Non penso di potermi considerare un punk. Alla fine, a parte la velleità di suonare un po’ di musica scassona e un amore smodato per tantissimi dei gruppi che, come me, sarebbero d’accordo nel definire il primo album degli Stooges “il principio di tutto”, non c’è niente che mi renda veramente assimilabile a quelli che considero i veri punk: a differenza loro non ho mollato tutto per dedicarmi alle mie passioni e sono più che sereno nella mia vita borghese con il lavoro stabile, l’appartamento in prossima periferia e i soldi spesi in passatempi da persona qualunque. Al limite, se proprio ci dev’essere un elemento che nella vita quotidiana può portare gli altri o me stesso ad associarmi alla categoria umana dei punk, quello è un odio viscerale e incondizionato per certe convenzioni sociali. Non tutte, per carità, solo quelle che non reputo avere nessun senso. Non essere esageratamente molesto in un luogo pubblico, per esempio, mi sembra una cosa giudiziosa nei confronti degli altri. Dover tenere i capelli corti per un’astratta concezione del decoro, invece, mi sembrerà per sempre una gigantesca cazzata. Anche se non sono cristiano, non trovo malvagia l’idea di scandire l’anno con delle festività che riuniscono tutta la famiglia: il pranzone di natale mi sembra un concetto simpatico; allo stesso modo, se fossi nato in una famiglia musulmana, non digiunerei di certo durante il ramadan ma andrei ogni anno con piacere al banchetto in cui se ne festeggia la fine. In compenso, non capirò mai perché la serata di capodanno dev’essere per forza la più festaiola dell’anno solare. Bello far festa, eh, per carità, ma ha mai funzionato una festa in cui ci si autoimpone di fare più baldoria che in qualsiasi altro momento? Io mica ci riesco, a fare la baldoria a comando. E così finisce che il primo di gennaio ci svegliamo distrutti dall’hangover, abbiamo decisamente troppe bottiglie avanzate e magari non ci siamo divertiti poi più di un sabato sera qualunque al bar o al compleanno di un amico.
Non penso che potrei considerarmi un critico musicale. È vero che parlo pubblicamente di musica, do continuamente giudizi su artisti, dischi e concerti e lo faccio attingendo a conoscenze che ho acquisito dopo anni ed anni di ascolti che definire intensivi sarebbe quasi un eufemismo. Eppure non è il mio mestiere, non sono sicuro di volere che lo sia, non sono affiliato a nessun sito o rivista né tantomeno guadagno un centesimo dai testi che pubblico. O ancora: racconto tanto di esperienze di vita vissuta quanto di musica, pago sempre il prezzo del biglietto, i concerti a cui vado e che racconto sono solo quelli di artisti che mi interessano e per quanto la selezione del mio blog possa essere variegata è lontana dalla visione olistica del mercato discografico che mi piacerebbe avere se scrivere di musica fosse la mia attività a tempo pieno. Quello del critico musicale è un vero lavoro e non penso che uno possa essere critico musicale per passatempo. In compenso, una cosa che mi accomuna ai veri professionisti del settore c’è, ed è buffo perché è precisamente una convenzione sociale di fine anno alla quale non trovo un senso: quella di fare liste e bilanci sugli album usciti negli ultimi dodici mesi, proprio quando dicembre sta per finire (nessuno osa farlo quando inizia gennaio; va a sapere perché).
D’accordo, se torniamo al paragone del cenone di natale, potremmo dire che
ogni occasione è buona per parlare di bei dischi. Non è falso, per carità, ma
non vi nego che l’idea pubblicare una lista dei migliori album dell’anno su
Stereo Totale mi sembra, ancora oggi, una castroneria. La prima ragione, la più
importante, è quella che prestarmi ogni anno a un simile esercizio mi
obbligherebbe inevitabilmente a scegliere gli album che ascolto quotidianamente
in base all’anno di uscita, che è il criterio più sbagliato che possa esistere
per me che amo esplorare il mondo della musica in tutte le sue infinite strade.
Sono sicuro che a molti di quelli che percepiscono uno stipendio da Rolling
Stone o simili nel 2024 è capitato di vedere una copertina e un titolo interessanti
e pensare: “Questo disco mi stuzzica, vediamo un po’ di che si tratta” per poi
accantonare l’idea pochi istanti o click dopo perché: “Ah, ma è uscito nel
2023… Ok, no, non ne vale la pena”. Via, su, che ragionamenti sono? Preferirei
non fare questa fine, se possibile. Seconda cosa: che valore aggiunto dà, a
questo blog, una lista dei miei album preferiti di quest’anno? Voglio dire, non
ci sono già abbastanza piattaforme più gradevoli da leggere che parlano tutte
degli stessi album che, poiché semplicemente belli (quello dei Vampire Weekend,
quello delle Mannequin Pussy, quello di Charli XCX), sono piaciuti anche a me?
Non c’è mica bisogno di Stereo Totale per ribadire che JPEGMAFIA è l’artista
più interessante della nostra generazione, che ogni sua release aggiunge
qualcosa di nuovo al suo universo e che I LAY DOWN MY LIFE FOR YOU è
un’ennesima riprova del suo genio. O forse sì. Fatto sta che, se vi aspettate
di leggere una classifica dei dischi che ho preferito quest’anno, siete fuori
strada. Anche perché, oltre ai dischi che hanno avuto un successo mondiale,
molti dei miei album preferiti del 2024 sono release di gruppi underground,
perlopiù francesi, sui quali ho già restituito abbondanti resoconti. Sarebbe
veramente poco sorprendente (o persino poco sensato) vedere una classifica di
fine anno dove beniamini assoluti del blog tipo Johnny Mafia, Ellah A. Thaun o
Trotski Nautique spalleggiano artisti famosissimi tipo Kim Deal, Denzel Curry o
Shellac. I cui disconi, peraltro, nelle liste di fine anno sono stati
completamente scagati dalle riviste di musica più blasonate. Ma non è questo il
punto.
Insomma, per principio sono contrario all’idea di ripercorre il 2024 con
una classicissima top 10 (o 25, o 50, o 100… no, scherzo, non ho ascoltato così
tanti buoni album di quest’anno). Questo però non cambia il fatto che
l’inspiegabile pressione sociale di finire l’anno con una classifica è stato
talmente pressante che, in questa fottuta settimana di capodanno, non ho potuto
esimermi dal pubblicarne una. Non è
nemmeno servito scervellarmi per decidere di cosa avevo voglia di parlare,
tanto mi pareva ovvio. La lista di oggi contiene diversi di dischi che, per
ragioni disparate, non vedrete in nessun’altra classifica. Dischi che ho
adorato e che sembrano, volenti o nolenti, destinati a restare in sordina,
almeno per quanto riguarda la critica. E che non se lo meritano. Non pensate
che questa sia un’esibizione di hipsterismo e di fine conoscenza
dell’underground perché non lo è: gli album che sto per elencare non sono tutti
di artisti sconosciutissimi, al contrario. Per una volta, fidatevi di me:
quando dico “per ragioni disparate” lo intendo veramente. E queste ragioni
terrò a precisarvele.
Ho già detto che odio le convenzioni sociali, specie quando ai miei occhi
non hanno un senso. Non sono un punk, ma a qualcheduna di queste mi piace
contravvenire solo per il gusto di farlo. Chi l’ha deciso che le classifiche si
fanno per multipli di cinque? Per quale motivo a fine anno il numero minimo di
album da elencare è dieci? Perché la doppia cifra fa figo? Perché il sistema
decimale ci ha lavato il cervello?
Sapete cosa? Quest’anno, la mia è una top 9. Questa, sì, è una piccola
esibizione di hipsterismo. Cominciamo.
1. El Último
Vecino, RIQUI – Introduzione: lettera a Gerard
Correva l’anno 2018 e, possiamo dirlo, erano proprio altri tempi.
All’epoca, l’aura che accompagnava le due parole “Primavera Sound” era diversa
da quella di oggi: pronunciarle faceva trasognare tutti, ma proprio tutti gli
appassionati della musica che potremmo in senso lato definire alternativa.
Addirittura, tutti quelli che andavano al Primavera ancora si interessavano ai
gruppi catalani di cui il management del PS si serviva, e continua a servirsi,
per puntellare la line-up del più grande festival d’Europa.
Paolo era stato un vero pioniere nel dirsi, nei tempi non sospetti del
liceo, che Barcellona non è poi così lontana e che il festival meritava il
viaggio. Prima ancora del mio primo Primavera aveva fatto un’avanscoperta nel
2016 nella quale aveva scovato una “local band” meritevole: El Último Vecino. A
me e ad Alessandro, due giocatori offensivi nel nostro massimo momento di forma
(Suarez e Neymar), Paolo (Messi) ce li faceva ascoltare sempre. Un po’ era per
ridere: a me che lo spagnolo lo parlo come lingua madre, i ragazzi si sono
sempre rivolti in una sorta di gramelot iberico e questi simpatici e
didascalici EÚV, come ormai ci permettevamo di chiamarli, avevano un sacco di
canzoni nelle quali imparare parole nuove tipo Culebra, columna y estatua.
Ma ovviamente c’era dell’altro: la proposta musicale della band era
irresistibile, il revival synth-pop definitivo, un equivalente di quel che oggi
rappresentano i Nation of Language con non uno ma ben due meriti aggiunti:
quello di arrivare in anticipo e quello di avere una mistica e finanche un
esotismo tutti spagnoli (perché con tutto il rispetto per i Nation of Language:
troppo facile fare questa musica quando si è di New York, no?). I suoni dei
primi due album (El Último Vecino, 2013 e Voces, 2016) sembravano
teletrasportati dagli anni ’80 ai giorni nostri ma erano strapieni di idee
melodiche originali e, in generale, avevano quella musicalità fuori dal comune
che ti faceva scordare che “in fondo è solo revival”. Penso che niente possa
illustrare questa sensazione meglio che un ascolto di Un Sueño Terrible:
a chi sarebbe mai venuto in mente di scrivere un simile riff arpeggiato per
accompagnare linee vocali che erano ipnagogiche prima ancora che esistesse la
parola “ipnagogiche”? A nessuno se non al signor Gerard Alegre Doria,
probabilmente. Perché sì, anche se non era ufficialmente scritto da nessuna
parte, che El Último Vecino fosse una one-man-band in fondo già lo sapevamo: il
loro cantante aveva una voce capace di conferire ad ogni canzone un senso
tragico che le rendeva uniche e, fin da quando vedemmo il video in cui cantava
il singolone Tu Casa Nueva su un balcone con vista Sagrada Familia, la
sua presenza scenica tra l’esuberante e l’imbranato ci fece subito capire che
il Vicino in questione poteva essere solo lui.
E pensare che non erano solo queste, le ragioni per cui prendersi
un’insolazione davanti EÚV era la cosa più “hype” alla quale il nostro tridente
potesse ambire in una giornata di inizio giugno del 2018! Sì, perché dopo le
prime release ultra-nostalgiche (talvolta ai limiti del plagio), la band di
Gerard aveva cucinato, nel 2017, tutta una serie di canzoni in cui si intuiva
una eccitantissima promessa: il revival synth-pop non è solo qualcosa di fine a
stesso, ma l’embrione del pop alternativo, anche mainstream, di domani.
Cominciò tutto con la cover di Mi Chulo de La Zowi (una pessima cantante
spagnola di trap e reggaeton), che fu veramente uno dei singoli più
“mindblowing” dei miei vent’anni: un esempio inaspettato di come le malinconie
della post-modernità, sboccate e volgari, potessero acquistare eleganza se
accostate all’ariosità di sintetizzatori atmosferici; una dichiarazione di
stile fuori dal comune, con un Gerard in ottima (o pessima?) forma negli abiti
e decori rinascimentali del videoclip, tra ego trip e trasandatezza; infine, un
cambio di direzione fermo e determinato: quando sul finale il cantante
catalano mormora il ritornello de La Noche Interminable alternandola
all’aria, identica, di Some Girls Are Bigger Than Others, la tenera
ammissione di colpa suonò alle nostre orecchie come un transizione artistica di
grande coraggio, per quanto giocosa.
Queste esaltanti innovazioni, nel marzo del 2018, si concretizzarono
nell’EP Parte Primera, un gioiellino registrato da Connor Hanwick (ex The
Drums, gruppo già paragonatissimo a EÚV). Il disco e le sue splendide
peculiarità ci fecero gridare, se non al genio, almeno alla novità (che, messa
nel contesto della musica synth-pop alla fine degli anni 2010, è praticamente
sinonimo di genio). Le drum-machine dettagliatissime, iperattive e felicemente
schizoidi nelle loro continue variazioni (già dall’opener Si Dejas Cosas Atrás) si sposavano benissimo con un tappeto armonico avvolgente, dove il
suono dei synth e il riffing alla Johnny Marr avevano un costante calore
familiare, e al contempo riuscivano a non essere mai banali. La maturità
melodica, non serve nemmeno dirlo, era arrivata a vette altissime: i ritornelli
di canzoni orecchiabili e struggenti come Un Secreto Mal Guardado o Donde Estás Ahora si incollarono al cervello di tutti, ispanofoni e no,
indiscriminatamente. Gli esperimenti “synth-trap-pop” tipo Justo Encima de Mí non avevano niente da invidiare alla cover de La Zowi e persino
l’autocitazionismo ritornava in grande spolvero: in Drama Tras Drama
l’indimenticabile “Yo por ti seré” che si poteva udire già su Culebra o Casa
Nueva diventava “Yo sin ti seré”, in una variatio riflessiva e profonda. El
Último Vecino chiuse questa streak devastante pubblicando, ad aprile, un pezzo
per la colonna sonora di una serie TV spagnola: Chica Nueva, una canzone
che, pur volendosi mono-melodica, è talmente ricca in crescendi, pause e
continue sorprese ritmiche che non annoia mai.
Il concerto al quale assistemmo a Barcellona fu una grande celebrazione di
questa stagione impeccabile: noi tre gemellini, vestiti tutti uguali (Paul ci
aveva fatto le divise!), ci piazzammo in prima fila e cantammo in maniera più o
meno maccheronica tutto il cantabile davanti a un Gerard che, tra un passo di
danza flamboiante e gorgheggi da diva, ogni tanto ci lanciava occhiate che
lasciavano trapelare il pensiero: ma chi cazzo sono questi? C’era anche un
video del concerto filmato in qualità professionale, ma il canale del Primavera
Sound l’ha rimosso. Resterà sicuramente uno dei lost media di sempre.
Completamente assoggettati dalla forma smagliante della band di Barna, ce
ne tornammo a casa dopo quel PS convinti che il futuro fosse radioso e che la riconferma,
magari sotto forma di LP, sarebbe sicuramente arrivata. Purtroppo, ci
sbagliavamo di grosso.
Rivangare il passato a questa maniera potrebbe sembrare inutile, ma non lo
è. Serve, soprattutto, a far capire che per me e i miei amici El Último Vecino
è significato qualcosa di bello e importante. C’è una differenza gigantesca tra
un gruppo che ti piace e uno a cui sei affezionato, e a quel personaggio
eclettico, simpatico, un po’ tenebroso ma anche sorridente che è Gerard eravamo
affezionatissimi. Non solo ascoltavamo la sua musica a ripetizione, ma
seguivamo tutte le sue uscite sui social e adoravamo il suo modo di essere e di
fare estroverso. Non fu bello, perciò, dedurre che per un momento non se la
passò benissimo. Quel che capimmo, di tutto il suo marasma boemo digitale, è
che si lasciò con la fidanzata e litigò con diversa gente, a posteriori sospettammo pure che era gente dell’industria musicale se non persino del management del
Primavera. Ma se le foto e le storie su Instagram lasciavano soltanto trapelare
queste sue deprimenti delusioni, l’output artistico ce lo fece presente in
maniera più violenta: dal 2020 al 2023, ogni singolo ci sembrava poco ispirato
e dimenticabile, in cerca di direzioni nuove che non andavano a finire da
nessuna parte. Ci fu un tentativo fallito di accostare il suono EÚV ad
estetiche Y2K (Que Caro), poi una breve incursione in una darkwave alla
Drab Majesty proprio inadatta allo stile vocale del cantante (Preguntas).
Il ritorno agli anni ’80 dell’album Juro y Prometo (2022) non mancava solo
dell’originalità, ispirazione ed energia dei primi lavori, ma soprattutto di
finezza: ogni arrangiamento stroppiava e le canzoni, un po’ come la copertina
barocca, erano tutte tristemente pacchiane.
“L’abbiamo perso, mannaggia”, mi dice un giorno Paolo dopo un ennesimo
pezzo sbagliato. Eravamo quasi arrivati al punto di non-ritorno, quello in cui,
oramai, avremmo probabilmente ignorato le nuove pubblicazioni discografiche.
Poi però arriva l’annuncio di un nuovo album il cui titolo e copertina sono
talmente bizzarri che non si può restare indifferenti: si chiama RIQUI, ed è un
buffo pterodattilo che vola su un cielo stellato. Cosa ci azzeccasse questa
fantasia naïf con la direzione artistica dell’Ultimo Vicino, lì per lì non lo
capimmo. In generale, era quasi una mossa di non-direzione artistica. Che
forse, dopo gli sfaceli degli ultimi anni, era qualcosa di buono. E Mi Chaqueta Gris, come singolo di lancio, ci riportò la speranza: il ritorno
alle sonorità dei primi due album era netto ma non forzato, il pezzo era
sincero e pieno di intenzione, il ritornello (“Quiero terminar, si no me dejas
hablar, si no me dejas hablar”) sentitissimo e commovente. Era come se il
figliol prodigo avesse capito che quando ci si è persi, non c’è nessuna
vergogna a fare un passo indietro e tornare a esprimersi nel modo che ci riesce
meglio.
Quando il disco è uscito ne siamo rimasti conquistati fin da subito: RIQUI
è la dimostrazione di quanto, in musica, la semplicità possa non solo pagare ma
anche far risaltare ancora di più la bravura degli artisti. Le strumentali sono
le più minimaliste mai sentite su un disco di EÚV, ma mantengono tutte le
fondamenta del sound del self-titled e di Voces: drum-machines dai suoni
squisitamente stilizzati con qualche sorpresa ritmica qua e là, paddoni
dolcissimi, chitarrine alla Smiths (o Drums se vogliamo fare i moderni),
bassone elettrico a smussare e rendere il tutto ballabilissimo. Quest’impianto
imbattibile, quando non lo vai a sovraccaricare di elementi o di effetti, per
Gerard è come una tela bianca sulla quale può dipingere musica. Che piacere,
perciò, vedere il nostro eroe destreggiarsi sulle strumentali con
nientepopodimeno che le migliori linee vocali della sua carriera. L’opener Era de Esperar, per esempio, è un instant classic: le melodie del cantante
svariano tra toni pessimisti, sognanti e speranzosi come un ascensore
emozionale. E ancora, la finta prevedibilità delle musiche fa risplendere le
sorprese: quando una voce femminile (quella di Xenia, cantante hyperpop di
Valencia) canta la seconda strofa di Lo que Quise Saber, sono emozioni
vere. E quando, dopo una serie di canzoni tutte riuscitissime, spunta un
pensiero intrusivo che dice: “Belle eh, ma un po’ tutte uguali”, ecco che
arriva Lo que Tuvo que Aguantar che ti risveglia con un’intro di synth
quasi festaiola (vengono in mente i pezzi più popolari dei Depeche Mode) per
poi partire su una strofa cupissima che, risolvendosi in un hook prodigioso (a
mio avviso il migliore mai scritto dalla band), racconta in maniera vivissima
il dramma della banalizzazione della depressione.
Ci sono diverse ragioni per le quali RIQUI, a mio avviso, non finirà in
praticamente nessuna maledetta lista di fine anno. La prima è semplice: i testi
sono in spagnolo di Spagna e all’estero non vendono granché. Eppure anche loro
sono veramente profondi e maturi: dietro al prisma dei simbolismi tipici della
vecchia new-wave, presenti ma non abusati, El Último Vecino affronta spesso
temi profondi come un rapporto di amore-odio con il passato (Libreta de los Recuerdos) o ancora la difficoltà a riprendersi dopo dolori laceranti (Cinta).
Pure le canzoni di più difficile interpretazione (come Tus Oraciones,
che è “Siempre tan oculta”) hanno comunque un universo lirico molto
particolareggiato. La seconda ragione per cui il povero e anche bruttacchiello
dinosauro volante sarà, poverino, pesantemente sordinato anche in Spagna, è che
un critico con occhio superficiale potrà dire che è un disco che non propone
niente di nuovo. Ed è qui che mi permetto di dissentire. Intanto, perché una
hit dance anni ’80 dai sottotesti cannibali (!) come Metropolitano
voglio sfidarvi a trovarla da un’altra parte. Ma poi, più seriamente, perché
forse è tempo di smetterla con l’austera imposizione dello sguardo “oggettivo”
del recensore, vero e proprio blocco mentale per colpa del quale, tra le altre
cose, la musica revival viene completamente scagata nelle classifiche.
La musica è molto di più di un freddo blocco di suoni che riflettono un
genere, un suo sottogenere e un numero variabile di contaminazioni. È molto più
di un insieme di ritmi, melodie e armonie più o meno originali. Molto di più di
un compendio di toni emotivi. La musica è la storia della nostra crescita, dei
nostri successi e dei nostri errori. La storia dei momenti più belli che
abbiamo vissuto e anche dei nostri peggiori periodi. La musica sono le nostre
amicizie che non moriranno mai e i nostri amori che invece sono sfioriti. E la
magia della musica è anche il fatto che riesce a farti affezionare a una
persona che non conosci, interessarti a quello che fa, preoccuparti quando
sembra stare male e gioire quando ti rendi conto che forse le cose vanno meglio.
La musica è chi la produce e chi l’ascolta, ed è, anche e soprattutto, di
chi la produce e di chi l’ascolta. La musica è mia, di Alessandro, di
Paolo. E di Gerard.
2. Niko B, Dog Eat Dog Food World – Il fascino
discreto della gente normale
C’è un dibattito filosofico che, da qualche anno a questa parte, genera un
certo sconcerto nel mondo della musica e soprattutto di chi ama parlare di
musica: “Cosa cerca la gente al giorno d’oggi dalla critica musicale?”. Un
tempo un disco si poteva ascoltare solo comprandolo e, giustamente, le persone
si servivano delle recensioni principalmente per fare acquisti oculati ed
evitare di buttare soldi in qualcosa che non ne valesse la pena. Per quel che
riguarda il mondo del cinema la relazione tra esperti e pubblico ha ancora
questo sottotesto economico, con il vantaggio che, poiché i film restano al
cinema per un periodo limitato, i critici possono indicarti non solo come
spendere bene il tuo denaro ma anche qual è il momento giusto per farlo. In
compenso, gli album sono ormai accessibilissimi in ogni momento e (quasi)
gratuiti, perciò è lecito porsi la questione. E le scuole di pensiero sono
numerose: ci sono i positivisti, che affermano che il consumatore troverà
sempre nella critica uno strumento per progredire e fare nuove scoperte
congeniali al suo gusto; ci sono i materialisti, convinti che alla fine il
ruolo del critico al giorno d’oggi sia solo quello di pedina del Leviatano del
nostro tempo, il marketing; e infine c’è una scuola un po’ ribelle, un po’
bastarda, con la quale simpatizzo molto: quella dei pessimisti, convinti che la
natura umana, al giorno d’oggi, nella critica cerchi soltanto una convalida dei
propri gusti. L’onere dell’ardua sentenza lo possiamo lasciare ai posteri,
adesso abbiamo altre cose di cui occuparci.
Niko B, al secolo Tom Austin, è lungi dall’essere un signor nessuno. Di
fatto, ho scoperto la sua esistenza grazie a un Instagram reel sponsorizzato di
Boiler Room in cui questo ragazzo inglese si cimenta in un’esibizione della sua
più grossa hit, Why’s This Dealer? rappando alla stessa altezza della
folla con una bella energia. Non sono mai troppo contento del fatto che la
pubblicità faccia effetto su di me, ma a questo giro voglio essere indulgente
con me stesso: il motivo per cui il video mi rimase impresso fu il fatto che, a
quanto pare, non era piaciuto a nessuno: i like erano pochissimi (nemmeno
duecento, su una pagina che ha più di due milioni di followers) e i commenti
denunciavano tutti la decadenza della piattaforma, la scarsa originalità o
ancora la moscezza del pubblico. Su questo terzo elemento potrei persino dar
loro ragione: ci sono tanti, troppi cellulari che filmano, ma mi identifico
subito nella ragazza bionda in prima fila che canta tutta la canzone con un
sorrisone da golden retriever e me ne dimentico. Per quanto riguarda gli altri
commenti, invece, mi venne soltanto da chiedermi: ma ho visto lo stesso video
che hanno visto loro? Chiedo soltanto, eh. Perché a me questo beat di
ispirazione UK garage scioglie subito i muscoli e mette una gigantesca voglia
di ballare, il flow del ritornello e della prima strofa mi si piantano subito
in testa come una freccia sul bersaglio, la performance dell’MC (anche
nell’arringare la folla con cori da stadio) mi sembra molto spigliata e fedele
alle sacre arti dell’hip-hop. Se da Boiler Room vi aspettate soltanto DJ-set
techno mono-BPM, impeccabili nelle transizioni ma dalla selecta frizzante
quanto un calippo sciolto… servitevi, prego, che non mancano. Io, per quanto mi
riguarda, mi tengo volentieri il declino dei costumi.
Vado un po’ a informarmi su Niko B: scopro che viene dalla provincia inglese, quella vera, che il suo nome d’arte è ispirato al protagonista di GTA IV (il personaggio più divertente di sempre), che ha un’età in cui è sia giovane abbastanza per scrollare Tik Tok sia vecchio abbastanza per aver essersi pompato i grandi successi di un Mac Miller ancora in vita, oppure per aver osservato con gli occhi di un adolescente quell’evento storico marcante che fu il momento in cui Skepta si sedette definitivamente sul trono di sovrano assoluto del rap britannico. È da cinque anni che il classe 2000 spitta barre al microfono ma il suo album di debutto è uscito solo quest’anno e si chiama Dog Eat Dog Food World. Mi decido a metterlo su una volta che, ormai, ho ascoltato la Lou Reed-iana storia dello spacciatore in ritardo di Why’s This Dealer? talmente tante volte che la so quasi a memoria. Ed è lì che vengo colpito da una sensazione che François Simon (un grandissimo critico, gastronomico stavolta) aveva descritto alla perfezione: quella di udire il suono della palla che viene colpita perfettamente dalla racchetta. Tutti possono avere un banger, ma è solo davanti a una riconferma che si ha il diritto di sbalordirsi. Mentre scorrono i primi pezzi dell’album mi sembra che non ci sia niente fuori posto: il suono è vario, orecchiabilissimo ma pieno di trovate intelligenti, la voce è universalmente apprezzabile, le metriche sono sempre quelle giuste. L’universo lirico, poi, è inconfondibile: lo “slice of life” di periferia del rapper di Milton Keynes (precisamente a metà strada tra Luton e Northampton) oscilla tra il trasandato, il caciarone e il sensibile, senza mai e poi mai separarsi dallo stiloso. Mi sento di star ascoltando, per la prima volta e con leggero anticipo, un successo annunciato. E va detto che le cifre lo confermano di giorno in giorno: Niko B è ormai una piccola celebrità ed è giusto che lo sia. Perché il suo sound è una gigantesca boccata d’aria fresca ed è tutto ciò di cui lo UK rap, genere tanto popolare quanto tremendamente stagnante, aveva bisogno.
Negli ultimi cinque anni sembrava che per fare hip-hop in Inghilterra
bisognasse per forza fare grime o drill. Ciò implica che, uno, è richiesta una
street credibility di un certo tipo e che, due, bisogna attingere a un
repertorio ritmico e melodico che di nuovo non ha praticamente niente da
offrire. Di roba che esuli dal pomposo universo del rap “conscious” (Little
Simz, Loyle Carner, Kae Tempest) ma che sia stimolante, perciò, trovo che ne
sia uscita veramente poca: forse solo i primi album di Slowthai, in cui le
sonorità punk erano uno sfizioso retrogusto alle arringhe sulla povertà
dilagante del paese oppure, guilty pleasure definitivo, qualche divertentissima
canzone di quel “bassline revival” capitanato dai Bad Boy Chiller Crew, che
dalla ridente Bradford hanno distillato a litri quell’ignoranza di cui,
socraticamente parlando, a volte si ha proprio bisogno.
In una scena in cui sembrava che non si potesse essere “real” senza essere
pesanti, o essere leggeri senza essere stupidi, Niko B sembra l’uomo giusto al
momento giusto. L’opener, il catalogo delle sfighe quotidiane del cantante che
è quell’house-rap soffuso di Trespass Coat, lo mostra bene: il pezzo è
spassoso e spensierato sia quando parla di difficoltà economiche (“Money-saving
tips but what’s the point ‘cause I’m still not rich, I’m like Money Making
Mitch if he was broke and five foot six”), sia nei racconti della dura scalata
verso il successo (“I spent eight grand on a paid ad and all it reached was my
mate’s dad”), sia nelle ammissioni di momenti imbarazzanti di vita mondana
(“I’m in the pub […] with random blokes […] They askin' me if I really smoke […] Took one
pull and I nearly choked”). Il
pezzo, insomma, è piuttosto glorioso, perché per contare le barre memorabili
non bastano le dita delle mani, perché gli intermezzi jazz sono brillanti e
pure il ritornello soul cantato da Dexter in the Newsagent rende perfettamente
l’idea dell’imbranataggine un po’ romantica (“One chance, I don’t really like
to dance, but I’ll learn a couple moves for you”) che, se tutto va bene,
trasformerà Tom Austin in un nuovo sex symbol generazionale.
Di momenti salienti, Dog Eat Dog Food World ne ha diversi: I’ve smoked weed 9 times and have had one good experience, con la sua cassa dritta come
battiti del cuore amplificati da un attacco di panico e i suoi accordi di tastiera un po’ “stoned”, è
una canzone che può essere “relatable” per tantissimi, in un mondo in cui i
rapper raccontano di fumare quantità disumane di marijuana e quelli che li
ascoltano hanno avuto tutti un’esperienza ansiosa dopo una canna. Ur a bundle of joy ! non lascerà indifferenti gli amanti del funk: il suo groove
è tra i più ganzi dell’anno e sopra alle linee di basso il flow di Niko B (“TV
killed what the radio didn’t”!) è decisamente iconico. It’s not litter if you bin it, l’immancabile canzone storytelling sui disagi della vita
notturna (“What’s the price of the shoes that’ll give me elegant moves?”), è
movimentata e malinconica allo stesso tempo nel suo beat jazz-rap suave e
raffinato. Detto ciò, anche se i pezzi di qualità non mancano, l’album è lungi
dall’essere perfetto. È un disco che ha un’unica sola pretesa, quello di essere
svergognatamente pop, e di conseguenza ha tanti dei difetti che hanno
contraddistinto i dischi svergognatamente pop degli ultimi anni. Per esempio,
ha una durata un po’ troppo breve, e ciononostante riesce comunque a perdere un
po’ di slancio verso la fine. Oppure, ha qualche traccia la cui “cheesiness”
sembra dovuta a un eccessivo crogiolarsi nei propri stilemi (la scarica di
citazioni alla cultura di massa in What counts as fine? è di troppo,
sembra quasi che il rapper si stia vantando di essere un uomo qualunque). In un
disco di debutto, si può chiudere un occhio. Soprattutto, perché è risaputo che
gli ascoltatori di rap “commerciale” (e Niko B rientra nella categoria) hanno
un approccio che non per forza mitizza il formato dell’album. Perciò alla fine
di ciascuno dei miei ascolti di Dog Eat Dog Food World, nonostante qualche
incidente di percorso, penso solo una cosa: presto o tardi, questo artista
piacerà a un sacco, ma proprio un sacco di gente.
E mi tocca tornare al primo paragrafo di questo trafiletto, quello in cui
parlo del senso, al giorno d’oggi, della critica musicale. Perché, incredibile
ma vero, nonostante un numero già alto di ascoltatori, questo disco di debutto
assolutamente sopra la media e dalla proposta artistica centrata, intelligente
e dall’alto potenziale di popolarità… beh, non è in nessunissima lista di fine
anno! Ne ripercorro diverse e la cosa un po’ mi stupisce: voglio dire, anche
sulle riviste più rivolte a pubblici generalisti e mainstream ci sono dischi
metal pesantissimi, roba ultra-sperimentale… e poi Taylor Swift, Sabrina
Carpenter e persino Ice Spice! Allora lì capisco che, sì, le persone vogliono
farsi confermare dai critici che quello che ascoltano è buono. Ma non tutte le
persone: soltanto quelle che si interessano alle nuove release che creano
movimento nella musica alternativa, oppure quelle che seguono i grossi trend
sensazionalistici. I primi possono avere la conferma di avere gusti elevati e
profondi, i secondi che, se ci sono folle sconfinate che ascoltano le stesse
cose, il motivo non è solo modaiolo ma anche artistico. Ma evidentemente i
critici il “giusto mezzo” preferiscono scansarlo. Perché la musica che può
piacere a tutti ma che non piace già a tutti non è per forza facilissima da
reperire e, soprattutto, non interessa a nessuna delle due categorie
estremistiche che, nelle recensioni, cercano la conferma dei propri gusti.
Dog Eat Dog Food World non è né un “progetto ambizioso”, né un “fenomeno
culturale”, né tantomeno “la svolta di un genere”, come tutte le riviste amano
definire gli album nella loro “top multiplo di cinque”. O almeno, non è ancora
considerato tale. Appena i numeri, com’è giusto che sia, saliranno sopra alla
soglia pattuita, penso proprio che Niko B smetterà di essere percepito come
“musica normale per gente normale”.
Caro Tom Austin, non ti preoccupare, il tuo momento arriverà. Goditi il
meritato successo del tuo primo album e non farti rovinare questa fottuta
settimana di capodanno dalle classifiche. Penso che lo abbia capito anche te,
dove puoi arrivare.
“I lied to them, just unprovoked, said I’m the
face of British Vogue”.
3. Horse Jumper of Love, Disaster Trick –
Riconferma e riconoscenza
Di artisti indie rock che si riconfermano ce ne sono a centinaia ogni anno. Eppure, fateci caso, i loro album danno luogo a lunghi panegirici solo quando c’è un delta qualitativo importante tra gli album che avevano già pubblicato. È il caso di Jessica Pratt, Adrianne Lenker, MJ Lenderman, tutta gente che rilasciava musica da un bel po’ ma che quest’anno ha buttato giù il pezzo da novanta, l’opus magnum. A chi, invece, ha pubblicato musica in linea con il rendimento avuto finora, chi ci pensa? Non è facile, restare costanti, anzi: è una sfida che è resa ancora più dura dal fatto che la ricompensa in palio non è poi altissima.
Voglio farvi un esempio: Beach Bunny, ve la ricordate? Venne fuori a inizio
2020 con Honeymoon, un cioccolatino power pop irresistibile, l’equivalente in
musica di una commedia romantica indie generazionale. Piacque praticamente a
tutti, ed era su un sacco di liste di fine anno. Poi, nel 2022, uscì Emotional
Creature, un disco altrettanto energico, grooveggiante, orecchiabile e persino
più “empowering” (o qualsiasi altra cosa che possa dire la gen-z sulla musica
che denuncia le relazioni tossiche e loda quelle sane). Ok, la copertina era
inguardabile, ma il sound era cristallino, le canzoni scritte da dio e la
struttura era molto più matura e interessante del precedente, in particolare
l’ambiziosa e riuscitissima closing-track, un’esaltante epopea dove tutti i
temi principali del disco venivano ripercorsi alla maniera dell’ouverture di
un’opera classica. Era un disco simile al precedente, con giusto un paio di
idee in più e una godibilità pressoché identica: una riconferma in piena
regola. Ovviamente non se lo cagò nessuno.
Perché i critici si aspettano sempre una dose elevata di “shock value” dal
ritorno di un artista indie rock? Per quanto mi risulta, non mi sembra che
l’hip-hop, il pop radiofonico o la moda del momento (leggasi: post-punk
inglese, ora anche irlandese) ricevano lo stesso trattamento. Invece al povero
indie rock viene sempre chiesto qualcosina in più. Sembra quasi che i critici
considerino già un piccolo miracolo che certi gruppi indie siano “affermati”, e
che perciò per poter finire in una classifica dei migliori album dell’anno se
lo debbano meritare più degli altri, ché già la fortuna gli ha sorriso
abbastanza. Ce li vedo i redattori che, guardando dall’alto gruppi come i Les
Savy Fav o i Fucked Up (indie punk!, ancora peggio…), fanno lo sguardo del
Babbo Natale malvagio che mi fece piangere tutte le mie lacrime al cinema 3D
del parco dei divertimenti quando ero bambino e pronunciano la frase: “Te sei
stato buono, certo… Ma non abbastanza! Solo carbone per te!”. I doppi standard,
l’avrete ormai capito, mi stanno veramente sulle scatole. Proprio per questo,
quando non ho visto l’ultimo album degli Horse Jumper of Love in nessuna lista,
mi sono detto: “Eccoci, ci risiamo, tocca incazzassi”.
Partiamo dal principio: gli Horse Jumper of Love, di album veramente
brutti, non ne hanno mai fatti. La band di Boston, fin dal loro LP di debutto,
ha conquistato le folle e continuato ad affascinare con costanza per anni,
grazie alla sua marca particolare di slowcore. Il loro suono oscilla
continuamente tra l’avvolgente e lo straniante, il songwriting è fintamente
minimalista, ricco certo di allentamenti e vuoti ben studiati, ma pieno anche di dettagli particolareggiati che fanno brillare le canzoni in un approccio
sonico che preferisce farti sentire gli strumenti dritti in faccia piuttosto
che lontani in qualche palude nebbiosa. La cosa che più mi piace di questi
indie rockers americani, però, è la filosofia compositiva: pubblicano solo
album di circa mezz’ora, composti da canzoni di durata né troppo breve né
troppo lunga, su una media di tre minuti. Canzoni vere, con una struttura
definita, un inizio e una fine. Sembrano specificazioni inutili ma non lo sono
affatto: per il mio gusto, ad esempio, il modo perfetto per fruire lo slowcore
può essere solo questo. La mia relazione coi due album più universalmente
celebrati di questo genere, I Could Live in Hope dei Low (1994) e Stratosphere
dei Duster (1998), ne è una dimostrazione lampante: sono due dischi strabellissimi
ma con la loro “runtime” sopra ai cinquanta minuti mi svuotano completamente
della mia anima, il primo sciogliendomi l’intestino con canzoni fisicamente
dolorose che si protraggono all’infinito, il secondo facendomi sentire fuori di
senno con l’eterno senso di confusione che generano i suoi frammenti sonori
disorientanti.
Non dico che gli Horse Jumper of Love abbiano inventato lo slowcore per le
masse, al contrario, fanno comunque musica che non si può che descrivere come
molto strana e molto triste. Al limite, si può dire che producano slowcore ad
alta digeribilità, che vuol dire che quando finisco di ascoltare un loro album
non sono distrutto ma solo colpito nel profondo, che ho un groppo in gola e un
nodo allo stomaco ma sono ancora capace di ragionare. E questo, fino all’uscita
di Disaster Trick ad agosto 2024, è valso per tutti i loro dischi. Forse un
filino di meno per le loro ultimissime uscite Natural Part (2022) e Heartbreak
Rules (2023) che, nonostante qualche pezzone da bacio accademico qua e là,
erano più astratte, sperimentali ed ostiche del resto della discografia, ma
decisamente per So Divine (2019), disco angosciante come un thriller
psicologico, molto acustico ma con la dissonanza sempre dietro l’angolo, pieno
però di scorci di bellezza e grandi sfoghi catartici. Certo però, non c’è
niente da fare, il debutto Horse Jumper of Love (2016) è sempre stato il mio
preferito. Sarà che fa un uso della distorsione magnifico ed io è per questo
che vivo. Sarà che ha, forse, un senso di urgenza che lo fa suonare più dritto
al punto e meno elaborato dei lavori successivi. Sarà che le sue scelte
armoniche così particolari trasmettono ancora, a distanza di anni, una specie
di senso di novità. Sarà ma, anche se vorrei che non fosse così, il mio album
preferito degli Horse Jumper of Love è, inevitabilmente, il primo. Come per tutti.
Andate a vedere, se ne volete la riprova, la pagina Rateyourmusic del
gruppo: quasi tremila voti al disco di debutto, sui cinquecento a disco per le
release successive. Ok, è solo un sito per hipster, ma stiamo parlando di
musica per hipster (il pubblico al loro ultimo concerto alla Maroquinerie lo
conferma) e se questa è una statistica sull’interesse del pubblico nei
confronti del catalogo HJOL in cui il self-titled vince sei a uno contro tutti
gli altri dischi, beh, non si può restarne indifferenti! Un album di debutto
così riconosciuto dev’essere una discreta lama a doppio taglio: da un lato,
ovviamente, lancia subito il gruppo verso una buona inerzia (e così è stato),
dall’altro crea un eterno e implicito metro di paragone che, in assenza di
riconferma pesante, da coglioni posati sul tavolo, distoglie l’attenzione da
quello che il gruppo fa rispetto a quello che ha fatto. È questo nuovo
Disaster Trick un album che surclassa di netto tutto quello che di buono hanno
fatto finora i bostoniani e propone gli Horse Jumper of Love come un gruppo che
merita i libri di storia? Ci mancherebbe altro, no. Ma è o non è un disco della
madonna? Porca vacca, sì! E, forse, è persino meglio del primo.
Che la band fosse cosciente dell’apprezzamento spropositatamente più alto nei confronti del loro primo album e abbia lavorato su quest’elemento, nel pubblicare il nuovo LP, è lecito chiederselo. In effetti, le eco agli stilemi di quell’epoca non mancano, soprattutto per quanto riguarda i suoni di chitarra che non si fanno remore a concedersi assalti al limite dell’aggressivo. E anche in certe strategie compositive (trucchetti, diranno le malelingue) ci sono dei ponti tra i due album. Prendiamo l’opener: se nel 2016 la gente era rimasta sconvolta quando dopo i quattro giri di batteria di Ugly Brunette uno sferzante vento di suono li colpiva, quest’anno non sarà certo rimasta indifferente davanti alla bomba atomica shoegaze che esplode dopo l’intro acustica di Snow Angel. Detto ciò, continuare a fare questo genere di paragoni è ingrato nei confronti di Disaster Trick: così facendo, farei quasi il gioco di quelli che a inserirlo nella lista di fine anno non ci hanno nemmeno pensato. Anche perché il disco è un piccolo mondo a sé stante e in quanto a coesione è il più leggibile del repertorio del gruppo. Ogni pezzo propone un tono diverso di quella melliflua malinconia che ha reso grandi gli Horse Jumper of Love ma, con idee prese in prestito da un amplio ventaglio di rock alternativo, le canzoni acquistano una varietà che previene ogni rischio di sentirsi stanchi all’ascolto. Wink, che mi è impropriamente capitato di chiamare “la title-track” poiché pronuncia le due parole del titolo, sembra una canzone dei Karate sotto effetto di quaalude: il basso e la batteria suonano un groove funk a velocità dimezzata, sul quale il chitarrista-cantante Dimitri Giannopoulos si inventa intrecci melodici che mantengono viva la fiammella tremolante dell’emozione. Fiammella che non si spenge mai, perché gli Horse Jumper of Love non sono un gruppo del tutto nichilista, anzi: lo dimostra la stupenda Today’s Iconoclast, cavalcata struggente che si risolve in ritornelli a due voci dall’irresistibile sapore midwest emo (sapete chi è la ragazza che canta? Karly Hartzman in arte Wednesday!), o ancora la viscerale e un po’ esoterica Word (un po’ una Don, Aman dei giorni nostri), il valzer lugubre dai sottotesti folk di Lip Reader, la lentissima epopea di Wait by the Stairs, acme emozionale del disco con il suo crescendo incendiario ai confini dello sludge metal (per dieci secondi penso agli Isis di epoca Oceanic; e godo, ovviamente)…
Insomma, gli Horse Jumper of Love quest’anno hanno acchittato proprio un
bell’arsenale di pezzoni, che non mi attarderò a citare tutti anche se è quasi
un peccato. Soprattutto, i ragazzi si sono ricordati a che punto erano bravi a
sbuffare vampe di calore con scariche di chitarre effettate e hanno deciso di
farlo con più immediatezza e semplicità. Heavy Metal è forse il momento
in cui i giovani slowcorers se ne compiacciono di più (e hanno proprio
ragione), giocando sull’alternanza di silenzi e sciabolate di distorsione. Ma
in questi pezzi c’è molto di più che semplici e disastrosi trucchetti di magia:
in particolare, c’è grande cura per il dettaglio e anche solo per il concetto
di base di ogni canzone. Con la closing-track Nude Descending arriva la
dimostrazione finale: la sezione ritmica si finge ottusa nel suo incedere
monotono mentre le chitarre disegnano sentieri perigliosi, a volte
affrontandoli di petto, a volte abbandonandoli sul nascere, chiudendo il disco
con una forza evocativa rara. Non c’è niente da fare: per me il modo di
approcciare il suono che hanno questi Horse Jumper of Love in grande spolvero,
nell’immenso padiglione di sonorità indie rock che esistono oggigiorno, ha un
piedistallo tutto suo. È un sound emblematico ed edificante.
Nel mondo che vorrei, le riviste si sarebbero strappate i capelli per
questa nuova release che è un po’ ritorno alle origini e un po’ prova di
maturità. Qualche estratto del disco sarebbe persino finito virale su Tik Tok
sotto la voce “doomer core” e la band avrebbe già un posto prenotato per
suonare al fottuto Tiny Desk. Così non è stato e, francamente, non so cosa
provare a riguardo. Pietà per i ragazzi, non riconosciuti come si deve? Una
vaga soddisfazione gatekeepatrice? Rancore verso l’ingrata stampa?
Nel dubbio, un po’ tutte e nessuna di queste. Ma una cosa che provo
sicuramente è una piccola, stoica ed idealistica convinzione che un karma
positivo aleggi sopra la band di Boston. Che prossimamente caccino il carico da
novanta non è impossibile da immaginare. Ma anche se così non fosse (e nessuno
si strapperà i capelli), sono convinto che tra qualche anno il tempo darà
ragione a questa band, e che finalmente verranno considerati come interpreti
“di culto” dell’indie rock del decennio 2015-2025.
Posso scommetterci quel che volete, me lo sento proprio. Anche perché, vai
a sapere perché, succede molto più spesso con la musica triste che con quella
allegra.
4.
Reverse Pathogen, Attention Is the New Heroine – Ok, parliamo di soldi
Il valore del mercato musicale, ad oggi, deve aggirarsi attorno a somme a dodici cifre. Già solo il fatturato della musica registrata, che è la punta dell'iceberg, viene stimato intorno ai trenta miliardi di dollari. Per la musica dal vivo siamo sui trentacinque e, se vogliamo vederci ancora più largo, possiamo aggiungere venti miliardi sul tavolo per la vendita di strumenti musicali. Aggiungiamoci l'economia sotterranea di prima e seconda mano, le somme non dichiarate e quelle traverse, che vanno dagli affitti delle sale prove ai proventi dell'editoria musicale fino all'equipaggiamento per le tournée: secondo me i soldi che ogni anno vengono investiti ne, in senso lato, “la musica”, sono agilmente più di cento miliardi di dollari. Dodici cifre.
Questo vuol dire due cose: la prima è che se domani Elon Musk decidesse di
“comprare la musica” in teoria, da un punto di vista puramente finanziario,
probabilmente ci riuscirebbe. La seconda è che a volte, pure in uno spazio come
Stereo Totale, dove la tendenza sarà sempre quella di parlare di emozioni, è
lecito porsi domande tipo: “Quanto costa?”. Ci sono dischi registrati
con sinque schei de mona in scarsea ed è quello il loro fascino. Ci sono album
che sono costati tre miei stipendi annuali e che sono incredibili per quel
motivo. Poco importa, non si giudica nessuno per ragioni di soldi. O mi
sbaglio?
Ricordo ancora che quando vennero fuori gli 100 Gecs nel 2019 Paolo fece un
commento che mi colpì abbastanza: “Si sente che sono due ragazzini ricchi e
viziati che giocano con aggeggi costosi comprati dal papi”. Avevo sentito tante
volte commenti simili, ma più che per denunciare le strumentazioni o i costi di
produzione, era per sparlare di artisti dalle formazioni prestigiose che si
dedicavano a forme d’arte storicamente “basse”: i conservatoristi che suonano
il post-punk, gli alunni della Berklee che lanciano progetti noise rock, roba
così. Qui invece si criticava proprio il fatto di cacciare fuori i big money
per fare canzoni sceme, che tanto valeva usare due softwaracci open source e
s’era tutti contenti.
Condivisi il commento solo parzialmente o, come direbbe Cassano, mi trovai
“completamente d'accordo a metà col mister”. I singoloni dell’album a me
divertivano e il loro fascino era proprio nella cura esagerata: una canzone
come Money Machine prodotta con midi scadenti e svuotata della sua
lavoratissima bombasticità sarebbe stato solo un ennesimo pezzo synth-punk
indistinguibile dalla massa. Se c'era qualcosa da criticare finanziariamente
non era certo quanti soldi fossero stati spesi, ma come. Il fatto che accanto a
banger assoluti apparissero canzoni senza ragione di esistere come gecgecgec
mi faceva infuriare e dare ragione a Paolone. Vedete, io sono un appassionato
di calcio e non ho nessun problema contro il fatto che “ci girino i milioni” come
molti gli recriminano. Mi fa piacere, anzi! Senza le compravendite da alta
finanza, i contratti pieni di clausole e il brivido del rischio d’impresa
questo sport non sarebbe appassionante come lo è davvero. E vi devo ammettere
(mentre il cursore del compasso politico si sposta pericolosamente verso
Sud-Est) che non mi dà nessun fastidio nemmeno il fatto che ci siano società in
netto vantaggio economico rispetto ad altre. Se proprio bisogna odiare il
capitalismo, io non comincerei da una delle sue poche parti divertenti! Come
per milioni di altre persone, seguire e commentare il calciomercato mi
intrattiene molto: vedere quanto e soprattutto come le squadre spendono i loro
capitali, alla fine, è un po' come assistere a una grande partita di Monopoly.
Ora, le cifre che finiscono nella registrazione di un album o nella
promozione di un singolo quasi mai sono pubbliche. Ciò non impedisce alla gente
di dare continui giudizi di natura economica sugli artisti. Il più frequente,
ovviamente, è quello di essere una “industry plant”, un prodotto
dell’industria. Anch’io, e in queste stesse sedi, mi sono concesso questo
piccolo piacere: lo feci accusando, frettolosamente e senza nessuna
originalità, The Last Dinner Party. Voglio però fare un paio di precisioni: spesso
chi critica i prodotti dell’industria si lamenta del “chi” più che del “come”,
scandalizzandosi del fatto che le etichette mettano tanti soldi in gente che a
detta loro non ha fatto la dovuta gavetta, dei signori nessuno che, senza
meriti artistici pregressi, si ritrovano ad avere tra le mani un disco prodotto
in maniera ultra-professionale e suonare in palcoscenici di tutto rispetto. A
me quello che non piace dell’Ultima Cena Festa non è tanto che siano
“arrivate”, quanto il fatto che dietro al gruppo ci sia palesemente una spesa
esosissima in direzione artistica, estetica, costumi e suono ma che le canzoni
non sembrino uscite dalla penna di persone reali, persone con dei leitmotiv e
delle idiosincrasie, ma da uno studio commerciale su cosa possa piacere a
determinati pubblici. Voglio dire, anche i Weezer del Blue Album vennero fuori
dal nulla con un album prodotto da Ric Ocasek ma, cazzarola, anche con un
songwriting che aveva tonnellate di personalità!
Insomma, quando si parla di soldi e musica, due domande mi interessano:
quanto e come. Al limite, perché. Ed è qui che veniamo all’artista di cui
voglio parlarvi, Reverse Pathogen. Ho scoperto i Reverse Pathogen in una
maniera con la quale, sorprendentemente, scopro una frazione abbastanza bassa
di nuova musica: una playlist. Ascoltare le playlist non mi fa impazzire, ma
nei giorni di scarsa fantasia e tanta pigrizia, di quelli in cui decido
all’ultimo minuto di non farmi la doccia la mattina e arrivo a lavoro ancora
tramortito, anch’io mi concedo di mettere su “Discover Weekly” di Spotify.
Proprio uno di questi giorni, in mezzo a una pletora di fottuti pezzi egg-punk
tutti uguali (l’algoritmo mi vede così, che ci vuoi fare), parte Primadonna.
Vengo subito sconvolto da una scarica di fuzz assolutamente invereconda, sulla
quale una voce profondissima canta melodie orecchiabili in una cavalcata
punkeggiante che non ha nessun ritegno. Sembra il ritorno dei Cramps o
(pepitiella per i più studiati) dei My Bloody Valentine circa 1985, con un
sound adattato ai nostri tempi. Una delle migliori canzoni dell’anno. La
ascolto a ripetizione per una settimana buona, me la godo appieno senza andare
a esplorare l’artista, forse perché ho un po’ paura di rompere la magia (in
effetti, la copertina generata con l’IA non lascia presagire niente di buono).
Quando il mio stagista appassionato di pop music della più becera decide di
mettere Primadonna di MARINA in auto, capisco che quella di Reverse
Pathogen è una cover. E, ovviamente, questo me la fa piacere ancora di più: è
un’idea semplicemente geniale.
Una delle particolarità di Spotify, che è sia un pregio sia un difetto, è che quando clicchi sulla pagina di un artista hai una visione d’insieme che ti porta a giudizi affrettati (che non vuol dire falsi). Apro la pagina di Reverse Pathogen e quel che vedo è una strategia di pubblicazione assolutamente bulimica. Nel 2024 sono uscite un sacco di cover di canzoni famose (nessuna bella come Primadonna, forse perché le “looped drums” che loro stessi hanno ammesso di usare sono troppo udibili nelle altre), poi dieci singoli rilasciati separatamente, poi un disco che li contiene tutti e dieci, poi la deluxe edition dello stesso disco, uscita due giorni dopo, che in più ha solo una canzone: un featuring con Trippie Redd! Numero di ascoltatori (meschino guardare il numero, ma la piattaforma mi ha obbligato): più di settantamila. Siamo sulle stesse cifre di gruppi tipo, che ne so, i Prison Affair. Solo che i Prison Affair sono in giro da anni, hanno una grossa reputazione live, l’anno prossimo suonano al Coachella. Non posso che dedurre che tutta la gente che ascolta i Reverse Pathogen è più gente che li becca nelle playlist (per accedere alle quali un artista deve pagare) che altro. Alla fine leggo la descrizione (sotto a un disegno in stile Gorillaz dei quattro membri): è molto simpatica, la storia di due cugini musicisti che si ritrovano per suonare insieme. E che, in assenza di batterista, riescono a ingaggiare Josh Freese per fare l’album di debutto. Josh Freese. L’attuale batterista dei Foo Fighters, probabilmente il turnista rock più leggendario dei nostri tempi. È inevitabile, perciò lo penso: qui sono stati spesi un sacco di soldi. E anche a cazzo di cane! Perché io da un artista mi aspetto quantomeno che la catalogazione e cronologia del suo output sia leggibile, e qui non c’è nemmeno questo. Perché la canzone con Trippie Redd, che è la più ascoltata con un distacco mostruoso, è pessima. Ma ehi, alla fine è pur sempre un artista che mi interessa e che ha fatto un LP, no? Allora metto su Attention is the New Heroine. E, credetemi, non me ne pento, perché è un disco fantastico.
Get in on the Run mette subito le cose in chiaro quanto a talento
compositivo e immediatezza melodica: nel loro jangle pop tinto di punk vivace,
deciso e un po’ teatrale, i Reverse Pathogen macinano riff memorabili e
soprattutto convincono con un suono di chitarra ronzante che, doppiando in
continuazione le linee vocali cavernose, si distingue subito nella sua unicità.
È un sound che, oltre che originale, è versatile: festaiolo nelle vesti un po’
yé-yé di un noise pop come Lie to Me (sembra di sentire i Primitives di
Lovely!), disperatamente espressivo nella title-track Attention is the New Heroine (“Why do you care what people say?, we could just have it our own
way”, poi ci torniamo), o ancora sarcasticamente drammatico nella satirica Living in a Constant Fear of Communism (nel cui ritornello i nostri si divertono
anche a scimmiottare gli Strokes). La formula trovata dai Reverse Pathogen non
è poi troppo complessa, eppure ha grande carattere: una relazione così estrema
tra distorsione devastante e melodie “feelgood”, diavolo e acquasanta, è
veramente rara nella musica di oggigiorno e questi americani lo fanno
semplicemente meglio degli altri. Aggiungici che (te ce credo), le parti di
batteria sono efficaci e mai noiose e hai fatto bingo. Un plauso particolare,
però, va dato alle vocals: i due cugini si alternano al microfono “in a Lennon
and McCartney-esque fashion” ma sanno entrambi dare grande potenza alle canzoni
con toni gravi ma anche sensuali: è soprattutto grazie a questo contributo che Drift
suona così spericolata, un invito a montare sulla Fiat Panda di un pilota di
Formula 1 che va parecchio di fretta, oppure ancora che Mysterious Ways,
nonostante tutte le ingrate cose che ho pensato (e detto) degli spendaccioni
Patogeni, me li fa percepire come personalità dall’aura oscura ed enigmatica.
E allora finisce che, dopo aver veramente consumato questo album (e
continuerò negli anni a venire), mi decido di andare a scoprire chi sono questi
geniali scialacquatori, con il fare di un revisore dei conti. Viene fuori che
il gruppo nasce dalla mente di Clayton Thomas, già rapper col nome d’arte
GhostLuvMe, che in qualche modo (sul quale possiamo concederci di essere
maliziosi) ha racimolato featuring con gente tipo Future e Lil Uzi Vert e si è
fatto produrre un album da Zaytoven. Se uno ci pensa bene, è una storia
assurda: quella di un uomo che cerca di imporsi nel gotha della trap
statunitense ma fallisce e si mette a investire in un progetto di garage rock
dal quale riesce a tirare fuori un sound nuovo e unico.
È un fatto appurato che ad aver investito nel primo favoloso album di
Reverse Pathogen (e sullo sfortunato contorno: in questo momento stanno uscendo
delle canzoni di natale…) siano stati Clayton e compari. Bastano pochi click
per confermarlo. Se i Reverse Pathogen abbiano o prevedano di avere un ritorno
sull’investimento, questo invece non è dato saperlo. E del fatto che Attention
is the New Heroine non finirà in nessuna classifica di fine anno, ne ho
l’assoluta certezza. Perché la stampa o non ha ancora sentito parlare di questa
band, o non vuole ancora dare spazio a un artista che a un primo sguardo
superficiale sembra più un’operazione finanziaria che altro, nonostante un
disco di debutto di gran classe.
Io non so quanto sia l’indotto generato da una posizione in una classifica
di fine anno. Mi sembra di capire che a questa band non interessi. Le riviste
guardano tantissimo alla direzione artistica di una band, all’estetica. I
Reverse Pathogen hanno tutto tranne quello. Nei commenti di un podcast dove
Clayton Thomas presentava la sua nuova band c’è chi l’ha tacciato di “industry
plant”. Come al solito, la gente prende fischi per fiaschi: tutto questo è
esattamente il contrario di un prodotto dell’industria, e se quest’album
rimarrà a lungo nel silenzio è anche perché il modo di rilasciarlo è quasi
troppo fuori dal sistema dell’industria musicale. Pure se ci sono in ballo
tanti soldi.
Le domande che possono scaturire da quest’ultima constatazione sono tante,
ma ve ne lascio una sola, a mo’ di provocazione: al giorno d’oggi in un mercato
musicale strapieno di attori intermedi, le etichette i distributori gli addetti
marketing gli investitori… Attingere dal proprio capitale, persino investendo
somme importanti, non è poi un po’ “fottere il sistema”? Non è, in fondo, la
cosa più dirompente o, passatemi il termine, “punk” da fare?
5. Hitmen, Rock to Forget – Intermezzo: breve
storia underground
È strano: ho come l'impressione di aver cominciato questa lista con la
buona intenzione di mettere in luce artisti che sarebbero rimasti a bocca
asciutta a Capodanno e di averla trasformata in un decalogo di sfoghi, o
quantomeno riflessioni un po' accese, sullo stato attuale dell'industria
musicale e della critica. Sapete cosa? Va bene così, ma arrivato a metà lista
voglio riposarmi un attimo. E quale rifugio è più caldo, comodo e accogliente
del buon vecchio underground? Nessuno. Vi presento dunque uno dei miei album
preferiti in assoluto dell'anno: Rock to Forget degli Hitmen. Sono passati in
sordina, gli Hitmen, non di certo perché la loro musica non risponde agli
standard di una certa stampa né tantomeno perché sono nemici dei poteri forti,
ma soltanto perché è da pochi mesi che è possibile ascoltarli, e perché hanno
fatto uscire esattamente nove minuti e ventidue secondi di musica in un
mini-album, Rock to Forget, che è stato pubblicizzato non pochissimo, di meno.
So che chi sta (ancora) leggendo ha probabilmente due domande che gli sono
affiorate alla mente. Alla prima, ovvero se abbia veramente senso mettere un EP
di nove minuti in una classifica di fine anno, rispondo come l’amico che
abbandonò Darth Vader a Livorno per andare a Ibiza, ovvero con un secco e
atono: “Sì”. A chi invece sta pensando a come io conti rispettare la par
condicio e scrivere un papirozzo equivalente a quelli che ho già messo in
mostra per album ben più lunghi e “controversi”, rispondo con la frase
emblematica di Dean Dodd, il vomitatore seriale più famoso d'Inghilterra: “Do
you know whhho I am kid?”.
Come insegna la mia migliore rubrica, Depths of Bandcamp (spoiler: sta per
ritornando), non si può veramente parlare con completezza di un disco
underground senza raccontare come si è arrivati a scoprirlo. Per Rock to
Forget, però, va detto che è stato un evento terribilmente stupido, un po’
com’è stupida la nostra contemporaneità. Stavo doomscorrendo a morte le storie
di Instagram prima di addormentarmi, nutrendomi di contenuti che non avrebbero
lasciato assolutamente niente al mio bagaglio culturale, col cervello
praticamente spento. A un certo punto mi appare una foto di cui ricordo solo
che era “strana”. La stava postando una persona di cui ricordo solo che “la
ammiro”. Grazia divina vuole che l’audio del mio cellulare slash strumento di
auto-abbrutimento sia acceso. Questo lo ricordo benissimo: lo snippet che
accompagnava questa story era Gone Forever, minuto 00:35. Questo non
posso scordarlo. Perché, nel mio torpore notturno, qualche sinapsi mi si
riaccende. “Porca troia, che mina!” dice quella parete del cervello
sempliciotta, a cui piace pogare ubriaco, vedere i migliori gol di Ronaldinho e
mangiare la Nutella. “Vista la dissonanza, la produzione, il nome così iconico
della band, deve per forza essere un gruppo di punk alternativo statunitense
degli anni ’90. Sono sicuramente coetanei degli Unwound, forse anche più
aggressivi e tendenti al metal”, dice invece il lobo della masturbazione
musicale, con la sua aria da sommelier di ‘sta ceppa. I due abitanti della
corteccia cerebrale, così diversi tranne nel fatto di essere entrambi un po’
idioti, si guardano, si sorridono, si capiscono e si stringono la mano. E anche
se lassù è buio pesto, parete rozza e lobo segaiolo cominciano a far girare la
dinamo con tutte le loro forza, finché una lampadina non si accende. Le mani si
distolgono un attimo dalla social-droga e scrivono qualche parola sul blocco
note: Hitmen - Gone Forever. “Phew, missione compiuta! C’è mancato un pelo”.
Non passa molto tempo. Poco dopo questo episodio spin-off di Inside Out devo
prendere l’autobus e ho voglia di ascoltare un disco nuovo. Rileggo l’appunto
quasi immemore del momento in cui l’ho scritto e decido di andare a dare
un’occhiata. Prima sorpresa: la data di uscita è il 2024 (il lobo sommelier non
distinguerebbe un bourgogne aligoté da un verdicchio, altroché). Seconda
sorpresa: l’artista sembrerebbe essere uno sconosciuto (la descrizione Spotify
è questa cosa qui: ━╤デ╦︻(▀̿̿Ĺ̯̿̿▀̿ ̿);
bellissima). Terza sorpresa: Rock to Forget sono i migliori nove minuti e
ventidue secondi di tutto il fottuto anno, a mani bassissime. Vi racconto, solo
per l’aneddoto, che avevo un’oretta a disposizione e ho semplicemente ascoltato
l’EP sei volte di fila.
Gone Forever, alle mie orecchie, suona com’è dovuta suonare Baba O’Riley, nel ’71, agli appassionati dell’ormai morente British Invasion. Come il capolavoro dei The Who, ha un’intro voluminosa che ha lo scopo di mettere in mostra la novità sonora di una nuova epoca: non l’arpeggiator di un sintetizzatore, bensì un tono di chitarra elettrica che è al contempo dissonante e dolce, tagliente e morbido, nobilitato da una produzione che lo fa brillare sopra agli altri strumenti senza però turbare l’equilibrio generale di un suono che è sì lo-fi, ma anche talmente frontale che sembra di poter appoggiare le mani sulle spie del palcoscenico. Saranno solo accordi e colpi di crash, ma io già mi sono infatuato. Ma è solo quando finalmente arriva il riff principale, una melodia post-hardcore tumultuosa e incommensurabilmente groovy, che capisco che è vero amore. La voce tenebrosa del cantante, poi, è semplicemente un abbinamento perfetto a quel che sta succedendo, ovvero: un viaggio interdimensionale tra sedicimila melodie diverse, dipanata in una catena che svaria tra il furioso e il disperato, toccando il suo culmine in un lamento di maniera casablanchiana che fa tremare i muri. Il finale della canzone in cui la catena si chiude come per magia, per me, è un’esperienza messianica: come davanti a un miracolo, mi inchino al cospetto del gruppo che è venuto a elevare l’indie punk sulle vette celesti. Ma non ho nemmeno il tempo di toccare il suolo con le ginocchia perché, in una perfetta consecutio temporum (quella di BPM che contro ogni logica si incastrano bene gli uni con gli altri), arriva Stress Don’t Suit You a spazzarmi via una seconda volta: un minuto e quaranta di rock ’n’ roll del futuro, con riff che trasformerebbero uno scantinato in un’arena e viceversa, un ritornello anthemico che sembra un figlio bastardo tra Strokes e Jawbox e l’assolo più cazzuto dell’anno. Roba che chi non alza le corna al cielo è juventino.
Rock to Forget è un interludio noise di un minuto: gli Hitmen
sanno bene che i primi quattro minuti devono essere separati dagli ultimi
quattro per evitare infarti importanti. E infatti la tachicardia riprende
subito quando New Life mostra un lato della band meno efferato, più
lento e arioso: questa canzone non vive di variazioni, ma è di fatto un
incedere slacker rock classicissimo che, reinterpretato sotto la chiave di
questo sound sconvolgente senza rinunciare all’attitudine trasandata e quasi
pigra che contraddistinguono questo stile di indie rock, gli fanno riacquistare
una potenza e una vitalità mai viste. Ancora una volta, neanche il tempo di
respirare, ed ecco che arriva un altro capolavoro tra capo e collo: Baby Whale. Che dire di questa closing-track perfetta? Nella sua struttura
piuttosto classica (ma nient’affatto banale), è una hit dal potenziale
generazionale: suona come Here’s the Thing (il miglior pezzo di Romance
dei Fontaines D.C.) se accendesse il reattore a propulsione supersonica e
cominciasse a viaggiare sul serio. L’ostinato degli ultimi trenta secondi, dove
la batteria picchia a sfare, la chitarra ormai è un muro di suono e la voce
urla senza tregua: “You’re my best friend! You’re my best friend!” è tanto
orecchiabile quanto misterioso quanto lacerante quanto mitologico quanto tenero
quanto allibente, allibente al punto che quando l’ultima, vibrante nota mi
stende e mi lascia tramortito nel silenzio non ho più aggettivi. Voglio solo
riascoltare. E riascoltare. E riascoltare.
Rock to Forget mi ha colpito così tanto che per un po’ ho quasi dubitato
che fosse di questo mondo. Sì, ok, quel tono di chitarra fantascientifico non è
un dono del signore onnipotente, sicuramente può essere studiato e ricreato
(devi mettere un phaser con un chorus coi mid alti con un muff col treble col
cugino della suocera della vicina della portinaia). Ma poi, ancora, la geniale
struttura chiastica dell’album, le trovate melodiche, i fill di batteria, la
produzione sporca ma nitidissima… Da dove viene fuori? Gli Hitmen non possono
essere solo una band da garage al loro EP di debutto, dev’esserci qualcos’altro
dietro. Ed è qualcosa che ho anche la vaga impressione di conoscere. Per giunta
c’è un mito fondante a quello di questa mia nuova scoperta del fuoco, quello
della foto “strana” condivisa da una persona “che ammiro”. Ma non voglio fare
il commissario e lanciarmi in un’inchiesta. Non ora, almeno. Voglio solo
riascoltare. E riascoltare. E riascoltare.
Arrivo a un punto in cui penso di essere un po’ ammattito e decido di
uscire dal tunnel ossessivo con accenni quasi religiosi nel quale questi nove
minuti di musica mi hanno catapultato. Decido, perciò, di condividere Rock to
Forget con chiunque. Ricordo benissimo il momento: sono in Place des Abesses,
ai piedi della collina di Montmartre, con una combriccola improbabile composta
da Mina, la fidanzata del chitarrista con cui suono, il bassista Taha e la sua
sorella minore, venuta in visita a Parigi da Rabat. Stiamo mangiando un gelato
da Une Glace à Paris, un posto che ha l’aspetto esteriore da perfetta trappola
per turisti e l’interno da gelataio fighetto e minimalista con ingredienti
pregiati, cosa che poi è. Mentre discutiamo di questa strana strategia di
marketing e contro-marketing gustandoci la vaniglia bourbon affumicata e il
cioccolato amaro 80% del Costa Rica (scherzi a parte è molto buono, consiglio),
mi viene l’istinto insano di far sentire Gone Forever a questo inedito
terzetto. Del resto è una canzone talmente indiscutibilmente geniale che
dovrebbe piacere anche a persone che di base ascoltano electro-pop, fusion funk
e cantautorato marocchino. Spero.
Ovviamente, siccome questo bisogno di spammare Rock to Forget è
straripante, lo mando anche a cinque chat diverse: Paul, Paolo, Alessandro,
Tommy. E, ovviamente, il gruppo Whatsapp di nome “🛡️SOLO ALBUM🎶”. Spero di non infrangere le regole di nessun
fight club, se vi racconto rapidamente cosa sono i “gruppi scudo”. Una frangia
di amici e conoscenti brianzoli, perlopiù appassionati di screamo (sembra
assurdo, ma dopo ne riparlo), hanno avuto l’idea di creare gruppi Whatsapp in
cui è tollerato parlare di un solo argomento, altrimenti si viene “scudati”,
cioè bombardati di emoji scudo. Ce ne devono essere una trentina e quello sugli
album, piccola fierezza personale, l’ho creato io. Ad ogni modo, lascio l’EP
nell’etere e osservo le reazioni dei miei compagni di gelato. Sono concordi nel
dire che è una bella canzone e, soprattutto, sono curiosi. “Ma sono
americani?”, mi chiede Mina. Non mi ero mai posto la questione e perciò,
varcando le soglie del tempio di Vesta, apro il loro Bandcamp. Londra, Regno
Unito, non l’avrei mai detto. Poi leggo un nome: Karim Newble. Aspetta un
attimo…
Immaginatemi come alla fine di uno di quei film alla Christopher Nolan in
cui tutti i pezzetti del puzzle si riuniscono. Vi ricordate i Powerplant,
quella band synth-punk folle che ci impartì una lezione di potenza e
frizzantezza? Ricordate che avevano un bassista con la maglia dei Guided by
Voices? Si chiamava Karim, un nome non rarissimo in Inghilterra, ma nemmeno
così comune. Faccio un paio di click per confermare ma è solo per correttezza:
ho già capito che gli Hitmen sono il suo nuovo progetto. La canzone del resto,
adesso me ne sovvengo, era stata condivisa proprio dal profilo dei Powerplant,
che pubblicano solo foto strane e… beh, ha tutto terribilmente senso! Ma un
piccolo senso di vertigine mi viene lo stesso: io con la persona geniale che ha
creato questa musica ci ho già parlato in passato! Poi mi torna in mente un
verso di Chaos Space Marine, l’unica canzone dei Black Country, New Road
ad avere una vera replay value, che dice: “The sailor boys light up in song and
they sing of London”. Sta veramente nascendo un nuovo suono indie punk rock,
lassù! Al che, infine, mi monta addosso un enorme senso di eccitazione, quello
di star vedendo da vicinissimo l’embrione di una piccola rivoluzione musicale
in potenza.
Il telefono vibra. È Francesco, esperto di musica inglese più di quanto io
possa mai ambire di esserlo, che dalla Brianza scrive: “Figo, sembrano gli
Island of Love”. Un paio di click. “Eh sì Fra, il chitarrista è lo stesso.
Karim Newble, anche bassista dei Powerplant” “Lo sapevo!, quel tono di chitarra
è inconfondibile”. Come
sarebbe a di-?…
“Ah, shit, here we go again”…
6. Swervedriver, Doremi Faso Latido – Vecchie
glorie, compilation e altre cose passate di moda
A volte penso che se nella vita è mai esistita un’ingiustizia, quella è l’insufficiente popolarità degli Swervedriver. Ai miei occhi, sono tipicamente la band che aveva tutto per diventare famosissima: un savoir faire sonico che avrebbe potuto tranquillamente permettergli di essere il gruppo space-rock revival per eccellenza, sopra anche a Spacemen 3 e Spiritualized; una sapienza compositiva per quell’alternative rock quasi tendente al grunge nella prima metà dei ’90 che, se impacchettata bene, gli avrebbe permesso vendere non dico quanto i Pearl Jam, ma almeno quanto, che ne so, gli Afghan Whigs; il fatto di essere un gruppo perfettamente catalogabile come “shoegaze”, in Inghilterra, nell’epoca giusta, cosa che è valsa l’ottenimento immediato di uno status di culto per praticamente tutti. Forse è stato l’avere tutte e tre le cose allo stesso tempo che non li ha mai fatti esplodere, a riprova del fatto che il troppo stroppia: forse, se uno o due degli elementi che ho appena elencato fossero mancati, oggi parleremmo degli Swervedriver come parliamo degli Slowdive o persino degli Smashing Pumpkins. Ma non avremmo avuto gli Swervedriver, una delle band più ganze di sempre.
Nel 2019 io e Paolo eravamo già a conoscenza della band di Oxford ma, come
per molti, la nostra conoscenza si fermava a qualche ascolto rigorosamente
headbangato del loro capolavoro Mezcal Head (1993) e della sua hit Duel,
che per noi era una perfetta istantanea di come si fosse declinato, nei magici
nineties, il suono del rock ‘n’ roll più puro e scatenato. Il Primavera Sound,
quando ancora giocava molto della sua immagine sulla capacità di fare sorprese
volte, spesso e volentieri, a mostrare di avercelo più lungo degli altri (set a
sorpresa dei Mogwai, mini-show intimista degli Arcade Fire, roba così), ci
droppò all’ultimo minuto gli Swerverdriver nell’“hidden stage” alle due di
notte del venerdì (ricordo ancora benissimo quella “ruta” improbabile: dopo essere
stato il più giovane a questo set andai a vedere Mura Masa con Tommy, dove
eravamo i più vecchi). In questo palco all’aperto ma al chiuso, a notte fonda,
gli inglesi ci annegarono nel suono tra volumi altissimi, feedback stordenti,
costanti bordate batteristiche e canzoni bellissime, tra tutte una Last Train to Satansville dirompente, esagerata. Ne uscimmo che A, ci girava la
testa e B, avevamo ormai la certezza che lo shoegaze si può e deve giudicare
anche in base all’efferatezza e che, in assenza di prove empiriche superiori
(ne riparleremo dopo aver visto Kevin Shields), questi signori risbucati con
aplomb da un’epoca dimenticata erano dei pesi massimi della categoria.
Erano tornati in buono spolvero, gli Swervedriver, ma a parte i cultori
della nicchia non se n’era accorto nessuno. Pensate che quando ero nella
“college radio” di St. Louis, Missouri il CD di Future Ruins (2019) mandato
dall’etichetta era rimasto nel cestino dei dischi da recensire per così tanti
mesi di fila, senza che nessuno se lo filasse, che alla era stato trasferito
nel cestino dei dischi che ti puoi portare a casa gratuitamente. Non ci pensai
un attimo, arraffai e lo misi anche su un bel po’ di volte: ok, non sarà un
capolavoro, ma ha i suoi momenti e non merita certo la petazione generalizzata
che ha ricevuto! Ed è forse a causa della suddetta che, dopo il 2019, della
band non si sentì tristemente più parlare. La cosa veniva tirata fuori di
quando in quando, nei classici momenti in cui si fissa il vuoto dal bancone del
bar. Unico commento a riguardo, un laconico: “Peccato…”.
Eppure, ogni tanto, i miracoli succedono. Non avrei mai pensato che il 2024
mi avrebbe riservato di ricevere in dono un’ora di musica inedita dei migliori
Swervedriver, eppure così è stato. Ricordo ancora il momento in cui Doremi Faso
Latido e la sua copertina di un bellissimo rosso vermiglio, semplice ed
elettromagnetica al punto giusto, fecero capolino nella pagina delle ultime
uscite: reagimmo come i bambini quando vedono i regali sotto l’albero la
mattina di natale. Scartammo subito il pacchetto e la goduria fu
incommensurabile: era oltre ogni nostra aspettativa. Certo, non posso negare
che una tale sensazione di appagamento, nel sentire dello shoegaze fatto come
dio comanda, fosse dovuta anche al fatto che, in generale, il genere sembrava
versare in una crisi nera. In particolare, da qualche anno, questa parola un
po’ esotica la si poteva leggere dappertutto, ma sembrava che venisse usata
sempre di più a sproposito: no comment, ad esempio, sul fatto che le nuove
generazioni se ne servissero per parlare di Deathconsciousness degli Have a
Nice Life. Ancora meno comment, poi, sulla robaccia che ci viene proposta come
novità nel genere: Yeule?, davvero?
Il disco era davvero bellissimo: lungo, vario, coerente, denso, rotondo.
Pieno di sostanza, e con una strafottente indifferenza per la forma. Un album
di ritorno sulle scene in piena regola? “Eh!, but you are wrong”, avrebbe
commentato Slavoj Žižek, un po’ come quando mostrò al mondo il confine tra
Balcani e Mitteleuropa. Perché, dopo svariati ascolti, venne fuori che Doremi
Faso Latido altro non era che una compilation! Per noi era un po’ troppo tardi:
ormai era diventato come 13 Songs dei Fugazi, Substance dei New Order, Hatful
of Hollow degli Smiths: uno di quei dischi che sì, tecnicamente sono raccolte,
ma hanno in tutto e per tutto il valore, sia esso storico, simbolico o sonoro,
di un LP.
La storia che c’è dietro merita di essere raccontata: comincia
probabilmente nel 1995 quando, in vista della pubblicazione del terzo album
Ejector Seat Reservation, gli investitori fecero le loro previsioni e capirono
che a giro c’erano fonti di guadagno molto più sicure degli Swervedriver (erano
gli anni d’oro del britpop, del resto). I quattro di Oxford si ritrovarono, sì,
con un nuovo disco acquistabile nei negozi del Regno Unito, ma senza soldi né
grande sostegno per tutto ciò che potesse essere tournée, distribuzione estera,
pubblicità e compagnia bella. Il talento non gli mancava e nello sfogo finale
dell’epoca, ormai morta, dei grandi contratti discografici nel rock, firmarono
con una nuova etichetta che gli permise di costruire il loro proprio studio
discografico. Qui viene la parte importante: gli Swervedriver registrarono il
loro quarto album 99th Dream in questi nuovi Bad Earth Studios, che in seguito
restarono aperti per circa cinque anni (non venne incisa tantissima roba ma ci
passarono due leggende britanniche “sordinate” degli anni ‘90: i power poppari
Ash e le riot grrrls Elastica!). Nel 1997 finiscono l’album e, siccome la loro
carriera non era stata rocambolesca abbastanza, si vedono rescindere il
contratto dalla label, che necessitava di tagli strutturali al bilancio, a tre
settimane dalla data di uscita. Quel che è rimasto alla storia, in questa
tragicommedia discografica, è stata l’incredibile tenacia con la quale il
quartetto si è barcamenato per far uscire il disco, creando una propria etichetta
e trovando piccole label indipendenti che sarebbero state degne della loro
fiducia ormai lesa eternamente. Ironia della sorte: il disco, che per poco non
rimaneva sepolto per sempre, non piacque a tutti. Anzi, a dirla tutta non fa
impazzire nemmeno me, nelle sue sonorità che hanno perso di radicalità ed
affilatezza, e per colpa di trovate di produzione che sembrano quasi la ricerca
di un compromesso con un mercato del guitar rock che, all’epoca, doveva essere
più alla ricerca di raffinatezza virtuosistica che di sregolatezza e intensità.
Della reissue 2024 di 99th Dream, ovviamente, io non ne sentii nemmeno
parlare, tra che non ne sono appassionato e non colleziono dischi. A quanto
pare, però, quello messo su dalla piccolissima label Outer Battery Records è
stato uno dei migliori boxset a vedere la luce del giorno negli ultimi tempi,
perché nel primo CD si può ascoltare l’album con quattro bonus track, nel
secondo godersi un live a New York del gennaio 1998 e nel terzo… Beh, nel terzo
ci sono “out-takes and demos”. “Scarti e demo” non è mai una dicitura
seducente. Mi ricorda sempre di quella volta che Polyvynil annunciò la versione
deluxe del primo album degli American Football (avevo sedici anni) e il
materiale bonus erano soltanto sessioni mediocri in sala prove registrate con
una qualità che dire pessima è un complimento. Ebbene mi sbagliavo: “scarti e
demo”, in questo caso, vuol dire Doremi Faso Latido. Che è piaciuto talmente
tanto che ne è stato fatta una release a sé stante.
Ed è giusto così! Il materiale contenuto in questa raccolta, del resto,
altro non è che il frutto di più di un anno di attività di una band
professionistica all’interno del suo proprio studio. Ha, perciò, una
definizione sonora di altissimo livello, ma lascia soprattutto trasparire
l’intenzione e concentrazione di una band che prova a riscattarsi, frammiste
alla gioia di essere riusciti a riprendersi dallo shock e alla spensieratezza
di avere finalmente una nuova casa, un luogo dove poter creare musica in serenità.
In qualche modo, la forza della compilation è anche quella di essere il
rovescio della medaglia di un disco che è stato decisamente cannato: Doremi
suona esattamente come una release che non cerca di adattarsi al gusto di
nessuno e mostra appieno il potenziale della band. Ne è emblematico il fatto
che cominci con Butterfly, canzone dall’intro rumorosissima e caotica
che si trasla in un’eterea e inquietante cavalcata dai mille e uno strati di
chitarra, la dolcezza di ciascuno dei quali flirta un po’ col pericolo. E se
questa è una prova di sapienza shoegaze, la bomba in spoken-word Canvey Island Baby, con la sua pestonaggine e gli infiniti riff da stadio che
fanno l’amore con le frequenze stereofoniche deliranti è la dimostrazione che
sull’altare del rock alternativo c’era spazio anche per gli Swervedriver.
Oltre alle canzoni che erano rimaste inedite tipo le sopracitate ci sono le
versioni demo di canzoni che poi finirono su 99th Dream, riarrangiate in
versioni meno grezze. Ovviamente per me non c’è paragone: Doremi tutta la vita!
Up From the Sea è una sberla indie rock veloce, dritta al punto e
dall’energia grunge devastante che la sua “pissera” sorella può solo sognarsi;
questa These Times, invece che un tentativo fallito di imitare gli Oasis
come nel disco del ’98, è un raro (e bellissimo) esempio di inno britpop
completamente ricoperto di feedback; Wrong Treats, scevra della
magniloquenza della versione successiva, leviga l’anima come una spugna da
scrub; Behind The Scenes Of The Sounds & The Times, seppur più breve
di quella di 99th, mette in mostra in maniera molto più cristallina le note
doti da “jam band” del gruppo (già dimostrare in Never Lose That Feeling / Never Learn)
con la sua emozionante “circle composition” e un finale che il 99% dei dischi
shoegaze di oggigiorno si sogna. Insomma, più che demo, sono proprio altre
canzoni!, alla faccia di chi dice che gli arrangiamenti non sono importanti.
Il meglio di sé, però, gli Swervedriver lo danno proprio nelle out-takes.
La ballata Straight Thru Your Heart è la mia canzone preferita del
disco, forse dell’anno: dietro all’apparenza di ghirlanda luminosa psichedelica
che gli dona il fiabesco riff di tastiera c’è una finta canzone d’amore piena
di colpi di scena. Sciflyer97, anche se non ha niente a che vedere con
la Sci Flyer di Raise (1991), omaggia il disco di debutto del quartetto
con un ostinato space-rock in piena regola, un capolavoro di testura che
ricorda quasi To Here Knows When in salsa galattica. Ed è impossibile
non citare la poliedrica Cool Your Boots che, con i suoi cori femminili
(“Doremifasol-la Tidoremi-fa”!) e un paio di plettrate che sfondano le casse,
mi riportano ai bei momenti passati a farmi spettinare dagli Stereolab (e
ascoltate bene le eco dei Bad Earth Studios nei primi istanti: sentite anche
voi quel che sento io?).
Fa quasi strano pensare che delle perle del genere siano rimaste nel
cassetto per più di venticinque anni. E fa strano che uno dei migliori album in
assoluto di una vecchia gloria esca così, sotto forma di un disco di scarti.
Eppure quest’ultima cosa ha completamente senso perché gli Swervedriver in
fondo sono anche questo: genio nascosto nell’ombra. E questa è anche la ragione
per cui Doremi Faso Latido non finirà in nessuna classifica: alle riviste, a
meno che non si tratti di gruppi che hanno riempito stadi tipo i Cure o i Pet
Shop Boys, non interessano le vecchie glorie. E soprattutto, le riviste hanno
una voglia frenetica, spasmodica e insensata di musica nuova, registrata di
recente, fresca di incisione.
Gli Swerdriver hanno deciso di fare l’esatto contrario: rilasciare le loro
canzoni del ‘97/’98. Io la trovo una mossa generosa, originale e coraggiosa. Da
veri ganzi.
7. Fucked Up, Who’s Got the Time & a Half –
Alla ricerca del tempo per noi
“Ambizioso” è un aggettivo che la critica musicale usa un po’ a sproposito
in occasioni come il listone di fine anno e anche in questo 2024 l’ho visto
usare in una quantità di trafiletti troppo elevata per evitare che, via via, il
suo significato abbia perso ogni senso. Un disco mescola due generi che nessuno
aveva mai pensato di accostare? Non è singolare o eccentrico, è ambizioso. Un
pezzo presenta arrangiamenti curatissimi e ultra-dettagliati? Non è
particolareggiato o sfarzoso, è ambizioso. Un artista decide di avere una
strategia di pubblicazione o distribuzione fuori dagli schemi del commercio
contemporaneo? Non è rischioso o coraggioso, è ambizioso.
Ovviamente il fatto che abbia questo piccolo “ick” nei confronti di alcuni
autori non significa che eradicherei la parola “ambizioso”: spesso e volentieri
ne faccio uso anch’io. Se c’è una cosa che però eviterei di fare, è farlo
quando sto facendo dei comparativi e l’oggetto dell’ambizione in questione ha
diversi gradi di intensità che non vengono propriamente specificati. Tyler, the
Creator che a differenza dei colleghi pubblica Chromakopia di lunedì per poi
commentare: “I'm not doing that stupid Friday shit” è di un ambizioso
“simpatico”. Kendrick Lamar che fa uscire GNX senza fare promozione ufficiale
all’album invece è qualcosa tipo un ambizioso “fiero”. Cindy Lee che non fa
uscire Diamond Jubilee sulle piattaforme di streaming è già un ambizioso “temerario”.
Ma di ambizioso “folle” quest’anno è uscito solo e soltanto un album. Di chi
poteva essere se non dei mitici e inimitabili Fucked Up?
Che la band di punk alternativo canadese fosse, in senso lato, “ambiziosa”,
questo era un fatto appurato. Nei loro venti e passa anni di carriera lo hanno
dimostrato varie volte: nel 2006, quando rilasciarono un LP di debutto Hidden
World, il primo album nella storia dell’hardcore punk ad avere canzoni dalla
durata media di sei minuti; nel 2011, quando un paio di mesi prima della
pubblicazione del classico David Comes to Life ci fecero dono di David’s Town,
una finta compilation composta da finte canzoni di finte band tutte provenienti
dalla stessa finta città; infine, ovviamente, quando cominciarono a inventarsi,
release dopo release, delle vere e proprie “saghe” discografiche, di cui la più
celebre è senza dubbio quella delle lunghe suite progressive che portano tutte
il nome di un anno dell’oroscopo cinese: Year of the Dog, Year of the Dragon e via andare fino a Year of the Horse che è divisa in quattro atti e
dura un’ora e mezza. I Fucked Up hanno sempre amato giocare col, o giocarsi
del, tempo. Quando nel 2023 uscì One Day (ne parlai nel live report del
concerto al Petit Bain: recuperare), però, non era ancora noto a nessuno che si
trattava del primo capitolo di una nuova saga che si concentra proprio sulla
tematica del tempo. Il titolo, in particolare, si riferiva al fatto che
l’insieme delle canzoni, a detta della band, era stato scritto e registrato
alla chitarra in un giorno solo nel dicembre del 2019 (anche se poi ovviamente
c’erano voluti mesi ad aggiungere gli altri strumenti). “I bastardi l’hanno fatto
di nuovo”, ho pensato quando quest’estate è stato annunciato Another Day,
scritto e registrato alla chitarra in un altro giorno, precisamente nel maggio
del 2022. Non aggiungo altro, se non che a novembre è uscito persino un
Someday!
Ma se la prolificità extraterrestre del gruppo in fondo è “soltanto” un
indicatore di un momento di ispirazione fuori dal comune, l’idea che sta alla
base del primo dei tre (!) album pubblicati quest’anno è semplicemente sinonimo
di pazzia. Una volta lanciata una normalissima campagna promozionale per
l’arrivo del (primo) sequel di One Day, infatti, gli sgravoni di Toronto
annunciano che il 6 agosto faranno un livestream. Di ventiquattro ore filate.
In cui scriveranno e registranno un album intero. La parte più assurda della
cosa è il fatto che ai fan più stagionati della band questa trovata non è
sembrata nemmeno così estrema (si ricorderanno, probabilmente, di quel concerto
promozionale di dodici ore a New York in cui, tra le “guest star”, c’erano
Moby, Ezra Koenig e J Mascis). Per le persone sane, in compenso, la prospettiva
di restare sveglie per ventiquattro ore filate sembra un atto di pura
sregolatezza. Se poi ci aggiungi che in quelle quattro ore devi applicarti in
uno sforzo creativo costante, restare concentrato su una grossa quantità di
“take” e pure mantenere un occhio sul ticchettio ineluttabile dell’orologio…
beh, penso che usare la parola follia non sia un’esagerazione.
Ovviamente, la diretta online non l’ho vista tutta. Ricordo con piacere,
però, che il 6 agosto, un martedì abbastanza normale in cui ascoltai un best of
dei Talk Talk su CD e andai a fare l’esame del fondo oculare, ogni tanto mi
connettevo a Youtube e guardavo il quintetto, progressivamente più schizzato,
che si districava (decisamente bene) nelle infinite faccende dello studio di
registrazione. Ricordo anche una storia Instagram bellissima dove si vede il
batterista Jonah Falco (AKA “the absolute madman”) che, dopo più di
ventiquattro ore sveglio, si mette a mixare le tracce su un laptop forzando
l’espressione di chi è fresco come una rosa, ma con due occhi abbastanza
eloquenti. Come se l’esperimento ai limiti della creepypasta non bastasse a
qualificare questo disco come il più ambizioso (sì) dell’anno, l’annuncio che
lo segue fuga ogni possibile dubbio: “L’album si chiama Who’s Got the Time
& a Half ed è disponibile su Bandcamp per ventiquattro ore, passate le
quali verrà rimosso”. No, dai, come gli è venuta in mente questa (e non mi
riferisco al titolo che cita un vecchio live dei Black Flag)?
A parte il fatto di creare immediatamente un capitolo perduto della serie
dei “Days” e far scaturire riflessioni profonde sull’effimero in musica (una
giornata intera di lavoro che esiste per un breve tempo e poi svanisce),
quest’idea commerciale controproducente in tutti i sensi è anche uno sberleffo
gigantesco per gli eterni procrastinatori come me, come a dire: “Per una volta,
o comprate subito o sarà troppo tardi”. Perciò tiro fuori cinque dollari dal
taschino e faccio un acquisto che è un po’ investimento, un po’ offerta agli
dei, un po’ gesto d’obbedienza. Sono passati più di quattro mesi da quel giorno
e il bilancio di Who’s Got the Time & a Half è, commercialmente parlando,
negativo: sembra che la gente che l’ha ascoltato sia pochissima e l’album non è
stato distribuito, nemmeno in maniera più o meno illecita, praticamente da
nessuna parte! Non so se me l’aspettavo, francamente. L’operazione che ha
partorito il disco fantasma dei Fucked Up poteva finire in due modi soltanto:
ricevere una risonanza mediatica roboante che lo trasforma in un mito dei tempi
moderni o passare completamente in sordina. Tutto può cambiare, sempre. Ma per
ora la sordina vince uno a zero e forse, sotto sotto, io ho sempre tifato per
lei. Soprattutto perché, da buono snob quale sono, mi compiaccio ogni giorno
del fatto di avere tutto per me un disco bellissimo, perché Who’s Got the Time
& a Half, storia improbabile o no, sarebbe comunque finito tra i miei
preferiti dell’anno!
Le undici canzoni, per un totale di quasi trentadue minuti (oggettivamente
tantissimo!), che compongono l’album mi piacciono tutte per una ragione che è
l’esatto opposto di quello che di solito cerco nei Fucked Up: il fatto che non
siano particolarmente coerenti le une con le altre. Quest’elemento abbastanza
raro nella discografia dei nostri non è la cosa più spiazzante dell’album, ma
anche e sopra a tutto la sua chiave di lettura. Pensateci bene: era prevedibile
che produrre un disco così lungo che riuscisse anche ad essere uno sforzo
compositivo “collettivo” al cento per cento era impossibile, vista anche la
severa deadline. Quel che è venuto fuori, perciò, è una raccolta di canzoni che
riflettono più lo stile personale di ognuno dei membri, un disco che, nel dare
voce a ugole e penne diverse pezzo dopo pezzo, risulta in qualche modo più
“corale” delle altre opere dei canadesi. E perciò infonde anche una sensazione
di fratellanza, un rituale di condivisione in cui ognuno mostra agli altri le
sue peculiarità e gli altri intervengono come meglio credono. Il più delle
volte, si sente la band assecondare il compagno di vita che ha preso la parola
in quel momento, ma a volte anche aggiungere una punta di personalità.
L’opener NO ONE’S LEFT (niente link qui: le canzoni non sono da nessuna
parte ma se le volete io le ho), cantata da Damian Abraham con la sua vociona
grattata, è l’archetipo di tutte le canzoni punk incazzatissime e felicemente
alternative, negli incontabili fill di batteria e chitarra, che sono presenti
nel repertorio dei Fucked Up fin dai tempi della prima Baiting the Public.
Con una particolarità: a metà canzone qualcuno ha ben pensato di aggiungere un
assolo di batteria totalmente imprevedibile che in qualche modo (non chiedetemi
quale) la rende più “pop”. Dev’essere sicuramente stata un’idea di Jonah: si sa
che a noi batteristi piace tantissimo fare assoli anche se non ne abbiamo mai
l’occasione. CARD ME A PUNCH continua questa tradizione di punk alternativo,
riprendendo (in un mix tutto bassi al quale mi sento di dare il pollice in su),
tantissimi di quei primitivi riff in stile HC anni ’80 che ti fanno dire: “No
dai, questo esiste di già”, cazzeggiandoci allegramente tra argute alternanze e
accelerazioni inaspettate. ON THE EAST SIDE cambia ancora il tono, proponendo
un’epica sgroppata alle frange dell’hard rock con vocals tra l’orecchiabile e
il satanico, interpolandoci anche un disorientante intermezzo di piano boogie.
LIVING NIGHTMARE scomoda ancora altre influenze del gruppo flirtando, nel suo
D-beat cupo, a tratti con l’emoviolence a tratti col thrash metal (con tanto di
sezione mid-tempo alla Anthrax). Il segmento più toccante in assoluto, però,
arriva a metà del disco con l’arrivo di una tripletta power-pop d’eccezione: la
prima, WHAT’S NEW (MARY LOU), cantata da una voce maschile in clean lievemente
lamentosa, suona come il più bell’omaggio che i Dinosaur Jr. potrebbero mai
ricevere in vita e innamora tutti gli appassionati del genere “indie rock
romantico con le chitarre che sbavano dappertutto”; la seconda, MAKE YOU MINE,
è una piccola esplosione punk con linee di canto alla Beach Boys e, alla fine,
la stessa identica linea di basso di Frammenti di Franco Battiato;
SOMETIMES invece vede una Sandy Miranda lanciatissima in un’imitazione di Neko
Case talmente riuscita che batte persino lo sbarazzinismo dell’originale.
Incredibile.
Insomma, l’avete capito anche solo leggendo senza ascoltare: in questo
piccolo regalo dei Fucked Up ai membri del loro club (solo gente strana) c’è
veramente di tutto e di più! E mi fa piacere avere anche la riconferma che i
canadesi hanno un sacco di passioni segrete in comune con me! Addirittura, sul
finale, come alla fine della festa dei miei sogni, parte pure uno scatenato
pezzo dal sapore madchester, quell’incredibile gospel allucinato che è HOLD UP
HALF THE SKY, seguito da un ultimo sing-along, la ballata di buonanotte,
pianoforte e voce, di A LITTLE FRIEND OF MINE. E di queste stranezze, arrivati
a questo punto, non ce ne si stupisce quasi più. Perché ci si accorge che alla
fine, essersi costretti a produrre un full-lenght in un tempo limitatissimo e
sfiancante per i Fucked Up è stato, prima di tutto, un modo per creare nuovi
ricordi felici, ridere, sfidarsi, giocare: una festa, per l’appunto. E che
cos’è, una festa, se non l’occasione di trovare del tempo per un gruppo di
persone che possiamo chiamare “noi”?
In Who’s Got the Time & a Half, la band di punk alternativo più in
forma del pianeta fa perciò scaturire una riflessione che va ben oltre
trivialità come la pubblicità, la ricerca di profitto o i tempi di produzione
nel mercato musicale odierno. Invitandoci alla loro festa, i Fucked Up mettono
in luce ben altro: l’importanza e la sfuggevolezza del tempo passato con la
gente che amiamo. Ed è un messaggio potentissimo, un carpe diem fondamentale!
Il tempo in cui possiamo renderci conto di quanto le persone che ci circondano
siano straordinarie ed avere l’occasione di essere, noi stessi, persone
straordinarie per loro, va colto al volo. Perché dura poco e scompare in
fretta. Ma, se lo sappiamo afferrare, resta per sempre con noi. Who’s Got the
Time & a Half non è un disco perfetto: nonostante la professionalità
eccezionale dimostrata da ognuno degli strumentisti e cantanti, l’album ha
ovviamente una marea di imperfezioni. Che ci ricordano però un’altra cosa
importantissima: che straordinario non vuol dire perfetto. E che, alla fine,
bisogna accettare gli altri e sé stessi per come si è.
Questa è una grande lezione di spontaneità. E fa ancora più effetto
riceverla da una band che, nelle sue follie arzigogolate, spesso è stata
accusata di essere artificiosa. Ma chi ha potuto vederli sa che non è così. E,
forse come da nessun’altra parte nella loro immensa discografia, qui i Fucked
Up puoi vederli. Da molto vicino.
8. Du Blonde, Sniff More Gritty – Long live drama
kids
Ci sono dischi, l’abbiamo appena visto, che non sono finiti nelle liste di fine anno per mille motivi diversi. Ogni volta mi sono sforzato di capire perché non avessero avuto i riconoscimenti che si meritavano: alcuni erano troppo underground, altri troppo mainstream; alcuni erano troppo controcorrente, altri troppo prevedibili; alcuni troppo innovativi, altri troppo tradizionali. Poi arriva il momento di parlare di Sniff More Gritty, l’ultimo album dell’eccentrica cantante indie rock Du Blonde. E, per quanto mi sforzi di cercare un motivo, non lo trovo. Quest’album aveva tutto per finire nelle classifiche di fine anno, ma non c’è finito. Non me lo spiego proprio.
Du Blonde, il moniker indie rock dell’inglese Beth Jeans Houghton, esiste
da più di dieci anni. Passando in sordina, forse, ma relativamente: bastano due
clic per leggere che l’artista di Newcastle è decisamente inserita negli alti
circoli del circuito musicale. Il che mette sicuramente in questione il fatto
che la sua popolarità non sia mai esplosa e conferisce una dimensione di
integrità artistica particolare al progetto di una compositrice che, anche se
il sospetto che avesse potuto farlo ci sarà sempre, ha scelto di non sfruttare
il suo capitale sociale come hanno potuto fare cantanti, seppur non prive di
talento, dai contatti prestigiosi. Non vorrei giudicare nessuno, ma a volte di
fronte a spudorati “nepo babies” viene naturale.
Se, per dieci anni o più Du Blonde non è mai stata una one-man-band indie
rock universalmente riconosciuta, è anche perché ha speso tutto questo tempo
per percorrere il lungo cammino noto come la ricerca di identità sonora. Uno
non penserebbe, ma i più grandi cambiamenti nella percezione che un artista ha
di sé e del frutto del suo lavoro si operano solitamente tra i venticinque e i
trentacinque anni. Informatevi sull’età che avevano i cantanti noti per aver
operato importanti transizioni artistiche (vi cito due inglesi: Thom Yorke nei
Radiohead e Tracey Thorne negli Everything but the Girl) e avrete conferma di
questa legge universale non scritta. L’intervallo che corre tra l’età che aveva
Houghton al primo album di Du Blonde e oggi è praticamente lo stesso, e si
nota. Nel suo primo album, Welcome Back to Milk (2015), la cantante fa subito
prova di grandissima personalità vocale (a parti uguali ribelle, sensuale e
appariscente, proprio come la copertina), ma l’album risulta un po’
sconclusionato nel suo non saper dove posizionarsi tra il revival garage rock
puro e duro, un indie rock più tradizionalmente slacker o ancora un pop barocco
che viene fuori nelle ballate con piano in tre quarti. Lung Bread for Daddy
(2019), rispetto al suo predecessore, ha il vantaggio di avere un focus sul
suono (una bella distorsione, armonie vocali sorprendenti) che rende i pezzi
rock decisamente più memorabili, anche se il songwriting, nonostante il suo
evidente potenziale, ancora non cattura del tutto l’orecchio. Nel 2021
finalmente esce un disco di elevata replay value, Homecoming: un vero gioiello
di indie rock che si sporca di punk, dove finalmente le linee vocali scritte da
una Du Blonde straripante e sicura di sé si impongono prepotentemente nella
memoria. Strapieno di ritornelli indimenticabili, da cantare tutti a
squarciagola, sempre semplice e dritto al punto, il disco fa capire che Du
Blonde ha tutto per diventare una cantante di quelle che sfondano le
classifiche, se non del Billboard, almeno del Pitchfork.
Quel che succede dopo Homecoming è, per la legge di Noaro che mi porta ad
alimentare continuamente polemiche tra me il sottoscritto, piuttosto
controverso. In pratica, Du Blonde singolo dopo singolo comincia ad insistere
molto sulla sua “persona” ovviamente nell’accezione inglese del termine (per chi ignora: immagine di sé che si desidera proiettare
all’esterno). Non che non avesse già un aspetto eccentrico: la capigliatura
biondo platino, nomen omen, le aveva da sempre conferito un aspetto
appariscente, che si sposava bene sia con la pelliccia che con il completo
Adidas da spacciatore. In compenso è ancora un’altra persona, quella che appare
sulle copertine di “sette pollici” come LIVE_WIRE_PUNK_MIX(Beth_Mix_Fred_Tweaks)
(comprata a un euro su Bandcamp perché non può esistere DJ-set power pop senza
questo minuto e trentanove di pura hit) oppure Message Deleted (ove per
pochi secondi finalmente il pianoforte e la chitarra distorta convivono
serenamente). La Du Blonde di questo periodo, truccatissima e dallo sguardo
costantemente infastidito (anche quando gli occhi sono coperti), vestita con
abiti “grunge aesthetic” Y2K, è una sorta di impersonificazione della bizzarria
schizzata e stilosa della gen-z, il tutto nel corpo di una millennial. Nei
singoli che finalmente annunciano il ritorno sulle scene con un LP, questa
“brat” ante litteram amplia ancora il suo repertorio estetico-performativo, ora
vestendosi da ballerina classica con gli stivali Dr. Martens alti fino al ginocchio,
ora mettendo del make-up addirittura sui denti (!) e portando capigliature che
sfidano le leggi della fisica, oltre agli istantaneamente iconici occhialoni
dalle lenti blu. Davanti alla copertina del nuovo agognato album, perciò, non
si può che reagire straniti: l’effigie della cantante, con queste labbrone
piene di rossetto alla FKA Twigs, i colori sintetici e i capelli bagnati,
sembra annunciare un disco hyperpop! E invece Sniff More Gritty, per quanto sia
l’album più pop di Du Blonde, è ancora un disco rock di quelli veri. Non solo:
nel genere pop-rock (che non è morto, anzi!) è a mani bassissime il disco più
curato, interessante, divertente, sorprendente e coerente che ho sentito
quest’anno.
È un solo, semplice, colpo di genio, quello che fa evolvere il suono di Du
Blonde al punto da dare la sensazione che sia arrivato al giusto di punto di
maturità: è l’intuizione di concentrarsi sulla teatralità. In una sala di
controllo gigantesca dove le opzioni erano infinite, Beth Jeans Houghton ha
pigiato il bottone giusto. Del resto, la cantante inglese ha sempre avuto una
voce molto espressiva e una tendenza a scrivere melodie che evocavano le eco
lontane di un musical, talmente erano descrittive e protagonistiche. Ogni volta
che partiva un ritornello di Homecoming si accendeva sempre un piccolo faro,
puntato sulla Bionda che, sopra a una pedana, cantava in mezzo al palco. Ma se
la produzione del disco precedente, ai limiti del lo-fi, dava l’idea (non meno
seducente) di vedere l’attrice in una bettola verace ma sgangherata, in
Sniff More Gritty si ha l’impressione che la piccola compagnia teatrale abbia
avuto talmente tanto successo col suo spettacolo “crudo, vero e profondo”
(parole di un immaginario trafiletto del New York Times) che finalmente è
riuscita a sbarcare a Broadway. In Perfect si sente subito, sia nella
struttura che nel suono: un’ambient vocale vellutata apre le danze con
leggerezza e crea un’attesa spasmodica per la star del momento, la ballad voce
e chitarra mette i riflettori sulla suddetta mozzando il fiato agli spettatori
con la pelle d’oca e poi nel ritornello, liberatoria, arriva un’esplosione di
meraviglia: cade un telo che svela il coro in tutto il suo candore, la chitarra
elettrica crea giochi di luce magnifici e l’insieme ha una magnificenza senza
eguali. Il tutto, però, senza essere pacchiano: non ci sono fuochi d’artificio
o altre sboronate, il tema principale è ben calibrato per essere sia impattante
sia concreto e terra terra. “Get your heart right, get your coffee in the pot
right, don’t get up to pee in the middle of the night”: una
spettacolarizzazione della vita di tutti i giorni che ci fa sentire una vera
empatia con gli attori sul palco.
Ma lo show è solo cominciato, e il modo in cui continua è studiato alla
perfezione per non stancare mai, perché l’interesse è mantenuto sempre vivo con
un’abilità degna di grandi sceneggiatori. Dopo lo stupore e la magnificenza
iniziali, Du Blonde scende dal piedistallo per fare festa col pubblico: Dollar Coffee è un rock ‘n’ roll urbano irresistibile, un episodio di Sex and the
City con Joan Jett come protagonista, scatenato ma anche capace di regalare le
sorprese che una grande produzione può permettersi: l’intermezzo di piano,
venti secondi di pausa dalla grande parata della città prima di tornare al
cazzutissimo riff iniziale, è il giusto punto di barocco al quale non si può
non applaudire. In Solitary Individual il tono cambia ancora: si passa a
un ironico punk rock di ispirazione ramonesiana arricchito di un ritmo da coreografia
delle cheerleader e un dinamico duetto con, udite udite, Laura Jane Grace, la
frontwoman degli Against Me! E poi ancora, c’è spazio per novità e familiarità:
TV Star è ancora una ballad che si risolve in un’esplosione corale, ma
la sua crudezza (“You take my heart in your jaw, clamp down and chew it some
more”) e la sua potenza tragica fanno sì che questa canzone sia la pietra
d’angolo del disco, il momento “gritty” per eccellenza. Che viene smussato,
subito dopo, dalla lennoniana Out of a Million, un dolcissimo e
malinconico momento di introspezione per pianoforte e voce.
Non c’è niente da dire, è teatro puro: ogni canzone cambia la scenografia
senza sconvolgerla e completa la precedente come fanno le scene di uno
spettacolo. E non ce n’è una fuori posto: si passa con grande naturalezza dai
toni cupi o disperati di canzoni “trauma-rock” come ICU o Blame a
momenti di leggerezza come il pop-punk da “fuck-up” di Lucky o la
scrollata di spalle di Yesterday, fino a Next Big Thing,
divertentissimo duetto con Skin (degli assolutamente dimenticati Skunk Anansie)
dal suono grunge con innesti al limite del sinfonico. La magnifica ode al
divismo di Radio Jesus (il primo singolo che mostrò una Du Blonde in
grande mutamento estetico) regala un ultimo grande coro, questa volta in una
coda talmente istantaneamente intramontabile che, se fosse suonata in uno
stadio, potrebbe serenamente dare luogo a un sing-along di svariati minuti.
Infine, con Metal Detector, Du Blonde saluta il pubblico con un grande
inno alla tenerezza in cui, offrendo una sorta di morale positiva a questo
musical ambientato nei bassifondi, la protagonista si redime dal suo universo
narrativo malfamato trovando quell’amore che le sembrava impossibile (“I'm a
metal detector and baby you're a coin in a field”).
È dura aggiungere altro: Sniff More Gritty colpisce nel segno e non delude
nessuna aspettativa, che non è una cosa banale per un disco che vuole farsi
notare, che sembra dire con prepotenza: “Volevate il cinema?, eccolo qui”. E
trovo che sia ai limiti dell’inspiegabile il fatto che, dopo aver operato
scelte estetiche così temerarie, aver chiamato all’appello cantanti al limite
del leggendario per i featuring e,
soprattutto, trovato una quadra audace nella produzione sonora, di questa Du
Blonde all’apice della sua espressività si siano accorti in pochissimi. Non me
ne capacito, al punto che mi ritrovo addirittura a fare paragoni incresciosi e
il primo, inevitabile, è quello con Chappell Roan. Voglio dire, anche lei è
venuta alla ribalta grazie alle stesse strategie! Ed è vero, si può dire che la
principessa midwestina ha avuto un altro tipo di investimenti che gliel’hanno
permesso, ma non si creda che comunque la strategia commerciale dell’inglese
non sia stata aggressiva. È vero, si può dire che Roan è esplosa grazie al
sostegno di una grossa label e che Houghton si sia autoprodotta, ma non
parliamo comunque di autoproduzioni da dilettante che rimane nell’ombra: quando
nel 2021 decise di cominciare a pubblicare album con la sua etichetta Daemon
TV, Du Blonde apparve come un’eroina dell’emancipazione su riviste come Clash,
DIY Magazine o persino il The Guardian! E poi dopo aver fatto, con fame e
voglia di spaccare il mondo, il salto di qualità… nessuna reazione della stampa!
Non ci sono motivi fisici e tangibili per comprendere questa contraddizione.
Forse la nostra ha fatto uno screzio a qualcuno? È stata messa a tacere per
aver sconvolto gli equilibri là sopra? Forse quelli della mala, forse la
pubblicità? Questo non possiamo saperlo.
Ma, se c’è un motivo strettamente artistico per il quale l’alta critica non
si è degnata di trattare Sniff More Gritty, io un’idea su quale possa essere ce
l’ho. Immaginiamo il mercato della musica come le scuole superiori di un
telefilm anglosassone per adolescenti. Ogni artista è uno studente, e
ovviamente si distingue dagli altri per il suo grado di popolarità. Mettiamo
conto, per esempio, che i rapper sulla cresta dell’onda, forti, spacconi e un
po’ settari, siano i giocatori della squadra di football. Oppure, che i
producer di musica elettronica sperimentale siano i membri del club degli
scacchi, universalmente visti come dei nerd ma quantomeno ammirati per il loro
cervello. In tutto questo, le popstar più amate sono ovviamente le ragazze
carine dietro alle quali sbavano tutti i maschietti: Taylor Swift, ad esempio,
è quella ragazza angelica alla quale è difficile trovare difetti estetici,
anche se gli alternativi non sono troppo attratti da lei perché è un po’
insipida; Dua Lipa è, ovviamente, quella ragazza tremendamente alla moda che
sfodera ogni giorno nuove trovate per stupire col suo stile superiore; e
Chappell Roan è la ragazza che fa teatro e che ogni anno, alla recita di fine
anno, si fa ammirare da tutti eseguendo in maniera impeccabile il ruolo
principale di Giulietta o di Sandy di Grease.
Ecco, fare i corsi extrascolastici di teatro non è propriamente un vettore
di popolarità, tranne che per pochissimi eletti, i protagonisti: bellocci che
sono precisi nell’esecuzione delle parti ma non sono per forza quelli con più
estro recitativo. C’è, ad esempio, una giovane attrice che non è canonicamente
bella e non si veste in maniera cool (probabilmente porta sempre una maglia a
maniche lunghe sotto la T-shirt). Ogni anno le vengono dati ruoli minori ma lei
non si fa scoraggiare: studia i personaggi in profondità, si accanisce su nuove
forme di recitazione, tira fuori interpretazioni inedite, particolari, uniche.
Questa ragazzina vive per il teatro, e la giudicano tutti strana: il suo è un
talento innegabile, ma che quasi infastidisce. Quando la sfottono, le sue
risposte sono sempre per le rime ma vengono giudicate un po’ imbarazzanti da
praticamente tutti. Questa ragazzina, nel mercato musicale, è Du Blonde, “drama
kid” che lascia l’impronta ma che viene ignorata perché sembra quasi ingiusto
darle quella soddisfazione.
In questo momento mi sento un po’ come il ragazzino sfigato che la
considera un’ispirazione e le fa degli imbranatissimi complimenti. Perché
secondo me sono dei grandi, i drama kids. E, se potessi scrivere io la
sceneggiatura del telefilm, farei ben vedere nell’ultimo episodio che anni dopo
questa ragazzina, giudicata quasi ingombrante dai normaloni del liceo, ha avuto
il suo meritato successo e ha conquistato i più importanti palcoscenici di
tutto il mondo.
La sceneggiatura, purtroppo, non la scrivo io, ma da spettatore non
smetterò mai di sognare il finale in cui spero. Spesso, sono profezie che si
avverano. A meno che gli sceneggiatori non siano degli scemi, ma quella è
un’altra storia.
9. Dargeman, tragedie | VIVERE – Conclusione:
lettera a Gri
Conosco Matteo fin da quando sono la persona che sono, oppure sono la persona che sono fin da quando conosco Matteo. Diciamo che conosco Matteo fin da quando ero un ragazzino, e oggi, anche se non ne ho più l’aspetto fisico, sono ancora un ragazzino.
Io e Gri (come l’abbiamo spesso soprannominato in tanti) siamo cresciuti in
parallelo a distanza di un po’ troppi chilometri, lui in Brianza e io a
Firenze. Ad unirci sono state tante cose: una fiducia reciproca fortissima che,
dietro allo schermo in cui ci siamo conosciuti, fu immediata persino a
quell’epoca in cui quello da cui i nostri genitori più ci avevano ammoniti
erano gli adescatori su internet; una simpatia profonda che ci faceva stare
bene in ogni raro e prezioso istante passato insieme; e infine, fin da subito,
un’ossessione per la musica che in quel periodo (una dozzina di anni fa) era
ancora un embrione, ma un embrione che aveva già imparato a urlare. All’inizio
degli anni ’10 iniziammo entrambi a suonare la batteria, sviluppando ognuno il
proprio stile alla propria maniera. Cominciammo ad ascoltare dischi con fare
spasmodico, focalizzandoci su nicchie diverse ma talvolta comuni. Scoprimmo
anche un fascino per la musica dal vivo che, raggiunta la maggiore età, è
diventata una ragione di vita. Entrambi, infine, ci accorgemmo di quanto era
importante suonare musica con altra gente: le nostre personalità, entrambe un
po’ esuberanti e iperattive, avevano bisogno di questo sfogo. Con qualche pausa
qua e là, abbiamo continuato per anni. E, grazie al cielo, non abbiamo smesso
nemmeno da adulti.
Come ho già detto in passato, tengo sempre a specificare se conosco
personalmente i musicisti di cui parlo. Mi serve, in particolare, a sentirmi
protetto dalle accuse di essere un marchettaro. Perciò, quando posso, cerco
sempre di lasciare qui e lì un accenno alle relazioni pregresse con l’artista
che ho visto in concerto o di cui ho ascoltato l’album, anche quando la cosa è
completamente irrilevante. In questo caso, non lo è. Ci sono artisti, come
Gerard de El Último Vecino, di cui ho seguito il percorso musicale fino a
sentirmi quasi vicino alla persona. Ma nella vita succede spesso e volentieri
anche il contrario: persone delle quali ho seguito la crescita artistica
unicamente per ragioni di intima amicizia, mantenendo contatti costanti
nonostante la vita a volte ci avvicini e ci allontani, discutendo continuamente
dei retroscena della loro evoluzione musicale, interessandosi alle ultime
novità e, quando serve, sostenendo la causa o lanciando qualche piccola
critica. Di applaudire un amico perché ha fatto qualcosa di bello è una cosa
che succede ancora abbastanza di frequente. Di album validi dove suonano dei
miei amici anche solo quest’anno ne sono usciti diversi, tutti piuttosto buoni.
Ma di trovarmi tra le mani un disco ai limiti dello sconvolgente, di cui sento
un bisogno urgente di parlare, penso che sia la prima volta che capita.
Prima di parlare dell’album dei Dagerman, di cui
Gri è il cantante (e non il batterista, come in tutti gli altri gruppi in cui è
stato), voglio fare un piccolo inciso geografico. L’humus culturale dal quale
nasce un album non è per forza qualcosa che voglio raccontare ogni volta che mi
decido di parlare di dischi ma a questo giro, avendone fatto una breve
esperienza diretta, non posso esimermi dal farlo. Affibbiare caratteristiche
umane agli abitanti di intere regioni non si dovrebbe fare, come ci ricordano
le regole di base della tolleranza, però a me diverte, quindi ogni tanto me lo
concedo. Del resto sono toscano: cocciuto, supponente e volgare. E in un paese,
l’Italia, in cui ormai il bersaglio più comune di questo genere di giudizi
sommari sono i milanesi e ai brianzoli purtroppo non pensa nessuno, spetta a me
il duro compito di ovviare. Ovviamente solo con buone parole, visto che mi
hanno sempre dimostrato grande accoglienza, simpatia e apertura di spirito. Non
è una regione particolarmente bella o interessante, la Brianza, al contrario:
da forestiero, io l’ho sempre vissuta e percepita come un accrocchio di
cittadine dove la maggior parte della gente ha come paradigma di vita quello di
lavorare e farsi i cazzi propri. Vi si respirano perciò un’aria operosa e una
tranquillità imposta dai costumi: non di certo atmosfere propizie alla
diffusione generalizzata della cultura contemporanea e/o alternativa, cosa che
è sempre stata prerogativa della vicina ma non comodissima da arrivarci città
di Milano. La gioventù alternativa brianzola, che ho cominciato a frequentare
da adolescente (quando, lo ricordo come fosse ieri, scesi la prima volta per
correre la Stradesio del Liceo Majorana), l’ho sempre un po’ vista come una
generazione in cerca di riscatto da questo quieto vivere provincialista. E
perciò terribilmente creativa, molto più dei miei coetanei fiorentini. Gli
amici brianzoli di Gri, negli spazi che riuscivano a ritagliarsi (all’inizio
era quasi solo all’aperto o nelle case dove, a turno, i genitori erano via; poi
nacque un posto speciale, il Mondo delle Uova, che riusciva a sostituire
entrambi), creavano, creavano in continuazione! E in particolare facevano tutti
musica, persino quelli che non volevano essere musicisti. La gente seria, in
generale, suonava indie rock all’inglese o funk, quella non seria rappava con
fare demenziale. Di quel mare magnum di gruppi devoti a Santo Alex da Turner o
di parodiche crew di paese qualcosa (di buono!) esiste ancora. Ma era chiaro
che questa gioventù brianzola era alla ricerca di qualcosa di ancora più
federatore, uno sfogo comune. Ed è lì che arrivò lo screamo.
Io onestamente non so come successe: era uno di
quei periodi in cui io e Matteo eravamo, per ragioni transizionali, un po’ più
lontani del solito. Forse ci furono un paio di concerti, al Mondo o in altre
sale della zona, di quelli che cambiano una generazione (ho già sentito parlare
di un set degli Storm{O} un po’ con gli stessi toni di quelli usati dagli amici
di mio padre per il live di Patti Smith allo stadio Artemio Franchi di Firenze
nel 1979). Forse le passioni pregresse di alcune personalità di quell’ambiente
creativo, che le portarono a fondare nuovi gruppi screamo (uno su tutti gli
ottimi Put Pùrana), fecero tornare alla ribalta il suono del post-hardcore
emozionale urlato. Probabilmente furono entrambe le cose, ma poco importa: nel
giro di pochi mesi molti dei cari ragazzi lombardi che da anni vedevo una volta
ogni tanto erano non solo appassionatissimi e preparatissimi nella conoscenza
del genere, ma anche inseriti, oramai, in una scena di scala nazionale. Anche
perché si sa, se negli ultimi trent’anni l’Italia ha prodotto una musica di
rilievo in un genere quello è lo screamo. Perciò eccoli qua, i mitici
brianzoli, a scriversi sui gruppi scudo (ebbene sì, erano proprio loro!) per
organizzare la macchinata di turno e andare a vedere i Raein, o ad ammattire
perché i La Quiete hanno annunciato una reunion. O ancora: eccoli qui, citati
in pagine di meme sulla scena emo italiana, o ripresi in primo piano mentre
fanno stage diving dai fotografi di guerra che hanno fatto la pericolosa scelta
di documentare questo movimento culturale non privo di rilevanza (ovviamente
penso a Luca Secchi, su Instagram @oni_bakuu).
La cosa ironica in tutto ciò è che, per quanto mi
riguarda, ci sono due cose che non amo particolarmente: il concetto di “scena”
(piccoli traumi adolescenziali) e lo screamo (solo a piccole dosi). Con
l’occhio un po’ sospettoso e paternalista di chi teme che il suo amico stia
frequentando giri che gli forniscono un sentimento di appartenenza ma che
nascondono sicuramente dinamiche tossiche, o ancora che si sia innamorato di
una musica che ascoltata in maniera così intensiva porta solo alla depressione,
un giorno raggiunsi Matteo a una serata che aveva portato a Modena gente da
mezza Italia (gli headliner erano gli Øjne, che non avevo mai nemmeno sentito
nominare). Finì che, come prevedibile, mi resi conto che il circolo degli
amatori di concerti screamo non mi avrebbe mai contato tra i suoi aderenti, ma
che in compenso il gruppo umano che si riuniva attorno a questa musica
senz’altro spettacolare e godibile era decisamente sano, e che i momenti di
catarsi che andava cercando erano belli anche perché non si prendevano troppo
sul serio (chissà cosa mi aspettavo, forse quei ritiri spirituali nel bosco per
sole donne che si vedono online, quelli in cui finiscono tutte a urlare a pieni
polmoni).
E perciò la vita continuò. Io venditore di pale
eoliche nel Nord-Est della Francia, lui fonico in Lombardia e dintorni.
Ciascuno con le sue piccole particolarità e passioni musicali. Ciascuno coi
suoi gruppi. Cominciamo persino a cantare (oddio, “cantare”…), entrambi più o
meno allo stesso momento. Ci mandiamo qualche frammento dalla sala prove,
qualche demo. Ma di questa nuova band in cui Gri canta, Dagerman, non avevo
veramente un’idea integrale prima che uscisse il disco d’esordio, tragedie |
VIVERE. La prima cosa che penso quando lo vedo è: “Madonna mia quanto
concettualismo estetico, non si smentiscono mai i gruppi screamo! E i titoli
col formato ‘sostantivo | VERBO’, e la copertina con gli scarabocchi in stile
ospedale psichiatrico…”. Poi però lo metto su e il sarcasmo da fiorentino del
cazzo viene immediatamente obliterato.
luogo | PROGETTARE è l’opening track più potente dell’anno.
Se il suo riff desertico, inquieto ed evocativo, cattura subito la mia
attenzione, il drumming che non lesina in soluzioni estreme (blast-beat come se
piovesse), sublimato dalle urla strozzate del cantante, risvegliano subito in
me un’emozione sopita: lo sbigottimento che provoca la vista di un suono
monolitico, grandioso e tragico. Mi viene in mente, in particolare, Crimson
degli Edge of Sanity. E in effetti, le transizioni nette e veloci, le chitarre
taglienti ed efferate, o ancora i suoni tellurici del basso non mi ricordano
tanto le mie vecchie fiamme emocore quanto un’antica passione per il melodic
death metal! E perciò, barcamenato senza soluzione di continuità tra raffiche
sonore a cavallo tra hardcore punk e post-metal, o ancora lentezze doom
dissonanti e quasi psichedeliche, mi perdo con quello stupore che è quasi
spavento in un maelstrom pericoloso ed emotivo. Finché non arriva l’ultima
sezione, un irrequieto carillon di chitarra sul quale parte uno spoken-word
lacerante (“In questa città che cambia pelle troppo in fretta, anche l’aria e
il sole sono cose da conquistare”): il crescendo finale, condito dagli
inevitabili brividi provocati dalla sberla emotiva di voce e testo, tolgono
veramente il fiato. Metto in pausa la musica e, anche per riprendere un po’ il
respiro, mando un messaggio al mio amico: un’immagine del Capitan Haddock che
commenta: “What an album, huh?” con Tintin che gli risponde: “Captain, it’s
just the first track”. I meme sono sempre stati il nostro “love language”.
Poi però riattacco e mi accorgo che ogni canzone,
proponendo la stessa formula, è un viaggio sonoro nei flutti del caos, uno
squarcio violento nella piatta realtà. In inquietudine | SUBLIMARE il
gruppo sorprende ancora con un songwriting molto raffinato, districandosi tra
sezioni punk feroci (urlate) e cavalcate melodiche (parlate) con una potenza e
intensità senza pari. I Dagerman sono particolarmente bravi, in particolare, a
creare quel senso di spaesamento generato da variazioni frequenti e repentine che
è un po’ uno “staple” dello screamo, ma senza mai scadere nell’irrisolto o
nell’aleatorio: ogni bordata e ogni pausa riflessiva è al posto giusto nel
momento giusto e sa perfettamente quando farsi aspettare, quando ritornare o
quando prenderti alla sprovvista. Per un debut album, è una prova di maturità
pazzesca. E lo è ancora di più, specie in un genere così manierista, saper
offrire anche una bella varietà stilistica: nella strabordante oggetto | PRODURRE gli schizoidi intrecci canori con gli ospiti della traccia
spezzano temporaneamente le dinamiche monovocali viscerali e pesanti del
gruppo; attesa | ESISTERE invece, nella sua ipnotica intro sincopata,
non maschera un omaggio a un’influenza, per quanto sensata, poco canonica
nell’emo: i Meshuggah, il cui legato djent ritorna più volte nel corso di
tragedie | VIVERE; o ancora, la produzione si intromette nel songwriting in equazione | AMARE, mettendo su un livello sonico più lo-fi l’introduzione per far sì
che l’ingresso della band risulti esplosivo (forse il momento più esaltante
dell’album). L’highlight del disco, insieme alla sua opener (in una perfetta
“circle composition” di cui i Dagerman sono amatori), è però la toccante
closing-track domande | FINIRE, cantata in portoghese (o galiziano in
omaggio ai Tenue?). In particolare, la sua outro massimalista dal sapore
atmospheric black metal, nelle sue plettrate alternate in minore, è veramente
granitica e maestosa, degno finale di un’opera prima che ha saputo rielaborare
screamo e musiche estreme di differenti tipi con sapienza.
Perché tragedie | VIVERE mi abbia veramente
toccato nel profondo e meriti di essere ascoltato l’ho già spiegato. Ora però,
anch’io in “circle composition” come ho fatto ad inizio articolo con EÚV, devo
anche spiegare la ragione per cui ho raccontato con tanta dovizia di
particolare chi è Matteo, da dove viene e com’è arrivato fin qui. Ovviamente,
non è solo per dare qualche elemento di contesto su chi ha creato l’incredibile
disco dei Dagerman o su come io sia arrivato ad ascoltare un album che, poiché screamo
italiano underground, finirà tristemente sordinato (e probabilmente anche io mi
sarei lasciato scappare). È anche, e soprattutto, per spiegare a che punto io
sia stato stupito da un disco di tale potenza emotiva. Troppe volte cado nel
tranello di considerare che la musica è speculare all’anima di una persona. E
la cosa che più mi colpisce nei Dagerman è che, ascoltandoli, mi scordo sempre
del tutto che alla voce c’è il mio amico di sempre. Ho riflettuto un po’ su
questa contraddizione: per me che, come sapete bene, proietto spesso nella mia
mente un’idea della personalità e del vissuto dello sconosciuto che canta
quando ascolto un disco, quest’assenza di correlazione non aveva molto senso.
Per un po’ mi sono sentito quasi in colpa e ho pensato che forse mi ero
allontanato più di quello che immaginavo da Gri nei suoi tre anni di immersione
nel mondo dello screamo, al punto da non riconoscerlo più. Ma poi ho capito che
anche solo ragionare in questo modo era una cazzata.
Ci sono tante ragioni per cui ascoltare i Dagerman
è qualcosa di totalmente spaesante anche se ci canta mio fratello: la prima è
che i brianzoli sono un martello pneumatico non a una, ma a cinque marce: un
gruppo di persone dalla musicalità vigorosa e variegata, che hanno tutte un
loro vissuto, e che sono molto curioso di conoscere. La seconda ragione è
invece un’altra cosa importantissima che la musica ci insegna: che il vissuto
di una persona è qualcosa di talmente profondo che non dovremmo mai permetterci
di analizzarlo. Quando si parla di musica, riportare gli eventi che
costituiscono l’evoluzione musicale di un cantante non è assolutamente un
problema. Vedere delle connessioni tra la vita della persona e le note sullo
spartito, pure, va benissimo. Ma voler spiegare l’essenza stessa delle canzoni
attraverso i fatti e gli eventi, no, quella è una semplice scorrettezza nei
confronti degli artisti.
Ripeto una cosa che ho detto all’inizio di questa lista: la musica è di chi la produce e di chi l’ascolta, è chi la produce e chi l’ascolta, fino in fondo all’anima. E che cosa succede in fondo all’anima di ciascuno è un qualcosa di talmente vasto e insondabile che, forse, dovremmo tacerlo. In un mondo in cui ci dimentichiamo sempre più spesso chi siamo, potremmo semplicemente limitarci a osservare. Se guardiamo bene, lo vedremo. Ci vedremo.










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