martedì 24 settembre 2024

Summer Lately 2024 - I tre festival della mia estate francese (La Ferme Electrique, Xtreme Fest, Rock in the Barn)

L’estate sta finendo

È da quando ho smesso di andare a scuola che questa stagione, da sempre la mia preferita, ha cominciato ad assumere contorni decisamente vaghi. Sfido io: prima della vita da impiegato, ritrovandomi tutto ad un tratto a non fare una mazza per tre mesi, la sensazione che arrivasse un periodo speciale dell’anno era abbastanza inevitabile. In più, vivendo a Firenze, ci si metteva anche un caldo asfissiante che immerge la realtà in un sogno di ovatta mellifluo e lievemente nervoso (la canzone che descrive al meglio le estati della mia giovinezza?, Cross Paths dei The Motifs; ma anche Good Friends; ma anche tutto l’album). Da quando ho iniziato a lavorare, nonché a decidere di non tornare a Firenze d’estate (non esce nessuno, è tutto chiuso, non succede niente, la poca gente che resta si lamenta: ferie sprecate) il periodo dell’anno che va dal primo weekend di giugno al primo weekend di settembre è un po’ come un limbo temporale indefinito. Non è solo perché la mia routine continua come se niente fosse, ma soprattutto perché meteorologicamente, a Parigi, non si riesce bene a capire che cosa stia succedendo: le caldane si alternano a settimane umide e frescoline, spesso e volentieri viene giù la pioggia per diversi giorni filati. Se da un lato è il riscaldamento globale che ci porta un tempo di così difficile lettura, in parte è anche il clima continentale della Francia del Nord ad essere ambiguo da sempre. Persino i contadini piccardi, che in questo periodo sotto pretesto di dover mietere il grano trovano mille scuse per rimandare a data da destinarsi i miei appuntamenti (non li biasimo), non sono mai veramente stupiti da basse temperature che a volte mi sembrano incoerenti.

Per fortuna, arrivano in mio soccorso i festival di musica. Come farei senza i festival, che ogni anno vengono a propormi nuove scoperte, a incitarmi a viaggiare, a regalarmi quei nirvana che si possono raggiungere solo in una lunga maratona di musica? Ormai, da un po’ di anni a questa parte, i festival in complemento a tutto ciò mi offrono anche un servizio accessorio straordinario, quello di scandire la stagione estiva. Quando inizia l’estate? Ovviamente quando arriva il Primavera Sound. Quand’è che l’estate entra nel vivo (e che mi rendo conto che anche quest’anno, mentre tutti vanno in vacanza, non ho nessuna voglia di partire)? Ovviamente quando arriva la Ferme Electrique. Quand’è che, un po’ di tempo dopo, decido che magari un lungo viaggio no, ma una piccola avventura lontano da casa me la posso concedere? Ovviamente quando arriva l’Xtreme Fest. E quand’è che l’estate annuncia la sua fine e che per omaggiarla mi imbarco in una piccola follia finale? Ovviamente quando arriva il primo weekend di settembre, con la sua offerta di festival sempre così variegata (quest’anno per me ha avuto la meglio il Rock in the Barn).

L’estate parigina è notoriamente un po’ meno densa in concerti di quanto non lo siano gli altri mesi, figurarsi poi con le olimpiadi in corso (olimpiadi che, contrariamente a quanto annunciava la campagna di terrorismo mediatico che abbiamo subito per mesi, non hanno arrecato grandi fastidi; nemmeno comparabili, in ogni caso, a quelli subiti l’anno scorso durante i fottuti mondiali di rugby, sport del cazzo). È anche e soprattutto per questo che, nonostante qualche live interessante lo abbia anche visto (ma ne parlerò magari in un futuro indefinito, a mente fredda), ho deciso di aspettare settembre per fare una bella rassegna del meglio della musica dal vivo della mia estate francese. Musica che, senza sorpresa, è venuta perlopiù dai festival. Non è che ne abbia fatti dodicimila, eh: tre, uno “tradizionale”, uno “avventuroso” e uno “di avanscoperta”. Oggi voglio presentarveli uno ad uno, come nelle consuete rubriche del meglio del mese, ma con un tono più tecnico e ingegneristico che filosofico e personalistico. I festival, a differenza dei concerti, sono un evento ricorrente e non effimero, e pensare anche solo lontanamente che vi ho fatto venire voglia di interessarvi a uno di essi (o a spingervi a scansarvene perché non vi corrisponde) mi riempirà di gioia. La mia rassegna si vuole perciò un consigli per gli acquisti, volto a valutare cinque criteri che per me sono fondamentali in un festival: location, programmazione, organizzazione, attività, atmosfera. Parlerò, ovviamente, perlopiù di musica, ma perché no anche di altri argomenti ameni come geografia, architettura, cibo, teatro, trasporti. E darò dei voti, sì, perché i voti mi divertono.

(Un piccolo reminder: siccome la mia scuola pagellistica è quella delle partite di calcio, non vi stupite nel vedere voti che raramente raggiungono l’otto. Otto è già un voto altissimo, equivalente a una partita senza errori con gol e assist. Al di sopra, siamo già alla tripletta. Nuff said.)

Ah, un ultima cosa. Già sono troppo prolisso nel trattare i cinque punti in questione, figurarsi se poi devo dare un giudizio di insieme. La mia sentenza finale sul festival la darò, sì, ma senza un voto. E in sole dieci parole.

Vamos.


La Ferme Electrique, Tournan-en-Brie (77), 5-6 luglio 2024

Per chi legge assiduamente il mio blog la Ferme Electrique non ha bisogno di troppe presentazioni. Del resto, è per eccellenza il luogo in cui ho scovato, negli anni passati, i migliori gruppi della franco-sfera che ho trattato su queste pagine. Capita che i miei pochi lettori mi chiedano: accidenti che gruppo imboscato, ma come facevi a conoscerlo? Come diceva un grande chef, non è che ci vuole la scienza: Trotski Nautique, Marcel, Mary Bell, La Féline, Hoorsees, queste band eccellenti e così diverse tra loro le ho tutte scoperte alla Ferme, ed è solo la punta dell’iceberg. Ma la Fattoria Elettrica è molto di più del mio luogo di scoperta di musica di nicchia per eccellenza: è anche la storia della mia amicizia con Sophie, che mi ha convinto a venirci, o di quella con Théo, che ho conosciuto proprio qui e che anche quest’anno fa da volontario alla biglietteria; la Ferme è, e sarà per sempre, il posto in cui ho scoperto che vale la pena dedicare tempo ed energia alla scoperta dell’underground francese; il posto dove, peraltro, ho imparato ad amare artisti che scrivono le loro canzoni nella lingua di questo paese. Dopo tre edizioni di fila che vado a questo festival non posso certo dire di essere un veterano, ma nemmeno un neofita. Un aficionado, quello di sicuro. Perciò, dopo il primo weekend del luglio 2023, blocco con un anno d’anticipo il primo weekend del luglio 2024. Appena, in un venerdì pomeriggio in cui ho staccato dal lavoro comicamente presto, mi imbarco sul treno suburbano numero P, sento già le farfalle nello stomaco. Sarà un’edizione diversa dalle due precedenti, senza dubbio. Ma se sarà all’altezza, sarà forse il miglior fine settimana dell’estate. Incrocio le dita.


Location

Se volete farmi un regalo per Natale e non avete idee potete comprarmi una maglietta con scritto “I ❤️ Tournan-en-Brie”, alla maniera di New York. Sono innamorato di questo comune della Seine-et-Marne, il comune di origine della mia miglior amica Sophie. Ogni volta che scendo a questa stazione dall’aspetto così di provincia (eppure eravamo in piena Parigi nemmeno mezz’ora fa) un fiume di ricordi mi travolge. Eppure, persino voi che a Tournan non ci avete mai messo piede sentireste un fremito nell’arrivarci: l’emozione della campagna. Penso che, in quanto a distanza coi mezzi, non ci sia nessun comune che sia definibile “rurale” più vicino a Parigi di questo. Le terre arabili sono la più grande componente della superficie di questa cittadina di ottomila anime e, pure quando si attraversano zone parecchio urbanizzate, si sente nell’aria un qualcosa di rustico ed agricolo.

La strada da fare per arrivare dalla stazione alla Ferme du Plateau, luogo ove si svolgeranno le festività, è poca. Di solito, gli anni scorsi, facevo persino il giro lungo e passavo da casa di Sophie per mollare un po’ di indumenti e compagnia, ma a questo giro per l’esperienza festivaliera non avrò il privilegio di dormire sotto a un comodo tetto: mia sorella è in ben altre fattorie nella Franca Contea per ragioni più nobili delle nostre e per la prima volta dopo anni non può presenziare. Vivo questa defezione un po’ come una buffa vendetta dall’edizione 2019, che fui io a disertare per una storiella d’amore che non aveva luogo di essere, e accolgo la sfida: voglio provare a Sophie che anch’io, urbano fino al midollo, posso dormire in campeggio, se è per rivivere l’esperienza, familiare eppure sempre nuova, della Ferme.

Due parole, perciò, sul campeggio. Il campeggio… è un campo. Non c’è un granché di sicurezza, ma non c’è neanche nessun rischio per la vostra roba. A dirla proprio tutta non c’è una sega, a parte un cesso chimico, due “docce” e qualche balla di fieno. In compenso, se fino all’anno scorso le tende erano vicinissime alla zona concerti, ora bisogna fare una piccola scarpinata per girare attorno all’immenso cantiere in cui stanno costruendo un circolo sportivo con piscina (proprio lì dove c’è sempre stata una parcella in maggese che ospitava alla bell’e meglio un parcheggio assai sonoro). Nonostante i distratti sforzi del legislatore, anche la terra agricola si artificializza sempre di più. Che je voi fa’.

Triste perché è finita, felice perché
stanotte dormo in un letto 
Vista la distanza dalla tenda, scordatevi di fare i continui anda e rianda (mangerecci oppure, eheh, alcolici) di cui Théo è appassionato: una volta entrati nella fattoria il vostro mondo è tutto lì. Subito dopo il cancello, e l’emozione di vedere la line-up graffitata sul muro che precede il “cœur de ferme”, si apre un piccolo mondo delle meraviglie DIY. Come il campeggio è un campo, la fattoria… beh, è una fattoria, e non ci vuole nessunissima immaginazione a immaginarvi trattori e compagnia al suo interno. Molto materiale agricolo, però, viene riutilizzato e reinterpretato in maniera molto simpatica per il conforto e il buonumore dei festivalieri, e le buone cose di pessimo gusto di cui parlò per primo Guido Gozzano, che nelle campagne francesi abbondano (ormai ho abbastanza autorevolezza per affermarlo), si traducono nei numerosi “easter eggs” che popolano il luogo: mi vengono in mente, così d’emblée, gli urinali-grondaie dove a un certo punto, girandomi ad osservare la buffa mangiatoia dove stavo facendo pipì, ho scorto un quadretto in simil-punto-croce che ritraeva Dee Snider. È solo un elemento casuale, il primo che mi viene in mente, tra i tantissimi che ti strizzano l’occhio durante la due giorni. Abbastanza esplicativo.

Anche i due palchi sui quali si alternano set musicali dalle 18:30 alle 2:30 (off-topic, eh, ma otto ore a ventitré euro… o ditemi che non è onesto!) hanno una componente campagnola importante. L’Etable, il palco al chiuso, è letteralmente una stalla, come il suo nome lo indica: una sala molto lunga e non molto larga, in ogni caso molto suggestiva; La Grange, il palco all’aperto, è letteralmente un fienile, come il suo nome lo indica: tetto spiovente, travi di legno, copre dalle intemperie e al contempo permette di respirare l’aria pulita del luogo. Quest’anno la Grange, da sempre vissuta come un grandioso main stage, ha subito un trattamento (non molto estetico: un finto muro di pellicola nera, essenzialmente) che gli conferisce un orientamento diverso da quello degli anni scorsi, più intimo, meno totalizzante e meno rumoroso verso il centro della fattoria. All’inizio ho un po’ dubitato di questa innovazione, specie perché ci sono interi pilastri di legno che dividono il palco in segmenti, ma devo dire che rende meno dispersiva la presenza del pubblico e che conferisce un fascino cubista alle performance. Che dire, niente male come situazione palchi.

Per il resto, il sito ha tutto quello che serve per godersi ogni serata appieno: moltissimi posti in cui sedersi per riposarsi, mangiare o chiacchierare lontani dal rumore, le dimensioni giuste per ritrovarsi sempre in caso di bisogno, una bella esposizione al sole e sufficienti luoghi adombrati, angoli bagno, bar, ristorazione e merch tutti alla distanza e localizzazione giusta, un’estetica scassettata e romantica e la sensazione di scovare costantemente quella decorazione buffa o quel dettaglio architettonico paesano che ti fanno sorridere, nonostante la superficie dopotutto esigua.

Un ultimo appunto degno di nota: nonostante il festival si svolga essenzialmente alla Ferme du Plateau, gli organizzatori (come noi) amano il comune che li ospita e vogliono celebrare quel piccolo miracolo tournanais che è la “ruralità di prossimità”. Lo fanno integrando un concerto, quello del sabato a mezzogiorno (hangover spostati) al bistrò La Croix Blanche, in mezzo alla piazza del centro del borgo che ha un’atmosfera da autentico paesino praticamente impossibile da trovare così vicino a Parigi. I caffè stringono la mano ai bicchieri di vino e di pastis, i punk con la cresta e i vecchietti abitudinari si sorridono, lo scroscio della fontana e le chitarre si fondono in una sinfonia straordinaria, e a un certo punto comincia anche la danza delle braciole, delle insalate e delle patatine fritte. Pura magia. Applausi per l’iniziativa, e viva Tournan!

Voto: 7 ½, sorprese di campagna


Programmazione

Tako Toki live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 6 luglio 2024

Siete arrivati a Tournan, avete piazzato la vostra tenda nel pascolo, o qualcun’altro per voi (io ho incaricato Paul di farlo mentre ero in ufficio; è finita che se l’è fatta montare dai vicini). Sono le 18:30, avete una birra fresca in mano e il sole splende alto nel cielo. La vita è bella. Cominciano i concerti.

Chi suona oggi? Ognuno si rapporta alla line-up della Ferme Electrique come più gli pare e piace. I nomi dei gruppi vengono annunciati a scaglioni a partire da inizio maggio, due mesi prima del festival. A un mese dal fatidico primo weekend di luglio il cartellone è completo, ed è lì che, di solito, comincio ad esplorarlo. Ed è lì che, ogni anno, si prova ancora una volta il conforto di ritrovare delle costanti, fra virgolette, prevedibili: un po’ di garage punk e noise rock, un po’ di krautrock con componenti club music (o viceversa), musica post-moderna di denuncia politica in lingua francese, sia essa elettronica o rock. Ci sono anche le “costanti imprevedibili”: l’act di musiche di paesi stranieri e meno conosciuti (africana, asiatica, latinoamericana) ogni anno c’è, eppure sorprende sempre, talmente nuovi e inaspettati sono i suoni, poco convenzionali nei circuiti di musica occidentale nei quali navigo e, forse, un po’ stagno. Poi ci sono le sorprese vere e proprie, che possono essere di tutti i tipi.

L’anno scorso, per esempio, furono due nomi internazionali roboanti del calibro di A Place To Bury Strangers e Wine Lips, che nessuno si aspettava di vedere in un festival comunque piuttosto piccolino. Quest’anno, dopo edizioni dove comunque la distorsione e la musica sperimentale la facevano da padrona, a stupirci è un’inaspettata apertura della linea editoriale ad act che fanno pop puro e duro. Pop, sì, eppure con una cifra stilistica sempre coerente con lo spirito del festival, un pop “elettrico”. Per molto tempo, alla gente che mi chiedeva che musica ci fosse alla Ferme Electrique, ho risposto che era un festival di “musica elettrica”. All’inizio, la delucidazione che davo a chi voleva chiarimenti su questa risposta criptica era che durante la giornata alla Fattoria si ascolta musica rock distorta in tutte le sue forme, che diventa sempre più dura col calar della sera, ma che poi di notte comincia ad insinuarsi una componente elettronica che sul finale diventa preponderante. Un pochino è (ancora) vero, ma più passa il tempo più mi rendo conto che la fine selezione musicale del festival, più che l’elettricità esprimibile dai Watt dell’impianto o dai Volt dei cavi e dei pedali, tende ad accumulare cariche di un’energia invisibile, che sfugge allo spettro magnetico e della luce, che si concentra nei corpi e nelle anime dei presenti e che si traduce in pelle d’oca, battiti cardiaci, movimenti involontari, sussulti, voglia di urlare.

Quest’anno, in tutti gli slot orari, ci sono gruppi che non necessitano di amplificazioni complesse per azionare le turbine dell’anima. Mi vengono in mente, ad esempio, Tako Toki, il concerto che apre la seconda giornata del festival: un trio di matti, che suonano solo strumenti acustici realizzati con materiali di recupero, vestiti in tenute esotiche ricavate anch’esse da cestini in vimini, sacchi di iuta e compagnia. A parte la loro “novelty” che, in fondo, è anche un messaggio politico, i tre regalano stupore soprattutto con composizioni originali di un’evocatività grottesca e al contempo familiare, vedasi ad esempio Moujeres, canzone che parla “un po’ delle megere, quelle dell’entroterra, un po’ delle ‘mujeres’, las mujeresss de Cuba”. Chiudo gli occhi e vedo, in una contrapposizione che non pensavo possibile, le donnone abbondanti e ancheggianti sul Malecón dell’Havana accanto a Madame Barnier che, ai suoi settant’anni, mi prepara un caffè in una mattina di pioggia dentro a una cucina antica mentre le propongo di mettere una pala eolica nel suo terreno vicino a Verdun: indescrivibile. O ancora, su tutto un altro tenore, penso a Edredon Sensible che, con due ottoni e due batterie, non appena cala il sole portano alla Grange un afrobeat che dire forsennato è riduttivo: era da tanto, tanto tempo che non venivo ipnotizzato a questa maniera dalla bellezza tribale di ritmi ossessivi, di cavalcate intensissime che durano un’eternità. I ragazzi di Tolosa sanno maneggiare gli strumenti da cantiere del groove con la grazia e la sregolatezza che avrebbe Michelangelo con un martello pneumatico in una cava di marmo, è veramente un’estasi collettiva. Posso dirlo? Meglio non dei Sons of Kemet, dei Sons of Kemet XL!

Le Feste Antonacci live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 5 luglio 2024 

Continuiamo: Cyril Cyril, ma che concerto inspiegabile è stato? La loro musica apocalittica, a cavallo tra l’indie pop, il folk e il post-punk, è un’ode al pessimismo senza la quale non sarebbe possibile avere speranza. I loro suoni, percussioni massimaliste e banjo distopici che producono brividi istantanei. Il loro show, un’epopea che ti tiene col fiato sospeso come se assistessi al countdown per l’esplosione della bomba atomica (che, se studiata bene, può mettere persino fine a La Rotation de l’Axe), dove ogni artificio di scena, ogni costume, ogni battuta ha un senso filosofico sconvolgente. Potrei scrivere un romanzo breve sulle mille rivelazioni che il duo svizzero ci ha svelato nella penombra dell’Etable all’ora di cena, ma vi evito gli spoiler. Semplicemente, andateli a vedere. Chiudo la rassegna di gruppi che ci hanno elettrizzati senza nemmeno essersi attaccati alla generatrice con Le Feste Antonacci, un gruppo di italiani che vivono a Parigi come me. Ammetto che all’inizio ho dubitato un po’ di questa scelta editoriale, e quando ho visto che chiudevano la prima, selvaggia serata di musica non ho veramente capito il motivo. I ragazzi suonano un funky-pop in italiano venato di nostalgie anche piacione nei confronti della musica leggera anni ‘70/’80 del Belpaese: che cosa ci azzeccano in questo slot orario in cui ho sempre visto gruppi spingioni e collusi con la techno, tipo Encore (due smaneggioni belgi, sounds familiar?), MADMADMAD (pazzipazzipazzi davvero), o Turfu (cassa dritta e fisarmonica, per me è un grande sì). Ebbene: mai scelta fu più azzeccata. Le Bassline contagiose, insieme ai ritmi precisissimi del batterista Mamadou (un campione), su un impasto di melodie ad alta digeribilità, ci prendono per il bacino e ci fanno ballare col sorriso stampato in faccia. Soprattutto, Le Feste Antonacci portano sul palco un’italianità tutto tranne che artificiosa e forzatamente esotica (che è quel che più temevo): per un’ora, siamo tutti uniti in un umorismo e in un’attitudine che sono semplicemente diversi da quelli delle nostre vite quotidiane in Francia: sono quelli di quando torno a casa e mi dico: “Eh, sì, qui è un po’ Diverso”. Fumiamo Sigarette una dietro l’altra come muratori rumeni, ridiamo, scherziamo. Mi sembra quasi di dialogare col palco e la mia, che probabilmente al set di un gruppo francese sarebbe vissuta come ubriachezza molesta, stasera è solo un moto di amicizia. Pure le cover in chiusura, se me le avessero raccontate, le avrei bullate di “facilone”, ma quando le vivi non puoi che inchinarti alla genuina voglia di divertirsi de Le Feste Antonacci. Il Cielo in una Stanza fa sognare (non sapevano fare Albachiara e se ne sono scusati, che gentili); Ma Quale Idea mi indiavola (il giorno dopo è scomparso Pino D’Angiò, che fiatata... vabbè: ciao, leggenda). Bellissimo.

ATTENTION LE TAPIS PREND FEU live @L'Etable (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 5 luglio 2024

Ebbene sì, la musica “non elettrica” ha tanto spazio in questa edizione de La Ferme Electrique, e così anche il pop (talvolta, lui, a più alta tensione). È una discreta novità, e non è spiacevole affatto. Il primo e l’ultimo concerto dell’edizione sono due concerti pop, e sono concertoni. In apertura, la timidezza allucinata di ATTENTION LE TAPIS PREND FEU, duo di un pop che è più micro che hyper, apre le danze con una dolcezza naif e infantile che ci priva fin da subito delle nostre certezze, rendendo totalmente imprevedibile un genere come il synth/dream-pop che è noto per la sua prevedibilità. In chiusura quella pepita che è Krinator, una donna vestita da bionda degli Abba del discount che smaneggiando con un microfono, una base e due tastiere riesce a trasformare la follia assoluta in pura normalità: è una festa a base di canzoni per bambini che ci si può divertire a distorcere fino all’inverosimile, un ritorno all’infanzia che ne dimostra la vera natura, più contorta che innocente. Il pop elettrico si rivela un’aggiunta fenomenale alla programmazione della Ferme e ci regala perciò alcuni dei momenti più alti della nostra storia d’amore con questo festival, uno su tutti Paul che prende in mano il microfono offertogli da Krinator e comincia a cantare come impossessato dallo spirito di Iggy Pop: un’immagine che, insieme a Théo, ci porteremo dietro fino al letto di morte.

In mezzo a così tanta musica sorprendente, sia essa bislacca o semplicemente inaspettata, ci sono ovviamente gruppi più conformi alla nostra normalità concertistica. Alla fine, per varie ragioni, su tutte quella che ci sono sempre così tante cose da fare alla Ferme, sono quelli che ci siamo sparati di meno. In compenso quando la proposta più indie punk della giornata è un gruppo di ultratrentenni che vengono da un comune di 163 anime che si chiama Gigors-et-Lozeron (posto dove vedrei benissimo delle pale eoliche) come caspita fai a privartene? A parte l’overdose di “nostrismo”, porca vacca, che manata gli Chaleur! Take a Hit me la sono veramente sentita dritta sulla nuca. E quando la proposta noise-rock è un nome che nemmeno il più grande illusionista avrebbe saputo tirare fuori dal cilindro, i lapidari quanto casinisti Télédétente 666 di cui non si avevano più notizie dal lontano 2015, non si può che applaudire il programmatore per una scoutata che sarebbe riduttivo chiamare esoterica.

Per finire la rassegna, un punto positivo e un punto negativo. Quello positivo sono i gruppi che ogni anno ci fanno sgambettare con del sano “club rock” (dance-punk, kraut-noise, tech ’n’ roll: chiamatelo come vi pare, alla fine c’è della club e c’è del rock). A questo giro due nomi importanti, i VoX LoW chiamati all’ultimo come “gruppo sopresa” (stavano pure al Rock en Seine, mica cazzi!): con le loro canzoni decisamente penetranti, ciascuna oscura, abissale e al contempo irresistibile, ci hanno incollati al palco e alla dancefloor contro la nostra volontà; così hanno fatto anche i Parquet, ma con una formula totalmente diversa: niente voce, mix continuo, nemmeno un secondo di pausa: un vero e proprio DJ-set suonato, non privo di svarioni psichedelici, veri e propri drop, ma soprattutto crescendo estatici che nemmeno i migliori sette pollici dell’epoca d’oro della trance inglese sanno regalare. Fotonici, entrambi. Il problema è che li hanno tenuti entrambi per il secondo giorno e avremmo preferito che fossero distribuiti meglio, anche per rendere più digeribile un sotto-sotto-genere che il venerdì c’è stato anch’esso propinato due volte, abbastanza per arrivare quasi a detestarlo. Un genere di nicchia che si vende come post-punk o coldwave ma per cui io e Paul abbiamo coniato un nome molto più calzante: il “Rage Against Indochine”. Ebbene sì, signore e signori, il revival synth-pop dalle reminiscenze nazional-popolari francesi, reso più duro dalla distorsione e da vocalist un po’ blasés, un po’ rabbiosi… non ci fa provare grandi emozioni, per usare un eufemismo. Sia Vipères Sucrées Salées (a cui ho dato una chance ma che già non mi ispiravano), sia soprattutto Télépagaille (da cui mi aspettavo belle cose e invece purtroppo ho trovato noia), purtroppo, devo bocciarli. Per il resto, non mi sento di dire né lodi e né infamie sulla quota “caruccia” dell’edizione: i gruppi gradevoli, che non sconvolgono ma fanno compagnia, non mancano mai. A questo giro il synth-pop atmosferico di Foncedalle e lo yé-yé rock di Alvilda (ho già parlato di loro, vediamo chi se le ricorda) me li sono boscati senza grandi rimorsi, mentre il folk americaneggiante degno di un soggiorno nelle Montagne Rocciose, che i Blue Daffodils hanno sapientemente impartito al bistrò della Croix Blanche, ci ha dato una carezza assai apprezzabile.

Mouvman Alé live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 5 luglio 2024

Lo scettro di migliori concerti della stagione, però, li vincono due acts ben diversi. Il primo, è quello della quota “musica africana”. Se l’anno scorso il set di quei puristi della musica malgascia che furono gli immensi e compianti Electric Vocuhila ci aveva fatti viaggiare lontano, quest’anno il volo di sola andata per scoprire nuovi territori del Sud ce lo ha portato un gruppo di stregoni che si chiama, udite udite, Mouvman Alé. Sono in quattro, vengono dalla remota isola della Réunion, un crocevia di culture in pieno oceano indiano, e immettono con eleganza rock sperimentale (c’è chi li ha paragonati agli Swans) e musica elettronica (a un certo punto parte la dubstep) nei suoni réunionnais, caratterizzati da percussioni decise, corde pizzicate con vibrante vigore e cori in botta e risposta avvincenti. La miscela è unica, sufficiente a rendere il concerto entusiasmante. La maestria dei musicisti lo rende estasiante. Ma è Franswa Virassamy-Macé, che è semplicemente il frontman e cantante più impressionante che io abbia visto quest’anno, a rendere il tutto trascendentale. Viaggiando tra spoken word in creolo, voli pindarici e vocalismi inauditi, col suo fare spiritato ma mai spaventoso, Franswa invita a una cerimonia catartica a cui è impossibile dire di no. Non ve ne racconto molto di più: semmai, andate su KEXP (!) e vedetelo con i vostri occhi sulla suite Sokouyé Marmay. L’anello-theremin in complemento alle tastiere, le pause della batteria, la chitarra elettrica, le invocazioni al cielo… Come diceva una tifosa del Racing: “Mistica, mistica pura”.

Il secondo concerto da incorniciare alla parete, infine, si colloca nell’amatissima categoria “punk femminista”. Sono in tre, hanno un sassofono al posto del basso e hanno una potenza, sia scenica sia sonora, che è sopra la media dei gruppi che sono già abbondantemente sopra la media. La scarica (questa sì, elettrica) risponde al nome di Foune Curry e segnatevelo: saranno grandi. La Ferme, in uno slot orario assolutamente nevralgico (Etable, ore 23:30) dove ha spesso portato gruppi celebri e blasonati, chiama una band che ha all’attivo un solo EP di tre canzoni. È genio?, è pazzia? Entrambi: a quest’ora, i ritmi assassini e i riff infernali di una band riot grrrl al massimo dell’incazzatura non possono che generare poghi di una certa importanza, ma la magia del set è che l’arte del trio parigino va oltre la mera demolizione: il loro è un universo sonoro che ha già una personalità strabordante, tra il giocoso e il riottoso, una festa che sfocia nell’agitazione popolare. Ascoltate a titolo esemplificativo quella che ad oggi io e i fra consideriamo la “hittona” di Foune Curry, ovvero Petit Lapin: le linee di sax che ricordano vecchie mazurche, le decelerazioni da metal estremo, le melodie onomatopeiche, le intemerate nel free-jazz… È un pezzo che riesce ad essere d’avanguardia e al contempo divertente, pregno di significato e anche spensierato. Non c’è prefisso “post” che tenga: questa musica è già molto, ma molto più avanti di così.

Foune Curry live @L'Etable (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 6 luglio 2024

Insomma, che dire: nonostante qualche piccola selezione che non condivido al cento per cento (perlopiù dalla giovane scena parigina), la Ferme Electrique ci riporta ogni anno una dozzina di gruppi che hanno destato il nostro interesse e ben oltre. Soprattutto, lo fa pescando act da profondità spesso anche romanticamente bandcampistiche (più di un terzo dei sopracitati non ha niente di niente di niente sulle piattaforme di streaming convenzionali), dimostrando un impegno, una dedizione e soprattutto un amore per la nicchia che per noi che siamo altresì amanti della nicchia è semplicemente commovente. La programmazione è equilibrata, l’incedere dei set lo è quasi sempre, le suggestioni tante, la varietà ancora di più e la coerenza, per qualche ragione metafisica, sempre viva e presente. Ma come ho già detto, il fil rouge di tutti questi gruppi che ci sono stati regalati non si può definire a parole. È una questione energetica.

Voto: 8-, maestro, ogni volta una grande emozione, ma come fa?


Organizzazione

La Ferme Electrique quest’anno è alla sua tredicesima edizione e da sempre è un festival essenzialmente autoprodotto (non uno sponsor all’orizzonte). Chi dice autoprodotto dice autofinanziato, e chi dice autofinanziato dice “a volte gira bene e a volte gira male”. Non bisogna essere revisore dei conti per accorgersi che, nell’approcciarsi a quest’edizione 2024, non stava girando per forza benissimo. Forse è perché portare gruppi stranieri di un calibro internazionale alto assai, l’anno scorso, è costato un bel po’ di soldi, e che non per forza le vendite di biglietti sono state direttamente proporzionali ai cachet che richiedono certi artisti navigati (ricordo ancora la performance del 2023 di L&S, che poi è il cantante dei The Ex: davanti a questo sedicente Nick Cave fiammingo ci saranno state massimo venti persone). Se, dunque, la programmazione di quest’anno è “low cost” ma comunque eccezionale, il taglio delle spese si nota in certe piccole sottigliezze organizzative.

In realtà una sola è veramente tangibile: l’assenza della Scène Sauvage. Lo so, è un’osservazione ingrata, ma è anche inevitabile. Fino all’anno scorso era consuetudine avere un palcoscenico ad altezza uomo nel mezzo dello stabile, in cui ogni tanto suonavano gruppi già annunciati (tanta roba JEAN-PAUL nel 2022: e a quanto pare i ragazzi La Passion du Travail stanno ritornando!), ogni tanto invece veri e propri inaspettati “happening” (nel 2023 a un certo punto arrivarono dei fabbri e si misero a forgiare a ritmo di musica, lol). Capisco che eliminare questa voce in bilancio permetta un equilibrio finanziario più sereno ed è una scelta assolutamente condivisibile e perdonabile. Il sogno del ritorno del Palco Selvaggio, però, resta ancora acceso. Nel mentre, ci godiamo i due palchi principali che suonano da dio un buon novantacinque percento delle volte (Télépagaille insomma, ma anche chi se ne frega), un susseguirsi di set decisamente ben studiato (anche nelle pause, calibrate con precisione) e un reparto luci al bacio.

Farewell Scène Sauvage
Per il resto, la Ferme Electrique, con uno staff che conta numerosi volontari e habitués, è un meccanismo ben oliato: non si fanno lunghe file in nessunissimo momento e da nessunissima parte, la sicurezza e il bar funzionano benissimo e, devo dire, anche il cibo si difende piuttosto bene. Non aspettatevi grandi avventure culinarie, le opzioni sono essenzialmente tre: le crêpes di Francky (non so chi sia ma sicuramente un grande), la carne alla griglia con le patatine fritte (non è molto corretto da dire, ma per noi orchi a un certo punto del week-end diventa una necessità) e un piatto vegano (che, se gli anni scorsi era un curry invitante anche per noi che abbiamo diete immorali, quest’anno è un bowl, per citare Paul, “dall’aspetto… molto… molto vegano”).

Un plauso speciale se lo becca la zona merch, un tendone dal nome Magasins Généraux che è veramente un bazar delle meraviglie. C’è sempre una persona dello staff della Ferme che si occupa di vendere a chi lo desideri i differenti prodotti dei gruppi che passano (quest’anno vado al risparmio: solo una maglietta di Mouvman Alé di “qualité supérieure”) e più tardi spartire i soldi tra i gruppi quando partono via. Sembra una piccolezza, ma non potete rendervi conto di che sollievo sia per una band quella di non dover star dietro alle vendite: liberi di non doversi dedicare al commercio dopo il loro spettacolo, i musicisti vagano leggiadri e divertiti nel recinto del festival, guardano i set altrui, chiacchierano con tutti e hanno un aspetto spensierato che non capita di vedergli in nessuna altra venue. Inoltre, nei grandi magazzini dei sogni ci sono un paio di distro che dire lisergiche è poco. Mi concentro su una in particolare, che mi invoglia sempre a comprare CD imboscati e che si rivelano puntualmente spettacolari: quella di Macario, che su internet si può trovare googlando “angrry.propagande”. Macario è un tipo di origini venezuelane dal sorriso contagioso che ho incrociato solo due volte nella vita e che mi racconta sempre bellissime storie sul noise-rock, che è il nostro argomento di predilezione (ma Théo, che ha mangiato vicino a lui nella zona riservata al personale, dice che ne ha su temi molto più disparati). Il suo sito, che spizzo regolarmente da un anno a questa parte, è quello che sarebbe l’archivio di Piero Scaruffi se Piero Scaruffi fosse un vagabondo che sprizza gioia di vivere da tutti i pori: una selva di link che arriva a profondità di quelle dove si aggirano solo i pesci-lanterna, un forziere di tesori nascosti coloratissimo e psichedelico. Un piccolo spoiler: è pieno di full-album magnifici e rarissimi, non avete scuse per non dargli un occhio (e un orecchio).

Chiudo con una nota di demerito: la comunicazione. Quello di pubblicare con un filino più di anticipo gli ordini dei set (e delle attività supplementari) è un puntiglio mio, che sono peggio di Furio da Torino nel famoso film di Verdone (“Magda, lo spettacolo teatrale comincia alle 21:20 e il set dei Télédétente 666 comincia alle 21:35, possiamo informarci per cortesia sulla durata dello spettacolo? Dovrebbe durare trenta minuti ma lo sai come funzionano queste cose, Magda, più probabilmente sono trentacinque, quindi possiamo vedere meno di venticinque minuti di concerto, ovvero più di un terzo del set, Magda”; ovviamente esagero). Quando viene indetto un concorso per vincere un ingresso gratuito, però, sarebbe gradito che il vincitore lo sappia, e non lo apprenda dal suo amico che fa la biglietteria. Sì, il vincitore sarei io.

Dai, che vi voglio bene lo stesso!

Voto: 7-, al DIY si concedono errori


Attività

Rémireille @La Ferme Electrique, Tournan-en-Brie, 6 luglio 2024 (foto di Paul)

Uno spettacolo teatrale? Sì, avete letto bene poco fa. Ogni anno, e in quest’edizione con ancora più decisione, la Ferme Electrique mette le cose in chiaro: il suo obiettivo finale è quello di regalare al suo pubblico arte. Che sia essenzialmente musica, poco importa: se ci sono altre forme che valgono la pena e che è possibile portare alla Fattoria, così sia. E se alle conferenze letterarie “Les plumes à la Ferme” ammetto di non essere mai andato, e forse non ci andrò mai (alle ore 14 del sabato urge riposarsi dopo gli inopportuni bagordi della Croix Blanche), da tutte le altre proposte non posso esentarmi.

È la prima volta che la Ferme mi ha portato del teatro (anche se Cyril Cyril, ad esempio, non è teatro?), ed è teatro con la T maiuscola. Lo spettacolo breve Rémireille è un’impresa familiare che, in una mezz’ora, sarà capace di emozionarvi nel profondo. Tutto comincia con un abile (se non ipnotico?) gestore degli ingressi e della regia che vi accompagna in una sala che accoglie e intimidisce. Al centro di essa, Rémi e Mireille, i due finti attori protagonisti mantengono uno sguardo fisso. Ci si guarda un po’ attorno senza molte sicurezze, la tenda si chiude e comincia a proiettarsi davanti a voi la storia di Jeanine, una donna di cui le uniche informazioni che si hanno sono quei pochi messaggi recuperati in una cassetta di segreteria telefonica finita nella spazzatura, in cui parla in un vecchio e franco francese. Sullo schermo, le immagini incredibili concepite da Rémi per accompagnare le registrazioni, nelle orecchie la musica inquieta di Mireille: fiati spezzati, ventagli che fendono l’aria. Più vanno avanti i monologhi (che in qualche modo sono dialoghi) più diventano universali, e ad accompagnare questa progressione si aggiungono elementi scenici strabilianti che ogni volta ti fanno dire: ma è sempre stato qua in questa stanza? Ne spoilero uno solo, visto che appare nel trailer su Youtube: una lingua gigante animata. La sequenza finale di questo “racconto senza morale”, come l’hanno definito gli stessi autori, è una delle creazioni audiovisive più sconvolgenti che abbia mai visto negli ultimi anni. Se siete abbastanza “chineurs” lo potete ritrovare sul web: un’epopea di dieci minuti sui temi del sesso, del conflitto, della paura, della speranza, che offre spunti di riflessione che possono accompagnare un’intera vita. Lo spettacolo finisce, applaudite, si riaccendono le luci. Prima di uscire, vi accorgete della differenza tra il vedersi e il guardarsi attorno. Che prodezza.

All'uscita dell'Escape Game: And it looks like we might have made it

Oltre ad almeno una proposta culturale para-musicale stuzzicante, la Ferme Electrique ha sempre avuto un chiodo fisso: vuole che il suo pubblico giochi. Ed è una cosa bellissima, perché ci distrae anche dalle nostre piccole ossessioni un po’ tediose, da geek della musica che a volte, abbuffandoci di set e parlando delle contaminazioni di tizio e del songwriting di caio, sembriamo quasi incapaci di divertirci veramente. La Ferme ci vuole far tornare un po’ bambini, ci mette anche in contatto coi bambini, che sono molti più di quelli che si vedono in media a un festival, ed è un vero piacere (“una serata senza bambini è una serata fallita”, sento dire Macario a un certo punto: ha ragione). Ogni anno, una parte dell’onere del gioco viene affidato alla “machine”, un grosso oggetto totalizzante posto in mezzo alla fattoria per il sollazzo di tutti: quest’anno è un cubo dal quale si possono estrarre abiti strampalati. Ho sempre visto la “machine” come un elemento che è giocoso quanto estetico (la montagna composta di sedie del 2022, per esempio, era un capolavoro) e a questo giro, pure se ci ha regalato due risate, tipo Paul che nelle nostre foto ricordo è vestito come un coglione, l’ho trovata meno ispirata proprio perché non particolarmente bella da vedersi.

Detto ciò, di svaghi più concreti e competitivi ce ne sono sempre. Per anni è stata la stanza del merch a trasformarsi, ogni tanto e un po’ a caso, in una kermesse degna del più steampunk dei luna park, con giochi a premi sempre frustrantissimi e animatori simpaticissimi. Quest’anno l’esperienza della fiera di paese non si ripete, ma l’escape game, l’escape game porca vacca, ci ha messi alla prova come non mai. Congegnato con una cura per il dettaglio maniacale e memorabile (la stanza coi fili da non toccare tipo Ocean’s Eleven me la sogno la notte), questo capolavoro di micro-architettura di recupero è stato uno degli highlights del week-end. Anche se abbiamo fatto pena, anche se ci siamo fatti outsmartare da pischelli di dieci anni, ci siamo divertiti come non mai. Per gli animatori di tutte le età, dall’eminenza grigia dell’incubotico cubo che alla fine ci ha fatti uscire, disperato dalla nostra incapacità (déjà-vu), fino ai bambini conciati come alchimisti de La Montagna Sacra che ci hanno spappolato il cervello con l’enigma finale, faccio novantadue minuti di applausi.

L’arte non convenzionale e il gioco che si fondono al fiume in piena di musica, tutto crea una sorta di spirito di creatività che aleggia nell’aria. E perciò, per finire la proposta di attività extra-concertistiche, si aggiungono alla lista un paio di situazioni immancabili in cui ci si può sbizzarrire a creare noi i suoni che vogliamo, per noi o per gli altri. Non ci sarà la Scène Sauvage, non ci sarà la kermesse, ma quando i Magasins Généraux si trasformano in una jam-session vocale del futuro, con Macario che fa da master of ceremonies e David X che prende il microfono e spara la beatbox più sensazionale dell’universo, non ce n’è veramente per nessuno. È una vera festa, ultra-inclusiva e dove nessuno viene giudicato. Il filmato di io che, ormai alticcio, ansimo nel microfono, magari però è meglio evitare di diffonderlo.

Dove i sogni diventano rumore
Non tutti possono sentirsi a loro agio a partecipare in una performance del genere, nonostante valga la pena di vederla (David X è un mostro: anche sul palco con Foune Curry ha sputato fuoco). Perciò, la Ferme ha messo su, per l’ennesima volta ma forse mai bene come in questa edizione, una stanza degli attrezzi (letteralmente la rimessa del contadino) piena di oggetti sonori da poter suonare: vecchi nastri, percussioni amplificate con microfoni di fortuna, giradischi, controller ripescati chissà da dove… Tutta roba di recupero capace di creare musica: una jam session di genere “rural industrial” che dura per otto ore filate e alla quale si può sempre passare per aggiungere una nota, spostare un disco, portare uno strumento più vicino al suo punto di rottura (non si offende nessuno: è lì apposta). Il sabato notte, alla fine dei concerti, un piccolo capannello di persone si riunisce in questo luogo fuori dal tempo, i responsabili piano piano staccano tutto e, concilianti, scambiano le ultime parole prima che la sicurezza ci scorti al campeggio. Poveri loro che finalmente si rilassano, noncuranti di me che, in un angolo, scopro su una vecchia radio che andando alle frequenze AM e spingendo una leva posso creare un crescendo di harsh-noise fastidiosissimo. Il capo-rumorista si gira con il terrore negli occhi e pigia un bottone prima che sia troppo tardi. Me ne vado con il piccolo vanto di aver suonato l’ultima nota della tredicesima edizione della Ferme Electrique.

Voto: 8, immagina, puoi


Atmosfera

Blue Daffodils live @La Croix Blanche (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 6 luglio 2024 (foto di Théo)

L’avrete ormai capito, l’atmosfera della Ferme è elettrica, amichevole, fraterna. Non voglio cadere nei cliché del tipo “è una grande famiglia”, anche perché non è vero: ci sono festivalieri che vedo ogni anno da tre anni, con cui ci riconosciamo perfettamente, eppure non ci siamo mai nemmeno detti ciao. E al contempo ci sono persone con cui, per puro caso, scambio una parola mentre vado a bere un bicchiere d’acqua, o con cui pogo per due minuti, e che diventano compari per tutto il weekend. In ogni caso, anche se siete posizionati nei decili più bassi della scala della socievolezza, finirete per socializzare, semplicemente perché gli stimoli per interagire con qualcuno o qualcosa sono ad ogni angolo. Ed è un piacere, anche perché il pubblico è uno dei più variegati che esistano: età media, qualcosa tra i venticinque e i trent’anni, senior e bambini compresi; per la diversità di genere, penso che siamo attorno a un 50/50; e per quanto riguarda il tipo di pubblico, c’è proprio di tutto: nerd del cazzo come noi, semplici curiosi, allegre famigliole, festaioli matti, gente del posto, hippie vagabondi e stilose fashion victims. Musicisti o personaggi legati al mondo della musica, pure, ce ne sono tantissimi, molti dei quali sono anche già anche finiti nelle pagine di questo blog. E, va detto, anche una buona quantità persone appartenenti a minoranze di tutti i tipi, che è sempre un bonus apprezzabile, perché è qualcosa che testimonia di un’atmosfera inclusiva e la incita allo stesso tempo. È una grande festa e, soprattutto, una festa sana.

Chaleur live @L'Etable (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 5 luglio 2024 (foto di Théo)

La fiamma di una festa sana, si sa, resta accesa molto più a lungo di quella di un semplice sfascio senza arte né parte. Perciò, se dormite in campeggio, occhio: c’è un casino dell’ottanta. Il sabato, forse per ragioni climatiche, è stato abbastanza pacifico, ma il venerdì… il venerdì, porca puttana, ho il ricordo di sentire rumori di bonghi a un’ora indefinibile tra le quattro e le sette del mattino che non so se fosse qualcuno che metteva musica nelle casse o un’intera tribù di guerrieri Hutu che aleggiava sopra alla mia tenda, come in quel capitolo del libro di Carrère in cui, accampato nel mezzo dell’Asia Centrale, Limonov percepisce il passaggio degli spiriti degli antenati. Paul non è nemmeno veramente sicuro di aver dormito un minuto, nella notte tra venerdì e sabato. Forse meglio così: l’assenza di sonno avvicina a stati dell’anima superiori, o almeno questo mi è sembrato di vedere quando l’ho visto che ondeggiava con gli occhi chiusi e un sorrisino godereccio, mentre i Parquet suonavano Speedrun.

Per finire su una nota che sembra banale ma non lo è affatto, lo staff è di una gentilezza estrema, tutto: dai baristi che servono succhi improbabili all’amico astemio, fino al tizio della sicurezza che ti chiede gentilmente di evitare di giocare a rimbalzino col muro di pellicola della Grange. Persino i fonici sono spigliati, sorridenti e chiacchierano con la gente di passaggio davanti al palco. Prima dei concerti, spesso e volentieri c’è un signore affiliato al festival che annuncia il gruppo con divertenti panegirici. Insomma, la Ferme Electrique non smette mai di dimostrarti che a te, pubblico pagante, ti vuole bene. E non puoi che ricambiare il suo amore.

Se tutto ciò fosse la normalità, vivremmo in un mondo molto migliore.

Voto: 7 ½, sogno collettivo

Cyril Cyril live @L'Etable (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 6 luglio 2024

In dieci parole  Il mio piccolo, bucolico, angolo di benessere, stupore e allegria.


Xtreme Fest, Le Garric (81), 26-27 luglio 2024

Ormai se mi conoscete un minimo lo dovreste sapere: sono una persona semplice, quando vedo sulla stessa schermata le parole “Descendents”, “France” e “tickets” tiro fuori la carta di credito in automatico. Sono anni che è così, non ci posso fare niente. L’ho fatto quest’anno, per Strasburgo. L’ho fatto anche nel 2023 e i biglietti in questione erano quelli per andare all’Xtreme Fest, nel Tarn. Dov’è il Tarn lo scoprii solo dopo aver effettuato il pagamento: in una regione lontanissima da Parigi. Tanto valeva andare ad Amsterdam, mi dissi a posteriori, ma in fondo scoprire nuovi angoli di Francia profonda è un piacere grande quasi quanto ricongiungermi con Milo e soci. Si diede il caso che il buon Milo, per ragioni di salute (un infarto da cui si è ripreso in meno di tre mesi!) dovette dare forfait, ma era tutto già organizzato e andai lo stesso. Il festival, anche senza il mio gruppo preferito, mi è piaciuto molto, e perciò quest’anno ho deciso di ampliare l’esperienza: in particolare, venire per due giorni su tre invece di uno solo ed andare in compagnia di due amici: il Théo, fan di almeno cinque o sei gruppi della line-up e Alex, il baronetto di Rifredi, che ogni estate viene a fare il suo aristocratico “grand tour”, migliorare il suo francese e scoprire che in realtà andare ai concerti gli piace. La reunion di questo trio infernale (già vincente alla Ferme Electrique 2023) mi gasa oltremisura. Il festival... beh, ci sono i Descendents. Valigie pronte: andiamo.


Location

“Mi raccomando Alex, sorridi, è importante

La ragione principale per la quale volevo assolutamente tornare all’Xtreme Fest in compagnia dei miei più cari amici in realtà è soprattutto il luogo straordinario in cui si trova. Ce lo si deve meritare, eh: arrivare al sito del festival da Parigi è veramente un casino. Il modo più facile è andare ad Albi, e già ci vogliono almeno otto ore di treno (se volete spendere prezzi dignitosi, sennò sulle cinque se volete che la metà del vostro stipendio parta in due tragitti ad alta velocità che uniscono la capitale e la stazione di Tolosa). Io e Alex abbiamo optato per un regionale notturno che ci ha portati nel Tarn senza colpo ferire (insomma, un rumore...). Vale la pena arrivare ad Albi in anticipo rispetto al festival perché è una città meravigliosa: c’è una delle più belle cattedrali del mondo, un capolavoro architettonico unico nel suo genere, un’astronave dagli interni policromi che si erge altissima, sfidando il cielo blu col suo colore rossastro; c’è il museo di Toulouse-Lautrec: l’arte, e soprattutto l’incredibile storia (a quando il biopic su Netflix?) di un pittore straordinario della regione, che si dipanano in uno spettacolare castello di epoca medievale; ci sono le pittoresche viuzze piene di vecchie casupole con le architravi in vista (“Ma è mock Tudor!” “No, Alex, è vero Tudor”), ci sono quegli angoli di pace che sono la piazzetta Savène o il chiostro di Saint Salvy. Insomma, ci sono tante belle cose. Si fanno tutte in mezza giornata, non perdetevele.

Dopo una consigliatissima mattinata di turismo, Théo ci raggiunge da Jazz in Marciac (beato lui!). Ci mangiamo un filetto e un bicchiere di gaillac, ché siam signori, e siamo pronti ad andare al sito del festival. Qui sorge il primo problema: l’autobus che vi avvicina al posto passa ogni morte di papa (o 12:05 o 17:10: qualcosa nel mezzo?). Purtroppo l’Xtreme Fest è un festival per provinciali e, si sa, i provinciali hanno la macchina… Un po’ è una vergogna che non ci sia un modo di arrivare al Cap’ Découverte, celebre centro vacanze situato nel comune di Le Garric, più semplice dell’autostop, ma così è. Armatevi perciò di fogli A3 (rigorosamente rubati dalla stampante in ufficio) con su scritto “Le Garric”, “Cap’ Découverte” o ancora “Carmaux” e, dopo aver preso il peggior solleone della vostra vita sul ponte che attraversa il fiume Tarn (che bellezza però), piazzatevi nel cono d’ombra davanti al Jardin de la Madeleine, sorridete, alzate il pollice e pregate che passi qualcuno. Un po’ ci vuole, venti minuti che sembrano un’eternità e in cui vi si avvicinano tossicomani, matti del villaggio, zingarelli che propongono di portarvici per dieci euro (ma col cazzo!). Alla fine, saranno proprio dei festivalieri a imbarcarvi. Diciamo che fa parte dell’avventura.

Per raccattarti la domenica mattina ti ci vuole questa

Arrivati a destinazione, vi ritrovate a montare la tenda in un campeggio abbastanza inaspettato: una radura, costellata di alberi che fanno ombra, situata su un altipiano da cui si vedono tutte le valli circostanti. La piana, poco più in là delle recinzioni, è piena di enormi macchinari che servirono all’estrazione del metallo. Perché qui viene il bello: il Cap’ Découverte altro non è che un complesso creato per riabilitare un’antica miniera di carbone a cielo aperto. E lo sapete a cosa assomiglia una miniera di carbone a cielo aperto? A un gigantesco cratere nel terreno. Una delle cose migliori dell’Xtreme Fest è che, quando si hanno i biglietti, si può fruire di una delle facilities del centro vacanze senza pagare un supplemento e, ve lo assicuro, la spiaggia che è risultata dalla trasformazione del fondo del buco in lago artificiale vale veramente la pena. Soprattutto il mezzo di trasporto che vi ci porta: non avete nemmeno lontanamente idea del brivido che è farsi duecento metri di dislivello seduti su una seggiovia in costume da bagno e ciabatte, davanti alla vista di un grande lago dove la gente si fa il bagnetto o pratica lo sci nautico. Un’emozione che vale la trasferta.

Ma di che si ragiona, su

La spiaggia non è niente di poi veramente speciale, quando la astrai dal costante senso di spaesamento della sua localizzazione. L’acqua, però, è pulita, la temperatura gradevole e rinfrescante, e un angolino d’ombra sotto ai tendoni si trova anche facilmente. Considerate poi che, a partire dal sabato, ci sono anche dei concerti acustici e, bingo, non ci sono ragioni per non andare a godersi il pomeriggio coi piedi sulla sabbia. È senza dubbio il miglior luogo dove chillare tutta la giornata prima di montare alla zona palchi, zona sulla quale voglio ora concentrarmi per spendere più di una parola di apprezzamento. Intanto, segnalo il fatto che ci sia una zona dedicata al pubblico non pagante, con un palco che suona dalle sei del pomeriggio alla mezzanotte, area cibo, merch, bar e attività varie, contrapposta alla zona a pagamento, dove ci sono gruppi un po’ più importanti (ma non per forza migliori!) che si alternano su due palchi ben più grossi. Anche il solo concetto di mettere tutti i servizi “annessi” a disposizione degli avventori del Cap’ che non vogliono pagare il biglietto (abbastanza caro, anche se non scandaloso) e di offrir loro un palco di buona musica è sia sensato dal punto di vista commerciale sia lodevole dal punto di vista dell’inclusività e dell’apertura del festival verso il mondo esterno.

Fine serata

Considerando anche questa zona, detta “Le Festival Off”, ci sono perciò tre palchi su cui vedere gruppi disparati. Tutti e tre hanno il loro valore: L’Estafette, il palco per tutti, è molto classico, abbastanza piccolo e caruccio, vi si respira proprio un’area di piccolo festival; il Family Stage, il più grosso, ha già una certa ambizione e un vantaggio straordinario, quello di essere coperto da una grande tettoia (e il sole picchia fortissimo); la X-Cage, per finire, è semplicemente il palco più originale (ed estremo) che io abbia mai visto: un ottagono da MMA attorniato da sbarre in metallo al centro del quale si trova la band. Quest’ultimo palcoscenico, in particolare, rende l’esperienza dell’Xtreme molto meno piatta e banale, perché ha un potenziale di “shenanigans” infinito, sia per il pubblico che per la band: vi ci si può arrampicare, infilare la testa nelle fessure tra le sbarre, vedere il concerto da tutte le angolazioni possibili, e via discorrendo. Ci vuole così poco, a volte, per creare uno spazio per la musica che cambi un po’ i canoni precostituiti e crei nuove possibilità.

Lo spazio a pagamento dell’Xtreme Fest, piuttosto esiguo in fondo, vanta infine di uno skate-park di dimensioni considerevoli, adibita a grande “chill-out zone”. Comoda, originale e divertente da frequentare (anche solo per le rincorse da prendere e gli scivoloni che si possono fare), questa magnifica regione collinare sul finir della sera diventa il luogo del DJ-set di chiusura, nonché bar di shottini. Una trovata piuttosto geniale: è stupendo vedere le rampe di cemento riempirsi di gente come a un bloc party dei sogni. Ancora una volta: con qualcosa di in fondo molto semplice, l’Xtreme Fest è capace di inventarsi una magia.

Voto: 8+, luoghi che non pensavi potessero esistere


Programmazione

Zebrahead live @Family Stage (Xteme Fest), Le Garric, 27 luglio 2024 

Anche se perfettamente intuibile non l’ho ancora detto, che l’Xtreme Fest è un festival esclusivamente dedicato al punk rock e a tutte le sue differenti frange. Il punk è la mia più grande passione e, per quanto in verità i festival che preferisco sono quelli generalisti e variegati, per questo genere posso fare un’eccezione e regalarmi, per una volta, una due giorni più specialistica.

La programmazione dell’Xtreme a dire il vero non rispecchia al cento per cento i miei gusti nemmeno per quanto riguarda il punk. In particolare, nella line-up abbondano nomi che appartengono a due sotto-sottogeneri già velatamente criticati su queste pagine: lo skate punk (derivato del pop-punk) e il beatdown (derivato dell’hardcore punk). Parliamo del primo: è chiaro che chi organizza il festival è un appassionatissimo di tutta la roba adiacente, per fare un paio di nomi esemplificativi, ai vecchi Offspring o a molta roba del catalogo di Fat Wreck Chords, quel pop-punk ultra-melodico che va a velocità infernali. Il mio rapporto con questo tipo di musica (già trattato in report di opening act come SliP o Hogwash) è di inevitabile amore e odio, e la linea è sottilissima. A volte alle mie orecchie lo skate punk suona forzato o persino privo di anima ma devo dire che, nel contesto dell’Xtreme, raramente i gruppi skate punk deludono, anzi: spesso e volentieri mi emozionano e fomentano non poco. In parte, e poi ci torneremo, è l’atmosfera del luogo e del pubblico. In parte, però, è anche merito di una selezione che è tutt’altro che fatta a casaccio. Nel venerdì e sabato che abbiamo passato al Cap’ Découverte i gruppi skate punk il cui set ho veramente apprezzato sono stati diversi, in particolare tre (tutti americani, ovviamente). Gli Zebrahead, ad esempio, hanno veramente demolito il Family Stage con una presenza scenica al contempo potente e caciarona (con loro, su un lato del palco, c’era ad esempio un gruppo di gente del Tarn non meglio identificata a fare da coro e da angolo bar!). Il concerto del quintetto californiano è stato al estremamente pop e anche estremamente violento, un connubio perfetto di sing-along facili e di costante, giocosa ed adrenalinica esortazione a un pogo tra i più immensi mai visti, che hanno reso ogni canzone, con le sue pause e le sue sfuriate, emozionante e memorabile. Sono pezzi che quando li ascolti sul disco sono decisamente pacchiani, per carità, ma quando parte un wall of death lungo come la muraglia cinese sul ritornello di una canzone come I Have Mixed Drinks About Feelings, beh, che je voi dì. Su un piano ancora più estremo (infatti erano alla X-Cage), gli A Wilhelm Scream hanno regalato una lezione di intensità senza compromessi: i loro pezzi sparati l’uno dietro l’altro come raffiche di mitragliatrice non hanno dato scampo a uno dei pit più scatenati che abbia mai visto in vita mia. La velocità insensata della batteria, la forza di una distorsione terraformante (ascoltate l’intro di The Kids Can Eat a Bag of Dicks e capirete di cosa parlo) e soprattutto la voce e performance dell’energetico vocalist Nuno Pereira hanno un unico effetto: quello di farti cadere la mascella e dire: questi sono dei mostri. La spavalderia dei ragazzi del Massachussetts, fonte di vera gasazione, ha persino spinto la gente oltre i suoi limiti. C’è stato pure un ferito, penso non molto grave, che deve aver dato un discreto morso all’asfalto facendo uno stage diving sconsiderato. La band ha gestito la situazione al meglio, facendo intervenire la protezione civile ma senza farne una questione inutilmente drammatica: “Medic, medic, we need a medic”, detto con la voce che avrebbe l’emoji “😐”, resta un tormentone del weekend. Lodevoli infine, stavolta più per meriti musicali che di spettacolarità sul palco, i MakeWar: i newyorchesi, pur essendo un power-trio, hanno un’intesa, una precisione e una grandezza sonica che li fanno veramente sembrare “larger than life”: una qualità che, onestamente, apprezzo sempre tantissimo (un gruppo a cui ho fatto gli stessi identici complimenti? Courtney Barnett!). Inoltre, il loro sound è smaccatamente skate ma anche venato di malinconie che fungono da madeleine di Proust e mi riportano, con inaspettata commozione, al peggior midwest emo che ho ascoltato in adolescenza. Con un pezzone decisamente terraformante come Oh Brother perdo completamente il controllo di me e, dimenandomi in un pit decisamente più piccolo della media del festiva, penso che al vecchio (e reazionario) adagio “Keep emo in hardcore” si possa dare una risposta che avrà il merito di far accapponare la pelle ai peggiori puristi: “Why not also in pop-punk?”.

Nova Twins live @Family Stage (Xtreme Fest), Le Garric, 26 luglio 2024

Va detto che, rispetto all’anno scorso, i gruppi di skate punk puro e duro sono un po’ di meno. La ragione, a ben vedere, dev’essere quella della ricerca della parità dei sessi da parte dei programmatori. Non c’è un cazzo da fare, questo genere lo fanno perlopiù band di uomini, è un dato di fatto (CF98, gruppo female-fronted polacco, è l’unica eccezione che abbiamo ascoltato; niente di che). Che le quote skate vengano sostituite da quote rosa mi va benissimo, ma quest’anno gli organizzatori si sono spinti in un territorio periglioso, quello di un nuovo stile di nu-metal, pieno di elementi rap ed elettronici e cantato da ragazze decisamente “badass” che da un paio d’anni sta veramente spopolando. Un’artista di questo filone l’ho anche trattata su queste pagine: quella buona vecchia poliglotta svitata di Lerka · Jo. Quando l’attitudine è sopra le righe e spensierata come la sua (che non vuol dire che sia musica stupida, anzi), allora lì sì che il miscuglio mi piace e diverte. Ma quando le artiste sono più perfettine, il sound è più rileccato e le canzoni non sembrano mai voler svariare per una sorta di ingiunzione alla coerenza, allora lì, beh, tutti i miei limiti nei confronti del nu-metal emergono. È, per me, uno dei generi “duri” più stucchevoli che esistano (persino i Deftones penso che non li capirò mai) e non c’è show che tenga per non annoiarmi dopo poche canzoni. Le Nova Twins, per esempio: bravissime e stilosissime, per carità d’iddio, ma sentita Cleopatra ho l’impressione di averle sentite tutte e me ne vado altrove. Imparfait, che è un po’ l’equivalente francese, stesso discorso, con l’aggravante di una cantante che spesso si concede anche di abbandonarsi in velleità conscious rap che, come il conscious rap tutto, mi fanno sbuffare dalla noia o persino dalla pretenziosità che vi percepisco (la colpa ancora una volta non è tanto della band in questione, che ha pure suonato alla perfezione, quanto di limiti miei; anche qui, vi faccio una confessione: persino To Pimp a Butterfly è un disco che mi spalla e mi fa cringiare più di una volta).

Monde de Merde live @X-Cage (Xtreme Fest), 27 luglio 2024

Detto ciò, ci sono musiciste donne fortissime all’Xtreme: basti pensare che il sabato ho rosicato come un matto per il clash orario tra il set al Festival Off delle Pythies, grungettare di Parigi che voglio recuperare al più presto e Monde de Merde, il gruppo hardcore punk più puro e duro dell’edizione, la cui cantante custodisce i segreti delle vocals più graffianti che abbiamo sentito, uno stridio di incazzatura dal sapore quasi powerviolence. Sono quantomeno riuscito a vedere le prime prodigarsi in un’inaspettata cover di Fuck the Pain Away delle Peaches (capita l'assonanza?, grandissime!) e a procurarmi diversi lividi alla X-Cage con le seconde, perciò direi che ho ottenuto quel che volevo. Meno bene, invece, far suonare Johnnie Carwash praticamente in contemporanea coi Descendents: praticamente uno schiaffo al morale, non solo mio ma di tutti quelli che amano il pop-punk per la sua componente più primitiva: la dolcezza. Capita.

Sorcerer live @X-Cage (Xtreme Fest), 26 luglio 2024

In ogni caso, per riprendere il filo del discorso generale, lo skate punk abbonda all’Xtreme Fest e se, probabilmente per fare più spazio a gruppi di nu-metal femminile/femminista, quest’anno se ne vede un po’ di meno, il beatdown hardcore, lui, possiede ancora un’importanza primordiale nella line-up. Ancora ho brutti ricordi dell’anno scorso, in cui i set annunciati in pompa magna di Scowl e Walls of Jericho al Family Stage mi arrecarono pesante fastidio coi loro breakdownazzi e la banalità di canzoni il cui songwriting “core” non mi provocò nessuna emozione. Quest’anno però, devo ammettere che un paio di set di questo genere me li sono stragoduti. Sarà stata, forse, la saggia decisione di dare loro meno peso strategico nell’economia del festival. Mi spiego meglio: invece di elargire gli slot orari chiave del main stage a gruppi altisonanti, quest’anno l’Xtreme accantona tutto il beatdown nella gabbia delle arti marziali, che è dove si merita di stare, e perlopiù in momenti catartici tipo l’inizio della giornata, quando solo un mosh-pit spericolato fa dimenticare il caldo estremo, o nello slot subito prima dell’headliner della notte, per divertirsi con le ultime malvagità gratuite prima di essere al cospetto del concerto più atteso. Ne risultano set molto appaganti che, pure se non è il mio genere, non ho potuto fare a meno di apprezzare: memorabile, in particolare, la combo Cold Stress (molto semplici ma anche molto efficaci, fanno il loro) più Sorcerer (dal suono più curato, con qualche dissonanza molto intrigante) nella fine pomeriggio di un venerdì il cui day drinking alla spiaggetta era stato leggermente sconsiderato. Ha aiutato a smaltire.

Aerial Salad live @L'Estafette (Xtreme Fest), Le Garric, 27 luglio 2024

Detto ciò, ci sono stati anche momenti in cui ho semplicemente detto no al “fattore C” e sì a Valsoia, o a qualsiasi altra cosa passasse in quel momento. Fottermene con serenità dei Real Deal per andare a vedere le Toxic Frogs, per esempio, è tutto tranne che un rimpianto: ok, il punk celtico è veramente il guilty pleasure definitivo e quasi mi vergognerei di ascoltare ’sta musica quotidianamente, ma uno, a una certa ora della notte sono guasconerie che ci si può permettere e, due, le bretoni suonano con un brio raro (penso che la batterista rimanga la picchiatrice più impressionante dell’edizione). Perciò via di banjo e di violino e sgambettiamo qualche minuto con The Shamrock’s Jig, perché no. Del resto, è proprio una delle qualità principali del festival, quella di avere una direzione artistica abbastanza precisa ma di non accanirsi troppo sulle sue nicchie, proponendo anche una buona eterogeneità. Di gruppi in rampa di lancio o già conclamati che propongono generi che stringono la mano al punk melodico o estremo, ma comunque lontani dall’ortodossia, ne abbiamo visti vari: cito in particolare gli Aerial Salad, giovanissimi e promettenti post-punkari di Manchester, una sorta di versione più groovy e svolazzante degli Shame, oppure i russi Moscow Death Brigade, ormai quasi leggende di un hardcore hip-hop militante che, pur essendo molto lontani dai miei gusti, sanno mettere su una grande festa alla quale è difficile non sorridere e applaudire.

Mad Caddies live @Family Stage (Xtreme Fest), Le Garric, 27 luglio 2024

I due migliori concerti, però, li hanno fatti rispettivamente un gruppo ska e un gruppo thrash metal. I primi sono stati i Mad Caddies, una band iconica di quella controversa third-wave statunitense che a me, devo ammettere, piace. Al tramonto del venerdì, in un’atmosfera magica, i californiani hanno portato una freschezza quasi poetica, in un set pieno di cantilene contagiose, grandi hit danzo-poghereccie (Road Rash dal vivo merita), ballad iconiche (Drinking for 11) e persino trucchetti facili che però svegliano in noi dolci sentimenti adolescenziali (in particolare la cover di She dei Green Day, che bisogna essere proprio dei guastafeste per non apprezzare). Numerosissimi sul palco, con tutte le loro percussioni e i fiati (al trombone il cantante dei sopracitati SliP!), ci hanno veramente fatti divertire e sono stati uno spettacolo per gli occhi e un porto sicuro per le orecchie. A chiudere la stessa giornata campale del venerdì, infine, ci sarebbero dovuti essere i Sick Of It All ma, per le note vicissitudini mediche del cantante Lou Koller (una preghiera per lui) hanno dovuto annullare e sono subentrati i Crisix. Sono da sempre un grande appassionato di thrash metal e, per un annetto e mezzo (2014-2015), ho avuto anche una piccola liaison con la scena thrash italiana, che mi aveva accolto tra le sue braccia sudate. Eppure, in un anno e mezzo di quelle frequentazioni, piene di acculturamento su nomi storici o di nicchia del genere, il nome dei Crisix non è veramente mai uscito fuori. Forse perché, sia nel percorso sia nel suono, gli spagnoli non sono né storici né di nicchia: emersi nel pieno dell’anch’essa controversa epoca del thrash revival (i Municipal Waste erano già al loro culmine), gli spagnoli propongono una musica che suona come un frullato dei “big four” di sottomarca LIDL. È un difetto? Assolutamente no: ne risulta un pot-pourri di riffazzi dallo stile e la direzione poco chiari, a volte ai limiti del comico e del ridicolo, ma eccessivamente divertente. La loro arte del festeggiare è nostalgica, e non solo della Bay Area circa 1986, ma anche (ed è qui la sorpresa del set) del NYHC d’antan. Il medley omaggio ai Sick Of It All è una discreta mazzata e i momenti punkettoni sono molto più frequenti e distruttivi di quanto ci si sarebbe aspettato. Nonostante l’humus del concerto resti sempre il metal i Crisix, anche con poco anticipo, hanno letto bene la stanza e portato un set che non sfigura nel contesto dell’Xtreme Fest. La loro punta di personalità: un’attitudine da nerdoni al cubo tra riferimenti a vecchi film e cartoni animati (Frieza the Tyrant è Freezer di Dragonball), nelle loro tenute talmente casual da fare il giro e diventare “talle” (la maglietta di The Chronic la voglio anch’io). Ultra Thrash (ma quanto sono belle le canzoni thrash sul thrash?) è l’apoteosi di un divertimento semplice e genuino, la scena del chitarrista che assoleggia mentre attorno a lui rotea un circle-pit gigantesco un’immagine che mi rimarrà stampata in testa a lungo.

Crisix live @Family Stage (Xtreme Fest), Le Garric, 26 luglio 2024

Due piccoli bonus finali: i DJ-set di fine giornata nello skate-park, di cui ammetto di avere ricordi un po’ appannati, sono stati esilaranti. Avete mai visto un DJ fare stage-diving dopo aver messo Blitzkrieg Bop (dieci su dieci)? No? Allora punti in più. I concerti acustici sulla spiaggia, invece, non sono niente di che: simpatico, però, quello degli Old Time Spooks, gruppo spagnolo il cui country-punk acustico, molto “skiffle”, ha i suoi momenti. Ce lo siamo abbastanza goduto; poi, salendo su con la funivia, i quattro erano di nuovo lì a suonare; poi, mentre vado a guardare del merch il giorno dopo, eccoli al banchino a suonare; poi, mentre vado a rilassarmi allo skate park, me li ritrovo di nuovo accanto che suonano. I ragazzi, in accordo con Xtreme Fest, hanno suonato qualcosa come nove set in tre giorni. Semplicemente, spawnavano quando gli pareva e piaceva. Quando la domenica mattina, uscendo dalla doccia avvolto in un asciugamano, me li sono trovati accanto ai bagni che facevano un ennesimo concerto, ho dubito della mia lucidità. Una nota di colore apprezzata.

When this gear case is at the festival
you just know it’s gonna be lit

Alla fine della fiera, perciò, la programmazione è stata all’altezza delle aspettative che avevamo. Di concerti veramente pessimi non se ne sono praticamente visti, di slot troppo lunghi e noiosi senza buona musica non se ne sono avuti. Certo, si resta sempre molto nell’ambito di una programmazione molto più festaiola che artisticamente stimolante. E va bene così. Mi tengo perciò il grande divertimento, costante, e una decina di picchi emozionali, momenti più speciali di altri (non è poco). Quella dell’Xtreme Fest va presa per quella che è: né una line-up di scoperta, né una line-up di fan-service (almeno per quello che è il mio gusto). Sono relativamente pochi i gruppi, tra quelli che ho visto, che continuerò a seguire. Di gruppi che mi porterò fino alla tomba, quasi nessuno. Che voto potrei dare? Un sei politico.

Ma c’era anche il gruppo per il quale sono venuto apposta, i Descendents, la band più forte del mondo. Un voto in più.

Voto: 7, frammenti di punk


Organizzazione

In viaggio verso l'ignoto?

L’Xtreme Fest, tra i tre festival che tratto in questa rassegna, è il più grande, anche per un discreto distacco. Eppure, talmente sono performanti i servizi offerti al pubblico, sembra di essere a un evento “riquiqui” come la Ferme. Faccio un esempio: ci si ritrova spesso a fare anda e rianda tra la zona Off e la zona a pagamento. Ovviamente, ci vuole un controllo dei biglietti e di sicurezza. Ebbene, pure nei momenti più pressanti (la piccola transumanza per andare a vedere i Moscow Death Brigade, un vero fan-favorite) non c’è mai da fare più di due minuti di coda, e vi assicuro che non è per il lassismo dei lavoratori, che sono rilassati ma seri.

Per accedere al campeggio non ci sono controlli se non quello del braccialetto, che è una cosa sacrosanta: siamo in un paese libero ed è giusto che non ci vengano fatte storie per l’opinel, il salamino e il pastis (i tre oggetti indispensabili da portare per rallegrare i vostri pomeriggi). In compenso, ci sono addetti alla sicurezza sempre presenti, che vegliano su praticamente tutto tranne la presa multipla a cui sono attaccati i cellulari. I bagni e le docce, sorpresona, sono piuttosto puliti, e la vita di tenda è delle più confortevoli che si possano avere, al punto di far vivere serenamente due notti di campeggio di fila a me e Alex, amanti di letti e tetti e costretti all’aria aperta.

A chi si chiede perché insista tanto a parlare della security, voglio fare un appunto importante: ne parlo nel dettaglio perché è la spina dorsale di un festival, la forza invisibile che spesso e volentieri contribuisce a renderlo vivibile. Chi è lì per raccogliervi quando il crowd-surfing derapa oltre le transenne? Chi regola i flussi di gente con e senza biglietto per fare in modo che tutti si godano la festa? Chi è là per custodire il tuo cellulare e rendertelo miracolosamente funzionante alla fine del concerto degli Zebrahead, quando ti cade in mezzo a “the biggest wall of death of your life” (quest’ultima cosa non è mai successa, vero Alex?)? Insomma, se il voto all’organizzazione dell’Xtreme Fest sarà alto, è anche merito dei nostri angeli guardiani in divisa, a cui faccio un destrorsissimo shoutout.

In ogni caso, dentro al recinto del festival tutto fila liscio. Il sistema cashless è uno dei più facili da usare del mondo, puoi veramente caricarci sopra le cifre che ti pare, quando ti pare, in pochi istanti, e ogni venditore ti aggiornerà in diretta e con gentilezza sul tuo progressivo declino finanziario. Contrariamente ad altri festival (ehm, Primavera Sound?) recuperare il denaro che ti è dovuto si può fare in due clic qualche giorno dopo la fine dell’Xtreme. Non che io l’abbia fatto: ho preferito bruciarmi i miei ultimi soldi in una birra di troppo il sabato sera e in vivificanti sorbetti alle more (una delle cose più buone del mondo) fatti dalle manine d’oro dei pasticcieri locali, la domenica mattina. A proposito: il cibo del festival è perlopiù di origine locale, vario e molto buono. Per un pasto completo si spende intorno ai quindici euro (per gli stomaci più piccoli del mio sui dodici), che è più che ok: ricordo con piacere un buon burrito con riso, fagioli e carne sfilacciata, l’hamburger con le patatine bello formaggioso come piace ai francesi, e soprattutto le patate del Tarn generosamente farcite (chiedete di abbondare con la cipolla per un’esperienza di livello superiore). La coda è spesso poca, anche se consiglio di scegliere slot ben studiati (e un po’ scemi) per andare a cenare: io ho optato per una crêpe o un gelato verso le venti e un pasto più consistente dopo le ventidue. Per quanto riguarda il bar, di coda non ce n’è quasi mai e la varietà di beute a disposizione è abbastanza soddisfacente. Nei momenti di bisogno, che sono tanti, l’acqua potabile è erogata in vari punti e si può bere senza fare nessuna coda. Insomma, il team dell’Xtreme Fest ha predisposto tutto perché tu possa mangiare, bere, andare in bagno e vivere bene, senza perderti nemmeno uno dei concerti che ti interessano per le ragioni sopracitate (fate giusto attenzione alla coda del ritorno in seggiovia, se il primo set della giornata lo volete vedere per intero).

Lo nostro fare patate ripiene
Veniamo dunque al punto finale, la musica, ovvero: come sono organizzati gli slot degli artisti, i clash orari, il suono dei palchi e compagnia cantante? Intanto, devo dire che la proposta del Festival Off è di qualità senza essere talmente buona da far rosicare i detentori del “vero” biglietto, cosa che invece ho risentito l’anno scorso, che passai “più di là che di qua” (Snuff e Good Riddance uno dietro l’altro, dio bo’), chiedendomi se non avrei potuto addirittura risparmiare qualche soldino e restare piantato all’Estafette (no, non avrei potuto: sarei morto di FOMO). In ogni caso, essendoci tre palchi, inevitabilmente un paio di clash orari ci sono e, anche se me ne sono lamentato (tipo quello per Johnnie Carwash), in realtà “ça va”. A livello fonico non c’è niente di niente da segnalare ma solo da applaudire: di strumenti che si sentono poco non ne ho riscontrato nemmeno uno (non facile, quando ti trovi davanti sezioni di fiati come quella di Mad Caddies, oppure i violini di Toxic Frogs) e un palco come la X-Cage che, a causa del fatto che è amplificato a 360 gradi e totalmente all’aperto dovrebbe risentire di frequenti défaillances, ha sempre un suono immenso, da sound system giamaicano.

Ultima nota di merito: la gestione dei concerti annullati. È normale che per un’annullazione ci sia gente che si straccia le vesti come feci io coi Descendents l’anno scorso, ma che ci sia altrettanta gente che gode per i rimpiazzi, trovati a volte all’ultimissimo minuto (nel 2023 furono Les Sheriff, i Ramones francesi), o addirittura dica: “Meglio così”, è comunque da segnalare. Gli Higher Power che rimandano la loro discesa tarnese senza dare vere giustificazioni restano un cruccio? Sì. Ma la reattività degli organizzatori ce lo scrolla di dosso.

Voto: 8, professionalità da veri duri


Attività

Vamos a la playa, oh oh oh oh oh

Oltre ad assistere ai numerosi concerti, c’è roba da fare in questa parte di mondo? Sì e no.

Siamo onesti, contrariamente alla Ferme Electrique, non è che si richieda all’Xtreme Fest di offrire chissà che iniziative culturali. Anzi, al contrario, sarebbe gradito che, nei momenti in cui uno stacca dalla musica, si possano fare cazzate, adrenaliniche o comiche che siano, per farsi due risate insieme agli altri festivalieri. E per carità, ce ne sono, ma al di sotto di quel che il sito avrebbe il potenziale di offrire. Prendiamo per esempio la nostra routine giornaliera pre-concerto: sveglia, colazione, cazzeggiare in tenda, pranzetto, scendere in spiaggia, fare il bagno, cazzeggiare sotto all’ombrellone, ritornare in su, concerti. Se il primo cazzeggio della giornata è strutturale, il secondo potrebbe facilmente essere sostituito da scivoli d’acqua, tuffi dalla funicolare, essere trainati da qualcosa di veloce mentre ci si aggrappa a una ciambella. Il problema è che le attività del Cap’ Découverte non sono proposte alla gente che vengono all’Xtreme, o meglio: sono teoricamente disponibili, ma senza vantaggi particolari (se non un settore dedicato a noi punx, se non uno sconto, dateci almeno una persona dell’Xtreme che regola gli accessi). In ogni caso, non sono nient’affatto pubblicizzate, che è quasi come sconsigliare di andare a mescolarsi alla clientela al di fuori del festival. Finisce che il centro vacanze è prestato al festival, ma non integrato, e la cosa è leggerissimamente frustrante. Si legge, dappertutto, che il Cap’ è in grave deficit finanziario da anni: il festival non poteva essere l’occasione per portargli un po’ di introiti? Ma anche se il matrimonio tra festival e stazione balneare non si avesse proprio da fare, qualche attività da spiaggia targata non Cap’ Découverte ma Xtreme Fest non la si poteva inventare, a parte gli spesso mediocri concerti acustici? Un piccolo torneo sportivo un po’ cazzaro, un karaoke, un ballo di gruppo, che so. Vabbè.

Il Bam Margera di Ménilmontant

Nel sito del festival qualche attività in più c’è, tutte concentrate nella sezione Off e, mi sento di lamentarmene, non molto valorizzate: i giochi o laboratori che hanno luogo allo Stand dell’associazione Pollux (i factotum dell’Xtreme, con sede ad Albi) o allo skate park della zona Off, per esempio, o hanno una cadenza completamente sbagliata (a nessuno con un minimo di gnegnero viene voglia di fare un quiz alle 19 quando comincia la musica buona, né di karaoke alle 22:30 quando suona uno degli headliner!) oppure sono poco visibili (in un momento di cazzonaggine sarei anche venuto a fare una partita di Mario Kart accanto alla pista da skate, se solo avessi visto dov’era il Nintendo), oppure ancora non hanno un titolo molto seducente (corso di fitness?, no grazie; atelier mosh-pit?, e perché mai; sistema la tua cameretta? …cosa?). Un paio di boiate sono anche passato a vederle, tipo il bowling umano. Ormai, a distanza di un mese e mezzo, non ricordo che cosa fosse precisamente: il fatto che fossi ubriaco è una giustificazione ma solo a metà, sicuramente niente di memorabile. Gente che si fionda su altra gente in skate, capirai.  

La presenza di rampe e soprattutto di tavole da skateboard in perenne comodato d’uso, quello sì, l’ho apprezzato. Nei momenti di stanca, andare a vedere gente (leggasi: Théo) che fallisce tricks è qualcosa di potenzialmente esilarante. La cosa contribuisce anche a dare vibrazioni da piccolo Warped Tour all’imbastimento generale. Peccato che io, a parte il rock ‘n’ roll, non pratichi nessun’altra attività potenzialmente pericolosa per la mia incolumità. Niente skate, perciò.

In generale, per finire la disamina, si ha l’impressione che l’equipe dell’Xtreme Fest abbia intenzione di proporre attività extra-musicali agli avventori, ma che fallisca tragicamente nell’operazione. Manca, se non l’evento culturale ganzo, quantomeno il divertissement facile tra un set e l’altro, o nei momenti della giornata in cui non c’è granché da fare. Peccato.

Voto: 5, sforzo senza frutti


Atmosfera

Toxic Frogs live @L'Estafette (Xtreme Fest), Le Garric, 26 luglio 2024

La prima volta che decisi di andare all’Xtreme Fest e lo raccontai a Sophie lei, che sugli scandali che coinvolgono le associazioni femministe è sempre al corrente, disse: “Ah, che figata! Però sai, ho sentito che ci sono stati problemi di natura sessuale là”… E non una sola volta: problemi ricorrenti, a quanto pare. Bastano due ricerche su internet, non racconto novità. Che certi frangenti della musica estrema abbiano un problema sistemico di violenza, che nelle sue peggiori forme sfocia in sessismo e abusi, penso che non sia una sorpresa per nessuno. Che le azioni attuate dalle associazioni in merito alla riduzione delle violenze funzionino, su questo è lecito avere più dubbi. Da cinque anni (come testimonia un eloquentissimo comunicato stampa a riguardo) l’Xtreme Fest collabora con tante strutture specializzate nella tematica della lotta contro certi comportamenti inaccettabili e purtroppo, talvolta, sdoganati in contesti di festa. Credetemi o meno, ma sembra che funzioni. Non sto dicendo di essere il profilo-tipo della vittima di violenze sessuali (quelle sono le donne, parliamoci chiaro) ma di violenza e basta, purtroppo, si rischia sempre. E quando l’anno scorso un biker del cazzo mi minacciò senza ragione, alla “che cazzo guardi”, mi dissi: “Porca troia, dove sono finito?”. Fu un piccolissimo episodio senza conseguenze, probabilmente senza rischi, ma me lo ricordo ancora.

L’atmosfera, l’anno scorso come questo, è rilassatissima. In spiaggia, i punkettoni si mescolano ai villeggianti in una buffa connivenza. C’è nell’aria una voglia costante di fare “zguen”, bordello in dialetto albigese. Persino la zine che viene distribuita ogni giorno si chiama così: La Gazette du Zguen. Ciò si riflette in una costante voglia di mitizzare e mistificare il pogo: al laghetto, ogni tanto, parte il circle pit acquatico, o ancora domenica (peccato non esserci stato) al concerto dei The Casualties è stato inventato un nuovo tipo di circle pit: quello a 360 gradi attorno alla X-Cage. Siamo all'ennesima edizione in cui esiste questo palco e ancora non ci aveva mai pensato nessuno. Ovunque mi guardi in giro, e lo faccio, per lunghi istanti, anche con occhio vigile, non vedo niente di niente di niente di pericoloso. Uomini che fanno i viscidi con le donne? Da nessuna parte. Gente rissosa che cerca scuse per attaccare briga? Mai vista. Persino persone, specialmente del posto e di stanza al Festival Off, completamente strafatte e che prendono troppo spazio privando gli altri della libertà di godersi il festival in santa pace (e l’anno scorso ce n’erano) non ne vedo. Non so se è un caso, ma l’edizione 2024 mi sembra un capolavoro di “safety”.

Il fra prima di prendersi un calcio sul viso

C’è stato, in particolare, un episodio: quello di un tizio che in un momento di pura e reciproca foga durante il set delle Toxic Frogs propone di alzarmi per fare crowd surfing. Io, preso dall’emozione del momento, gli salto a pié pari sulle mani intrecciate a mo’ di seggiolin del papa. Peccato che lo prenda dritto in fronte con le ginocchia. E gli faccio pure male. Una persona normale mi avrebbe quantomeno tirato un pugno sul viso ma lui, quaranta/cinquantenne con cappellino dei Suicidal Tendencies (categoria umana potenzialmente pericolosa?), mi guarda per un attimo stordito, poi mi dice che sono uno scemo e accetta serenamente le mie scuse disperate. Una ventina di minuti dopo, ancora desolatissimo, vado a scusarmi di nuovo e lui, riavutosi completamente, mi fa: “Ma no, che vuoi che sia, se ne prendono di botte nel pit, capita”.

E questo episodio per me catalizza un po’ le sensazioni che ho provato durante tutta la durata del festival: quello di un luogo dove non c’è mai il rischio che la situazione degeneri. Lo si sente nel campeggio che, per quanto sia libertario e luogo di grandi bevitori ed ascoltatori di musica pesante a tutte le ore, è assolutamente sereno e gradevole. Lo si sente in tutte le interazioni con la gente durante i concerti, in coda, in spiaggia. Lo si sente, soprattutto, nel pit. La cosa mi scalda il cuore: ma allora esiste, un luogo dove si ascolta beatdown hardcore, c’è tanto e denso pubblico, c’è gente che fa mosse codificate e ciononostante non c’è un pericolo costante e gratuito! Di quel vero e proprio “crowdkilling” fine a sé stesso che tanto ho criticato nei miei articoli più controversi (quello sui Pogo Car Crash Control, o ancora sui Turnstile) non se ne vede traccia. Di gente che esprime il suo stile e soprattutto il suo modo di vivere l’appetenza per l’adrenalina, invece, ce n’è in ogni dove: gente di tutti i tipi sempre assolutamente apprezzabile. E quando dico di tutti i tipi, dico davvero di tutti i tipi. Ci sono, ad esempio, diversi bambini, di cui alcuni fanno stage diving! E, per riprendere un adagio di poco fa, senza bambini non è una vera festa. La cosa contribuisce ancora di più, in un circolo virtuoso, ad incitare un clima di festa responsabile. E c’è pure una parte dello staff che, per l’appunto, invita alla festa responsabile: un team in gilet viola (“i’ colore più bello che c’è”) che gira tra la gente per verificare che tutto vada bene e dispensare tutto ciò che può essere utile alla salute: tappi per le orecchie, acqua, biscottini. Adorabile.

Finisco le mie impressioni a freddo con un paio di constatazioni sul pubblico. Di recente ho visto un video di Fish56Octagon (che cavallo di razza!) che raccontava la differenza tra i pubblici della scena trance e garage in Inghilterra. Se agli eventi trance il pubblico è ultra-amichevole, tutti parlano con tutti e c’è un sentimento di curiosità, comunione e amore collettivo, a quelli garage l’atmosfera è quella di restare “with your mates, with your clique” ed emanando un proprio stile, una propria cazzonaggine, senza mescolarsi troppo al resto. Ecco, l’atmosfera dell’Xtreme Fest è esattamente a metà tra queste due. Si hanno costantemente tante piccole interazioni, perlopiù di riconoscimento reciproco e praticamente mai oltre l’apprezzamento reciproco. In due anni che vengo, non ho mai avuto conversazioni profonde né scambiato contatti con nessuno e sapete cosa?, va benissimo così. Se l’anno scorso ero un po’ in incognito, “il tizio venuto per i Descendents” con chi mi ha parlato, quest’anno con Alex e Théo ci siamo un minimo fatti riconoscere, al suono di running gag stupide e insolenti aperitivi da spiaggia. Soprattutto, ci siamo consolidati come un trio delle meraviglie da riunire non appena si ripresenterà la possibilità. Tutto ciò, in fondo, è dovuto all’atmosfera così rilassata e al contempo propizia alle marachelle da pit e da palcoscenico. E, vi devo dire, mi piace moltissimo.

Voto: 7 ½, lads holiday

Moscow Death Brigade live @Family Stage (Xtreme Fest), Le Garric, 27 luglio 2024

In dieci parole  Una volta nella vita bisogna “zguenare” nella miniera del punk!


Rock in the Barn, Vernon (27), 7 settembre 2024

A questo giro non è una citazione dei Righeira: l’estate sta finendo per davvero. È iniziato settembre, è venuto un discreto frescolino e l’atmosfera per strada, nei trasporti e in ufficio è quella di un ritorno alla normalità, dopo l’ambigua parentesi estiva. Forse per scacciare questa sensazione un po’ deprimente, il primo week-end del mese è strapieno di festival, dappertutto in Francia. E la tentazione è troppo forte per rinunciarvi, soprattutto perché non è veramente estate se non si va ad almeno un festival da soli, no? L’anno scorso optai per andarmene, io me stesso e me, al sabato del Frisson Acidulé in banlieue Est parigina: fu una giornata di musiche malvagie, più o meno sperimentali, da antologia. Purtroppo però è una rassegna biennale, e quest’anno non c’è. I cartelloni, in qualche modo, vengono comunque a me, e sono soprattutto tre festival a tentarmi. Il primo è il Louzauenn: line-up assolutamente esoterica, piena di gruppi di nicchia, tra cui spiccano i misteriosi France, un’incredibile jam-band kraut-drone che mi sono perso proprio l’anno scorso per vedere le glorie post-punk locali, i Frustration (quest’anno ho l’impressione che suonino a Parigi una volta al mese: inutile a dirsi, rimpiango). Il cartellone sembra pieno di rivelazioni di una vita, il posto fighissimo. Peccato che è in Finisterra e che ho finito le ferie. Rinuncio con la convinzione, un po’ infausta, che probabilmente morirò senza aver mai messo piede in Bretagna. Il secondo è il festival L’Ouïe Pleure, nel villaggio di Serny (frazione del comune di Enquin-lez-Guinegatte), Passo di Calais. Lì per lì, quello che mi eccita dell’evento è la localizzazione geografica: appena leggo l’indirizzo sbarro gli occhi: il giorno prima ero a fare contratti di pale eoliche a letteralmente due numeri civici dalla fattoria in cui si tiene. La coincidenza è ai limiti dell’insensato. Dopodiché, mi spizzo il programma: un sabato di indie-punk al cento per cento nelle mie corde (ci sono anche Canines, la nostra gente), da mezzogiorno a notte fonda; una sorta di rave party punk rock sfacciatamente DIY (puoi portarti persino il tuo bere), in un luogo che ho ben presente e che so quanto sia bello e campestre. La tentazione della mattata c’è e volendo, svegliandosi presto, dormendo poco e affittando una macchina (dire isolato è un eufemismo per questo posto), riuscirei anche a partire il sabato ed essere già a casa la domenica. Per un istante, faccio la faccia del Conte Mascetti quando considera di tornare dalla Titti per fare un ménage à trois. Poi però mi prefiguro a Serny, solo soletto, di fronte alla domanda: “Che cosa fai nella vita?” e un po’ impanico. Mica posso rispondere: “Hai presente quel campo, lì, in lontananza? Voglio mettere delle pale eoliche lì”. O ancora, cosa faccio se ci sono persone che ho già incontrato per lavoro? Le situazioni di possibile imbarazzo sono inesauribili, meglio evitare.

Alla fine, non bisogna nemmeno guardare troppo lontano per decidere dove andare. Johnnie Carwash e Ellah A. Thaun, forse i due artisti francesi che seguo con più fervore, suonano al Rock in the Barn la giornata del sabato. È a Vernon, in Alta Normandia, praticamente periferia di Parigi. Oltretutto Ellah A. Thaun ha tirato fuori un nuovo album fotonico (ne riparleremo) e non la vedo da tanto. Per quanto riguarda Johnnie Carwash... beh, si torna sempre dove si è stati bene, no? Assieme a loro, una decina di altri acts. Mal che vada vedrò due concertoni. È uno stimolo già sufficiente per prendere la tenda e montare su un treno regionale alla Gare Saint-Lazare.


Location

Augusta live @Scène B (Rock in the Barn), Vernon, 7 settembre 2024
Come previsto, arrivare a Vernon è veramente una bischerata, i treni sono frequenti e costano pure relativamente poco. Appena si arriva alla stazione i turisti si fiondano (o vengono cooptati) da navette di tutti i tipi che portano alla Fondazione Monet a Giverny, a pochi chilometri di distanza. Ashleigh e Brandon da Coleyville, Texas non lo sanno, ma ce n’è anche una gratuita, un po’ nascosta rispetto a quella a pago. Onestamente, l’avrei anche presa e avrei aggiunto questa puntata turistica al mio viaggio in solitaria, se non fosse che il museo mi ha detto che non mi fanno entrare con la tenda da campeggio dietro, e che a Giverny non c’è nessun luogo in cui depositarla temporaneamente. Che devo fare per andare a vedere un ponticciuolo, un ruscello e due ninfee (non che non mi interessi)? Andare in un deposito bagagli a Vernon perdendomi la navetta, aspettare un’ora e mezza in questa cittadina, montare su, visitare, scendere, mangiare, andare in campeggio e montare il tutto prima dell’inizio delle danze (ore quindici)? Uno sbattimento insensato e, soprattutto, che obbliga a svegliarsi presto il sabato mattina: no grazie. Volendo, l’operazione è più fattibile la domenica. Giudicate a seconda del vostro hangover (per me è, indovinate un po’?, no grazie). Vernon, carico come un mulo come sono, non mi va granché di visitarla, né oggi né domani, ma sembra senza lode e senza infamia. Mi tengo l’immagine di un torrione medievale su cui sventola una bandiera rossa con due leoni gialli e quella di una chiesa gotica che si staglia nel cielo non appena si attraversa il ponte sulla Senna. La Normandia, in breve.

Little cheeky IG story for the road
Che cos’è, per me, la Normandia? È meraviglia e inquietudine, è romanticismo ottocentesco, è sturm und drang. Si può parlare di meteorologia alla voce “location”? Non lo so, ma ve lo dico lo stesso: ha fatto un tempo stranissimo, incomprensibile e spettacolare, tra cumulonembi minacciosi di diluvio e scorci di sole laceranti. Quando arrivo al campeggio, è dopo una pioggerellina notturna. Il terreno è un po’ motoso: in questo silenzioso e cupo boschetto ai bordi del grande fiume, mi inoltro a tentoni fino a trovare il punto giusto. Sono le due e mezza e alle tre dovrebbe partire un traghetto per andare alla zona dei palcoscenici. Mi informo un po’: in realtà si tratta soltanto di un tizio che porta in là la gente con un gommone, al modico costo di un euro. La traversata dura solo tre minuti, ma da qui posso ammirare come si deve questo largo braccio della Senna, con le sue isolette selvagge, il vecchio mulino, casupola che non si sa come faccia a stare ancora in piedi su due pilastri diroccati, o anche solo i lungo-fiume così diversi da Parigi o dalla mia Asnières-sur-Seine… Insomma, ne vale la pena, piuttosto che camminare cinque minuti in un boulevard anonimo.

Il sito del Rock in the Barn, una volta superati i controlli (sotto il pontos, ma stai schersando) si rivela in tutta la sua adorabile esiguità: minuscola zona merch all’ingresso, due palchi (non si sono fatti problemi, li hanno chiamati palco A e palco B), una sola zona bagni e qualche punto di ristoro di qui o di là, il tutto all’aperto. “Guarda, non è che c’è tanto da vedere”, diceva un antico saggio, e il parchetto in due livelli su cui si tiene il festival è proprio così: non c’è granché, ma tutto è molto bello. In particolare, il livello A costeggia il fiume ed offre un’immensa visuale del cielo, il livello B invece permette di avere nello stesso colpo d’occhio la band che suona e i torrioni del Château de Tourelles, imponente fortificazione del tredicesimo secolo. Non c’è nessuna “barn” (il nome è un esubero dell’epoca in cui il festival si teneva davvero in una fattoria) ma la cornice, per quanto patrimoniale, è più rustica che sfarzosa, forse proprio perché molto verde: si cammina sull’erba e si è attorniati di alberi. È un luogo semplice, ma senza dubbio dall’estetica speciale.

Se in una vera barn, ovvero la Ferme Electrique, le possibilità di decorare e personalizzare il luogo sono quasi infinite, qui sono pari allo zero. Ci sono un paio di strutture dove sedersi, ricavate da casse di verdure et similia, vecchi sacchi di caffè che possono servire per sdraiarsi per terra, poco più. Complimenti, però, a chi ha ideato i bagni e urinali a tema: veramente bellissimi. Ho già esaustivamente descritto il luogo: chiudo perciò la mia disamina in maniera un po’ volgare, con la mia top tre delle pisciate della serata. Al terzo posto, quella nell’urinale a tema “digital”, con tanto di tastiere e oggetti della “computer era” per distrarsi mentre si evacua. Al secondo posto, quella nell’urinale a tema “reggae ska”, piena di camei di Trojan Records e memorabilia delle band incredibili di quel periodo di scambi tra Giamaica e Regno Unito a fine ’70 e inizio ’80 ancora leggermente sottovalutato dalla critica rock. Al primo posto per distacco e dankaggine, quella nel bagno dei bambini (non mi ero accorto che lo fosse), che ho consumato in ginocchio per ragioni di spazio, attorniato da simpaticissimi Minions. Un meritato momento di punk involontario.

Voto: 6 ½, Guglielmo il Conquistatore


Programmazione

Divorce live @Scène A (Rock in the Barn), Vernon, 7 settembre 2024

Ho avuto la Ferme, un festival decisamente di nicchia, ho avuto l’Xtreme, un festival decisamente specializzato. Quel che cerco dal Rock in the Barn, è evidente, è un qualcosa di molto più immediato: il conforto rassicurante di un festival generalista standard, archetipale. A guardare la programmazione della giornata di oggi, sembra proprio che ho scelto il posto giusto: il set acustico per cominciare, l’indie per proseguire, qualche act pop e rock un po’ festaiolo e poi, al calar della sera, qualcosa di un po’ più spingione, fino a una chiusa dance e un DJ-set finale. La ricetta della felicità, né più né meno.

I set si alternano tra i due palcoscenici, vicinissimi l’uno all’altro, con massimo cinque minuti di vuoto tra un set e l’altro (venticinque minuti circa a metà della giornata, verso le 21:45, simbolizzati sull’affiche da un “a capo” di difficile interpretazione; scemo come sono, sono rimasto sotto il palco). Praticamente un’abbuffata di musica: non si ha il tempo di fare niente se si vogliono vedere tutti i concerti, e si dà il caso che io voglia vedere tutti i concerti. Vista la consecuzione così inarrestabile di set uno dietro l’altro, è proprio il caso di raccontarli uno ad uno in ordine di apparizione. Anche perché, vista anche la maniera di presentarli al pubblico, e la diversità di (quasi) tutti gli artisti gli uni dagli altri, quella del Rock in the Barn non sembra una vera e propria linea editoriale, quanto più una selezione, un best of di acts musicali meritori di essere chiamati a montare una festa come dio comanda. Non è un demerito, anzi: se io dovessi organizzare un festival, farei esattamente la stessa cosa.

Anch’io, per esempio, metterei una cantante folk solista alle quattro del pomeriggio. Augusta, accompagnata dalla sua sola chitarra, regala una di quelle mezz’ore di delicatezza che mettono in pace col mondo, deliziando il pubblico con canzoni più emozionanti che rilassanti, e una voce intensa e sincera, malgrado e un po’ grazie anche alla sua timidezza. Seduti davanti alla francese sul prato del palco B (dategli un vero nome, per dio), penso che in molti, dei non molti che eravamo, ci siamo detti che forse è questo che intendono i giovini di oggi con l’espressione: “touch grass” (e magari qualcosa di più dell’erba, anche The Beetles and the Bugs). È bello finché dura ma, vista anche l’affluenza crescente, arriva il momento abbandonare questa leggiadria con qualcosa di più sostanzioso. Li conoscevate i Divorce? Io mai nemmeno sentiti nominare (reggetevi forte, sono tante le scoutate di oggi). Eppure questi giovanissimi di Nottingham, con solo due EP al loro attivo, sembrano destinati a un futuro roseo. Sono in quattro (bene), con voce femminile e maschile (benissimo) e fanno una musica che, se nella vita si volesse scegliere la strada più facile, la si potrebbe scampare definendola “indie rock”. La strada più facile, lo sapete, non fa per me, perciò la sparo grossa: tutto, nel loro set, urla al ritorno di un genere che è diventato quasi offensivo nominare (ma perché poi?): il pop-rock. Sarà che Romance dei Fontaines D.C. sta spopolando, sarà che gli Oasis si sono riuniti, ma la musica leggera e orecchiabile dei Divorce, tinta di chitarre anche distorte ma mai abrasive, mi porta questa suggestione. È una musica estremamente godibile (con Gears e il suo ritornello così 2000s si frescheggia), a tratti anche profonda (splendida la power-ballad, anche un po’ big-thief-iana Eat My Words), sorprendentemente di impianto più americana che britpop: su Checking Out sento persino eco dei No Doubt. Da sorvegliare.

DITTER live @Scène B (Rock in the Barn), Vernon, 7 settembre 2024

Il crescendo procede bene, in maniera anche troppo spedita, perché dopo questo venticello arrivano i Johnnie Carwash che per me sono sempre un tornado di ritornelli del cuore. Non mi soffermo tanto su di loro, già largamente coperti tempo fa: performance esiziale come al solito, in cui spicca una Forever Yours da dieci e un solo di basso suonato coi denti mostrando il logo “More Women On Stage” sul dorso dello strumento (e in effetti la programmazione di oggi rispetta lo slogan: kudos!). Mi permetto di dire giusto giusto due parole sul pubblico: un po’ smorto, forse? Parlando a giro, però, risulta che hanno tutti apprezzato il set, per molti è stato il migliore della giornata. La gente è stata più twee che punk, in ogni caso. Alle cinque e mezza del pomeriggio, sfido io.

La sezione di un’ora e mezza di musica che arriva alle sei e un quarto, prima con Maddy Street e poi con DITTER, è forse quella che ha più coerenza nella giornata (e che mi emozionerà di meno). È certo che a quest’ora c’è bisogno di musica divertente e Maddy Street la sa propinare, saltando da tutte le parti e cantando (con quasi tutto in base, ma quantomeno una bassista/chitarrista live) canzoni simpatiche e volutamente poco coerenti dove, tra beat trap, ritornelli pop-punk e strofe house-rap con la cassa dritta (Villains, pezzo che vedrei benissimo su FIFA, è il parossismo di questo mischione), non si capisce davvero che genere si stia ascoltando. Presenza scenica, check, simpatia, check, e in questo contesto mi basta per non bocciare l’artista anglo-francese (che fa di tutto per flexare questa doppia identità, con un sacco di barre alla “lo so fare in due lingue” buffe anche se un po’ forzate). Musicalmente, però, non mi sento trasportato e, siccome è musica gggiovane e sicuramente con un suo potenziale di viralità, invento un genere che nella mia testa nasce e nella mia testa rimane: “brainrot rock”. Lo dico senza cattiveria, da adepto del doomscrolling pure io, ma in fondo è quel che penso: quando è rock ma non c’è una band, quando è rock ma non riesce a fare a meno di svariare nel rap e nell’elettronica, è lì che l’essenza del rock mi si va a disperdere nel campo minato delle problematiche delle nuove generazioni: soglia dell’attenzione bassa, assuefazione a certi suoni artificiali, allontanamento dall’artigianato, etc. Se è fatto con così tanta personalità, mi va bene. E lo stesso discorso, in minor misura, lo applico anche a DITTER, trio basso, chitarra, voce e drum-machine (base-machine?). Seppure alcune delle loro canzoni, sonicamente situate tra il pop e il post-punk, siano discreti vermi da orecchio con una replay value notevole (Follow No One pezzone indiscusso), finisco ad accantonare anche questa band nel cassetto del brainrot rock, più che altro per la presenza scenica minimalista e la gratuità di certe pose tardo-capitaliste della cantante (recentemente si parla di “indie sleaze” ma non approvo la dicitura, preferisco “rent rant”). Nel mio momento di massima cattiveria, arrivo persino a scrivere un messaggio ad Alex in cui paragono la loro musica a quella di Chloe Slater, cantante divenuta una sorta di inside-meme (perché troviamo la sua musica pretenziosa ma in fondo siamo innamorati di lei). Ovviamente sono esagerazioni e maldicenze: DITTER sanno scrivere molto bene, l’ultimo EP ha canzoni valide e se trovano una quadra personale e sincera hanno tutto per fare un disco che mi entri nel cuore, un po’ come hanno fatto gli 100 gecs col secondo LP, dopo che avevo disprezzato il primo. Applausi di incoraggiamento.

Ménades live @Scène A (Rock in the Barn), Vernon, 7 settembre 2024

Il concerto di Ménades, in sul calar del sole (davanti alla Senna, con una luce bellissima), porta un’altra tendenza da gggiovani alla quale mi sento però più vicino, quella di un rock, anche simpaticamente hard, molto retrò e revivalista ma soprattutto molto stiloso e sexy. Se fatto bene, è un genere che approvo e applaudo, e quello di Ménades è fatto decisamente bene. La band che viene a sostituire l’annullata Ellah A. Thaun (mi è mancata, zio pera…) non le manda a dire: grande ricerca del suono, grande intensità, grande complicità e, ciliegina sulla torta, una presenza scenica esondante. Soprattutto, bellissime canzoni che non annoiano mai: brillano tanto le canzoni del loro EP più punk rock Cramée (2022) come la grooveggiante cavalcata Cramée o l’inquieto rock ‘n’ riot di Autoroute, così come anche i nuovi singolacci, che promettono una potenziale nuova iconica release. Persino il passaggio alla lingua inglese della sensuale Angels Drive Fast convince appieno: il riff è contagioso e la voce della cantante si presta benissimo al rock da Route 66. Il concerto è piuttosto trionfale e mi porta a un’ultima, semplice ed anti-italiana riflessione: in un mondo giusto, al posto dei fottuti Maneskin, ci sono loro.

È calata la notte e si svegliano i lupi. Arrivano, in particolare, due set studiati apposta per radere al suolo il posto e chi lo abita. Il primo è quello di J.C. Satàn, il classico gruppo garage rock composto da individui di mezza età dallo stile alternativo che, prima ancora che attacchino a suonare, li vedi e sai che ti devasteranno le orecchie. Ed è così. Io penso che, quest’estate, di distorsioni così… beh, sataniche, non ne avevo ancora sentite. Provate ad ascoltare Satan II: il suono di basso e chitarra è composto al 95% di materie grasse. La band bordolese trasforma un palco B (Palco Castello, era così difficile?) rimasto completamente al buio in un vero e proprio baccanale, uno dei mosh-pit più strani e disordinati che abbia mai visto. La loro è una reunion, dopo ben sei anni, a base di “noi non suoniamo… cioè, sì, quando ce lo chiedono veniamo” ma, uno, non si nota nemmeno talmente sono affiatati, due, è un peccato perché il loro sound, quello di una casa dei divertimenti dove perdere la testa (No Brain No Shame!) mentre sale la puzza di bruciato, è troppo “nostro” per non essere un punto di sicurezza dell’attuale scena musicale. Sperando che siano tornati per restare, non posso che consigliarveli. E quando sembra che più bordate non siano possibili, sul palco A (Palco Senna, che ci voleva?) arriva la più grossa pontatina dell’edizione: VLURE. Sono in cinque, sono scozzesi e marcissimi (pantaloni Adidas e petto nudo, tutto un programma) e portano un suono assolutamente estatico: tra la trance d’antan e il post-punk moderno per le masse, con un modus operandi da coldwave revival, quella dei glaswegian è veramente “new dance”. A volte barocca e quasi pacchiana (This Fantasy con i suoi sample vocali da vecchia EDM), a volte cruda e cupa (Shattered Faith colonna sonora di un ipotetico Trainspotting al neon), la musica di VLURE è una di quelle tamarrate raffinate che trasformano una prima serata in notte fonda (sono le dieci, sembrano le tre). L’highlight assoluta? Una Cut It che per me è già instant classic: impossibile non ballare e, soprattutto, sudare al ritmo forsennato di questi promettentissimi pazzi, vestali del fuoco di una potenziale tendenza mainstream che onestamente, se diventasse di gran moda, difenderei a spada tratta. Sintetici eppure band vera, elettronici eppure tanto rock. La sorpresa della serata.

J.C. Satàn live @Scène B (Rock in the Barn), Vernon, 7 settembre 2024

Nel nostro orologio interno (che risponde, in parte, anche al fegato) si è fatto tardi, e arriva un ultimo act prima del DJ-set: alle undici di sera Carriegoss, sotto al castello, è da sola. Con lei, solo un microfono e dei synth, maneggiati con maestria per farne fuoriuscire un synth-pop che chiamare nostalgico sarebbe un eufemismo. Sembra una risposta francese a Desire e Johnny Jewel, ed è completamente inaspettato. Il o i compari che mi sono fatto a quell’ora della notte arrivano davanti al palco e dicono: come, è tutto qui? Sì, è tutto qui. Non seguirò l’interezza del set, ché già mi sono fatto praticamente sette ore di concerti filati, ma approvo al cento per cento questa scelta di puro decadentismo che, grazie anche a un volume che fende l’aria su lunghe distanze, sarà la colonna sonora di un gironzolamento notturno avventuroso di cui ormai ricordo abbastanza poco.

Vi avevo detto che volevo a tutti i costi il DJ-set di chiusura? Sì, lo esigevo proprio. Non sento un DJ-set di chiusura come dio comanda da quello di Dave P al Primavera Sound. Ed ecco allora che il Rock in the Barn mi dà buona uva: direttamente da Le Havre (la città di Normandia che più mi rivendico), mister DJ Vif Argent. Vinyl only, transizioni a volte raffinatissime a volte alla carlona e soprattutto un’attitudine straordinaria nel portare una selecta senza confini. Iniziando con ritmi latini psichedelici (sapevate che oltre al Segundo esiste anche un Compay Quinto?, io prima di sentire El Diablo no) che attirano le folle, il nostro accende il dancefloor un pezzo dopo l’altro con vecchi dischi degli anni ‘60, blues rock sfrenati, musica che senti grattare. A un certo punto parte Stop the Rock degli Apollo 440, in un flash-forward ai giorni nostri che mi fa volare, e da lì non smetto di ballare. Drum ‘n’ bass (nelle sue accezioni più commerciali, spesso le migliori), dance-rock, tanti trucchi per tenerti sempre col fiato sospeso. Faccio per andare in bagno ma parte Divide & Conquer degli Idles, che con gli FX giusti è come vestita di specchi, e rinuncio ai miei bisogni corporali per godermi questo capolavoro di DJ-istica nelle prime file, attorniato da un pubblico che è tutto una vibrazione (quasi solo per merito di Vif Argent, in realtà). Si avanza con incursioni sempre più frequenti nella house e nella techno, con anche chiamate interessanti (mi ero scordato che Succhiamo, che dal vivo l’anno scorso non mi ha detto nulla, in realtà spacca). Poi, alla fine, quando ormai la dancefloor è al suo culmine (e tutto lo staff balla sul palco), parte l’ultimo pezzo: The Fever (Aye Aye) dei Death Grips. Lì proprio non ce l’ho fatta, ho cominciato a contorcermi in tutti i sensi. E poi ho stretto la mano a DJ Vif Argent mentre si sporgeva dal palco, anche se gli avrei voluto dare un abbraccio. Che eroe.

VLURE live @Scène A (Rock in the Barn), Vernon, 7 settembre 2024

Non so se è esattamente così che si programma il festival rock generalista dei miei sogni. Non precisamente, ma quasi. Di sicuro, è esattamente così che lo si chiude.

Voto: 7-, ascolto un po’ di tutto


Organizzazione

Dopo innumerevoli lodi tessute nei confronti della sicurezza di questo o quel posto, al punto da sembrare quasi un politico di Fratelli d’Italia che si congratula con il lavoro delle forze dell’ordine, arriva il momento di protestare. Non che io abbia niente da nascondere (in realtà sì: una bottiglia di rum in un taschino della tenda) ma cazzarola, è possibile essere perquisiti come all’ingresso di un carcere di massima sicurezza per entrare al fottuto campeggio? No, non è possibile, ma è quello che mi succede, sabato alle due e mezza del pomeriggio. Tastato ovunque, obbligato a svuotare l’intero contenuto dello zaino e a mostrare l’interno di ogni contenitore, tutto questo solo per entrare in una radura con quattro tende in croce? Ma fateli all’ingresso dei concerti i controlli seri, no? Vabbè.

Quando la safe word è il nome del 
tuo gruppo doom metal preferito...
Piccato da queste esageratissime palpazioni che manco Morrissey in aeroporto, mi installo e voglio solo andare all’apertura dei cancelli delle tre. I responsabili del campeggio, contrariamente al security che si crede a Ground Zero, sono semplicemente dei ragazzi come me, rilassatissimi e pure un po’ disorganizzati. Chiacchiero un po’ con loro, riesco a negoziare il mio attraversamento navale in solitaria ed arrivo finalmente all’interno del Rock in the Barn. Qui un altro errore di organizzazione: essendomi stato promesso il DJ-set di un tale Barney in un luogo chiamato “Dome” (altisonante, Dome, mica come palco A e palco B; ultima volta che critico questa toponomastica ma sappiate che influisce), io mi aspetto di bermi un aperitivino simpatico o persino danzante sotto alla palla specchiata con un bel funky, o qualcosa del genere: col cazzo. Barney è il venditore di vinili, un tipo anche simpatico, un nerd devastante in ogni caso. Sta semplicemente mettendo dischi, in un impianto di volume bassissimo, in sottofondo al suo negozio (che è un gazebino: Dome una sega). Mi ritrovo a non fare una mazza per un’ora circa. Non è gravissimo, però spiegatele meglio le cose.

In quanto ai servizi, non posso lamentarmi troppo: bar, acqua potabile e bagni sono molto agevoli (un po’ di code per le donne in certi slot orari strategici, va detto), e il servizio ristorazione… beh, forse perché ho fatto una lautissima colazione e pranzato tardi, forse perché sono circondato di parigini e si sa, l’hobby principale del parigino è saltare la cena… Insomma, è finita che non ho veramente cenato. Oltre alle birrette, il mio apporto calorico è derivato solo dai dolci (molto buoni quelli alla frutta, un po’ secco quello al cioccolato) dispensati da una simpatica famigliola con tanto di bambini al seguito. Due euro per pezzi generosi, non ci si lamenta.

La verità è che, se mi sono saltato la cena, è perché la formula “due palchi ad alternanza serratissima”, quando ogni act è interessante (e così è stato) diventa sfiancante. Sono limiti miei, lo capisco, ma forse una quindicina di minuti tra un concerto e l’altro non avrebbero fatto male a nessuno. E se proprio vogliamo parlare di organizzazione degli slot concertistici, un’altra piccola critica mi sento di farla: se fai suonare DITTER prima e Johnnie Carwash dopo hai fatto bingo, entrambi riscontreranno più successo di quello che hanno ottenuto, ci posso mettere la mano sul fuoco. Detto questo (prima le critiche ingrate, poi i complimenti), va detto che i booker dei gruppi sono stati particolarmente bravi con le sostituzioni degli act annullati. Il giorno prima, per esempio, hanno dovuto tirare fuori la carta You Said Strange all’ultimo momento perché qualcuno aveva dato buca. Ora, va bene che gli You Said Strange sono della stessa Vernon, ma anche avere a kilometro zero un gruppo della madonna che fa tour negli States e suona a KEXP, lì in caldo nel caso del bisogno, beh, grande grande giocata.

... e ti sei messo la T-shirt sbagliata 💀  
Pare che Ellah A. Thaun abbia annullato perché non aveva un set notturno (ufficialmente: “condizioni insufficienti per esprimere al meglio la nostra musica”) e del resto anche in una vecchia intervista diceva che aveva rifiutato festival importanti perché proponevano la sua band in orari inadatti. Avessimo avuto J.C. Satàn davanti alla Senna alle 19:50 per fare a botte e poi il rituale di Arcane Majeur al castello non appena cala una notte oscura, sarebbe stato perfetto. Ma onestamente, vedere EAT in un set crepuscolare con un tramonto febbrile e l’architettura gotica in lontananza sarebbe stato un capolavoro. Mannaggia. Tirare fuori con pochi giorni di anticipo una band come Ménades, detto ciò, è più che sufficiente e soddisfacente. E, devo dire, nostrismo anche da parte della band che, il giorno dopo, era nel regionale per tornare a Parigi, con tutto il gear, a pochi sedili da me. Battuta facile ma: poche menate.

Chiudo con una formalità che ormai, in Francia, è quasi una costante, ovvero parlare di fonici e dire che non c’è “rien à signaler”. Tutto perfetto: evidentemente gli insegnano bene il mestiere

Voto: 6, Don't Touch My Bikini


Attività

Di nuovo: quando a un festival così piccolo è inevitabile dedicare il novantanove per cento del tuo tempo alla (buona) musica, che attività vuoi che ci siano?

Il sabato, appena piantata la tenda, mi chiedono se voglio fare una sessione di yoga gratuita in campeggio. Dovrei accettare per distendere le mie tesissime membra, ma solo entrare nel tanto agognato sito del festival può riuscirci, perciò rinuncio. È praticamente l’unica attività da campeggio proposta. Niente di che, ma è già qualcosa. Anche perché quando ormai sei nel parco del Château de Tourelles, a parte i concerti, non c’è nulla. C’è del merch (essenzialmente Johnnie Carwash: ce l’ho già). Ci sono dei dischi (solo in vinile: non ho il giradischi e non voglio averlo). Puoi farti tatuare (ma poi devo pogare: mai nella vita). C’è una stazione radio, ma io sono qua per ascoltare la musica dal vivo, non registrata (a un certo punto però stanno mettendo una canzone dei Carwash: mi avvicino per ascoltarla e mi accorgo che i tre lionesi sono lì a farsi intervistare).

Sicuramente una delle loop station di sempre

Sì, in realtà un’attività ganza c’è: Le Pyschotron. A poca distanza dal Palco Castello c’è una tenda che ospita un’installazione musicale interattiva fatta di numerosi strumenti, la più parte fatti in casa e molto facili da usare, soprattutto i campionatori. Ci sono i responsabili dell’ambaradan che vegliano non solo alla sicurezza del loro materiale o a che tutti capiscano come interagirvi, ma anche alla direzione musicale di questa jam session collettiva che inizia alle tre del pomeriggio e finisce alle due di notte. Segue un po’ lo stesso concetto della stanza degli attrezzi della Ferme Electrique ma è molto più orecchiabile, il che la rende abbastanza irresistibile. Capita di passarci davanti, lasciare un urletto nel microfono e andarsene, e magari resta lì in loop per due ore, ma la parte più bella è quando DJ Vif Argent ha smesso di spinnare e la Psychotron resta ancora aperto per mezz’ora. Ci si fionda un sacco di gente, che balla anche (nella drum machine c’è un kick perforativo in quattro quarti, niente di complicato), e francamente è divertentissimo essere tutti protagonisti delle raffinate modulazioni sonore di questa techno improvvisata di fine serata. Quando hanno staccato tutto tranne il theremin che stavo aggeggiando da qualche minuto, e interrompo i ringraziamenti dei patron di Psychotron (ovvero The Jabberwocky Band, dei grandi!) con un’ultima scureggia elettromagnetica, posso rivendicarmi ancora di aver suonato l’ultima nota del festival. Non smette mai di emozionare, ‘sta cazzata.

Voto: 5+, “Wait it was all music?” “Always has been”


Atmosfera

DJ Vif Argent live @Scène A (Rock in the Barn), Vernon, 7 luglio 2024

Abbiamo conosciuto pubblici di gente studiata della banlieue, abbiamo vissuto a fianco dei malati di punk del Sud-Ovest. Ma erano tutti boss intermedi per prepararci a quello finale. Chi viene al Rock in the Barn? Essenzialmente parigini che si fanno un week-end in Normandia, ovverosia la categoria umana più odiata di Francia. In realtà ne farei parte anch’io, ma non lo diciamo troppo in giro. Battute a parte, qualche normanno c’è anche, ma la demografia che descrivo è piuttosto accurata, e non sarebbe un problema, se non fosse che la pariginità-in-week-end-in-Normandia è tutto un mood e in the Barn la si sente nell’aria, ha l’odore del propano pronto a prendere fuoco. In cosa si traduce precisamente? Casinisti.

Oh, veramente, io non ho mai visto così tanta gente fare bordello gratuito e fastidioso come al Rock in the Barn. La gente vuole sfogare al massimo la sua energia: un tizio con cui per un po’ ho seguito i concerti ha saltato non-stop in maniera incontrollata per i primi quattro set; poi era ubriaco e si è addormentato in campeggio alle 21, svegliandosi il giorno dopo con enormi aloni di sudore sulla maglietta. La gente vuole essere molesta: un gruppo di ragazzi, al concerto di Ménades, cominciano a fare crowd surfing fallimentari, spruzzano birra ovunque, me ne versano mezza sul viso (“per me è il test della personalità, se te ne lamenti sei un rompipalle”). Se sei un fanatico di Jackass ti stanno simpatici per forza, perciò a me è andata bene, ma si sono fatti odiare da un sacco di gente. Nelle mie mie uniche interazioni extra-concerto (assai brevi, e non ero sanissimo) la poca gente normale mi è sembrata un po’ snob. Semmai, durante il DJ-set e il ritorno verso le tende (un piccolo viaggio della speranza, anche se sono pochi minuti tutti a diritto), lì ho trovato gente simpatica e festaiola in maniera più o meno sana. Gente con cui avrei anche apprezzato fare amicizia, ma era un po’ troppo tardi.

Un ultimo plauso speciale, semmai, lo voglio fare allo staff, quello più informale, i cosiddetti “gestori del campeggio” (che magari avranno lavorato come pazzi ma ai miei occhi son due tizi che stanno lì a non fare granché). Appena rientro nel campeggio sento una voce dietro di me che fa: “Sei tu quello che si è gasato per i Death Grips?”. Ne è conseguita una conversazione piacevolissima al termine della quale mi hanno reso la boccia che mi avevano confiscato. Prendete nota, così si gestisce un campeggio.

Insomma, il Rock in the Barn non è un luogo dove si creano per forza sinergie umane memorabili e sensazioni di amicizia collettiva dal primo all’ultimo minuto. La ragione è forse la sfrontatezza del parigino in trasferta?, la sua altezzosità?, o forse il fatto che c’è sempre musica non-stop in uno spazio limitato e quindi la gente si sdà più del dovuto, tralasciando la comunicazione e la scoperta? Chi lo sa. Fatto sta che per me la giornata finale del Rock in the Barn, nonostante le numerose chiacchierate a destra e manca, è consistita essenzialmente nell’arrivare, installarmi, sentire musica, dormire, levarmi dalle palle.

Ma sapete cosa? Non c’è nessun problema. Que viva la música, coño!

Voto: 5 ½, putain de parisiens

La nostra gente

In dieci parole → Una dose da cavallo di musiche del presente, vicino Parigi

sabato 24 agosto 2024

Depths of Bandcamp (Episodio 1) - Demon Lover, il rock del futuro di St. Louis, Missouri e la classe sfacciata della Rookie Technique

Demon Lover - Rookie Technique (USA, 2019)

Se vi chiedessero di andare a vivere un anno all'estero e vi dessero una lista che contiene duecento delle città più importanti del mondo, ma vi dicessero che ognuna di queste ha posti limitati e che i più meritevoli di voi vi passeranno davanti, che città scegliereste?

All'università, quando si trattò di organizzare il mio anno di scambio all'estero, è proprio quello che successe. I fattori da tenere in conto, davanti a una decisione del genere, sono molti: qualità della vita, irripetibilità dell'esperienza e, visto che ero uno studente ok ma di certo non brillante abbastanza da riuscire a finire in una Rio de Janeiro o in una Tokyo, anche la popolarità della destinazione nei confronti della concorrenza. Ci riflettei su per mesi e mi dissi che il momento era propizio: dovevo andare negli Stati Uniti. Lo stesso Milo era andato al college e ora ne avevo anch'io l'occasione. La California la esclusi subito: troppa gente più quotata di me avrebbe voluto andarci, e non solo a Los Angeles ma anche a Oakland o simili. New York, Miami, Washington, stesso discorso. Dovevo agire di strategia e puntare a luoghi che le masse non trovassero propriamente esotici e stimolanti, ma io sì. E, siccome per anni ero stato appassionato dell’emo e dell’indie rock di quei luoghi, decisi di puntare sul Midwest.

Ci misi un bel po’ a decidermi sulla città in questione. Chicago? Troppo ambita. Detroit? Troppo estrema. Indianapolis? Troppo rozza. Columbus? Troppo noiosa. E non mi feci tentare nemmeno dalle più blasonate “college town” sparpagliate nella regione, per quanto seducenti potessero essere (penso a Urbana-Champaign, dove tra l’altro si trova la Casa Bianca degli American Football). No, le mie velleità da urbanista e le mie passioni musicali volevano una vera grande città americana, magari anche in declino, ma che avesse una storia gloriosa, facesse voglia a pochi e potesse regalarmi un anno di vera immersione nel cuore della cultura popolare che mi aveva cresciuto. E la trovai: St. Louis, Missouri.

Una lista delle numerose cose affascinanti che avrei potuto trovare in questa città incredibile mi scorse subito davanti agli occhi, con la stessa cadenza ritmata con cui scorrono le note di The Entertainer di Scott Joplin, che fu scritta proprio lì. Vibrazioni da “rust belt”? Check: nel 1950 la popolazione di St. Louis era di 850.000 persone, oggi siamo sulle 300.000. Americanità pura e coatta? Check: basti dire che è la città dove si trova la sede del marchio Budweiser. Vita universitaria frizzante? Check: gli sceneggiatori di Animal House sono tutti diplomati all’università che avrei frequentato, perciò venvia, di che si ragiona. Continuiamo: un contesto politico e sociale singolare e interessante? Check: St. Louis è una delle pochissime città della regione con tanti bianchi quanto neri, Black Lives Matter è nato qui. A proposito, cultura nera? Check: siamo nella città del blues per antonomasia, dov’è nato e cresciuto Chuck Berry, dove Miles Davis ha cominciato a suonare la tromba. Insomma, c’erano un sacco di cose ganze e nuove da scoprire. In quanto alla scena underground, andai a St. Louis ad occhi chiusi dicendomi che diavolo, siamo in una città nel Midwest che brulica di musica, qualcosa dovrà pur offrire la piazza.

Trust the process. E mi diede buoni frutti.

***

Sarebbe successo comunque, ma amo pensare che fu un caso se, alla fine, finii per entrare nello staff della radio di quella Washington University che frequentavo un po’ all’acqua di rose, com’è giusto che frequenti uno studente in scambio. Oltre ai corsi un po’ esotici che seguivo, tipo urbanistica americana, arte contemporanea o teoria dell’improvvisazione jazz, mi dilettavo ogni giorno in svariate attività divertenti ed interessanti: coi miei coinquilini andavo a spaccarmi di cibo locale, dagli italo-americani del quartiere The Hill (hanno inventato i ravioli fritti: geni) o in ristoranti BBQ o messicani iconici nel movimentato Delmar Loop (una sorta di Sunset Boulevard dal PIL dimezzato); con la classica banda di matti festaioli che sono gli studenti internazionali giravamo per discoteche finendo a volte, per puro caso, in serate di musica elettronica di alto livello (del resto la house l’hanno inventata 250 miglia più a Nord, la techno 450 a Nord-Est), ma anche in luoghi più spartani dove nonostante la selezione dei brani non fosse proprio raffinata potevamo ballare i grandi successi e godere della club culture (“or lack thereof”) più scialla del mondo (meno Berlino, più US of A!); nel tempo libero, anche in solitaria, mi dedicavo ad altri intellettualismi: frequentare il club degli scacchi della città (uno dei più quotati al mondo, frequentato sia da Masters raffinatissimi che da ruspanti “trash talkers” infernali nel Blitz 5+0), o ancora bazzicare per i concerti jazz che venivano organizzati, da professori o da sconosciuti, in strutture universitarie o in club sparsi per i quartieri più “hip” della città. La vita, però, non sarebbe stata completa senza KWUR, Clayton, 90.3 FM.

Mi sarebbe passato per la testa, a un certo punto, di provare a diventare un DJ radiofonico per questa piccola emittente gestita dagli studenti che per carità, diffonde su un raggio abbastanza limitato (mi pare che non arrivasse nemmeno a Downtown), ma è comunque una “college radio”, e dunque un oggetto iconico? Forse sì, forse no. Di sicuro fu determinante l’intervento di Dylan, DJ di KWUR già navigata che un giorno attaccò bottone dal nulla con me e Leon il tedesco (l’unica altra persona che, dalla mia università, aveva scelto St. Louis) perché, a detta sua, “avevamo l’aspetto di gente che ascolta indie rock”. Fu lei a dirmi di venire negli studi della radio, dove mi innamorai della leva del volume del mixer (l’unico strumento che uso nei miei saltuari cosiddetti “DJ-set”), dove mi accorsi che le frasi a effetto per parlare di musica non mi mancavano e, insomma, dove scoprii una vocazione di breve durata per la radio. Ma non si diventa DJ a KWUR così, da un giorno all’altro: non basta chiedere, bisogna dimostrare. Per avere il mio semestre di programma radiofonico prima dovevo riuscire a finirne uno pieno di obiettivi da raggiungere, missioni da completare e lavoretti da eseguire per conto di KWUR. Affare fatto.

Inutile a dirsi, i vari piccoli compiti che l’emittente proponeva ai cadetti mi divertivano tantissimo. Osservazione e assistenza ai DJ durante le loro trasmissioni? Momenti gradevolissimi di reciproca compagnia e condivisione musicale, condita magari dalla lettura di “public service announcements” (obbligatori per legge: io di solito sceglievo quelli in spagnolo per le comunità latine), e magari a volte il residente ti lasciava anche lo spazio per mettere un paio di pezzi (prima canzone suonata alla radio in vita mia?, Baby Soldato durante il programma di Dylan). Andare agli eventi di KWUR? Una bellezza: mi capitò di presenziare a concerti memorabili nelle venue “istituzionali” della città, tipo i Ratboys che suonarono nel sotterraneo di uno dei diner di fiducia, il Blueberry Hill, ad ottobre 2019 (sì, gli stessi Ratboys che quest’anno si sono beccati un bel 7+ in pagella al Primavera Sound), anche se in realtà i miei preferiti erano i “basement shows”: piccole band itineranti che a Firenze avrebbero potuto riempire le sale storiche della città, talmente il loro sound era speciale e coinvolgente, che suonavano in dei letterali scantinati e alla fine chiedevano cinque dollari per la benzina e se ne andavano via in furgone. Vidi dei gruppi fantastici: ne cito tre, in ordine di successo crescente: da Chicago, Illinois, The Roof Dogs, il punto di congiunzione tra Wire e Beach Boys (volete la prova? Stuart Hugues (And All His Blues)); da Austin, Texas, TC Superstar (dove TC sta per Toyota Corolla), l’unico gruppo dance-pop che conosce i segreti della levitazione; da Boston, Massachusetts, Horse Jumper of Love, pochi mesi prima di diventare uno dei più grandi fenomeni slowcore mondiali (ironia della sorte: mi piacquero molto ma non da diventarne matto, e di quel concerto ormai ricordo solo Bagel Breath che dal vivo comunque mi frastornò). Anche le “local bands”, relegate al ruolo di opener o protagoniste di concerti ancora più piccoli ed intimi, spesso e volentieri regalavano gioie immense. Ne cito tre, in ordine sparso: Dewdrop, il gruppo indie pop lo-fi più jazzettoso che esista (qualcuno trasformi Sofa Blues in uno standard, vi prego); Kids, che si definivano “clean punk” e mai definizione fu più giusta per la loro musica raffinata e violenta (in un mondo giusto The Explosion è la canzone-manifesto dell’indie punk tutto); Pealds, dove suona Dylan, una band di shoegaze contemporaneo come piacciono a me: su disco piacevoli sottotesti digitali, dal vivo invece solo sconquasso (all’epoca mi piaceva tanto Melted, ma segnalo una Petition to Cancel Capitalism che, ad agosto inoltrato, è stabile nel mio podio di migliori singoli del 2024).

Mi accorsi dunque che per diventare DJ di KWUR bisognava soprattutto conoscere i suoi membri, la scena musicale di St. Louis, i gusti della gente che frequentava quell’humus culturale straordinariamente florido, in sostanza essere un minimo “inseriti”. Ci riuscii con estremo piacere, mosso da quell’attitudine da straniero sbarazzino che ancora oggi alla bisogna rispolvero quando voglio integrarmi. Ma non bastava: bisognava anche rispettare le regole. E una di queste, purtroppo, mi stava stretta: una volta diventati DJ, bisognava suonare almeno due pubblicazioni recenti all’ora, e io volevo avere un programma di sola musica degli anni ‘90. Come avrei potuto derogare a questo diktat? Uno, pregando in ginocchio di esserne esentato. Due, facendo capire che me lo meritavo.

Tra le corvée che l’aspirante radiofonico incontra nella sua scalata verso la gloria ce n’è una che riguarda proprio le “new releases”. Le etichette, perlopiù quelle importanti e influenti, e gli artisti, perlopiù quelli sconosciuti e autoprodotti, mandano alle radio i loro dischi più recenti con la speranza di essere ritrasmessi, ma i DJ risparmiano tempo se qualcuno li ha già informati brevemente sugli album in questione, ed ovviamente questo compito spettava a noi tirocinanti. Durante il semestre, dovevamo passare dallo studio, prendere un CD dalla cassetta della posta in entrata, ascoltarlo a dovere e rimetterlo nella scatola dei recensiti, non prima di aver riempito il succinto formulario che gli era allegato. A quel punto, il DJ ha vita facile quando deve suonare una new release. Fruga nel cesto, tira fuori Anak Ko di Jay Som (che meteora che fu ‘sta qua…) e legge:

Genere -> Indie pop.
Commento -> Personalmente, oramai mi rifiuto di fare commenti positivi a queste musichette finto intimiste con la produzione finto bedroom. Non ha bassi, ma non ha nemmeno alti. Monocorde e lagnoso.
Consigliato se già ti piacciono -> Mac DeMarco, Soccer Mommy, Boy Pablo
.
Traccia migliore -> Nessuna, ma la 2 ha un po’ di brio.
Firmato, Reric”

e a quel punto sa benissimo che il suo pubblico a caccia di indie vibez apprezzerà la traccia 2, perciò la mette. Al contempo, se tira fuori Echo di Glimr (chi?) e legge:

Genere -> Alternative rock.
Commento -> Se la jam band del dopolavoro dei papà, invece dei Grateful Dead, avesse come pilastro del suo suono il post-hardcore dissonante. Eroico e commovente.
Consigliato se già ti piacciono -> Hot Snakes e Hüsker Dü ma suonati con l'attitudine dei Pink Floyd.
Traccia migliore -> 1, 3.
Firmato, Reric"

sa già che gli conviene evitare di bruciare "air time" con i sei minuti e trentasette di un pezzo come And My Head Hit the Walkside, talmente lungo, rumoroso e di nicchia che farà cambiare stazione radiofonica alla metà della gente all'ascolto (scherzo, spacca).

Capii subito che, per evitare la tassa delle nuove uscite al secondo semestre, durante il primo sarei dovuto essere il capo, che dico, il re, l'imperatore delle new releases. Per diventare un DJ di KWUR bastava coprirne 4. Ne recensii 19. Tra tutta la roba che capitava lì in mezzo c'era veramente di tutto: i nuovi cavalli di scuderie come Merge e Sub Pop accanto a CD strapieni di brani techno che duravano sempre almeno il doppio in più del necessario, dischi nu-metal sconosciuti e repellenti con grafiche dettagliatissime accanto a gruppi jazz ancora più sconosciuti con copertine fatte su MS Paint in quattro minuti ma che suonavano come Chick Corea. Estraevo i dischi dal lotto un po’ a casaccio, a volte basandomi sull’aspetto estetico, a volte sulla fama dell’artista o dell’etichetta, a volte frugando con le mani a occhi chiusi e prendendo quel che capitava. Una regola personale però la avevo: mai prendere i dischi che stavano in una sleeve bianca con il nome scritto sopra con la penna. Era una regola di buon senso, dopotutto: nel 90% dei casi, tanto, avrei pescato un tizio che ragiona mentre suona accordi banali alla chitarra, avrei scritto che non ha niente di speciale e nessuno l’avrebbe mai suonato alla radio. Low risk, low reward.

Capita, però, un giorno poco ispirato. Il piacevole calore estivo del Midwest se ne sta andando, e la fine della stagione del baseball annuncia solo una cosa: l’inverno più freddo della mia vita (“It often gets below zero here!”, dicevano; vabbè, che sarà mai; Fahrenheit). Ancora non siamo affatto ai livelli siberiani che mi si preannunciano ma i primi grigiori autunnali, le giornate un po’ più brevi, forse anche un ennesimo hangover dopo una serata dalle troppe bottiglie di Bud in posti tipo Mike Talayna’s Juke Box Restaurant (per gli amici, “T’s”), mi portano ad approcciare il cassetto delle new release con addosso un po’ di sfavo. Non ho voglia né dell’ennesimo indie rock innocuo che le etichette blasonate mi avevano già anche troppo propinato, né tantomeno del piattume di dischi elettronici professionali ma a destinazione degli addetti ai lavori. Fu questa congiuntura che mi portò, una volta per tutte, a posare gli occhi con più attenzione del solito sull’annotazione a penna di uno dei tanti CD amatoriali bianchi. Leggo la scritta in stampatello: “DEMON LOVER - ROOKIE TECHNIQUE” e mi dico: ma sì, un album a sorpresa, perché no.

Prendo e torno a casa. Infilo il disco nel computer, estraggo in wav, carico sul lettore mp3. Dal mio dormitorio al supermercato Schnucks sono 25 minuti a piedi, per fare la spesa me ne bastano 20 e il disco dura 45 minuti, perfetto. Metto su e comincio a camminare per il campus, poi giù per il Big Bend Boulevard, mentre la musica ritma i miei passi in questo spazio suburbano rassicurante, tra i parchi e i fili del telefono.

***

Primo ascolto: c’è qualcosa che non va. La batteria è fuori tempo? Non riesco a capirlo. C’è una chitarra o no? Non lo so. L’overdose di suoni digitali è calcolata o aleatoria? Non sono sicuro. Le drum machine sono raffinate o scadenti? Difficile a dirsi. E ancora, quanto sono strani questi testi? Hanno una struttura sensata ‘ste canzoni? Che genere di musica è? Mi piace o no? Il disco finisce e non ci ho capito niente. Esco da Schnucks e passo da Walgreens, la farmacia. Mi faccio controllare la data di nascita sul passaporto, chiedo al commesso di allungarmi quattro pacchetti di Pall Mall Red e lui me le estrae da uno scaffale pieno di sigarette che troneggia insolentemente in mezzo alle medicine. Esco, me ne accendo una, rilancio Rookie Technique e risalgo il vialone alberato. Secondo ascolto: è uno dei dischi più strani che abbia mai ascoltato. Arrivo nella mia stanza, mi siedo sul letto, la schiena appoggiata contro il muro. Terzo ascolto: è uno dei dischi più geniali che abbia mai ascoltato.

Nei giorni a seguire riascolto Rookie Technique varie volte. Soprattutto, provo a informarmi riguardo ai Demon Lover, senza successo: non c'è niente al di fuori di un paio di pagine social media riempite di post insensati sputati con nonchalance, spesso contenenti due parole soltanto (“Double Funeral”, “Dim Sum”, “Trop Rock”, “Oh Ya”, “Rookie Technique”). Persino gli annunci degli sparuti concerti (l’ultimo data del 2016) sono scritti con una sciatteria talmente esagerata da risultare frutto dello sforzo di una non-direzione artistica. Su chi siano questi personaggi sconosciuti, dopo il mio primo “digging”, ne so ancora meno di prima (tranne che sono di St. Louis: quello lo dicono dappertutto). Confesso la mia nuova ossessione a Dylan, che nel mentre è diventata un po’ una sorella maggiore del mio soggiorno statunitense (con tanto di posto a tavola pronto per thanksgiving, ancora grazie <3) e persino lei, una St. Louisian fatta e finita, mi dà una risposta quasi elusiva, una roba tipo: “Oh, yeah, Demon Lover’s cool”, per poi cambiare argomento. Perciò, alla fine, non mi resta molto: soltanto la loro musica, e ovviamente il loro Bandcamp, l’uno a immagine e somiglianza dell’altro: entrambi strani e misteriosi, ma anche giocosi e sfrontati.

I Demon Lover di Rookie Technique sono Rage Hamon (che canta) e Andy Lashier (che smaneggia), accompagnati dal batterista Mike Herr, e si raccontano così:

“Check out the sounds of the future rock.
October: Let your headlights shine
November: It will all be over in a flash
December: Maybe don't get out of bed today, but if you do, wondrous things must surely happen
January: etc”

Cose da annotare su questa descrizione: uno, se consideriamo che l’anno era il 2019 e che da gennaio 2020 si cominciò a parlare di un coronavirus che per qualche mese sembrò la frattura finale della contemporaneità, questa sorta di haiku sbagliato colpisce nel segno; due, che inventare il nome di un nuovo genere musicale era necessario anche a detta degli stessi autori. Arriviamo dunque al nocciolo del discorso: come sono le canzoni di questo benedetto album? Per prima cosa, sono canzoni. E sono tutte abbastanza orecchiabili. Lo dico perché, al primissimo impatto, è impossibile non vedere Rookie Technique come un esercizio di poliedricità post-modernista.

Prendiamo KOOL GOOD, l’opener nonché unico singolo del disco (con tanto di video-clip, uno strano collage acquatico). Pur avendo una sensibilità melodica degna di un grande successo indie rock radiofonico, con tanto di vocalist suadente e una linea di basso ombelicale, la canzone mantiene un impianto sonoro molto destrutturato e lontano dalle norme della musica pop tutta. Sarà l’effetto di finto feedback che apre la canzone e si disperde in una pioggerellina di synth che suonano come un cabinato arcade mai esistito, sarà, soprattutto, la batteria suonata live (non ce n’era bisogno, ma ce lo dice anche Bandcamp), che ha un effetto “wonky” quantomeno bislacco… tutto mi riportò, anche solo implicitamente, al microcosmo degli artisti della nuova, futuristica, ondata di glitch e IDM dell’epoca: gente come Ash Koosha e Oneothrix Point Never, di cui epopee elettroniche come GUUD o Garden of Delete (entrambi del 2015) mi avevano recentemente espanso il cervello senza alcun bisogno di molecole di sintesi. In compenso, Demon Lover apportava due cose nuove a questa sensazione di fine della storia: un impianto rock accattivante e una musica che, a differenza di quella dei visionari sopracitati, non sembrava suonata da macchine costose ma, anzi, da mani destabilizzantemente umane. ROOKIE TECHNIQUE, title-track liminale (come poteva essere all’epoca la musica, ad esempio, di un James Ferraro), esplicita benissimo questo concetto: le drum-machine e la batteria acustica giocano a faticare a starsi dietro l’una all’altra, mentre il sample vocale che articola il titolo dell’album, ossessivo e istantaneamente iconico (nonché unico elemento che ritorna più volte durante tutta la durata dell’album), martella fino a disumanizzarsi. La dichiarazione di intenti è chiara: “Please believe concrete musique, with my rookie technique”, dicono i ragazzi di St. Louis strizzando l’occhio alle tradizioni di musica intellettuale che interrogarono il rapporto tra uomo e macchina (in sottofondo, registrazioni di voci di bambini: un omaggio-sberleffo a Karlheinz Stokhausen?), rivendicando un’amatorialità che è anche finezza e lasciando al contempo la tensione del groove alta, tra stoppate e finti finali, per rendere l’ascolto coinvolgente.

Ciò che è speciale di Rookie Technique, per l’appunto, è che appare concettuale e sofisticato ma è in realtà divertente e piacevole. E il comparto strumentale riflette quest’essenza: sembra che ci siano tantissimi elementi, ma in realtà, anche se i dettagli da carpire sono pressoché infiniti, non ci sono poi molti strati sonori. È il caso della festiva UH HUH YA, un finto, forsennato math-rock, suonato da due synth e una batteria contorta come potrebbe essere quella di Greg Saunier dei Deerhoof, che sfocia in una danza sintetica quasi talking-headsiana (“We get loose like this!”), o ancora di DREAM CONTROL (feat. RA CHILD), favolosa discesa in reami dove la psichedelia e gli stilemi dell’hip-hop e R&B si abbracciano, in una cavalcata sensuale, sognante e arricchita da ottoni dal retrogusto soul che, pur restando nel pieno stile sghembo e allucinato della band, anticipa di molti anni un’ondata che solo oggi è molto alla moda (per capirsi quella di Let’s Start Here di Lil Yachty, o di molte sezioni dell’ultimo, fotonico, I LAY MY LIFE DOWN FOR YOU di JPEGMAFIA).

Le canzoni si susseguono con grande naturalezza e, pur avendo una loro parte di “shock value”, finiscono sempre per essere amichevoli, pezzi che, dopo ripetuti ascolti, si è grati di conoscere bene: ogni fill di batteria, linea di basso, coro femminile o effetto sonoro della rilassante NOKIA (feat. DUBB NUBB), ad esempio, è talmente idiosincratico da comunicare un sentimento di simpatia e intimità, in una dolce virata su lidi adiacenti alla downtempo o persino alla chillwave (parola che all’epoca andava molto) non privi tuttavia di stranezze e abrasione. Persino gli interludi, abbondanti in tutto l’album e soprattutto nella sua frammentaria fase finale, hanno il valore di canzoni a sé stanti: è stupefacente la maestria con cui melodie pop di classe troneggiano sulla dissonanza in TERRAFORMER (feat. ANTONIO LEONE) (chi sarà mai questo tizio che fa le doppie voci in italiano?, magari un “exchange student” come lo ero io), o ancora il dadaismo post-adolescenziale della micro-jam di SK8RZ IN LOVE. Persino il brevissimo SUCK A FREE INTERLUDE (feat. SAMMO), un passaggio electro elegantissimo che non sfigurerebbe in un album dei Disclosure, irride, mostrando a che punto la Tecnica dei Principianti nasconda, dietro alle volute stortezze, una vera maestria.

La chiusa dell’album è una lectio magistralis di sfrontatezza: dopo densi minuti di scontro tra l’umano e l’elettrico, arriva XUXA, una bossa nova acustica, anch’essa ricca di elementi, ma questa volta tutti analogici, che porta l’ascoltatore da atmosfere quasi distopiche direttamente su una spiaggia deserta in Brasile. La dolcezza straordinaria di questa canzone inaspettatamente retrò e dai numerosi riferimenti alla cultura popolare (non solo la citazione a Mas que Nada di Sergio Mendes, ma anche alla stessa Xuxa, controversa diva della TV brasiliana) sembra quasi suggerire che la famosa e intraducibile “saudade” è un sentimento tipico del tardo capitalismo. Neanche il tempo di riprendersi da questo schiaffo di delicatezza che il ROOKIE INTERLUDE viene a ricordare con insolenza anche solo l’esistenza del concetto di concept album, prima di lasciare spazio al capolavoro finale SOFT & WET che, come l’opener, ha un’orecchiabilità e una potenza rock esagerate (anche delle eco di Casablancas, più Voidz che Strokes) e al contempo un sostrato di stranezza e pastosità che danno una perversione subdola al sottotesto erotico della voce e del testo. Per un’ultima volta e come non mai prima d’ora, Demon Lover ti prendono per lo stomaco con il loro sound contorto e il groove maestosamente imperfetto della batteria, fil rouge di sregolatezza controllata che percorre tutto l’album, e alla fine resta da solo a ritmare gli ultimi colpi di un’esperienza sonora unica nel suo genere.

Ho ascoltato Rookie Technique fino allo sfinimento, fino a conoscerlo come le mie tasche, e nonostante ciò è rimasto, nel mio immaginario, un disco quasi intimidatorio. Lo trovo talmente creativo, intelligente e ben calibrato che per molto tempo l’ho in un certo senso “sovraumanizzato”. L’ho sempre visto infatti come un disco a sé stante, un monolito che esiste perché esiste, generato non creato, uscito da un big bang immaginario che ha avuto luogo, per l’appunto, nelle profondità di Bandcamp in cui da sempre vive. Non solo ho accantonato per anni il mio spirito investigativo, evitando di cercare informazioni supplementari sulla band, ma addirittura ho disdegnato, se non per un paio di tentativi, l’ascolto della produzione di Demon Lover che ha preceduto il disco del 2019.

Depths of Bandcamp è perciò la buona occasione che concedo a me stesso per donare una dimensiona più concreta e umana ai Demon Lover. Ad esempio, ho riascoltato di recente i primi due lavori con Sammo Meyer alla batteria, Spooky Routine del 2013 e il suo “sister album” Moody Future del 2014. Il primo è un disco di garage rock lo-fi fulminato, elettrico e dalla consecutio temporum claudicante, l’altro una collezione di quadretti sonori cubisti ancora più allucinogeni e sparpagliati, dalla vena a volte sintetica a volte punk e scassona. Non mi convincono del tutto: a tratti sanno essere interessanti ma mai coinvolgenti come il microcosmo ai limiti del fantascientifico di Rookie Technique. Alla fine, decido anche di scavare un po’ più a fondo e viene fuori che, anche se criptici, i Demon Lover sono tutto tranne che misteriosi: se uno vuole e sa fare lo stalker, può trovare persino materiale audiovisuale delle spartane sessioni di registrazione di Rookie Technique. L’unico vero punto interrogativo è che cosa ne sia stato (o ne sia) della band al giorno d’oggi: non ci sono né concerti né comunicazioni, ma nemmeno un’ufficialità di scioglimento. Non escludo il ritorno.

***

Sono passati cinque anni da St. Louis, cinque anni da Rookie Technique, e sembra ancora ieri. Cinque anni che questo album mi stupisce ogni volta. La musica cambia, evolve ed ogni tanto, quando mi capita di ascoltare qualcosa che suona nuovo, mi accorgo che in questo album c’era già. Pochissimi oggetti musicali mi hanno mai fatto questo effetto: il set di Aphex Twin al Primavera Sound del 2017, che anticipava di un lustro abbondante la musica elettronica e l’hyperpop degli anni ’20; l’incredibile storia dell’emersione degli Slint, che Lance Bangs ha raccontato così bene nel documentario Breadcrumb Trail del 2014; Velvet Underground & Nico, da sempre e per sempre.

Anche io, del resto, ancora cambio e cresco ma, quando penso di essermi emancipato da quel ragazzetto europeo nel college americano, che in retrospettiva mi sembra un po’ uno scemo, mi accorgo che molto di quello che sono adesso lo devo a quel che ero a St. Louis. Soprattutto per ciò che riguarda la musica: senza quei mesi nel Midwest non sarei mai stato così curioso di cercare dischi casuali e infrattati, non avrei mai sviluppato una tale passione per i concerti in sale microscopiche, non avrei la naturalezza che ho di andare a parlare con gli artisti dopo un set, non avrei la comprensione e la sensibilità per la club music che ho adesso, e non andrei mai a festival relativamente remoti perché “ma sì, faccio la mattata”. Probabilmente, senza St. Louis, non scriverei nemmeno di musica.  

Forse però, senza accorgermene, quello che di più importante ho imparato dal mio soggiorno statunitense, prematuramente stroncato dal covid, è stato il concetto stesso di “rookie technique”. In un mondo che ci impone slogan del tipo “less is more” e che vuole farci credere che “la bellezza stia nelle cose semplici”, o ancora che “le cose semplici sono anche le più difficili da fare bene”, i Demon Lover mi hanno insegnato che non ascoltare queste ingiunzioni, avere la sfacciataggine di andare per la propria strada e seguire la propria pulsione per l’arzigogolatezza è spesso la mossa vincente.

Perché la fortuna del principiante non è mai dovuta al caso. Ci vuole tecnica.


Ratings

1. Inculatezza. Ragazzi, stiamo parlando di un album che non è su nessuna piattaforma di streaming. Il formato fisico non esiste e anche se i Demon Lover nel 2019 millantavano una “cassette coming soon from Grown Up Music” l’esistenza della stessa etichetta non è registrata da nessuna parte. Insomma, è un album nascosto nelle profondità più oscure dell’etere. Se non fosse stato per una serie di folli coincidenze, non l’avrei scoperto nemmeno vivendo dieci vite di frequentazione assidua di Bandcamp.  
     

2. Innovatività. Rookie Technique non inventa la luna, ma al contempo riunisce e rielabora gli stilemi dell’indie rock e dell’elettronica sperimentale in una maniera talmente coesa da rendere quasi impossibile la missione di affibbiargli un genere (“future rock” funziona benissimo). Tutte le intuizioni, dalla scelta dei suoni al missaggio della batteria, fino al songwriting a volte discontinuo, a volte squisitamente pop, sono vincenti e hanno persino il potenziale per influenzare pesantemente il mainstream.

3. Esoticità. Se in qualche luogo poteva esistere musica del genere, quello è St. Louis, Missouri. Ho già raccontato la mia breve esperienza della scena musicale di quel luogo e, scavando ancora di più nella “lore” nascosta-ma-non-troppo di Demon Lover, mi accorgo che l’humus culturale per far nascere un progetto simile non è poi sorprendente. Ogni grande città americana ha la sua maniera di fare musica indipendente, e lo stile di St. Louis è così: svergognatamente competente.

4. Finezza. La produzione dell’album fin dall’inizio sembra confusionaria, storta, finanche zoppa, ma è talmente pulita che ognuno, dopo qualche tentativo, arriverà a comprendere che le scelte ritmiche e narrative più disorientanti o frustranti di Rookie Technique sono in realtà intenzionali. La ricerca del suono è favolosa, la batteria è tangibile e i sintetizzatori strabilianti. Persino nella volontaria immissione di suoni economici”, come le drum-machines della title-track, le decisioni finiscono per essere vincenti. Niente male per un disco dove la sensazione di un approccio “buona la prima” e DIY la fa da padrona.

5. Aderenza. Rookie Technique ha semplicemente una replay value infinita. Ogni ascolto non solo svela più dettagli, ma rivela ancora di più il valore della sua filosofia di fondo. Pure i testi, per quanto siano astratti e strani, non solo funzionano ma piano piano penetrano nell’anima e crescono. Dopo cinque anni di ascolto costante quest’album non solo non mi ha stancato, non solo non è invecchiato di una virgola, ma ha addirittura guadagnato in modernità. Non mi stupirebbe se, nel 2029, sentissi qualcuno dire: “È uscito dieci anni fa? Non ti credo”.

domenica 18 agosto 2024

Depths of Bandcamp (Episodio 0) - Introduzione

Nel mezzo di un’estate sorprendentemente densa in concerti, festival e abbuffate varie di musica live, scopro in me un sentimento quasi inedito: non ho voglia di scriverne a riguardo, almeno non adesso. Ho cercato di darmi tante spiegazioni per tutto ciò: forse è perché ultimamente non ho avuto una vita propriamente routiniera, forse è perché mi sono spostato tanto, passando molto meno tempo del solito da solo. Ma non serve a niente mentire: queste sono solo ragioni laterali.

La verità è che quello che mi ha dissuaso dallo scrivere di concerti è stata la mancanza di urgenza. Tra luglio ed agosto ho scoperto, o ammesso a me stesso, che il motore della mia scrittura in realtà è sempre stata l’urgenza: quella di condividere le riflessioni, opinioni, sensazioni e soprese che la musica dal vivo mi trasmette, e farlo il più velocemente possibile affinché tutte le cose che ho da dire restino fresche e veritiere quando le pubblico. È per questo che quando scrivo dei live report a sé stanti (monografici, amo chiamarli) faccio di tutto perché escano in un massimo di dieci giorni dopo la fine del concerto, e che il Life Lately mensile deve necessariamente uscire nella prima metà del mese successivo, altrimenti mi detesto con tutto me stesso. Sembrano regole autoimposte ma in realtà è una forza superiore ad avermele suggerite: per l’appunto, la forza dell’urgenza.

In questo periodo al contempo intenso e rilassato faccio perciò definitivamente pace col fatto che non di tutti i concerti devo parlare pubblicamente, o rapidamente. Che urgenza c’è, del resto, di dire che le Alvvays per me sono il miglior gruppo indie rock venato di shoegaze in circolazione? Basta essere un po’ informati ed avere buon gusto per arrivarci (e al loro concerto di luglio c’era essenzialmente tutta la gente che ne capisce di indie rock a Parigi). Continuiamo: è urgente che io racconti per filo e per segno quello che mi è piaciuto o meno dei due o tre festival a cui sono andato quest’estate? Certo che no: piuttosto che dannarmi a scrivere in tempi da record paginate dedicate ad ognuna delle rassegne, tanto vale tirare le somme a settembre quando la stagione festivaliera sarà finita (aspettatevi un’analisi comparativa bella profonda e almeno una trentina di nuovi artisti da scoprire). Ancora, che urgenza ho di dire che il concerto degli LCD Soundsystem a Lione mi ha fanno vibrare, ballare e commuovere? A parte che la loro potenza dal vivo è un fatto assodato da almeno due decenni, ma poi sono un fottuto hipster, grazie al cazzo che mi piacciono gli LCD Soundsystem!

Il fatto che non senta un bisogno pressante di parlare di concerti non vuol dire, però, che Stereo Totale sia andato in ferie. Anzi: è l’occasione giusta per ricentrarmi su me stesso e domandarmi di cos’altro io senta l’urgenza di parlare e la risposta è semplice: di dischi che trovo geniali e che non conosce un cane di nessuno. La quantità di musica spettacolare e potenzialmente rivoluzionaria che c’è in giro e che viene ignorata da tutti i riflettori possibili è spaventosamente elevata, roba da non dormirci la notte. Quando si scova la pepita, condividerla il più possibile è quasi un dovere morale, quello di provare a rendere a Cesare quel che è di Cesare, e pur essendo molto remota ci sarà sempre la possibilità che l’album in questione riesca a circolare al punto di diventare, meritatamente, un cult a posteriori tipo i Neutral Milk Hotel. In tal caso uno potrebbe fregiarsi di aver avuto l’occhio lungo, e se non riesce ci avrà almeno provato e basterà questo per avere la coscienza a posto.

Esente, almeno per questi caldi mesi, dalla fretta di scrivere lunghe descrizioni delle venue, delle performance dei musicisti, delle reazioni del pubblico, delle mie sensazioni davanti al palco e di altre cose così effimere, mi ritrovo a pensare ai dischi: oggetti solidi, statici, inamovibili. Sondo la mia mente, dove c’è una stanza in cui album sconosciuti al pubblico generale stanno sbattendo i pugni sulla porta urlando: “Facci uscire!”. Me li immagino, tutti lì, tutti diversi eppure tutti ingrugniti in un assetto da sommossa popolare. Che cos’hanno in comune? Una sola parola mi risuona nella testa: Bandcamp.

Non è una sorpresa per nessuno che la musica più oscura dell’era digitale finisca sugli scaffali del sito, o negozio di dischi virtuale che dir si voglia, più accessibile del mondo. È profondo come la Fossa delle Marianne, non necessariamente intuitivo da navigare, eppure strapieno di tesori nascosti, che solo i più temerari sanno trovare. Spesso e volentieri i forzieri più preziosi non vengono nemmeno scoperti durante ricerche che nascono sul sito stesso ma, alla fine, riemergono sempre lì. E quando la chiave gira nella serratura, le mandate schioccano e finalmente il luccichio dell’oro colpisce i nostri occhi, ci ritroviamo ogni volta a ringraziare la vita di averci dato Bandcamp, e a sognare tesori ancora più grandi nascosti nelle sue profondità. È da questa sensazione di gratitudine, sopravvenuta dopo vari ritrovamenti, fortuiti o perigliosi che siano stati, che nasce la mia voglia di creare una nuova, ennesima rubrica su Stereo Totale. Benvenuti a Depths of Bandcamp.

Prima di pubblicare un primo episodio dedicato a un disco a cui tengo tantissimo e che mi riporta a un momento importante della mia vita, un paio di precisioni, che sennò cosa li faccio a fare i prolegomeni dell’episodio 0. Innanzitutto, voglio specificare che quando parlo di un album e mi dilungo su di esso non è perché io voglia “recensirlo” ma è perché mi piace, mi interpella, mi influenza. Le mie non sono recensioni: i dischi di cui parlo già so di amarli e consiglio a prescindere a tutti di ascoltarli. Piuttosto, l’urgenza che sento è quella di scrivere qualcosa che porti i miei lettori ad andare oltre il semplice ascoltare un consiglio: il vedere quel link Bandcamp, che forse senza di me sarebbe stato irraggiungibile, come qualcosa che possa sconvolgerli come ha sconvolto me. E la mia personale maniera di fare ciò, ancora una volta, è quella di raccontare la mia personale storia e relazione con gli album in questione, il che implica che inevitabilmente mi ritroverò a rievocare parte delle mie esperienze personali perché il modo in cui li ho conosciuti ha spesso a che fare col mio vissuto, e il fatto che mi abbiano marcato idem. Niente di nuovo.

La seconda cosa che voglio anticiparvi è che, per distinguere Depths of Bandcamp dai racconti che mi può capitare di fare su dischi, magari più blasonati, che mi hanno un po’ cambiato la vita (l’ho già fatto con Paris<>Berlin degli Stereo Totale, Il Sorprendente Album d’Esordio dei Cani…), in questa nuova rubrica ci sarà una lista di cinque criteri che serviranno a descrivere meglio gli album in questione. Avete presente la classificazione degli item nei videogiochi, che non per forza serve a dire se siano potenti o meno ma in che situazioni sia meglio usarli? Tipo: Bastone del Potere: difesa tre stelle, ravvicinato quattro, long-range due, mana cinque, resistenza due. Stesso principio. Le statistiche con cui mi divertirò a classificare i dischi, che rispondono ciascuna a tutta una serie di domande, sono dunque le seguenti:

1. Inculatezza. Quanto è nascosto l’album in questione? Quanto è difficilmente reperibile? Quanto era possibile che lo scopriste senza il mio intervento?

2. Innovatività. Quanto è originale il sound di questo album? Quanto è inedita la sua proposta artistica? Il disco ha quello che ci vuole per rivoluzionare un genere? 

3. Esoticità. Quanto è improbabile l’esistenza di questo album? Quant’è rocambolesco il contesto che l’ha visto nascere? Quante informazioni si possono avere a riguardo? 

4. Finezza. Quanto investimento c’è stato nel comporre, arrangiare e produrre questo album? Quanto è curato il suo suono? È un demaccio da cantina o un prodotto raffinato?

5. Aderenza. Quanta replay value ha l’album? Quanto è accessibile e assuefacente il suo suono? È un fuoco di paglia o un compagno per la vita?

Penso di aver detto tutto. Ci risentiamo tra pochissimo