mercoledì 13 novembre 2024

Alla conquista del selvaggio (mid) West (emo) - Il meglio del Best Friends Forever Fest 2024 e del mio viaggio nel triangolo d’oro Nevada-Utah-Arizona

Anche se in moltissimi fra quelli che leggono già lo sanno, devo raccontarvi una cosa incredibile: sono andato a Las Vegas apposta per un festival di musica. Anche solo pronunciarla, questa frase, mi riempie di eccitazione e fierezza, mi fa sentire un avventuriero. La musica statunitense è la mia preferita in assoluto da che ne ho memoria ed è fin dagli inizi del liceo, se non prima, che io e i miei amici ogni anno ammiriamo diverse line-up di festival americani con la bocca sbarrata dicendo: “Madonna, ma com’è possibile?” e sognando di poterci teletrasportare a rassegne che riuniscono quantità di artisti del cuore smisurate. Per anni, è stato solo un sogno ad occhi aperti. Nel 2019, quando vivevo a St. Louis, una capatina nel sogno sono riuscito a farla e i due giorni che trascorsi a Chicago in uno dei migliori Riot Fest di sempre resteranno impressi nella mia memoria come alcuni tra i momenti più felici della mia vita: Violent Femmes, Hot Snakes, Descendents, Jawbreaker, Anthrax, Turnstile, The Selecter, Testament, Slayer, sono solo alcuni dei gruppi che potei vedere nella Windy City in sole 48 ore. Oggettivamente, quando mai ti può capitare in Europa?

Fu un’esperienza indimenticabile e, purtroppo, effimera. Una volta tornato in Francia, ricominciai a guardare i cartelloni di questi festival d’oltreoceano con gli occhi trasognati e le labbra contorte in una smorfia di rassegnazione: l’America è lontana, andarci costa molti soldi, e poi ci vuole tempo! Mica me lo posso permettere, sono solo un povero studente. Passano gli anni, e l’idea di andare a vedere tutti i miei gruppi del cuore raggruppati in un solo luogo resta inarrivabile. Sono solo un povero neolaureato. Sono solo un povero stagista. Sono solo un povero impiegato assunto da poco. Poi, in una notte insonne di fine febbraio, appare sul mio Instagram la locandina di un festival mai sentito prima: il Best Friends Forever. La lista di 39 nomi appena annunciati per questa data a Las Vegas è un concentrato densissimo di artisti che vorrei vedere una volta prima di morire: appoggiato su uno strato solidissimo di alcune delle mie band preferite del post-hardcore e noise rock degli anni ’90 e primi ’00, arricchito da una spolverata di nomi tra i più seducenti dell’hardcore punk contemporaneo (in tutte le sue forme), c’è un banchetto opulento composto da gruppi indie rock leggendari tutti più o meno riconducibili a uno dei filoni musicali che mi hanno cambiato la vita: il midwest emo. La portata principale, quella che mi fa venire il capogiro, nemmeno sembra reale: la reunion che più aspettavo nella mia vita, i Cap’n Jazz. La guardo e mi stropiccio gli occhi: no, non sto sognando. E proprio mentre sto per dire: “mica me lo posso permettere, sono solo un…” mi accorgo che no, a questo giro non ci sono scuse che tengano. Ho un po’ di soldi da parte, poche ferie in vista e tutto il diritto di offrirmi questa vacanza negli States. Più ci ripenso su, più mi accorgo che questa primissima edizione del BFF è praticamente irrinunciabile. E non importa se, per quanto l’effetto wow della line-up sia arrivato a molti, nessuno dei miei amici voglia accompagnarmi in questa follia: sarà la scusa per fare il mio primo, grande viaggio da solo. Una volta nella vita, bisogna provare. 

Gli Stati Uniti un po’ già li conosco: sono stato in California da bambino, in Florida da ragazzo, a New York e nel Midwest negli anni dell’università. Questa parte del paese, però, mi è del tutto sconosciuta. E siccome stare in volo per quindici ore solo per vedere tre giorni di concerti e poi levarsi dalle palle pare brutto, per il dopo-festival ho preparato un piccolo “road trip” di una settimanina per andare ad ammirare le bellezze naturali della regione, una galoppata di circa 1500 chilometri che dal Nevada mi porterà a giro tra Utah e Arizona alla scoperta di parchi nazionali e riserve indiane, canyon e montagne, deserti e foreste.

Oramai che sono tornato posso dirlo: è stato un viaggio bellissimo. Per cominciare, il Best Friends Forever è stato ai limiti dello sconvolgente. Per carità, se andiamo ad analizzare i criteri con cui tendo a giudicare questo tipo di eventi, un paio di cose da rettificare ci sono. Il Downtown Las Vegas Events Center, ad esempio, come venue non è niente di che: si tratta di uno spazio piuttosto ampio con due ottimi palchi, ottenuto recintando alla bell’e meglio una delle tante fratture urbane della città (con tanto di residui passati: cartelli stradali, semafori, marciapiedi…), situato a due passi dalla vecchia striscia di casinò storici del quartiere e tremendamente esposto al sole cocente di questo territorio desertico le cui temperature sono arrivate sopra i trentacinque gradi Celsius praticamente ogni giorno. L’organizzazione è stata rivedibile: c’è stato, ad esempio, un nuovo “water gate” totalmente scollegato dai brogli di Richard Nixon, quello della presenza incostante di acqua gratuita. La cosa più criticabile del Best Friends Forever, però, per me resta una security completamente schizofrenica sulle regole da applicare di giorno in giorno: perdermi mezzo set di Rocket (giovane indie rock di ottimo livello, ricordano un po’ i Ratboys) perché la domenica, per qualche ragione, entrare con uno zainetto non va più bene, è stata una vera scorrettezza. La separazione dei palchi in due zone, la sinistra per i normali e la destra per i VIP, per quanto sia stata vivibilissima, è ontologicamente sbagliata. L’assenza di qualsivoglia attività o attrazione che giustifichi i prezzi esorbitanti di tutto, accettabili per il biglietto ma scandalosi per il bere (al punto da obbligarmi a trasportare fiaschette di contrabbando nel Center), è però il malus definitivo che mi porta a dire che il “modello BFF” può restarsene lì dov’è e che non c’è nessun bisogno di importarlo. Ma alla fine, inutile dirlo, è la musica che conta, ed a riguardo non posso dire proprio niente: sull’abbondante trentina di ore totali di musica spalmate sul weekend delle quali ho usufruito, di set che mi hanno lasciato indifferente li conto veramente sulle dita di una mano, mentre per contare quelli che mi hanno completamente conquistato, di cui alcuni che mi hanno proprio cambiato la vita, devo passare direttamente all’abaco.

Magari non si nota, ma sono una persona di indole nervosa. Ancora una volta, viaggiare me l’ha dimostrato: dopo le paranoie per ottenere l’ESTA (quel passaggio per Cuba nel 2018 mi ha fatto un po’ tremare), le insicurezze per connessioni abbastanza strette a JFK e un planning in cui è sempre un attimo a sbagliarsi a prenotare qualcosa, non c’è stato un giorno in cui almeno una piccola e intrusiva paranoia mi abbia fatto visita: le avrò recuperate le chiavi della mia casa francese dall’ultimo albergo?, il massimale della carta di credito mi basterà per i prossimi giorni?, mi piglieranno al prossimo motel se arrivo tardi?, sono solo alcune delle mille domande che possono affliggere quotidianamente il viandante solitario che sono stato. Ma, per fortuna, ci sono due cose che riescono a calmare tutte queste ossessioni: la musica, ovviamente, ma anche il piacere che mi procura conoscere posti nuovi, esplorare territori e paesaggi sconosciuti. E, se il Best Friends Forever Festival mi ha fatto dono di una gran quantità di concerti che mi porterò nel cuore per tutta la vita, lo stesso si può dire delle mie peregrinazioni tra Nevada, Utah e Arizona.

Faccio un paio di calcoli: di luoghi che mi hanno segnato al punto da farmi venire voglia di raccontarli ai quattro venti, ne ho in mente venticinque. Di set ai quali ho assistito e che voglio condividere, sempre venticinque, paro paro. E riguardando qualche foto ricordo, riascoltando qualche canzone, mi accorgo che una sinestesia forse un po’ ambiziosa, forse un po’ giocosa, la posso osare: di luoghi che assomigliano a concerti, e viceversa, ce ne sono stati diversi. Magari sarà un esperimento fallimentare, ma quando l’occasione si presenta bisogna provare e perciò, onde evitare la potenzialmente tediosa tiritera di live report o peggio, un diario di viaggio esageratamente manierista, ho deciso che vi racconterò rapidamente ognuna delle tappe del mio trascorso nel South-West associando ognuna a un set del festival. Ecco dunque a voi venticinque piccoli trafiletti che seguiranno l’ordine dei luoghi che ho visitato, a ciascuno dei quali sarà associato un concerto. Non sono tutti i luoghi che ho visitato, né tantomeno tutti i concerti che ho visto, ma soltanto quelli veramente tanto degni di nota e di essere raccontati. In particolare, tengo a precisare che gli unici set di cui parlerò sono quelli ai quali ho assistito dall’inizio alla fine (care Momma, sappiate che spaccate, ma dopo Drug Church e The Jesus Lizard era fisicamente impossibile starvi a vedere per più di quindici minuti) e dei quali non ho mai parlato in queste sedi (cari American Football, non me ne vogliate, è stato bellissimo esattamente come l’ultima volta).

Un’ultima precisione prima di cominciare: visto il formato poco convenzionale di questa blog entry, vorrò allegare tante, tante foto, più del solito. Le immagini saranno collage di un luogo e di un concerto e, proprio per questo motivo, non avranno didascalie. Sono abbastanza ossessionato dall’idea di segnalare costantemente il giorno e il luogo in cui ho fatto le mie foto, ma a questo giro sarebbe veramente troppo farlo costantemente. Sappiate che tutti i concerti si sono tenuti al 3rd Street (piccolo) o al BFF Stage (grande) nel sopracitato Event Center di Downtown Las Vegas, tra l’11 e il 13 ottobre, e che le foto ai vari luoghi turistici sono state fatte tra il 10 e il 14 ottobre per quanto riguarda Las Vegas, tra il 15 e il 21 per tutti gli altri posti in Utah e Arizona che citerò. In totale sono stato negli Stati Uniti dal 9 al 22 ottobre (e il primo e l’ultimo giorno sono stati essenzialmente dedicati al trasporto aereo): due settimane scarse. Sembrano poche ma, fidatevi, sono ricche di cose da raccontare. Let’s go.

***

1) Las Vegas - Karate

Il primo sguardo alla città di Las Vegas lo do dal finestrino dell’aereo. Poco dopo, sforzandomi di affaticarmi il più possibile per dormire una notte intera ed essere in forma l’indomani, decido di attraversare la città in autobus e mi accorgo di quanto il suo statuto di città “sui generis”, di oasi dell’edonismo, non intacchi il fatto che il 99% del territorio di Las Vegas conservi tutte le caratteristiche della classica e problematica pianificazione urbana americana: strade gigantesche, edifici pre-modellati all’estremo, enormi parcelle di terreno vuote, disposizione degli usi spaziali difficile da afferrare. Al di fuori di due o tre quartieri dedicati quasi esclusivamente al business del gioco d’azzardo, il “keno capitalism” della celebre Sin City non è dissimile da quello di tante altre grandi città degli Stati Uniti.

Il giorno dopo lo dedico interamente all’esplorazione della città. Per andare a comprare una SIM prepagata mi faccio quaranta minuti di camminata, così, per vedere l’effetto che fa. Ancora una volta, mi accorgo che in queste città gli unici che camminano sono i disperati. Eppure è un momento tutt’altro che sgradevole: oltre l’orizzonte, la vista di immense formazioni rocciose mi ricorda la straordinaria bellezza naturale di questa parte di mondo; dall’altro lato, l’intrusione degli edifici inutilmente alti della Strip (ivi compresa una Trump Tower di colore dorato, tronfia come il suo proprietario) è come un monito sulle smanie di grandezza dell’uomo; le chiese dalle ambizioni estetiche inesistenti, i fast food e i convenience stores, gli improbabili uffici cubici e gli sconfinati parcheggi mi ricordano l’ordinarietà delle vite che il sogno americano ha voluto formattare. Nel suo squallore essenzialista, una passeggiata nei quartieri non-turistici di Las Vegas ha un qualcosa di poetico.

Il set dei Karate, che suonano in pieno giorno, prestissimo, non è troppo dissimile. La musica di questa storica band degli anni ’90 è un indie rock molto soft, pieno di influenze jazz e praticamente indefinibile: minimalista eppure virtuosistico, funkeggiante ma inballabile, malinconico e al contempo lucidissimo. Con una delicatezza brutale e senza troppi giri di parole, i tre signori di Boston montano sul palco e suonano canzoni su canzoni la cui bellezza risiede proprio nel fatto che la tecnica sopraffina dei musicisti è prestata unicamente al servizio di sentimentalismi tutt’altro che aulici, ma anzi crudi come la vita quotidiana. Ogni tanto, come nei grandi spazi vuoti che costellano la città, si aprono spiragli di lancinante bellezza (l’outro della prima canzone del concerto, If You Can Hold Your Breath, è una delle pochissime incursioni di distorsione veramente rock ’n’ roll). Ogni tanto, invece, partono riff buffi ma un po’ preoccupanti, come le scene grottesche che spesso si svelano ai tuoi occhi girando l’angolo di un isolato (penso alle melodie di Diazapam o di Sever). Ma il più delle volte, le canzoni restano tragicamente (nel senso più filosoficamente alto della parola), e tumultuosamente, monotone.

L’avrete capito, ormai: la musica dei Karate è ossimorica, almeno tanto quanto lo è città di Las Vegas. In entrambe, sinuosi sottotesti sensuali convivono con la banalità dell’esistenza. Il calore del deserto, come quello delle chitarre jazzose, è più straniante che veramente intenso. In entrambe, la parola “ostico” che riaffiora alla mente (una metropoli in mezzo al nulla, un rock quieto e calmo) è inevitabile, ingombrante ma anche un po’ eroica. Passeggiando verso il Sud di Downton, guardando le strade e la spianata di costruzioni essenzialmente brutte, un europeo ha la tentazione di chiedersi: “Ma davvero ci vive della gente qui?”. Seicentomila persone. Guardando tre uomini di mezza età che alle due del pomeriggio suonano il set più scarno di tutto il festival, senza artifici di scena e dalla spettacolarità ridotta al minimo indispensabile, la domanda che può sorgere invece è: “Questo gruppo è davvero fortissimo, ma davvero c’è gente che ha saputo apprezzarli, specie alla loro epoca?”. Ebbene: i Karate sono il gruppo che ha ricevuto di gran lunga più “shoutout”, con gruppi tra i più attesi che li hanno citati come influenze imprescindibili. E del resto, nei discorsi di tanti musicisti sopra al palco, anche la città di Las Vegas è stata l’oggetto di numerosissimi aneddoti, tra chi racconta di esserci nato, di essercisi innamorato o persino sposato, di avervi preso decisioni, giuste o sbagliate, ma pur sempre importanti.

Non è sempre il sublime che genera l’arte. Spesso, la desolazione ci riesce meglio.

 

2) Caesars Palace - Rainer Maria

Non ha senso venire a Las Vegas e non andare a vedere la specialità architettonica per antonomasia di questa città, ovvero lo stile “alberghiero neo-barocco fasullo”. La mia prima tappa è il Caesars Palace e ha veramente tutto quello che mi aspettavo. Per prima cosa è insensatamente grande: non solo ha circa quattromila camere (ci rendiamo conto?), ma anche una promenade pubblica, al chiuso, che è a dir poco mastodontica. Dopo aver percorso a piedi tutta la galleria commerciale, appropinquandomi verso il casinò (dove ho messo cinque dollari nella prima e ultima slot machine a cui giocherò in vita mia) avevo le gambe stanche come dopo una camminata in montagna e mi sono dovuto sedere per riposarmi. Qualche minuto dopo, salito all’ultimo piano di nascosto per ammirare la vista dalle scale di emergenza, mi sono venute delle vertigini che non pensavo di essere capace di avere. La seconda cosa in cui il Caesars Palace non delude è il fatto di essere stracolmo di decorazioni: non ci si annoia mai nello scoprire copie di celeberrime statue romane assolutamente fuori posto (tra tutte spicca il Laocoonte che orna la… fontana di Nettuno?), colonne monumentali che non sorreggono niente di niente, o ancora affreschi pseudo-pompeiani che in certi dettagli ricordano quasi i tratti raffinati dei Manaristi (gli artisti ispirati da Milo, non quello dei Descendents). La maggior parte delle volte viene solo da ridere assai, ma ogni tanto la nostra natura animale, che tanto ci sforziamo di reprimere, viene allo scoperto: non c’è niente da fare, davanti all’esagerazione non riusciamo a non meravigliarci. E davanti a certi saloni imperiali sgargianti tra il negozio di Fendi e quello di Chanel, davanti a certe balconate babilonesi dalle quali si affacciano turisti muniti di bicchieroni da un litro di limonata alla fragola, malgrado tutto, mi arrendo alla grandiosità delle trovate folli degli architetti e non posso fare a meno di fermarmi e pronunciare un involontario “Wow…” di stupore.

Al concerto di Rainer Maria, succede un po’ la stessa cosa. Sono molto curioso di vedere questa band di fine anni ’90 che suona il midwest emo più puro e duro e che esista, ma al contempo sento il bisogno di assistere a questo set rivestendo il ruolo dello spettatore casuale. Se al Caesars Palace avevo evitato il più possibile gli sguardi degli avventori e le interazioni umane di ogni genere, gironzolando con fare vago e scattando poche foto, tutte in maniera un po’ furtiva, all’attesissimo ritorno del trio del Winsconsin me ne sto un po’ lontano dal palco e decido volontariamente di non socializzare con nessuno né prima, né durante, né dopo il concerto. Qual è la ragione di questo moto di anonimato? Probabilmente la consapevolezza del fatto che in fondo in fondo, un po’ come il Palazzo di Cesare, anche l’Emozione del Mezzo-Ovest spesso e volentieri un po’ una tabanata lo è. Bisogna essere onesti con noi stessi: gli stilemi di questo genere, quando vengono portati al loro estremo, talvolta possono rasentare i limiti del ridicolo. Gli artisti della corrente midwest emo che mi piacciono di più, infatti, sono o “standouts” assoluti dal talento compositivo superlativo (e a questo festival non ne mancano!), oppure band che si allontanano dalle idiosincrasie un po’ pompose del genere, proponendo ora uno stile un po’ più punk, ora più dream-pop, ora più math. Rainer Maria, con le loro vocals che alternano note lunghe e straziate a coretti stonati, con la chitarra che alterna tra arpeggini tristanzuoli e power-chords in minore spinti da una batteria tutta crash, sono una band di pregevole fattura ma che corrisponde anche al cento per cento a tutti i ben noti (e decisamente veri) stereotipi sul “real emo” (e non quello della “D.C. emotional hardcore scene”, l’altro).

La performance è sentita e sincera, e anche se leggermente monocorde (come i loro album, del resto) mantiene viva la mia attenzione durante tutta la sua durata, in parte perché certe trovate compositive dal patetismo estremo sono “too much” e mi fanno sorridere. Ma un po’ anche perché ce ne sono alcune che risvegliano la famosa, sopracitata, natura animale. Quando verso la metà di Broken Radio si accende il distorsore e la batteria va in half-time, o quando arrivano le iconiche doppie voci lamentose di Breakfast of Champions, che ci posso fare? La bocca, istintivamente, mi si spalanca in un “Wow…”. Non posso che dirmi soddisfatto: del resto, “This is what I came for”.

 

3) Paris - Built to Spill

Vi faccio una confessione che, finora, era rimasta inedita: il peggior concerto della mia vita è stato un concerto dei Built to Spill. Per la precisione, il concerto in cui suonarono tutte le canzoni di Keep It Like A Secret al Primavera Sound nel 2019. Sia chiaro, per “peggiore” non intendo quello suonato in maniera più imprecisa (Doug Martsch è un vero guitar hero, e i brasileiros che si portava appresso di certo devono essere dei veri musi), né tantomeno quello con la musica più scadente (prima di questo concerto ero innamorato dell’album del 1999, lo ascoltavo di continuo, dopo quel set però mi passò la voglia). “Deludente” sarebbe una parola troppo debole per spiegare quel che fu per me, Tommy e Paolo la visione d’orrore di una band che, di quei brani iconici, emozionanti ed energici, propose un’esecuzione svogliata al punto da essere senza anima. Mi sentii profondamente offeso, e non tanto perché avevo pagato dei musicisti che non avevano voglia di stare lì a fare il lavoro più bello del mondo, ma per una questione ancor più di principio: perché l’indie rock, quella musica che ci fa sognare e in cui ci identifichiamo così tanto, poiché in fondo basta la forza dell’intenzione per farla arrivare dritta al punto, quel giorno fu rinnegato, vilipeso e infangato.

È con una certa strafottenza, perciò, che arrivo davanti al palco dove suoneranno i non-coreani BTS: via, vediamo se è una merda come ricordavo, se lo è me ne vado. Devo avere la stessa esatta espressione nel volto quando, di fronte a un’imponente Tour Eiffel in miniatura decisamente fuori contesto, mi appropinquo verso l’hotel Paris. Non me la sentirei di dire che l’essenza della pariginità sia la cosa a cui tengo di più al mondo, però l’eccessiva esoticizzazione della città in cui vivo e che, tutto sommato, amo, penso che possa leggermente irritarmi. Nel mio consueto girovagare per la Ville Lumière, non a caso, scanso il più che posso la vista degli oggetti in vendita nei negozi di souvenir, oppure alzo gli occhi al cielo quando vedo certe pose nei turisti che si fanno fotografare (top 3 dei luoghi più fastidiosi a tal proposito: la Piramide del Louvre, seguita da vicino da Shakespeare and Company e, primo per distacco, il Moulin Rouge). La mia curiosità è un po’ malsana: non vedo l’ora di vedere a che punto non ci sia fine al peggio.

Doug sale sul palco e con lui, invece dei virtuosi sudamericani di stocazzo dell’ultima volta, ci sono due ragazze. “Oh, è già un passo in avanti”, penso. Se devi ingaggiare dei turnisti per suonare la musica di una band storica di cui è rimasto solo un membro, puntare su delle musiciste donne è la scelta giusta, e non per discorsi di eguaglianza o di quote rosa, ma perché hanno molta più fame, nell’accezione sportiva del termine. “Beh, dai, quantomeno non si presenta male”, penso mentre, avvicinandomi all’ingresso dell’albergo vedo che la facciata è un’imitazione di un palazzo haussmaniano decisamente fedele. Entro nella hall, il gruppo comincia a suonare. E non posso che ricredermi: contro ogni pronostico, devo riconoscergli una certa classe. Nella grande sala del casinò, il colore del tetto è esattamente lo stesso degli innumerevoli crepuscoli che, nella mia città adottiva, hanno saputo emozionarmi. Un ponte sopraelevato, costellato di lampioni perfettamente simili a quelli dei Lungosenna, attraversa la stanza e, anche se non so dire se sia una riproduzione esatta di questo o quel ponte, cavolo, mi fa tornare in mente ricordi di quando ero davvero a Parigi. E devo dire che, anche se non l’ho mai ascoltato, pure There’s Nothing Wrong With Love del 1994 suonato nella sua interezza (e con le canzoni nel giusto ordine, così si fa!) mi riporta le sensazioni dell’indie rock che amo, soprattutto perché la band che suona, sopra al palco, ci crede veramente. Sono canzoni abbastanza semplici, dritte al punto, come la decorazione di questo hotel che, dopotutto, non è poi così sopra le righe. Un tocco un po’ pirotecnico però c’è: la base della Torre Eiffel che buca il soffitto e viene ad appoggiarsi sul pavimento, trovata surrealista da romanzo di Raymond Queneau, è decisamente originale e strabiliante, e così è ogni assolo del buon Martsch, che ha sempre modo di trovare effetti mai sentiti prima e picchi di pathos davvero alti. Il culmine del concerto saranno senz’altro la commovente e regressiva Twin Falls, seguita da una Some esplosiva, dedicate dal frontman dei Built to Spill alla madre. Non lo dite a nessuno, ma mi ha fatto venire un po’ di nostalgia di casa. Eppure, non sono partito neanche da una settimana.

 

4) The Venetian - The Get Up Kids

Finiamo in bellezza la trinità degli hotel che imitano l’architettura europea con il Venetian, forse quello che, rispetto agli altri due, mi scandalizza di meno. Venezia, nella quale non metto piede da quando avevo circa sei anni, non ha nessuna sacralità ai miei occhi (a differenza di Parigi e dell’Impero Romano, al quale penso ogni giorno). Per i Get Up Kids, stessa cosa: li ho sempre considerati come una one-hit-wonder, e per un periodo quando ero all’inizio inizio dell’adolescenza (quando facevo nuoto, tipo) ho anche ascoltato Something to Write Home About (1999) con una certa assiduità. Ma, non me ne voglia nessuno, l’emo novantiano arricchito con una spolverata di pop-punk radiofonico negli anni mi ha sdubbiato sempre di più, fino a portarmi a decretare che il sound dei missouriti (Kansas City è in Missouri, adesso sapete una cosa in più), alle mie orecchie, è un po’ facilone e persino puerile. Nel più lungo termine, addirittura, ha vinto il pop-punk radiofonico arricchito con una spolverata di emo novantiano. La settimana prossima, al When We Were Young, in mezzo a un puttanaio di gruppacci metalcore o di imitatori dei My Chemical Romance, ivi compresi i My Chemical Romance, ci sono dei redivivi Saves the Day che suonano Through Being Cool (1999 pure lui). Li avrei scambiati con i Get Up Kids senza rimpianti, ma penso che la percentuale di persone d’accordo con me nel Downtown Event Center non arriverebbe alla doppia cifra. Si accende lo schermo e in un tripudio generale il sospetto di tutti si avvera: il quintetto, eccezionalmente, stasera ci suona il loro grande classico. Vediamo un po’ se mi ricorda i vecchi tempi.

Per entrare dentro al Venetian si passa sopra a un finto Ponte di Rialto che sorvola un’enorme piscina dove, di fronte alla facciata venezianissima del palazzo, scorrazzano le gondole. Nella galleria commerciale e nel casinò, il principio è lo stesso: sotto a un finto cielo azzurro si districano canali e ponticciuoli, finestrelle della Serenissima a filo d’acqua e imbarcazioni che transitano, spinte dai remi di intrattenitori che cantano ridicoli adagi italiani (O Sole Mio, tipo). Rispetto alle grandeurs del Caesars e alle soffuse e insperate eleganze del Paris, quelle del Venetian sono le follie architettoniche vegassiane che mi sorprendono di meno. Se uno ragiona di pura e fredda logica, non è un granché sensato: il sistema di ponti e canali, portici e negozi è di gran lunga la cosa più ambiziosa che ho visto nei grandi hotel di oggi. Ma cosa ci posso fare: non è veramente il mio stile, immagino?

Il concerto dei The Get Up Kids è esattamente uguale: stanno veramente spaccando il culo, suonano da dio, ancora meglio che sul disco. L’energia è alle stelle sopra e sotto al palco, il pubblico in visibilio. E il concerto pure io me lo stragodo, ma senza mai passare al livello successivo in cui il tripudio mi assorbe. Gli highlights del set? Sicuramente le prime canzoni, le più dinamiche e divertenti (Action & Action si fa ancora ascoltare con piacere, dai), e poi la sensazione di rivedere l’immagine di me che “ho 15 anni e con le mani in tasca sto tornando a casa anch'io e in faccia ho freddo mentre sotto alla mia giacca sudo e ho un groppo in gola ma non so perché, adesso non ricordo più perché”. Sarebbe bello poter dire che è “l’unica vera nostalgia che ho” ma sono di un brillo andante più cazzaro che emotivo e su My Apology mi viene in mente un video storico che girava sui forum quando ero un ragazzino-ino-ino intitolato: “The worst song that you can ever dedicate to your girlfriend” (oltretutto prodotto da un italiano, tale Emiliano Negri, che l’inglese proprio non lo sapeva parlare). Ho recuperato quel video e, porca vacca, è strabiliante quanto non faccia più ridere. In compenso, mentre sento la voce lagnosa del buon Matt Pryor, mi riaffiora quel vecchio verso iconico cantato con la stessa cadenza: “Like Lisa Ann you taught me that there are more ways to pay the pizza guy”. E in quel momento, la Pabst Blue Ribbon che sto bevendo quasi mi esce dalle narici.

Dentro al Venetian, stessa cosa. Ripenso alle vacanze a Venezia coi nonni e mio fratello, vent’anni fa ormai, e non mi vengono in mente la bellezza dei palazzi, dei ponti o dei canali, ma il passatempo che noi bambini avevamo trovato mentre eravamo lì: quello di giocare a guardare i numeri dei taxi-motoscafi nella speranza di trovare l’1. Ogni volta che ce n’era uno più basso del precedente ci emozionavamo, e mi pare che arrivammo al 3. Mi viene l’istinto di mandare un messaggio commemorativo su Whatsapp a mio fratello, ma poi me lo tengo per me, così come mi tengo per me i video umoristici pieni di battute sconce che hanno marcato l’inizio dei miei teenage years. A volte il “nostalgia act” non ti riporta al passato che ti aspetteresti.

“Ganzo. Però mi basta, grazie”, mi dico mentre esco.

 

5) The Punk Rock Museum - Jawbox

Se siete a Las Vegas e non avete niente da fare, il Punk Rock Museum è veramente imperdibile. Questo museo ricchissimo di fotografie, poster ed oggetti di tutti i tipi che è venuto fuori dalla collaborazione tra diverse eminenti personalità del mondo della musica (uno di questi è Fat Mike: mai stato fan dei NOFX ma infinito rispetto) non solo merita l'esoso prezzo del biglietto, ma anche almeno due ore del vostro tempo. Io, da ossessionato del genere, ce ne ho schiacciate tre. Mi sono divertito, esaltato, commosso e acculturato: dalle casse posizionate in ogni sala escono in continuazione canzoni del cuore, e ognuna delle sale racconta storie indimenticabili, con un’attenzione unica sia all’impatto emotivo dei pannelli di testo e delle scelte galleristiche, sia all’accuratezza storica e critica delle narrazioni. Ovviamente ho voluto massimizzare ogni centesimo del mio investimento scattando cinquecentomila foto, e non solo alla memorabilia dei miei gruppi preferiti (ci sono gli occhiali di Milo Auckerman e la prima tiratura della "Bonus Cup", con tanto di ricetta), agli oggetti più improbabili (l'ultima busta di marijuana appartenuta a Joe Strummer, che ci crediate o no, è ancora mezza piena), o ancora alle photo-op più irresistibili (che non la fai un'imitazione di Billie Joe Armstrong dentro al set fotografico originale della promo di American Idiot?), ma anche e soprattutto ai numerosi riferimenti a gruppi sconosciuti che hanno influenzato i grandi, alle copertine delle zine di culto strapiene di nomi esotici, ai flyer di concerti storici pieni di opening act suggestivi. L’unico museo del punk rock al mondo (sembra incredibile, ma è così) non mi ha quindi solo regalato un momento di meraviglia, ma mi ha anche offerto un personale, piccolo archivio da un andare a spulciare le prossime volte che mi tornerà il voglino di ascoltare del buon punk dei tempi che furono.

Sui trentanove artisti presenti nella line-up del Best Friends Forever, gli unici che appaiono in maniera consistente nella vasta collezione sono proprio i Jawbox. E quando uno li vede sul palco è impossibile non capirne il perché. I quattro, il significato della parola punk lo incarnano in tutto e per tutto: una fratellanza che si intuisce anche solo dal modo in cui suonano (è dal 1989 che sono essenzialmente sempre loro, e basta spulciare Wikipedia per vedere che gliene sono successe di ogni); la voglia inestinguibile di spingere il volume a livelli da mal di testa e l’eroismo di continuare a portare avanti una musica che, da suonare, dev’essere tra le più stancanti al mondo (dopo la prima canzone J. Robbins è già rosso come un pomodoro, con le vene in rilievo sul collo); soprattutto, la forza di aggredire l’ennesimo concerto con una fotta unica ma senza presunzioni di teatralità, con la tenacia anzi del mostrarsi persone normali al fine di dimostrare che il punk, se ne hanno voglia, possono farlo tutti (la bassista porta una maglietta con scritto “There’s nothing more punk than a public library”). Chiamiamolo, se vogliamo, nostrismo.

Il concerto dei Jawbox al Primavera Sound 2022 fu fiero in tutti i sensi (sia quello omerico, sia quello zeb-ottantanovico) e, anche se la platea non si indiavolò più di tanto, la band di Washington, DC fu apprezzata da tutti all’unanimità. Forse, mi dissi, il pubblico europeo non conosce molto bene le loro canzoni e negli Stati Uniti parte il degenero. Era, del resto, quel che mi era accaduto al momento della doppia esperienza coi loro confratelli Jawbreaker. Invece, sorprendentemente, non appena parte (e nonostante parta proprio) FF=66, nessuno degli astanti comincia a spingere gente a destra e manca. Forse è perché in fondo la musica dei Jawbox, pur essendo punk al cento per cento, ha una raffinatezza artistica talmente elevata che vien più voglia di ascoltare attentamente che di buttarsi nella bolgia, forse è perché questi quattro eterni giovani giunti alla mezza età sono talmente “nostri” che è inevitabile restare immobili ad ammirarli come se fossero monumenti. È un problema, che nessuno poghi? Certo che no: in tutta la loro abrasività, cattiveria agonistica e perseveranza, i Jawbox si dimostrano comunque, e per un’ennesima volta, una live band con le palle quadrate. Il susseguirsi di canzoni delle quali molte a cui sono affezionato (Mirrorful o Jackpot Plus!, per dirne giusto un paio), perciò, lo vivo un po’ come ho vissuto la mia visita del Punk Rock Museum: cantando ritornelli, scuotendo la testa e saltellando sul posto, spalancando la bocca più di una volta e sorridendo in continuazione. Quando, alla fine, parte Savory, mi sento come all’uscita del percorso museale: grato di aver appena osservato da vicino un pezzo importante della storia della musica che amo.

Una delle ragioni per cui amo il punk è perché, anche nei suoi momenti più trionfali, non è mai qualcosa di lontano, intoccabile e irraggiungibile come il divismo delle grandi pop o rockstar. È, anzi, un’arte e una maniera di fare arte che resterà perennemente umile e vicina ai suoi ammiratori. Non ho beccato i Jawbox a giro per il festival ma, in un moto di vera gasazione alla vista delle foto del set sulla pagina Instagram del festival, scrivo un commento che recita “FF=66 🔥”. Passano pochi istanti e la leggendaria Kim Coletta in persona mi mette un mi piace di quelli che andrebbero incorniciati. Un po’ come, gironzolando per l’ultimo piano del Museum (dove c’è una stanza puoi suonare il basso di Karl Alvarez e la chitarra di Pat Smear!) vedo uno spazio espositivo in corso d’opera pieno di grafiche di quei Turnstile che, se avete letto i miei live report estivi, sapete che ho già dipinto come icone generazionali dal messaggio salvifico. Chiedo al tizio che sta allestendo la stanza se sia una futura mostra sui Turnstile e mi fa, timidamente: “Well, it’s about my art…”, al che con gli occhi strabuzzati, gli dico: “Wait, you made the artworks for Turnstile?” “Only the T.L.C. single”, risponde con modestia. Che dire se non: mecojoni. 

 

6) Fremont Street Experience - Everyone Asked About You

La prima band dal nome roboante a suonare al Best Friends Forever sono gli Everyone Asked About You, alle una e quaranta del pomeriggio del venerdì. “It’s obviously for crowd control reasons, you know”, mi dice un tizio di Salt Lake City con gli occhiali da sole e il cappello da pescatore, che si atteggia a Bear Grylls della musica dal vivo, “They schedule some bands like them or Karate to bring people in early”. Ha senso: un sacco di gente vuole vedere gli Everyone Asked About You! “Yeah, makes sense”, gli dico mentre sorrido e annuisco, camuffando il fatto che, fino a tre settimane fa, non avevo idea di chi fossero. È stato un messaggio del mio screamo-brother brianzolo a farmi venire voglia di approfondirli più del resto della line-up: Matteo in un’anonima giornata piccarda di settembre mi manda un loro pezzo con la semplice caption: “Reric music”. Ascolto ed è vero: la musica di questa esoterica band morta quasi sul nascere (1996-1998, la lifespan di un Tamagotchi) e poi ritornata alla ribalta a sussulti negli anni 2020 è: scassona ma trillante, lo-fi ma in-your-face, ricercata ma mai inutilmente complessa e soprattutto, cosa indispensabile perché l’emo riesca a penetrare il mio cuore di ghiaccio (scherzo), melancolica e finanche triste ma sempre speranzosa e finanche allegra.

“O quanta roba c’è?”, pronuncio ad alta voce mentre varco le soglie del cartello “Fremont Street Experience” due isolati oltre lo squallido agglomerato di stanzacce che mi albergherà durante il mio sbrigativo soggiorno a Las Vegas. Sopra alla mia testa, una copertura di led trasmette immagini psichedeliche e la gente si butta giù da una torretta appesa a una funicolare. Ai lati, l’insegna di ogni esercizio commerciale esclama con prepotenza i nomi di tutte le cose legali (e anche un paio delle cose illegali) che producono piacere e nuocciono alla salute. Per la strada, avventori di tuttissimi i tipi si districano in una giungla di intrattenimenti dei più disparati: musicisti, maghi, ballerini, comici, mimi, animali, modelli. È solo una strada, certo ma sembra racchiudere in sé l’intera commedia umana.

Quando gli attesissimi Everyone Asked About You montano sul palco non sono l’unico a pensare che sei musicisti, per suonare una musica priva di grandi esuberanze strumentali, sembrano troppi. È una sorpresa ancora più grande per il mio udito sentire che il loro sound è comunque incredibilmente sottile, il volume quasi bassino, e non per i difetti tecnici dell’impianto ma perché solo così si riescono a carpire tutti i dettagli delle canzoni. E in queste canzoni, credeteci o no, c’è, se non la commedia umana, quantomeno quella dell’emo: lentezze slowcore, sfuriate punkeggianti, trovate math, groove sfiziosi, romanticismo da power-ballad, folkeggiate gratuite, pop e stonature, urla e sussurri (spesso nella stessa canzone: ascoltare l’EP omonimo del ’97, in particolare It's Days Like This That Make Me Wish the Summer Lasted Forever, per credere). Forse, negli ascolti automobilistici un po’ distratti a giro per il Vimeu, avevo un po’ sottovalutato l’estrema completezza del songwriting di questa band, eroi dimenticati di un movimento artistico che, quasi trent’anni dopo, vive il suo momento di gloria terrestre. La “locura” di Las Vegas me la sono immaginata mille volte ma solo adesso che mi appare davanti agli occhi posso capire cos’è veramente avere scene senza senso che ti appaiono davanti agli occhi ovunque tu guardi. E solo adesso capisco che cos’è l’emo anni ’90: una tempesta di sentimenti talmente esagerata che esplode come una granata e che spara frammenti da tutte le parti. Lo spettacolo che mi si para davanti a Fremont Street sarebbe quasi asfissiante al punto da farmi girare i tacchi, se non fosse per un solo un elemento che rende rassicurante l’eccessivo: la luce artificiale. E nel concerto degli Everyone Asked About You, questo ruolo lo riveste la voce di Hannah Vogan, che dà un tono twee e innocente all’insieme, rendendo accesi e avvolgenti i colori di un maelstrom musicale tanto potenzialmente depressivo quanto i vizi di Fremont sono potenzialmente pericolosi.

L’esibizione, così come la mia unica serata extra-festival a Fremont (nonché l’unica in cui ho giocato al casinò), sono state entrambi piuttosto brevi. In entrambe sono successe cose devastanti, oggettivamente dolceamare ma esilaranti e che è meglio non raccontare. Da entrambe esco perdente, e contento di essere perdente.

 

7) Riverside Walk - Phony

Finalmente un po’ di natura. Il festival è finito, mi sono lasciato le luci della città alle spalle e, dopo una traversata mistica del deserto del Nevada al tramonto e la prima notte in un albergo decente, sono arrivato allo Zion National Park. Non senza qualche tribolazione: c’è tanta gente e poco parcheggio, ho lievemente tamponato un crucco e ho dovuto prendere due fottuti bus navetta. Ma finalmente sono qui, nel punto finale della strada che costeggia il Virgin River (midwest emo enough?) e si insinua nella verdeggiante vallata. Scendo al capolinea dal nome più mistico della storia dei mezzi pubblici: Temple of Sinawava. Da quant’è che non vado a fare un vero trekking? Anni, probabilmente, eppure è una delle mie attività preferite. Con addosso una sensazione di freschezza ed eccitazione, mi incammino nel primo sentiero, la semplicissima ma iconica Riverside Walk, breve passeggiata verso le profondità, sempre più strette, del canyon.

Se per raccontare quel posto strano, brutto e interessante (in parti uguali) che è Las Vegas finora ho citato solo band relativamente importanti e attese al varco dalle orde di nostalgici che per tre giorni hanno popolato Downtown, le band “grosse” o “storiche” che dir si voglia, le band che suonano sul main stage insomma, adesso è il momento di parlare di gruppi emergenti che hanno suonato al palco minore, quel 3rd Street Stage così esteticamente appagante, con il marciapiede sul lato sinistro per avere una vista rialzata, dove ogni tanto ad altezza strisce pedonali parte un bel pogo, quel palco dove se vuoi riesci sempre a vedere da vicino, ma dove si vede bene anche da più indietro. Se l’aria pulita dello Utah mi ha portato un nuovo pimpante benessere, il profumo di pontatine che viene su da questo simpatico stage è anche lui fonte di queste curiose buone vibrazioni. Mi ci reco, a inizio pomeriggio, con l’incedere sorridente di Russel, il boy-scout del film Up.

Due scarpate rocciose a picco ingioiellano un sentiero quasi tutto in piano che è largo e solido come un’autostrada. La camminata è talmente facile che sembra un tutorial: per cominciare, niente di meglio. Ma anche se dal punto di vista sportivo, quello che obbliga i trve montanari a creare categorie di difficoltà manco fossimo su Rateyourmusic, siamo al livello di una passeggiata ai giardini, la natura e il paesaggio sono talmente quelle dell’immenso parco naturale che sembra di partire verso una grande avventura. La performance dei Phony (che sarebbe un progetto solista, ma io non lo so e quel che vedo sono quattro bei ragazzotti che più americani non si può) è anch'essa facile da approcciare: il loro è un indie rock moderno, pestone e grungeggiante ma non privo di gustose virate shoegaze, abbastanza “da libro di scuola” (rigorosamente pubblicato dalle Edizioni Mascis). Non dico che sia musica banale ma che, pur non vivendo negli States, dove questo stile prospera, di gruppi con lo stesso modus operandi ne vedo almeno uno al mese. Eppure. Eppure c’è che la maniera di cantare di Neil Berthier, lamentosa ma pugnace, conferisce a ogni canzone una sua piccola grandiosità, c’è che l’intensità risoluta che ogni strumentista mette sul tavolo rendono il tutto suggestivo. Una canzone come Card in a Spoke, che di emo ha solo delle piccole inflessioni, suona quasi come una versione più leggera, per quanto energica, delle magnas disperationes di altri artisti presenti sulla line-up. Non è spiacevole affatto. 

Dopo meno di mezz’ora di cammino il sentiero termina in un guado acciottolato che si inoltra al di là dei limiti conosciuti, verso The Narrows, porzioni di canyon che si possono ammirare solo al costo di bagnarsi. I più coraggiosi indossano tenute impermeabili ed entrano nell’acqua gelida del Virgin River. Oggi per me non sarà il giorno, ma la vista di questa piccola e audace carovana ha il suo perché. È come se intravedessi le bellezze estreme ed esclusive che si celano dietro alle rocce che ostacolano la vista. E pure all’ascolto di SUMMER’S COLD, rassicurante nei suoi ritmi quasi jangle pop, da ascoltare frescheggiando sotto il sole con una birretta in mano, osservo l’orizzonte dal sentiero sicuro e accogliente dell’indie rock e intuisco, al di là, un’essenza emocore pura, cruda, dolorosa, scura e brillante come una roccia di ossidiana. Ma ogni tanto va bene anche restare a guardare dai margini.

 

8) Scout Lookout - Boyfriend Sushi Town

Sono venuto allo Zion National Park leggermente impreparato. Evidentemente, non avevo del tutto compreso il dépliant di presentazione che si trova su internet e pensavo che il sito turistico fosse molto più piccolo di quel che è, che si potesse andare a piedi dai Narrows fino all’ingresso del parco in poche ore, che fosse quella la principale attrazione turistica. Un cavolo: la navetta è indispensabile e le sue varie fermate non sono luoghi di interesse o monumenti, bensì punti di partenza per sentieri di varia natura. Una cosa, per fortuna, la so: il più arduo, iconico e spettacolare è il West Rim Trail, che poi è l’unica camminata che mi sono promesso di fare a Zion. In pochissimi osano percorrere tutto il Trail nella sua interezza poiché ci vogliono almeno due giorni, ma l’ascesa verso Scout Lookout, punto d’osservazione che domina la vallata, si fa in tre orette ed attira numerosi turisti nonostante sia descritta come una delle più dure del circuito. 

Seppure sia quasi mezzogiorno, il sole batta forte, non porti il cappello e la pendenza non guardi in faccia a nessuno, non appena attacco il sentiero mi rendo conto che lo sto aggredendo con grande caparbietà. Mi si dipinge sulle labbra quel sorriso di sfida tipico dei close-up laterali negli anime giapponesi: cazzarola, finalmente torna nella mia vita del trekking come dio comanda. Il venerdì al Downtown Events Center fa caldissimissimo e, qualche minuto prima che salgano sul palco i Boyfriend Sushi Town, ho la stessa espressione maliziosa. Dopo un set di apertura abbastanza anonimo (From Indian Lakes, che non si sa chi siano ma si sa da dove vengano), il set della “local band” che più mi interessa nell’edizione è il vero inizio della festa che mi sono regalato oggi. Una cosa va detta: anche al Best Friends Forever sono venuto un po’ impreparato e ho esplorato pochissimi nomi scritti in piccolo della line-up. È una problematica comune nei festival troppo “stacked”: oggi ci sono American Football, The Dismemberment Plan e Cap’n Jazz, il resto è praticamente un bonus. Boyfriend Sushi Town però, forse per il nome divertente o forse perché erano gli ultimissimi nella line-up, me li sono andati a spizzare mesi fa e da allora sono rimasto molto affezionato, in particolare, al loro album di debutto Rufus (2021), una busta di di caramelline indie folk e slowcore rivestite di midwest emo da divorare senza nemmeno avere appetito, talmente sono autunnali, timide, giovanili, vive, toccanti.

Avendo ascoltato i dischi per un paio di mesi, mi aspettavo di trovarmi davanti dei ragazzi a immagine e somiglianza della loro musica e infatti la mia prima reazione è quella di dire alla bellissima ragazza che sta leggendo questo post: “Wait, what? They’re actually jocks!”. Che ridere, gli autori della musica più fragile e sensibile ascoltata ultimamente (escluso il violinista, lui è esattamente ciò che mi aspettavo, nostro) hanno l’aspetto dei fighi della squadra di football. E anche la loro performance, in un certo senso, è abbastanza muscolare: le canzoni con una distorsione importante sono preferite ai pezzi folk più delicati presenti sia su Rufus sia sul successivo Player del 2023, album sempre ottimo ma più deciso e perciò meno affine al mio gusto. Certo che però beccarsi dritto sul muso il muro di suono di un pezzone come Ski Mask o deformare l’ugola con le urla di River (“You left me there, in the middle on nowhere…”) è veramente un’emozione intensa come quella di confrontarsi con la salita a picco verso le cime rossastre. E le sorprese, sia nel mio cammino verso il cielo, sia nel set dei ragazzi dello Utah (che questo sentiero devono averlo percorso più di una volta), non mancano. Dietro la prima, ostica, mulattiera, una camminata ombreggiata sulla fiancata del massiccio che delimita una valle nascosta e strettissima offre un momento di incanto come la dolcissima intro acustica di Finders Keepers, che parte a sorpresa dopo i pezzi rock più robusti del set e scioglie il cuore di tutti i presenti con i suoi inquieti e memorabili riff di violino.

Arrivati finalmente in cima la vista è veramente magnifica, e permette di cogliere al meglio la diversità e la grandiosità delle innumerevoli formazioni geologiche che mi circondano. Quando il concerto finisce e applaudo con tutte le mie forze, allo stesso modo, mi accorgo di aver appena ascoltato il meglio di ciò che la musica emotiva americana ha da offrire oggigiorno. Anche se non erano affatto come me li aspettavo, questo trekking e questo set mi hanno fatto innamorare dello Zion e della musica di Boyfriend Sushi Town. L’unico rimpianto: che il set sia stato un po’ breve e non abbia permesso di mettere in mostra tutti i piccoli capolavori di questa promettentissima band.

Dallo Scout Lookout parte una via, in parte ferrata, che attraversa un crinale di montagna sottile e affilato come una lama di rasoio per culminare all’Angel’s Landing, la vetta più alta del centro del canyon. Mi dico: “Perché no?”, ma un ranger appollaiato su un masso mi chiede se ho uno speciale patentino necessario per essere ammesso. Non sapevo che servisse e quindi devo rinunciare. Non è poi così grave: quello di Angel’s Landing è un trekking difficilissimo, tra i più mortiferi degli Stati Uniti, sconsigliato in solitaria. Non escludo che un giorno lo proverò, né che rivedrò Boyfriend Sushi Town in tutta la loro grandezza. Greatness can wait.

 

9) Emerald Pools - Hello Mary

Grazie alla stilosissima e intramontabile tecnica del passo balzato (If You Know You Know) ho ridisceso il West Rim Trail in grande efficacia e rapidità. Ho ancora quasi tutte le mie forze ed è ancora abbastanza presto: c’è ampiamente il tempo per un ultimo sentiero. Opto per il Kayenta Trail, che con un paio d’ore di cammino in più mi può portare alle Emerald Pools e infine ricongiungermi con una fermata dell’autobus un po’ più vicina al Visitor Center. Che cosa sono le Emerald Pools? Non ne ho la più pallida idea, ma il nome promette bene. E anche Hello Mary, come nome, trovo che prometta bene: le band che decidono di affibbiarsi un nome proprio un po’ banale, in ogni caso, saranno sempre beniamine di Stereo Totale. Che musica facciano, però, non lo so. Quel che so è che è sabato mattina e che ieri sera prima, durante e dopo i Cap’n Jazz ci sono stati importanti bagordi: insieme a un gruppo di nuovi amici sud-californiani siamo pure andati a farci una cena dell’una di notte da Denny’s, la catena di diner definitiva; c’era anche il violinista dei Boyfriend Sushi Town, a cui ho stretto la mano troppo forte mentre aspettavo il mio pollo fritto con gravy. Stamani pensavo perciò di svegliarmi rintronato e invece mi sento benissimo, un po’ come mentre imbocco un nuovo, lungo sentiero nonostante mi sia appena preso sulle gambe un seicento metri di dislivello tra anda e rianda. Butto giù un’ottima piattata di tacos piccanti prima ancora di mezzogiorno e alle 12:30 sono già sotto al palco.

Su un sottofondo ambient tattico (ultima volta che affronterò la questione ma noto che l’ambient pronta all’uso per intro, outro e intermezzi ultimamente va di gran moda; non so se mi sento di dare la mia benedizione a questa nuova tendenza) arrivano finalmente le Hello Mary: tre ragazze giovanissime dallo stile un po’ dark. Cominciano a suonare Float e, con piacere, scopro di cosa si tratta: un dream pop leggiadro e decisamente cupo che fa salire una brezza fredda anche in una Las Vegas assolata e afosa come non mai. Farsi avvolgere da questa musica ombrosa e dolce è un po’ come camminare a ritmo spedito, con le gambe ormai anestetizzate, nell’ultimo sentiero della giornata, boschivo e circondato da vette soverchianti. Non è un sentiero difficile né pericoloso, è anzi piuttosto gradevole, non richiede particolare concentrazione e permette di perdersi nei propri pensieri. Una domanda di sottofondo però rimane: dove sta andando a parare? Quando arriva il finale della canzone, ecco finalmente la risposta: la frontwoman Helena Straight accende il distorsore e subito davanti a noi si innalza un muro di suono dei più granitici dell’edizione. Poco dopo, quando parte un breakdown di basso e batteria talmente vibrante da farmi drizzare i capelli (l’ho ritrovato: 0%), è ormai evidente che il trio newyorkese, dietro a una facciata di sofisticazione compositiva, cela ancor più nobili obiettivi di sconquasso allo stato puro.

E queste Emerald Pools, alla fine? Ovviamente sono solo pozze d’acqua, nemmeno particolarmente trasparenti o profonde. Se uno guarda alle polle in sé, non è un paesaggio così unico od originale. Pure i riff e le ritmiche delle canzoni di Hello Mary non sono niente di nuovo, Knowing You ad esempio suona come una ballata indie abbastanza tradizionale, ma quando a un certo punto arrivano le testure densissime del fuzz della chitarra è impossibile non venire soggiogati e spalancare la bocca. Mentre guardo l’acqua e noto quel che vi è riflesso, alzo gli occhi e mi trovo davanti alla parete rocciosa più imponente che io abbia mai visto in vita mia: la visione di questa gigantesco costone di pietra rossa e liscissima è un po’ alienante, un po’ sensuale. È una contemplazione nella quale vale la pena attardarsi, così come anche il pubblico accorso ad ascoltare queste nuove promettenti shoegazers non disdegna di perdersi nelle lunghezze di questa outro potentissima che altro che brezza, ormai è diventata una tempesta. I set di inizio giornata purtroppo sono sempre slot brevi e pure questo non è da meno, ma è bastato per cominciare già a spettinarci: il sopracitato Salt Lake City man mi fa: “That was a good start” provando a dissimulare spavalderia ma noto subito che è bello rintronato dalla scarica appena ricevuta. Anch’io dopo un’ora supplementare di cammino nella pampa adiacente al Virgin River mi riallaccio alla strada principale e finalmente raggiungo la mia Toyota. La mia visita dello Zion National Park finisce qui: poso il mio zaino sul sedile e distendo un po’ le membra. Anche per me, nell’insieme del mio “hiking trip”, è solo l’inizio. Ma la botta di meraviglia che ho appena subito è già una di quelle che stordiscono sul lungo periodo.

 

10) Navajo Loop - Cap’n Jazz

Il Bryce Canyon non è la ragione ultima e definitiva per la quale ho deciso di partire verso Est dopo il mio soggiorno a Las Vegas, ma poco ci manca. Ho sempre sognato di andarci perché, fin da bambino, ho sempre notato una scintilla particolare negli occhi delle persone che l’hanno visitato e che me lo raccontano, in particolare mio nonno, che mi legge spesso e che saluto. Quando accendo la macchina e comincio a dirigermi verso Bryce Canyon City, dove passerò la notte, la sensazione che provo è quella di star raggiungendo una piccola tappa della mia vita che, prima o poi, doveva venire a compimento. La cosa più bella delle “milestone” della vita non è solo il traguardo in sé per sé, ma anche la strada che si fa per raggiungerle: la Utah State Route 9, che collega lo scosceso parco di Zion con la pianeggiante Route 89 (che va dal Messico al Canada, dall’Arizona al Montana), è forse la strada più bella che io abbia mai percorso in automobile: un sinuoso passo di montagna pieno di scorci sul canyon, tunnel nella roccia, “mesas” sull’altipiano e, infine, una discesa nella suggestiva vallata del Mount Carmel. Quella del venerdì 11 ottobre 2024 al Best Friends Forever, dal canto suo, è stata una giornata piena di incontri e di momenti speciali da condividere con persone provenienti da tanti luoghi diversi, tutte con caratteri e stili differenti, ma che in comune con me hanno una cosa importantissima: il fatto di essere cresciuti con la musica dei Cap’n Jazz.

È abbastanza presto, la mattina, quando dal parcheggio mi dirigo verso il Sunrise Point. Non è proprio l’alba, ché a quell’ora il parco è ancora chiuso, ma il sole è ancora basso. Appena arrivo sulla piattaforma di osservazione la vista che mi si para davanti è talmente mozzafiato che quasi non sembra reale: il canyon dalle mille sfumature arancioni e rosate si estende a perdita d’occhio, frammentandosi in innumerevoli pinnacoli rocciosi, gli “hoodoos” (il termine geologico italiano per queste strutture, simili a quelle che ho visto anni fa in Cappadocia, è “camini delle fate”). Il panorama è quasi extraterrestre ma la vallata ha un aspetto tutt’altro che ostile: il suo fondo è coperto di alberi e i suoi pendii dolci sono anzi accoglienti e invitano alla discesa. Dopo un altro sbalorditivo colpo d’occhio dal poco distante Sunset Point, mi decido a cominciare il mio trekking e imbocco il Navajo Loop Trail (che oggi Loop non è: uno dei suoi tratti è chiuso), la cui prima sezione prende il nome di Wall Street. Si tratta di una discesa a zig-zag che attraversa una sontuosa e sorprendentemente intima strettoia. Guardo verso il basso: la pendenza è davvero a rotta di collo. Eccitatissimo, comincio a scendere.

Non sembra nemmeno di vivere un momento reale quando, accolti da una grande folla, i fratelli Kinsella e soci salgono sul palco. Il minore Mike, che tre ore fa con gli American Football è sembrato dare già prova di lieve ubriachezza, si accomoda sullo sgabello della batteria. Il cantante Tim, che assomiglia terribilmente a Joaquin Phoenix quando interpreta il Joker, è estremamente divertito dall’improbabile situazione di visibilio, al punto che invita tutti quelli che stanno vedendo il concerto dal backstage ad avvicinarsi. È una trovata semplice eppure estremamente punk, nell’accezione più affettuosa del termine: a ben vedere siamo davanti a un gruppo storico, emblematico ed attesissimo ma, alla vista della cerchia di venti persone sopra al palco che guardano la band da vicino, sembra di essere anche noi a un piccolo “basement show” fedele alle origini, intenzioni e dimensioni del gruppo, e non in mezzo alla folla più densa della giornata. Basta un accordo di chitarra a trasportarci sul bordo di un precipizio: le strummate iniziali di Basil’s Kite tolgono il fiato a tutti i presenti. Poi, quando la batteria dà il segnale, comincia la discesa.

Il pogo è vorticoso, il dislivello è estremo. La voce si spezza, la respirazione si affanna. La musica arriva dritta al cuore, il colore della roccia è accecante. E, tra la sorpresa costante e una sensazione di star compiendo il destino, ci si ritrova in fondo senza nemmeno accorgersene. Il concerto dei Cap’n Jazz scorre in un lampo: è una sequenza senza tregua di inni della mia adolescenza, eseguiti alla perfezione, arricchita dalla presenza strabordante di un eroico, esilarante, caustico ed auto-ironico Tim Kinsella. Mike, contro ogni pronostico, suona la batteria come un dio, ha un tocco delicato e forsennato allo stesso tempo, le chitarre oscillano tra pugnalate hardcore senza compromessi e trilli math rock svolazzanti come foglie secche sospinte dal vento e il cuore si riempie di gioia nell’udire una musica che, da sempre, racconta le persone che siamo: un po’ fragili, certo, ma non perdiamo mai la speranza; coraggiosi nel non nascondere mai i nostri sentimenti, anche a costo di apparire ridicoli. Sono queste le uniche cose che alleviano i dolori di questa vita che ci sbatacchia.

Senza vergognarmi di non aver mai veramente capito le parole del testo (come, del resto, tutto gli altri presenti), perdo la voce a cantare a cantare una mia versione travisata di In the Clear dove uno sbiascicato “five year olds” è sempre suonata alle mie orecchio come la parola “impavido”, che è come mi sento in questo momento in mezzo a un pit forsennato, o nella discesa del Wall Street. Il riff più strano di tutti i tempi ovvero quello, sghembissimo, che parte dopo l’incantevole intro di The Sands Have Turned Purple, mi sbigottisce come la vista di un albero stretto e altissimo che, in mezzo al punto più stretto, cresce rigoglioso in mezzo alle rocce, un miracolo della vita tanto quanto l’esistenza del commovente intermezzo “I see you here, I see you hear me”. Mi affaccio da una finestrella in mezzo al muro di pietra: la gigantesca foresta di rocce frastagliate che entra nel mio campo visivo mi colpisce con una potenza inaspettata come quando, ascoltando Tokyo nella quiete dopo la tempesta, al verso “We will break things just to call them broken” le lacrime cominciano a sgorgare da sole. Quando parte Forget Who We Are e, durante l’intro, Tim Kinsella si autocita (“It’s like… it’s like…”), cosciente del fatto che le sue incoscienti parole nella versione live del pezzo (“It’s like a marriage when you’re in a band”) hanno cambiato nel profondo tutta una generazione di nerd come me cresciuti con Analphabetapolothology, ho pensato che l’esistenza, in quel momento, rasentasse la perfezione. Questa canzone punk semplice e lacerante, che cito ogni volta che posso, è il manifesto delle ragioni per cui amo la musica rumorosa. È come il contrasto tra un cielo blu terso e la roccia rosso fuoco: impossibile da spiegare.

È uno dei concerti più belli che abbia mai visto in vita mia, è uno dei posti più belli che abbia mai visto in vita mia. Il mio cammino procede in maniera fluida, costellato da hoodoos dalle forme uniche e irripetibili che sembrano quasi restare in piedi in un equilibrio precario, come l’armonia di canzoni come Little League, piene di variazioni che non sono scandite da un metronomo ma soltanto dall’intesa di un’unità emotiva interiore. Quando in men che non si dica mi ritrovo nel fondo del Canyon e riguardo in su verso uno dei belvederi, non sembra vero che fino a poco fa ero là sopra. Ciò che è familiare diventa perennemente nuovo, come nella danza collettiva che, nell’encore della più grande emo band di sempre, ci unisce tutti nel cantare una cover di Take on Me, canzone che resterà sempre una delle più belle composizioni pop di tutti i tempi e non andrà mai presa per scontata.

Un’altalena di emozioni del genere ti lascia sudato, arruffato, con le gambe provate. Mentre, intimato dalla security, esco dal Downtown Events Center, non penso a niente se non alla mia gioia interiore. Mi poso su un tronco d’albero a riposare e finalmente un odore di pino selvatico mi penetra nelle narici. Non c’è fatica, non c’è preoccupazione. Sono in pace con me stesso.

 

11) Peekaboo Loop - Unwound

E visto che si parla dei concerti più belli che abbia mai visto in vita mia, perché non parlare degli Unwound al Primavera Sound 2023? Io e Tommy, in quell’edizione un po’ intima (non c’era Paolo, non mettemmo quasi mai piede a Mordor, c’era meno gente del solito, etc.) ci sparammo non uno ma ben due set della reunion post-hardcore più insperata del momento: il primo in un bel palco all’aperto del Parc del Forum, alle tre di notte, il secondo nella sala del Paral·lel 62, dopo dei Gilla Band stranissimi e dei Cloud Nothings sontuosi che non sfigurerebbero come midcard alta del Best Friends Forever 2025 (sì, è una pontatina). Di entrambi i concerti ricordo in particolare un’osservazione: una maestria simile nella gestione della dissonanza non l’avevo mai e poi mai sentita. E se c’è un unico, piccolissimo rimpianto che potrei avere riguardo a quell’accoppiata di set memorabili, è quello di aver assistito a due scalette identiche. Non biasimo il gruppo per questa scelta anche se, vista la vastità ma soprattutto la qualità del loro catalogo, resta un po’ un peccato. Mi guardo bene, però, dall’usare la parola “spreco”: in entrambe le performance, l’energia estatica della band fu intensissima, una luce tremolante ed eterea come l’aurora boreale. In ognuna delle due serate l’urgenza di veicolare i messaggi di alienazione che permeano ogni canzone fu palpabile in ciascuno dei membri, un po’ per convinzione personale della potenza delle canzoni, un po’ per onorare la memoria del grande Vern Rumsey scomparso prematuramente nel 2020 (i fiori sul palco, distribuiti al pubblico dopo l’ultimo pezzo, avevano un sapore di omaggio funebre).

Mi approccio al Peekaboo Loop Trail, un grande sentiero in saliscendi attraverso le profondità del canyon, nello stesso modo con cui arrivo al concerto. Sono nelle prime file insieme a uno dei fra sud-californiani (facente parte, come Tommy, della categoria degli “accademici degli Unwound”), curioso di vedere cosa cucineranno stasera gli chef più sopraffini della scena punk alternativa anni ’90 e contento di ascoltare della musica di grande qualità. Certo è che non mi aspetto di finire in uno stato di trance: com’è la band in concerto lo so già e, vista comunque la sofisticatezza delle composizioni del quartetto, mi immagino un pubblico attento e pacato. Appare il backdrop, poi il gruppo, poi il feedback. E poi, senza aspettarmelo, mi ritrovo dentro all’occhio di un ciclone: l’assalto diretto e frontale di Entirely Different Matters, come un pendolo affilato, taglia l’aria in mille pezzi e nel pubblico si apre subito un vortice di corpi che risponde disordinatamente a questa musica caotica. Gli Unwound attaccano il concerto con alcune delle loro canzoni più aggressive e alla fine di ognuna, dopo una pausa di dieci secondi, riprendono a frantumare il suono con urla, distorsioni e, soprattutto, accordi stranissimi che fanno l’effetto di sostanze psichedeliche. Anche il mio trekking, ora che sono convinto di essermi abituato al paesaggio marziano del Bryce Canyon, lo do un po’ per scontato ma, appena giro l’angolo dietro una collina di sabbia rossiccia, mi ritrovo davanti a un arcipelago di mille hootoos che non mi sarei mai aspettato di vedere. Qualche minuto dopo, superata un’altra piccola cresta di roccia, sono di nuovo nelle profondità della terra, tra alti muri rocciosi e, dietro l’angolo, mi ritrovo a camminare in mezzo ad alberi stranissimi dietro ai quali spuntano massi che sembrano le figure dinoccolate di divinità indiane.

Parte Envelope e mentre uno dei pubblici più posseduti dalla musica che io abbia mai visto (scene da esorcismo!) canta in coro “She won’t miss you if you let her…” il californiano di cui sopra mi raggiunge e mi svela la sua intuizione: “They’re doing New Plastic Ideas”. Non fa che piacere: era da tanto che non ascoltavo questo album capolavoro del 1994, che è anche quello con cui ho scoperto la band. Forse è per questo motivo che il riff spirituale di Hexenzsene mi riporta addosso una nostalgia profonda nella quale annego mentre i flutti del mosh-pit mi trasportano. E penso di non essere l’unico a provare questa sensazione, anzi, ho l’impressione che sia un rituale collettivo: Abstraktions (che un anno e rotti fa era l’opener della scaletta), una strumentale atmosferica e molleggiata, non è proprio una canzone da pogo ma la folla compatta mantiene comunque il contatto, gli spettatori oscillano all’unisono, il ritmo delle anime scandisce quello dei corpi. Marciare lungo il sentiero, respirare a tempo, mentre davanti a me si svelano meraviglie misteriose e dal sottotesto mistico, è un po’ come abbandonarsi nella musica degli Unwound, costantemente stupefacente e con qualche colpo di coda speciale, specie negli ultimi pezzi dopo New Plastic Ideas: il funk ipnotico di Corpse Pose mi fa venire brividi di terrore come il pensiero di incontrare Coyote, demone della mitologia navajo; gli acuti assordanti di For Your Entertainment sul finale mi accecano come il sole che filtra dalle fessure della roccia.

Arrivo alla fine (o, se vogliamo, a un nuovo punto di partenza) dopo un tempo che non saprei definire: forse una vita, forse un baleno. Sul viso ho un sorriso di incredulità, il mio corpo è madido di sudore. In momenti come questi fatico a credere che la magia non esista.

 

12) Queen’s Garden - Braid

Il Queen’s Garden Trail, che va saputo scovare all’altezza della biforcazione Navajo/Peekaboo, è lungo tre chilometri e riporta al Sunrise Point, dove ho parcheggiato la macchina. La giornata è già bella inoltrata ed è l’ora di tornare indietro. Diversamente dai due sentieri precedenti, questo qui attraversa per un bel po’ i punti più bassi in assoluto del canyon e, in un certo modo, mi riporta coi piedi per terra, dopo la lunga passeggiata costellata di panorami grandiosi a contrasto col cielo blu che si è appena consumata. In effetti, questa porzione di trekking si presenta molto meno spettacolare, eppure camminare sulla terra nuda aiuta ad apprezzare meglio l’ecosistema fragile di questo luogo. Da ogni parte si possono notare grandi massi erratici, che ci ricordano quanto la geomorfologia del canyon sia in costante evoluzione, e le piante che prosperano in questo luogo insolito, soprattutto i cespugli di rotolacampo, portano con sé l’immaginario dei film western. Anche se fa caldo, l’inizio del sentiero mi permette di riprendere un po’ il fiato, che sia dallo sbigottimento costante o dai provanti dislivelli incontrati finora.

Il concerto dei Braid arriva alla metà del pomeriggio del secondo giorno e lo vedo come un concerto leggero, non tanto perché la loro musica non sia potente, ma perché avendo ascoltato un paio di volte Frame & Canvas del 1998 so già, ancora prima che inizino a suonare, che più che un tumulto emotivo o una scarica di botte sonore senza senso questo concerto sarà un momento per apprezzare la classe che, taluni a volte scordano, contraddistingue certe frange più orecchiabili del midwest emo. Una delle ragioni per cui amo questo genere è che spesso e volentieri, pur avendo tra i suoi statuti fondanti quello di essere lamentosa e dare sfogo a pesanti distorsioni, sa avere un songwriting molto elegante. Quello dei Braid ne è un esempio palese: le trovate ritmiche math, le melodie sorprendentemente pop, le sfuriate sempre controllate, sono solo alcuni degli elementi che me li fanno trovare veramente raffinati. E seppure non siano un gruppo che tocca la profondità dei miei sentimenti, mi fa piacere farmi fare compagnia dalla loro musica per tre quarti d’ora.

Come mi sarei aspettato, il concerto di questi rocker minori dell’Illinois (che per l’aspetto occhialuto e l’approccio canoro ho rinominato scherzosamente “post-hardcore Weezer”) è quasi rilassante, con canzoni vivaci che, forse per la loro assenza di vera abrasione, forse per la loro implicita carineria, non posso che definire “leggere”. In particolare, l’inizio del set strapieno di cavalli di battaglia come The New Nathan Detroits, con il suo memorabile ritornello dispari, o la quasi radiofonica Killing A Camera, è estremamente piacevole, perché il quartetto ha un’attitudine festiva molto simpatica e suona con molta naturalezza canzoni tutt’altro che semplici. Il mio legame emotivo con la musica dei Braid, più distaccato della media degli altri set del Best Friends Forever Festival, mi permette anche, come in questa passeggiata nel fondo del Bryce Canyon, di osservare l’ecosistema: le tecniche compositive della band sono veramente interessanti, molti stilemi dell’emo vengono rielaborati per suonare meno stereotipati, le pause sono dosate molto bene, le strutture delle canzoni sono intelligenti e mai troppo dispersive. Eppure, chissà perché, pur riconoscendone l’estro non ne me ne innamoro. Forse è perché non sono abbastanza diretti, forse è perché come i The Get Up Kids sono un po’ troppo cugini col pop-punk di fine ’90. Perciò, per quanto ammiri molto la dimostrazione di tecnica sopraffina alla quale sto assistendo e certi ritornelli mi procurino anche un certo godimento, piano piano il set comincia a stuccarmi leggermente.

L’ascesa fino al punto dove tutto è iniziato comincia tutta in un colpo, scoscesissima. Il cielo si è ingrigito parecchio e la salita lascia poco spazio alla contemplazione. Sono determinato, ma comincio a sentire la stanchezza, e anche un lieve dolore alla gamba destra: siamo io contro la pendenza, i miei scarponcelli contro la terra da macinare. L’ultima ora della mia passeggiata, senza dubbio la più dura, è più sportiva che turistica, e il piacere che ne procuro è più quello delle endorfine dello sforzo fisico che quello dei bei paesaggi. È sempre piacere, ma diverso dal solito, un po’ come il piacere della musica sul finale del set dei Braid è più “analitico” che veramente intimo. Quando ormai sto per toccare con mano il Sunrise Point, comincia a venire giù la pioggia esattamente come quando, al Best Friends Forever Stage, comincio a sentire un sospetto di noia e Robert Nanna annuncia l’ultima canzone. La fine del percorso arriva proprio al momento giusto, prima che arrivino i primi problemi. Ascolto Milwaukee Sky Rocket, una delle canzoni più spiccatamente emocore del set, con un certo compiacimento. Lo stesso di quando, prima di correre al parcheggio per non bagnarmi troppo, osservo per un’ultima volta il panorama del canyon, ora un po’ annebbiato. Un ultimo scorcio di bellezza, comunque, fa piacere. Prima di abbandonarmi a un meritato riposo, pronuncio ad alta voce le parole: “Bello, dai”. 

 

13) Glen Canyon Dam - Pinback

Uscito dal Bryce Canyon con la Camry, il bolide al quale mi sto piano piano affezionando, mi dirigo verso Kanab dove, in un motel adorabile nonostante la receptionist che sembra uscita da un episodio di Tiger King, termino le logistiche dei giorni a venire nel mentre che riposo le membra stanche. In sul calar del sole mi dico che, fuori dalla cittadina, dev’esserci per forza un bel posto dove vedere il tramonto. Imbocco la strada verso Sud e mi accorgo che dopo soli cinque minuti c’è il confine con l’Arizona. Non trovo nessun punto panoramico dal quale si possa ammirare la piana desertica e le sue piccole mesas sparpagliate qua e là ma mi fermo comunque in un quartieraccio di case in prefabbricato a guardare una luna piena fuori di testa, gigantesca (che c’entri il fatto che, anche se in piano, siamo a 1500 metri sul livello del mare?). Faccio un paio di foto che ovviamente vengono malissimo e poi, visto che il luogo sembra uscito da No Country For Old Men e vorrei evitare di fare la fine di uno qualunque dei suoi personaggi, piglio e torno a Kanab. Dopo un delizioso kanookie (il cookie di Kanab, da provare), me ne vado a letto e collasso prestissimo. Il giorno dopo ho un appuntamento con i navajos alle dieci del mattino, e per raggiungerli devo fare un’ora e mezza di macchina, perciò parto alle otto in punto. Imposto il navigatore verso la città di Page, Arizona e leggo che l’ora di arrivo prevista sono le otto e mezza: non avevo calcolato il fatto che il luogo in cui vado ha un altro fuso orario! Poco male, me la prendo comoda: temporeggio un po’ andandomi a prendere un beverone di caffè di qualità superiore alla media (lo ammetto, non vedo la differenza con quello di Dunkin Donuts), ma tra una storia e l’altra constato che mi resterà ancora un’oretta buona da ammazzare a Page. Guardo Google Maps e c’è solo un luogo che in quel comune viene ampliamente sponsorizzato: la Glen Canyon Dam. Per non saperne né leggere né scrivere, la imposto come destinazione finale.

Nelle pause tra i set di questa prima giornata di Best Friends Forever ho chiacchierato con un bel po’ di gente e a tutti ho chiesto due informazioni fondamentali: da dove vengono (ho incontrato solo due stranieri, un olandese e un giapponese) e quali sono i gruppi che più hanno voglia di vedere. Un texano, poco prima degli Everyone Asked About You, mi parla dei Pinback, che suoneranno tra tre ore, con dei toni che chiamare entusiastici sarebbe riduttivo (in inglese, questo effetto si può ottenere abbinando diversi “fucking” al superlativo). Qualche passante sottoscrive e poi, un paio d’ore dopo, pure una band sul piccolo stage intima la folla a correre a vederli dopo che avranno finito di suonare. Ho mai ascoltato una singola nota suonata dai Pinback in vita mia? No. Sento il bisogno di vederli da una buona posizione? Sì. Perciò corro.

Dopo aver ammirato il Lake Powell dalla cima di un altipiano (e udito un fortissimo rumore di motori nel cielo, nonostante non ci fossero nuvole e nemmeno un velivolo in vista…), mi parcheggio davanti al centro visitatori della Dam proprio all’ora di apertura, dove un capannello di gente sta aspettando. Mi sporgo dal balcone e, senza troppe sorprese, mi ritrovo davanti a una diga in mezzo a un canyon. Che ci vuoi fare, le dighe sono sempre belle e questa è particolarmente spettacolare: altissima, liscissima, grigissima: un colosso di cemento che fa contrasto con le ancor più colossali pareti rosse del bacino dove viene riversata con moderazione l’acqua del lago. Quando i Pinback (il cui aspetto sembra urlare: “Il culmine del nostro successo l’abbiamo toccato nei primi 2000”) cominciano a suonare, che cosa odono le mie orecchie? Un indie pop estremamente delicato, minimale nell’approccio ma ricco di arrangiamenti, in cui spiccano linee di basso tra le più melodiose che abbia mai ascoltato e la voce dolce e intonata (era ora?) del simpatico frontman Rob Crow. Lo stupore iniziale è quello di trovare, come quando dopo due giorni di turismo naturalistico ti trovi in cima all’opera artificiale per eccellenza, uno stile inaspettato nella programmazione del festival (le distorsioni, ad esempio sono quasi inesistenti, un unicum insieme ai Karate). Lo stupore a lungo termine, che mi accompagnerà per tutto il set, è quello di canzoni veramente quadrate e dirette eppure piene di significato, intenzione, con diversi livelli di profondità. La semplicità della musica dei Pinback è quasi intellettuale e per un’ora mi ritrovo ad ammirare l’originalità assoluta di ogni istante di queste composizioni che, come una centrale idroelettrica, sono organizzatissime, pulite, quasi asettiche.

Cosa ci faccia questa band in un festival emo non è complicato da capire: le loro canzoni, pur senza urla o rumorosi scassettamenti, sono praticamente tutte, genericamente parlando, tristi. E anche le dighe, ogni volta che ne vedo una, mi fanno provare una vaga mestizia: a differenza delle pale eoliche o dei pannelli solari, danno la sensazione di una strana aberrazione, di un intervento dell’uomo che ne dimostra la sua arroganza, di un’inevitabile catastrofe in potenza. Poi però guardo la vecchia turbina che è stata posizionata sopra alla passerella, a mo’ di monito. Guardo la schiuma dell’acqua che esce oltre la diga (il carbone bianco, diceva Cavour), i cavi elettrici dei tralicci e la sottostazione ad alta tensione. Ascolto le note melancoliche ed ansiose di Fortress, che mi rimarranno in testa per ore, mi faccio cullare da un ultimo verso che parla a tutti noi: “I miss you, not in a Slint way, but I miss you” (AFK).

E mi dico: che bellezza, l’energia pulita.

 

14) Antelope Canyon - The Dismemberment Plan

L’attesa mi sta divorando e le aspettative sono altissime, così come il rischio che vengano tradite. Ho prenotato l’ingresso per la visita dell’Antelope Canyon con una guida indigena (l’unico modo per entrare) oramai diversi mesi fa, pagandola anche un discreto gruzzoletto. E non so se, nonostante la presenza dei Cap’n Jazz, avrei osato volare fino alla Las Vegas senza quella dei Dismemberment Plan, uno dei miei gruppi di rock alternativo preferiti di tutti i tempi, pontatinati anche con una discreta maestria. Entrambi sono una delle ragioni principali per aver scelto proprio questo itinerario, che mi ha portato prima negli Stati Uniti, ora nella grande riserva indiana di Navajo Nation.

Un paio di parole sulla band di Washington, D.C.? Il loro art-indie-funky-math-pop-post-punk incatalogabile, totalmente sopra le righe, ambiziosissimo sia tecnicamente che concettualmente eppure sempre sorprendentemente piacevole, emozionante e concreto, è una delle cose più belle che io abbia mai ascoltato. Emergency & I del 1999 è un disco che non mi dispiacerebbe ascoltare una volta al giorno per il resto della mia vita. Un paio di parole sull’Antelope Canyon? Orgoglio di tutta la tribù navajo, questo canyon strettissimo e nascosto nelle profondità della terra è una delle destinazioni speleologiche più esteticamente appaganti che possano esistere, al punto che le sue rocce curvilinee, erose dall’acqua e dal vento, sono il soggetto di numerose fotografie iconiche di cui una che era lo sfondo di Windows. E dio solo sa quanto, fin da piccolo, mi è sempre piaciuto andare a visitare le grotte.

Che immensa fortuna quella di essere qui, anche solo per un lasso di tempo limitato, penso. Voglio approfittarne il più che posso. Sono tra le primissime file davanti al palco, trepidante come non mai. Del mio gruppetto di dieci persone, sono tra i primissimi a seguire la guida ed imboccare la ripida scala che scende sottoterra. Finalmente arriva il gruppo, finalmente intravedo il fondo del canyon. Parte l’intro di batteria di What Do You Want Me To Say?, poggio le scarpe sulla sabbia rossa. E il mio sguardo si illumina di un immenso sorriso dove si mescolano felicità e stupore allo stato puro. È proprio come mi aspettavo, anzi, persino meglio. Salto di gioia mentre perdo la voce cantando uno dei ritornelli più liberatori di sempre a pieni polmoni, osservo, della prima “stanza” in cui ci fermiamo, ogni anfratto, ogni sporgenza, ogni strato delle rocce millenarie che ci circondano. Come si fa a spiegarla a parole, tutta questa magnificenza?

L’Antelope Canyon si sviluppa per circa un chilometro, il concerto dei Dismemberment Plan dura circa un’ora. La parola “fighissimo”, universalmente riconosciuta come una delle più versatili nella storia della lingua italiana, è l’unica che mi viene in mente per descriverli. Cosa ho visto, ascoltato o ancora provato durante questi momenti che avrei voluto non finissero mai? Di tutto.

Ho visto immagini vivide evocate dal suono, come le scene dell’inverno gelido di Spider in the Snow, ho scorto la Nike di Samotracia nella roccia chiamata “Lady in the Wind”. Ho sentito l’impulso irrefrenabile di ballare sul groove sinuoso di Back & Forth, così come non ho potuto fare a meno di andare a toccare le rocce ondulate come tessuti. Mi sono venuti i brividi quando dal nulla mi sono ritrovato a cantare Gyroscope in un vortice umano rapidissimo (“If she spins fast enough then maybe…”), così come sono trasalito quando della sabbia spinta dal vento mi è scivolata sul collo e ho pensato che, quando comincia a piovere forte, questo canyon viene completamente sommerso dall’acqua. Ho sentito il cuore scoppiarmi quando la voce incredibile di Travis Morrison ha intonato “The City’s been dead, since you were gone”, nonostante abbia sentito quella canzone centinaia di volte, così ho provato dei veri sentimenti di sturm un drang alla vista del cielo azzurrissimo del deserto a contrasto con il colore rosso, forti come se fosse la prima volta, anche se sono due giorni che non penso ad altro. Ho goduto nel sentire scorrermi nel bacino il ritmo quasi demenziale di OK Jokes Over, così come è stato incredibilmente appagante trovare una roccia cava che risuonasse a ogni colpo. E il tutto è stato persino accompagnato da intermezzi memorabili: Travis tra una canzone e l’altra ha fatto un sacco di commenti (alcuni sagaci, alcuni esilaranti, alcuni solo strani), così come la guida ci ha raccontato un sacco di storie (alcune macabre, alcune incredibili, alcune quasi inopportune). Insomma, è stato bellissimo.

Non ne faccio un segreto, è al momento della mia partenza da Las Vegas verso la terra dei canyon che mi è venuta l’idea di associare ogni mia visita turistica a un concerto perciò, ogni volta che scoprivo un nuovo luogo non potevo fare a meno di pensare a un set musicale che gli corrispondesse. Elucubrazione inutile: spesso ce n’è più d’uno che funzionerebbe, ragion per cui rimando subito l’esercizio di unire i venticinque punti della colonna sinistra coi venticinque della colonna destra al mio ritorno in Francia (così è stato, e ci ho messo tre giorni). Per Antelope Canyon, invece, il collegamento è stato immediato: è esattamente come la musica dei Dismemberment Plan: sensuale, elegante, a tratti solenne a tratti giocoso, a tratti accogliente a tratti pericoloso, sbalorditivo, unico nel suo genere. Non c’è molto di più da dire: ritornerei adesso.

 

15) Horseshoe Bend - Home is Where

Per finire questa fantastica mattinata a cavallo tra le terre dei legittimi abitanti e quelle usurpate dall’uomo bianco non può mancare una capatina a Horseshoe Bend che, come indica il nome, è una virata a forma di ferro di cavallo, più precisamente quella del fiume Colorado. Un paio di nozioni di cultura generale che non fa male sapere: il fiume Colorado è lungo 2330 chilometri e attraversa sette stati, cinque statunitensi e due messicani. Su tutta la sua inconcepibile lunghezza, il punto che più turisti vengono ad ammirare è proprio questo. Da un belvedere poco distante da Page si può osservare particolarmente bene l’erosione pazzesca che il corso d’acqua ha operato sulla dura roccia, durante centinaia di migliaia di anni. Ho già visto le fotografie di questo luogo (chi non le ha viste?) e mi ci reco convinto che in fondo sia solo una vista simpatica, niente di più. Mentre entro in quello che mi accorgo essere un vero e proprio complesso turistico (dal parcheggio alla Bend ci sono dieci minuti di camminata circa) mi accorgo di avere un discreto appetito. Mi prometto perciò che se non è niente di più che un bel colpo d’occhio su un canyon giro i tacchi e vado dritto al ristorante, ché ho adocchiato un BBQ interessante e non posso andarmene da questo paese prima di aver mangiato delle ribs.

The Whaler, l’album del 2023 con cui Home is Where si sono in qualche modo consacrati come una delle band più calde di un midwest emo revival che finora stava solo sobbollendo, a un primo distratto ascolto mi è sembrato solo un album midwest emo, niente di più. Il ricordo vaghissimo di arpeggini, bordate sul crash e vocals lagnose diventa nitido quando, dopo Everyone Asked About You, mi ritrovo ad andare a vedere un’altra band midwest emo e, alle due e mezza del pomeriggio, ho già paura di averne abbastanza. Oltretutto, le gambe cominciano a necessitare di riposo. Stesso discorso: se è la solita solfa, quasi quasi mi vado a ristorare da un’altra parte. Con in testa quest’ultimatum mi piazzo nelle retrovie di un 3rd Street Stage affollatissimo e assolatissimo e accendo le orecchie.

L’opener del set, Skin Meadow, mi lascia un po’ interdetto: sì, ok, è sempre e comunque midwest emo. A risentirla bene, però, è una canzone davvero toccante, dinamica, dritta al punto e, soprattutto, suonata con un potenza che infrange la barriera del suono, niente a che vedere con le band apprezzabili ma leggerine viste finora. Decido perciò di restare a guardare ancora un po’, e la scelta paga: durante lo sfogo finale della canzone qualcuno sul palco comincia a suonare la sega con l’archetto generando un effetto sonoro strabiliante, al contempo romantico e rustico. Abbastanza esaltato, mi giro verso il mio vicino (un floridiano, gran transennatore, con cui ho poi fatto amicizia e bevuto l’ultimo bicchiere del festival) e, concedendomi per l’unica volta il bonus “peggior meme dell’anno”, gli dico: “I hope they play In the Aeroplane Over the Sea”. Grazie a dio mi trova divertente e, ridacchiando, mi fa: “I think that’s what their going for”. Ed è lì che la cantante del gruppo, Bea MacDonald, annuncia nuova musica e, armonica a bocca alla mano, si prodiga in un folk elettrico esplosivo, di scuola Bob Dylan, che mi fa cadere la mascella per terra.

Il resto del concerto, funambolisticamente in equilibrio tra emo e folk, è abbastanza originale (anche se non rivoluzionario: ve li ricordate, ad esempio, Imadethismistake?). Soprattutto, la performance di Home is Where è estremamente avvincente, grazie all’emotività che i musicisti esalano e alla varietà dei brani: finisce che rimango incollato al palcoscenico. Davanti a Horseshoe Bend, paesaggio iconico ed effettivamente maestoso, rimango parimenti a bocca aperta. E se la piattaforma dove si ammassano i turisti per fare una foto offre una visuale amplia e grandiosa, è anche vero che è piuttosto banale e già vista. In compenso sono presenti, su tutto il bordo dello strapiombo vertiginoso verso il corso del Colorado, piccole montagnole rocciose che uno può divertirsi a scalare per guardare non solo oltre il ferro di cavallo (il piattissimo altipiano del Glen Canyon è davvero notevole), ma anche dal lato opposto, verso la riserva indiana, sul deserto che si estende a perdita d’occhio. Quello che si svela di fronte a me, a trecentosessanta gradi, è un paesaggio profondamente americano, folkloristico e suggestivo. E alla musica di Home is Where, una tempesta di emocore tinta di country e blues, non posso che associare gli stessi aggettivi.

Alla fine, mi ritrovo a passare una mezz’oretta buona nel complesso di Horseshoe Bend a girovagare di sasso in sasso cercando nuovi colpi d’occhio o incrociando gente senza il minimo senso del pericolo che trova sporgenze terrificanti per fare foto spettacolari, che ti chiedi dove lo trovino il coraggio, un po’ come la gente che si tuffa di testa dalle transenne senza guardare se c’è chi la sorreggerà. Senza nemmeno avvisare, arriva la fine del concerto, e così anche le 13, orario di pranzo veramente “borderline” negli Stati Uniti. Felice di aver visto il lato più bello in assoluto dell’americanità, applaudo. E vado a ristorarmi. 

 

16) Navajo National Monument - Mannequin Pussy

Siamo già a metà pomeriggio quando, dopo le ribs glassate e una spesa tattica al Walmart di Page (l’ultimo che incontrerò sul mio cammino), comincio a dirigermi nelle profondità della Navajo Nation per raggiungere la tappa dove dormirò stanotte, Kayenta. La strada che attraversa la riserva indiana è spoglia come poche e le rare località che vengono segnalate dai cartelli sembrano più assembramenti sparuti di roulotte che veri e propri comuni. Sono a più di metà strada quando un cartello marrone, di quelli che segnalano i luoghi turistici, mi ricorda che a una delle prossime deviazioni c’è un fantomatico Navajo National Monument che ho già sentito nominare mentre preparavo il viaggio. Noto che ha voti alti su Google Maps e che il detour è di appena una ventina di minuti perciò, senza sapere bene che cosa sto andando a visitare, imbocco una strada tutta in salita che porta a questo misterioso luogo di interesse. Sono le cinque e mezza del pomeriggio. Sulle nove miglia tutte in salita non vedo un’anima viva, il casello per dare un fiorino ai nativi è completamente abbandonato, nel parcheggio ci sono due macchine in croce. Fila tutto talmente liscio che è quasi preoccupante.

Hanno appena finito di suonare quegli stregoni degli Unwound quando mi ricordo che tra cinque minuti sul palco piccolo suonano Mannequin Pussy. Di loro, lo ammetto, so pochissimo: quando hanno suonato al Primavera Sound 2024 (allo stesso tempo di Freddie Gibbs) ho ascoltato un po’ del primo album, che mi è sembrato simile alla pletora di band che assomigliano, say, alla vecchia roba di Amyl & The Sniffers, e un po’ dell’ultimo album, che mi è sembrato simile alla pletora di band che assomigliano, say, alla vecchia roba di Soccer Mommy. Roba che rispetto e apprezzo ma che non mi fa uscire di testa, insomma. In assenza di grandi riempitivi non-hip-hop nella ruta del giorno, Paolo va comunque a vedere questa band dalle molteplici facce e, dopo aver fatto le sue solite (che non vuol dire errate) osservazioni sull’essenza primigenia del PS (“Ecco cosa succede quando c’è un solo gruppo rock a un festival rock: un palco intasato di gente”) risponde a una semplice domanda di Daniel (“How were Mannequin Pussy?”) con una risposta suggestiva: “Very powerful”.

Com’è che sono finito tra le prime file di una delle band più popolari del momento senza neanche accorgermene? Forse c’entra il fatto che stessero passando Mystery degli Wipers sulle casse (un pensiero speciale per mio fratello Paul, che sarebbe contento di essere qui con me, e anche io). La cosa mi fa piacere, ma resta quasi preoccupante. Su un intro rap bella “badass” salgono sul palco cinque persone dallo “swagger” esagerato e poi parte una canzone. Supero un Visitors Center chiusissimo e la visione che mi si para davanti è mozzafiato: una vallata boschiva incastonata tra le rocce che, sempre più vicini all’ora del crepuscolo, si stanno tingendo di rosa. In un grande portico naturale che si è formato nell’altro lato del canyon si intravedono persino delle abitazioni di pietra abbandonate. Eccola qui, la patria dei navajos: accogliente e anche selvaggia, rigogliosa e anche dura. E mentre ascolto la cavalcata jangle pop Sometimes che un po’ avvolge un po’ punge e guardo la cantante Marisa Dabice che si contorce, tra sensualità e rabbia, tra sussurri e urla, accidenti, capisco quanto intima sia questa musica per chi l’ha composta. Vedere dall’alto la terra che un popolo protegge con le unghie e coi denti fin dall’alba dei tempi o ascoltare l’espressione di una band che vuole difendere la sua identità fino all’ultimo respiro, credetemi, è una sensazione simile. Mannequin Pussy, col loro indie rock dolce e orecchiabile che mantiene un’anima punk, hanno un suono autentico, viscerale, toccante. “Very powerful”. A tratti, però, il gruppo non disdegna il non prendersi sul serio, e sa anche essere molto fresco e divertente.

Al Navajo National Monument ci sono solo due sentieri. Il Betatakin Trail, due chilometri circa, è una discesa graduale fino al punto dal cui si può osservare al meglio l’antico villaggio nella roccia. È semplice e confortevole, ma spesso offre scorci da capogiro. Pure la prima metà del concerto è così: ci sono solo canzoni “leggere”, che ogni tanto regalano schitarrate da terremoto, canzoni che ti fanno sentire al calduccio e poi ti gelano il sangue con una botta di fuzz. La mia preferita è stata senza dubbio il botta e risposta tra dream e noise della commovente Softly (“What if one day I don’t want this anymore?” mi fa venire i lucciconi), che durante tutte le mie traversate in auto per le vastità dell’America l’emittente Sirius XMU (amatissima, anche se mettono troppi Interpol) mi ha fatto il piacere di passare spessissimo. Oltre la metà del meraviglioso set la hittona (nel senso che hitta assai) punk-pop I Got Heaven fa partire un mosh-pit al quale non posso sottrarmi e a quel punto ho inevitabilmente imboccato il secondo sentiero: Aspen Trail. “È meno di un miglio, che sarà mai!”, mi dico, ma il percorso scende a capofitto, fino a toccare quasi con mano gli alberi della foresta sottostante. “Non sarà un po’ pericoloso?”, mi dico mentre mi accorgo della salita che devo rifare, potenzialmente, dopo che il sole sarà tramontato. “Aaah, fuck it”!

Il finale del concerto delle Mannequin Pussy è un ritorno alle origini inaspettato e potentissimo, puro hardcore punk, di quello che, sì, un po’ pericoloso lo è. Da solo come non lo sono da giorni, al centro della vallata, poco sopra alla foresta dei navajos, mi godo il silenzio. In simbiosi con l’umanità come non lo sarò forse mai più, mi abbandono alla folla che mi sorregge mentre la voce di Dabice sopra al D-beat mi rimbomba nelle orecchie.

Questi paesaggi mi resteranno sempre nel cuore.

 

17) Monument Valley - The Blood Brothers

“It’s eight dollars”, mi dice la guardiana navajo dal casello.
“I’ll give ‘em to you, but I was wondering… is the Scenic Road very solid?”
“Well, it’s a dirt road.”
“Does it really get muddy?”
“If it keeps raining like this, yeah, it will get muddy.”
“Yeah, so… with my car?...”
“We always recommend a 4x4.”
“Alright… And what happens if I get, like, stuck?”
“We won’t be coming to get your vehicle out.”

Porca vacca, sta piovendo come dio la manda. Nel deserto.

Non sempre le cose vanno come uno vorrebbe: il tempo non ti permette di fare quello che volevi, un headliner annulla il suo concerto. I Bright Eyes che cancellano la loro presenza alla domenica sera perché Conor Oberst ‘gna ‘a fa co’ ‘a voce non è una di quelle notizie che mi fanno strappare le vesti. Stessa cosa per la pioggia alla Monument Valley: se non posso fare la mia guidata attorno alle grandi formazioni rocciose, poco male. Il problema di imprevisti come questi non sono tanto le rinunce che ti obbligano a fare, quanto le alternative che devi trovare. E adesso, che cavolo faccio per tutta la mattinata? Oppure, chi cavolo sono questi Blood Brothers che suonano una sorta di screamo-pop stranissimo? Ma nel grande Monopoly della vita è parte del divertimento anche accettare le carte “probabilità” che ci tocca pescare quando atterriamo su una casella sfortunata. Sono qui davanti al Best Friends Forever Stage e sta per suonare l’ultimo gruppo dell’edizione. Come sarà? Boh, di loro ho ascoltato solo qualche hit sotto la doccia e un disco mentre ero in aereo, e entrambe le volte mi hanno fatto male le orecchie. C’è da dire che, però, un po’ su di giri lo sono: questo terzo giorno è stato punk come non mai, a un altro po’ di rumore non so dire di no. Succede tutto molto in fretta e in grande simpatia: sto chiacchierando con gente a caso che non ricordo più di argomenti che non ricordo più (tranne uno che mi fa particolarmente specie: il bassista dei Blood Brothers è anche quello dei Fleet Foxes!), quando a un certo punto questa band di urlatori seriali (due cantanti, “tipo Linea 77”) che non suona da dieci anni monta sul palco. “Fire! Fire! Fire!”, intona l’intro di Set Fire to the Face on Fire. Neanche il tempo di pensare “Oddio, ma la conosco!” che attorno a me è già partito il degenero totale.

“Oddio, ma è incredibile!”, penso non appena mi sporgo dalla piattaforma che domina la valle. Le immagini della Monument Valley dalla terra rossa e vivida, un deserto sconfinato nel quale spuntano tre grandi rocce imponenti e irreali, le abbiamo viste tutti: è a mani basse il panorama più western della storia dell’umanità. L’avete mai vista, però, offuscata dalla nebbia?, oppure sotto a grandi nuvole scure, che schiacciano le grandi rocce in maniera più opprimente dello spleen che fluttua sopra a Parigi nella poesia di Baudelaire? Il paesaggio è talmente inedito e spettacolare che resto a guardarlo nonostante la pioggia stia scrosciando incessante sul mio corpo. Resto immobile a guardare davanti a me per diversi minuti di fila un cielo e una luce che mutano costantemente, tra grandi banchi d’aria che si addensano e diradano, la luce del sole che filtra e scompare.

Sotto al palco mentre suonano The Blood Brothers, stessa cosa: provo quasi un masochistico piacere a subire uno dei mosh-pit più estremi dell'anno, a districarmi nella tempesta mentre ammiro a bocca aperta una band di performer che impressionanti è dire poco. In particolare Johnny Whitney, il twink più punk della storia (ma forse non il punk più twink), è un mattatore: salta dappertutto, urla con una voce acutissima, fomenta le folle, fa mille mossette e, spesso all'altezza delle transenne, si fa araldo della follia di questa musica, mentre i suoi colleghi, sopra al palco, sono testimonianza della sua professionalità. Perché c’è da dire che la formula dei Fratelli di Sangue, tecnicamente, è molto complessa: il sostrato del loro songwriting è quello dell’emoviolence ultra-caotico di gruppi come Jeromes Dream e Orchid, ma edulcorato con una patina di “quirkiness” e con certe melodie orecchiabili che, con l’abrasività dei suoni, non cozzano ma quantomeno fanno uno sparring ad alta intensità. La band suona da dio, i cambi di velocità sono numerosi e imprevedibili, ogni tanto partono dei riff ganzissimi e perciò, anche se non è proprio una musica affine al cento per cento col mio gusto, è un piacere immenso ammirare questo ciclone di suoni e di corpi. Avvicinandosi anche pericolosamente al suo occhio, volendo: la disco-hardcore di Peacock Skeleton With Crooked Feathers, ad esempio, è tutta da ballare, in una dancefloor dove c’è gente che vola da tutte le parti; durante le bordate senza trega di Fucking’s Greatest Hits, che è un po’ la canzone-manifesto di questo sound fuori dagli schemi (che pure deve tantissimo all’hardcore punk americano dei ’90), persino io, storicamente avverso a queste pratiche, comincio involontariamente a fare movimenti da mosh-pit moderno. Finisce che però, sotto a una luna piena, i licantropi del crowdkilling si svegliano e l’ultimo baluardo della mia razionalità, ovverosia una sana prudenza, prende il sopravvento. Mi ritiro perciò ai margini dove, rimettendomi da una tronata sulle tempie che mi ha leggermente stordito mi emoziono ascoltando la tragica Love Rhymes With Hideous Car Wreck. Niente da fare: da dovunque l’osservi, la performance dell’ultimo headliner è godibilissima e maestosa.

Una lezione che la vita mi ha insegnato oggi è che incaponirsi non servirà mai a niente. Appena varcata la soglia del Monument Valley Tribal Park noto l’imboccatura della strada sterrata che migliaia di turisti percorrono ogni anno. “Dai, devo andare a vedere!”, ma dopo due curve mi trovo davanti a un pantano che… “No no no, no grazie davvero”. È importante, a volte, temere per la propria incolumità. Ma non troppo: quando rientro in macchina dopo aver ammirato il panorama sotto la pioggia sono completamente fradicio e il giorno dopo il concerto dei Blood Brothers, guardandomi allo specchio, conto una dozzina di lividi. Va bene cosÌ.

 

18) Navajo Exhibition - La Dispute

Il nome dei La Dispute circola, nel ruolo di under/midcard roboante, in una percentuale incredibilmente alta delle line-up americane "da sogno" di cui parlavo in introduzione. Non sono mai riuscito ad immergermi veramente nel loro universo musicale, quello di un post-hardcore contemporaneo estremamente passionale e disperato. In generale, non è un genere che ascolto spesso, ma se proprio devo scegliere sono più propenso a optare per i dischi dei Touché Amoré, che ho sempre trovato più brillanti, diretti, speranzosi e godibili. Non è una gara, lo so, ma estendere il classico dibattito "Beatles o Rolling Stones" a scene musicali più recenti mi ha sempre divertito molto, perciò così sia. Detto ciò, sono anni che guardo i cartelloni dei festival e mi dico: "Ah, guarda, ci sono anche i La Dispute!". Sarebbe scortese non andare a dare un'occhiata.

Dentro al Visitor Center della Monument Valley ci sono entrato perché mi è venuto freddo. Come è giusto che sia, in questo locale decisamente spartano ci sono grandi vetrate che permettono di continuare guardare i monoliti in mezzo alla bufera senza prendere acqua. Ma mi accorgo subito non è la stessa cosa. Mentre sono dubbioso sul da farsi, se tornare a meditare in mezzo agli elementi o starmene al coperto ancora un po’, i miei occhi scorgono una piccolissima esposizione sul popolo navajo in fondo a una scalinata. Non è veramente un museo, ma sembra che ci sia comunque una logica espositiva dietro ai pannelli e alle teche che intravedo in lontananza. Il seminterrato illuminato da luci al neon non è un luogo particolarmente bello o curato, ma forse è proprio per questo che mi attira e perciò vado a vedere.

Sopra al palco, Jordan Dreyer colpisce soprattutto per la sua tenuta. Portare le maniche lunghe in questo caldo torrido e insensato (pure per i locali) è già una sorta di statement, ma un maglioncino di cotone aderente col colletto stretto fino in cima è automaticamente un messaggio politico. Cosa mi significa, questa divisa? Che gli “scene kids” sono diventati “scene men”? Che c’è sempre un modo di apparire come un vero duro, anche quando hai l’aspetto di uno che sarebbe dato per sfavorito in un incontro di boxe contro Rivers Cuomo? Che la vita è una merda ma la si può pur sempre rendere peggiore? Non lo so ma cazzarola, questo outfit gasa un casino. E pure questa musica così “bleak”, ricca di spoken word irrisolventi, di lunghezze meditabonde alternate a trovate beatdown fuori luogo che si risolvono sempre, inevitabilmente, in sfuriate di pura tristezza… beh, mi sta trasportando in un altro mondo, cazzarola! Mi infilo nel pogo un po’ per interesse sociologico, un po’ perché quel che sta succedendo in questo set è innegabilmente potente e, per mezz’ora, non ho occhi che per Dreyer che canta con le viscere e parla con un cuore puro.

Non c’è tanto materiale, in questa piccola collezione di abiti tradizionali e fotografie. Però, in qualche modo, mi finalmente capisco meglio chi sono i navajo e qual è la loro storia. Le tavole didattiche raccontano le loro più belle vittorie (la creazione di un diritto indipendente da quello federale), i loro peggiori compromessi per sopravvivere (gli accordi con le grandi compagnie per l’estrazione del petrolio o, peggio, dell’uranio), le loro gesta più nobili (la partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale e la creazione di un linguaggio di messaggi in codice), le loro difficoltà più grandi (una povertà dilagante, vedasi foto). Sono solo pannelli di plastica dentro a una stanza che sembra il corridoio di una scuola elementare di provincia ma, insospettabilmente, mai come in questo momento sento trasparire l’identità di un popolo marginalizzato. C’è un vero messaggio politico in questo luogo.

Di messaggi politici, i La Dispute ne hanno più d’uno, e sono tutti molto toccanti e tutt’altro che accessori: messaggi di amore e rispetto che vanno a braccetto con la musica. Quando sul finale parte Such Small Hands e tutti si mettono a cantare con le braccia verso il palco in un moto comune rivedo le scene, che un po’ faticherò sempre a capire, di serate in compagnia della “scena skramz” italiana a cui mi ha già invitato in passato il mio amico Matteo. Lo sapete già che io coi concetti comunitari nel mondo della musica non vado molto d’accordo. Ma, in questi istanti in cui mi sento un po’ a Las Vegas, un po’ a Modena, un po’ nel mondo dei sogni, capisco perché una band del genere può avere una tale importanza per chi cresce nello squallore americano, capisco la candida bellezza e la forza del gruppo. Sento un’identità. Che non è la mia, ma che mi sento di rispettare infinitamente.

 

19) Little Colorado River - Vs Self

Per varie traversie accorro molto presto al concerto dei Vs Self. Il 3rd Street Stage è già strapieno di gente, perlopiù giovanissima, di cui buona parte non sembra particolarmente entusiasta di parlare con me, non so se perché mi vedono come un vecchiardo o perché la mia frase di approccio è: “Ragazzuoli, vi va un morso di uno dei miei churros? Sono già pieno” (nessuno quanto gli americani riuscirà mai a produrre cibo che sfama più di quel che sembra). Probabilmente entrambe le cose, e non gliene voglio: largo ai giovani, anzi! Sono già diversi ad avermi parlato di questa nuova band californiana come il fenomeno con la F maiuscola del midwest emo revival e, siccome un’ora fa Home is Where hanno fatto le buche per terra, non posso esimermi da andare a verificare in prima persona. È un po’ come quando stai andando al Grand Canyon e ti accorgi di essere in largo anticipo dopo un paio di ore di guidata (piuttosto mistiche: la carovana di indiani a cavallo che andavano alla fiera di Tuba City me la ricorderò per un po’). Ormai sei bello che instradato oltre Cameron, l’ultima città (oddio, “città”…) prima del Parco Nazionale, e sulle Route 64 noti dei cartelli marroni che indicano una “scenic view” o un “overlook”. Che fai, non ti fermi?

Homesick mi fa subito capire di che pasta sono fatti i tre ragazzini sul palco: le chitarre melodiche e pizzicate sono un omaggio sincero al suono di un math-emo che ci ha cresciuti (e a cui stasera gli American Football ci riporteranno), i cambi di tempo continui e le parti di batteria disordinate hanno il sapore delle forme più primitive e punk del genere (che stanotte i Cap’n Jazz ci faranno rivivere), le vocals in quanto a loro hanno un sapore screamo che è ancora estremamente di moda e che è forse l’unico sottogenere dell’emo che un po’ manca al cartellone (ma non nel pubblico: ho perso il conto delle magliette dei Saetia che ho visto). I Vs Self, insomma, prendono i migliori elementi di diverse musiche degli anni ’90 e li giostrano con un giusto misto di maestria e rispetto: sono tecnicamente ineccepibili, sì (nella loro performance noto meno sbavature che in quella dei gruppi leggendari), ma sbarellano anche in ogni dove mentre suonano con il basso in base, a riprova di un approccio artistico che si vuole comunque radicalmente punk. Tanta roba! E il pubblico, giustamente, esplode.

Mi fermo al primo di una serie di belvederi: da questi punti di osservazione, scopro solo dopo essermi parcheggiato, si può ammirare il canyon del Little Colorado River, affluente del Colorado che si congiunge ad esso proprio all’altezza del Grand Canyon. L’idea di avere una sorta di prolegomeno “minore” al grande sito turistico non mi dispiace affatto, perciò mi avvicino al bordo del burrone e, in effetti, la vista è maestosa! Il panorama è simile a quello dei canyon visti finora, certo, ma alcuni dei suoi elementi lo rendono davvero originale: come ad Horseshoe Bend, si notano le curve tortuose del letto del fiume; le rocce, come a Bryce, sono un libro di geologia a cielo aperto, e in questo canyon sono ancora più stratificate; il colore della roccia, invece, è un qualcosa di nuovo nelle mie esplorazioni: un marroncino sabbioso, quasi giallognolo, che in contrasto col cielo grigio e nuvoloso produce un effetto stratosferico (nel senso di Stratosphere dei Duster). Valeva la pena di dargli un’occhiata.

I tre o quattro “viewpoints” del Little Colorado River ai quali mi fermerò, chiaramente, non sono la “real thing”: la testa, non posso nasconderlo, la ho già al Grand Canyon (cliccare per ascoltare la canzone che ho avuto in testa tutta la giornata). E con il concerto dei Vs Self, lo ammetto, è un po’ la stessa cosa. Ciò che hanno di bello e piacevole entrambi, però, è che te li puoi spiluzzicare un po’ come vuoi: ci sono belvederi nei quali passo diversi minuti immobile e in silenzio ad ammirare l’orizzonte infinito, altri in cui do soltanto uno sguardo all’ingiù per poi proseguire la mia guidata; allo stesso modo, durante il concerto ci sono canzoni assolutamente fomentanti, tipo la singhiozzata Worthless, per le quali mi lancio nel caotico pit dei giovani d’oggi (il primo del festival!), alternati a momenti in cui invece mi metto in disparte e ammiro lo shredding e il batterismo finissimi. In entrambi c’è, infine, una bella varietà: ogni paesaggio del Little Colorado ha qualcosa di unico, che sia la presenza di vegetazione, formazioni rocciose singolari, uno sguardo particolare sul deserto; il set dei Vs Self, dal canto suo, cambia persino la formazione del gruppo verso la fine, trasformandosi in un duo con un batterista diverso, una scelta bislacca ma interessante e soprattutto che non intacca l’efficacia della band: il loro capolavoro Yesterday By Beatles Or: Imagine By Yoko Ono As Sung By John Lennon, con quell’earworm infinito di riff in tempi dispari, funziona benissimo lo stesso e fa tremare tutta Downtown Vegas. In ogni caso, una tappa che non scorderò presto.

 

20) Desert View - Recover

Il primo (e migliore) punto panoramico del Grand Canyon ti appare davanti senza nemmeno avvisare. O almeno, con una grandezza che non ti aspetti. Al Desert View Point, poco dopo i bagni, uno dei paesaggi più immensi e improbabili del mondo si svela ai vostri occhi. La visione è quasi esagerata: sembra finta. Un angolo di più di centottanta gradi svela rocce di colori impensabili, il fiume Colorado, crateri profondissimi che si estendono per svariate miglia e poi, dall’altro lato, l’altipiano che riprende il suo corso naturale, piattissimo e impossibile. Un po’ più a destra, nella direzione da cui provengo, il deserto, al contempo in contrasto e coerenza con questi rilievi estremi. È solo una vista, mi dico, domani lì ci camminerò. È vero, è solo una vista, non vale la pena schiacciarci troppo tempo. Ma è ipnotica e, considerato anche che per molti è la prima del Parco Nazionale, anche iconica. E non molto conosciuta per giunta, almeno in Europa. Lo sapevate, voi, che c’è una torre di guardia alle porte del Grand Canyon? Io, finora, no. Eppure eccola qui, accanto al baratro: sei piani di roccia perfettamente integrati nel paesaggio, progettati dall’architetta Mary Colter negli anni ‘30, in cima alla quale si può anche salire.

Dai Recover non si aspetta nulla nessuno: suonano presto al palco piccolo e ci sono solo completisti del cazzo come me ad aspettare la loro venuta. Con un nome così generico, quando è uscito il cartellone, nessuno è andato a controllare chi fossero e cosa facessero. Tutto quello che vi posso dire di loro l’ho scoperto a posteriori: trattasi della reunion di una band texana attiva principalmente all’inizio di questo nuovo millennio, scovata dal Best Friends Forever che ha voluto portarli per trenta minuti nello slot più infame del festival. Sono in quattro e hanno i capelli più disordinati dell’edizione. Non hanno intro né intermezzi ambient né altri cazzi. Cominciano a suonare, se non vado errato con Bad Timing (All Right), e lo schiaffo sonoro gratuito dei loro quattro quarti tenuti sui piatti, 120 BPM, riffone di due accordi schitarrato con cattiveria e questo Dan Keyes che sembra uscito da un video di MTV girato dentro a una stanza graffitata che canta a pieni polmoni… Sì, lo schiaffo sonoro arriva. Eccome se arriva! È come se mi risvegliasse da una siesta della ragione: porca troia, il rock, il rock duro, persino! Quella dei Recover è una musica che viaggia a trecento chilometri orari con un motore che va a propulsione di espressività, che a volte è talmente efficace da farti dire: “Ma com’è che nel 2002 non avevano tutti questo disco in macchina? Spacca troppo!” facendo anche il gesto delle corna per gradire. Ovviamente non è solo dad rock senza arte né parte: un ascolto più attento rivela che nel loro approccio tardo-grungettone orecchiabile, massimalista ma anche sensibile, c’è un germe di vecchio emo più che forte. Che siano il gruppo preferito dei gruppi preferiti della tanta gente qui presente che si strappa le vesti per roba tipo i Paramore (e ci sono due gruppi in line-up “that sound like old Paramore”: Sweet Pill e Pool Kids; non ne parlerò)? Probabile! Ma di quel sottogenere e sound che detesto abbastanza, i ragazzi hanno solo i lati sani e positivi: sincerità, voglia di fare, garra, immediatezza.

I punti d’osservazione esageratamente da cartolina, popolati da orde di turisti che scattano foto con fare da NPC, avrebbero tendenza a starmi sul cazzo. In generale, apprezzo quelli dove ci sono sentieri da percorrere o attrazioni da visitare in complemento a un semplice paio di affacci. Desert View, in questo, è un po’ tutto quel che detesto. E nonostante quello che gli affacci offrono sia sbalorditivo, la calca di fotografi e (peggio) modelli della domenica mi stanca in fretta. Anche il rockazzo dei Recover sarebbe capace di stuccarmi rapidamente (sui dischi, un po’ è così). Ma c’è sempre la torre da visitare. Montare in cima a questo monumento che racconta il grande cantiere della creazione dei Parchi Nazionali, piena decorazioni dipinte dalle popolazioni di indiani Hopi che hanno (si spera in buona fede) collaborato col governo per questa tappa di democratizzazione del patrimonio naturale… Beh, è un’emozione vera. Uguale per i Recover: la sensazione che si ha, nel vederli suonare, è quella di avere davanti un avamposto. Sì, un avamposto della musica moderna americana, poco conosciuto forse, ma fiero e determinato come nessun altro. Sul finale Dan Keyes perde sangue sul ponte della chitarra e continua a suonare e cantare carico come non mai.

Il luogo e il set sono esenti da storture o, per usare un gergo più giovane, trashate? Ovviamente no: i tour operator che girano in Jeep rosa, chi ce li ha messi qui? Oppure Fuck Me For Free, sì ok, gasa, ma che cavolo di testo è? Ma vabbè, chi se ne frega. Per un po’, è bello anche godersi le cose semplici, quelle che piacciono a tutti. Specie se chi ce le ha volute offrire ha lavorato così duramente. Specie se sono così belle. Specie se ci fanno battere il cuore così forte.

 

21) Mather Campground - Drug Church

Non è un vero road trip se una parte del tuo percorso non è organizzata un po’ alla carlona. Io e il campeggio, chi ha letto le mie retrospettive sui festival estivi lo sa, non siamo proprio migliori amici. Però ormai un minimo di esperienza la ho e, siccome per passare due notti filate in albergo al Grand Canyon, durante il weekend per giunta, devi o spendere una barcata di soldi o andare in cittadine che si trovano a più di un’ora da qui, perché non osare un venerdì e un sabato notte in tenda? Prenotare il materiale al negozio del Grand Canyon Village è una bischerata e non costa nemmeno granché. Capire dove dormirai di preciso è un po’ meno immediato: mi accorgo tardi assai che non si può piazzare la tenda dove ti pare, ma va prenotato uno spot (e per fortuna, scopro a Kanab, ce ne sono ancora un paio disponibili). Senza incognite, un viaggio non può essere un’avventura. E, anche se alla fine il sistema mi ha obbligato a organizzare tutto in maniera abbastanza certosina, l’eccitazione al pensiero di dormire in mezzo alla natura perdura durante tutto il viaggio e si amplifica durante la mia giornata a giro per i viewpoint del Grand Canyon, facendomi sorridere e saltellare.

E un festival di musica magari non propriamente estrema, ma che comunque nove decimi dei tuoi colleghi non capirebbero, non potrebbe mai essere completo senza almeno un concerto hardcore punk come si deve. Di quote adiacenti al genere quest’anno ce ne sono eccome, ma di gruppi HC nudi e crudi uno solo: i Drug Church, una band che da più di dieci anni manda avanti il verbo del punk rock semplice e potente come non mai, il mio genere preferito in assoluto. Quello che ha di speciale questa band soon-to-be “storica” è una formula beatdown tradizionale alla maniera dei Turnstile (di cui del resto sono coetanei e quasi conterranei), tanto hard e poco core, sicuramente demolitiva ma che senza nulla togliere alla pesantezza del suono riserva un vero rispetto per melodie di chitarra (talvolta anche in clean) che sono sempre magnifiche. Non vedo l’ora di vederli, anche e soprattutto perché sono conosciuti per mettere su un live spettacolare, al contempo aggressivo e pericoloso ma anche intimo e unificatore. Mi immagino il loro concerto come una notte in tenda: è un’esperienza scomoda, certo, ma se capiti nel posto giusto è abbastanza profonda da riconnetterti con l’universo.

Alla fine, l’unica opzione sensata era quella di piazzarmi nel Mather Campground, il campo base per eccellenza nel lato Sud (South Rim) del Grand Canyon. Non è niente male, devo dire: enorme, isolato, boschivo, ben organizzato, c’è spazio per la tenda e per la macchina. Tutto fila liscio e, pure se fa un freddo bastardo, già mi sto pregustando una serata intimista e “cozy” nella tenda che sto provando a capire come montare. Poi comincio a sentire un paio di gocce e, un po’ impanicato, chiedo aiuto al mio vicino, un ragazzo di Phoenix che mi ha l’aria di un habitué e in quattro e quattr’otto la tenda sta in piedi (same old story). Di fronte alla mia dimora notturna, mi sento veramente un ganzo. E poi cascano i primi fiocchi di neve.

Tillary in fondo è una canzone emocore: ci sono le chitarrine fluttuanti, una sequenza di accordi malinconici, un cantante stonato che racconta una storia triste. La rottura con l’ultima canzone dei Get Up Kids ascoltata pochi minuti fa non è radicale. Eppure c’è una grandezza talmente schiacciante, nel suono e nella presenza scenica dei Drug Church, che l’unica mia reazione è spalancare la bocca e dire: “Oh, cazzo…”, un po’ come davanti a una neve inaspettata. Il basso sfonda il muro del suono, le chitarre sono taglienti come rasoi e il frontman Patrick Kindlon, cappellino dell’Armata Rossa sul capo e volto ombreggiato come il villain di un anime, è una figura estatica, al contempo messianica e intimidante. Salgo sulla Camry e vado alla lavanderia all’ingresso dell’immenso campeggio, convinto che fare un po’ di bucato migliori automaticamente il clima, ma ogni volta che esco dal “wash & dry”, ora che il sole è praticamente calato, l’atmosfera appare sempre più glaciale. Quando l’agognato ultimo ciclo di asciugatrice è finito, esco e: “Oooh, caaazzooo…”, sta cadendo il mondo. Stessa sensazione di quando parte il riff di Myopic e mi accorgo che sono esattamente nel mezzo del pit e che tra pochi secondi partirà uno dei drop più cazzuti nella storia dell’hardcore punk contemporaneo. Al volante, mentre torno al campo base, urlo, agitato e divertito. Attorno a me, la bufera. E, nel mezzo, io che rido. Ma che follia sto vivendo?

Cosa posso dire della notte in tenda al Grand Canyon e del concerto dei Drug Church? Ho dovuto fare un sacco di viaggi emozionanti avanti e indietro dal rifugio del mio sacco a pelo a un mondo esterno spietato eppure tanto tanto affascinante, ad esempio la sortita serale nel bosco silenzioso per andare a comprare un liquido per far partire la macchina se si ghiaccia la benzina, oppure quella a tarda notte per recuperare un secondo paio di pantaloni da mettermi addosso sotto a un cielo stellatissimo; allo stesso modo, pure la musica dei Drug Church mi ha regalato diversi anda e rianda tra momenti di musica estrema e violentissima e sprazzi di magnificenza (in quasi tutte le canzoni le due convivono: quando la sintesi si concretizza nell’esplosione del ritornello di Fun’s Over mi sento mancare il fiato). Quando durante Demolition Man ho visto gente che volava giù dal cielo mentre il pit mi portava dove voleva lui ho provato lo stesso terrore di quando, a notte fonda, mi sono accorto che sulle pareti Nord e Sud della tenda era penetrata dell’acqua, ma anche come una spinta interiore di determinazione e coraggio che mi ha detto: “Non ti preoccupare, che non è niente, anzi goditi il momento!”. Mentre alle due di notte, imbacuccatissimo, mi stringevo sulla testa il cappello da pescatore foderato col logo della Super Bock che mi hanno regalato al supermercato, ho persino trovato che il momento fosse comico ma anche istruttivo, un po’ come il discorso in cui Kindlon ha sfottuto i Foo Fighters al fine di raccontarci una lezione su cosa sia l’integrità (voleva lodare i Piebald, che non mi sono piaciuti molto, ma il discorso si può applicare perfettamente ai Recover).

Durante le nove ore della mia notte al Mather Campground, come durante la mezz’ora del set dei Drug Church, ho avuto addosso la sensazione di divertimento definitiva e allo stesso tempo quella di star lottando per la mia sopravvivenza. Entrambe sono sembrate durare un attimo e al contempo un’eternità. Quando arriva l’alba, sono sorprendentemente riposato, così come ho ancora birra per correre come un maratoneta per vedere The Jesus Lizard, nonostante il pit folle nel quale sono appena stato.

Andrei a un festival incentrato sull’hardcore punk di oggigiorno, dove i Drug Church sono una sorta di “golden standard” (tipo l’Outbreak)? Penso di no, e infatti sono due anni di fila che rinuncio ad andare a Manchester. Dormirò in tenda per un secondo giorno di fila dopo questa notte gelida? Col cavolo, infatti la sera dopo me la collasserò in un motel a un’ora di distanza dall’ingresso del parco. Sono contento che tutto ciò sia successo? Moltissimo. Sicuramente uno dei migliori concerti dell’edizione.

 

22) Bright Angel - Sunny Day Real Estate

Come io possa essere in forma dopo una notte del genere o dopo una combo Unwound - Mannequin Pussy devastante, dio solo lo sa. Eppure è così. Certo, un po’ stordito lo sono. E perciò sono anche indeciso. Vado a camminare oggi? Provo ad andare vicino al palco per l’ultimo concerto del giorno? Ma i sentieri non saranno ghiacciati e scivolosi? Ma non ci sarà la folla del secolo per i Sunny Day Real Estate, forse il gruppo emo degli anni ’90 più iconico in assoluto? Per un po’, indeciso sul da farsi, me ne vado a zonzo per fare delle commissioni di primissima mattina: disdire il campeggio e prenotare un albergo per stasera, andare al negozio per rendere il materiale e l’engine starter (non avevano l’antigelo: gli americani sono un popolo “solution-oriented” ma della prevenzione proprio se ne fottono), dare uno sguardo alla vista sul canyon e provare a vedere se qualcuno mi consiglia che percorso fare oggi. Arrivo al punto di partenza del Bright Angel Trail un po’ così, per vedere che aria tira, e sono appena scoccate le nove del mattino. Leggo un po’ di cartelli sulla durata del percorso, vedo che un po’ di gente ci va. Qualche piccolo cumulo di neve qui e lì c’è, ma si stanno sciogliendo e la strada sembra più che praticabile. Non controllo nemmeno quante provviste ho dietro e mi instrado nel sentiero soleggiato.

Non vado subito in mezzo alla folla: i miei amici californiani se la stanno cazzeggiando bellamente sul pratone (e si sono persi Mannequin Pussy… poveri loro!) e mi offrono un momento di ristoro, di “insight” sullo stato attuale del Best Friends Forever Stage e sul da farsi. “We’ll get closer to see Sunny Day”, dice la ragazza col tatuaggio di Milo, la prima con cui ho stretto amicizia, “People are just hanging out so I’m sure that we can all see them well. You’ll definitely be close if you go now”. Mancano solo due minuti quando mi avvicino al palco, ma il punto sembra buono. Sono comunque un po’ ai margini quando vedo la band di Seattle uscire fuori e suonare 8, dapprincipio calma e nervosa e poi graffiante e quasi furiosa. Il suono che arriva alle mie orecchie è pura gloria: la voce di Jeremy Enigk è perfetta, uguale a trent’anni fa, la band è super-affiatata e dinamica, la musica sicuramente malinconica ma estremamente energica. A poche file da me c’è un gran marasma e, contro ogni aspettativa, mi viene voglia di muovermi. Quando parte il riff finto-allegro di Seven, la mia canzone preferita in assoluto da Diary del 1994, la pietra d’angolo dell’emo come lo conosciamo, un disco che ho consumato ormai tanti anni fa… Niente da fare, rieccomi nel pit.

Pare che il sentiero che ho appena cominciato con nonchalance sia il più popolare in tutto il Grand Canyon National Park, e dopo la prima curva capisco perché: il panorama che appare davanti ai viandanti durante la loro discesa è semplicemente immenso, una visuale completa “rim to rim” della formazione rocciosa più iconica del mondo. La discesa in sé, per quanto ripida, è decisamente semplice, abbastanza frequentata, ma sempre intima e contemplativa. Con i Sunny Day Real Estate che suonano tutto Diary dall’inizio alla fine è un po’ la stessa cosa: si ha l’impressione di essere davanti a un monumento grandioso della musica che ci ha cresciuti, ma anche a tu per tu con i sedicenni che fummo (o, almeno, che fui io quando me li sparavo costantemente). E la sensazione di essere minuscoli ma partecipi di qualcosa di davvero tanto grande è un’emozione unica. Penso che la stiano provando un po’ tutte le persone che, insieme a me, stanno perdendo la voce urlando: “We’re running down In Circles!” mentre, effettivamente, corriamo in cerchio.

Negli anni dove la mia emo-mania si è calmata ho sempre considerato Diary un grande classico, ma l’ho un po’ demitizzato: sosterrò sempre che è un disco con un sound caratteristico ed emblematico, ma non posso non trovargli il problema di essere un po’ monocorde. Bright Angel Trail, che alla fine deciderò di percorrere fino a un boschetto sul fondo del canyon (gli Havasupai Gardens, quasi cinquecento metri di dislivello dal punto di partenza!), è un po’ simile: il paesaggio è incredibile, ma è praticamente sempre uguale. Ma è veramente un problema? Qualcosa di intramontabile, lo dice la parola stessa, bene o male ti accompagna per tutta la vita. Così è stato per Diary, e così è per questa vallata immensa costellata di pendii rocciosi a vista d’occhio: vi cammino per sei ore, ma non smettono mai veramente di stupirmi. Così come mi stupiscono ancora i riff bellissimi di certe canzoni (quando parte quello di 47 mi sono seriamente commosso), oppure le piccole sorprese che appaiono qua e là: un piccolo tunnel di roccia, la ballata inquieta di Pheurton Skeurto (suonata con la chitarra!); la vista lontana del Plateau dove stanno costruendo un condotto dell’acqua che sembra una carovana indiana nel deserto, oppure una canzone uscita quest’anno e che non conoscevo che viene suonata all’encore, Novum Vetus, una lectio magistralis di rock triste, che chiude con intensità un concerto bellissimo e lascia presagire un futuro luminoso.

Certe cose, ne sono convinto, meritano la loro fama perché sono, semplicemente, universalmente belle. E non invecchiano mai.

 

23) Grandview - The Jesus Lizard

Ok, forse un po’ stanco lo ero: dopo un’ora di guidata, una cena in un diner un po’ speciale (poi ne riparlo) e la vista salvifica di un vero letto, ho dormito senza sosta dalle 21 alle 7. Ci voleva, e soprattutto adesso non ci sono cazzi: è il momento di andare a fare l’impresa e sfidare il Grandview Trail, a cui ieri ho rinunciato ma che ho adocchiato fin dall’inizio della vacanza come destinazione per eccellenza della mia due giorni al Grand Canyon. Nata per permettere ai minatori di raggiungere i giacimenti più ricchi della zona, questa mulattiera permette di raggiungere punti decisamente bassi del Canyon e, soprattutto, offre lo sguardo su tantissimi panorami diversi. È un sentiero storico, importante e, stando a quello che dicono i cartelli, pamphlet e siti governativi, molto difficile e persino pericoloso. Ora, si sa che gli enti pubblici statunitensi, per citare Honestly?, sono “overly dramatic”, però a questo giro intraprendo la camminata con fare un po’ più coscienzioso, e con un equipaggiamento studiato nel minimo dettaglio. Attacco di nuovo alle nove del mattino, conscio del fatto che oggi si fa sul serio, non è l’autostrada di Bright Angel. Dopo aver percorso i primi duecento metri, però, mi fermo già a riprendere il fiato. Non tanto per la fatica, quanto per lo stupore e per concentrarmi bene sui miei passi. Accidenti, il National Park Service aveva ragione: questo sentiero è veramente stretto, ripidissimo e vertiginoso. Completamente folle.

Hanno davvero bisogno di presentazioni, The Jesus Lizard, specie su questo blog dove si parla di noise rock un giorno sì e l’altro pure? Non credo proprio. Non c’è una sola singola band, al giorno d’oggi, che suoni rock rumoroso e/o dissonante e non si ispiri almeno parzialmente al quartetto di Chicago. E ovviamente, sono trasalito quando è stata annunciata la reunion della band che rivoluzionò il punk rendendolo storto, assordante, arrugginito e pericoloso come i trapani che gli squilibrati dei film horror tengono in cantina. Sono mesi che mi aspetto un concerto abbastanza fuori di testa, persino il cantante dei Drug Church ha detto grandi cose su questo set. Ed effettivamente il concerto si preannuncia quantomeno bizzarro quando David Yow, che sembra Lemmy dei Motorhead, chiede alla folla di cantare gli auguri di compleanno a sua sorella, nata a Las Vegas. Ma quando, dopo le prime note del rock ’n’ roll efferato di Puss, nonno Yow comincia a saltare in mezzo alla folla, ballare come un pazzo, scendere e risalire sul palco, mentre i suoi compari fedeli (gli stessi di sempre fin dalla fine degli anni ’80) suonano malvagità pura con una precisione encomiabile… beh, in quel momento sopravviene un sentimento atavico: la paura della morte. Un po’ la propria, ché in mezzo a questo pit feroce partono scoppole. Un po’ anche quella del cantante sessantaquattrenne che dall’aspetto non ha avuto proprio una vita sobria, e che se continua così ci rimane secco.

Non è una cosa del tutto negativa, la paura della morte. Se non l’avessi, non proverei nessun piacere nel superare gli ostacoli un po’ rischiosi che mi appaiono davanti sulla discesa tortuosa e piena di sorprese del Grandview Trail (per citarne alcuni: piccoli ponti di roccia con discreti strapiombi da ambo i lati, sezioni dove il sentiero scompare per lasciare spazio a un percorso indefinito su grandi massi manco fossi Q-Bert, un passaggio lungo una parete di terra rossa stretto come un cornicione). O ancora, se la paura della morte non esistesse non avremmo mai avuto canzoni come l’angosciante Seasick, il cui “I can’t swim!” è perfetto da cantare in mezzo al mare di corpi in movimento che mi comprime la cassa toracica. Ma il potere e la grandezza della musica spigolosa e poliedrica dei Jesus Lizard, così come il sentiero frastagliato e curvilineo di Grandview, sta nel fatto che, esagerati come sono (di competenza strumentale e genio compositivo, di scorci mozzafiato e traversate ingegnose), a un certo punto il pensiero della morte, pur restando in sottofondo, cede il posto all’ammirazione dell’immensità. E al momento in cui parte la desertica Nub, e comincio a vedere la punta dell’irreale Horseshoe Mesa verso la quale mi sto dirigendo, forse la morte un po’ me la dimentico. Ormai sono entrato nel meccanismo: il sentiero mi sembra meno pericoloso e di David Yow che crowdsurfa come un matto non sono più tanto preoccupato, anche perché, come tutti noi, si sta chiaramente divertendo un casino.

Arrivato nella parte bassa del sentiero, dove l’aridità è pari solo a quella dell’universo sonoro di questa band dal cantante completamente pazzo, mi accorgo di un’altra cosa che rende Grandview, e il set dei Jesus Lizard, così straordinari: un ineffabile senso di rilevanza storica. Ci sono parti della Mesa dove i cartelli intimano i visitatori di non tocchicciare troppo le pietre, visto che ci sono ancora rifiuti tossici o radioattivi derivati dall’attività degli uomini che andavano a cercare il rame (“Copper will never be gold”, diceva un “fella named Steve Albini” che ha reso grande il suono della band di Yow). O ancora, lungo il percorso capita di incrociare impronte da seguire o resti di piccoli bivacchi, cose che hanno ispirato le scene dei grandi film western, così come, vedendo i suonatori fermi che producono una musica calibrata alla perfezione e il cantante che impazza, mi ritornano in mente tantissime band di punk alternativo con dinamiche simili (una su tutte, gli immensi Les Savy Fav).

Il concerto è magnifico e ineccepibile: ogni canzone brilla, sia quelle storiche (Mouth Breather, di cui conosco anche la slintiana “lore”, è forse la mia preferita) sia quelle dell’ultimo ottimo album (Falling Down ci regala uno dei momenti più aggressivi del festival). E se la discesa è stata un po’ spaventosa, il viewpoint sul fondo della Mesa, proprio nel mezzo del Grand Canyon (con vista sul Colorado), ne vale completamente la pena. La salita, lei, è certamente un po’ faticosa, ma anche molto meno dura del previsto. Difatti, rimonto il Grandview Trail più velocemente di quanto non lo abbia percorso verso il basso.

In termini evolutivi e darwiniani non è tanto logico, ma a volte riusciamo ad abituarci in fretta al pericolo. E la paura della morte, senza che possiamo accorgercene, scompare. Meno male che succede di rado, e soltanto per poco tempo. 

 

24) Historic Route 66 - The Murder City Devils

Non penso di potermi inserire nella categoria umana delle persone affascinate dalle Route 66. Non vedo perché dovrei: non ho mai letto Steinbeck (shame on me) e non sono veramente un fanatico del vecchio rock ‘n’ roll anni ’50 e ’60 (anche se la stazione radio Little Steven’s Underground Garage, questi ultimi giorni, me ne ha dato una bella dose). Perché sono finito sulla Route 66, allora? Per la ragione per cui, alla fine, questa strada è famosa tra gli amanti del blues rock: perché, se hai l’anima del vagabondo, lei ti attirerà. Con me, addirittura, lo fa in più occasioni! Ho già posato i piedi sulle carreggiate della Strada Madre, per caso o per interesse turistico, quando vivevo nel Midwest se non persino quando venni in California coi miei genitori in giovanissima età (sei anni, tipo?). A questo giro, per la Route 66 ci passo per necessità: la notte dopo la traversata di Bright Angel, per evitare una seconda notte sottozero in una tenda bagnata, mi trovo un motel che la costeggia a Williams, Arizona. Dopo il Grandview Trail, invece, comincio ad avvicinarmi seriamente a Las Vegas, e la tappa che “mi prende di strada” è Kingman, Arizona, proprio accanto alla Route. Per informazione, la Route 66 com’era un tempo non esiste più veramente: da quando le grandi Interstate (in questo caso la I-40) hanno preso il sopravvento, questa strada leggendaria è diventata totalmente secondaria. Nel centro città di Williams, ormai, è persino a senso unico! Di queste antiche storie di americanità ed erraticità restano ormai solo distretti storici, i pochi commerci sopravvissuti alla modernità, e forse qualcosa di impalpabile nell’aria.

The Murder City Devils, anche solo all’aspetto, hanno qualcosa di estremamente americano e un po’ marcio (perché chi dice vagabondo dice marcio, e avreste dovuto vedermi, in abiti da trekking, nelle reception dei motel). Sarà l’abbigliamento esageratamente “working class” (un’overdose di magliette della salute) o anche solo la faccia e la postura di Spencer Moody, che sono quelle del tipico personaggio che vedi a tarda notte in un bar di quelli con l’insegna “Coors Light” luminosa. E la musica della band di Seattle riflette perfettamente queste sensazioni: un punk rock squallido e profetico, influenzato pesantemente dal primissimo garage rock e arricchito da tastiere che, invece di rendere il sound raffinato, hanno l’obiettivo di donargli una sfumatura ancor più di serie Z. Sotto a un sole cocente di metà pomeriggio, la presenza dei Murder City Devils è un invito a smetterla con le carinerie da festival, gli outfit precisini e la sobrietà. Quando parte Murder City Riot, chi deve capire lo capisce. Io lo capisco, un ragazzetto della Florida col mullet che si leva di dosso la maglia dei Jesus Lizard pure. Il suono hardcore sporco e melmoso arriva alle coronarie, io e il giovane diamo un sorso generoso alle fiaschette di Fireball (brucia, sì) che ho portato all’Events Center di nascosto, e può partire il primo pogo della domenica: un pogo disordinatissimo, fastidioso e sporco come un barbone che beve qualcosa da una busta marrone seduto sul marciapiede, intenso e stupefacente come le luci di una brutta città che appaiono dopo ore di guida nella notte cupa del deserto.

All’ingresso del diner di Williams dove mangio la mia cena a base di omelette, hash browns e torta di ciliegie (“Breakfast is served all day”), c’è un cartello dove c’è scritto che le armi da fuoco sono benvenute nel locale, sempre che vengano usate solo in caso di necessità e per detenere il crimine. E la Route 66 mi ricorda che, volenti o nolenti, gli Stati Uniti sono un paese violento, come le storie crude di Press Gang, una potentissima ballata mortifera che fa male alle budella, molto più del liquore. A Kingman, ai bordi dello stradone costellato di stanze e ristoranti da quattro soldi per accogliere i viandanti, si vedono grandi formazioni geologiche del deserto. E la Route 66 mi ricorda che gli Stati Uniti sono sicuramente il paese dei paesaggi urbani deprimenti, ma anche quello della natura incontaminata, che Patti Smith celebrò in Pissing in a River, di cui The Murder City Devils fanno una cover eccezionale. A Williams, guidando con la macchina, vedo un grande complesso ferroviario: è da qui che partivano i treni per il Grand Canyon, trasportando le persone e i materiali che l’hanno trasformato nel sito turistico che è oggi. Ancora una volta, la Route 66 mi ricorda che la storia degli Stati Uniti è una storia, come quella di Idle Hands, fatta di confluenze (“Met a girl from Austin, Dallas…”), di duro lavoro e di dolore.

La musica dei Murder City Devils, proprio come la Route 66, non è esteticamente gradevole. Vi dirò di più: nessuna delle due offre un conforto di gran qualità: a fine concerto ho male alle orecchie, alle gambe e alle spalle; sia al diner sia all’italoamericano di Kingman ho mangiato cibo tipico, sì, e piuttosto cattivo; il Motel 6 a cui sono andato per il prezzo conveniente ma anche perché volevo provare l’emozione di scrivere ai miei amici From a Motel 6, vince il premio come peggior struttura in cui ho dormito (senza contare quello di Downtown Vegas, fuori categoria).

Al concerto dei Murder City Devils, come alla Route 66, conviene capitarci, com’è stato per me. Se proprio ci si va con convinzione, in ogni caso, bisogna accantonare ogni aspettativa di magnificenza: entrambi sono brutti, sporchi e cattivi. Ma se ci capiti per caso, sapranno darti quello di cui hai bisogno: un po’ di ristoro, un po’ di follia. Nascosta bene, persino un po’ di bellezza.

 

25) White Hills Wind Farm - The Anniversary

Per essere un festival emo, io che sono un frignone ho pianto sorprendentemente poco. “Meglio così, no?”, penso mentre, aspettando The Anniversary al palco principale, ore 13:30, l’ultima giornata di festival entra nel vivo. La squadra BFF ha captato un’altra reunion oscura e suggestiva: una band del Kansas che all’inizio del nuovo millennio aveva saputo stupire il pubblico con un power-pop macchiato di emo e strapieno di sintetizzatori pazzerelli. Qualche tempo fa ho ascoltato il loro primo disco, Designing a Nervous Breakdown, che nel 2000 aveva avuto anche un discreto successo, e non l’ho trovato affatto male. Il concerto dovrebbe essere fresco e divertente, e quando arriva l’intro, un condensato di cazzonaggine millennial autocelebrativa ed autoironica, quest’impressione si riconferma: il montaggio di Beavis & Butthead che sfottono la band mi piega in due dalle risate (come al solito, anche se la mia clip preferita resterà sempre quella di Rattled by the Rush), e la scelta epica e ridicola di montare sul palco sulle note di O Fortuna è esilarante. The Anniversary un po’ piacioni lo sono, si nota: l’intro di The Heart is a Lonely Hunter è bombastica, e la suspense delle sue pause, insieme al riffone futuristico, aizzerebbero pure le folle più fredde. Ma quando, in mezzo a tanta euforia elettrizzante parte il ritornello ultra-nostalgico, con la voce acuta di Adrianne Verhoever che fa: “I'll march slowly and I'll never forget how the music stopped or the feel of your breath”… ecco che, stiò, arrivano le lacrime incontrollate.

Il mio collega (e amico) Niels, in un momento di quelli in cui si sta lavorando ma non veramente, si sporge dalla scrivania e mi fa: “Il Nevada male male, eh!” “In che senso, scusa?” “Guarda qua”, mi dice girando lo schermo del suo laptop verso di me. Statistiche, grafici a torta. “Guarda la produzione elettrica: è praticamente tutto fracking… Eolico, meno dell’1%”, mi fa. “Maledetti repubblicani”. Sto guidando verso Las Vegas, dove dovrò mollare l’auto a quelli del noleggio e poi avrò la giornata libera per fare qualche cazzata: forse, con un po’ di fortuna, quel tatuaggio di Shmap’n Shmazz che ormai mi sono deciso di fare. Il mio pensiero in questo momento è però uno solo, un po’ ossessivo: mi serve una busta resistente, tipo quelle dell’Ikea, per trasportare il cibo che mi avanza. E non si trova da nessuna parte. Sto entrando in tutte le aree di sosta della Route 93 senza successo, e la cosa sta cominciando a diventare imbarazzante. La terza o quarta stazione di servizio che mi accoglie è esilarante e terrificante: ha una cassiera che trasuda metanfetamine, si vendono armi, ci sono decorazioni con fumetti ricchi di doppi sensi sessuali a tema Area 51 (“Planet Earth is yours, but Uranus is mine”…). Neanche qui, niente buste della spesa. Preso dallo sconforto e, soprattutto, dall’impressione che la bruttura e la stupidità dilaghino incessantemente negli U.S.A., al punto che tra poco tempo cadranno nel baratro, mi dirigo verso la macchina e qui noto qualcosa in lontananza. Una gradita intrusione bianca nel deserto rossastro, un movimento circolare familiare, un ricordo di casa: all’orizzonte si staglia una grande foresta di pale eoliche. Sento qualcosa in fondo al cuore: nostalgia, stupore, speranza nell’umanità, anche solo l’appagamento di vedere il mio oggetto preferito quando meno me l’aspetto. E no, non mi metto a piangere, ma mi commuovo per davvero.

Osservo dalla distanza con un sorriso un po’ ebete sul volto. Avrei voglia di saltare sul posto come un canguro, ma mi devo contenere. Non è facile, perché Emma Discovery è una scarica elettrica che mi riempie corpo e anima di un sentimento intimo: quello di una gioia di vivere fuori luogo, quella di cui ci si dovrebbe un po’ vergognare ma proprio non ci si riesce. Questa sensazione di euforia nerdona, gli svitati sul palco (specie il batterista che sembra uscito da un libro del Dr. Seuss e la buffa tastierista-cantante che nel suo vestito arancione è “twee” oltremisura) hanno l’aspetto di conoscerla bene: le grafiche del loro concerto, che mostrano Homer Simpson sotto effetto di LSD, testimoniano di un attaccamento sfegatato ai vecchi cartoni animati, e i suoni da videogioco dei synth danno un effetto geek totale alla musica. È questo che rende questa musica commovente: il fatto di non avere paura di essere effervescente e su di giri come a volte ci sforziamo di non apparire. Il concerto di The Anniversary è liberatorio e meravigliosamente vicino ai miei stati d’animo più reconditi. La chiusa con The D in Detroit e i suoi saliscendi di synth, che devono per forza aver ispirato Bomb The Music Industry! (dunque è questa, la band preferita della mia band preferita), ne è l’esempio definitivo.

Sono dei discreti matti, The Anniversary, ma penso che mi guarderebbero strano anche loro, se gli dicessi che la cosa che mi ha svoltato la giornata sono: 126 turbine per un totale di 350 Megawatt, che sono tantissimi, mai viste in vita mia così tante pale eoliche nello stesso posto, tra l’altro hanno tutte un rotor tra i 116 e i 127 metri, un po’ come quelle che io provo a impiantare in Francia, solo che queste sono di marca General Electric, un modello che non si vede praticamente mai da noi, comunque non sono male hanno un bel colore bianco, il design alla fine è molto neutro, e insomma dicevo rotor sopra i 115 metri ma nemmeno si direbbe da quanto sono isolate dalla strada e da ogni abitazione, poi incredibile che ce ne sono tante nel deserto ma alcune salgono pure in cima alla collina, chissà chi la fa la manutenzione, probabilmente c’è un team di elettricisti solo per questa centrale, devono fare almeno una turbina ogni giorno, tra l’altro ce ne sono alcune ferme ma non sono tutte a bandiera, mi sa che il tecnico è dentro proprio ora, incredibile davvero e poi oh, non credevo ma girano bene eh!

Dicevo, mi guarderebbero strano, The Anniversary, se gli dicessi questo. Ma capirebbero.

***

Se siete arrivati fin qui, grazie di cuore. Non ho mai scritto una blog entry così lunga, ragion per cui ci è voluto un mese pieno dalla fine del festival a pubblicarlo. Spero che, magari a spezzoni, vi siate divertiti a leggerlo tanto quanto io, ovviamente a spezzoni (mica sono Kerouac), mi sono divertito a scriverlo. Soprattutto, spero che la sensazione che vi ha procurato questa lettura sia stata quella di vivere anche voi, indirettamente, un’avventura in terre lontane e, mi sento di dire, così diverse dalle nostre.

Non so se racconterò di nuovo un mio viaggio con così tanti dettagli. Mi sono accorto, durante e dopo le mie escursioni, che viaggiare da solo mi piace ma che è molto diverso da viaggiare in compagnia e che se non si condividono le storie e le sensazioni con qualcuno, che sia un accompagnatore o un pubblico di lettori, la pratica del viaggiare non è mai veramente completa.

Tornerò a parlare di musica e di concerti. Ma per un po’ mi calmerò, soprattutto perché mi sembra giusto di onorare questi lunghi quaderni americani lasciando dietro a loro un piccolo spazio di respirazione.

Vi lascio con un paio di parole finali, di quelle che non mi riescono mai bene e risultano sempre molto secche.

Per prima cosa, non posso non menzionare il fatto l’America di un mese fa non è precisamente la stessa. Oggi, è di nuovo l’America del presidente Trump. Che dispiacere.

Quantomeno, e probabilmente questa osservazione consolerà solo me che scrivo, anche l’io di un mese fa non è più il medesimo. Sento di essere un po’ cresciuto, di essere più cosciente di quello che voglio dalla vita, di conoscere meglio me stesso. E sul mio corpo adesso c’è un marchio indelebile di quello che amo, di quello in cui credo. Questo, sì, fa piacere.