martedì 21 gennaio 2025

La fottuta settimana di capodanno 2025 (pt. 3/3) - Il canto del cigno del 2024, una retrospettiva della musica degli artisti che abbiamo amato nell'ultimo anno di Stereo Totale

È un po’ lunga, forse, questa fottuta settimana di capodanno. Del resto, anche l’“anno” durante il quale Stereo Totale è esistito è durato qualcosina di più che dodici mesi: quindici, per la precisione. E bellissimi, devo dire: ho l’impressione di averne fatte e dette di ogni.

La cosa di cui vado più fiero è il fatto che i concerti che ho raccontato più o meno nel dettaglio non solo sono stati tantissimi, ma anche molto vari: se rileggo le pubblicazioni dell’ultimo anno posso passare serenamente dall’abbiocchino metallaro dei Tool all’istrionica prestazione di Jarvis Cocker coi Pulp, analizzare il punk di domani coi Turnstile e controllare lo stato di forma dei figliocci dell'indie rock The Vaccines, facendo capolino anche nella futuristica musica da club dei Soulwax, oppure riempendomi di nostalgia con lo shoegaze malinconico dei DIIV.

Di musica ne è stata trattata un bel po’, su queste pagine, e in parte è musica di grande successo, persino di fama internazionale. Ma non solo: c’è anche tanta musica underground, perlopiù francese, che è ancora in corso di emersione. Vogliano essi imporsi per stamparsi nella coscienza collettiva delle moltitudini oppure restare a loro agio nella nicchia, gli artisti underground ai quali ho dedicato le mie parole producono continuamente nuova musica, che ascolto con la stessa assiduità e passione che dedico a gruppi già affermatissimi come i sopracitati. Sono artisti, questi, ai quali mi sono affezionato, per ragioni sempre musicali e talvolta anche umane. Artisti dei quali magari, dopo aver dedicato loro lunghi articoli, non parlo più su questo blog, ma dei quali seguo ancora l’operato con interesse. Artisti che in quest’ultimo anno hanno aggiunto nuova musica sul tavolo. Un po’ per amore e rispetto di questi creatori di sogni, un po’ per la sempreverde e sbagliatissima ma soddisfacente sensazione di aver costituito in qualche modo una “Scuderia Stereo Totale” nei miei scritti, voglio finire la mia retrospettiva di fine anno parlando dei loro lavori più recenti.

A differenza delle disamine su dischi sordinati e concerti dimenticati, e col fine di spezzare una consuetudine stilistica tipica di fine e/o inizio anno, anche antipatica a lungo andare, non scriverò un listone, bensì un bel wall of text a mo’ di flusso di coscienza. Mi sembra il modo giusto per tornare sull’operato dei gruppi underground che ho già ammirato in passato con gli occhi, le orecchie e la tastiera del PC. Un modo leggero, informale e spero anche simpatico per dire, ai gruppi del cuore di questo blog: “Non vi preoccupate, non sto scrivendo una recensione. Sto solo raccontando le ultime novità”. Un po’ come se questa fosse una lettera. Il cui post scriptum, persino per gli artisti che redarguirò un po’ (o un po’ tanto), recita sempre e comunque: “Vi voglio bene”.

***

Per comodità procederò in ordine cronologico, non quello delle uscite discografiche ma quello delle mie trattazioni. Quello di Trotski Nautique, ad esempio, è il mio primissimo (e perciò, personalmente, indimenticabile) live report. Di conseguenza, il duo di “french touch” (solo a battuta, in realtà è più un electro-pop) satirico e minimalista merita di essere il primo a venire citato in questo recap di fine anno. Di novità ce ne sono un po’, per quanto riguarda Trotski Nautico. La prima, è che adesso sono in tre. Non so bene chi sia, questo Marius Atherton che si è aggiunto alla dissacrante compagine parigina, né cosa faccia. In compenso, nelle foto degli ultimi “galà” trotskisti, lo si può sempre osservare mentre suona un corno di ottone. Mai banale, questo gruppo.

Spero che l'errore di spelling sia voluto

Quando raccontai il concerto di Trotski Nautique era appena uscito Le Meilleur de à Bas, il disco che diceva: “Abbasso!” a una gran varietà di cose, tra cui: il lavoro, David Lynch (RIP), l’ingresso a offerta libera, l’attuale dirigente del Partito Comunista Francese, gli stessi Trotski Nautique. Dopo quell’album e un’infinità di set in ogni parte di Francia, in ottobre hanno fatto uscire a sorpresa un EP che, a meno di essermelo sognato, per un periodo si è chiamato Guerre EP (si pronuncia come “Guerre et Paix”, il libro di Tolstoij). In questo momento, di questo titolo non c’è più traccia da nessuna parte, perché il disco risponde dappertutto al nome Guère Epais (“Nient’affatto spesso”, ovvero molto sottile). Se questo scherzo strano, divertente e interlocutorio non bastasse a farvi capire che l’umorismo di questa band è fuori dal comune, potete sempre ascoltare l’album, che oltretutto è breve, leggero e fresco. Già dal primo verso di Balek Total (“Fregacazzi proprio”) sarete colpiti dall’ironia sagacissima che li contraddistingue. Ho riso ballando o ballato ridendo quando, sull’orecchiabile e dinamica base di synth minimali, Alda Lamieva racconta che i galà in provincia servono solo a guadagnare soldi e che delle città in cui suonano, con le loro ridicole rivalità (si dice “pain au chocolat” o “chocolatine”?, il Mont-Saint-Michel è normanno o bretone?), Trotski Nautique se ne strafottono anche e soprattutto perché in queste regioni di bifolchi il Front National prende un casino di voti. E se la bellissima opening track, a mio avviso, è quasi il culmine della vastissima produzione della band, con una comicità che più graziosamente insultante di così non può essere, il resto dell’EP riconferma la maestria dei due-ora-tre a trattare temi socialmente rilevanti con piglio sarcastico ed esilarante. Si torna su temi classici del repertorio trotskiano come i treni e le diseguaglianze sociali, trattati in Première Classe (il twist: a loro delle classi sociali non frega nulla perché ormai fanno parte dello showbusiness), ma anche storie completamente inaspettate come David Chaussure, nella quale David Snug rievoca il giorno in cui ha scoperto che Kurt Cobain era morto e ne trae un’importante lezione sull’igiene orale (non ve la sto nemmeno a spiegare, ascoltate). La cosa bella di Trotski Nautique e che si riconferma in questo EP è che, essendo un gruppo ultra-minimalista e pieno di gimmick, sai sempre un po’ cosa aspettarti da loro. Eppure le “costanti” sono sempre sorprendenti. Ce ne sono tantissimi, in Guere Epais, di elementi del genere: la cover di Careless Whisper in francese, l’omaggio demenziale alle icone dell’imperialismo americano (Rambo 4), le riflessioni sull’inquinamento in cui, assumendo la voce del padrone, Lamieva ti dice con candore che: “C’est ta faute” (“È colpa tua”)… Nell’ultimo quarto d’ora di musica di Trotski Nautique c’è tanto da scoprire, persino nelle cose che la band fa e dice da anni. Non posso che consigliarvelo e, visto che i Trotski hanno manifestato negli anni un vero amore per le frasi fatte, posso darvi la ragione definitiva per ascoltarlo: perché fa ridere ma fa anche riflettere.

Cambiamo genere e andiamo al rock. Vi ricordate dei due Clinic Rodeo, mattatori di una serata a Vitry-sur-Seine in cui ci avevano offerto una scarica di hard rock di una certa qual importanza? Ebbene, hanno tirato fuori una discreta sorpresa: un EP acustico di nome Red Sky. Per me che ne avevo apprezzato tantissimo la potenza distorta, è stata una riconferma dell’abilità dei rockers di Montreuil. Il disco è composto perlopiù di nuove versioni acustiche del meglio del repertorio del duo. Le canzoni sono riarrangiate e prodotte benissimo, il crudo suono delle corde è godurioso e la voce cavernosa del cantante coi basettoni funziona anche per queste nuove sonorità country-folk. Non è veramente il mio genere perciò non è entrato così tanto nelle mie rotazioni, ma devo dire che nella loro nuova veste i pezzi acquistano una bella evocatività desertica: per capirci, è musica che ascolterei volentieri mentre me ne sto seduto al bancone di un saloon di legno, bevendo whisky. Vedrò di munirmi del necessario per ricreare la situazione, se mai Clinic Rodeo tornano a suonare in zona.

Gli SliP, che ci avevano portato uno skate punk molto “Xtreme-Fest-friendly”, se ne sono usciti col loro disco di debutto quattro giorni dopo la pubblicazione del mio live report. Sull’album non ho niente da aggiungere rispetto a quel che dissi di quel che avevo sentito al SUB di Vitry nell’autunno del 2023 e di quello che ho detto in seguito su quel pop-punk molto, molto melodico e molto, molto rapido, ovvero: purtroppo, non penso che la mia relazione di amore-odio con questo genere potrà mai risolversi. Bigger Than Small è un album piuttosto festaiolo dall’ispirazione Offspring spiccata che, come gli album dei suoi genitori californiani, non riesce a entrarmi nel cuore. Un po’ mi dispiace, perché anche se il disco ha i suoi difetti strutturali, tipo le vocals un po’ distanti e sbiascicate, le buone idee abbondano. Ma alla fine della fiera, le uniche canzoni sulle quali ritorno con piacere sono solo quelle poche che presentano una rara quanto sempreverde impronta ska, in particolare la giocosa e quasi madnessiana A Love Story on Wheels, oltre che la cover di Hard Day’s Night dei Beatles (veramente incredibile, l’ho anche messa alla fine di un mixtape una volta). Penso che nel contesto live giusto mi godrei al massimo anche gli altri pezzi degli SliP, e devo dire che rivederli proprio all’Xtreme Fest lo scorso luglio sarebbe stato il giusto terreno di incontro. Peccato!

Che dire, invece, dell’ultimo dei Johnny Mafia? 2024 : Année du Dragon è uscito a febbraio e, a quasi un anno di distanza dal primo ascolto, posso dire che è l’ennesima riconferma di uno dei sound più riconoscibili nel panorama rock di oggigiorno. A mio avviso il loro garage rock, moderno nella produzione e nell’approccio ma polivalente nei suoi numerosi omaggi al meglio degli anni ’90, scassone ma anche pieno di emozione e sensibilità, siede semplicemente nel gradino più alto di quel che la Francia ha da offrire musicalmente. Per me l’Anno del Drago è stato un classico istantaneo, talmente straborda di riff iconici, di melodie immortali e di dettagli entusiasmanti che ne rendono l’ascolto sempre avvincente. Green Eye è semplicemente l’opening track più potente del 2024, una smitragliata di cazzimma (quando ho sentito l’attacco delle chitarre il mio cervello ha deflagrato) e di classe (la chitarra acustica e il lick di tastiera nella seconda strofa, ne vogliamo parlare?) in parti uguali. I singoloni Vomit Candy e Rules Bulls Bells mi hanno regalato due dei ritornelli più memorabili dell’anno, il primo liberatorio, un sapore di menta fresca nella bocca dopo i rigurgiti un po’ nauseabondi narrati nella strofa, il secondo distruttivo come un toro che entra nell’arena della corrida sfondando le recinzioni di legno.

Quando ti prende come un bisogno di idratazione...
Johnny Mafia live @La Maroquinerie, Parigi (05/04/2024)
Lo stato di grazia del quartetto di Sens è appurato: sono una live band eccezionale (il release party alla Maroquinerie ad aprile è stata una discreta trance collettiva) e, in quest’ultimo album, l’abilità ed esperienza di ciascuno dei membri risplende come non mai: dalla batteria che può esse fero e può esse piuma di Gimme Some News, al basso che non si perde in intrallazzi e ti martella (Hammera) a ripetizione, fino alle chitarre che talvolta (come nell’intro di Sting) hanno tonalità originali o persino strane, ma mai per vezzo e sempre per efficacia melodica, fino alla varietà di toni straordinaria delle vocals che passano dall’aceto al miele senza soluzione di continuità (con un picco di dolcezza in Summer, potenziale candidata come canzone pop-punk preferita di Brian Wilson). Per chi ama il garage rock fatto dai giovani per i giovani, questo concentrato di immediatezza, esplosività, nostalgia, accoglienza oppure, più cripticamente ma semplicemente, nostrismo, è assolutamente da non perdere. E non penso di dover aggiungere altro, perché 2024 : Année du Dragon non è un disco sul quale si deve elucubrare più di tanto: c’è solo da prenderselo nelle orecchie a volumi pericolosi, ogni tanto possibilmente dal vivo, con fare edonistico. E, seguendo questa linea dionisiaca, alzare anche al cielo una coppa di vino (possibilmente un buon Borgogna) e brindare a cento, mille di queste mezz’ore di vera gasazione.

Se i toni che ho appena usato per l’ultimo album dei Johnny Mafia vi sembrano al limite del sensazionalistico, è perché non avete mai letto quello che scrivo (e dico) dei Marcel non appena ne ho occasione. In maniera molto succinta: secondo me sono, se di fatto o in potenza decidetelo voi, il miglior gruppo noise rock d’Europa. Il loro secondo album è probabilmente la release che attendo di più dal 2025 e, da quel che ho potuto sentire dal vivo, penso che non deluderà. C’è una canzone della quale vi ho già parlato, il cui tema è un episodio calcistico del quale mi ero scordato. Ci ha pensato la tanto anelata uscita del singolo a farmelo sovvenire e a ricordarmi che Chelsea uguale malvagità: Spirit of Eden Hazard Kicking Ball-boy, oltre ad avere un titolo divertentissimo, è un concentrato grottesco e caotico di cattiveria che, in un solo minuto e mezzo, rade al suolo ogni certezza di sanità. Il “sophomore album” dei belgi si prospetta rumorosissimo e fuori di senno. E ne sono felice.

Se vi ricordate bene, nei festeggiamenti del mio personale “giubileo del garage punk europeo” in data ottobre 2023 non c’erano solo i Marcel ma anche La Elite, uno dei gruppi di spicco di una florida ondata di synth-punk catalano. In effetti, nel loro concerto parigino, il duo aveva consacrato il culto del suono del Nuevo Punk, che non è un vero genere ma il titolo del loro album del 2022: riffazzi stilizzati e festaioli, linee di synth melodiche e (video)giocose, testi rozzissimi con sprazzi poetici. Le canzoni funzionavano in maniera incredibile e non vedevo l’ora di risentire un ritorno, anche senza grandi innovazioni, di questa formula vincente.

Che Yung Prado e David Burgués abbiano finalmente trasformato la genialità del moniker La Elite nel loro mestiere mi fa tantissimo piacere. E che questa agognata riconversione professionale si sia trasformata in bulimia discografica mi sta più che bene: i ragazzi di Lleida nel 2024 hanno pubblicato ben due album! Il fatto che, però, la qualità della produzione artistica sia stato preoccupantemente decrescente, beh, non posso ignorarlo. Escaleras al Cielo è un disco ok e ha anche i suoi bei momenti: una Gran Noche non vale certo una Nuit Folle, ma resta un’introduzione simpatica per una nuova discesa nel mondo così “street” de La Elite; Vida de 1€ è divertente come lo era nel primo EP del 2019; il (solo) momento emotivo del disco, Plan de Mierda, ha quasi il fascino disperato di cori da ultras del primo album come Marlburro o Pintando en un CD (quasi…); e l’orecchiabile Gatos Callejeros è comunque un potenziale inno punk. Certo, però, le weak tracks sono davvero troppe, vedasi per esempio Otra Noche Mas che presenta una strofa di tale Pokito Paranoiko assolutamente inascoltabile (alla stregua di praticamente tutte le altre comparsate di ospiti speciali)! E ancora, l’universo lirico e persino melodico è molto meno variegato che nell’album precedente: quando a metà album la stessa accoppiata ritmo-bassline di troppe altre canzoni dell’album, con acuti di sintetizzatore al limite del pigro, e Burgués comincia a cantare una roba come: “Por la noche ando borracho, con el ojo morado, Marca Personal, es mi marca personal” un po’ mi scendono le braccia: l’efficacia del suono La Elite è sprecato in banalità delle quali si potrebbe fare a meno.

L’album successivo, Directos al Infierno, non è tuttissimo da buttare, ma porta queste problematiche a un punto ancora più eclatante. Senza mai provare una virata un po’ intimista, senza mai lanciarsi in storytelling veramente osativi, senza mai trovare la melodia che non si può fare a meno di canticchiare o cercare il drop che ti faccia venire voglia di scuotere la testa ai quattro venti… niente da fare, il sound de La Elite si appiattisce terribilmente! L’unico pregio che posso trovare a questo disco è che, quantomeno, tra i featuring ci sono diverse cantanti donne, novità che dona un po’ di brio al tutto: la miglior canzone per distacco, non a caso, è Illuminati Corp con le mitiche riot grrrls Tetas Frías (che ho troppa voglia di vedere dal vivo). Detto ciò, siamo comunque davanti a un’involuzione che mi fa solo sperare in un reset, in un ritiro nella stanza dello spirito e del tempo che faccia tornare La Elite quell’oggetto unico e inimitabile, ma soprattutto imprevedibile, che era la band di Nuevo Punk.

Un gruppo punk dal quale non aspettavo grosse riconferme, ma che ha tirato fuori un disco devastante pochi mesi dopo che l’ho visto live, quello è il trio tolosano Radical Kitten. Uppercat, uscito a gennaio 2024, è una lectio magistralis sul come fare post-punk ai giorni nostri senza suonare ripetitivi o derivativi: rompendo le frontiere tra i generi, creando nenie assordanti, spingendo sull’acceleratore dall’inizio alla fine. Tra una chitarra affilata ed efferata, una sezione ritmica sabbatica ed ipnotica e una fotta femminista distruttiva, il pugno sotto al mento arriva, eccome. E in soli venti minuti, pur restando sempre sugli stessi toni rabbiosi, Radical Kitten esplorano una varietà di stili eccezionale. Si passa dal suono darkwave (l’originale, non l’imitazione) dell’intro Never on Time, una sorta di In the Flat Field tardo-capitalista, ad aggressivi ed alienanti noise rock come la contortissima No Means No, fino a derive post-hardcore incazzate nere come la parte urlata di Fake as Fuck (che mi fa ancora un po’ paura). Il meglio, però, la band di Tolosa lo dà nel riuscire a donare un sapore punk a impianti musicali e ritmi che chiamare inconsueti sarebbe un eufemismo: l’accoppiata finale, composta dall’estatica epopea klezmer-punk di Afraid to Die e il reggaeton che si tramuta in hardcore punk e poi in no wave in Worst Friend, bisogna veramente ascoltarla per crederci. Gli album punk brevi e di fattura abbastanza rozza molto spesso o hanno un paio di hit da ascoltare a ripetizione, o mostrano del potenziale ancora da sfruttare. O l’una o l’altra, aut aut. Ecco, Uppercat riesce a fare le due cose allo stesso tempo: ha diverse hit e mostra un grandissimo potenziale, che può esprimersi ancora meglio di così. La personalità che Radical Kitten hanno trovato nel loro sound è comunque una vera rarità, e la bravura degli interpreti (specialmente Iso alla chitarra: la vera definizione di genio e sregolatezza) lascia intravedere un futuro radioso. Non c’è nessuna fretta: restiamocene a goderci il momento scuotendo il corpo spasmodicamente su Mouse Trap, e scordiamoci per un attimo che c’è un’attesa al varco.


Core memory...
Ellah A. Thaun live @L'International, Parigi (22/11/2023)

Arriviamo ora a un act che invece stavo aspettando al varco per davvero. Nel 2024 da Ellah A. Thaun, che ancora non sapevo se fosse una cantante, una band o un concetto, mi aspettavo di scoprire la vera essenza. Nonostante avesse pubblicato qualcosa come una trentina di album (ne ho ascoltati tantissimi, più del necessario), praticamente solo i due Arcane Majeur suonati con la band mi erano sembrati una vera prova di maturità e di una direzione artistica che mi sarebbe interessato approfondire. Per carità, di roba interessante ce n’era eccome, tra i letterali mucchi di ambient ipnagogica, freak folk e techno alternativa contenuti nelle infinite release di Bandcamp dell’artista di Rouen. Ma i dischi con la D maiuscola, quelli che ti aprono un mondo che non pensavi potesse esistere e ti offrono di rifugiartici ogni volta che ne hai voglia, per il mio gusto personale erano praticamente solo quelli in cui, ad affiancare la sempreverde Nathanaëlle Hauguel (vocalist e tuttofare di EAT da sempre), c’erano artisti con la A maiuscola come, ne cito solo due, il più che impressionante batterista Samuel Antonin o la smanettatrice elettronica post-modernista Rapport 1984 (già compagna di avventure di Hauguel nel duo industrial Valeskja Valcav, che nel 2017 aveva osato immaginarsi, non senza lungimiranza, The Shape of Goth to Come). Non ero il solo a vedere in Arcane Majeur l’espressione di quello che Ellah A. Thaun poteva e forse doveva dimostrare al panorama musicale odierno: anche la crème de la crème della stampa nazionale si era prodigata in lodi su quel che suonava a tutti gli effetti come un “nuovo inizio”, e la band stessa proponeva un live (incredibile) essenzialmente incentrato su questi due lavori. Ora, artisti “normali” in questo caso produrrebbero quel che tutti si aspettano: un Arcane Majeur III che riporti al pubblico quel brillante post-rock esoterico, macchiato in egual misura di screamo e cantautorato, unico nel suo genere. Quando però sui canali dei normanni è uscito l’annuncio di un mixtape di ventotto tracce prodotte dall’“Ellah A. Thaun collective” ho capito che Ellah A. Thaun non è un’artista normale, e sono rimasto incuriosito ancora più di quanto non lo sarei stato con una release “convenzionale”.

Animal? You Are, rilasciato in due CD per un’ora totale di musica, è stato per me la risposta all’annosa questione: che cos’è veramente Ellah A. Thaun? È, innanzitutto, un gruppo di persone (le sopracitate e molte di più) che, producendo musica da sole o in gruppo, si ispirano le une le altre. Il collage di frammenti di ambient, field recordings, club e rave music, rock e noise, che sono stati composti tutti da persone differenti e che si susseguono in maniera continua nei due mix, riescono a suonare coerenti soltanto grazie a quell’energia invisibile che è la coesione del gruppo. Ma Ellah A. Thaun non è solo una forza collettiva: è anche la sensazione di vivere in una zona d’ombra tra sogno e realtà, che già esisteva nei vecchi album, ma che mai prima d’ora si era palesata in maniera così realistica! Le esplorazioni soniche che ogni tanto vanno a posarsi su canzoni suonate dalla band di Arcane Majeur sono tali e quali le sinapsi che nel dormiveglia vanno da tutte le parti, soffermandosi a volte sull’astratto (i maestosi synth di Theme for Djis) a volte sul nostro lato più animale (la drum’n’bass di Book of the Dead), e che tra il dolce abbandono all’oblio del sonno (Aka) e le angosce di incubi dalla durata indefinibile (Flesh for Stress), a volte atterrano in luoghi che già conosciamo eppure ci paiono nuovi (Telepathine 23), che ci accolgono offrendo al contempo visioni surreali. E la sequenza di cinque pezzi che ho appena citato è solo una delle tante a offrire di questi spunti.

Ellah A. Thaun è gusto del macabro (il discorso della condannata a morte in Pure Bliss Casket), del terrificante (le urla e i suoni di No Law but Love o The Derelict) e del liminale intemporale (la vaporwave di G-R-I-D). E, infine, Ellah A. Thaun sono le melodie che ci portiamo dentro e che ci accompagnano un po’ da sempre, che siano le nostre, come le canzoni degli Arcane Majeur riproposte in vesti nuove ed esaltanti (Princest 23 ha un’inquietudine, un’urgenza e una foga che me la fanno preferire all’“originale”), oppure quelle degli altri, come Heartbeat II, che riprende la melodia di Heartbeat di Buddy Holly trasformandola in una lunghissima ed estasiante jam session lo-fi indie rock. E sì, quando dico che sono melodie che restano nella nostra anima sulla lunga durata, lo intendo veramente: Ellah A. Thaun aveva già coverizzato Heartbeat in un disco di natale (!) del 2014. Del resto, la “mystique” di Ellah A. Thaun è sempre stata quella degli eterni ritorni, della storia che si ripete e del serpente che si morde la coda, dalle serie di album che continuavano per durate indeterminate (The Rebirth of Shapes, Oracle, Happy Birthday Honey e chi più ne ha più ne metta), fino al fatto che certi titoli, suoni e melodie siano presenti su tutta la durata del repertorio della cantante-collettivo Nathanaëlle Hauguel. Non è la prima volta che succede (Sister, sister del 2022 ad esempio è un remake di Sister del 2012), ma più di ogni altra volta, in Animal? You Are, questa volontà di riutilizzare vecchie canzoni per nuove emozioni viene palesata come una direzione artistica convinta e, per quanto mi riguarda, convincente. Il mixtape del 2024 targato Ellah A. Thaun, a differenza di altri suoi album, non è un disco di facile lettura. La stampa, ad esempio, ne ha parlato pochissimo. Capisco che, essendo profondamente concettuale e necessitando di essere già adepti dell’universo EAT per carpirne il genio, ai profani Animal? You Are potrebbe sembrare un pastiche, magari interessante ma fine a sé stesso, di pezzi elettronici raffazzonati alternati a canzoni rock decontestualizzate. Però intanto le canzoni rock sono tra le più belle in circolazione e, soprattutto, non è un’opinione con la quale io possa veramente confrontarmi: io adepto dell’universo EAT, e perciò completamente succube di questa musica ascetica, lo sono al cento per cento. E penso che un regalo più bello, Ellah A. Thaun non me lo potesse(ro?) fare.

Ellah A. Thaun la vidi come opening act di Mary Bell, e mi sconvolse. Ma il più delle volte, l’opening act fa simpatia e rallegra la serata ma non è nemmeno trascendentale. Poi però, quando te ne stai per dimenticare, se ne esce con l’album di debutto e dici: “Ah, cazzarola”! Quest’anno, mi è successo con due gruppi che erano presenti nel Life Lately di novembre 2023 (il più “stacked” di sempre, forse). La prima band era l’opener di Alfa Mist ad Amiens: il Verb Trio, da oggi solo VERB: una giovanissima formazione di talentuosi piccardi (batteria, basso, piano) che suonava un jazz contemporaneo piuttosto piacevole prima che i sovrani inglesi del nu-jazz prendessero il sopravvento. “I ragazzi della scuola di musica”, li aveva definiti Sophie maliziosamente, e non è un’offesa, anzi: rispetto profondamente che si siano spaccati la schiena al conservatorio (in compenso il loro sembrava più un saggio che un set per il grande pubblico). Da allora, però, i ragazzi ne hanno fatta di strada: il loro album di fine 2024, intitolato Symbiose, è di un’eleganza e di un estro che non sentivo da tanto tempo in album di jazz d’oggigiorno. Per quanto riguarda la ricerca del suono, il timbro di ogni strumento è spettacolare: quando si ascolta LSF (la canzone più odisseica dell’album) è impossibile non essere sopraffatti dalla brillantezza dei piatti della batteria e dalla giustezza del rullante, oppure non godere degli acuti di un contrabbasso che assoleggia in libertà alto fin sopra le nuvole dell’intro, così come è impossibile restare indifferenti allo scivolio frenetico e fantascientifico dei tasti del pianoforte negli sfoghi finali. Le composizioni, anche loro, sono tutt’altro che banali: ci sono canzoni spensierate e giocose dai temi super-canticchiabili, come Colonel (Macmontgomery era il cognome), alternate a pezzi più complessi come la ballad Rëve en Grand o l’elegia Premiers Souvenirs, che nei loro profondi soliloqui di piano e contrabbasso (suonato anche con l’archetto) hanno quasi un sapore third stream (si può ancora dire?). Tra trovate assolistiche mai banali (bellissimo quello di batteria in Yne), variazioni stilistiche sorprendenti (come Doodie, che spazia tra la ballad sentimentale l'hard-bop e il funk latino), non ci si annoia mai. Non aspettatevi contaminazioni sofisticate, esplorazioni di regioni sconosciute o grandi avanguardismi: Symbiose dei VERB non è un album che inventa la luna né tantomeno che vuole farlo. Però cavolo se è bello!

Che sarebbero diventati fortissimi un po' già si capiva dall'estetica.
VERB live @La Lune des Pirates, Amiens (04/11/2023)
La seconda band (sì, questo era l’inizio di un elenco) è il quartetto parigino Alvilda, che col suo punk rock al retrogusto di pop yé-yé anni ‘60 ci stranì non poco in apertura ai cattivissimi Fucked Up. Malgrado le numerose occasioni, non mi è ancora ricapitato di rivedere un concerto delle Alvilda. In compenso, ho recuperato da poco il loro primo LP uscito ad ottobre 2024 e intitolato C’est Déjà L’heure e l’ho trovato irresistibile. Melodicissime ma decise, retrò ma attuali, queste dieci canzoni sono punk senza essere veramente abrasive e pop senza essere veramente easy-listening. Ciò le situa, in qualche modo, in una “terra di tutti” che è l’opposto di quella di nessuno, grazie a uno stile molto caratteristico in cui ciascuno può trovare qualcosa da sgranocchiare: dai testi ironici e un po’ desolati sui problemi della vita di tutti i noi (Chômage sulla disoccupazione, tra angoscia e dolce far niente; Paris Eté su un’altra fottuta estate in città), a ritmiche e coretti quasi alle frange del surf rock (come nella danzante Moustique, che in una dimensione alternativa è stata scritta nel 1964 da The Beach Girls), con anche qualche esperimento inaspettato (la lo-fi-issima Maladresse, collisione frontale tra i Ramones di Road to Ruin e i Magnetic Fields di Holiday).

Se proprio qualcuno volesse trovare un difetto a C’est Déjà L’heure potrebbe dire che l'album è un po’ “samey”. Non è falso, ma al contempo prendete tutti i vecchi gruppi rock un po’ punketti un po’ poppetti che condividono la nazionalità terradituttista con le Alvilda, gruppi come The Undertones, The Scientists, The Barracudas; poi ascoltatevi il loro disco “pezzo forte”, oppure anche una sana compilation di singoli; e infine venitemi a dire, dopo sei o sette canzoni, se non vi sembrano tutte un po’ uguali! Purtroppo così è il genere ma alla fine al rock da festa, finché è di qualità, è meschino richiedere di essere più vario di così. E quando ascoltando Angoisse vi rendete conto che vale quasi (quasi!) come una Get Over You, una Frantic Romantic o una Summer Fun, quello vuol dire che, sì, è di qualità. 

Ci sono nomi di opening act che, come i due precedenti, mi scaldano l’anima solo a sentirli, talmente sono belli i ricordi che risvegliano. Ecco, Adrien Pallot non è uno di questi. Il Signor Ambient che suonava alla Gaîté Lyrique nella concitata serata in cui ho scoperto Grand Blanc tutto aveva fatto tranne che colpirmi le corde dell’anima. Me ne sarei scordato se non fosse che, per vie traverse (tipo, fun fact: la bellissima copertina del suo album l’ha dipinta il batterista di un gruppo indie pop che seguo), sono comunque finito a rileggere il suo nome abbastanza spesso. E, quando ho visto che la mitica Camille Delvecchio (voce, per l’appunto, di Grand Blanc) canta nel suo album per sei minuti su quarantatré, un ascolto a questo À l’Horizon des Evènements gliel’ho dato. Che dire: L’espace d’un silence infini per me potrebbe durare anche trenta minuti invece di due, talmente trovo belli i vocalizzi della cantante lorena, ma La désolation me transperce, drone lunghissimo che ogni tanto lascia intravedere una sezione di archi che si accorda, sembra un pezzo degli Stars of the Lid svuotato della sua parte struggente, o l’intera An Index of Metals (Fripp & Eno) svuotata della sua parte inquietante. La Lumière de ton Sourire sembra un brevissimo remake di 2/1 ma con la voce di Delvecchio. I venti minuti di frequenze basse di S’Efface dans l’Obscurité manco li commento, talmente non mi dicono nulla. Mi spiace un po’ ripetermi, ma a me l’ambient di oggigiorno se non è ultra-originale non riesco a capirla. E se è poco originale, come in questo caso, mi ritrovo a compararla ai grandi classici e a non vederne l’interesse. Sarò scemo io.

Via giù, veniamo ai Grand Blanc sul serio. Halo, finora, è stato il disco di pop alternativo francese più bello del decennio. E, siccome ai miei occhi ha quasi un’aura generazionale, tutto mi sarei aspettato dalla band mosellana tranne che far uscire un album di remix/reinterpretazioni/outtakes/robe-tipo-altra-gente-che-suona-quei-pezzi, talmente è un gioiello di purezza. Il fratello bastardo di Halo si chiama Laho (occasione mancata per fare del sano verlan gratuito) e, per quanto l’operazione mi sembrasse bislacca, non direi di esserne rimasto deluso. Non è un disco che mi ascolterei nella sua interezza con frequenza, ma devo dire che qualche momento, più o meno isolato, lo ha. Tipo: trovo che nella strumentale Loon - Le Radeau Consort Rework, che riesce a rendere Loon ancora più minimalista di quanto già fosse, ci sia una gestione dei silenzi veramente magistrale, oltre che una strumentazione di musica da camera (bellissimi gli ottoni) che fanno onore alla melodia cantata da Camille Delvecchio (“Curieux voyaaageee”, culto). Oppure: non me lo sarei immaginato che Pyramide potesse diventare un pezzo tra dance e post-punk, o che Dans le Jardin la Nuit potesse virare in ritmi EDM downtempo, ma il Pyramide - Rallye Version e il Dans le Jardin la Nuit - Global Network Remix mi hanno dimostrato il contrario. Insomma, Laho ha una sua ragione di esistere perché propone contenuti interessanti disposti in una struttura congeniale, che dall’ambient passa piano piano a musiche sempre più ritmate e persino delle versioni da club dei recenti classiconi di Halo che funzionano quasi sempre da dio. E per “quasi sempre” intendo “purché non scomodino la drum’n’bass”.

Dopo due dischi lunghi, forse anche troppo, vale la pena tornare a parlare di singoli. Ci sono due gruppi indie pop che hanno suonato al Noël du Motel a dicembre 2023, e che non è peregrino ribeccare al Motel o a serate Motel-relazionate. Per entrambi, non è peregrino nemmeno immaginare che stiano preparando un nuovo LP. E i singoli donatici finora mostrano un futuro radioso. Cominciamo con le stelle in divenire Alva Starr: Red Short Sleeve Shirt segna uno step ulteriore dopo la già ottime demo ascoltate su Bandcamp, sia da un punto di vista sonoro che compositivo. Il tappeto di tastiere e le delicatissime chitarrine restano sempre soffusi e accoglienti, ma la sezione ritmica finalmente prende il sopravvento e suona grooveggiante come non mai, dando una nuova completezza a quest’amalgama twee tutta da ballare in cameretta. La narrazione, anche simpaticamente cockeriana (Jarvis, non Joe), è teneramente buffa, o buffamente tenera (come volete: io quando parte lo spoken word sorrido sempre). Infine il ritornello, un sorprendentissimo valzer dream pop in tre quarti, richiama ole da stadio. E infatti, giustamente, allo stadio gli Alva Starr hanno già suonato, e pure molto bene. Non ci credete? Googlate “Alva Starr Stadium”, allora.

Siete mai stati alla release party di un singolo?
Alva Starr live @Le Motel, Parigi (12/03/2024)
Per quanto riguarda Biche, sembrerebbe che cinque anni dopo l’eccellente La Nuit des Perséides i ragazzi del 78 (il dipartimento, non l’anno) possano addirittura superarsi, perché i loro due ultimi singoloni, pur seguendo il filone dei lavori precedenti, lo fanno persino evolvere. Déjà-Vu, arricchendo di ronzii analogici una nostalgica cavalcata ai confini tra il krautrock (ovviamente) e le frange più svolazzanti del big beat (Norman Cook adorerebbe questa batteria), aggiunge un sapore psichedelico al sempreverde racconto dell’ineffabilità del tempo perduto. Le Code, un “fast” da ballare facendo movenze rigorosamente anni ’60 con la propria Miss Modular, è una gioia per le anche e per le orecchie, specie quelle più golose di sintetizzatori retrò ultramoderni ed illusioni uditive, di quelle che ingannano il cervello a sentire stereofonie vecchio stile laddove non per forza ce ne sono. Le influenze e il songwriting dei Biche non sono affatto cambiati, ma in queste due nuove canzoni, ancora più che nei lavori precedenti, si sente che i ragazzi hanno fatto una vera presa di coscienza sull’essenza profondamente geek della loro musica. Che è un bene, finché la nerdaggine non diventa riccardonismo audiofilo fine a sé stesso. E così non è stato, per fortuna: la produzione curata come non mai non annulla l’anima sognante e finanche romantica che rendeva il loro primo LP così indimenticabile. Al contrario, la potenzia. Ed è un vero piacere.

Ok, basta col pop raffinato, parliamo di hardcore punk. Durante il 2024, i gruppi parigini o franciliani di hardcore punk vero e proprio di cui ho parlato sono essenzialmente tre. I primi sono gli Spaghetti Sluts e ne ho parlato relativamente male, nel senso che ho detto che al loro concerto, davanti a un’esuberante gioventù locale con la quale non mi identificavo, mi sono sentito un po’ a disagio. Ciò non toglie, e l’ho specificato in seguito, che la loro musica mi dispiaccia, anzi: la loro versione di Les Filles Adorent (“Tipo un equivalente di Le Donne di Fabri Fibra”; sì, tipo) mi piace così tanto che l’ho pure messa in un mix di una certa importanza (The Art of Punk Covers, un giorno esco il volume secondo). Non ho più riavuto occasione di rivedere gli Spaghetti Sluts ma il loro piccolo universo narrativo e sociale (che poi è la stessa cosa) un po’ l’ho intravisto e mi è anche stato simpatico. Non avevo grandi aspettative sul loro Wazalbum, anche perché il fatto che urlassero in continuazione “Wazaaa” come nella famosa telefonata di Scary Movie un po’ mi cringiava. Detto ciò, un ascolto non gliel’ho negato, e devo dire che ho avuto proprio quello che mi aspettavo: un HC vecchia scuola il cui livello di cazzonaggine supera ogni immaginazione.

Mi sento di dare qualche plauso ma anche di segnalare un paio di difetti a questa nuova avventura dei simpatici punk rockers (di cui uno una volta mi ha detto: “Se sono critiche costruttive le prendiamo”, ma sicuro non se lo ricorda). Cominciamo dai difetti, come si fa con le notizie cattive, giacché non sono nemmeno troppi: ne conto uno e mezzo. Uno: la replay value non è che sia immensa. Mi spiego meglio: in un disco di diciotto minuti mi aspetterei che le canzoni memorabili siano almeno due terzi ma purtroppo così non è. Un po’ di filler e di ripetizione c’è, così come vi sono pezzi meno riusciti di altri, in particolare Kebab // RER C, canzone culinaria che prova talmente tanto ad essere generazionale che fallisce abbastanza miseramente nell’intento (un po’ come quando Jovanotti, con The Sound of Sunshine, fallì a fare una hit estiva perché la sua smania di fare una hit estiva suonava troppo disperata). E mezzo: ma che cazzo di suono di rullante hanno scelto? È come se avesse il gain a undici, è fuori controllo, ogni volta che lo sminchio ritmico di Fépapéyélo // Miam Miam la Cantine suona in uno stereo muore un fonico in Africa. Durante gli skank beat ho l’impressione che il batterista faccia un triplo stroke a ogni colpo, non ha nessun senso. Forse mi piace.

Andiamo ai punti positivi, che sono ben tre e che quindi si portano a casa il risultato. Uno: fa straridere. Già dal primo pezzo, Waza City // La Douche la Plus 2 de Ma Vie, che parla di hashish e fa rimare “shit” con “shit” qualcosa tipo quaranta volte, io la mia shit l’ho persa. Pure quando l’intento è quello di avere toni politici, tipo in Belle-Île-McDo // Rideau 2 Fer, in cui viene deplorato il blocco occidentale per aver costruito troppi McDonald’s e troppi pochi palazzoni brutalisti durante la guerra fredda, trovo la demenzialità del soggetto troppo esilarante per sentirci una qualsivoglia profondità. E mi piace. Ma devo dire che quando vogliono i ragazzi sanno anche essere meno stupidi di quel che sembra: l’ironia sulla provincia profonda di Diagonale du Vide ad esempio, la osservo troppo spesso ed è un tema che mi piace veder trattato, anche se il modo in cui gli Spaghetti Sluts lo fanno mi fa pisciare sotto dal ridere (“Le musée a fermé, je ne peux plus me cultiver”). Due: qualche promettente sprazzo di estrosità. Verso la fine partono due pezzi folk-punk importanti: Marin 2 Quimper // TER BreizhGo e Rupture Conventionnelle // Fournitures 2 Bureau. Il primo, una ballata indie rock marinaresca, è talmente dolce che riesce nella missione impossibile di farmi stare simpatici gli storytelling sulla Bretagna (sempre odiati, nel punk poi…). Il secondo va ancora oltre: riesce a rendere una struttura musicale tipicamente francese, la chanson da hippie col quale le mie amiche Sophie e Coline mi hanno ammorbato (vedasi Louise Attaque o altri duemila gruppi chitarrino e rullante tutti uguali), talmente punk ed estrema da farmela apprezzare. Tre: l’approccio è quello giusto. Niente segate, breakdownacci, accordature o ritmi strani: hardcore punk primitivo e puro, di quello che non smette mai di spingere. Ma, anche e soprattutto, che non fa la vita banale di chi campa a plagietti e la fa troppo facile a D-beat e accordi che alla fine sempre quei quattro sono. Ogni tanto partono riff fantastici, e quello di FC Visiteur // Ecran Scindé è di quelli che ti fa alzare le braccia al cielo e proclamare: “Quanto cazzo amo l’hardcore punk”.

Il gruppo HC parigino di cui, a differenza degli Spaghetti Sluts, ho sempre parlato bene, erano Les Baltrink’. Madonna mia, avevano solo due singoli e ciononostante avevano già un loro sound emblematico. Erano ai loro inizi ma già lanciatissimi. Erano giovanissimi ma demolivano già ogni sala in cui suonavano. Non è morto nessuno, ma ne parlo al passato, perché si sono sciolti. Mi è dispiaciuto parecchio ma, oh, così è la vita. Sai quanti gruppi hardcore punk che hanno ispirato i grandi si sono sciolti con un solo sette pollici all’attivo! Sarebbe bello se uscisse una compilation con registrazioni, anche di fortuna, di pezzi che nel loro live erano già iconici come La Chanson du Rien (o Du Vide, non ricordo), La Cigarette Sociale, Tou.s.te.s des Putes (non la facevano più verso la fine) e simili. È bello anche che tutto ciò che resta di loro a parte due sessioni studio sono sette video su Youtube fatti da tale un Sasha, un tizio più ossessivo di me che filma e pubblica tutto quello che vede in concerto. In questi video i quattro parigini suonano al Supersonic il 25 di agosto del 2023. Sembrano molto meno adulti di come appaiono ora e spaccano tutto davanti al pubblico più ingrato che ci sia: i quattro gatti che restano a Parigi un 25 agosto. Nel dubbio io quei video ho scaricati, sia mai che un giorno scompaiano e possano servire per un documentario.

Lo nostro fare hardcore punk. Per sempre.
Les Baltrink' live @La Pointe Lafayette, Parigi (13/04/2024)
Finiamo di parlare di hardcore punk con la band che per me simboleggia l’hardcore punk a Parigi: Pogo Car Crash Control. Quando lanciarono il loro mini-tour parigino, nel quale ebbi occasione di raccontare abbondantemente il mio legame profondo con la loro musica (anzi, coi primi due album prima della svolta “commerciale”), ancora non si sapeva cosa i quattro di Lésigny volessero fare della loro carriera. Che non volessero sciogliersi, come alcuni sospettavano, lo scoprii con sollievo la sera stessa. In che modo volessero continuare a far evolvere il loro stile, in compenso, non era chiarissimo. Che il tour commemorativo nelle sale che li hanno visti diventare un fenomeno culturale underground fosse un segnale di ritorno ai suoni delle origini, ho voluto sperarlo. Ma la data alla Cigale annunciata con più di un anno d’anticipo per il novembre del 2025 ha un sapore di volontà di potenza. Del fatto che PCCC possano diventare un gruppo capace di riempire le arene, io ne sono convintissimo. Che questo significhi una “semplificazione” (che non per forza è un termine negativo) del loro sound, che lo renda leggibile per più pubblici (gli amanti del metal per le masse e del “core”, ad esempio), quello è altrettanto inevitabile. E se l’album Fréquence Violence del 2022 imboccava la curva verso quella direzione, il singolo Don’t Get Sore mette la sesta in corsia di accelerazione. Non senza sorprese e prime volte abbastanza mente-esplodenti, tipo Lola che canta l’inizio delle strofe o il testo che mischia inglese e francese. Mi piace? Non particolarmente: i suoni sono curatissimi ma troppo convenzionali per farmici trovare una “shock value”, le liriche le trovo abbastanza scialbe anche se d’effetto, i riff sono potenti ma abbastanza banalotti, la struttura pop della canzone poco coinvolgente. Andrò alla Cigale a vederli? Senz’altro, ho già i biglietti.

Sullo spettro dei gruppi rock in rampa di lancio, probabilmente a Parigi non c’è nessuno più a destra di P3C. Eppure, quando mi sono ritrovato una foto gigantesca della batterista di Sex Shop Mushrooms su Libération (“Voglio il paginone di Repubblica, René”) mi sono detto che, porca vacca, siamo lì lì. Chi ha letto il mio breve report del loro set (non furono loro a rubarmi gli occhi quella sera) forse ricorderà che decisi di andare a vederli essenzialmente perché la loro strategia di marketing underground (avere la parola “sesso” nel nome e mettere adesivi in cessi dove piscio spesso) mi aveva catturato mio malgrado. Per un po’, dopo quel concerto abbastanza nella media (bella energia, canzoni ok, suono rude fino all’eccesso) non ho mai detto granché riguardo ai Funghi in questione, anche se i social network non lesinavano nel mostrarmi che erano un gruppo in totale ascesa. Se la musica del quartetto mi avesse conquistato avrei rivendicato orgogliosamente la scoutata e sbandierato prepontemente quanto detto a marzo, ma siccome così non è stato ho preferito restarmene in disparte e seguire soltanto le ultime uscite della band cercando di tacere la domanda del diavoletto sulla spalla: “Sono davvero così promettenti oppure è tutto marketing?”.

Solo un LP di debutto può dirimere dubbi del genere. Eppure, anche dopo qualche ascolto di God Doesn’t Exist, dopo la sua pubblicazione nell’ottobre del 2024, penso di non avere del tutto la risposta. Potrei cavarmela e dire che è “una via di mezzo” o “un po’ tutte e due” ma per una volta voglia essere meno democristiano del solito. Dirò perciò che Sex Shop Mushrooms non mi sembrano un gruppo dal talento sopra alla media né nelle composizioni, né nel sound, né nella performance (l’ultima volta che li ho visti è stata quasi un anno fa; magari ora sono diventati meglio degli Iron Maiden, ma lo dubito fortemente). Aderendo a un nirvanismo protestante (se volete ascoltare un gruppo di religione ortodossa a Parigi, andate a vedere i Sound of Lies; incredibili), lo scapigliato quartetto propone canzoni che, pur essendo tutte abbastanza articolate, alla fine sono essenzialmente un’alternanza costante di riff sfurioni e strofe lamentose che stanca piuttosto presto. Forse perché le soluzioni sono quasi sempre prevedibili: l’aggiunta di una coda veloce, malvagia e disperatissima a fine pezzo fa simpatia in Lona, fa fare spallucce in Monkeys Be Like e già ha rotto i coglioni in Hang Me; il ritornello in levare di Dead Doll mi smoscia gli arti; il breakdownone demolitivo sul finale (Bleached Eden, minuto 2:42: “Fucking suckers!”) sembra quasi un compitino. I suoni e gli arrangiamenti di batteria, che anche dal vivo avevo giudicato troppo rudi, lo sono in maniera persino più flagrante nella produzione del disco: gli hi-hat aperti ruggenti che ti aggrediscono il padiglione sinistro fin dal primo pezzo She Doesn’t Exist mi fanno un po’ storcere il naso. Le chitarre trovano raramente toni sorprendenti, tranne forse che in Boys on Sale, canzone che inizia con l’unico riff veramente tanto promettente dell’album (mi fa pensare a Nub dei Jesus Lizard), dove però il fuzz si perde nel corso del pezzo per obblighi contrattuali col grunge. Le vocals, per finire, sono di un monocorde abbastanza clamoroso, specialmente nei ritornelli (l’unico un po’ diverso è quello di Mommy Said, che è però lievemente imbarazzante nel suo ostentare epicità).

Qui mi direte: “Reric, hai appena criticato praticamente ogni elemento dell’album, come fai a dire che non è solo tutto marketing e che un po’ promettenti Sex Shop Mushrooms lo sono?”. Beh, intanto posso capire che possano piacere. God Doesn’t Exist è un disco di buona fattura, fatto di posizioni artistiche molto decise e coraggiose, con una run-time giusta (tanto di cappello, ormai è una rarità), che ha nel suo songwriting una percentuale di revival abbastanza pesante ma anche diversi lodevoli personalismi. Le mie parole vanno prese con soggettività, perché non sempre sono una persona atta a valutare certe nicchie sonore. Voglio dire, tutti gli amanti del sottogenere “rock radiofonico e magniloquente di stampo smaccatamente anni ’90, che non disdegna il rumore ma nemmeno i ritornelloni orecchiabili” hanno il loro personale e rispettabile culto verso i Pearl Jam, e a me i Pearl Jam fanno proprio cagare. Eppure, alla gente che trova Sex Shop Mushrooms potenti, forti o cazzuti non posso muovere obiezioni. Io li trovo noiosi e molto poco originali ma evidentemente, dentro, non ho il fuoco giusto. Lascio perciò la band parigina fare la sua carriera. Mostrando indifferenza, magari, ma con una piccola rimostranza: la paura fottuta che un po’ troppi, tra i boomer che hanno googlato le tre parole associate all’avvenente ragazza bene in vista sul quotidiano nazionale, abbiano commentato: “Finalmente un gruppo rock che spacca! Meno male, perché i giovani non lo fanno più!”. Mi son già dovuto sorbire le retoricazze sui Maneskin nel mio paese d’origine, mi risparmio volentieri l’equivalente nel mio paese di residenza.

Se c’è una band di giovanissimi che, quando li ho visti dal vivo, mi ha fatto quasi pensare di voler fare retoriche sul “futuro del rock”, quelli sono invece gli Stonks. Alla serata di Beautiful Noise in cui suonarono al Supersonic, i ragazzi di Bruxelles mi rimasero molto impressi, e questo malgrado una potentissima performance dei Marcel (che al MaMa, per esempio, avevano obliterato ogni artista ad aver suonato prima o dopo di loro). Saranno state la tecnica e la complessità compositiva molto mature per una band con un solo EP all’attivo, saranno state la loro prestanza e originalità fonica, specialmente la presenza di una tromba che avevano fatto diventare uno strumento indispensabile per il noise-rock post-moderno che i quattro proponevano. Fatto sta che ho seguito con interesse i passi seguenti dei belgi e il singolo dashcam/crash mi è piaciuto tantissimo. È un pezzo cubista e poliedrico, dalle sfaccettature infinite e molto ostico da descrivere, eppure tanto, tanto emozionante e coinvolgente. Gli acuti dell’intro ti riversano addosso fiumi di inquietudine, le oscure scintille industrial della strofa si intrecciano in maniera spettacolare con le trovate math rock di un ritornello dove le dissonanze sono una trovata quasi pop, l’outro è una catarsi post-rock (nel senso amplio del termine: sia Slint sia Godspeed You! Black Emperor) davvero commovente. La carta del: “Non statevene solo a leggere, andate ad ascoltarlo e capirete” è una paraculata senza eguali. Me la gioco come un jolly, utilizzabile solo una volta in un articolo che parla di un centinaio di canzoni (non le ho contate, forse sono di più). Me la gioco qui.

I due vincitori del premio "Look dell'anno" 2024.
Antonin Appaix live @Point Ephémère, Parigi (07/03/2024) 
Andiamo ad un altro opening act sorprendente: Antonin Appaix. Solo a pensarci mi viene da ridere: il cantante che montò sul palco in accappatoio, accompagnato da un tizio che assomiglia a Carlos Santana da giovane e suona i bonghi ancheggiando, prima di un concerto degli Hoorsees. Anche solo per la mise en scène, miglior cantante a Parigi, punto. Ma, cazzate a parte, Appaix è uno dei nostri: il suo dance pop, curatissimo nel non prendersi sul serio, è veramente un balsamo per le orecchie e, soprattutto, una fonte di sorrisi praticamente inestinguibile. Néoprène del 2023, recuperato con piacere dopo il concerto al Point Ephémère, era pura vibe. E Cactus Boy, di fine 2024, non è da meno. Se la molleggiata Cactus Boy, talmente riesce a materializzarti una piña colada in mano, ti fa persino dimenticare il testo delirante, Peluca mette subito le cose in chiaro: qui si parla di cose strane, eccovi una canzone in spagnolo sulla parrucca che mi è caduta dalla testa (no spoiler, ma il tema della parrucca ritorna tante, troppe volte, e fa sempre ridere). E in effetti, che siano disquisizioni sulla superiorità ludica del Baby Foot (“calcino” o “calcio balilla”, unici modi di chiamarlo) o leggende rurali tipo quella dell’oro nascosto nell’Abreuvoir (“abbeveratoio”), la sorpresa è dietro l’angolo. Ma anche le bassline e i ritmi pelvici! Bout de Verre in featuring con la cantante argentina Waralu, ad esempio, è nel top 0,1% dei reggaeton più freschi ed imprevedibili nella storia di questo genere che detesto, e mi fa perdonare ampliamente, con la sua orecchiabilità estrema, una presenza di suoni di derivazione dancehall un filo troppo elevata nell’album per i miei gusti. Ragione, questa della dancehall, per cui il disco dura poco ma ha una runtime che mi basta. Il delirio felice di Appaix, nel suo formato mignon, è decisamente contagioso e lascia a chi lo ascolta la voglia di averne di più. Perciò mi lancio in un appello spassionato: “Antonin, torna presto. E la prossima volta, ti prego, mettici più bonghi!”.

Cambiamo completamente genere, così de botto senza senso. La cantante LaFrange ha fatto uscire da pochissimo una canzone folk che si chiama Late Night Tales, e l’ho trovata bellissima. In particolare, il fondo sonoro che da soffuso diventa totalizzante è studiato talmente bene che bisogna essere degli insensibili per non meravigliarsene. Quando nel crescendo finale la batteria, da lontana come un fruscio di foglie al limitare del bosco, si amplifica e si impone come la direttrice di un’onirica orchestra da camera di campanelline, archi, feedback, voci bianche e tantissimi altri sfuggevoli elementi, l’impatto emozionale è magnifico e ancestrale, qualcosa di simile all’emozione che ho potuto provare con canzoni post-rock fondanti tipo Ladies and Gentlemen We’re Floating in Space. Se proprio si vuole trovare il pelo nell’uovo della canzone si può effettivamente far notare che buona parte della linea vocale è quasi uguale a quella di Swingin Party dei Replacements. Ma, uno, la progressione armonica nella strofa di Hot to Go! della Roan (trentatreesimo singolo più venduto nell’anno solare) secondo voi a quale altra è quasi uguale? E due, chi se ne frega: abbiamo superato l’epoca in cui scopiazzare una linea melodica è un problema. Il pezzo è bello bello, non c’entra una mazza con l’originale e c’entra relativamente poco con la cover che ne ha fatto la più grande popstar vivente: chiudere un occhio è giusto e sacrosanto. Di dischi di folk cantautorale che mi colpiscono profondamente ne ascolterò massimo uno o due all’anno (me ne vengono in mente vari del 2023 scoperti nel 2024 tipo A. Savage, Joanna Sternberg, Lankum… e pochissimi del 2024, vi terrò al corrente). Se tutte le altre canzoni di un futuro album di LaFrange sono su questo livello, cazzarola, abbiamo il candidato definitivo per disco folk vita-cambiante dell’anno 2025. Un po’ spero, meschinamente, che non sia così, perché vorrebbe dire che quando incrocio di nuovo la cantautrice al bar (succede abbastanza spesso), invece di farle un sorriso e dirle due frasi di circostanza mi dovrò sentire obbligato a farle la mia tiritera sul suo album. E la cosa mi imbarazza abbastanza ma, ehi, la musica è musica.

Ok, dai, abbiamo riso e scherzato. Ora però serietà, che c’è da parlare di delusioni. Da dove potrei cominciare, per parlare di Crafted Achievement, il secondo album firmato EggS? Forse dall’intro dell’opening track Head in Flames, una rullata che promette emozioni power-pop in piena continuità con lo stile di A Glitter Year ma che, invece di esplodere in un boato, si tramuta in un’anticlimatica, seppur leggiadra, polifonia di chitarre che ci lascia prigionieri dello svolazzio fino alla fine del pezzo. Diamine, un’occasione persa, ma almeno suona bene: gli intrecci melodici sono numerosi, anche un po’ disordinati come natura vorrebbe, e la voce di Charles Joujoujag è giustamente posizionata nel pertugio del mix che non la fa suonare né troppo stonata né troppo protagonistica. Il problema è che forse il frontman del gruppo indie rock con più membri di Francia, nell’intro della successiva Bob Stinson’s Song (plagiare The Replacements va bene, per scomodarli invece ci vuole fegato), ha voluto strafare: il risultato è una serie di soliloqui vocali che, tra stecche e accenti da rivedere, non perdonerei nemmeno a un cantante venerabile ma incompetente come Tim Kinsella, figurarsi a un cantante underground che in passato ha dato prova di competenza. Se fosse un caso isolato anche anche, ma di scivoloni canori ce ne sono più d’uno, sparsi qua e là nell’album. Il peggior difetto dell’album, però, non è la sua saltuaria imbranataggine (che poi voglio dire, chi sono io per criticare l’imbranataggine). Il peggior difetto dell’album è che, tranne che in qualche canzone, trovo che manchi di ispirazione.

Primo e ultimo rant serio della giornata: un disco lungo dura quanto vuole durare, un disco breve no. Un disco punk breve dura venti minuti, un disco indie rock breve ne dura trenta. Io la vedo così, e sono pronto ad essere talebano a riguardo. Ecco, Crafted Achievement è un disco indie rock che dura venti minuti e che ha pure la faccia tosta di metterci del filler conclamato (perché oggettivamente Your Maze II è una reprise del tutto evitabile). E a me difficilmente va giù. Anche perché, specialmente quando lo si compara al suo predecessore, l’album ha molta meno varietà: le canzoni sono tutte molto più simili le une alle altre, strummatone indie rock che vanno avanti sullo stesso ritmo (e BPM!) più per inerzia che per ricerca di nuove emozioni, e dove ai numerosi elementi che compongono la band sembra sia stato chiesto di intervenire più per fare massa e testura che per creare attimi struggenti col contrappunto. Ascoltata Head in Flames (esclusa l’intro, miglior momento del disco) la formula di cui sopra, che poi è quella di più di metà dei pezzi, è già svelata. Restano poche eccezioni alla regola: Your Maze, ballad che si risolve in un ritornello che sembra Kennel District dei Pavement in versione discount e Keep on Stumbling, un altro lentone da accendini al cielo dove addirittura non ci viene nemmeno offerto il piacere di ascoltare lick e assoletti ganzi di fiati o simili, solo la steel guitar (e che siamo, alle Hawaii?). La migliore canzone a mani basse è At the End of the Road (stessa intro di Volare di Rovazzi e Morandi, ma quello è un problema mio), dove l’alternanza tra i duetti spassionati e quasi emo della strofa con i delicati silenzi del ritornello funzionano perfettamente. Ma non basta, specie dopo un album di debutto brillate come era stato A Glitter Year. Ci voleva più estro, più varietà, più energia: più ispirazione. E più musica!

Speriamo sia solo un incidente di percorso, ché quelli alla fine capitano a tutti. L’occhio si può chiudere sempre specie se l’incidente, per quanto riguarda l’indie pop e rock parigino, è l’unico di questa retrospettiva di fine anno. Che è un buon risultato, direi. Tra i gruppi di questo genere e località (per una volta posso dire “scena”, dai) ce ne sono stati vari a gasarmi. Ma nessuno quanto En Attendant Ana. Il concerto al Trabendo fu ai limiti dell’estasiante, quello all’Hangar di Vitry-sur-Seine, con quattro gatti nel pubblico e Mary Bell subito dopo, praticamente un sogno fatto su misura. Mi sono talmente appassionato a questa band che, non appena ho letto che avevano fatto un disco di natale e che l’avrebbero venduto al Motel il 20 dicembre, mi sono catapultato. I migliori sei euro mai spesi in vita mia: la copertina retrò, nella quale un paio di membri sembrano stare per scoppiare a ridere e il chitarrista (quello che è diventato papà) certifica la qualità del CD in contumacia, vale l’acquisto; i soldi vanno in beneficenza a Utopia 56 per aiutare quelli che i politicanti chiamano immigrati e che l’associazione chiama, giustamente, esiliati; la quarta di copertina ti racconta chi cavolo sono gli autori queste due canzoni, che sennò come ti ci raccapezzi. Ultimo dettagliuccio: le canzoni sono strabelle. La prima è una cover-medley di due bonus tracks del ’68 composte da The Free Design, gruppo pop americano attivo a cavallo fra fine ’60 e inizio ’70, arricchita dalla melodia di un vecchio “carol” ucraino, la seconda è un pezzone dei Pogues (Fairytale of New York) con un ritornello firmato Nat King Cole infilato nell’outro. E già cominciamo bene: quando i bravi musicisti sono anche selezionatori e mash-uppatori di livello, io non posso che apprezzare.

Di quante canzoni vuoi fare una cover
nel tuo doppio single? Sì.

Ma poi, questa Close Your Mouth Because Christmas Is The Day !, nella semplicità della ritmica, ha un groove tra il cupo e il brillante che svela quel volto misterioso del natale che avevo dimenticato ormai dall’infanzia! E la voce di Margaux Bouchaudon cambia di toni con una leggiadria e una potenza coinvolgentissime (appena la melodia transisce a “Christmas is the day when you can’t keep your heart from singing” io sento un balzo nel cuore). E ancora la nenia di Carol of the Bells e la tromba sono ipnotici come il miglior ostinato dream-pop, roba da fare concorrenza ai Beach House! Oppure, passando al secondo pezzo: questo lungo crescendo atmosferico sulle melodie dei Pogues (“First time?”) che si risolve in una chiosa ritmata ma scura come una buia notte di neve, dove le campane, gli auguri e i cori delle chiese sono fonte di malinconia e inquietudine più che di sorpresa… Eh beh, sono un discreto viaggio! Non amo particolarmente il natale, ma ogni anno dal grigio cielo di Parigi cade qualche fiocco di indie pop che me ne svela una faccia nuova. Quest’anno En Attendant Ana me ne svela il lato tenebroso. E trovo che, in fondo, si sposi bene con l’avanzare della vita.

Che altro? I Bilderbuch hanno fatto uscire una versione deluxe del buon EP Softpower, che avevo visto suonare al Petit Bain in una sala gremita di gente che parlava in tedesco. Non ci sono bonus tracks, solo un CD supplementare con registrazioni live delle canzoni. La versione allungata di Softpower - live/munich/2024 testimonia dell’innato divismo glam (il pubblico è in visibilio a ogni ritornello), della potenza rocchettara e della psichedelia estatica della band austriaca, che dal vivo ha davvero qualcosa in più di tutti. Dino - live/amsterdam/2024, oltre ad essere festaiola e sensuale, è il grido della tanto anelata espansione del gruppo fuori dalla sfera germanofona (ora, Amsterdam non è che sia Rio de Janeiro, ma sono piccoli passi…). Al contrario, l’estrosa assoleggiata di Digitales Wunder - live/berlin/2024 è come una dimostrazione di conquista definitiva del pubblico di Germania, mentre la generosa e romantica epopea di quattordici minuti (l’originale ne dura quattro!) di Aber Airbag - live/vienna/2024 è come se dichiarasse un attaccamento alla terra natìa che non morirà mai, neanche con l’eventuale raggiungimento di nuove vette di fama internazionale per gli eclettici viennesi. È un piacere ascoltare questo primo live album dei Bilderbuch, e non solo perché le canzoni suonano da dio e l’energia è speciale, ma anche perché la scelta delle canzoni e delle città che le sono associate raccontano una storia. E a me i live album, quando riescono a raccontare una storia, piacciono molto di più.

Avalon Emerson ha fatto uscire anche lei dei “contenuti speciali”, per citare i menù dei DVD di quando ero bambino. Contenuti, questi, che avevo anche reclamato a gran voce: i remix di & The Charm, l’album del 2023 che sanciva nuove esplorazioni nel mondo del dream-pop per una delle migliori DJ electro-house viventi. Ancor prima di scoprire come sono, questi remix già uditi a spezzoni nei DJ-set della biondina di New York, è stato interessante scoprire chi li ha creati. L’incredibile riarrangiamento techno dell’eterea Karaoke Song, che aveva già lasciato il dancefloor del Badaboum di Parigi in totale visibilio, si chiama Karaoke Song (Ineffekt’sTwo Day Version) - Remix e il suo autore, Ineffekt, è praticamente uno sconosciuto, il che fa onore ad Avalon, scopritrice di talenti non solo nel suo tour 9000 Dreams (in cui fa suonare DJ emergenti accuratamente selezionati) ma anche negli album che escono a suo nome. Entombed in Ice (Young Marco Remix), dal canto suo, non ha bisogno di presentazioni: l’olandese è una piccola celebrità del mondo della tech-house e di gran lunga il “guest” più “star” dell’album. Non è difficile capire perché: l’abilità nell’unire melodia e intense ritmiche da club, variando tantissimo nelle numerose sezioni del brano, sono difficili da pareggiare. Non tutto mi piace, nei Four Charm Remixes. Sandrail Silouhette (Minor Science Remix), ad esempio, la skippo volentieri perché trovo che snaturi terribilmente le melodie dell’originale, massacrando la bellissima voce della cantante con i suoi effetti eccessivi. Ma davanti a un’housettata röyksoppiana senza respiro come A Dam Will Always Divide (Lew E Asks the Dusk Remix) dell’australiano (e tutto da scoprire) Tornado Wallace non solo non posso che applaudire l’iniziativa di pubblicare questi remix, ma capisco anche l’apporto profondo che essi possono offrire all’esistenza di & The Charm. L’album si ispirava ai sogni della club music per produrre canzoni pop, la club music si ispira al pop per produrre sogni, e così a andare. Questo circolo virtuoso trovato dalla grandissima Avalon Emerson può darci tanta, tanta felicità. E, se dio vuole, questo è solo un assaggio.

Torniamo in Francia, anche se per poco: i JaJaJaJa, gruppo sul quale mi sono dilungato meno di quanto avrei voluto fare perché al basso c’è il mio amico e compagno di musica Taha, hanno fatto finalmente uscire della musica. Non molta, ma abbastanza per entrare nel loro mondo, dove la nostalgia per il Maghreb e un amore smisurato per jazz, funk e blues si incontrano su un terreno comune di groove, smisurato divertimento e ironia a non finire. L’intro Welcome, un messaggio ai passeggeri del loro aereo afro-americo-franco-arabo, è molto simpatica. Blues El Bilad, invece, è proprio un pezzone: gli accordi blues che flirtano con le scale arabe, il sax che imita fiati nordafricani e le poliritmie alle frange dello gnawa si sposano perfettamente col vocione profondo e cabarettistico del cantante Chekbo, risultando in una chicca tutta da ballare, sognando un po’ il delta del Mississippi e un po’ i segreti di Algeri. A rendere il tutto ancora più memorabile c’è un assolo di chitarra che, con gli effetti pazzeschi che gli ha messo il talentuosissimo Lotfi (dal vivo è quello che mi impressiona di più), ricorda quasi le composizioni elettroniche e festaiole di un Omar Souleyman. Taha, l’autore di queste (e molte altre) intramontabili bassline, ha annunciato da poco la sua partenza da Parigi: andrà a Zurigo per rivoluzionare il mondo del desing sonoro e architetturale del mondo di domani. Sono sicuro che JaJaJaJa gli sono debitori tanto quanto lo sono i gruppi in cui abbiamo suonato insieme. E spero che i ragazzi vogliano continuare a suonare e spaccare ancora di più, sempre ispirati dalle fiamme di passione e ispirazione che Taha ha acceso in quest’ultimo anno di musica, proprio come intendo fare io. Grazie di tutto, fratello, ti vogli(am)o bene.

Quando diventeranno delle star questa line-up mi mancherà comunque...
JaJaJaJa live @Le Royal Est, Parigi (11/07/2024)  
Passiamo all’annuncistica. Annuncio numero uno: è uscita la prima compilation di Salut les Zikettes!, l’associazione che aiuta le artiste donne in diverse città francesi a lanciarsi nell’avventura della creazione musicale con uno sguardo particolare al punk rock, aiutandole con atelier non-misti ad allontanarsi da spiacevoli dinamiche di dominazione maschile. Il trafiletto che accompagna la release su Bandcamp ha un incipit emblematico: “Sei anni fa, nessuno di questi gruppi esisteva”. E i gruppi ad aver creato una canzone espressamente per l’album sono ventotto. Penso che basti a far capire quanto sia stato efficace e proficuo il lavoro delle Zikettes dal 2018 ad oggi. La compilation (ventotto canzoni, appunto) è mastodontica e, anche se annunciata da tempo e pubblicata a spezzoni, è uscita da poco più di una settimana. Non avendogli dato il tempo di ascolto che mi renderebbe legittimo ad attardarmi in merito, mi permetto tuttavia di parlare rapidamente di quattro canzoni, quelle delle band dei cui concerti ho già avuto occasione di parlare in passato. Let’s Go di Prise Rapide: una piccola perla di riot grrrl dalle chitarre taglienti e frammentarie di scuola fugazita che, riproponendo in soli novanta secondi il cocktail di aggressività, groove e urgenza che caratterizza la band, mi fa tornare a dire: esse sono l’indie punk. Abyssal Pain di Margarita: l’amatissimo doom metal del power trio più pericolosamente rumoroso di Parigi, che senza rinunciare alla sua natura dark getta spesso e volentieri un occhio alla psichedelia, a questo giro non lesina in violenza sonora e mi mette KO con la sua alternanza di sezioni veloci, fatte di urla terrificanti e sberle batteristiche, e lentezze devastanti dove le telluriche frequenze basse fanno tabula rasa di tutto quello che si trovano davanti. SilenceS di Péridurale: il gruppo che in Aloha (Demo) (2023) proponeva brani sludge metal e hardcore punk vecchia scuola ritorna con un pezzo che coniuga queste due anime, ripetendo l’angosciante nenia “No voice for me, no choice for me” con toni che passano dal coro delle tragedie greche allo screamo duro e crudo, in variazioni ritmiche sempre sorprendenti e di grande effetto. Guerrière di Canines (ultimo pezzo del disco): la band ad averlo fatto con più cazzimma l’anno scorso, al suo debutto discografico tira fuori un bel coniglio dal cilindro: una ballata che sprigiona punk da tutti i pori, con toni di chitarra dissonanti che danno un tono post-hardcore incredibilmente energetico alle vocals tra il cantato lirico e lo spoken-word, in una canzone ancora più poetica e struggente di quel che mi aspettavo.  E dire che queste quattro canzoni fantastiche sono un settimo del totale! La bella musica nata grazie alle eroiche Salut les Zikettes! è veramente tanta, e merita di essere esplorata a fondo. Quali sono perciò le prossime tappe che mi prefiggo? Prima: comprare il disco e ascoltarlo a ruota. Seconda: provare a vedere tutte e ventotto le band dal vivo prima che esca il volume 2 della compilation e poter dire di aver platinato il meglio del meglio del punk femminista francese. È fattibile? Onestamente, non penso. Ma interessante, piacevole, avventuroso, arricchente, divertente, emozionante e sorprendente lo sarà di sicuro.

Annuncio numero due: Yorick Vinesse, il cantante di chanson française più talentuoso dei nostri tempi, sta per far uscire un album. Io di solito non metto mai link a video o siti che non siano canzoni, ma oggi voglio fare un’eccezione. Beccatevi a questo link il crowdfunding all’album. Perché ve lo sto spammando in maniera così spudorata? Le ragioni sono tante: innanzitutto siamo a poco meno di tremila euro su quattromila e mancano venticinque giorni, quindi è un argomento di attualità. In secondo luogo perché il disco è costato un bel po’ di soldi, tutte le spese sono elencate con precisione e l’obiettivo finale sono solo due terzi del totale servito a produrre l’album che, se la Francia è un paese giusto (spoiler: non lo è), lancerà in orbita un cantautore che se lo merita al cento per cento. Se nel mio rapporto con la musica, da un punto di vista sentimentale, io sono un devoto credente, dal punto di vista economico sono un consumatore. E se nella sfera religiosa è giusto avere una fede cieca verso il proprio dio, in quella finanziaria bisogna sapere perché si stanno dando dei soldi a qualcuno e che cosa si sta pagando. Così si fa crowdfunding, o anche: questi sono i crowdfunding ai quali voglio dare spazio e ragione. Altrimenti A BAS LE CROUNDFUNDING. Dai, che ci arriviamo! E possiamo sentire un capolavoro come En Rade (la canzone sul bistrò!) nello stereo invece che su un reel di Instagram.

Anche i Tako Toki hanno fatto un disco e l’hanno finanziato tramite un crowdfunding perfettamente rispettabile, al quale non ho partecipato perché sono un procrastinatore del cavolo e perché è comunque andato molto bene e molto spedito. Dal trio di fabbricanti di folli strumenti non elettrificati e compositori di genialate folkloristiche fantascientifiche, nel loro LP di debutto Hirsutes Farfelus, mi aspetto grandi cose e non vedo l’ora di rivederli. Nell’attesa di poter ballare con loro mi godo i singoli spettacolari di un’altra band prossima (lo ipotizzo e lo spero) a droppare un disco attesissimo: Le Feste Antonacci. I funkettari italiano-francesi, con P.U.L.P. e PORGI L’ALTRA GUANCIA hanno reso molto più magico e divertente il fottuto periodo tra la fine di un anno e l’inizio del successivo. La prima l'ha fatto offrendomi, dentro a un pezzo caleidoscopico ed esilarante (“Scatole che inglobano scatole […] Specchi che specchiano specchi”), la bassline più meritevole di una “funk grimace” degli ultimi anni, un’iniezione di ritmo che entra in circolo e dura persino più a lungo della durata della canzone. La seconda, un electro-funk persino più divertente, è una confessione di tutti i peccati più peccaminosi possibili, di cui, per l’appunto, il funk è senza dubbio il più capitale. Pop come pochi eppure sempre stranissimi, completamente tributari della musica nera degli anni ’70 e ’80 eppure mai veramente revivalisti, Le Feste Antonacci possono veramente dare una svegliata al sopito (o, quando è sveglio, stantio), mondo del funky italiano. Magari anche con un sonoro schiaffone, e speriamo prima che dopo!

Se ci fate caso, gli ultimi due artisti di cui ho parlato facevano parte della line-up del festival della Ferme Electrique, nel quale tra l’altro quest’anno hanno suonato anche Alvilda (e in passato, tantissima gente citata dentro a quest’articolo: Johnny Mafia, Marcel, Trotski Nautique…). Ecco, riguardando il mio articolo sui festival estivi mi sono accorto che, rispetto a un Xtreme Fest o a un Rock in the Barn, la Ferme porta sul palcoscenico, a luglio, molti più artisti prossimi alla pubblicazione di nuova musica. Io i miei voti ai festival li do sulla base dei cinque criteri di location, programmazione, organizzazione, attività e atmosfera, ma forse una sesta variabile, la preveggenza, merita di essere discussa un sei/sette mesi dopo. Perché a posteriori è evidente: nessuno come la Ferme Electrique sa regalarci musica che non solo ci entra nel cuore, ma ci resta anche per una lunga durata. Quest’anno ad aprire il festival c’era un duo di pop alternativo stranissimo, ATTENTION LE TAPIS PREND FEU. Una scelta coraggiosa, per una performance che più che vero piacere mi lasciò un senso di intontimento, con addosso un inscrollabile alone di curiosità. Sarà stata la strumentazione, che sembrava composta di giocattoli, oppure le basi e i testi, un po’ puerili e un po’ futuristici, oppure la cantante, stralunata in tutto. Chissà: il concerto del Tappeto mi è restato comunque impresso nella mente e nel cuore più di mille altri set vissuti in prima linea a fare casino. Me lo ricordo ancora come se fosse ieri.

Quando ho ascoltato Boom Boom Duplicata qualche giorno fa (è uscito a dicembre 2024), ho capito perché questo “finto hyperpop” (definizione pessima, ma non ne trovo di migliori) mi aveva marcato così profondamente. In effetti, la musica dei due scoppiati ha un qualcosa di profondamente regressivo, e soprattutto tocca tasti del mio cervello che quasi nessun’altro gruppo riesce a toccare. Che un qualcosa, un libro, un film, una canzone, mi sblocchino ricordi sopiti o persino rimossi forzatamente, mi capita spesso. Che i ricordi che si sbloccano appaiano belli, quello non succede praticamente mai. Ma ATTENTION LE TAPIS PREND FEU ci riescono. Già solo l’Intro, che comincia come una delicata esplorazione melodica e poi esplode in bordate bombastiche e multicolori, mi fa sentire di nuovo come quando ascoltai per la prima volta Theme From the Cameretta dei Cani seduto sul letto a pancia in giù. Poi arriva Boom Boom Duplicata, un concentrato stordente di arpeggi rari ed elettrici (tipo Zapdos) misti a shoegaze semplice e dritto al punto, ed è come se provassi di nuovo la sensazione della prima volta che, da ragazzino, ho sospettato di essere innamorato: uno sbigottimento quasi contento di contenere in sé un po’ di dolore (la canzone che ascoltavo di più in quel periodo? Loomer dei My Bloody Valentine). T’es Mon Ami.e, filastrocca dal finale metal demolitivo, mi riporta a un tragitto dalla scuola media a casa, sotto un acquazzone, con Floods dei Pantera in cuffia ad anestetizzare la paura di non avere amici. Insomma: sono passate tre canzoni ed ho di nuovo quattordici anni.

E, nonostante un inizio così intenso, l’album non cala mai. La voce trasognata di Carla Descazals non annoia nemmeno un istante, e Martin Mahieu sa sempre trovare le frequenze e le note giuste per farla suonare come un amplificatore di ricordi. I suoni che i due trovano, pur non essendo affatto inconvenzionali e anzi stando quasi ai limiti del radiofonico, riescono sempre a risuonare fuori dal comune, spostati leggermente a Nord-Est dalla normalità. A volte la ricerca di immensità evocativa si sposta su lidi più convenzionalmente IDM, come nella volutamente infruttuosa esplosione di drum’n’bass rumorosa di J’ai Perdu Ma Langue Sur Ton Doigt o nell’inquietante J’ai des Soucis de Voix, un’eco lontana di quando ho scoperto il Richard D. James Album di Aphex Twin, scaricato sull’iPod prima di un lunghissimo viaggio in auto per andare a delle irrichieste vacanze in Sicilia (e ascoltato con cuffiette scadenti fino allo sfinimento). A volte invece ATTENTION LE TAPIS PREND FEU decidono di prendere strade talmente semplici da disorientare: Le Meilleur des Goûters, archetipo definitivo della ballata dream-pop, sconvolge nel suo testo ermetista naïf (“Scusami, ho mangiato tutti i segreti che hai lasciato […] Preferisco ricordarmene come la migliore delle merende”); Ma Chanson de Ton Réveil, intermezzo acustico soffuso e mormorato, inframezzato da inserti sonori dei momenti tra la sveglia e l’uscire di casa, nel suo minimalismo è una delle canzoni più intimiste che io abbia mai sentito. E persino con le canzoni nelle quali non sento di rivedermi del tutto, tipo Yumi, pezzo happy hardcore dagli accordi emo che parla di una cotta infantile della cantante per un personaggio di Code Lyoko (serie animata francese finto giapponese), non posso fare altro che vibrare terribilmente.

Descazals e Mahieu hanno inventato un piccolo mondo che riesce a intrappolarmi senza che io riesca a capire del tutto il trucco. Di sicuro, sono pochi gli artisti capaci di eseguire richiami all’infanzia così pertinenti, pregni di significato e di precisione. Soprattutto, ATTENTION LE TAPIS PREND FEU riescono in una cosa difficilissima: rendere un viaggio nelle proprie insicurezze del passato, a prima vista repulsivo, un qualcosa di orecchiabile, interessante, attraente. Non me lo sarei mai aspettato, anche perché il loro album precedente, il più chiptunesco e (forse eccessivamente) narrativo Bogueware, ascoltato poco prima della Ferme Electrique, non mi ha nemmeno conquistato più di tanto, forse perché a volte è troppo prevedibile e a volte troppo lolwut so random, senza mai trovare il giusto mezzo. Il giovane duo parigino in Boom Boom Dupicata ha ripreso quella formula lì, un cocktail di allucinazione, malinconia e fantascienza, e l’ha infarcito di emozione allo stato puro, riuscendo a creare una nuova frontiera del pop elettronico. Applausi.

Tornerei.
VoX LoW live @La Grange (Ferme Electrique), Tournan-en-Brie (06/07/2024)
Un altro concerto della Ferme Electrique che mi era piaciuto tantissimo era stato quello del gruppo più “rinomato” dell’edizione: VoX LoW, post-punkari con una spiccata vena elettronica, cupa e clubbettona. Qualche mese dopo aver fatto sgambettare tutto il fienile (e una frazione, per quanto probabilmente irrisoria, del Rock en Seine!) i parigini hanno fatto uscire un Singles and Rarities (2014-2018) che, francamente, si fa ascoltare come se fosse un album a sé stante. In particolare, perché ha un sound sempre coerente e un sapore come di reverenza verso il synth-pop più darkettone dell’inizio degli anni ‘80, quello dei primi Depeche Mode oppure dei Johnson Righeira di Vamos a la Playa (1981 Original Demo Version), per capirsi. Penso che un gruppo come i VoX LoW sia fantastico da vedere dal vivo o sentire inserito in un DJ-set, mentre ascoltato nella sua versione studio sia un po’ monotono. Nonostante la lodevole organicità di questa compila, perciò, non penso che la ascolterò molto spesso. In compenso, ci sono almeno tre canzoni che mi piacciono molto e che se fossi un DJ serio mi salverei sulla chiavetta (siccome non sono un DJ serio mi limiterò a passarle tramite cavo aux). Vi invito a segnarvele, ‘ste hittone: la prima, Baby Brown (Short Edit) è la rappresentazione perfetta della miglior coldwave, quella che non nasconde la sua sensualità un po’ perversa e che non ha paura di scendere sulla pista di ballo e persino abbracciare ritmi house music; Loving Hell, gigantesco omaggio ai suoni dei Joy Division, è un post-punk atmosferico e impressionista che ti catapulta in una stanza dalle pareti verniciate di colore blu scuro; infine, Velvet Keats è veramente lo nostro fare darkwave revival: goticheggiante, minimalista ma anche arioso, e soprattutto privo di ogni pretesa di essere rileccato, come lo si può facilmente notare nei suoni sfiziosamente retrò (i cori femminili che sembrano, o sono, quelli di una tastiera Casio; mi fanno volare). Ve lo consiglio, ma solo se siete “diggers” con la D maiuscola.

Sempre per restare in tema Ferme Electrique, mi sono interessato al nuovo EP dei Télépagaille, araldi di un sottogenere tutto francese dove il pop anni ’80 viene reinterpretato in una chiave punk rock che, senza mascherarne la disapprovazione, io e Paul avevamo rinominato “rage against Indochine”. In concerto non mi erano piaciuti granché, ma sentivo come il sospetto che il disco potesse catturarmi e, neanche a farlo apposta, l’intuizione era giusta! Traction EP, in particolare, coniuga un grande dinamismo musicale a testi decisamente divertenti: l’ipocondriaca sgasata synth-punk Docteur, ad esempio, sa sempre dove mettere la stilettata di distorsione necessaria a rendere il racconto coinvolgente; Monsieur l’Agent, sublima nel suo riffing surf-rock la satira sulla ridicolezza dei burocrati che amano il potere; la fumettistica Distributeur, ricca di suoni onomatopeici e chitarre ronzanti, racconta l’acquisto di un pasto al distributore automatico con un’evocatività tardo-capitalista degna di Frank Miller. Télépagaille, in quest’album, hanno curato talmente bene la composizione dei pezzi che ogni parola, ogni pausa, ogni plettrata è dosata con una tale precisione che la storia si disegna da sola. Non posso dire che questo synth-punk ai limiti del pomposo (non siamo ai livelli di Fat Dog ma quasi) sia proprio il sottogenere che preferisco nel panorama del rock di oggigiorno. Quando è eseguito così bene, però, non posso rimanere indifferente, anche e persino se il concerto non mi è piaciuto. Penso che tornerò a vederli appena posso.

Incredibile ma vero, dopo tutte queste release della Fattoria Elettrica mi sono messo ad analizzare tutte le uscite degli artisti negli altri festival a cui sono stato (ho escluso il Best Friends Forever, troppo recente), ed ho trovato… Poca, pochissima roba! Delle band che mi sono piaciute all’Xtreme Fest è uscito solo un album degli spagnoli Old Time Spooks che, più che un vero partecipante alla line-up del festival (non hanno mai suonato nei palcoscenici principali), erano un act ai limiti del circense, intrattenitori cupi ed esaltanti che, con il loro country-punk acustico, erano adatti ad ogni luogo e occasione. Cuchillo. Sangre. Muerte. Ataúd è un disco ben realizzato e senz’altro simpatico. Ha il vantaggio, in particolare, di vedere il cantante abbracciare la lingua spagnola come più gli si confà (con anche qualche testo niente male, tipo l’inno punkabbestia-satanista di Villa muerto). Resta comunque un album al quale non mi sentirei di dare più di un ascolto rapido e un sorriso fugace al pensiero di ricordi divertenti della mia vacanza nelle miniere albigesi. Così come, del resto, Old Time Spooks sono una band a cui voglio bene ma che non andrei vedere in concerto.

Se l’Xtreme Fest ha fatto veramente maluccio, il Rock in the Barn un pochino meglio ma veramente niente di che. Di tutte le band che ho visto in Normandia ci sono state solo due release interessanti e, guarda caso, sono quelle dei due act che mi sono piaciuti un po’ meno degli altri, quelli che avevano ispirato la battutaccia sul “brainrot rock”, quello che non ce la fa proprio a nascondere il rifiuto di concetti “vecchi” come: avere una band di strumentisti, non avere elementi elettronici, non voler mischiare tantissimi generi gli uni con gli altri, etc. Vi devo dire, mi sta anche simpatica questa musica da gen-z. Maddy Street per esempio canta bene, rappa ancora meglio ed ha scelto strumentali piuttosto carine e originali del suo nuovo EP Heart Choices. Ok, i testi e l’alternanza (decisamente ostentata) della lingua inglese e di quella francese possono avere il loro lato cringe, ma qualche pezzo si fa ascoltare con piacere. Mi piacciono, in particolare, Deep Eyes, un dance-pop ultramoderno nelle sue influenze indie e la bombetta UK garage Big Dreams, anche se in entrambe mi sarei risparmiato virate inconcludenti in: metal e/o chitarre distorte e/o vocals aggressive. Detto ciò, spero che un giorno una di queste canzoni finisca nel menù di FIFA, dove ce le vedo benissimo. Giuro che lo intendo come un complimento, anche grosso. Ho sempre adorato la musica del menù di FIFA.

"Only to find out that England had won two-nil, boo..."
Maddy Street live @Scène A (Rock in the Barn), Vernon (07/09/2024)
Se Maddy Street non mi aveva fatto impazzire, avevo trovato più punti in comune con la musica di DITTER, trio di pop-post-punk (da non confondere con il post-pop-punk che è un altro genere) tanto promettente quanto prematuramente storytellizzato (ho visto una rivista che ha considerato il loro set a Vernon come uno dei migliori concerti dell’anno… carino eh, ma non entra nemmeno tra i migliori tre della giornata!). Non hanno fatto propriamente uscire musica nuova, DITTER, bensì un disco di remix. E se Me, Money & Politics (Remix) non è il primo album di questo genere del quale parlo in questo articolo, è sicuramente il primo ad essere del tutto inutile. Follow No One - YMNK Remix, trasformando una delle canzoni più belle del 2024 del rock francese tutto in un’insopportabile cantilena di quel genere indefinito tra hyperpop e techno commerciale, mi fa perdere subito fiducia nell’album. Quel che viene dopo è ancora peggio: il remix di Do Things Right (linko le originali, almeno ascoltate qualcosa di decente), sembra uno sforzo dei producer nel fare un pezzo techno che suoni come lo stereotipo definitivo della techno, quello di Cherche Pas invece modifica la voce della cantante in maniera offensiva e infine quello che si serve delle melodie di I Do Hate You (But I Do Like You) in maniera fallimentare per inventarsi una canzone decostruita, che manco se fossimo su un disco con Arca vestita da androide in copertina, è praticamente inascoltabile. Solo gli ultimi due pezzi si salvano, almeno concettualmente: Lalala Song - ALIAS Remix mantiene il feeling organico dei suoni della band e ha un suo perché, sembra di ascoltare una canzone delle Automatic remixata dai Soulwax (sarebbe bello, eh?), mentre vibrato bz bz blop - Kriill Remix ha un sottotesto sonoro di indietronica che si sposa bene con le linee melodiche quasi twee della canzone. Per il resto, no grazie.

***

Ammazza, che wall of text.

Siamo giunti alla fine di questa lunga avventura, questa fottuta avventura di fine anno. E devo dire che è stato un grande piacere. Parlare di album è veramente il sale della vita e penso che lo farò ogni gennaio. Magari organizzandomi meglio con la redazione. O magari no. Perché alla fine, di essere un blogger “contabile” non mi interessa granché. Il piccolo grande mondo di dischi che si è costruito in queste pagine tra racconti di concerti, vita vissuta e riflessioni su argomenti che solo a prima vista non hanno niente a che vedere con la musica è fluido, caotico, poco accessibile, e dev’essere approcciato a piccoli passi, di volta in volta, scremando anche quello che ti appare davanti. È anche per questo che tutto mi sento tranne che un “selezionatore”: molte delle scoperte che sono in questa lista non sono frutto della mia attenta ricerca ma sono capitate per caso. Alcune torneranno negli anni a venire, altre probabilmente no. Ma è stato bello conoscerle.

Cosa posso augurarvi, in questo 2025? Vi auguro di sentirvi ogni giorno parte di un’avventura, un po’ come mi sento io. Vi auguro di emozionarvi con una nuova canzone il più spesso possibile. Vi auguro di stare bene. E di sentirvi realizzati con voi stessi, come lo sono io dopo aver preparato, scritto, corretto, formattato e pubblicato un articolo come questo, lunghissimo e che leggeranno in pochissimi. Perché finché esiste anche solo la possibilità che quello che facciamo raggiunga il suo scopo, allora vale la pena farlo.

Amo pensare che qualcuno sorriderà leggendo una battuta, si troverà d’accordo o in disaccordo con una delle mie riflessioni o delle mie piccole e bonarie (spero si intenda) polemiche. Ma soprattutto, amo pensare che questo aprirà la porta di un nuovo sentiero sonoro ad almeno una persona. Finché c’è la possibilità che succeda anche solo con un’unica, sola persona, per me ne è valsa la pena.

Ciao. Buon anno.