È un po’ lunga, forse, questa fottuta settimana di capodanno. Del resto,
anche l’“anno” durante il quale Stereo Totale è esistito è durato qualcosina di
più che dodici mesi: quindici, per la precisione. E bellissimi, devo dire: ho
l’impressione di averne fatte e dette di ogni.
La cosa di cui vado più fiero è il fatto che i concerti che ho raccontato
più o meno nel dettaglio non solo sono stati tantissimi, ma anche molto vari:
se rileggo le pubblicazioni dell’ultimo anno posso passare serenamente
dall’abbiocchino metallaro dei Tool all’istrionica prestazione di Jarvis
Cocker coi Pulp, analizzare il punk di domani coi Turnstile e controllare
lo stato di forma dei figliocci dell'indie rock The Vaccines, facendo capolino anche nella futuristica musica da club
dei Soulwax, oppure riempendomi di nostalgia con lo shoegaze malinconico dei DIIV.
Di musica ne è stata trattata un bel po’, su queste pagine, e in parte è
musica di grande successo, persino di fama internazionale. Ma non solo: c’è
anche tanta musica underground, perlopiù francese, che è ancora in corso di emersione.
Vogliano essi imporsi per stamparsi nella coscienza collettiva delle
moltitudini oppure restare a loro agio nella nicchia, gli artisti underground
ai quali ho dedicato le mie parole producono continuamente nuova musica, che
ascolto con la stessa assiduità e passione che dedico a gruppi già affermatissimi
come i sopracitati. Sono artisti, questi, ai quali mi sono affezionato, per
ragioni sempre musicali e talvolta anche umane. Artisti dei quali magari, dopo aver
dedicato loro lunghi articoli, non parlo più su questo blog, ma dei quali seguo
ancora l’operato con interesse. Artisti che in quest’ultimo anno hanno aggiunto
nuova musica sul tavolo. Un po’ per amore e rispetto di questi creatori di
sogni, un po’ per la sempreverde e sbagliatissima ma soddisfacente sensazione
di aver costituito in qualche modo una “Scuderia Stereo Totale” nei miei
scritti, voglio finire la mia retrospettiva di fine anno parlando dei loro
lavori più recenti.
A differenza delle disamine su dischi sordinati e concerti dimenticati, e
col fine di spezzare una consuetudine stilistica tipica di fine e/o inizio
anno, anche antipatica a lungo andare, non scriverò un listone, bensì un bel
wall of text a mo’ di flusso di coscienza. Mi sembra il modo giusto per tornare
sull’operato dei gruppi underground che ho già ammirato in passato con gli occhi,
le orecchie e la tastiera del PC. Un modo leggero, informale e spero anche
simpatico per dire, ai gruppi del cuore di questo blog: “Non vi preoccupate,
non sto scrivendo una recensione. Sto solo raccontando le ultime novità”. Un
po’ come se questa fosse una lettera. Il cui post scriptum, persino per gli
artisti che redarguirò un po’ (o un po’ tanto), recita sempre e comunque: “Vi voglio
bene”.
***
Per comodità procederò in ordine cronologico, non quello delle uscite
discografiche ma quello delle mie trattazioni. Quello di Trotski Nautique,
ad esempio, è il mio primissimo (e perciò, personalmente, indimenticabile) live
report. Di conseguenza, il duo di “french touch” (solo a battuta, in realtà è
più un electro-pop) satirico e minimalista merita di essere il primo a venire citato in questo recap di fine anno. Di novità ce ne sono un po’, per quanto
riguarda Trotski Nautico. La prima, è che adesso sono in tre. Non so bene chi
sia, questo Marius Atherton che si è aggiunto alla dissacrante compagine
parigina, né cosa faccia. In compenso, nelle foto degli ultimi “galà” trotskisti,
lo si può sempre osservare mentre suona un corno di ottone. Mai banale, questo
gruppo.
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| Spero che l'errore di spelling sia voluto |
Quando raccontai il concerto di Trotski Nautique era appena uscito Le Meilleur de à Bas, il disco che diceva: “Abbasso!” a una gran varietà di cose, tra cui: il lavoro, David Lynch (RIP), l’ingresso a offerta libera, l’attuale dirigente del Partito Comunista Francese, gli stessi Trotski Nautique. Dopo quell’album e un’infinità di set in ogni parte di Francia, in ottobre hanno fatto uscire a sorpresa un EP che, a meno di essermelo sognato, per un periodo si è chiamato Guerre EP (si pronuncia come “Guerre et Paix”, il libro di Tolstoij). In questo momento, di questo titolo non c’è più traccia da nessuna parte, perché il disco risponde dappertutto al nome Guère Epais (“Nient’affatto spesso”, ovvero molto sottile). Se questo scherzo strano, divertente e interlocutorio non bastasse a farvi capire che l’umorismo di questa band è fuori dal comune, potete sempre ascoltare l’album, che oltretutto è breve, leggero e fresco. Già dal primo verso di Balek Total (“Fregacazzi proprio”) sarete colpiti dall’ironia sagacissima che li contraddistingue. Ho riso ballando o ballato ridendo quando, sull’orecchiabile e dinamica base di synth minimali, Alda Lamieva racconta che i galà in provincia servono solo a guadagnare soldi e che delle città in cui suonano, con le loro ridicole rivalità (si dice “pain au chocolat” o “chocolatine”?, il Mont-Saint-Michel è normanno o bretone?), Trotski Nautique se ne strafottono anche e soprattutto perché in queste regioni di bifolchi il Front National prende un casino di voti. E se la bellissima opening track, a mio avviso, è quasi il culmine della vastissima produzione della band, con una comicità che più graziosamente insultante di così non può essere, il resto dell’EP riconferma la maestria dei due-ora-tre a trattare temi socialmente rilevanti con piglio sarcastico ed esilarante. Si torna su temi classici del repertorio trotskiano come i treni e le diseguaglianze sociali, trattati in Première Classe (il twist: a loro delle classi sociali non frega nulla perché ormai fanno parte dello showbusiness), ma anche storie completamente inaspettate come David Chaussure, nella quale David Snug rievoca il giorno in cui ha scoperto che Kurt Cobain era morto e ne trae un’importante lezione sull’igiene orale (non ve la sto nemmeno a spiegare, ascoltate). La cosa bella di Trotski Nautique e che si riconferma in questo EP è che, essendo un gruppo ultra-minimalista e pieno di gimmick, sai sempre un po’ cosa aspettarti da loro. Eppure le “costanti” sono sempre sorprendenti. Ce ne sono tantissimi, in Guere Epais, di elementi del genere: la cover di Careless Whisper in francese, l’omaggio demenziale alle icone dell’imperialismo americano (Rambo 4), le riflessioni sull’inquinamento in cui, assumendo la voce del padrone, Lamieva ti dice con candore che: “C’est ta faute” (“È colpa tua”)… Nell’ultimo quarto d’ora di musica di Trotski Nautique c’è tanto da scoprire, persino nelle cose che la band fa e dice da anni. Non posso che consigliarvelo e, visto che i Trotski hanno manifestato negli anni un vero amore per le frasi fatte, posso darvi la ragione definitiva per ascoltarlo: perché fa ridere ma fa anche riflettere.
Cambiamo genere e andiamo al rock. Vi ricordate dei due Clinic Rodeo,
mattatori di una serata a Vitry-sur-Seine in cui ci avevano offerto una scarica
di hard rock di una certa qual importanza? Ebbene, hanno tirato fuori una discreta
sorpresa: un EP acustico di nome Red Sky. Per me che ne avevo apprezzato
tantissimo la potenza distorta, è stata una riconferma dell’abilità dei rockers
di Montreuil. Il disco è composto perlopiù di nuove versioni acustiche del
meglio del repertorio del duo. Le canzoni sono riarrangiate e prodotte
benissimo, il crudo suono delle corde è godurioso e la voce cavernosa del
cantante coi basettoni funziona anche per queste nuove sonorità country-folk. Non
è veramente il mio genere perciò non è entrato così tanto nelle mie rotazioni,
ma devo dire che nella loro nuova veste i pezzi acquistano una bella evocatività
desertica: per capirci, è musica che ascolterei volentieri mentre me ne sto
seduto al bancone di un saloon di legno, bevendo whisky. Vedrò di munirmi del
necessario per ricreare la situazione, se mai Clinic Rodeo tornano a suonare in
zona.
Gli SliP, che ci avevano portato uno skate punk molto
“Xtreme-Fest-friendly”, se ne sono usciti col loro disco di debutto quattro
giorni dopo la pubblicazione del mio live report. Sull’album non ho niente da
aggiungere rispetto a quel che dissi di quel che avevo sentito al SUB di Vitry
nell’autunno del 2023 e di quello che ho detto in seguito su quel pop-punk
molto, molto melodico e molto, molto rapido, ovvero: purtroppo, non penso che la
mia relazione di amore-odio con questo genere potrà mai risolversi. Bigger Than
Small è un album piuttosto festaiolo dall’ispirazione Offspring spiccata che,
come gli album dei suoi genitori californiani, non riesce a entrarmi nel cuore.
Un po’ mi dispiace, perché anche se il disco ha i suoi difetti strutturali,
tipo le vocals un po’ distanti e sbiascicate, le buone idee abbondano. Ma alla fine della fiera, le
uniche canzoni sulle quali ritorno con piacere sono solo quelle poche che presentano una rara quanto sempreverde impronta ska, in particolare la giocosa e quasi madnessiana A Love Story on Wheels, oltre che la cover di Hard Day’s Night dei Beatles
(veramente incredibile, l’ho anche messa alla fine di un mixtape una volta).
Penso che nel contesto live giusto mi godrei al massimo anche gli altri pezzi
degli SliP, e devo dire che rivederli proprio all’Xtreme Fest lo scorso luglio
sarebbe stato il giusto terreno di incontro. Peccato!
Che dire, invece, dell’ultimo dei Johnny Mafia? 2024 : Année du
Dragon è uscito a febbraio e, a quasi un anno di distanza dal primo ascolto,
posso dire che è l’ennesima riconferma di uno dei sound più riconoscibili nel panorama
rock di oggigiorno. A mio avviso il loro garage rock, moderno nella produzione
e nell’approccio ma polivalente nei suoi numerosi omaggi al meglio degli anni
’90, scassone ma anche pieno di emozione e sensibilità, siede semplicemente nel
gradino più alto di quel che la Francia ha da offrire musicalmente. Per me
l’Anno del Drago è stato un classico istantaneo, talmente straborda di riff
iconici, di melodie immortali e di dettagli entusiasmanti che ne rendono
l’ascolto sempre avvincente. Green Eye è semplicemente l’opening track
più potente del 2024, una smitragliata di cazzimma (quando ho sentito l’attacco
delle chitarre il mio cervello ha deflagrato) e di classe (la chitarra acustica
e il lick di tastiera nella seconda strofa, ne vogliamo parlare?) in parti
uguali. I singoloni Vomit Candy e Rules Bulls Bells mi hanno
regalato due dei ritornelli più memorabili dell’anno, il primo liberatorio, un
sapore di menta fresca nella bocca dopo i rigurgiti un po’ nauseabondi narrati
nella strofa, il secondo distruttivo come un toro che entra nell’arena della
corrida sfondando le recinzioni di legno.
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| Quando ti prende come un bisogno di idratazione... Johnny Mafia live @La Maroquinerie, Parigi (05/04/2024) |
Se i toni che ho appena usato per l’ultimo album dei Johnny Mafia vi
sembrano al limite del sensazionalistico, è perché non avete mai letto quello
che scrivo (e dico) dei Marcel non appena ne ho occasione. In maniera
molto succinta: secondo me sono, se di fatto o in potenza decidetelo voi, il
miglior gruppo noise rock d’Europa. Il loro secondo album è probabilmente la
release che attendo di più dal 2025 e, da quel che ho potuto sentire dal vivo,
penso che non deluderà. C’è una canzone della quale vi ho già parlato, il cui
tema è un episodio calcistico del quale mi ero scordato. Ci ha pensato la tanto
anelata uscita del singolo a farmelo sovvenire e a ricordarmi che Chelsea
uguale malvagità: Spirit of Eden Hazard Kicking Ball-boy, oltre ad avere
un titolo divertentissimo, è un concentrato grottesco e caotico di cattiveria
che, in un solo minuto e mezzo, rade al suolo ogni certezza di sanità. Il
“sophomore album” dei belgi si prospetta rumorosissimo e fuori di senno. E ne
sono felice.
Se vi ricordate bene, nei festeggiamenti del mio personale “giubileo del
garage punk europeo” in data ottobre 2023 non c’erano solo i Marcel ma anche La
Elite, uno dei gruppi di spicco di una florida ondata di synth-punk
catalano. In effetti, nel loro concerto parigino, il duo aveva consacrato il
culto del suono del Nuevo Punk, che non è un vero genere ma il titolo del loro
album del 2022: riffazzi stilizzati e festaioli, linee di synth melodiche e
(video)giocose, testi rozzissimi con sprazzi poetici. Le canzoni funzionavano in
maniera incredibile e non vedevo l’ora di risentire un ritorno, anche senza
grandi innovazioni, di questa formula vincente.
Che Yung Prado e David Burgués abbiano finalmente trasformato la genialità
del moniker La Elite nel loro mestiere mi fa tantissimo piacere. E che questa
agognata riconversione professionale si sia trasformata in bulimia discografica
mi sta più che bene: i ragazzi di Lleida nel 2024 hanno pubblicato ben due
album! Il fatto che, però, la qualità della produzione artistica sia stato
preoccupantemente decrescente, beh, non posso ignorarlo. Escaleras al Cielo è
un disco ok e ha anche i suoi bei momenti: una Gran Noche non vale certo
una Nuit Folle, ma resta un’introduzione simpatica per una nuova discesa
nel mondo così “street” de La Elite; Vida de 1€ è divertente come lo era
nel primo EP del 2019; il (solo) momento emotivo del disco, Plan de Mierda,
ha quasi il fascino disperato di cori da ultras del primo album come Marlburro
o Pintando en un CD (quasi…); e l’orecchiabile Gatos Callejeros è
comunque un potenziale inno punk. Certo, però, le weak tracks sono davvero
troppe, vedasi per esempio Otra Noche Mas che presenta una strofa di
tale Pokito Paranoiko assolutamente inascoltabile (alla stregua di praticamente
tutte le altre comparsate di ospiti speciali)! E ancora, l’universo lirico e
persino melodico è molto meno variegato che nell’album precedente: quando a
metà album la stessa accoppiata ritmo-bassline di troppe altre canzoni
dell’album, con acuti di sintetizzatore al limite del pigro, e Burgués comincia
a cantare una roba come: “Por la noche ando borracho, con el ojo morado, Marca Personal, es mi marca personal” un po’ mi scendono le braccia: l’efficacia
del suono La Elite è sprecato in banalità delle quali si potrebbe fare a meno.
L’album successivo, Directos al Infierno, non è tuttissimo da buttare, ma porta
queste problematiche a un punto ancora più eclatante. Senza mai provare una
virata un po’ intimista, senza mai lanciarsi in storytelling veramente osativi,
senza mai trovare la melodia che non si può fare a meno di canticchiare o
cercare il drop che ti faccia venire voglia di scuotere la testa ai quattro venti…
niente da fare, il sound de La Elite si appiattisce terribilmente! L’unico
pregio che posso trovare a questo disco è che, quantomeno, tra i featuring ci
sono diverse cantanti donne, novità che dona un po’ di brio al tutto: la
miglior canzone per distacco, non a caso, è Illuminati Corp con le
mitiche riot grrrls Tetas Frías (che ho troppa voglia di vedere dal vivo).
Detto ciò, siamo comunque davanti a un’involuzione che mi fa solo sperare in un
reset, in un ritiro nella stanza dello spirito e del tempo che faccia tornare
La Elite quell’oggetto unico e inimitabile, ma soprattutto imprevedibile, che
era la band di Nuevo Punk.
Un gruppo punk dal quale non aspettavo grosse riconferme, ma che ha tirato
fuori un disco devastante pochi mesi dopo che l’ho visto live, quello è il trio
tolosano Radical Kitten. Uppercat, uscito a gennaio 2024, è una lectio
magistralis sul come fare post-punk ai giorni nostri senza suonare ripetitivi o
derivativi: rompendo le frontiere tra i generi, creando nenie assordanti,
spingendo sull’acceleratore dall’inizio alla fine. Tra una chitarra affilata ed
efferata, una sezione ritmica sabbatica ed ipnotica e una fotta femminista
distruttiva, il pugno sotto al mento arriva, eccome. E in soli venti minuti,
pur restando sempre sugli stessi toni rabbiosi, Radical Kitten esplorano una
varietà di stili eccezionale. Si passa dal suono darkwave (l’originale, non
l’imitazione) dell’intro Never on Time, una sorta di In the Flat Field tardo-capitalista, ad aggressivi ed alienanti noise rock come la contortissima
No Means No, fino a derive post-hardcore incazzate nere come la parte
urlata di Fake as Fuck (che mi fa ancora un po’ paura). Il meglio, però,
la band di Tolosa lo dà nel riuscire a donare un sapore punk a impianti
musicali e ritmi che chiamare inconsueti sarebbe un eufemismo: l’accoppiata
finale, composta dall’estatica epopea klezmer-punk di Afraid to Die e il
reggaeton che si tramuta in hardcore punk e poi in no wave in Worst Friend,
bisogna veramente ascoltarla per crederci. Gli album punk brevi e di fattura
abbastanza rozza molto spesso o hanno un paio di hit da ascoltare a
ripetizione, o mostrano del potenziale ancora da sfruttare. O l’una o l’altra,
aut aut. Ecco, Uppercat riesce a fare le due cose allo stesso tempo: ha diverse
hit e mostra un grandissimo potenziale, che può esprimersi ancora meglio di
così. La personalità che Radical Kitten hanno trovato nel loro sound è comunque
una vera rarità, e la bravura degli interpreti (specialmente Iso alla chitarra:
la vera definizione di genio e sregolatezza) lascia intravedere un futuro
radioso. Non c’è nessuna fretta: restiamocene a goderci il momento scuotendo il
corpo spasmodicamente su Mouse Trap, e scordiamoci per un attimo che c’è
un’attesa al varco.
Core memory...
Arriviamo ora a un act che invece stavo aspettando al varco per davvero. Nel 2024 da Ellah A. Thaun, che ancora non sapevo se fosse una cantante, una band o un concetto, mi aspettavo di scoprire la vera essenza. Nonostante avesse pubblicato qualcosa come una trentina di album (ne ho ascoltati tantissimi, più del necessario), praticamente solo i due Arcane Majeur suonati con la band mi erano sembrati una vera prova di maturità e di una direzione artistica che mi sarebbe interessato approfondire. Per carità, di roba interessante ce n’era eccome, tra i letterali mucchi di ambient ipnagogica, freak folk e techno alternativa contenuti nelle infinite release di Bandcamp dell’artista di Rouen. Ma i dischi con la D maiuscola, quelli che ti aprono un mondo che non pensavi potesse esistere e ti offrono di rifugiartici ogni volta che ne hai voglia, per il mio gusto personale erano praticamente solo quelli in cui, ad affiancare la sempreverde Nathanaëlle Hauguel (vocalist e tuttofare di EAT da sempre), c’erano artisti con la A maiuscola come, ne cito solo due, il più che impressionante batterista Samuel Antonin o la smanettatrice elettronica post-modernista Rapport 1984 (già compagna di avventure di Hauguel nel duo industrial Valeskja Valcav, che nel 2017 aveva osato immaginarsi, non senza lungimiranza, The Shape of Goth to Come). Non ero il solo a vedere in Arcane Majeur l’espressione di quello che Ellah A. Thaun poteva e forse doveva dimostrare al panorama musicale odierno: anche la crème de la crème della stampa nazionale si era prodigata in lodi su quel che suonava a tutti gli effetti come un “nuovo inizio”, e la band stessa proponeva un live (incredibile) essenzialmente incentrato su questi due lavori. Ora, artisti “normali” in questo caso produrrebbero quel che tutti si aspettano: un Arcane Majeur III che riporti al pubblico quel brillante post-rock esoterico, macchiato in egual misura di screamo e cantautorato, unico nel suo genere. Quando però sui canali dei normanni è uscito l’annuncio di un mixtape di ventotto tracce prodotte dall’“Ellah A. Thaun collective” ho capito che Ellah A. Thaun non è un’artista normale, e sono rimasto incuriosito ancora più di quanto non lo sarei stato con una release “convenzionale”.
Animal? You Are, rilasciato in due CD per un’ora totale di musica, è stato
per me la risposta all’annosa questione: che cos’è veramente Ellah A. Thaun? È,
innanzitutto, un gruppo di persone (le sopracitate e molte di più) che,
producendo musica da sole o in gruppo, si ispirano le une le altre. Il collage
di frammenti di ambient, field recordings, club e rave music, rock e noise, che
sono stati composti tutti da persone differenti e che si susseguono in maniera
continua nei due mix, riescono a suonare coerenti soltanto grazie a quell’energia
invisibile che è la coesione del gruppo. Ma Ellah A. Thaun non è solo una forza
collettiva: è anche la sensazione di vivere in una zona d’ombra tra sogno e
realtà, che già esisteva nei vecchi album, ma che mai prima d’ora si era
palesata in maniera così realistica! Le esplorazioni soniche che ogni tanto
vanno a posarsi su canzoni suonate dalla band di Arcane Majeur sono tali e
quali le sinapsi che nel dormiveglia vanno da tutte le parti, soffermandosi a
volte sull’astratto (i maestosi synth di Theme for Djis) a volte sul
nostro lato più animale (la drum’n’bass di Book of the Dead), e che tra
il dolce abbandono all’oblio del sonno (Aka) e le angosce di incubi
dalla durata indefinibile (Flesh for Stress), a volte atterrano in
luoghi che già conosciamo eppure ci paiono nuovi (Telepathine 23), che
ci accolgono offrendo al contempo visioni surreali. E la sequenza di cinque
pezzi che ho appena citato è solo una delle tante a offrire di questi spunti.
Ellah A. Thaun è gusto del macabro (il discorso della condannata a morte in
Pure Bliss Casket), del terrificante (le urla e i suoni di No Law but Love o The Derelict) e del liminale intemporale (la vaporwave di G-R-I-D).
E, infine, Ellah A. Thaun sono le melodie che ci portiamo dentro e che ci
accompagnano un po’ da sempre, che siano le nostre, come le canzoni degli
Arcane Majeur riproposte in vesti nuove ed esaltanti (Princest 23 ha
un’inquietudine, un’urgenza e una foga che me la fanno preferire all’“originale”),
oppure quelle degli altri, come Heartbeat II, che riprende la melodia di
Heartbeat di Buddy Holly trasformandola in una lunghissima ed estasiante
jam session lo-fi indie rock. E sì, quando dico che sono melodie che restano nella
nostra anima sulla lunga durata, lo intendo veramente: Ellah A. Thaun aveva già
coverizzato Heartbeat in un disco di natale (!) del 2014. Del resto, la
“mystique” di Ellah A. Thaun è sempre stata quella degli eterni ritorni, della
storia che si ripete e del serpente che si morde la coda, dalle serie di album
che continuavano per durate indeterminate (The Rebirth of Shapes, Oracle, Happy
Birthday Honey e chi più ne ha più ne metta), fino al fatto che certi titoli,
suoni e melodie siano presenti su tutta la durata del repertorio della
cantante-collettivo Nathanaëlle Hauguel. Non è la prima volta che succede (Sister, sister del 2022 ad esempio è un remake di Sister del 2012), ma più
di ogni altra volta, in Animal? You Are, questa volontà di riutilizzare vecchie
canzoni per nuove emozioni viene palesata come una direzione artistica convinta
e, per quanto mi riguarda, convincente. Il mixtape del 2024 targato Ellah A.
Thaun, a differenza di altri suoi album, non è un disco di facile lettura. La
stampa, ad esempio, ne ha parlato pochissimo. Capisco che, essendo
profondamente concettuale e necessitando di essere già adepti dell’universo EAT
per carpirne il genio, ai profani Animal? You Are potrebbe sembrare un
pastiche, magari interessante ma fine a sé stesso, di pezzi elettronici
raffazzonati alternati a canzoni rock decontestualizzate. Però intanto le
canzoni rock sono tra le più belle in circolazione e, soprattutto, non è
un’opinione con la quale io possa veramente confrontarmi: io adepto
dell’universo EAT, e perciò completamente succube di questa musica ascetica, lo
sono al cento per cento. E penso che un regalo più bello, Ellah A. Thaun non me
lo potesse(ro?) fare.
Ellah A. Thaun la vidi come opening act di Mary Bell, e mi sconvolse. Ma il più delle volte, l’opening act fa simpatia e rallegra la serata ma non è nemmeno trascendentale. Poi però, quando te ne stai per dimenticare, se ne esce con l’album di debutto e dici: “Ah, cazzarola”! Quest’anno, mi è successo con due gruppi che erano presenti nel Life Lately di novembre 2023 (il più “stacked” di sempre, forse). La prima band era l’opener di Alfa Mist ad Amiens: il Verb Trio, da oggi solo VERB: una giovanissima formazione di talentuosi piccardi (batteria, basso, piano) che suonava un jazz contemporaneo piuttosto piacevole prima che i sovrani inglesi del nu-jazz prendessero il sopravvento. “I ragazzi della scuola di musica”, li aveva definiti Sophie maliziosamente, e non è un’offesa, anzi: rispetto profondamente che si siano spaccati la schiena al conservatorio (in compenso il loro sembrava più un saggio che un set per il grande pubblico). Da allora, però, i ragazzi ne hanno fatta di strada: il loro album di fine 2024, intitolato Symbiose, è di un’eleganza e di un estro che non sentivo da tanto tempo in album di jazz d’oggigiorno. Per quanto riguarda la ricerca del suono, il timbro di ogni strumento è spettacolare: quando si ascolta LSF (la canzone più odisseica dell’album) è impossibile non essere sopraffatti dalla brillantezza dei piatti della batteria e dalla giustezza del rullante, oppure non godere degli acuti di un contrabbasso che assoleggia in libertà alto fin sopra le nuvole dell’intro, così come è impossibile restare indifferenti allo scivolio frenetico e fantascientifico dei tasti del pianoforte negli sfoghi finali. Le composizioni, anche loro, sono tutt’altro che banali: ci sono canzoni spensierate e giocose dai temi super-canticchiabili, come Colonel (Macmontgomery era il cognome), alternate a pezzi più complessi come la ballad Rëve en Grand o l’elegia Premiers Souvenirs, che nei loro profondi soliloqui di piano e contrabbasso (suonato anche con l’archetto) hanno quasi un sapore third stream (si può ancora dire?). Tra trovate assolistiche mai banali (bellissimo quello di batteria in Yne), variazioni stilistiche sorprendenti (come Doodie, che spazia tra la ballad sentimentale l'hard-bop e il funk latino), non ci si annoia mai. Non aspettatevi contaminazioni sofisticate, esplorazioni di regioni sconosciute o grandi avanguardismi: Symbiose dei VERB non è un album che inventa la luna né tantomeno che vuole farlo. Però cavolo se è bello!
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| Che sarebbero diventati fortissimi un po' già si capiva dall'estetica. VERB live @La Lune des Pirates, Amiens (04/11/2023) |
Se proprio qualcuno volesse trovare un difetto a C’est Déjà L’heure potrebbe dire che l'album è un po’ “samey”. Non è falso, ma al contempo prendete tutti i vecchi
gruppi rock un po’ punketti un po’ poppetti che condividono la nazionalità
terradituttista con le Alvilda, gruppi come The Undertones, The Scientists, The
Barracudas; poi ascoltatevi il loro disco “pezzo forte”, oppure anche una sana
compilation di singoli; e infine venitemi a dire, dopo sei o sette canzoni, se
non vi sembrano tutte un po’ uguali! Purtroppo così è il genere ma alla fine al
rock da festa, finché è di qualità, è meschino richiedere di essere più vario
di così. E quando ascoltando Angoisse vi rendete conto che vale quasi
(quasi!) come una Get Over You, una Frantic Romantic o una Summer Fun, quello vuol dire che, sì, è di qualità.
Ci sono nomi di opening act che, come i due precedenti, mi scaldano l’anima
solo a sentirli, talmente sono belli i ricordi che risvegliano. Ecco, Adrien
Pallot non è uno di questi. Il Signor Ambient che suonava alla Gaîté
Lyrique nella concitata serata in cui ho scoperto Grand Blanc tutto aveva
fatto tranne che colpirmi le corde dell’anima. Me ne sarei scordato se non
fosse che, per vie traverse (tipo, fun fact: la bellissima copertina del suo album l’ha
dipinta il batterista di un gruppo indie pop che seguo), sono comunque finito a
rileggere il suo nome abbastanza spesso. E, quando ho visto che la mitica
Camille Delvecchio (voce, per l’appunto, di Grand Blanc) canta nel suo album
per sei minuti su quarantatré, un ascolto a questo À l’Horizon des Evènements
gliel’ho dato. Che dire: L’espace d’un silence infini per me potrebbe
durare anche trenta minuti invece di due, talmente trovo belli i vocalizzi
della cantante lorena, ma La désolation me transperce, drone lunghissimo
che ogni tanto lascia intravedere una sezione di archi che si accorda, sembra
un pezzo degli Stars of the Lid svuotato della sua parte struggente, o l’intera
An Index of Metals (Fripp & Eno) svuotata della sua parte inquietante. La Lumière de ton Sourire sembra un brevissimo remake di 2/1 ma con la
voce di Delvecchio. I venti minuti di frequenze basse di S’Efface dans l’Obscurité manco li commento, talmente non mi dicono nulla. Mi spiace un
po’ ripetermi, ma a me l’ambient di oggigiorno se non è ultra-originale non
riesco a capirla. E se è poco originale, come in questo caso, mi ritrovo a
compararla ai grandi classici e a non vederne l’interesse. Sarò scemo io.
Via giù, veniamo ai Grand Blanc sul serio. Halo, finora, è stato il
disco di pop alternativo francese più bello del decennio. E, siccome ai miei
occhi ha quasi un’aura generazionale, tutto mi sarei aspettato dalla band
mosellana tranne che far uscire un album di remix/reinterpretazioni/outtakes/robe-tipo-altra-gente-che-suona-quei-pezzi,
talmente è un gioiello di purezza. Il fratello bastardo di Halo si chiama Laho
(occasione mancata per fare del sano verlan gratuito) e, per quanto
l’operazione mi sembrasse bislacca, non direi di esserne rimasto deluso. Non è
un disco che mi ascolterei nella sua interezza con frequenza, ma devo dire che
qualche momento, più o meno isolato, lo ha. Tipo: trovo che nella strumentale Loon - Le Radeau Consort Rework, che riesce a rendere Loon ancora più
minimalista di quanto già fosse, ci sia una gestione dei silenzi veramente
magistrale, oltre che una strumentazione di musica da camera (bellissimi gli
ottoni) che fanno onore alla melodia cantata da Camille Delvecchio (“Curieux voyaaageee”,
culto). Oppure: non me lo sarei immaginato che Pyramide potesse
diventare un pezzo tra dance e post-punk, o che Dans le Jardin la Nuit
potesse virare in ritmi EDM downtempo, ma il Pyramide - Rallye Version e
il Dans le Jardin la Nuit - Global Network Remix mi hanno dimostrato il
contrario. Insomma, Laho ha una sua ragione di esistere perché propone
contenuti interessanti disposti in una struttura congeniale, che dall’ambient
passa piano piano a musiche sempre più ritmate e persino delle versioni da club
dei recenti classiconi di Halo che funzionano quasi sempre da dio. E per “quasi
sempre” intendo “purché non scomodino la drum’n’bass”.
Dopo due dischi lunghi, forse anche troppo, vale la pena tornare a parlare
di singoli. Ci sono due gruppi indie pop che hanno suonato al Noël du Motel a
dicembre 2023, e che non è peregrino ribeccare al Motel o a serate
Motel-relazionate. Per entrambi, non è peregrino nemmeno immaginare che stiano
preparando un nuovo LP. E i singoli donatici finora mostrano un futuro radioso.
Cominciamo con le stelle in divenire Alva Starr: Red Short Sleeve Shirt segna uno step ulteriore dopo la già ottime demo ascoltate su
Bandcamp, sia da un punto di vista sonoro che compositivo. Il tappeto di
tastiere e le delicatissime chitarrine restano sempre soffusi e accoglienti, ma
la sezione ritmica finalmente prende il sopravvento e suona grooveggiante come
non mai, dando una nuova completezza a quest’amalgama twee tutta da ballare in
cameretta. La narrazione, anche simpaticamente cockeriana (Jarvis, non Joe), è
teneramente buffa, o buffamente tenera (come volete: io quando parte lo spoken
word sorrido sempre). Infine il ritornello, un sorprendentissimo valzer dream
pop in tre quarti, richiama ole da stadio. E infatti, giustamente, allo stadio
gli Alva Starr hanno già suonato, e pure molto bene. Non ci credete? Googlate
“Alva Starr Stadium”, allora.
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| Siete mai stati alla release party di un singolo? Alva Starr live @Le Motel, Parigi (12/03/2024) |
Ok, basta col pop raffinato, parliamo di hardcore punk. Durante il 2024, i
gruppi parigini o franciliani di hardcore punk vero e proprio di cui ho parlato
sono essenzialmente tre. I primi sono gli Spaghetti Sluts e ne ho
parlato relativamente male, nel senso che ho detto che al loro concerto, davanti
a un’esuberante gioventù locale con la quale non mi identificavo, mi sono
sentito un po’ a disagio. Ciò non toglie, e l’ho specificato in seguito, che la
loro musica mi dispiaccia, anzi: la loro versione di Les Filles Adorent
(“Tipo un equivalente di Le Donne di Fabri Fibra”; sì, tipo) mi piace
così tanto che l’ho pure messa in un mix di una certa importanza (The Art of
Punk Covers, un giorno esco il volume secondo). Non ho più riavuto occasione di
rivedere gli Spaghetti Sluts ma il loro piccolo universo narrativo e sociale
(che poi è la stessa cosa) un po’ l’ho intravisto e mi è anche stato simpatico.
Non avevo grandi aspettative sul loro Wazalbum, anche perché il fatto che urlassero
in continuazione “Wazaaa” come nella famosa telefonata di Scary Movie un po’ mi
cringiava. Detto ciò, un ascolto non gliel’ho negato, e devo dire che ho avuto
proprio quello che mi aspettavo: un HC vecchia scuola il cui livello di
cazzonaggine supera ogni immaginazione.
Mi sento di dare qualche plauso ma anche di segnalare un paio di difetti a
questa nuova avventura dei simpatici punk rockers (di cui uno una volta mi ha
detto: “Se sono critiche costruttive le prendiamo”, ma sicuro non se lo
ricorda). Cominciamo dai difetti, come si fa con le notizie cattive, giacché
non sono nemmeno troppi: ne conto uno e mezzo. Uno: la replay value non è che
sia immensa. Mi spiego meglio: in un disco di diciotto minuti mi aspetterei che
le canzoni memorabili siano almeno due terzi ma purtroppo così non è. Un po’ di
filler e di ripetizione c’è, così come vi sono pezzi meno riusciti di altri, in
particolare Kebab // RER C, canzone culinaria che prova talmente tanto ad
essere generazionale che fallisce abbastanza miseramente nell’intento (un po’
come quando Jovanotti, con The Sound of Sunshine, fallì a fare una hit
estiva perché la sua smania di fare una hit estiva suonava troppo disperata). E
mezzo: ma che cazzo di suono di rullante hanno scelto? È come se avesse il gain
a undici, è fuori controllo, ogni volta che lo sminchio ritmico di Fépapéyélo // Miam Miam la Cantine suona in uno stereo muore un fonico in Africa.
Durante gli skank beat ho l’impressione che il batterista faccia un triplo
stroke a ogni colpo, non ha nessun senso. Forse mi piace.
Andiamo ai punti positivi, che sono ben tre e che quindi si portano a casa il risultato. Uno: fa straridere. Già dal primo pezzo, Waza City // La Douche la Plus 2 de Ma Vie, che parla di hashish e fa rimare “shit” con “shit” qualcosa tipo quaranta volte, io la mia shit l’ho persa. Pure quando l’intento è quello di avere toni politici, tipo in Belle-Île-McDo // Rideau 2 Fer, in cui viene deplorato il blocco occidentale per aver costruito troppi McDonald’s e troppi pochi palazzoni brutalisti durante la guerra fredda, trovo la demenzialità del soggetto troppo esilarante per sentirci una qualsivoglia profondità. E mi piace. Ma devo dire che quando vogliono i ragazzi sanno anche essere meno stupidi di quel che sembra: l’ironia sulla provincia profonda di Diagonale du Vide ad esempio, la osservo troppo spesso ed è un tema che mi piace veder trattato, anche se il modo in cui gli Spaghetti Sluts lo fanno mi fa pisciare sotto dal ridere (“Le musée a fermé, je ne peux plus me cultiver”). Due: qualche promettente sprazzo di estrosità. Verso la fine partono due pezzi folk-punk importanti: Marin 2 Quimper // TER BreizhGo e Rupture Conventionnelle // Fournitures 2 Bureau. Il primo, una ballata indie rock marinaresca, è talmente dolce che riesce nella missione impossibile di farmi stare simpatici gli storytelling sulla Bretagna (sempre odiati, nel punk poi…). Il secondo va ancora oltre: riesce a rendere una struttura musicale tipicamente francese, la chanson da hippie col quale le mie amiche Sophie e Coline mi hanno ammorbato (vedasi Louise Attaque o altri duemila gruppi chitarrino e rullante tutti uguali), talmente punk ed estrema da farmela apprezzare. Tre: l’approccio è quello giusto. Niente segate, breakdownacci, accordature o ritmi strani: hardcore punk primitivo e puro, di quello che non smette mai di spingere. Ma, anche e soprattutto, che non fa la vita banale di chi campa a plagietti e la fa troppo facile a D-beat e accordi che alla fine sempre quei quattro sono. Ogni tanto partono riff fantastici, e quello di FC Visiteur // Ecran Scindé è di quelli che ti fa alzare le braccia al cielo e proclamare: “Quanto cazzo amo l’hardcore punk”.
Il gruppo HC parigino di cui, a differenza degli Spaghetti Sluts, ho sempre
parlato bene, erano Les Baltrink’. Madonna mia, avevano solo due singoli
e ciononostante avevano già un loro sound emblematico. Erano ai loro inizi ma
già lanciatissimi. Erano giovanissimi ma demolivano già ogni sala in cui
suonavano. Non è morto nessuno, ma ne parlo al passato, perché si sono sciolti.
Mi è dispiaciuto parecchio ma, oh, così è la vita. Sai quanti gruppi hardcore
punk che hanno ispirato i grandi si sono sciolti con un solo sette pollici all’attivo! Sarebbe bello se uscisse una compilation con registrazioni, anche
di fortuna, di pezzi che nel loro live erano già iconici come La Chanson du
Rien (o Du Vide, non ricordo), La Cigarette Sociale, Tou.s.te.s des Putes (non
la facevano più verso la fine) e simili. È bello anche che tutto ciò che resta
di loro a parte due sessioni studio sono sette video su Youtube fatti da tale
un Sasha, un tizio più ossessivo di me che filma e pubblica tutto quello che
vede in concerto. In questi video i quattro parigini suonano al Supersonic il
25 di agosto del 2023. Sembrano molto meno adulti di come appaiono ora e
spaccano tutto davanti al pubblico più ingrato che ci sia: i quattro gatti che restano
a Parigi un 25 agosto. Nel dubbio io quei video ho scaricati, sia mai che un
giorno scompaiano e possano servire per un documentario.
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| Lo nostro fare hardcore punk. Per sempre. Les Baltrink' live @La Pointe Lafayette, Parigi (13/04/2024) |
Sullo spettro dei gruppi rock in rampa di lancio, probabilmente a Parigi
non c’è nessuno più a destra di P3C. Eppure, quando mi sono ritrovato una foto
gigantesca della batterista di Sex Shop Mushrooms su Libération (“Voglio
il paginone di Repubblica, René”) mi sono detto che, porca vacca, siamo
lì lì. Chi ha letto il mio breve report del loro set (non furono loro a rubarmi
gli occhi quella sera) forse ricorderà che decisi di andare a vederli
essenzialmente perché la loro strategia di marketing underground (avere la
parola “sesso” nel nome e mettere adesivi in cessi dove piscio spesso) mi aveva
catturato mio malgrado. Per un po’, dopo quel concerto abbastanza nella media
(bella energia, canzoni ok, suono rude fino all’eccesso) non ho mai detto
granché riguardo ai Funghi in questione, anche se i social network non
lesinavano nel mostrarmi che erano un gruppo in totale ascesa. Se la musica del
quartetto mi avesse conquistato avrei rivendicato orgogliosamente la scoutata e
sbandierato prepontemente quanto detto a marzo, ma siccome così non è stato ho
preferito restarmene in disparte e seguire soltanto le ultime uscite della band
cercando di tacere la domanda del diavoletto sulla spalla: “Sono davvero così
promettenti oppure è tutto marketing?”.
Solo un LP di debutto può dirimere dubbi del genere. Eppure, anche dopo
qualche ascolto di God Doesn’t Exist, dopo la sua pubblicazione nell’ottobre
del 2024, penso di non avere del tutto la risposta. Potrei cavarmela e dire che
è “una via di mezzo” o “un po’ tutte e due” ma per una volta voglia essere meno
democristiano del solito. Dirò perciò che Sex Shop Mushrooms non mi sembrano un
gruppo dal talento sopra alla media né nelle composizioni, né nel sound, né
nella performance (l’ultima volta che li ho visti è stata quasi un anno fa;
magari ora sono diventati meglio degli Iron Maiden, ma lo dubito fortemente).
Aderendo a un nirvanismo protestante (se volete ascoltare un gruppo di
religione ortodossa a Parigi, andate a vedere i Sound of Lies; incredibili), lo
scapigliato quartetto propone canzoni che, pur essendo tutte abbastanza
articolate, alla fine sono essenzialmente un’alternanza costante di riff
sfurioni e strofe lamentose che stanca piuttosto presto. Forse perché le
soluzioni sono quasi sempre prevedibili: l’aggiunta di una coda veloce,
malvagia e disperatissima a fine pezzo fa simpatia in Lona, fa fare
spallucce in Monkeys Be Like e già ha rotto i coglioni in Hang Me;
il ritornello in levare di Dead Doll mi smoscia gli arti; il
breakdownone demolitivo sul finale (Bleached Eden, minuto 2:42: “Fucking
suckers!”) sembra quasi un compitino. I suoni e gli arrangiamenti di batteria,
che anche dal vivo avevo giudicato troppo rudi, lo sono in maniera persino più
flagrante nella produzione del disco: gli hi-hat aperti ruggenti che ti
aggrediscono il padiglione sinistro fin dal primo pezzo She Doesn’t Exist
mi fanno un po’ storcere il naso. Le chitarre trovano raramente toni sorprendenti,
tranne forse che in Boys on Sale, canzone che inizia con l’unico riff
veramente tanto promettente dell’album (mi fa pensare a Nub dei Jesus
Lizard), dove però il fuzz si perde nel corso del pezzo per obblighi
contrattuali col grunge. Le vocals, per finire, sono di un monocorde abbastanza
clamoroso, specialmente nei ritornelli (l’unico un po’ diverso è quello di Mommy Said, che è però lievemente imbarazzante nel suo ostentare epicità).
Qui mi direte: “Reric, hai appena criticato praticamente ogni elemento
dell’album, come fai a dire che non è solo tutto marketing e che un po’
promettenti Sex Shop Mushrooms lo sono?”. Beh, intanto posso capire che possano
piacere. God Doesn’t Exist è un disco di buona fattura, fatto di posizioni
artistiche molto decise e coraggiose, con una run-time giusta (tanto di
cappello, ormai è una rarità), che ha nel suo songwriting una percentuale di
revival abbastanza pesante ma anche diversi lodevoli personalismi. Le mie
parole vanno prese con soggettività, perché non sempre sono una persona atta a
valutare certe nicchie sonore. Voglio dire, tutti gli amanti del sottogenere “rock
radiofonico e magniloquente di stampo smaccatamente anni ’90, che non disdegna
il rumore ma nemmeno i ritornelloni orecchiabili” hanno il loro personale e
rispettabile culto verso i Pearl Jam, e a me i Pearl Jam fanno proprio cagare. Eppure,
alla gente che trova Sex Shop Mushrooms potenti, forti o cazzuti non posso
muovere obiezioni. Io li trovo noiosi e molto poco originali ma evidentemente,
dentro, non ho il fuoco giusto. Lascio perciò la band parigina fare la sua
carriera. Mostrando indifferenza, magari, ma con una piccola rimostranza: la
paura fottuta che un po’ troppi, tra i boomer che hanno googlato le tre parole
associate all’avvenente ragazza bene in vista sul quotidiano nazionale, abbiano
commentato: “Finalmente un gruppo rock che spacca! Meno male, perché i giovani
non lo fanno più!”. Mi son già dovuto sorbire le retoricazze sui Maneskin nel
mio paese d’origine, mi risparmio volentieri l’equivalente nel mio paese di
residenza.
Se c’è una band di giovanissimi che, quando li ho visti dal vivo, mi ha
fatto quasi pensare di voler fare retoriche sul “futuro del rock”, quelli sono invece
gli Stonks. Alla serata di Beautiful Noise in cui suonarono al
Supersonic, i ragazzi di Bruxelles mi rimasero molto impressi, e questo
malgrado una potentissima performance dei Marcel (che al MaMa, per esempio,
avevano obliterato ogni artista ad aver suonato prima o dopo di loro). Saranno
state la tecnica e la complessità compositiva molto mature per una band con un
solo EP all’attivo, saranno state la loro prestanza e originalità fonica,
specialmente la presenza di una tromba che avevano fatto diventare uno
strumento indispensabile per il noise-rock post-moderno che i quattro
proponevano. Fatto sta che ho seguito con interesse i passi seguenti dei belgi
e il singolo dashcam/crash mi è piaciuto tantissimo. È un pezzo cubista
e poliedrico, dalle sfaccettature infinite e molto ostico da descrivere, eppure
tanto, tanto emozionante e coinvolgente. Gli acuti dell’intro ti riversano
addosso fiumi di inquietudine, le oscure scintille industrial della strofa si
intrecciano in maniera spettacolare con le trovate math rock di un ritornello
dove le dissonanze sono una trovata quasi pop, l’outro è una catarsi post-rock
(nel senso amplio del termine: sia Slint sia Godspeed You! Black Emperor)
davvero commovente. La carta del: “Non statevene solo a leggere, andate ad
ascoltarlo e capirete” è una paraculata senza eguali. Me la gioco come un
jolly, utilizzabile solo una volta in un articolo che parla di un centinaio di
canzoni (non le ho contate, forse sono di più). Me la gioco qui.
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| I due vincitori del premio "Look dell'anno" 2024. Antonin Appaix live @Point Ephémère, Parigi (07/03/2024) |
Cambiamo completamente genere, così de botto senza senso. La cantante LaFrange
ha fatto uscire da pochissimo una canzone folk che si chiama Late Night Tales, e l’ho trovata bellissima. In particolare, il fondo sonoro che da
soffuso diventa totalizzante è studiato talmente bene che bisogna essere degli
insensibili per non meravigliarsene. Quando nel crescendo finale la batteria, da
lontana come un fruscio di foglie al limitare del bosco, si amplifica e si impone
come la direttrice di un’onirica orchestra da camera di campanelline, archi,
feedback, voci bianche e tantissimi altri sfuggevoli elementi, l’impatto
emozionale è magnifico e ancestrale, qualcosa di simile all’emozione che ho
potuto provare con canzoni post-rock fondanti tipo Ladies and Gentlemen We’re Floating in Space. Se proprio si vuole trovare il pelo nell’uovo
della canzone si può effettivamente far notare che buona parte della linea
vocale è quasi uguale a quella di Swingin Party dei Replacements. Ma,
uno, la progressione armonica nella strofa di Hot to Go! della Roan
(trentatreesimo singolo più venduto nell’anno solare) secondo voi a quale altra
è quasi uguale? E due, chi se ne frega: abbiamo superato l’epoca in cui
scopiazzare una linea melodica è un problema. Il pezzo è bello bello, non
c’entra una mazza con l’originale e c’entra relativamente poco con la cover che
ne ha fatto la più grande popstar vivente: chiudere un occhio è giusto e
sacrosanto. Di dischi di folk cantautorale che mi colpiscono profondamente ne
ascolterò massimo uno o due all’anno (me ne vengono in mente vari del 2023
scoperti nel 2024 tipo A. Savage, Joanna Sternberg, Lankum… e pochissimi del
2024, vi terrò al corrente). Se tutte le altre canzoni di un futuro album di
LaFrange sono su questo livello, cazzarola, abbiamo il candidato definitivo per
disco folk vita-cambiante dell’anno 2025. Un po’ spero, meschinamente, che non
sia così, perché vorrebbe dire che quando incrocio di nuovo la cantautrice al
bar (succede abbastanza spesso), invece di farle un sorriso e dirle due frasi
di circostanza mi dovrò sentire obbligato a farle la mia tiritera sul suo album.
E la cosa mi imbarazza abbastanza ma, ehi, la musica è musica.
Ok, dai, abbiamo riso e scherzato. Ora però serietà, che c’è da parlare di
delusioni. Da dove potrei cominciare, per parlare di Crafted Achievement, il
secondo album firmato EggS? Forse dall’intro dell’opening track Head in Flames, una rullata che promette emozioni power-pop in piena continuità
con lo stile di A Glitter Year ma che, invece di esplodere in un boato, si
tramuta in un’anticlimatica, seppur leggiadra, polifonia di chitarre che ci
lascia prigionieri dello svolazzio fino alla fine del pezzo. Diamine,
un’occasione persa, ma almeno suona bene: gli intrecci melodici sono numerosi,
anche un po’ disordinati come natura vorrebbe, e la voce di Charles Joujoujag è
giustamente posizionata nel pertugio del mix che non la fa suonare né troppo
stonata né troppo protagonistica. Il problema è che forse il frontman del
gruppo indie rock con più membri di Francia, nell’intro della successiva Bob Stinson’s Song (plagiare The Replacements va bene, per scomodarli invece ci
vuole fegato), ha voluto strafare: il risultato è una serie di soliloqui vocali
che, tra stecche e accenti da rivedere, non perdonerei nemmeno a un cantante
venerabile ma incompetente come Tim Kinsella, figurarsi a un cantante
underground che in passato ha dato prova di competenza. Se fosse un caso
isolato anche anche, ma di scivoloni canori ce ne sono più d’uno, sparsi qua e
là nell’album. Il peggior difetto dell’album, però, non è la sua saltuaria
imbranataggine (che poi voglio dire, chi sono io per criticare
l’imbranataggine). Il peggior difetto dell’album è che, tranne che in qualche
canzone, trovo che manchi di ispirazione.
Primo e ultimo rant serio della giornata: un disco lungo dura quanto vuole
durare, un disco breve no. Un disco punk breve dura venti minuti, un disco
indie rock breve ne dura trenta. Io la vedo così, e sono pronto ad essere
talebano a riguardo. Ecco, Crafted Achievement è un disco indie rock che dura
venti minuti e che ha pure la faccia tosta di metterci del filler conclamato
(perché oggettivamente Your Maze II è una reprise del tutto evitabile).
E a me difficilmente va giù. Anche perché, specialmente quando lo si compara al
suo predecessore, l’album ha molta meno varietà: le canzoni sono tutte molto
più simili le une alle altre, strummatone indie rock che vanno avanti sullo
stesso ritmo (e BPM!) più per inerzia che per ricerca di nuove emozioni, e dove
ai numerosi elementi che compongono la band sembra sia stato chiesto di
intervenire più per fare massa e testura che per creare attimi struggenti col
contrappunto. Ascoltata Head in Flames (esclusa l’intro, miglior momento del
disco) la formula di cui sopra, che poi è quella di più di metà dei pezzi, è
già svelata. Restano poche eccezioni alla regola: Your Maze, ballad che
si risolve in un ritornello che sembra Kennel District dei Pavement in
versione discount e Keep on Stumbling, un altro lentone da accendini al
cielo dove addirittura non ci viene nemmeno offerto il piacere di ascoltare
lick e assoletti ganzi di fiati o simili, solo la steel guitar (e che siamo,
alle Hawaii?). La migliore canzone a mani basse è At the End of the Road
(stessa intro di Volare di Rovazzi e Morandi, ma quello è un problema mio), dove
l’alternanza tra i duetti spassionati e quasi emo della strofa con i delicati
silenzi del ritornello funzionano perfettamente. Ma non basta, specie dopo un
album di debutto brillate come era stato A Glitter Year. Ci voleva più estro,
più varietà, più energia: più ispirazione. E più musica!
Speriamo sia solo un incidente di percorso, ché quelli alla fine capitano a
tutti. L’occhio si può chiudere sempre specie se l’incidente, per quanto
riguarda l’indie pop e rock parigino, è l’unico di questa retrospettiva di fine
anno. Che è un buon risultato, direi. Tra i gruppi di questo genere e località
(per una volta posso dire “scena”, dai) ce ne sono stati vari a gasarmi. Ma
nessuno quanto En Attendant Ana. Il concerto al Trabendo fu ai limiti
dell’estasiante, quello all’Hangar di Vitry-sur-Seine, con quattro gatti nel
pubblico e Mary Bell subito dopo, praticamente un sogno fatto su misura. Mi
sono talmente appassionato a questa band che, non appena ho letto che avevano
fatto un disco di natale e che l’avrebbero venduto al Motel il 20 dicembre, mi
sono catapultato. I migliori sei euro mai spesi in vita mia: la copertina retrò,
nella quale un paio di membri sembrano stare per scoppiare a ridere e il
chitarrista (quello che è diventato papà) certifica la qualità del CD in
contumacia, vale l’acquisto; i soldi vanno in beneficenza a Utopia 56 per
aiutare quelli che i politicanti chiamano immigrati e che l’associazione
chiama, giustamente, esiliati; la quarta di copertina ti racconta chi cavolo
sono gli autori queste due canzoni, che sennò come ti ci raccapezzi. Ultimo
dettagliuccio: le canzoni sono strabelle. La prima è una cover-medley di due
bonus tracks del ’68 composte da The Free Design, gruppo pop americano attivo a
cavallo fra fine ’60 e inizio ’70, arricchita dalla melodia di un vecchio
“carol” ucraino, la seconda è un pezzone dei Pogues (Fairytale of New York) con un ritornello firmato
Nat King Cole infilato nell’outro. E già cominciamo bene: quando i bravi musicisti
sono anche selezionatori e mash-uppatori di livello, io non posso che
apprezzare.
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| Di quante canzoni vuoi fare una cover nel tuo doppio single? Sì. |
Ma poi, questa Close Your Mouth Because Christmas Is The Day !,
nella semplicità della ritmica, ha un groove tra il cupo e il brillante che
svela quel volto misterioso del natale che avevo dimenticato ormai
dall’infanzia! E la voce di Margaux Bouchaudon cambia di toni con una
leggiadria e una potenza coinvolgentissime (appena la melodia transisce a “Christmas is the day when you can’t keep your heart from singing” io sento un balzo
nel cuore). E ancora la nenia di Carol of the Bells e la tromba sono
ipnotici come il miglior ostinato dream-pop, roba da fare concorrenza ai Beach
House! Oppure, passando al secondo pezzo: questo lungo crescendo atmosferico
sulle melodie dei Pogues (“First time?”) che si risolve in una chiosa ritmata
ma scura come una buia notte di neve, dove le campane, gli auguri e i cori
delle chiese sono fonte di malinconia e inquietudine più che di sorpresa… Eh
beh, sono un discreto viaggio! Non amo particolarmente il natale, ma ogni anno
dal grigio cielo di Parigi cade qualche fiocco di indie pop che me ne svela una
faccia nuova. Quest’anno En Attendant Ana me ne svela il lato tenebroso. E
trovo che, in fondo, si sposi bene con l’avanzare della vita.
Che altro? I Bilderbuch hanno fatto uscire una versione deluxe del
buon EP Softpower, che avevo visto suonare al Petit Bain in una sala gremita di
gente che parlava in tedesco. Non ci sono bonus tracks, solo un CD
supplementare con registrazioni live delle canzoni. La versione allungata di Softpower - live/munich/2024 testimonia dell’innato divismo glam (il pubblico è in
visibilio a ogni ritornello), della potenza rocchettara e della psichedelia
estatica della band austriaca, che dal vivo ha davvero qualcosa in più di tutti.
Dino - live/amsterdam/2024, oltre ad essere festaiola e sensuale, è il
grido della tanto anelata espansione del gruppo fuori dalla sfera germanofona
(ora, Amsterdam non è che sia Rio de Janeiro, ma sono piccoli passi…). Al
contrario, l’estrosa assoleggiata di Digitales Wunder - live/berlin/2024
è come una dimostrazione di conquista definitiva del pubblico di Germania,
mentre la generosa e romantica epopea di quattordici minuti (l’originale ne
dura quattro!) di Aber Airbag - live/vienna/2024 è come se dichiarasse un
attaccamento alla terra natìa che non morirà mai, neanche con l’eventuale
raggiungimento di nuove vette di fama internazionale per gli eclettici viennesi.
È un piacere ascoltare questo primo live album dei Bilderbuch, e non solo
perché le canzoni suonano da dio e l’energia è speciale, ma anche perché la
scelta delle canzoni e delle città che le sono associate raccontano una storia.
E a me i live album, quando riescono a raccontare una storia, piacciono molto
di più.
Avalon Emerson ha fatto uscire anche lei dei “contenuti
speciali”, per citare i menù dei DVD di quando ero bambino. Contenuti, questi,
che avevo anche reclamato a gran voce: i remix di & The Charm, l’album del
2023 che sanciva nuove esplorazioni nel mondo del dream-pop per una delle
migliori DJ electro-house viventi. Ancor prima di scoprire come sono, questi
remix già uditi a spezzoni nei DJ-set della biondina di New York, è stato
interessante scoprire chi li ha creati. L’incredibile riarrangiamento techno
dell’eterea Karaoke Song, che aveva già lasciato il dancefloor del
Badaboum di Parigi in totale visibilio, si chiama Karaoke Song (Ineffekt’sTwo Day Version) - Remix e il suo autore, Ineffekt, è praticamente uno sconosciuto,
il che fa onore ad Avalon, scopritrice di talenti non solo nel suo tour 9000
Dreams (in cui fa suonare DJ emergenti accuratamente selezionati) ma anche
negli album che escono a suo nome. Entombed in Ice (Young Marco Remix), dal
canto suo, non ha bisogno di presentazioni: l’olandese è una piccola celebrità
del mondo della tech-house e di gran lunga il “guest” più “star” dell’album.
Non è difficile capire perché: l’abilità nell’unire melodia e intense ritmiche
da club, variando tantissimo nelle numerose sezioni del brano, sono difficili
da pareggiare. Non tutto mi piace, nei Four Charm Remixes. Sandrail Silouhette (Minor Science Remix), ad esempio, la skippo volentieri perché
trovo che snaturi terribilmente le melodie dell’originale, massacrando la bellissima
voce della cantante con i suoi effetti eccessivi. Ma davanti a un’housettata
röyksoppiana senza respiro come A Dam Will Always Divide (Lew E Asks the Dusk Remix) dell’australiano (e tutto da scoprire) Tornado Wallace non solo
non posso che applaudire l’iniziativa di pubblicare questi remix, ma capisco
anche l’apporto profondo che essi possono offrire all’esistenza di & The
Charm. L’album si ispirava ai sogni della club music per produrre canzoni pop, la
club music si ispira al pop per produrre sogni, e così a andare. Questo circolo
virtuoso trovato dalla grandissima Avalon Emerson può darci tanta, tanta
felicità. E, se dio vuole, questo è solo un assaggio.
Torniamo in Francia, anche se per poco: i JaJaJaJa, gruppo sul quale
mi sono dilungato meno di quanto avrei voluto fare perché al basso c’è il mio
amico e compagno di musica Taha, hanno fatto finalmente uscire della musica.
Non molta, ma abbastanza per entrare nel loro mondo, dove la nostalgia per il
Maghreb e un amore smisurato per jazz, funk e blues si incontrano su un terreno
comune di groove, smisurato divertimento e ironia a non finire. L’intro Welcome,
un messaggio ai passeggeri del loro aereo afro-americo-franco-arabo, è molto
simpatica. Blues El Bilad, invece, è proprio un pezzone: gli accordi
blues che flirtano con le scale arabe, il sax che imita fiati nordafricani e le
poliritmie alle frange dello gnawa si sposano perfettamente col vocione
profondo e cabarettistico del cantante Chekbo, risultando in una chicca tutta
da ballare, sognando un po’ il delta del Mississippi e un po’ i segreti di
Algeri. A rendere il tutto ancora più memorabile c’è un assolo di chitarra che,
con gli effetti pazzeschi che gli ha messo il talentuosissimo Lotfi (dal vivo è
quello che mi impressiona di più), ricorda quasi le composizioni elettroniche e
festaiole di un Omar Souleyman. Taha, l’autore di queste (e molte altre)
intramontabili bassline, ha annunciato da poco la sua partenza da Parigi: andrà
a Zurigo per rivoluzionare il mondo del desing sonoro e architetturale del
mondo di domani. Sono sicuro che JaJaJaJa gli sono debitori tanto quanto lo sono i
gruppi in cui abbiamo suonato insieme. E spero che i ragazzi vogliano continuare a
suonare e spaccare ancora di più, sempre ispirati dalle fiamme di passione e
ispirazione che Taha ha acceso in quest’ultimo anno di musica, proprio come
intendo fare io. Grazie di tutto, fratello, ti vogli(am)o bene.
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| Quando diventeranno delle star questa line-up mi mancherà comunque... JaJaJaJa live @Le Royal Est, Parigi (11/07/2024) |
Annuncio numero due: Yorick Vinesse, il cantante di chanson française più talentuoso dei nostri tempi, sta per far uscire un album. Io di solito non metto mai link a video o siti che non siano canzoni, ma oggi voglio fare un’eccezione. Beccatevi a questo link il crowdfunding all’album. Perché ve lo sto spammando in maniera così spudorata? Le ragioni sono tante: innanzitutto siamo a poco meno di tremila euro su quattromila e mancano venticinque giorni, quindi è un argomento di attualità. In secondo luogo perché il disco è costato un bel po’ di soldi, tutte le spese sono elencate con precisione e l’obiettivo finale sono solo due terzi del totale servito a produrre l’album che, se la Francia è un paese giusto (spoiler: non lo è), lancerà in orbita un cantautore che se lo merita al cento per cento. Se nel mio rapporto con la musica, da un punto di vista sentimentale, io sono un devoto credente, dal punto di vista economico sono un consumatore. E se nella sfera religiosa è giusto avere una fede cieca verso il proprio dio, in quella finanziaria bisogna sapere perché si stanno dando dei soldi a qualcuno e che cosa si sta pagando. Così si fa crowdfunding, o anche: questi sono i crowdfunding ai quali voglio dare spazio e ragione. Altrimenti A BAS LE CROUNDFUNDING. Dai, che ci arriviamo! E possiamo sentire un capolavoro come En Rade (la canzone sul bistrò!) nello stereo invece che su un reel di Instagram.
Anche i Tako Toki hanno fatto un disco e l’hanno finanziato tramite
un crowdfunding perfettamente rispettabile, al quale non ho partecipato perché
sono un procrastinatore del cavolo e perché è comunque andato molto bene e
molto spedito. Dal trio di fabbricanti di folli strumenti non elettrificati e
compositori di genialate folkloristiche fantascientifiche, nel loro LP di
debutto Hirsutes Farfelus, mi aspetto grandi cose e non vedo l’ora di
rivederli. Nell’attesa di poter ballare con loro mi godo i singoli spettacolari
di un’altra band prossima (lo ipotizzo e lo spero) a droppare un disco
attesissimo: Le Feste Antonacci. I funkettari italiano-francesi, con P.U.L.P.
e PORGI L’ALTRA GUANCIA hanno reso molto più magico e divertente il
fottuto periodo tra la fine di un anno e l’inizio del successivo. La prima l'ha fatto offrendomi, dentro a un pezzo caleidoscopico ed esilarante (“Scatole che
inglobano scatole […] Specchi che specchiano specchi”), la bassline più
meritevole di una “funk grimace” degli ultimi anni, un’iniezione di ritmo che
entra in circolo e dura persino più a lungo della durata della canzone. La
seconda, un electro-funk persino più divertente, è una confessione di tutti i
peccati più peccaminosi possibili, di cui, per l’appunto, il funk è senza
dubbio il più capitale. Pop come pochi eppure sempre stranissimi, completamente
tributari della musica nera degli anni ’70 e ’80 eppure mai veramente
revivalisti, Le Feste Antonacci possono veramente dare una svegliata al sopito
(o, quando è sveglio, stantio), mondo del funky italiano. Magari anche con un
sonoro schiaffone, e speriamo prima che dopo!
Se ci fate caso, gli ultimi due artisti di cui ho parlato facevano parte
della line-up del festival della Ferme Electrique, nel quale tra l’altro
quest’anno hanno suonato anche Alvilda (e in passato, tantissima gente citata dentro
a quest’articolo: Johnny Mafia, Marcel, Trotski Nautique…). Ecco, riguardando
il mio articolo sui festival estivi mi sono accorto che, rispetto a un Xtreme
Fest o a un Rock in the Barn, la Ferme porta sul palcoscenico, a luglio, molti
più artisti prossimi alla pubblicazione di nuova musica. Io i miei voti ai
festival li do sulla base dei cinque criteri di location, programmazione,
organizzazione, attività e atmosfera, ma forse una sesta variabile, la
preveggenza, merita di essere discussa un sei/sette mesi dopo. Perché a
posteriori è evidente: nessuno come la Ferme Electrique sa regalarci musica che
non solo ci entra nel cuore, ma ci resta anche per una lunga durata. Quest’anno
ad aprire il festival c’era un duo di pop alternativo stranissimo, ATTENTION
LE TAPIS PREND FEU. Una scelta coraggiosa, per una performance che più che
vero piacere mi lasciò un senso di intontimento, con addosso un inscrollabile
alone di curiosità. Sarà stata la strumentazione, che sembrava composta di
giocattoli, oppure le basi e i testi, un po’ puerili e un po’ futuristici,
oppure la cantante, stralunata in tutto. Chissà: il concerto del Tappeto mi è
restato comunque impresso nella mente e nel cuore più di mille altri set
vissuti in prima linea a fare casino. Me lo ricordo ancora come se fosse ieri.
Quando ho ascoltato Boom Boom Duplicata qualche giorno fa (è uscito a
dicembre 2024), ho capito perché questo “finto hyperpop” (definizione pessima,
ma non ne trovo di migliori) mi aveva marcato così profondamente. In effetti,
la musica dei due scoppiati ha un qualcosa di profondamente regressivo, e
soprattutto tocca tasti del mio cervello che quasi nessun’altro gruppo riesce a
toccare. Che un qualcosa, un libro, un film, una canzone, mi sblocchino ricordi
sopiti o persino rimossi forzatamente, mi capita spesso. Che i ricordi che si
sbloccano appaiano belli, quello non succede praticamente mai. Ma ATTENTION LE
TAPIS PREND FEU ci riescono. Già solo l’Intro, che comincia come una
delicata esplorazione melodica e poi esplode in bordate bombastiche e
multicolori, mi fa sentire di nuovo come quando ascoltai per la prima volta Theme From the Cameretta dei Cani seduto sul letto a pancia in giù. Poi arriva Boom Boom Duplicata, un concentrato stordente di arpeggi rari ed elettrici (tipo
Zapdos) misti a shoegaze semplice e dritto al punto, ed è come se provassi di
nuovo la sensazione della prima volta che, da ragazzino, ho sospettato di
essere innamorato: uno sbigottimento quasi contento di contenere in sé un po’
di dolore (la canzone che ascoltavo di più in quel periodo? Loomer dei
My Bloody Valentine). T’es Mon Ami.e, filastrocca dal finale metal
demolitivo, mi riporta a un tragitto dalla scuola media a casa, sotto un
acquazzone, con Floods dei Pantera in cuffia ad anestetizzare la paura di
non avere amici. Insomma: sono passate tre canzoni ed ho di nuovo quattordici
anni.
E, nonostante un inizio così intenso, l’album non cala mai. La voce
trasognata di Carla Descazals non annoia nemmeno un istante, e Martin Mahieu sa
sempre trovare le frequenze e le note giuste per farla suonare come un
amplificatore di ricordi. I suoni che i due trovano, pur non essendo affatto inconvenzionali
e anzi stando quasi ai limiti del radiofonico, riescono sempre a risuonare fuori
dal comune, spostati leggermente a Nord-Est dalla normalità. A volte la ricerca
di immensità evocativa si sposta su lidi più convenzionalmente IDM, come nella
volutamente infruttuosa esplosione di drum’n’bass rumorosa di J’ai Perdu Ma Langue Sur Ton Doigt o nell’inquietante J’ai des Soucis de Voix,
un’eco lontana di quando ho scoperto il Richard D. James Album di Aphex Twin,
scaricato sull’iPod prima di un lunghissimo viaggio in auto per andare a delle
irrichieste vacanze in Sicilia (e ascoltato con cuffiette scadenti fino allo
sfinimento). A volte invece ATTENTION LE TAPIS PREND FEU decidono di prendere
strade talmente semplici da disorientare: Le Meilleur des Goûters,
archetipo definitivo della ballata dream-pop, sconvolge nel suo testo ermetista
naïf (“Scusami, ho mangiato tutti i segreti che hai lasciato […] Preferisco
ricordarmene come la migliore delle merende”); Ma Chanson de Ton Réveil,
intermezzo acustico soffuso e mormorato, inframezzato da inserti sonori dei
momenti tra la sveglia e l’uscire di casa, nel suo minimalismo è una delle
canzoni più intimiste che io abbia mai sentito. E persino con le canzoni nelle
quali non sento di rivedermi del tutto, tipo Yumi, pezzo happy hardcore
dagli accordi emo che parla di una cotta infantile della cantante per un personaggio
di Code Lyoko (serie animata francese finto giapponese), non posso fare altro
che vibrare terribilmente.
Descazals e Mahieu hanno inventato un piccolo mondo che riesce a
intrappolarmi senza che io riesca a capire del tutto il trucco. Di sicuro, sono
pochi gli artisti capaci di eseguire richiami all’infanzia così pertinenti,
pregni di significato e di precisione. Soprattutto, ATTENTION LE TAPIS PREND
FEU riescono in una cosa difficilissima: rendere un viaggio nelle proprie
insicurezze del passato, a prima vista repulsivo, un qualcosa di orecchiabile,
interessante, attraente. Non me lo sarei mai aspettato, anche perché il loro
album precedente, il più chiptunesco e (forse eccessivamente) narrativo
Bogueware, ascoltato poco prima della Ferme Electrique, non mi ha nemmeno
conquistato più di tanto, forse perché a volte è troppo prevedibile e a volte
troppo lolwut so random, senza mai trovare il giusto mezzo. Il giovane duo
parigino in Boom Boom Dupicata ha ripreso quella formula lì, un cocktail di
allucinazione, malinconia e fantascienza, e l’ha infarcito di emozione allo
stato puro, riuscendo a creare una nuova frontiera del pop elettronico.
Applausi.
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| Tornerei. VoX LoW live @La Grange (Ferme Electrique), Tournan-en-Brie (06/07/2024) |
Sempre per restare in tema Ferme Electrique, mi sono interessato al nuovo
EP dei Télépagaille, araldi di un sottogenere tutto francese dove il pop
anni ’80 viene reinterpretato in una chiave punk rock che, senza mascherarne la
disapprovazione, io e Paul avevamo rinominato “rage against Indochine”. In
concerto non mi erano piaciuti granché, ma sentivo come il sospetto che il
disco potesse catturarmi e, neanche a farlo apposta, l’intuizione era giusta! Traction
EP, in particolare, coniuga un grande dinamismo musicale a testi decisamente
divertenti: l’ipocondriaca sgasata synth-punk Docteur, ad esempio, sa
sempre dove mettere la stilettata di distorsione necessaria a rendere il
racconto coinvolgente; Monsieur l’Agent, sublima nel suo riffing
surf-rock la satira sulla ridicolezza dei burocrati che amano il potere; la
fumettistica Distributeur, ricca di suoni onomatopeici e chitarre
ronzanti, racconta l’acquisto di un pasto al distributore automatico con
un’evocatività tardo-capitalista degna di Frank Miller. Télépagaille, in
quest’album, hanno curato talmente bene la composizione dei pezzi che ogni
parola, ogni pausa, ogni plettrata è dosata con una tale precisione che la
storia si disegna da sola. Non posso dire che questo synth-punk ai limiti del
pomposo (non siamo ai livelli di Fat Dog ma quasi) sia proprio il sottogenere
che preferisco nel panorama del rock di oggigiorno. Quando è eseguito così
bene, però, non posso rimanere indifferente, anche e persino se il concerto non
mi è piaciuto. Penso che tornerò a vederli appena posso.
Incredibile ma vero, dopo tutte queste release della Fattoria Elettrica mi
sono messo ad analizzare tutte le uscite degli artisti negli altri festival a
cui sono stato (ho escluso il Best Friends Forever, troppo recente), ed ho
trovato… Poca, pochissima roba! Delle band che mi sono piaciute all’Xtreme Fest
è uscito solo un album degli spagnoli Old Time Spooks che, più che un
vero partecipante alla line-up del festival (non hanno mai suonato nei
palcoscenici principali), erano un act ai limiti del circense, intrattenitori
cupi ed esaltanti che, con il loro country-punk acustico, erano adatti ad ogni
luogo e occasione. Cuchillo. Sangre. Muerte. Ataúd è un disco ben realizzato e
senz’altro simpatico. Ha il vantaggio, in particolare, di vedere il cantante
abbracciare la lingua spagnola come più gli si confà (con anche qualche testo
niente male, tipo l’inno punkabbestia-satanista di Villa muerto). Resta
comunque un album al quale non mi sentirei di dare più di un ascolto rapido e un
sorriso fugace al pensiero di ricordi divertenti della mia vacanza nelle
miniere albigesi. Così come, del resto, Old Time Spooks sono una band a cui
voglio bene ma che non andrei vedere in concerto.
Se l’Xtreme Fest ha fatto veramente maluccio, il Rock in the Barn un
pochino meglio ma veramente niente di che. Di tutte le band che ho visto in
Normandia ci sono state solo due release interessanti e, guarda caso, sono
quelle dei due act che mi sono piaciuti un po’ meno degli altri, quelli che
avevano ispirato la battutaccia sul “brainrot rock”, quello che non ce la fa
proprio a nascondere il rifiuto di concetti “vecchi” come: avere una band di strumentisti, non
avere elementi elettronici, non voler mischiare tantissimi generi gli uni con
gli altri, etc. Vi devo dire, mi sta anche simpatica questa musica da gen-z. Maddy
Street per esempio canta bene, rappa ancora meglio ed ha scelto strumentali
piuttosto carine e originali del suo nuovo EP Heart Choices. Ok, i testi e
l’alternanza (decisamente ostentata) della lingua inglese e di quella francese
possono avere il loro lato cringe, ma qualche pezzo si fa ascoltare con
piacere. Mi piacciono, in particolare, Deep Eyes, un dance-pop
ultramoderno nelle sue influenze indie e la bombetta UK garage Big Dreams,
anche se in entrambe mi sarei risparmiato virate inconcludenti in: metal e/o
chitarre distorte e/o vocals aggressive. Detto ciò, spero che un giorno una di
queste canzoni finisca nel menù di FIFA, dove ce le vedo benissimo. Giuro che
lo intendo come un complimento, anche grosso. Ho sempre adorato la musica del
menù di FIFA.
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| "Only to find out that England had won two-nil, boo..." Maddy Street live @Scène A (Rock in the Barn), Vernon (07/09/2024) |
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Ammazza, che wall of text.
Siamo giunti alla fine di questa lunga avventura, questa fottuta avventura
di fine anno. E devo dire che è stato un grande piacere. Parlare di album è
veramente il sale della vita e penso che lo farò ogni gennaio. Magari
organizzandomi meglio con la redazione. O magari no. Perché alla fine, di
essere un blogger “contabile” non mi interessa granché. Il piccolo grande mondo
di dischi che si è costruito in queste pagine tra racconti di concerti, vita
vissuta e riflessioni su argomenti che solo a prima vista non hanno niente a
che vedere con la musica è fluido, caotico, poco accessibile, e dev’essere
approcciato a piccoli passi, di volta in volta, scremando anche quello che ti
appare davanti. È anche per questo che tutto mi sento tranne che un
“selezionatore”: molte delle scoperte che sono in questa lista non sono frutto
della mia attenta ricerca ma sono capitate per caso. Alcune torneranno negli
anni a venire, altre probabilmente no. Ma è stato bello conoscerle.
Cosa posso augurarvi, in questo 2025? Vi auguro di sentirvi ogni giorno parte
di un’avventura, un po’ come mi sento io. Vi auguro di emozionarvi con una nuova
canzone il più spesso possibile. Vi auguro di stare bene. E di sentirvi
realizzati con voi stessi, come lo sono io dopo aver preparato, scritto,
corretto, formattato e pubblicato un articolo come questo, lunghissimo e che
leggeranno in pochissimi. Perché finché esiste anche solo la possibilità che
quello che facciamo raggiunga il suo scopo, allora vale la pena farlo.
Amo pensare che qualcuno sorriderà leggendo una battuta, si troverà
d’accordo o in disaccordo con una delle mie riflessioni o delle mie piccole e
bonarie (spero si intenda) polemiche. Ma soprattutto, amo pensare che questo
aprirà la porta di un nuovo sentiero sonoro ad almeno una persona. Finché c’è
la possibilità che succeda anche solo con un’unica, sola persona, per me ne è
valsa la pena.
Ciao. Buon anno.










