma ogni volta che esco dal “wash & dry”, ora che
il sole è praticamente calato, l’atmosfera appare sempre più glaciale. Quando
l’agognato ultimo ciclo di asciugatrice è finito, esco e: “Oooh, caaazzooo…”,
sta cadendo il mondo. Stessa sensazione di quando parte il riff di Myopic
e mi accorgo che sono esattamente nel mezzo del pit e che tra pochi secondi
partirà uno dei drop più cazzuti nella storia dell’hardcore punk contemporaneo.
Al volante, mentre torno al campo base, urlo, agitato e divertito. Attorno a
me, la bufera. E, nel mezzo, io che rido. Ma che follia sto vivendo?
Cosa posso dire
della notte in tenda al Grand Canyon e del concerto dei Drug Church? Ho dovuto
fare un sacco di viaggi emozionanti avanti e indietro dal rifugio del mio sacco
a pelo a un mondo esterno spietato eppure tanto tanto affascinante, ad esempio
la sortita serale nel bosco silenzioso per andare a comprare un liquido per far
partire la macchina se si ghiaccia la benzina, oppure quella a tarda notte per recuperare
un secondo paio di pantaloni da mettermi addosso sotto a un cielo
stellatissimo; allo stesso modo, pure la musica dei Drug Church mi ha regalato
diversi anda e rianda tra momenti di musica estrema e violentissima e sprazzi
di magnificenza (in quasi tutte le canzoni le due convivono: quando la sintesi si
concretizza nell’esplosione del ritornello di Fun’s Over mi sento
mancare il fiato). Quando durante Demolition Man ho visto gente che
volava giù dal cielo mentre il pit mi portava dove voleva lui ho provato lo
stesso terrore di quando, a notte fonda, mi sono accorto che sulle pareti Nord
e Sud della tenda era penetrata dell’acqua, ma anche come una spinta interiore
di determinazione e coraggio che mi ha detto: “Non ti preoccupare, che non è
niente, anzi goditi il momento!”. Mentre alle due di notte, imbacuccatissimo,
mi stringevo sulla testa il cappello da pescatore foderato col logo della Super
Bock che mi hanno regalato al supermercato, ho persino trovato che il momento
fosse comico ma anche istruttivo, un po’ come il discorso in cui Kindlon ha
sfottuto i Foo Fighters al fine di raccontarci una lezione su cosa sia
l’integrità (voleva lodare i Piebald, che non mi sono piaciuti molto, ma il
discorso si può applicare perfettamente ai Recover).
Durante le nove ore
della mia notte al Mather Campground, come durante la mezz’ora del set dei Drug
Church, ho avuto addosso la sensazione di divertimento definitiva e allo stesso
tempo quella di star lottando per la mia sopravvivenza. Entrambe sono sembrate
durare un attimo e al contempo un’eternità. Quando arriva l’alba, sono sorprendentemente
riposato, così come ho ancora birra per correre come un maratoneta per vedere
The Jesus Lizard, nonostante il pit folle nel quale sono appena stato.
Andrei a un
festival incentrato sull’hardcore punk di oggigiorno, dove i Drug Church sono una
sorta di “golden standard” (tipo l’Outbreak)? Penso di no, e infatti sono due
anni di fila che rinuncio ad andare a Manchester. Dormirò in tenda per un secondo
giorno di fila dopo questa notte gelida? Col cavolo, infatti la sera dopo me la
collasserò in un motel a un’ora di distanza dall’ingresso del parco. Sono
contento che tutto ciò sia successo? Moltissimo. Sicuramente uno dei migliori
concerti dell’edizione.
22) Bright Angel -
Sunny Day Real Estate
Come io possa essere in forma dopo una notte del genere o dopo una combo Unwound - Mannequin Pussy devastante, dio solo lo sa. Eppure è così. Certo, un po’ stordito lo sono. E perciò sono anche indeciso. Vado a camminare oggi? Provo ad andare vicino al palco per l’ultimo concerto del giorno? Ma i sentieri non saranno ghiacciati e scivolosi? Ma non ci sarà la folla del secolo per i Sunny Day Real Estate, forse il gruppo emo degli anni ’90 più iconico in assoluto? Per un po’, indeciso sul da farsi, me ne vado a zonzo per fare delle commissioni di primissima mattina: disdire il campeggio e prenotare un albergo per stasera, andare al negozio per rendere il materiale e l’engine starter (non avevano l’antigelo: gli americani sono un popolo “solution-oriented” ma della prevenzione proprio se ne fottono), dare uno sguardo alla vista sul canyon e provare a vedere se qualcuno mi consiglia che percorso fare oggi. Arrivo al punto di partenza del Bright Angel Trail un po’ così, per vedere che aria tira, e sono appena scoccate le nove del mattino. Leggo un po’ di cartelli sulla durata del percorso, vedo che un po’ di gente ci va. Qualche piccolo cumulo di neve qui e lì c’è, ma si stanno sciogliendo e la strada sembra più che praticabile. Non controllo nemmeno quante provviste ho dietro e mi instrado nel sentiero soleggiato.
Non vado subito in
mezzo alla folla: i miei amici californiani se la stanno cazzeggiando
bellamente sul pratone (e si sono persi Mannequin Pussy… poveri loro!) e mi
offrono un momento di ristoro, di “insight” sullo stato attuale del Best
Friends Forever Stage e sul da farsi. “We’ll get closer to see Sunny Day”, dice la ragazza col tatuaggio di
Milo, la prima con cui ho stretto amicizia, “People are just hanging out so I’m
sure that we can all see them well. You’ll definitely be
close if you go now”. Mancano solo due minuti quando mi avvicino al palco, ma
il punto sembra buono. Sono comunque un po’ ai margini quando vedo la band di
Seattle uscire fuori e suonare 8, dapprincipio calma e nervosa e poi
graffiante e quasi furiosa. Il suono che arriva alle mie orecchie è pura gloria:
la voce di Jeremy Enigk è perfetta, uguale a trent’anni fa, la band è
super-affiatata e dinamica, la musica sicuramente malinconica ma estremamente
energica. A poche file da me c’è un gran marasma e, contro ogni aspettativa, mi
viene voglia di muovermi. Quando parte il riff finto-allegro di Seven,
la mia canzone preferita in assoluto da Diary del 1994, la pietra d’angolo
dell’emo come lo conosciamo, un disco che ho consumato ormai tanti anni fa…
Niente da fare, rieccomi nel pit.
Pare che il
sentiero che ho appena cominciato con nonchalance sia il più popolare in tutto
il Grand Canyon National Park, e dopo la prima curva capisco perché: il
panorama che appare davanti ai viandanti durante la loro discesa è
semplicemente immenso, una visuale completa “rim to rim” della formazione
rocciosa più iconica del mondo. La discesa in sé, per quanto ripida, è
decisamente semplice, abbastanza frequentata, ma sempre intima e contemplativa.
Con i Sunny Day Real Estate che suonano tutto Diary dall’inizio alla fine è un
po’ la stessa cosa: si ha l’impressione di essere davanti a un monumento
grandioso della musica che ci ha cresciuti, ma anche a tu per tu con i
sedicenni che fummo (o, almeno, che fui io quando me li sparavo costantemente).
E la sensazione di essere minuscoli ma partecipi di qualcosa di davvero tanto
grande è un’emozione unica. Penso che la stiano provando un po’ tutte le
persone che, insieme a me, stanno perdendo la voce urlando: “We’re running down
In Circles!” mentre, effettivamente, corriamo in cerchio.
Negli anni dove la
mia emo-mania si è calmata ho sempre considerato Diary un grande classico, ma
l’ho un po’ demitizzato: sosterrò sempre che è un disco con un sound
caratteristico ed emblematico, ma non posso non trovargli il problema di essere
un po’ monocorde. Bright Angel Trail, che alla fine deciderò di percorrere fino
a un boschetto sul fondo del canyon (gli Havasupai Gardens, quasi cinquecento
metri di dislivello dal punto di partenza!), è un po’ simile: il paesaggio è
incredibile, ma è praticamente sempre uguale. Ma è veramente un problema?
Qualcosa di intramontabile, lo dice la parola stessa, bene o male ti accompagna
per tutta la vita. Così è stato per Diary, e così è per questa vallata immensa
costellata di pendii rocciosi a vista d’occhio: vi cammino per sei ore, ma non
smettono mai veramente di stupirmi. Così come mi stupiscono ancora i riff
bellissimi di certe canzoni (quando parte quello di 47 mi sono
seriamente commosso), oppure le piccole sorprese che appaiono qua e là: un
piccolo tunnel di roccia, la ballata inquieta di Pheurton Skeurto
(suonata con la chitarra!); la vista lontana del Plateau dove stanno costruendo
un condotto dell’acqua che sembra una carovana indiana nel deserto, oppure una
canzone uscita quest’anno e che non conoscevo che viene suonata all’encore, Novum Vetus, una lectio magistralis di rock triste, che chiude con intensità un
concerto bellissimo e lascia presagire un futuro luminoso.
Certe cose, ne sono
convinto, meritano la loro fama perché sono, semplicemente, universalmente
belle. E non invecchiano mai.
23) Grandview - The Jesus Lizard
Ok, forse un po’
stanco lo ero: dopo un’ora di guidata, una cena in un diner un po’ speciale
(poi ne riparlo) e la vista salvifica di un vero letto, ho dormito senza sosta
dalle 21 alle 7. Ci voleva, e soprattutto adesso non ci sono cazzi: è il
momento di andare a fare l’impresa e sfidare il Grandview Trail, a cui ieri ho
rinunciato ma che ho adocchiato fin dall’inizio della vacanza come destinazione
per eccellenza della mia due giorni al Grand Canyon. Nata per permettere ai
minatori di raggiungere i giacimenti più ricchi della zona, questa mulattiera
permette di raggiungere punti decisamente bassi del Canyon e, soprattutto,
offre lo sguardo su tantissimi panorami diversi. È un sentiero storico,
importante e, stando a quello che dicono i cartelli, pamphlet e siti
governativi, molto difficile e persino pericoloso. Ora, si sa che gli enti
pubblici statunitensi, per citare Honestly?, sono “overly dramatic”,
però a questo giro intraprendo la camminata con fare un po’ più coscienzioso, e
con un equipaggiamento studiato nel minimo dettaglio. Attacco di nuovo alle
nove del mattino, conscio del fatto che oggi si fa sul serio, non è
l’autostrada di Bright Angel. Dopo aver percorso i primi duecento metri, però,
mi fermo già a riprendere il fiato. Non tanto per la fatica, quanto per lo
stupore e per concentrarmi bene sui miei passi. Accidenti, il National Park
Service aveva ragione: questo sentiero è veramente stretto, ripidissimo e
vertiginoso. Completamente folle.
Hanno davvero
bisogno di presentazioni, The Jesus Lizard, specie su questo blog dove si parla
di noise rock un giorno sì e l’altro pure? Non credo proprio. Non c’è una sola
singola band, al giorno d’oggi, che suoni rock rumoroso e/o dissonante e non si
ispiri almeno parzialmente al quartetto di Chicago. E ovviamente, sono
trasalito quando è stata annunciata la reunion della band che rivoluzionò il
punk rendendolo storto, assordante, arrugginito e pericoloso come i trapani che
gli squilibrati dei film horror tengono in cantina. Sono mesi che mi aspetto un
concerto abbastanza fuori di testa, persino il cantante dei Drug Church ha
detto grandi cose su questo set. Ed effettivamente il concerto si preannuncia
quantomeno bizzarro quando David Yow, che sembra Lemmy dei Motorhead, chiede
alla folla di cantare gli auguri di compleanno a sua sorella, nata a Las Vegas.
Ma quando, dopo le prime note del rock ’n’ roll efferato di Puss, nonno
Yow comincia a saltare in mezzo alla folla, ballare come un pazzo, scendere e
risalire sul palco, mentre i suoi compari fedeli (gli stessi di sempre fin
dalla fine degli anni ’80) suonano malvagità pura con una precisione
encomiabile… beh, in quel momento sopravviene un sentimento atavico: la paura
della morte. Un po’ la propria, ché in mezzo a questo pit feroce partono
scoppole. Un po’ anche quella del cantante sessantaquattrenne che dall’aspetto
non ha avuto proprio una vita sobria, e che se continua così ci rimane secco.
Non è una cosa del
tutto negativa, la paura della morte. Se non l’avessi, non proverei nessun
piacere nel superare gli ostacoli un po’ rischiosi che mi appaiono davanti
sulla discesa tortuosa e piena di sorprese del Grandview Trail (per citarne
alcuni: piccoli ponti di roccia con discreti strapiombi da ambo i lati, sezioni
dove il sentiero scompare per lasciare spazio a un percorso indefinito su
grandi massi manco fossi Q-Bert, un passaggio lungo una parete di terra rossa stretto
come un cornicione). O ancora, se la paura della morte non esistesse non
avremmo mai avuto canzoni come l’angosciante Seasick, il cui “I can’t
swim!” è perfetto da cantare in mezzo al mare di corpi in movimento che mi
comprime la cassa toracica. Ma il potere e la grandezza della musica spigolosa
e poliedrica dei Jesus Lizard, così come il sentiero frastagliato e curvilineo
di Grandview, sta nel fatto che, esagerati come sono (di competenza strumentale
e genio compositivo, di scorci mozzafiato e traversate ingegnose), a un certo
punto il pensiero della morte, pur restando in sottofondo, cede il posto
all’ammirazione dell’immensità. E al momento in cui parte la desertica Nub,
e comincio a vedere la punta dell’irreale Horseshoe Mesa verso la quale mi sto
dirigendo, forse la morte un po’ me la dimentico. Ormai sono entrato nel
meccanismo: il sentiero mi sembra meno pericoloso e di David Yow che crowdsurfa
come un matto non sono più tanto preoccupato, anche perché, come tutti noi, si
sta chiaramente divertendo un casino.
Arrivato nella
parte bassa del sentiero, dove l’aridità è pari solo a quella dell’universo
sonoro di questa band dal cantante completamente pazzo, mi accorgo di un’altra
cosa che rende Grandview, e il set dei Jesus Lizard, così straordinari: un
ineffabile senso di rilevanza storica. Ci sono parti della Mesa dove i cartelli
intimano i visitatori di non tocchicciare troppo le pietre, visto che ci sono
ancora rifiuti tossici o radioattivi derivati dall’attività degli uomini che
andavano a cercare il rame (“Copper will never be gold”, diceva un
“fella named Steve Albini” che ha reso grande il suono della band di Yow). O
ancora, lungo il percorso capita di incrociare impronte da seguire o resti di
piccoli bivacchi, cose che hanno ispirato le scene dei grandi film western,
così come, vedendo i suonatori fermi che producono una musica calibrata alla
perfezione e il cantante che impazza, mi ritornano in mente tantissime band di punk
alternativo con dinamiche simili (una su tutte, gli immensi Les Savy Fav).
Il concerto è
magnifico e ineccepibile: ogni canzone brilla, sia quelle storiche (Mouth Breather, di cui conosco anche la slintiana “lore”, è forse la mia
preferita) sia quelle dell’ultimo ottimo album (Falling Down ci regala
uno dei momenti più aggressivi del festival). E se la discesa è stata un po’ spaventosa,
il viewpoint sul fondo della Mesa, proprio nel mezzo del Grand Canyon (con
vista sul Colorado), ne vale completamente la pena. La salita, lei, è certamente
un po’ faticosa, ma anche molto meno dura del previsto. Difatti, rimonto il
Grandview Trail più velocemente di quanto non lo abbia percorso verso il basso.
In termini
evolutivi e darwiniani non è tanto logico, ma a volte riusciamo ad abituarci in
fretta al pericolo. E la paura della morte, senza che possiamo accorgercene,
scompare. Meno male che succede di rado, e soltanto per poco tempo.
24) Historic Route 66 -
The Murder City Devils
Non penso di
potermi inserire nella categoria umana delle persone affascinate dalle Route
66. Non vedo perché dovrei: non ho mai letto Steinbeck (shame on me) e non sono
veramente un fanatico del vecchio rock ‘n’ roll anni ’50 e ’60 (anche se la
stazione radio Little Steven’s Underground Garage, questi ultimi giorni, me ne
ha dato una bella dose). Perché sono finito sulla Route 66, allora? Per la
ragione per cui, alla fine, questa strada è famosa tra gli amanti del blues
rock: perché, se hai l’anima del vagabondo, lei ti attirerà. Con me,
addirittura, lo fa in più occasioni! Ho già posato i piedi sulle carreggiate
della Strada Madre, per caso o per interesse turistico, quando vivevo nel
Midwest se non persino quando venni in California coi miei genitori in
giovanissima età (sei anni, tipo?). A questo giro, per la Route 66 ci passo per
necessità: la notte dopo la traversata di Bright Angel, per evitare una seconda
notte sottozero in una tenda bagnata, mi trovo un motel che la costeggia a
Williams, Arizona. Dopo il Grandview Trail, invece, comincio ad avvicinarmi
seriamente a Las Vegas, e la tappa che “mi prende di strada” è Kingman, Arizona,
proprio accanto alla Route. Per informazione, la Route 66 com’era un tempo non
esiste più veramente: da quando le grandi Interstate (in questo caso la I-40)
hanno preso il sopravvento, questa strada leggendaria è diventata totalmente
secondaria. Nel centro città di Williams, ormai, è persino a senso unico! Di
queste antiche storie di americanità ed erraticità restano ormai solo distretti
storici, i pochi commerci sopravvissuti alla modernità, e forse qualcosa di
impalpabile nell’aria.
The Murder City
Devils, anche solo all’aspetto, hanno qualcosa di estremamente americano e un
po’ marcio (perché chi dice vagabondo dice marcio, e avreste dovuto vedermi, in
abiti da trekking, nelle reception dei motel). Sarà l’abbigliamento
esageratamente “working class” (un’overdose di magliette della salute) o anche
solo la faccia e la postura di Spencer Moody, che sono quelle del tipico
personaggio che vedi a tarda notte in un bar di quelli con l’insegna “Coors
Light” luminosa. E la musica della band di Seattle riflette perfettamente
queste sensazioni: un punk rock squallido e profetico, influenzato pesantemente
dal primissimo garage rock e arricchito da tastiere che, invece di rendere il
sound raffinato, hanno l’obiettivo di donargli una sfumatura ancor più di serie
Z. Sotto a un sole cocente di metà pomeriggio, la presenza dei Murder City
Devils è un invito a smetterla con le carinerie da festival, gli outfit
precisini e la sobrietà. Quando parte Murder City Riot, chi deve capire
lo capisce. Io lo capisco, un ragazzetto della Florida col mullet che si leva
di dosso la maglia dei Jesus Lizard pure. Il suono hardcore sporco e melmoso
arriva alle coronarie, io e il giovane diamo un sorso generoso alle fiaschette di
Fireball (brucia, sì) che ho portato all’Events Center di nascosto, e può
partire il primo pogo della domenica: un pogo disordinatissimo, fastidioso e
sporco come un barbone che beve qualcosa da una busta marrone seduto sul
marciapiede, intenso e stupefacente come le luci di una brutta città che
appaiono dopo ore di guida nella notte cupa del deserto.
All’ingresso del
diner di Williams dove mangio la mia cena a base di omelette, hash browns e
torta di ciliegie (“Breakfast is served all day”), c’è un cartello dove c’è
scritto che le armi da fuoco sono benvenute nel locale, sempre che vengano
usate solo in caso di necessità e per detenere il crimine. E la Route 66 mi
ricorda che, volenti o nolenti, gli Stati Uniti sono un paese violento, come le
storie crude di Press Gang, una potentissima ballata mortifera che fa
male alle budella, molto più del liquore. A Kingman, ai bordi dello stradone
costellato di stanze e ristoranti da quattro soldi per accogliere i viandanti,
si vedono grandi formazioni geologiche del deserto. E la Route 66 mi ricorda
che gli Stati Uniti sono sicuramente il paese dei paesaggi urbani deprimenti,
ma anche quello della natura incontaminata, che Patti Smith celebrò in Pissing in a River, di cui The Murder City Devils fanno una cover eccezionale. A
Williams, guidando con la macchina, vedo un grande complesso ferroviario: è da
qui che partivano i treni per il Grand Canyon, trasportando le persone e i
materiali che l’hanno trasformato nel sito turistico che è oggi. Ancora una
volta, la Route 66 mi ricorda che la storia degli Stati Uniti è una storia,
come quella di Idle Hands, fatta di confluenze (“Met a girl from Austin,
Dallas…”), di duro lavoro e di dolore.
La musica dei
Murder City Devils, proprio come la Route 66, non è esteticamente gradevole. Vi
dirò di più: nessuna delle due offre un conforto di gran qualità: a fine
concerto ho male alle orecchie, alle gambe e alle spalle; sia al diner sia
all’italoamericano di Kingman ho mangiato cibo tipico, sì, e piuttosto cattivo;
il Motel 6 a cui sono andato per il prezzo conveniente ma anche perché volevo
provare l’emozione di scrivere ai miei amici From a Motel 6, vince il
premio come peggior struttura in cui ho dormito (senza contare quello di
Downtown Vegas, fuori categoria).
Al concerto dei
Murder City Devils, come alla Route 66, conviene capitarci, com’è stato per me.
Se proprio ci si va con convinzione, in ogni caso, bisogna accantonare ogni aspettativa
di magnificenza: entrambi sono brutti, sporchi e cattivi. Ma se ci capiti per
caso, sapranno darti quello di cui hai bisogno: un po’ di ristoro, un po’ di
follia. Nascosta bene, persino un po’ di bellezza.
25) White Hills Wind Farm - The Anniversary
Per essere un
festival emo, io che sono un frignone ho pianto sorprendentemente poco. “Meglio
così, no?”, penso mentre, aspettando The Anniversary al palco principale, ore 13:30,
l’ultima giornata di festival entra nel vivo. La squadra BFF ha captato un’altra
reunion oscura e suggestiva: una band del Kansas che all’inizio del nuovo
millennio aveva saputo stupire il pubblico con un power-pop macchiato di emo e
strapieno di sintetizzatori pazzerelli. Qualche tempo fa ho ascoltato il loro
primo disco, Designing a Nervous Breakdown, che nel 2000 aveva avuto anche un
discreto successo, e non l’ho trovato affatto male. Il concerto dovrebbe essere
fresco e divertente, e quando arriva l’intro, un condensato di cazzonaggine
millennial autocelebrativa ed autoironica, quest’impressione si riconferma: il
montaggio di Beavis & Butthead che sfottono la band mi piega in due dalle
risate (come al solito, anche se la mia clip preferita resterà sempre quella di
Rattled by the Rush), e la scelta epica e ridicola di montare sul palco
sulle note di O Fortuna è esilarante. The Anniversary un po’ piacioni lo
sono, si nota: l’intro di The Heart is a Lonely Hunter è bombastica, e
la suspense delle sue pause, insieme al riffone futuristico, aizzerebbero pure
le folle più fredde. Ma quando, in mezzo a tanta euforia elettrizzante parte il
ritornello ultra-nostalgico, con la voce acuta di Adrianne Verhoever che fa: “I'll
march slowly and I'll never forget how the music stopped or the feel of your
breath”… ecco che, stiò, arrivano le lacrime incontrollate.
Il mio collega (e
amico) Niels, in un momento di quelli in cui si sta lavorando ma non veramente,
si sporge dalla scrivania e mi fa: “Il Nevada male male, eh!” “In che senso,
scusa?” “Guarda qua”, mi dice girando lo schermo del suo laptop verso di me.
Statistiche, grafici a torta. “Guarda la produzione elettrica: è praticamente
tutto fracking… Eolico, meno dell’1%”, mi fa. “Maledetti repubblicani”. Sto
guidando verso Las Vegas, dove dovrò mollare l’auto a quelli del noleggio e poi
avrò la giornata libera per fare qualche cazzata: forse, con un po’ di fortuna,
quel tatuaggio di Shmap’n Shmazz che ormai mi sono deciso di fare. Il mio
pensiero in questo momento è però uno solo, un po’ ossessivo: mi serve una
busta resistente, tipo quelle dell’Ikea, per trasportare il cibo che mi avanza.
E non si trova da nessuna parte. Sto entrando in tutte le aree di sosta della
Route 93 senza successo, e la cosa sta cominciando a diventare imbarazzante. La
terza o quarta stazione di servizio che mi accoglie è esilarante e terrificante:
ha una cassiera che trasuda metanfetamine, si vendono armi, ci sono decorazioni
con fumetti ricchi di doppi sensi sessuali a tema Area 51 (“Planet Earth is
yours, but Uranus is mine”…). Neanche qui, niente buste della spesa. Preso
dallo sconforto e, soprattutto, dall’impressione che la bruttura e la stupidità
dilaghino incessantemente negli U.S.A., al punto che tra poco tempo cadranno
nel baratro, mi dirigo verso la macchina e qui noto qualcosa in lontananza. Una
gradita intrusione bianca nel deserto rossastro, un movimento circolare
familiare, un ricordo di casa: all’orizzonte si staglia una grande foresta di
pale eoliche. Sento qualcosa in fondo al cuore: nostalgia, stupore, speranza
nell’umanità, anche solo l’appagamento di vedere il mio oggetto preferito
quando meno me l’aspetto. E no, non mi metto a piangere, ma mi commuovo per
davvero.
Osservo dalla
distanza con un sorriso un po’ ebete sul volto. Avrei voglia di saltare sul
posto come un canguro, ma mi devo contenere. Non è facile, perché Emma Discovery è una scarica elettrica che mi riempie corpo e anima di un
sentimento intimo: quello di una gioia di vivere fuori luogo, quella di cui ci
si dovrebbe un po’ vergognare ma proprio non ci si riesce. Questa sensazione di
euforia nerdona, gli svitati sul palco (specie il batterista che sembra uscito
da un libro del Dr. Seuss e la buffa tastierista-cantante che nel suo vestito
arancione è “twee” oltremisura) hanno l’aspetto di conoscerla bene: le grafiche
del loro concerto, che mostrano Homer Simpson sotto effetto di LSD,
testimoniano di un attaccamento sfegatato ai vecchi cartoni animati, e i suoni
da videogioco dei synth danno un effetto geek totale alla musica. È questo che
rende questa musica commovente: il fatto di non avere paura di essere
effervescente e su di giri come a volte ci sforziamo di non apparire. Il
concerto di The Anniversary è liberatorio e meravigliosamente vicino ai miei
stati d’animo più reconditi. La chiusa con The D in Detroit e i suoi
saliscendi di synth, che devono per forza aver ispirato Bomb The Music
Industry! (dunque è questa, la band preferita della mia band preferita), ne è
l’esempio definitivo.
Sono dei discreti
matti, The Anniversary, ma penso che mi guarderebbero strano anche loro, se gli
dicessi che la cosa che mi ha svoltato la giornata sono: 126 turbine per un
totale di 350 Megawatt, che sono tantissimi, mai viste in vita mia così tante
pale eoliche nello stesso posto, tra l’altro hanno tutte un rotor tra i 116 e i
127 metri, un po’ come quelle che io provo a impiantare in Francia, solo che
queste sono di marca General Electric, un modello che non si vede praticamente
mai da noi, comunque non sono male hanno un bel colore bianco, il design alla
fine è molto neutro, e insomma dicevo rotor sopra i 115 metri ma nemmeno si
direbbe da quanto sono isolate dalla strada e da ogni abitazione, poi
incredibile che ce ne sono tante nel deserto ma alcune salgono pure in cima
alla collina, chissà chi la fa la manutenzione, probabilmente c’è un team di
elettricisti solo per questa centrale, devono fare almeno una turbina ogni
giorno, tra l’altro ce ne sono alcune ferme ma non sono tutte a bandiera, mi sa
che il tecnico è dentro proprio ora, incredibile davvero e poi oh, non credevo
ma girano bene eh!
Dicevo, mi
guarderebbero strano, The Anniversary, se gli dicessi questo. Ma capirebbero.
***
Se siete arrivati
fin qui, grazie di cuore. Non ho mai scritto una blog entry così lunga, ragion
per cui ci è voluto un mese pieno dalla fine del festival a pubblicarlo. Spero
che, magari a spezzoni, vi siate divertiti a leggerlo tanto quanto io,
ovviamente a spezzoni (mica sono Kerouac), mi sono divertito a scriverlo.
Soprattutto, spero che la sensazione che vi ha procurato questa lettura sia
stata quella di vivere anche voi, indirettamente, un’avventura in terre lontane
e, mi sento di dire, così diverse dalle nostre.
Non so se
racconterò di nuovo un mio viaggio con così tanti dettagli. Mi sono accorto,
durante e dopo le mie escursioni, che viaggiare da solo mi piace ma che è molto
diverso da viaggiare in compagnia e che se non si condividono le storie e le
sensazioni con qualcuno, che sia un accompagnatore o un pubblico di lettori, la
pratica del viaggiare non è mai veramente completa.
Tornerò a parlare
di musica e di concerti. Ma per un po’ mi calmerò, soprattutto perché mi sembra
giusto di onorare questi lunghi quaderni americani lasciando dietro a loro un
piccolo spazio di respirazione.
Vi lascio con un
paio di parole finali, di quelle che non mi riescono mai bene e risultano
sempre molto secche.
Per prima cosa, non
posso non menzionare il fatto l’America di un mese fa non è precisamente la
stessa. Oggi, è di nuovo l’America del presidente Trump. Che dispiacere.
Quantomeno, e probabilmente questa osservazione consolerà solo me che scrivo, anche l’io di un mese fa non è più il medesimo. Sento di essere un po’ cresciuto, di essere più cosciente di quello che voglio dalla vita, di conoscere meglio me stesso. E sul mio corpo adesso c’è un marchio indelebile di quello che amo, di quello in cui credo. Questo, sì, fa piacere.

























