giovedì 11 luglio 2024

Life Lately (Giugno 2024) - Tool, Suffocation, Descendents, Turnstile, Fête de la Zikette, Yorick Vinesse

Altro giro, altra corsa. È Life Lately, c’è tanto da spiegare? No.

Il meglio di giugno. Sei concerti. Pronti, via.

 

Tool – Big Richard strikes back

Tool live @Accor Arena, Parigi, 05/06/2024
Una volta all’anno, di solito proprio verso giugno, mi concedo di andare all’Accor Arena, la più grande sala concerti della città. Non è una venue che apprezzo particolarmente, perché si vede e si sente da lontano un miglio che è stata concepita più per gli eventi sportivi che per i concerti. Questo è “Bercy”: un palazzotto senza personalità la cui esistenza serve solo due scopi finanziari complementari: quello di far fare sold-outtoni iconici a gente tipo Taylor Swift o rapper radiofonici francesi, oppure quello di vendere più biglietti di quelli si che sarebbero venduti facendo sold-outtoni iconici in sale più piccole (e concepite per la musica) con gente “grossa ma non troppo” tipo i Queens of the Stone Age o rapper della golden age americana. Nelle mie ultime sortite, inutile dirlo, mi sono ritrovato sempre a concerti della seconda categoria. Che da un lato ha il suo perché: si sta abbastanza larghi, si entra e si esce serenamente, non ci sono code da fare da nessuna parte, l’atmosfera è rilassata. Queste serate dove si è ancora lontani dalla capienza massima, però, hanno anche il sottotesto vagamente deprimente delle gradinate semivuote, che evocano le sensazioni mogie di uno stadio, a fine stagione, dove si affrontano due squadre a metà classifica, lontane sia dalla retrocessione sia dalla zona Europa.

Poco male, penso mentre varco la soglia della grande Arena e cerco il mio settore, proprio come se fossi all’Artemio Franchi. Ho ancora addosso un po’ di postumi di Primavera Sound e stasera voglio anzitutto rilassarmi, perciò l’atmosfera da festa non del tutto riuscita mi va anche bene (al contrario dell’anno scorso, in cui avevo voglia di fare baccano ma la poca affluenza rese il concerto di Wu-Tang Clan e Nas meno “caldo” e memorabile di quel che speravo). Dopotutto, sono anche qui per puro caso: il buon Daniel, compagno di PS 2024, ha imbastito un after-festival ricco di concerti, una sorta di “A la Ciutat” trapiantato a Parigi, e stasera per andare a vedere Danny Brown ha rinunciato persino allo show del gruppo progressive metal più controverso della storia. Daniel è un vero fan dei Tool, e da buon fan dei Tool ha acquistato il biglietto mesi e mesi fa, non appena è stato annunciato, nonostante li avesse già visti varie volte.

È risaputo, e lo ammette lui stesso, che i fan dei Tool sono mossi da una sorta di fede cieca nei confronti di Maynard e soci. Daniel è il primo a criticare gli estremisti, quegli invasati aderenti di Tool Army che di fronte alla scultura autografata di un feto dentro a un teschio (?), venduto alla modica cifra di mille dollari (?!), fanno esaurire le scorte in pochi minuti (???!!!). In compenso, resta fedelmente nelle fila dei fan moderati, di quelli che comunque un po’ di esoso merch ufficiale se lo sono coppato, e a cui magari è capitato di comprare un ingresso vicino vicino al palco in passato. Stasera non è questo il caso: di farsi dissanguare per vedere la band da pochi metri per una seconda volta, il mio amico non aveva tanta voglia, e il posto che eredito (pagando comunque una tassa di successione non indifferente) è parecchio lontano dal palco. Ma sì, ogni tanto una serata di concerto a distanza, visto dall’alto, con un occhio fisso sugli schermoni, dal feeling anche confortevolmente nazionalpopolare, perché no! Alla fine, è un po’ come andare al cinema da solo.

Cosa posso dire sul film che vado a vedere stasera? Direi, a grandi linee, che è una grande produzione hollywoodiana, un po’ commerciale ma diretta da un regista che in passato, su pellicole meno esose, ha dimostrato di avere una certa raffinatezza (direi che è un topos frequente nelle uscite degli ultimi anni: basti pensare ai lavori recenti di un Denis Villeneuve o di un Alex Garland). Non mi aspetto, stasera, un concerto che colpisca il mio lato sentimentale, che mi emozioni e mi cambi la vita, bensì uno spettacolo di grande intrattenimento, pirotecnico e perché no, a tratti ai limiti del pacchiano, ma che conservi comunque del gusto. Stasera i Tool hanno deciso di farci stare tutti seduti, persino la platea, e c’è davvero un’atmosfera da prima giornata di proiezioni del nuovo, leggermente tamarro, kolossal dell’anno. Il pubblico, anche lui, conferma queste similitudini: c’è un piccolo numero di persone assolutamente insospettabili, spesso uomini anziani distinti, che sembrano non avere niente a che fare con l’occasione, e che infondono il sospetto di essere giornalisti o critici. Ci sono invece persone che sono fin troppo coerenti con la pellicola della serata: tutto nel loro look e nei loro modi dimostra che sono ossessionate dal genere e dall’artista in questione, un equivalente in musica di quelli convinti che la Snyder’s Cut sia uno dei più grandi film della storia del cinema anche se è un ennesimo cinecomic, magari un po’ più ricercato ma sempre un ennesimo cinecomic. Ci sono, infine, le persone che non conoscono tutta la “lore” della saga di stasera, ma che comunque si sono divertite con un paio di capitoli e che sono accorse, più che per svago, perché vittime di un “hype” pressante a cui è difficile non cedere. Le persone come me. Le persone “normali”, insomma.

Al cinema un vero equivalente dell’opening act non c’è mai stato. Un tempo c’erano i cinegiornali, oggi ci sono i trailer, ma non è la stessa cosa. In un mondo migliore, al cinema avremmo sempre un cortometraggio che ci scalda prima del vero film: se non sbaglio nell’epoca d’oro della Pixar veniva proiettato un corto come antipasto: quello del giocatore di scacchi era un vero capolavoro. E così come amo vedere un bel cortometraggio, amo vedere un bell’opening act. Ma la musica dei Night Verses, la band che i Tool hanno scelto per accompagnarli in tournée, non è un cortometraggio: è un trailer lunghissimo del prossimo filmaccio di azione con un budget che sfiora i duecento milioni di dollari solo per gli effetti speciali. La performance del trio prog-metal californiano è di una banalità inutilmente arzigogolata, costellata di pattern batteristici più massimalisti che veramente sofisticati, e sorretta da uno shredding ultra-tecnico che non esprime niente di concreto: tantissime note, pochissime emozioni. Guardando questi sopraffini manipolatori di aria fritta, che propongono brani rigorosamente strumentali un po’ tutti uguali (raffica di note distorte in picking veloce con doppio pedale, riff pulito con ritmo math, assoletto melodico e si e ricomincia) mi torna in mente una parola che avevo accantonato: riccardone. Un equivalente di riccardone, nelle lingue straniere che conosco, proprio non mi viene in mente. È strano, però: il concetto del segaiolo innamorato della tecnica fine a sé stessa è abbastanza universale. E non lo dimostrano solo i Night Verses con la loro mezz’oretta di fuffa, ma anche i numerosi avventori dell’Accor Arena che approvano la loro performance insipida, per quanto perfetta, con una standing ovation entusiasta. È un po’ come se mi rendessi conto di essere in un cinema dove la maggior parte dei presenti non vede l’ora che Transformers: Rise of the Beasts esca nelle sale.

Ripenso a quello che ci aveva detto Paolo mentre eravamo al Primavera, nel suo spassosissimo inglese dalla lieve inflessione fiorentina: “I don’t like Tool because they have all this complicated useless shit, like the Fibonacci thing, and everybody is like: ‘Oooh, genius, they used the Fibonacci sequence to make the lyrics!’ but I don’t understand it: I like music, not mathematics”. Anche se fa oggettivamente ridere, non sono del tutto d’accordo: pure senza ammirare particolarmente tutti i suoi riferimenti algebrici, un pezzo come Lateralus per me resta comunque una delle canzoni metal più belle della storia, proprio perché ha tutto quello che rende la musica dei Tool esaltante e costantemente interessante: ritmiche non convenzionali, sul filo del rasoio, eppure orecchiabili; melodie epiche e battagliere, condite da vocals carismatiche; una struttura compositiva appagante nei suoi continui andirivieni tra riflessione ed aggressione. Al di là delle loro stranezze trigonometriche, i Tool hanno dimostrato, almeno fino a 10,000 Days (2006), di avere una grande sensibilità nel coniugare la maestosità del rock e metal progressivi alla violenza straniante del post-hardcore. Ovviamente, un sostrato di riccardonismo l’hanno sempre avuto ma nei due capolavori Ænima (1996) e Lateralus (2001) non l’ho mai trovato sterile, bensì sempre prestato al servizio di un songwriting unico nel suo genere e di grande impatto. In 10,000 Days ci sono sezioni dell’album in cui comincio a sentire tanta, troppa, di quella puzza sotto il naso dei grandi virtuosi, convinti che la genialità della loro arte possa concedere loro qualche eccesso di ripetitività. È però l’album del 2019, quel Fear Inoculum indigesto, piatto e lungagnone, ad essere l’unica release in cui l’arroganza riccardona prevale su tutto il resto: l’impressione, ad ascoltarlo, è quella di una pisciata fuori dal vaso, un troppo che stroppia. Ma, vista anche la ricezione fredda della critica, ho sempre voluto pensare che come spesso accade quest’eccezione confermi la regola: a parte un paio di piccoli incidenti di percorso il repertorio dei Tool, prima ancora di essere uno schema di concetti trascendentali, è una cornucopia di grandi canzoni, canzoni vere. E non vedo l’ora di sentirle.

In effetti, provo subito emozioni forti quando il quartetto sale sul palco e attacca a suonare Jambi, il pezzo in cui i Tool si sono avvicinati di più a quel djent che, quando suonato in modo intelligente, è l’unico sottogenere metal nato nel nuovo millennio ad avere un senso di esistere. Il piacere che ritrovo, soprattutto, è quello di un’adrenalina che, contrariamente a quella dei concerti punk che spesso descrivo, è più intellettuale che fisica: la magia dell’heavy metal, che da tanto tempo mancava nelle mie sortite concertistiche, è capace di evocare nella mente immagini astratte di mondi lontani e di scene mitologiche che, per quanto possa sembrare puerile, mi trasmettono una foga elettrizzante che mi fa stare bene. Le visuals fanno anch’esse il loro sporco lavoro, bombardando il pubblico di immagini psichedeliche che ci immergono nell’immaginario extra-sensoriale della band. Appena finisce il pezzaccio Maynard ripete quello che da mesi leggiamo sui nostri biglietti d’ingresso: “No phones tonight, we wanna take you to a journey”, e non posso che essere d’accordo con questa politica: c’è un bel buio immersivo e tutti gli occhi sono puntati verso il palco, dove ci aspettiamo ancora grandi riff e cavalcate emozionanti.

Attacca un pezzo di Fear Inoculum che, anche se non lo riconosco (setlist.fm, vieni a me!, la canzone è proprio Fear Inoculum), intuisco subito essere di Fear Inoculum proprio per quelle idiosincrasie un po’ tediose: i groove sui tom dell’ottimo Danny Carey (particolarità che l’ha aiutato a renderlo uno tra i batteristi più originali della sua generazione) sembrano andare avanti all’infinito, sorretti da linee vocali e chitarristiche puramente atmosferiche, in un’avanzata che procede solo per inerzia, senza una direzione precisa se non dei crescendo lunghissimi a metà tra il prevedibile e lo sconclusionato. Sia chiaro, la ricerca del suono è molto raffinata, l’esecuzione spaventosamente precisa, ma quando il pezzo finisce viene un po’ da dirsi: e allora? Per una canzone di più di dieci minuti è grave.

Il concerto, purtroppo, avanza e raramente sembra schiodare da una linea di lunghe suite, alcune millegiornarie ma soprattutto inoculari, il cui songwriting al suo meglio è interessante (Pneuma ha un paio di momenti) e al suo peggio è, ahimè, noioso forte (su Descending ho reali cascaggini: ma è possibile rischiare di addormentarsi a un concerto metal?). E la presenza scenica degli artisti non contribuisce certo a rendere più frizzante l’esecuzione di codesti materiali molli, specie quella di Maynard che è certamente un grande cantante ma anche il frontman più anticlimatico della storia e, non senza spocchia, se ne sta impalato dietro la batteria, illuminato appena da una flebile luce. In questa ostica scaletta, solo un’inaspettata Intolerance, possente cannonata nu-metal di quel debut grungeggiante che è Undertow (1993), riesce a convincermi che per fortuna lo show di stasera non è solo una celebrazione dei cinque anni dell’ultimo e peggior album, come purtroppo sembrerebbe.

Mi dispiace ammetterlo, ma in un concerto da arena, in un tour senza nessun’album da promuovere, del fan-service per me non è solo necessario: è dovuto. Per avere The Grudge, il primo estratto da Lateralus, bisogna aspettare veramente troppo, e la goduria che provoca questa canzone meravigliosa, una centrifuga di accelerazioni e decelerazioni che sbatacchiano l’anima, è l’unica cosa capace di competere con la delusione del vedere i Tool uscire dal palco appena finisce. Per fortuna appare un timer sullo schermo: falso allarme, era solo la fine della prima parte e i Tool hanno la possibilità di riscattarsi. Dopo dodici minuti Danny Carey torna sul palco e ci delizia con un assolo di batteria e synth modulari lunghissimo e non proprio per tutti (io mi diverto molto ad ascoltarlo, ma in tanti penso si svaghino soprattutto con le inquadrature in prima persona che appaiono sullo schermo). Poi, dopo questi tecnicismi futuristi, un altro bell’omaggio ad Undertow: una malvagia Flood con tanto di grafiche a tema dove il mefistofelico artiglio rosso prende vita. Sulla sfuriata finale esplodono pure i coriandoli e mi immagino già un finale “hit parade” ma no, ritorna la noia dei pezzi blandi e infiniti del fottuto Binoculum. Il copione del finale del film è come se l’avessi già letto: l’unica cosa che riesce a sopire la mia sottile delusione, quando Maynard annuncia l’ultimo pezzo (è qui che ho potuto fare una foto con il mio “fucking phone”, che per questi pochi minuti diventa legale), è la bellezza della canzone: una Stinkfist coriacea, spavalda, emblematica. Memorabile, ma forse non basta.

Il concerto finisce e, come conviene in una grande arena semivuota, mi defilo via dal posto senza pronunciare una parola, fluendo via con la piccola folla educata. Mi riguardo attorno: la gente come me, frustrata da una serata dove abbiamo visto più il potenziale della band di fare un concertone che un vero e proprio concertone, dev’esserci ma non si nota: siamo la maggioranza silenziosa. Qualcheduni che sono rimasti estasiati dal concerto di stasera invece ci sono, e si notano eccome. Seguaci dalla fede indiscriminata? Non impossibile. Amatori dell’ultimo album? Devono pur esistere.

Riccardoni? Per forza. Non posso fare a meno di pensarlo.

 

Suffocation – Morte in diretta TV

Suffocation live @La Gaîté Lyrique, Parigi, 10/06/2024

Col metal estremo ho una relazione profonda fin da quando ero ragazzino. Da quel primo ascolto di Angel of Death passatami col Bluetooth sul Samsung Star, che ad oggi è ancora la più grande epifania musicale della mia vita, niente è stato più lo stesso. Il thrash metal, grande amore adolescenziale e vera costante del mio periodo nella scena metal fiorentina, mi ha svezzato facendomi capire l’energia magica che possono sprigionare i ritmi primitivi, la potenza bruta, l’efferata velocità. Il black metal, accogliendomi quando, solitario, mi sono allontanato dalle velleità scenistiche, mi ha reso maturo aprendo la mia mente alla gelida bellezza di atmosfere violente e stranianti. Poi, a finire la triade d’oro del metal estremo, c’è il death metal, che però è un discorso a parte. Il death metal è un po’ come la scatola di cioccolatini di Forrest Gump, e per me è sempre stata come una miniera da cui estrarre, alla bisogna, un’enorme quantità di elementi musicali diversi, nuovi e sorprendenti.

Nel mio decennio di ascolti di questo genere (doveva essere proprio il 2014 quando per la prima volta misi su The Sound of Perserverance dei Death e la mascella mi si separò dal corpo), il death metal mi ha fatto tantissimi regali, fornendomi album fondamentali (ne cito qualcuno) che hanno ampliato la mia visione della musica nelle maniere più improbabili: con la corrente technical (Atheist - Unquestionable Presence, 1991) ho scoperto che un’impostazione musicale jazz o fusion non solo si può prestare alla musica estrema, ma può anche contribuire a renderla squisitamente contorta; con la corrente melodic (Edge of Sanity - Crimson, 1996) ho imparato che anche la musica estrema può avere la potenza evocativa di poemi omerici o affini, e tutto ciò senza dover per forza ricorrere ai fastidiosi stilemi fantasy di power metal e affini; la corrente grindcore (Napalm Death - Scum, 1987) mi ha insegnato che l’abrasività sonora, quando viene portata al parossismo, è un’arma politica, un equivalente in musica della lotta armata; infine, la corrente brutal (Cryptopsy - None So Vile, 1996) mi ha riconciliato con gli elementi più “demolitivi’ non solo del metal, ma della musica in generale: nel marasma di canzoni con sedicimila variazioni e una quantità di note suonate insensata, un po’ come a carnevale, ogni scherzo vale: i breakdown lenti e spazza-folle che nel beatdown hardcore mi stanno un po’ sulle balle acquistano un senso, svegliando in me un sentimento di rabbia catartico, sano e mai pericoloso per me o per gli altri; il continuo susseguirsi di sezioni spesso sconnesse tra loro armonicamente e ritmicamente, che mi irrita in moltissimi generi (dal jazz moderno al noise rock fino all’art o hyper-pop), mi dà un’improbabile soddisfazione; e tra queste ultime sezioni, se ci pensate, le linee di batteria con un polka beat in quattro quarti ma con la doppia cassa a manetta, accompagnate una chitarra che spara bassi distorti in sweep picking, non sono concettualmente troppo differenti dai drop pur cui si esaltano tutti i disprezzabili raver che ballano l’odiosa psytrance… eppure cazzo se svegliano qualcosa nel mio corpo!

Quando Théo mi manda un link per prendere i biglietti gratuiti per un concerto dei Suffocation alla mitica Gaîté Lyrique non mi faccio nemmeno una domanda. Semplicemente, ringrazio la vita per avermi dato un amico appassionato di musica estrema e inserito nell’industria musicale, che non solo scova occasioni prestigiose come questa, ma mi ci accompagna anche con piacere e simpatia. Gli ingressi su Dice escono alle 15. Alle 15:02 sono miei. Mi rinfresco la memoria con un paio di ascolti di Pierced From Within (1995), uno dei tipici album della cui esistenza sono al corrente da che ho memoria, e che in qualche modo so come suona anche senza essermelo mai messo nelle cuffie prima d’ora. Il suo sound è esattamente quello che avrei previsto: violento, caotico, incessante. Tutto quello che voglio da un lunedì sera di festa col mio amico più “semibbrudal”.

Il giorno arriva e non mi sento nemmeno in formissima, ma c’è un bel sole caldo che fa proprio venire voglia di devastante death metal e ci incontriamo per farci un aperitivo in un barretto di Strasbourg-Saint-Denis dalle pinte economiche (ogni parigino ha il “suo” bar di Strasbourg-Saint-Denis dalle pinte economiche, ed è sempre uno diverso: la mia teoria è che si spawnino appena nominati). Con Théo c’è una sua collega molto simpatica, Joanna, che è già venuta a un paio di serate a cui sapeva che sarei venuto nonostante mi avesse conosciuto nel peggiore dei miei stati alla fine della MaMa Music Convention (il mio live report più divertente a mani basse, ma accidenti come sono stato insopportabile quella sera). Una vera temeraria, non c’è altro modo per definirla, e lo conferma anche il fatto che oggi è il suo primo concerto di metal estremo, una musica che non conosce affatto. Le auguriamo buona fortuna, mentre discutiamo di come contiamo vivere l’esperienza: Théo vuole un po’ fare a manate (come al solito, quel bandito), io invece mi vedo bene a godermi lo spettacolo dietro al pit con le braccia conserte e la faccia scorbutica.

I due fra del musicbiz mi raccontano la ratio della serata: si tratta, in realtà, delle riprese di Cérémonie, una trasmissione destinata ad andare in onda su Arte Concert. La notizia, in altri contesti, mi avrebbe forse deluso (voglio andare a un concerto, non in uno studio televisivo), ma stasera non è così, perché Arte Concert è un canale che rispetto enormemente e perché questo inaspettato contesto mediatico porterà per forza, oltre che una band di tutto rispetto in una venue tanto spettacolare quanto inadatta, tutta una serie di dinamiche sociali certamente simpatiche, specialmente le interazioni tra deathster assetati di sangue e individui che, un po’ come noi del resto, sono lì più per caso o per affiliazione al business dell’intrattenimento.

Entriamo alla Gaîté Lyrique e, dopo una sempre magica ispezione dei barocchi luoghi mentre al bar passano Twisted Sister e Iron Maiden (li miei padri), ci decidiamo ad entrare nel cubo nero. La sala, a pochi minuti dall’inizio del concerto, la si nota sold-out solo a parole: la capacità ridotta di stasera è più una scelta logistica che altro. Anche l’annunciatrice, prima che venga dato l’“azione”, ci ricorda di fare attenzione ai cameramen che si possono incontrare nel pit (più il contrario, semmai, ma prendiamo nota) e che tra pochi istanti, prima dei Suffocation, Seth Gueko farà un’intro che, alla bisogna, potrebbe prendere più di una take. “Ma come, non conosci Seth Gueko? È un rapper famoso”. No, non lo conosco, ma lo riconosco: accappatoio, tatuaggi in faccia e sulle mani, pelato, barbuto… ma è quello che faceva il testimonial per la 8.6, la birra preferita dei senzatetto! Il copione non è complesso: “Buonasera cari poco di buono, vi presento… Suffocation”. Perfetto, buona la prima.

Tra il clamore generale, montano sul palco cinque individui che, a primo impatto, mi comunicano una sola cosa: rimaneggiamento estremo della line-up. Io la trentennale storia dei Suffocation e dei destini dei suoi membri non la conosco, ma so già di per certo che solo due delle persone sul palco sono nella band da più di quindici anni: sicuramente, il bassista dai capelli lunghissimi e finissimi e il chitarrista pelato con i dreadlock (solo nel metal estremo si può realizzare questo ossimoro). Il resto della band, specialmente l’improbabile cantante under-40 (la band esiste dal 1988) con lo smanicato da basket, hanno stampato in faccia un ingresso recente nel gruppo, e il fact-checking non mi smentirà. Ma in fondo, io ai Suffocation non sono per niente affezionato: se fossero i Sepultura, ancora ancora un paio di domande me le farei, ma stasera siamo qui per divertirci e questo giovanotto che risponde al nome di Ricky Myers ce lo fa subito presente: possiamo montare sul palco, possiamo saltare gli uni sugli altri, possiamo fare tutto quello che ci pare finché non procuriamo danni materiali ad Arte. E allora via.

I redivivi attaccano a suonare e, innegabilmente, l’impatto è immediato. Una devastante Thrones of Blood, a partire dal momento in cui il cestista intona il primo bestiale growl, mette subito le cose in chiaro: se i Suffocation sono su un’emissione di un certo livello culturale è perché sono una band nettamente superiore alla media sia per quanto riguarda la tecnica sia da un punto di vista dello sconquasso sonoro e persino della stage presence, conservatasi parecchio cazzuta. Nonostante a prima vista il batterista Eric Morotti sembri avere un tocco educato, persino poco vigoroso, le sue acrobazie sono in realtà molto potenti e costituiscono un’impalcatura più che solida a quella struttura tetraedrica dai numerosissimi e demonici riff che sono le canzoni del quintetto newyorchese. Io e i miei amici dal bordo della voragine che si è aperta nel mezzo della Gaîté osserviamo la scena e ce la ridiamo: ci sono i peggiori buzzurri del mondo che stanno battagliando mentre un paio di temerari cineoperatori li seguono dai margini. Nel mentre, il braccio meccanico di un dolly sale e scende per inquadrare bene il gruppo nella sua interezza, alternandosi a un paio di cameramen che ogni tanto si avventurano a pochi centimetri dai membri, soprattutto per inquadrare gli acutissimi e goduriosi assoli di chitarra di scuola slayeristica che Terrance Hobbs, il membro storico, sparerà praticamente una volta a canzone.

Il pubblico, in ogni caso, reagisce bene, c’è tanto movimento, e soprattutto tanto stage diving, al punto che viene inevitabilmente da chiedersi quanto di questo derivi dalla pura adrenalina del momento e quanto dalla vecchia e dura a morire voglia di finire in TV. Forse un po’ tutte e due: c’è gente che ha negli occhi il fuoco della malvagità musicale che sta vivendo e si butta dal palco agitandosi come invasata, ma anche gente più prudente, e tra questi ultimi alcuni hanno in testa una Go-Pro fornitagli da Arte Concert per arricchire Cérémonie di qualche ripresa POV. Tutti questi elementi registici, alla fine, danno al concerto proprio quello di cui ha bisogno una serata death metal il lunedì sera: un po’ di cazzonaggine. La musica dei Suffocation non può non dipingerti sul viso “il grugno” (nel mio caso, è un punto intermedio tra la faccia da guerra di Jens Kidman dei Meshuggah e quella di Abbath degli Immortal), ma al contempo, come in un film splatter di serie Z, bisogna ricordarsi che tutti questi incomprensibili racconti di eviscerazioni, sgozzamenti e mattanze di vario genere sono una grande, buffa, finzione. E tutti nella sala lo capiscono, perché in fondo nessuno è veramente violento, anzi: la voglia di divertirsi è palese negli sguardi e nei sorrisi di tutti (e tutte: la quantità di donne, anche nel pit, non è altissima ma arriva già ad essere apprezzabile). Persino nel gruppo stesso: ogni volta che Myers urla: “Circle pit!” si legge nei suoi occhi la soddisfazione di un invito a un gioco collettivo che viene accolto con piacere; o ancora, ogni volta che una canzone finisce in maniera brusca e il vocalist passa dal growlare con estrema cattivera roba tipo, appunto, “Pierced From Within!” al dire: “Merci” con una voce normalissima mentre in sala si sente il suono di almeno cento persone che riprendono fiato all’unisono, non si può che intendere questi giochetti come piacevoli divertissements di uno spettacolo macabro che si concede anche un po’ di tamarraggine.

La scaletta avanza e, per quanto dura da decriptare per noi dilettanti dell’universo Suffocation, sembra anche piuttosto equilibrata: i nostri hanno fatto uscire Hymns From The Apocripha a novembre 2023, ed essendo il primo album con la formazione ringiovanita, si merita la giusta promozione, ma ciò non impedisce di portare in scena gli highlight dell’abbondante discografia dei deathsters. Il primo pezzo mai scritto dai Suffocation, Catatonia, ritorna direttamente dal ’90 deliziandoci con quel retrogusto di first wave of black metal che smette di volersi dilettantistica, che poi è quel che rende così sfiziosi gli album death metal degli inizi (un esempio lampante che mi viene in mente: Cancer - To The Gory End, 1990). Infine, i cinque decidono di finire il loro set con un omaggio al debut album Breeding the Spawn del ‘91, che poi è il vero fan-favorite, con una combo Liege of Inveracity seguita a ruota da Infecting the Crypts che, a suon di skank-beat, regala allo stesso tempo il culmine della spettacolarità alle telecamere e un’ultima scarica di schioppi sonori gratuiti alla folla ormai interamente headbangante.

Il concerto è durato un’ora e, in totale tranquillità, il pubblico non pagante se ne va a fare la sua cena a orari spagnoli all’ora del crepuscolo: chi l’avrebbe detto che la musica estrema potesse essere così comoda! Per una persona come Joanna, ancora beatamente ignorante e illibata nel campo del brutal death metal, non poteva esserci introduzione migliore. Io e Théo, un po’ più avvezzi al vivere (anche insieme, anche su queste pagine) concerti di quella che possiamo bonariamente rinominare “musica da pogo”, siamo egualmente soddisfatti. Noi che, non appena parte un breakdown coi quattro sul china, ci ritroviamo ad avere animate e spesso (per colpa mia) sgarbate discussioni sulle interpolazioni tra maschilismo, culto della violenza e mosh-pit, stasera ci troviamo su un terreno comune. Ci siamo divertiti entrambi allo stesso modo, ci sentiamo anzi spensierati, e imitiamo growl e blast-beat ridendo a crepapelle davanti ai nostri polli al curry del ristorante indiano.

Forse è la magia del piccolo schermo che alla fine, rendendo noi e tutti quelli che erano alla Gaîté Lyrique protagonisti dell’intrattenimento altrui, ha permesso un clima di serenità e svago che altrimenti, forse, non sarebbe stato possibile, o non a questo livello. Forse ancora è la magia del metal, musica che in fondo ha come scopo primigenio quello di soddisfare le volontà di epicità del nostro mondo interiore, e che stasera ci ha catapultati in un folle turbinio di orrori e violenza che però, come in una commedia macabra, sono solo un prodotto di fantasia creato apposta per solleticare l’immaginazione. Probabilmente, è un insieme di entrambe le cose.

In ogni caso, una cosa è certa. Anzi, due. La prima è che la divertente e caotica catarsi del metal estremo merita assolutamente di diventare il soggetto di una trasmissione televisiva, e sono contento di essere stato testimone di questo evento (il primo, spero, di una serie a più puntate).

La seconda, è che guarderemo sicuramente le repliche.

 

Descendents – La band più forte del mondo

Descendents live @La Laiterie, Strasburgo, 14/06/2024
I Descendents sono il mio gruppo preferito di tutti i tempi. Lo sono da più di dieci anni, lo sono oggi stesso, lo saranno per sempre. Quello che provo per i Descendents è semplicemente un profondo amore, nient’altro. Quando mi chiedono dei migliori concerti a cui io sia mai stato, preciso sempre che quelli dei Descendents stanno in una categoria a parte e perciò non possono entrare nella lista. Non è che un concerto dei Descendents sia qualitativamente od emozionalmente superiore di eoni al set di Aphex Twin al Primavera Sound 2017 (miglior concerto di sempre) o all’esibizione dei Sunn O))) di questo aprile (miglior concerto dell’anno). Semplicemente, un concerto dei Descendents è proprio un’altra cosa. Non so spiegarlo meglio di così.

È dal 2019 che non vedo dal vivo il mio gruppo preferito. Cinque anni. Tanti. L’anno scorso, purtroppo, me li sono persi perché Milo Auckerman ha avuto un infarto a Barcellona, prima di cominciare la tournée. Non ho mai veramente rosicato per i Descendents che mi scompaiono, da un giorno all’altro, dalla line-up dell’Xtreme Fest. Quando lessi la notizia l’unica cosa che sentii fu una sincera preoccupazione per Milo, anche se il comunicato metteva subito in chiaro che stava bene. Mi prese un piccolo coccolone, come se fosse stato un mio parente. E una piccola lacrima di sollievo al vederlo filmato sul letto di ospedale nella stessa buona forma in cui è sempre stato. Non so se, lì per lì, feci un po’ il lutto del rivedere il mio gruppo preferito ancora una volta. Forse sì, e mi misi l’anima in pace. Aver visto questa band straordinaria già due volte, oltretutto al più grande festival musicale d’Europa e al più grande festival punk d’America, era stato un onore, uno dei più bei regali che la vita mi avesse fatto. Poi, due mesi e mezzo dopo, capitai su un video che non mi aspettavo: i Descendents in Giappone che ribaltano locali uno dietro l’altro. Restai senza parole, ma del resto che cosa si può veramente dire a riguardo? Bill Stevenson è sopravvissuto a un tumore al cervello e ancora suona la batteria a velocità insensate. Milo aveva avuto un infarto a fine luglio e a inizio ottobre stava già sgambettando in un tournée in Oceania. Dai su, ma di che parliamo.

Finisce che i californiani rispettano la promessa di tornare in Europa per riscattarsi dall'assenza dell'anno scorso e annunciano il tour estivo. Lo spot da headliner all'Xtreme Fest è quasi un'ovvietà (e so già che andrò). Qualche giorno dopo, però, spunta una data in una sala che si chiama La Laiterie, a Strasburgo. Nel dubbio, compro senza nemmeno guardare l'agenda. Sarei stato capace di andare da solo ma il caso vuole che Sophie, visto che l'intreccio ha una sua logica e che, paradossalmente, Strasburgo è a metà strada tra Parigi e Digione, stasera mi raggiunge. Penso che sia curiosa di vedere la mia trasfigurazione di fronte ai Descendents ma anche che, senza dirlo esplicitamente, voglia fondare una tradizione: dileggiarci, almeno una volta ogni due stagioni, in esperienze concertistiche provinciali (perché Strasburgo sarà anche la capitale d'Europa, ma per me che sto a Parigi è sempre provincia).

Ho preso mezza giornata di ferie perché anche solo immaginare di perdermi il concerto mi fa male al cuore, perciò arrivo nel capoluogo alsaziano a metà pomeriggio, ma l’idea di fare del turismo in assenza della mia bestie mi sembra un po’ offensiva, perciò mi dedico perlopiù al riposo e all’acquisto di derrate necessarie ai giorni successivi, consistenti perlopiù in lattine di Kronenbourg (perché, anche se la Kronenbourg è la birra industriale nazionale, è comunque una specialità locale). Il weekend che seguirà sarà ricco in scalate di chiese gotiche, vagabondaggi fra canali e tartes flambées. Finirà, casualmente e simpaticamente, a gay pride e vino (anzi: vodka alla violetta, che è l’equivalente queer del vino). Ma in questo momento il futuro non solo lo ignoro: lo scanso. C’è solo una cosa che conta in questo istante: i Descendents. Lemme lemme, me ne vado verso la venue con addosso una sensazione febbrile. Ho lievi palpitazioni, tic nervosi di eccitazione. Le farfalle nello stomaco.

Quando arrivo con anticipo estremo alla Latteria, ancora chiusa (ma che sfoggia una programmazione esiziale, che svaria da Dying Fetus a Len Faki, da Nouvelle Vague a Johnny Mafia), queste sensazioni scemano un po’, per il semplice fatto che mi accorgo di non essere l'unico scemo a provarle: davanti alla sala c’è la mia famiglia di invasati, una piccola e cazzonissima comunità di malati di Descendents come me (gente che ha il tatuaggio di Milo) o pure peggio di me (gente che ha il tatuaggio di Allroy). Forse è così che si sentono le swifties. La cosa divertente della faccenda è che siamo a una mezz’ora a piedi dalla frontiera con la Germania e che una buona metà del pubblico viene dalla Repubblica Federale, il che rende l’atmosfera esotica al punto giusto. Mentre facciamo la coda per entrare, mi si racconta di terre lontane tipo Karlsruhe o Freiburg, di modo che, forse per autosuggestione, l’interno della Laiterie che mi si svela dietro ai buttafuori ha un’atmosfera po’ “ti Cermania”: il luogo è razionale e ben congegnato e al contempo un po’ roncio, un po’ come quei bar di Berlino dove i baristi spillano sessanta tipi di birre diversi con una maestria da balletto classico mentre nella sala di fianco la gente si fa le canne al chiuso. Cedo per un po’ di merch e, ormai febbrile non solo per i Descendents ma anche perché non ho messaggi di Sophie, il cui treno arriva alle 20:20 (main act on stage at 21:00), decido di distrarmi, senza troppo trasporto, con l’opening act.

Ad aprire la danze, com’è giusta consuetudine, c’è un gruppo francese, un quartetto parigino rispondente al nome di Hogwash. I ragazzi (un po’ stagionati, come diceva qualcuno) suonano quel classico skate punk di stampo californiano anni ’90 un po’ ossimorico: talmente veloce, a volte, che non riesce ad arrivare dritto alle corde dell’animo. Specie in una serata che ha una certa sacralità, penso che in molti sentano questa sensazione di troppo che stroppia: i riffazzi melodici alla Offspring, la batteria di foggia barkeriana e i cori, per quanto si vogliano festivi al massimo, non riescono a smuovere veramente le folle. Il gruppo è comunque simpatico ed è bello vedere quanto siano emozionati di fare da opener sulle date francesi dei Descendents (sfido io). In compenso, se gli Hogwash sembrano perfetti per una rassegna pogaiola come il sopracitato Xtreme Fest non li vedo per forza troppo pertinenti ad un concerto dei Descendents: troppo adiacenti a una deriva bastarda del loro sound, suonano alle nostre orecchie un po’ sforzati. Per chi ha una buona memoria, vidi un gruppo dallo stile simile, gli SliP, in apertura ai Johnny Mafia in banlieue parigina. Così come quella band si rivelò un opener abbastanza memorabile proprio perché assai diverso dall’headliner, così stasera sarebbe stato perfetto avere un gruppo indie/garage rock ad aprire le danze invece di ascoltare subito questo pop-punk sparaflesciato che non possiamo non trovare un po’ pacchiano quando andiamo, inevitabilmente, a compararlo alla band per cui siamo venuti.

Detto ciò, il concerto si fa seguire con un piacere più dovuto al fatto di “essere qui” che alla musica. Non ho amato il set ma non me ne lamenterò un solo secondo perché l’euforia è troppa, specie quella di ritrovare mia sorella non appena finisce l’ultimo pezzo. Sono con la mia persona preferita al mio concerto preferito. È anche la prima volta che vedo i Descendents al chiuso e non a un festival. Non sembra reale, ma lo è. Faccio un po’ di catch-up con Sophie, perché non ci vediamo da mesi e abbiamo tantissimo da raccontarci, ma lo nota pure lei che non riesco a staccare gli occhi dal palco e che nella mia testa la lancetta dei secondi sta ticchettando sempre più forte.

Poi li vedo. Bill, gigante buono, saluta tutti sotto alle sue cuffie da cantiere e sorride nel modo più gentile e naif possibile. Stephen, con la pelata luccicante, se la ride sotto i baffi con l’espressione un po’ perversa di chi sa che tra pochi istanti dal suo plettro uscirà il divertimento, quello vero. Karl, canuto e serio, imbraccia il basso con concentrazione e saggezza. E poi c’è Milo, che è un po’ tutti noi: senza stile, semplice, infiammato da una passione che non si può spiegare a parole: bisogna vederla. “Alright, are you feeling this?”. Cazzo, Milo, certo che sì. Parte Feel This e non ci sono più.

Quello che succede da questo momento in poi è semplicemente magico: il concerto perfetto, col suono perfetto, col pubblico perfetto. La mia mente non risponde: sono completamente preso dalla musica che meglio mi rappresentava quando avevo quattordici anni, che meglio mi rappresenta adesso, che meglio mi rappresenterà per tutta la vita. È una trance, e non posso fare a meno di agitarmi da tutte le parti, alzando più e più volte le braccia verso la band più forte del mondo. Perché questo sono i Descendents: la band più forte del mondo. Sono sulla sessantina ma, mentre cantano testi sugli amori adolescenziali, trasmettono una sincerità, una spensieratezza, una gioia di vivere, che non si ottengono nemmeno se sommo quelle delle dieci giovani band più genuine che ho mai visto. Non solo: suonano canzoni di una difficoltà estrema, di quelle che ti lasciano col fiatone, e lo fanno senza fare pause. I pezzi si susseguono come una raffica di mitra e non puoi che chiederti: ma come fanno? Intenzione in purezza.

Persino io, cantando a squarciagola tutte queste canzoni, perdo il fiato, non respiro più. Ma il mio corpo va col pilota automatico, e allora ecco che in qualche modo mi si apre un terzo polmone, come ai mistici buddisti che risvegliano chakra sconosciuti. Penso che possa succedere solo quando ti sfila davanti senza soluzione di continuità una decina di canzoni che costituiscono le fondamenta non del tuo gusto musicale, ma del tuo essere persona. Pezzi d’amore e tristezza (due facce della stessa medaglia) come Hope, Silly Girl, Clean Sheets, che mi hanno insegnato a non aver paura dei miei sentimenti, a non trovarli mai ridicoli, pezzi che sono la ragione per cui ad oggi, quando scrivo, vado fino in fondo; canzoncine nevrotiche e solo a prima vista stupide come I Like Food o I Wanna Be a Bear, che mi hanno insegnato ad accettare i miei momenti di pura euforia e anzi a coltivarli, per quanto possano sembrare idioti; o ancora un pezzo come Everything Sux, che ancora oggi mi insegna che delle giornate in cui va tutto storto si deve sempre un po’ ridere. Tutte canzoni che mi hanno migliorato la vita per sempre, insomma. E guardando le facce intorno a me so che non sono il solo. Come faccio, perciò, a non cantarle a tutto fiato?

Ogni tanto, dopo sequele di classici intramontabili che mi rendono asmatico, partono brani un po’ più recenti ed estratti da album a cui sono meno affezionato, come Hypercaffium Spazzinate (2016) o 7h & Walnut (2021). Un attimo di lucidità torna in me: parte Nightage e mi dico: “Porca vacca, ho lasciato la mia amica indietro!”, vedo Sophie ai margini del mosh-pit, vado a dirle: “Incredibile, no?”, ma poi parte il ritornello e l’ipnosi ricomincia. “I’m never getting through the night!” (se morissi stasera mi andrebbe bene), e bum, mi ritrovo schiacciato alla transenna. Il giochino si ripete più e più volte e in qualche modo mi permette di respirare in maniera sensata. Ma la mia amica, quando vado a trovarla per poi scusarmi e scappare, capisce e anzi mi incita: “Vai pure, spacca tutto”. Detto fatto. Partono altre canzoni fondanti, che mi hanno reso chi sarò per sempre, come I’m Not a Punk che mi ha insegnato l’unico modo di essere punk che mi corrisponde: fottersene dello stile, delle pose e dell’attitudine. Fottersene di essere giudicato per chi si è, poco importa se a giudicarti è la società conformista o, al contrario, gli stessi anticonformisti. “I’m just a square, going nowhere”, non mi rompete le palle. Un ethos a tutti gli effetti, in un minuto e quattro secondi.

Dopo Rotting Out, vero capolavoro emo (non ho in mente una sola canzone di gruppi emo veri e proprio che parli così bene di bile nera), ho quasi svenimenti da partita di calcetto scapoli contro ammogliati e, provvidenziale, arriva l’intermezzo di Van (vita da tour, rutti, scuregge e compagnia) che fa sempre tanto ridere. Visto che è una canzone pressoché impossibile da cantare e pogare mi ritiro un attimo e osservo i californiani nel loro momento di strafottenza definitivo: sono quattro amici per la pelle, ne hanno vissute di tutti i colori insieme e la vita comune in tour è ciò che li rende più felici in assoluto. Quando li vedi suonare questa canzone, è impossibile metterlo in dubbio. Lo confermano anche le loro facce: Bill continua a sorridere senza sosta perché sente che sta facendo qualcosa di bello; Stephen ha espressioni indiavolate ed è fatto di pura adrenalina; Karl sta godendo del suono possente con cui ci sta bombardando; Milo è un fiume di sudore e dà tutto sé stesso per la sua arte.

Il concerto perfetto. Sindrome di Stendhal. Partono canzoni pazzesche una dietro l’altra ed è troppo per essere vero: Myage, che è come ho vissuto tutta la mia adolescenza e When I Get Old, che è come voglio vivere il mio invecchiamento; Coolidge, che racconta di come mi sento quando trovo che sono uno sfigato inutile e I’m the One, che racconta di come mi sento quando mi sento la persona migliore e più ganza del mondo. Bikeage, la mia canzone preferita, per le sensazioni ataviche che mi risveglia: un omaggio alla parte buona di me che, senza saperlo, ha sempre risieduto nella mia “teenage angst”. La mia gente, tutto attorno a me, lo capisce e mi tira su: è un’emozione unica quella di urlare il testo di questa canzone a tu per tu con chi l’ha scritta, guardando negli occhi chi ha “the way to say what I can never say right”. Quella persona è Milo, e non è un caso se subito dopo parte proprio Thank You, la dedica definitiva al musicista ignoto che sa farci sentire forti, compresi, completi. “I won’t say your name, you know who you are, I’ll never be the same again”, urliamo in coro mentre il cantante, eterno giovane, si mette davanti alla transenna e si fa abbracciare da tutti. “Thank you for playing the way you play”. Davvero.

Difficile glissare su una quantità di canzoni straordinarie che sono state suonate stasera (i manifesti politici ‘Merican e Suburban Home; altre dolcissime love songs come Nothing With You e Without Love, altri sfoghi edonistici-autistici come Wienerschnitzel e Coffee Mug). Una cosa però la devo dire: nella loro ora e un quarto di concerto a Strasburgo i Descendents hanno suonato trentatré canzoni. 33. Tren-ta-tré. Come i trentini che entrarono a Trento trotterellando. Ma ci rendiamo conto? E nonostante ciò, resta una quantità insensata di capolavori che sono dovuti restare fuori dalla scaletta. Che siano riusciti, in quarant’anni di carriera, a scrivere così tante perle, ancora ancora posso capirlo. Ma come sia possibile che quattro esseri umani dall’aspetto così normale, sulla sessantina, riescano ancora a regalare un’esperienza così trascendentale a quelle settantuno (sì, le ho contate sulla maglietta del world tour: settantuno date in quattro mesi e mezzo) città in giro per il mondo? Fisicamente, la cosa non ha senso: viola proprio le leggi della termodinamica. L’ultima canzone dell’encore però, dà una risposta a questo paradosso: “When I Get the Time I’d like to sit down and write a little rhyme for you, just a couple few, and tell you what you mean to me”. Canto a squarciagola e, per la prima ed ennesima volta, capisco che l’impossibile è stato reso possibile per una sola ragione: i Descendents tengono a noi. È la forza dell'amore.

Usciamo dalla Laiterie con gli occhi a forma di cuoricini. L’anima è in estasi, il corpo un po’ meno: io, in particolare, sembro uscito da un tuffo in piscina da vestito. Bevo qualcosa come quattro pinte di acqua e in seguito, tornato al B&B, farò comunque una sola pipì, normalissima, e così anche i principi di base dell’anatomia se ne sono andati a farsi fottere. Un solo, ultimo evento degno di nota: Bill Stevenson, che è di fatto il vero leader del gruppo, è uscito dal van della band e ha avuto una parola per tutti, ma proprio tutti quelli che erano rimasti lì. A me ha insegnato a cantare “peppermint patty”, la canzone che lui e Milo hanno inventato all’ospedale di Barcellona, sul ritmo dell’elettrocardiogramma. Mi ha raccontato della serata in cui sono usciti dal reparto cardiologia e si sono sparati una paella gigante, mi ha detto quanto Milo sia un amico importante per lui. Non gli ho neanche fatto vedere il tatuaggio ma, in mezzo alla folla adorante, mi dedica cinque minuti del suo tempo Bill Stevenson, un uomo che da quarant’anni è la linfa vitale del punk americano, producendo gente tipo NOFX e Rise Against. Il batterista che, oltre che su tutti i dischi dei Descendents e degli ALL, suona su praticamente tutti gli album dei Black Flag, compreso My War. Non so se ci rendiamo conto. Bill parla con tutti e poi, prima di partire per Lilla, ci ringrazia. Non è solo una lezione di umiltà: è una conferma che il nostro infinito e incondizionato amore è corrisposto.

Sono piccole cose, certo. Ma sono le piccole cose che fanno sì che i Descendents non siano solo una band molto forte, ma la band più forte del mondo.

 

Turnstile – Save your generation

Turnstile live @L'Olympia, Parigi, 17/06/2024
Il weekend più punk dell'anno dura per forza fino a lunedì sera. Se fosse finito di domenica, non sarebbe stato punk abbastanza. Venerdì sera Descendents. Sabato sera infiltrazione furtiva a una serata house music post-gay-pride nella stiva di un battello fluviale su un canale del Reno. Domenica sera partitone di Sarabanda al Motel dove ci siamo fatti demolire dagli habitués. Ma se Paul Simon aveva 50 Ways to Leave Your Lover io e Sophie, per fare caciara a giro, ne abbiamo 50+1. Perciò: lunedì Turnstile.

Era da troppo tempo che volevamo andare a vederli insieme. Due anni, addirittura: i biglietti per l’Elysée Montmartre del 2022 non riuscimmo proprio a prenderli. E sebbene io potei recuperare la band al Primavera Sound dell’anno dopo, il fatto che Sophie se ne sia rimasta a bocca asciutta mi aveva generato una sorta di senso di colpa soggiacente che potremmo rinominare “FOMO per conto terzi”. Ecco che perciò, non appena è stato annunciato il loro passaggio all’Olympia, ho preso i biglietti sia per me che per la mia amica, in guisa di regalo di compleanno. Un compleanno molto anticipato, certo, ma i regali puntuali sono noiosi.

La prima volta che ascoltai i Turnstile mi erano stati venduti da Tommy (grande talent scout) come il nuovo fenomeno del punk odierno, appena dopo l’uscita di Time & Space nel 2018. A quell’epoca avevo una facile tendenza a relegare in un personale dimenticatoio (o peggio, un ignoratoio) tutto quel che fosse potuto essere descritto al contempo con gli aggettivi “hardcore” e “moderno”. Sono ancora convinto che a quell’epoca di ritorno alla moda dell’HC, tutto quel che passava in convento (ovvero su piattaformacce tipo Hardcore Worldwide) era perlopiù un accrocchio di beatdown brutaleggiante senza coerenza. Una parte di spocchia da purista però in questo mio rigetto c’era eccome. Se un album non comincia con uno skank-beat ed è registrato in maniera decente, pensavo all’epoca, non merita poi granché della mia attenzione, perciò ai primi ascolti dell’album di consacrazione del quartetto di Baltimora mi dissi dubitativo. In realtà il dubbio era di natura assai semplice, riassumibile in una domanda degna di un dibattito alla casa del popolo di Berlinguer Ti Voglio Bene: “Pole l’hardcore punk suonare contemporaneo e allo stesso tempo avere una scrittura autentica, dritta al punto ed efficace?” “Sì”. E così imparai ad apprezzare Time & Space.

Ancora non avrei considerato i Turnstile una band generazionale, ma al meglio un gruppo che si distingueva dalla massa delle scialbe novità di quel periodo. Poi, però, mi capitò di vederli in concerto a un festival nientepopodimeno che a Chicago. Sarà che giocavano in casa, sarà che il Riot Fest alle 13:55 è un luogo ricettivo a questo genere di musica: fu un concerto potentissimo, mozzafiato, duro ma addolcito da quel sottotesto di candore che porta in sé la stage presence estatica di Brendan Yates, già all’epoca considerato da molti avventori come una futura icona. Da quel momento in poi cominciai a vedere i Turnstile in un’altra ottica, specie perché recuperai Nonstop Feeling (2015) che scoprii essere il vero capolavoro del gruppo: quel condensato di riff aggressivi ma al contempo sentimentali, con tutte le sue capatine a volte nella musica estrema a volte in sonorità pop, i “drop” mai piazzati a caso ma sempre con una ratio non casinista o violenta, bensì emozionale, era il suono che poteva ridare lustro all’hardcore punk perduto, rimodernando con cura il legato delle correnti east coast (dagli schiaffoni bostoniani di scuola Slapshot fino al delizioso paradosso delle lagne cazzute reso possibile dall’accademia dei fugaziti, con sede a Washington, D.C.).

Fu solo durante la lunghissima epoca di promozione di GLOW ON, vissuta tra gli andirivieni delle normative sul coronavirus (ricordo sia di ascoltare i nuovi singoli con Tommy al parchetto a Firenze, improvvisando micro-mosh-pit, sia chiuso in casa ammazzando il tempo su RYM dopo il coprifuoco parigino delle 17), che mi accorsi che quei Turnstile che vedevo come un bel prospetto nella rosa delle mie giovanili stavano diventando il fenomeno diciottenne in trattativa per il Manchester City a più di cinquanta milioni di sterline. L’industria non ci stava solo puntando, ci stava già mangiando sopra, perché ancora prima che l’album finalmente uscisse in quel fatidico 27 agosto 2021 era già noto che sarebbe stata l’opera che avrebbe riportato i suoni dell’hardcore punk al grande pubblico, un disco di quelli che creano mode e tendenze. Quando le parole “punk” e “moda” si ritrovano a stare nella stessa frase di gente che storce il naso ce n’è inevitabilmente ad ogni lato: Paolo per esempio, da quando i Turnstile sono esplosi, li ha accantonati nel suo personale disprezzatoio, altresì noto come quello che lui chiama “musica per gente col cappellino da pescatore”. Io però non ho potuto fare a meno di arrendermi al fatto che il suono di GLOW ON è quello di un punk rock adatto al nostro tempo, genuino, potente, orecchiabile, sensato e, soprattutto, sensibile. E, se magari posso avere da ridire sulla cura forse eccessiva che è stata riposta nell’estetica e lo stile, l’album ha un suono generazionale, non c’è niente da fare. E un album generazionale è fatto per essere condiviso con All My Friends, perciò così fu: la mia esperienza di GLOW ON da allora fu fatta di cover folli suonate con il trio più olistico della storia dell’hardcore punk (ovvero Théo, Maxime e me medesimo), o ancora sessioni di ascolto di pura esaltazione con Sophie (di cui una, memorabile, al ritorno di un concerto dei P3C, in auto, volume al massimo e la mia ex che ronfava sul sedile di dietro).

Ed eccoci dunque qui, tutti insieme. Io, Sophie. Théo, Maxime. Anche i miei due colleghi preferiti nella disciplina del sollevamento di polemiche, dopo qualche tentennamento (e il prezzo è troppo alto, e la sala è troppo grande…), si sono decisi a venire all’Olympia per vedere i Turnstile per la prima volta. Per chi non la conoscesse, l’Olympia è l’ultima delle sale di Parigi a poter ancora catalogarsi legittimamente con l’aggettivo “media”: in pratica, se si aggiungesse una persona in più nelle capacità del locale, l’Olympia sarebbe nel novero delle sale “grandi”, ma ancora può permettersi di restare in quello sweet spot del “medio-grande”. Forse è anche questione di percezioni: grazie al suo pavimento leggermente in pendenza, praticamente tutti in sala riescono a vedere il palcoscenico, o ancora le lettere appese all’ingresso con i nomi degli artisti della serata danno una vibe americana un po’ indie e ben lontana da quella delle mega-sale troppo grandi per poter fare di questa annuncistica. La foto del buffo quartetto di stasera davanti alle porte con su scritto “TURNSTILE” è da incorniciare. L’ingresso in largo anticipo (nonostante stasera tutto vogliamo tranne che dare troppi soldi al bar del locale) lo si può giustificare solo con la presenza di un’altra scritta, a caratteri un po’ più piccoli: “SPEED”.

Che Max e Théo siano grandissimi appassionati di quella gang australiana rispondente al nome di Speed non è una novità: anche sull’articolo riguardante i Pogo Car Crash Control racconto abbondantemente di quando i miei amici mi portarono a vederli al Glazart l’estate scorsa. Tra la scoperta di norme da pit assolutamente incompatibili col mio modo di intendere la vita, un paio di momenti di sincera paura di farmi male e altre brutture che non sono proprio quello che cerco dalla musica dal vivo, posso dire senza dubbio, citando Spinal Tap, che quello degli Speed fu un concerto di quelli che cambiano la vita, non necessariamente in positivo. Detto ciò, per quanto la loro musica resti ai miei occhi decisamente idiota, il gruppo per me è parecchio valido e su questa mia opinione non vacillo, men che meno stasera, su un palco prestigioso ed un impianto di qualità superiore. Suonano come degli indemoniati, hanno una grande presenza scenica e hanno persino dei discorsi motivazionali piuttosto simpatici (“This is your town, this is your place, this is your scene!”, per quanto io sia allergico al concetto stesso di “scena”, gasa). Alla fine, per godermi un concerto degli Speed, mi basta estrapolare dal loro maelstrom sonoro tutto quel che suona come del thrash metal e godermi i riff.

Il problema di un set del genere, “core” all’inverosimile (su disco non ce la faccio) ma non per forza disgustoso dal vivo, è sempre quello del pubblico: madonna santa, la musica manco è cominciata (giuro, c’è solo un piccolo feedback di accensione degli ampli) che già mi ritrovo attorniato da pericolosi mulinelli di pugni. Sophie è abbastanza esterrefatta da questa ritualistica violenta. Io, che l’esperienza del fuoco ho già dovuto viverla un paio di volte, riesco a superare le prime sensazioni di paura mista ad astio e, dal “safe space” in cui sono stato relegato, riesco a fare un’analisi antropologica del fenomeno un filino più elaborata di quella che già avevo sviluppato a tempo perso. Guardando i crowdkillers in questione, per la prima volta vedo nelle loro odiose coreografie non una spontanea foga risultante in movimenti senza capo né coda, come quella dei mosh-pit sballottolanti a cui sono abituato, bensì del calcolo nell’uso del loro corpo. Per quanto ostili al benessere altrui, e non a ritmo con le canzoni, le mosse sono codificate! Nello spazio che si ritagliano con la forza bruta, questi uomini (sempre uomini, oh) hanno l’obbiettivo di mettere qualcosa in mostra: non è un movimento di folla, ma una dichiarazione di stile. Lo stile è forse uno dei costrutti societari più divisivi all’interno del punk rock: c’è chi considera che averne sia un elemento necessario per essere nel novero dei punk rockers, in quanto l’estetica è quello che meglio ci identifica come esterni alle norme sociali; c’è chi, come i Descendents (e indovinate un po’, sono d’accordo), espone attraverso l’assenza di stile una certa assenza di artifici sulla propria persona, implicando che l’autenticità d’animo sia la vera essenza dell’essere punk.

Se uno ci pensa su, entrambe le visioni possono essere rispettabili (anche se una domanda mi sorge spontanea, vedendo le ragazze relegate a two-steppare: seguire stili codificati non è, in fondo, una dimostrazione di conformismo?). Ma c’è un problema di fondo molto più grave: che cosa va a significare, nel grande schema dello stile, il crowdkilling? Mi spiace per gli amatori, tra cui figurano vari dei miei amici, ma l’unica risposta per me è: la virilità, ovvero la cosa di cui abbiamo meno bisogno al mondo. Del resto, anche gli oceanici sul palco ne stanno facendo prova: persino nel momento in cui viene decostruita al massimo (ovvero in un’incomprensibile suonatina di flauto traverso sulla sconclusionata THE FIRST TEST), la loro performance resta quantomeno dominata dalla mascolinità: muscoli a pacchi, mosse di lotta, salti guizzanti… insomma, un “gym punk” che, a vederlo, mi sembra più dannoso per l’avanzamento dei nostri costumi che altro. Neanche il tempo di teorizzare i benefici del “dad bod punk” (sarà per un’altra volta) che il breve set degli Speed finisce. Mi ha molto divertito, non lo nego. Ma ora che la musica è finita mi risale nel corpo un sentimento di collera istantanea e divento, in pochi istanti, incazzato nero.

Sono incazzato perché il fatto che, nel mio genere preferito, si insinui una retorica più o meno implicita della virilità, proprio mi manda in bestia. Sono incazzato perché ho rischiato di pigliarmi un cartone sul muso da un tizio che riteneva assolutamente necessario ballare sul suono di un batterista che scandisce i quattro quarti sul charleston prima che la canzone cominci. Sono incazzato perché, in fondo, privare la folla di uno spazio comune per una semplice prova di dominanza fisica è pura arroganza mascherata da appartenenza a una cultura. Sono incazzato perché so che i miei amici sono persone di cuore buono, eppure li ho sentiti parlare di boiate come la loro voglia di “fare degli spinkick sui ‘bobo’ dell’undicesimo arrondissement”. Spunta un loro amico che dice di aver voglia di andare all’ospedale dopo il set dei Turnstile e mi monta il sangue al cervello: ma cosa pensa di dimostrare, con una frase del genere, questo coglione?

Io quando mi incazzo divento euforico e iperattivo. È un modo, se volete, per sfogare la mia rabbia contenendo tutto quello che potrebbe essere dannoso per gli altri. Comincio a saltellare a destra e sinistra senza ragione e, pur di non insultare nessuno, a blaterare un’abbondante quantità di stupidaggini. Finisco persino per attirare le attenzioni di un paio di quarantenni nel nostro raggio d’azione che mi prendono per un invasato. Un paio di cose sensate però le dico, pure se a volumi e modulazioni della voce poco consoni ad essere preso sul serio. Riassumendo: “Ma che, vi aspettate davvero che la gente continui a fottersi tutto il pit mulinando durante il set dei Turnstile? Quando la musica è veramente buona e sensata non c’è mica bisogno di fare queste mosse, nasce un sentimento comune di semplice spinta verso il palco. Le canzoni sono così immediate e memorabili che sarà come un concerto degli Abba: canteranno tutti e si finirà a pogare normalmente”.

Mi calmo e sono quasi passato dalla rabbia al senso di colpa di chi non riesce a tenere per sé i propri livori, quando si spengono le luci e parte l’intro. A scrollarmi di dosso le mie sensazioni di ingombranza ci pensa subito un suggestivo gioco di luci. I Turnstile, ed è da un annetto che l’ho compreso, ci tengono in maniera molto minuziosa alla componente “show”. Perciò, così sia: dietro alle luci stroboscopiche si cominciano a intuire, come personaggi sbloccabili di un videogioco, le sagome dei musicisti che ci hanno regalato alcuna della migliore musica degli ultimi anni: gente come Franz Lyons, di cui si intuisce già lo stile hip-hop e, pure al buio, l’iconico sorriso; Daniel Fang, macchina da ritmo di rara potenza; quel punk trasandato di Patrick McCrory; o ancora Meg Mills, che, anche se da semplice turnista, ha inevitabilmente aggiunto un elemento “badass” al femminile alle performance dal vivo della band. E poi, ovviamente, Yates, asta del microfono in mano come se fosse il bastone di un samurai, fermo in una posa plastica come fa la quiete prima di diventare tempesta e dare spettacolo. Cosa sta per succedere?, si chiede ciascuno di noi amici mentre facciamo blocco compatto, perché anche se a volte qualcuno di noi sclera in fondo abbiamo solo voglia di restare uniti. Cosa può succedere? Semplice, quello che solo il grande punk rock sa fare: creare, con una manciata di note semplicissime, una quantità di moto disumano. Basta l’acuta intro di basso di T.L.C. (TURNSTILE LOVE CONNECTION) a sparpagliarci da ogni lato per l’effetto di una repentina forza centrifuga multipolare. Ma questi sono matti a cominciare con una canzone così veloce, intensa e spinta!, pensa ogni membro del nostro poker mentre, da ogni lato, ci uniamo alla calca della folla in delirio nello slancio che (c.v.d.) spinge tutti verso il palco, in un moto caotico che urla: “A little T.L.C.! A little T.L.C.!” a gran voce.

Al break guardo in su e finalmente, per qualche istante, vedo bene la band. Stilosi lo sono, non c’è niente da fare. Machi, in compenso, affatto, e questo mi ridona fiducia. Ormai per metà arreso all’idea di passare tutto il concerto nella mischia, tanto mobile quanto calda e pressante, del pit dell’Olympia, canto quel ritornello emblematico, tenero e coriaceo, che è: “I wanna thank you for letting me be myself”. Cominciando con una canzone del genere, i Turnstile si sono presi la responsabilità di mettere in chiaro fin da subito qual è il loro tono e il loro messaggio. Passati per tanto tempo come paladini di un “wholesome punk” un po’ ridicolo a lungo andare, stasera finalmente trovo nel gruppo di Baltimora un equilibrio perfetto tra musica violenta e messaggi sani, che riesce a non stroppiare in nessuno dei due sensi. L’inizio del concerto è a mille all’ora, con una ENDLESS che scatena le folle con la sua reinterpretazione melodica e pop del d-beat e una Fazed Out gagliarda e non banale così presto nella scaletta. Navigo in mezzo a capannelli di gente semoventi, incrocio brevemente gli amici, canto e ballo. Soprattutto, ascolto pezzi veri, pieni, soddisfacenti.

E sì, le pause tra una canzone e l’altra, con gli intermezzi pseudo-ambient tipici di GLOW ON, sono troppo lunghe. E sì, le chitarre non si sentono per niente bene. O ancora Meg Mills, a volte, si mette in disparte e si direbbe che non abbia quasi voglia di essere lì. Se uno vuole vedere il pelo nell’uovo, inevitabilmente, può trovare nel concerto dei Turnstile duemila difetti, ma alla fine della fiera non si va ai concerti per vedere belle canzoni suonate da artisti con le palle? La scaletta contiene solo esclusivamente pezzoni: che si tratti delle grooveggianti canzoni “hard pop” dell’ultimo album come UNDERWATER BOI, che sembrano anticipare un genere di successo del prossimo futuro, o raffiche di hardcore punk come la storica combo di Real Thing e Big Smile, che mi ricordano che in fondo io e i musicisti sul palco abbiamo lo stesso sostrato, il divertimento è ad altissimi livelli e soprattutto il pubblico rimesso al suo posto. È proprio vero che quando si ascolta della bella musica, scritta da artisti di cento categorie superiori, le pose e le attitudini finiscono nel cestino. La gente a quest’ora non vuole più andare all’ospedale o menare la gente: vuole solo canzoni.

Perciò, per un’ora e un quarto, mi prendo la musica dei Turnstile. I Turnstile, con le loro velleità estetiche anche troppo rileccate per me. I Turnstile, che a volte per fare spettacolo perdono un po’ della loro purezza. I Turnstile, con il loro show che è tanto tanto fumo: il solo di batteria di David Fang, che io trovo memorabile e impressionante (soprattutto perché è sempre lo stesso da due anni a questa parte), contraria qualcheduno, ma poi subito dopo parte Blue by You, una delle più belle canzoni d’amore degli ultimi anni (e, a mio avviso, la loro più bella melodia). Sarà anche servito su un piatto fighettino e pieno di orpelli inutili, ma non c’è niente da fare: l’arrosto è il più buono in circolazione.

Siamo a fine concerto e ormai ricompattati in un gruppo unito. All’Olympia si sta larghi per la legge delle molecole gassose, ma il pubblico non è nemmeno più indiavolato: semmai, è ipnotizzato, merito anche dalla bella neopsichedelia emo di ALIEN LOVE CALL (con Blood Orange che monta sul palco, ma non lo riconosce nessuno; io speravo fosse Denzel Curry). Eppure nell’aria si percepisce bene quello che stiamo pensando tutti: i Turnstile ci devono dare l’ultima prova della loro potenza, sia essa espressiva, sonora o umana. Detto fatto: la sala intera viene ribaltata dall’accoppiata finale con MYSTERY, il vero, epico, main theme del punk degli anni 2010, seguita da HOLIDAY, un devastante inno alla spensieratezza che è ormai la canzone per eccellenza che descrive il mio gruppo di amici.

Usciamo frastornati, più dalla qualità della musica che dalle maree umane che, piano piano, si sono calmate. La soddisfazione è palpabile e ancora di più lo è constatare che nel pubblico spunta una bella quantità di gente che ammiriamo, punk rockers veri della regione. Ma io, con la coda dell’occhio, godo ancor di più nel vedere che una bella fetta della popolazione che Maxime e Théo, quando si atteggiano, dicono di disprezzare, non gli sta facendo né caldo né freddo, anzi: ci facciamo sorpassare da categorie umane come le ragazzine agghindate alla coachelliana maniera o gli uomini baffettati dall’aspetto di appassionati di specialty coffee e ci sentiamo, tutti insieme, parte di qualcosa di bello. Non una scena, ma una comunione di sentimenti positivi.

I Turnstile sono un gruppo dalla forte componente pop. Sono un gruppo che, per quanto originale sia il loro suono, hanno avuto negli ultimi tempi come obiettivo quello di proporre un punk facile, orecchiabile. Si può dire che sia punk rock per le masse? Sì. E ne sono felice, perché mai prima d’ora le masse hanno avuto così tanto bisogno di unità. Trent’anni fa c’è stata un'altra band che, dopo inizi sicuramente adiacenti al mondo dell’hardcore punk “quello vero”, fece un disco pop, facile e destinato al grande pubblico. Erano i Jawbreaker. Save Your Generation era il nome della canzone che, forse per la prima volta dai tempi dei Clash, vedeva un gruppo di punk rockers prendersi carico della volontà di diffondere il verbo nella maniera più accessibile e al contempo potente possibile.

Quei Jawbreaker di Dear You, coraggiosi nei fini ma ineccepibili nei mezzi, portavano in seno lo stesso messaggio dei Turnstile di stasera: finché possiamo, cerchiamo di farci, l’un l’altro, soltanto del bene. L’ambiente del punk, che più di tutto il resto ci insegna ad avanzare verso il bene, a non giudicare il prossimo, non può al contempo essere il luogo di sfogo delle espressioni di mascolinità bruta e violenta. Deve essere, anzi, un posto dove si possa condividere la nostra anima, con le sue fragilità. Perché là fuori è un WILD WRLD, e dobbiamo farci forza gli uni con gli altri.

“If you could save yourself, you could save us all”.

 

Fête de la Zikette (Margarita, Canines, Paratonnerre) – Ciao, Eroine!

Margarita live @Chair de Poule (Fête de la Zikette), 21/06/2024
Ah, il 21 giugno. Il solstizio d'estate. La Fête de la Musique.

Quando ci si trasferisce in Francia uno dei primi choc culturali è quello di scoprire l’esistenza di festività completamente inaspettate di cui talune, a prima vista, completamente prive di senso. Ad esempio, c’è una quantità di eventi cattolici che in Italia non festeggiano nemmeno i baciapile e che qui sono festivi. Nel paese più laicista di Europa, ascoltare frasi come: "Te che fai per la Pentecoste?" oppure "Hai visto che l'Assunzione cade di lunedì quest'anno?" è completamente disorientante. Mi ci è voluto un po' di tempo per capire che in realtà anni e anni di lotte sindacali hanno regalato al paese una grande quantità di giorni festivi e che i padroni, non sapendo dove piazzarli, li hanno disposti in concomitanza di slot religiosi strategici. Ci sono poi le feste dove si continua ad andare a scuola o al lavoro ma durante le quali bisogna rispettare dei rituali precisi, di cui la più buffa è la Chandeleur, in cui tutto il popolo francese all'ora di pranzo o di cena si mette ai fornelli e comincia a impilare crêpes una sull'altra. Perché? Non l'ho mai capito, ma perché no.

La Fête de la Musique non risponde a nessuna di queste due categorie, perché, in realtà, l'ha inventata lo stato. Anzi più precisamente il ministero della cultura, e non un mandato qualunque: quello di Jack Lang, personaggio assolutamente dubbioso ma ancora istituzionalmente abilitato (forse, come per tanti elementi della sua epoca, è meglio dimenticarsi delle petizioni sull'età del consenso che ha firmato negli anni '70). Dal 1982, per sua iniziativa, la giornata più lunga dell'anno è anche una celebrazione massiva della musica tutta. Poco importa in che giorno della settimana caschi: nelle città francesi si organizzano, spontaneamente o ad iniziativa degli enti locali, concerti e DJ-set in ogni dove. Parigi, in particolare, diventa una giungla di suoni e, dovunque uno si trovi, c’è sempre un evento musicale nel raggio di cento metri.

È possibile amare la musica e odiare la Festa della Musica? Assolutamente! Io, personalmente, non la sopporto. O quantomeno non ne sopporto la sua versione parigina (l’edizione di Sens in Borgogna carriata da Johnny Mafia per esempio ha sempre line-up di un certo fascino, e a questo giro porta una pontatina di peso come The Huile: sai mai che l’anno prossimo…).

Ecco i motivi della mia a(nti)patia:

1) L'ingiunzione a cazzeggiare. Il 99% dei parigini vedono la Fête in questione come un’occasione per andare a sbevazzare a giro e vedere un po’ “quello che capita”. Fino a un certo punto posso anche apprezzare questa pratica, magari a un festival, ad orari che richiedono improvvisazione. Ma qui non siamo in un festival o in un qualsiasi altro luogo dotato di una linea editoriale studiata da professionisti, e perciò quella che potrebbe/dovrebbe essere una rassegna culturale diventa una fiera di paese. Mi dispiace ma per me la musica è qualcosa di più serio di tutto ciò.

2) Banalità della proposta. Batucade, fanfare, artisti di strada, jam session con musiche tradizionali di paesi più o meno lontani, DJ set di grandi successi improvvisati alla cazzo di cane. Tutte cose che, beninteso, in certe dosi e contesti rispetto anche. Ma qui siamo alla bulimia: ne spuntano da ogni parte e vien quasi da pensare che la musica sia solo questo. Dove sono le band? Nessuno suona il rock o il jazz? Cantanti pop ne abbiamo? Magari anche sì, ma ovviamente in una strada fanno meno “spettacolo” o attirano meno pubblico delle configurazioni sopracitate e restano perciò in nettissima minoranza.

3) Pressione sociale. Non ci bastava il Capodanno come festività in cui ti senti addosso una peer pressure ingiustificata di divertirti ad ogni costo? Evidentemente no: il governo francese ce ne ha piazzata un’altra proprio in mezzo all’anno. E perciò, la domanda: “Che cosa fai a…?” non capita più ogni dodici, ma ogni sei mesi. Quando la Fête de la Musique cade di martedì si può anche decidere di soddisfare il sacrosanto bisogno di mettersi in letargo e scordare il mondo. Ma a questo giro è di venerdì sera, e quindi tocca di nuovo mettere aspettative su una serata di festa, quando sappiamo tutti benissimo che più si mettono aspettative su una serata di festa, più ci si annoierà.

Per tutte queste ragioni ho deciso che quest’anno non mi farò uccellare. A me quello che piace fare nella vita è reperire un concerto, andarci e non schiodare, ed è quello che farò stasera. Senza sorpresa, di serate-concerto veramente interessanti, in Parigi città, non ce ne sono molte, e devo affinare le mie ricerche per trovarne una che mi soddisfi. Fortuna vuole che, quando scrissi a proposito di Mary Bell, mi capitò di scoprire un progetto che stavano mandando avanti alcune di loro, un collettivo dal nome “Salut les Zikettes!” (letteralmente: “Ciao, Musicistine!”, ma vi assicuro che suona meglio in francese). Il loro lavoro parte dalla triste conclusione che nella musica, specialmente nel punk rock, gli uomini non sono solo maggioritari in termini numerici ma anche socialmente legittimati a comportarsi (sopra come sotto al palco) con una tracotanza che finisce per demotivare, marginalizzare, e rendere ancor più minoritarie le donne. A fronte di questa riflessione una delle soluzioni che le “Zikettes” hanno trovato è quella di organizzare laboratori di musica non-misti che possano permettere alle musiciste di sentirsi a loro agio ed evolvere nel loro modo di suonare, comporre, o ancora esibirsi dal vivo. L’intento e le ragioni dell’organizzazione mi sono sempre parsi nobili e pieni di senso, e la proposta di apertura al pubblico generale di stasera mi incuriosisce oltremisura: forte ormai di una piccola scuderia di gruppi che aderiscono (o che sono nati grazie) al programma, Salut les Zikettes! ci porta una rassegna dal vivo con quattro band al bar Chair de Poule nell’undicesimo arrondissement. È bello sapere che il frutto del lavoro di anni si apre al pubblico. In più, mettici che c’è più di una band che mi interessa stasera e bingo, la Fête de la Musique è risolta. Fête de la Zikette, devo dire, suona anche meglio.

Anche allo Chair de Poule (anzi, allo Chair de Poule: sorpresona per chi cliccherà) era da un pezzo che volevo andare. Come Le Motel, anche questo barretto è uno dei (non moltissimi) spazi di Parigi ad essere “indie” in tutto e per tutto e per sua stessa volontà, un ricettacolo di musiche underground e di iniziative rock alternative le cui differenze col suo collega sono solo un decoro e un’atmosfera un po’ più scherzose e scassettate. Si trova, in ogni angolo del bar, memorabilia improbabile che ritrae la gallina (la “poule”) in varie pose: in modalità sovrano medievale sullo stendardo di un utopico Chairdepoulistan, o ancora dentro a un costume da rana mutaforme in una buffa parodia della copertina di Hi, How Are You? di Daniel Johnston. Sul muro c’è una lista delle canzoni vietate ai DJ-set, una sorta di reinterpretazione post-punk del celebre divieto di Wayne’s World. Ne ridiamo non poco con Paul, mio compagno di avventure per stasera (e, spero, per mille altre di queste serate indie-punk!) specie perché, tra una Blue Monday e “i grandi successi di Blondie”, spunta anche Damaged Goods, la prima cover che abbiamo suonato insieme e che, forse per influsso di queste forze di opposizione sotterranee, abbiamo stroncato quasi sul nascere.

La venue è quantomeno lisergica ma, forse per colpa di Jack Lang, non abbiamo troppo modo di esplorarla in profondità: lo Chair de Poule è strapieno anche perché, elefante nella stanza, è un luogo completamente inadatto ad accogliere un concerto punk. Eppure, come ci insegna la teoria del ferro di cavallo del DIY, esistono luoghi talmente inadatti a un concerto punk che finiscono per essere perfetti per lo scopo. Sul palco ad altezza pubblico, davanti a una calca educata ma pigiata fino in cima alle scale (sì, c’è un piano di sopra), si preparano ad attaccare tutte le band della serata. E, anche se arriva un’eco di house music dall’esterno (con Paul abbiamo mandato una partecipazione troll a un concorso indetto da Tsha, e passeremo tutta la serata ad immaginarci a Ibiza), l’atmosfera è perfetta: tutti bramano la scarica elettrica che venga ad annullare il mondo esterno. E i più studiati (tra cui, modestamente, mi annovero) fremono anche per la curiosità di nuove sorprese, visto che la metà dei gruppi è ancora priva di pubblicazioni discografiche. La gente si accumula piano piano davanti agli amplificatori, le facce amiche si moltiplicano. Si comincia.

Il primo gruppo è un power trio inedito, Paratonnerre. Non so se la bassista provenga da qualche band, ma la chitarrista-cantante suona con Mary Bell e il batterista con MSS FRNCE e già solo questo basta per fare la battuta: “Ah, ma è un supergroup!”. Quel che ci fa sorridere soddisfatti è che davvero, un po’ come quando personalità già celebri del mondo della musica fanno nuovi progetti insieme, si può udire un’alchimia degli stili dei loro luoghi di provenienza. A volte non funziona, a volte spacca e, da appassionato di entrambi i gruppi di origine, non appena assaporo il risultato finale della miscela non posso fare a meno di godere oltremisura: la maniera di suonare l’hardcore punk delle origini senza compromessi che rende MSS FRNCE un gruppo fantastico, unito alla fotta riot grrrl cupa e abrasiva che ho amato in Mary Bell, risulta nel suono di uno dei gruppi punk che più ci interessa di seguire. Il set dura poco e spinge tanto: poche pause (giusto un rant politico), tanti colpi di rullante, pochi ghirigori, tanti riff HC. Se parte un mosh-pit la band deve smettere di suonare, visto che si trova veramente a un metro dalla prima fila. Per la ventina di minuti che Paratonnerre suonano soprassediamo senza problemi, ma la loro musica adrenalinica, potente e sovversiva ne fa venire una voglia sfrenata. Come ogni concerto hardcore punk che si rispetti, il set finisce con gli occhi del pubblico strabuzzati e il batterista che boccheggia. “Accidenti, che manata!”, è la sola frase che ci sentiamo di dire, aspettando in gloria nuove notizie di questo nuova, sfiziosa band.

Il secondo gruppo, Canines, è da un po’ che voglio vederlo. Mi stuzzica perché contiene membri di Prise Rapide, che i più attenti si ricorderanno in opening act a Powerplant (nel mentre è uscito un LP di debutto di grandissima qualità). In effetti le Zikettes, noteremo lungo tutta la serata, non sono esenti dal suonare in svariati gruppi. In parte, il fenomeno dev’essere dovuto alla naturale dinamica della domanda e l’offerta, che non tocca solo le donne ma tutte le categorie numericamente inferiori, vedasi noi malaugurati batteristi, richiesti oltre le nostre naturali capacità. Deve però anche influire, ipotizzo, un certo senso di sorellanza che porta a creare nuovi progetti, tutti diversi e mai solo “side”, inserendo nelle rotazioni le artiste/amiche del circolo. Stasera più di una musicista si ritroverà a fare un set doppio, o a partecipare brevemente ai set altrui, ed è un fattore che mette ancora più in evidenza il senso ultimo della serata. Canines sono in cinque, e precisamente non so cosa facciano: Paul le ha viste e mi ha detto soltanto che sono “molto emo”, che per me sono punti in più per andare a vederle. Due chitarre e una cantante senza strumento promettono sempre belle cose: texture armoniche, stage presence potente, et cetera. E le promesse vengono rispettate: fin dalla prima nota, quello delle Canines è un post-hardcore (con in effetti un suo lato emozionale) trascinante al massimo. Le dissonanze ben studiate e le ritmiche ostinate possono ricordare band come Unwound o Jawbox, ma l’aggiunta di uno spesso strato di rabbia femminista rende il sound molto più potente che straniante. La responsabile principale di questa componente politico-estetica impetuosa, da digrignio di denti (i canini, per l’appunto), è proprio la cantante: una presenza ipnotica a volte furiosa a volte rapita in riflessioni dolorose che, con la sola espressione del volto e la maniera di cantare, sanno torcerti le budella. La prima metà del concerto è abbastanza dritta al punto: ottime canzoni, una dietro l’altra, su tanti registri diversi ma con una bella coerenza. Le seconda metà, invece, è lancinante e poetica, piena di trovate originali e poco convenzionali: un monologo in spoken-word sull’oppressione delle donne da pugno allo stomaco, una canzone in galiziano, sezioni strumentali molto più meditabonde. Persino la giusta e rituale arringa elettorale è molto più profonda di quelle che ho sentito negli ultimi tempi: la frontwoman, spagnola, ha un pensiero anche per noi stranieri residenti in Francia che non possiamo votare. Grazie di cuore.

Il concerto finisce e mi spello le mani per gli applausi: magari il contesto dive bar “plus plus” non è il più congeniale a carpire tutta la mole di significato che Canines trasmettono, ma la loro urgenza e la loro profondità, almeno quelle, arrivano eccome. E, non per fare giochi di parole col nome del bar, mi è venuta la pelle d’oca. Ancora una band senza pubblicazioni che ci ha rivoltati come un calzino: le Zikettes, oltre che starci regalando spettacolo, sembrano destinate a grandi cose (o almeno, è quello che meriterebbero). La serata è scaldata, la gente sempre più numerosa. Fanno tappa allo Chair de Poule anche dei miei amici, a cui, in fila per la birra, vendo una serata di punk rock abbastanza accessibile, dopotutto. Per quanto potenti, i gruppi passati finora non li definirei propriamente estremi e l’ambiente, conviviale ma concentrato, si presta a far esplorare ai neofiti il mondo punk nelle sue regioni più salubri. Ma ovviamente parlo troppo presto perché le Zikettes non mancano di sorprese e il prossimo gruppo, Margarita, che dal nome immaginavo come una band frizzantina (magari un synth-punk, o qualcosa di un po’ più pop?), è in realtà un gruppo doom metal.

Parte la prima nota e i vetri recitano le loro ultime preghiere: una delle due chitarriste delle Canines, nella pausa fra i due set, si è trasformata in una strega del rumore e la sua distorsione ultra-violenta fa letteralmente paura. I miei compari, appassionati di gruppi tipo Parcels o L’Impératrice, salutano intimiditi e continuano altrove i loro vagabondaggi, convinti sempre di più del fatto che mi manca qualche rotella. Io, qualche fila più indietro rispetto a prima (ma va bene così), sono esterrefatto e felice, mi riempio di frequenze basse terrificanti, alzo le corna e i pugni al cielo. E non mi fomento soltanto perché i volumi sono forti, ma anche perché le canzoni, sulfuree e non prive di sottotesti depressivi, non hanno nulla da invidiare a gruppi stoner più blasonati in termini di “riff filled land”. E la musica delle Margarita non è nemmeno troppo revivalista, ma presenta un approccio noisettaro, abbondante nel feedback, che rende il tutto originale, sorprendente, un po’ angosciante e soprattutto pericoloso. Il set è caotico: il trio, a un certo punto, rompe qualcosa, non si sa bene cosa. Nessuno dice nulla: cinque minuti di silenzio e di aggeggiare su valvole e ampli e cavi e chitarre. E poi tornano a un volume ancora più alto. C’è dell’attitudine. E, non mi stanco di ripeterlo, c’è anche un grande sound che mi ricorda, se proprio devo scegliere un gruppo, Boris: sia nei momenti più da jam-band alla Last Feedbacker (l’outro fenomenale di Hot Wheels, per esempio), sia in momenti più adiacenti al rock’n’roll come nel vecchio Heavy Rocks (Nose to Tail, pezzone tellurico), Margarita mi dà sensazioni simili a quelle della band di culto giapponese. Detto ciò, queste similitudini che intendo solo come un complimento lasciano il tempo che trovano: le Margarita hanno personalità in abbondanza e, con un solo EP all’attivo (il S/T del 2023 è fenomenale, recuperatelo), hanno già trovato la loro strada precisa: una strada fatta di lentezza, suoni grezzi e granitici, con atmosfere che coniugano cupezza e disperazione a un puro edonismo della distorsione. Che scoperta.

La serata non è finita, resta un ultimo gruppo. Purtroppo, però, non mi è piaciuto per niente. Come già enunciato in queste sedi, non serve a niente che io mi dilunghi su quello che non apprezzo di band che sono ancora assai underground (AKA, sempre e comunque, la nostra gente). Anche se fossero critiche costruttive, una recensione negativa di un gruppo emergente resta un esercizio controproducente. Detto ciò, non c’è nemmeno bisogno di censurare i nomi, e non c’è vergogna: il gruppo si chiama Aqua Tofana, è un trio post-punk, se vi interessa hanno anche un EP e il loro set (che, da buoni completisti del cazzo quali siamo ci siamo comunque visti dall’inizio alla fine) non ci ha ispirato molte parole che meritino di essere ritrascritte se non una delle mie classiche battutacce da concerto che, me lo accordo, fa molto ridere: “Hai presente Wire? Ecco, loro sono Rope”. Scusate.

Due parole prima di concludere: ma che serata spettacolare è stata? Riposando le gambe al piano di sopra (AKA il ristoro dell’anima) io e Paul facciamo il bilancio di una Fête da brividi e riflettiamo sul fatto che Salut les Zikettes! sta dispensando benessere a destra e a manca. Già per noi due, che non abbiamo bisogno dei servizi dell’associazione, avere una serata gratuita in un posto così ganzo e con gruppi di questo livello è un regalo immenso. Ma per le donne che grazie ad essa hanno trovato le loro compagne di musica, la loro sala prove, la loro maniera di comporre e suonare, e tutto questo, per una volta, senza dover sottostare a logiche patriarcali ancora troppo, troppo presenti dal momento in cui una donna decide di voler fare musica… Beh, per loro trovare la loro platea, il loro impianto, il loro palco, dev’essere semplicemente una soddisfazione incommensurabile. Ce n’è di bisogno, nella musica di oggi, di iniziative del genere, che rendano chiunque sia vittima di oppressione capace di accedere, creare, migliorarsi, condividere. Senza ostacoli. Sono queste le iniziative che danno valore aggiunto all’underground di una città, di un paese, del mondo.

Da semplice consumatore, ad oggi, mi scopro grande fan delle Zikettes. Hanno fatto prova di grande organizzazione, perché nonostante lo spazio inadatto si sentiva tutto benissimo, e hanno portato grande musica, tanti stili diversi e canzoni originali suonate da dio. Sono davvero delle ottime Musicistine. Ma davanti a quello che c’è dietro a tutto ciò, davanti al progetto politico e alle azioni splendide che le Zikettes si sforzano di realizzare per le donne, per la musica, per la società, non posso che inchinarmi.

Sono davvero delle Eroine.

 

Yorick Vinesse – Una stella

Yorick Vinesse live @La Connétable, Parigi, 22/06/2024

Nella vita abbiamo tutti una cosa che ci fa stare bene e, come rovescio della medaglia, almeno una paura legata ad essa che abita il nostro subconscio. Di solito si tratta di paure talmente esagerate da essere irrazionali: penso, ad esempio, che tutti gli amanti dello sport abbiano la fobia soggiacente di un infortunio talmente brutto che potrebbe privarli per sempre della facoltà di praticare la loro disciplina preferita. Ecco, io amo scrivere di musica e, anche se a volte non lo voglio ammettere a me stesso, una paura numero uno ce l'ho: è quella che i miei lettori, per qualsivoglia ragione, un giorno mi considerino all'unanimità come un ruffiano, un opportunista, un falso. Uno che scrive recensioni positive solo per secondi fini: entrare nelle grazie di chissà chi o chissà cosa, tessere le lodi solo e soltanto di chi gli è vicino o ancora, al contrario, sminuire e criticare chi gli è avverso o antipatico, senza curarsi del vero senso dell'arte di cui parla. Per usare una parola non ortodossa, ma tremendamente evocativa, la mia principale paura è quella di essere preso per un marchettaro.

È forse per questo motivo che, ogni volta che vado a vedere artisti che conosco personalmente, sento sempre il bisogno di precisare che li conosco personalmente. Non lo faccio né per fregiarmene, né tantomeno perché nel contesto è importante da specificare, ma perché se non lo faccio ho il terrore che poi mi si dica che ho fatto un live report positivo solo perché a suonare c'è una persona che ho voglia di sostenere per ragioni indipendenti dalla qualità della sua musica. Che colpe ho io, però, se il mio più vecchio amico d'infanzia suona nel migliore gruppo ska-punk italiano, o se il mio fidato bassista suona in uno dei gruppi di funk-jazz alternativo più interessanti della città?

E che colpa ho io se, ad aprile, per puro caso ho conosciuto Yorick Vinesse? Se uno vuole, Yorick è soltanto un amico di amici, ma le congiunture del nostro incontro sono comunque buffe ed aleatorie: un biglietto per un concerto di Adrianne Lenker a cui non posso andare, un chitarrista, una lezione di musica, un sold-out, una rosicata, ed ecco che in un baleno mi ritrovo a scambiare messaggi con questo ragazzo il cui nome e viso sono i più bretoni che io abbia mai visto. Lo incrocio un paio di volte, in particolare quando viene a vedere il mio gruppo pop suonare uno showcase messo su alla bell’e meglio, e mi rimane simpatico fin da subito: è sorridente, scherzoso, gentilissimo e mi dà l’idea di essere una persona molto alla mano. Quando un giorno mi arriva un suo messaggio inaspettato in cui mi invita ad andare al suo concerto, nella cantina di un bistrò del Marais, non ci penso su un attimo: certo, volentieri!

Che Yorick Vinesse suonasse e cantasse lo sapevo fin da prima di conoscerlo. Ero nel Nord con il gruppo a bermi un aperitivo (al laghetto di Amfroipret, consiglio) quando Quentin, il nostro amico in comune, accende Bandcamp e mette su una canzone. “Che cos’è, Aznavour?”, gli faccio. “No, è il mio amico Yorick, quello del concerto di Adrianne Lenker. Bravo eh?” “Accidenti, sembra uscito direttamente dagli anni ’50, incredibile”, rispondo un po’ distrattamente mentre guardo le anatre. Il cantautorato non è mai stata la mia passione profonda e se questo eufemismo si può usare per quello italiano, figurarsi per quello francese! In realtà però capitano, ogni morte di papa, epifanie eccezionali: mi è già successo di mettere per caso le mani su un album di un cantautore da ascoltare così, un po’ per svago un po’ per cultura generale, e sbadabam, accorgermi di essere caduto dentro al pozzo del suo universo lirico e sonoro una volta che ho già lasciato sfilare via la corda. In particolare, è quello che mi è accaduto con Non Al Denaro, Non All’Amore, Né Al Cielo (1971) di Fabrizio De André: un disco perfetto, immortale, dove ogni parola risuona come un colpo di gong sull’anima. Ma sono casi eccezionali e rari come le apparizioni dei fantasmi: anche se una volta ne hai visto uno, e da allora credi nella loro esistenza, non è qualcosa che vai a ricercare. Potrebbe ricapitare di vedere un fantasma, chissà quando, e allora sarai pronto, ma il resto del tempo non ci pensi.

Il concerto di Yorick si avvicina e non mi degno nemmeno di riascoltare i suoi pezzi: se Quentin dice che è bravo è bravo per forza, quindi di per sé è sicuro che non sarà un concerto brutto: nel peggiore dei casi mi annoierò, e non è così grave. Margherita, la mia vicina di casa per tutta l’adolescenza fiorentina, ha previsto di passare per Parigi proprio per il weekend in cui suona Yorick. Sono molto contento perché è una bellissima persona, e anche se abbiamo preso strade diverse è proprio il genere di amicizia per la quale sentivo il bisogno di una rinfrescata, un riavvicinamento, il ricordarci di nuovo che, nonostante le nostre routine un po’ matte, facciamo anche solo un po’ parte della vita dell’uno e dell’altra. Cos’abbia voglia di fare Marghe quando va in vacanza non lo so: l’unico viaggio che abbiamo fatto insieme è stata una vecchia gita scolastica in Grecia in quarta liceo, in cui per giunta dormimmo qualcosa come tre ore in cinque giorni. Perciò, da anfitrione stressato quale sono, un po’ mi impanico: “Guarda, dovrebbe essere un bel posto, se ti va andiamo, ma sennò facciamo altro eh, se vuoi fare del turismo, non lo so…” “Reric, ma sei scemo? Un concerto di chanson française nel Marais? Vengo subito!”. Non so se avrebbe reagito uguale per del garage punk a Montreuil, ma amo pensare di sì. Ti voglio bene, amica.

La giornata è stata piena di belle cose, dal nostro devastante brunch (il miglior croque-monsieur della città si mangia a casa mia, parola), passando per tre ore di bagno nell’arte del Musée d’Orsay (è come ascoltare il drone metal: magari non troppo spesso, ma ogni sei mesi ci vuole), fino al cenino improvvisato a pane e formaggio sulla punta dell’Île de la Cité (non ci vengo mai da queste parti; che bellezza però). Soprattutto, tante chiacchiere: ne avevamo, di cose da dirci. È l’ora giusta per staccare e, alle 20 e qualcosa, arriviamo a Le Connétable. Il posto mi mette subito simpatia: è veramente il prototipo del bistrò artistoide e un po’ boemo, tappezzato di poster un po’ retrò (compresi quelli dei giorni nostri) e popolato da gente sparuta che dà del tu ai camerieri, vecchiette che bevono vino o digestivi e raccontano la loro vita a chi sta dietro al bancone, avventori che hanno tutti una certa età e quell’aspetto stravagante che genera automaticamente una domanda per l’immaginazione: che vita fa, questa persona? Per me che mi aspettavo un posto fighettino, è una bella sorpresa.

Yorick è tutto sorrisi, sinceramente contento di vedermi e di conoscere Margherita. La ringrazia già di tutto cuore per le foto che lei farà, con la sua nuova reflex, la mette a suo agio in questa serata in cui è l’unica che non parla una parola di francese. L’accoglienza è amabile, la cantina sotto al locale suggestiva come solo una cantina parigina a forma d’arco sa essere, e non potremmo chiedere di meglio. A suonare per primo, stasera, c’è un ragazzo di nome DESiRE LH, e se andate a cercare la sua musica troverete un EP di jazz contemporaneo niente male, ma in realtà stasera questo virtuoso del sax viene a suonare alcune canzoni che ha scritto e concepito per essere suonate da un cantante solista. Io e la mia amica, nella saletta che conterrà sì e no 30 seggiole, ci mettiamo un po’ defilati. Forse è perché, nella mia frequente paura di sentirmi ingombrante, ho un po’ la sensazione autoindotta di essere l’unico conoscente in una sala piena di amici. LH si siede su uno sgabello e fa un paio di battute. Poi il silenzio. Le corde pizzicate della chitarra riempiono bene l’aria, in questo piccolo spazio che in qualche modo riesce ad essere il contrario di angusto e, non appena comincia a cantare melodie in inglese che urlano indie pop ai quattro venti, con lunghe note di Yorke-iana memoria, mi sento al posto giusto. Il jazzman in incognito propone, uno dietro l’altro, pezzi di un rock alternativo travestito da folk ben congegnati, spesso e volentieri intensi ed ariosi, che suonano bene in questo formato ma sui quali immaginerei anche un’intera band. È anche molto buffo: più volte racconta di aver imparato a suonare la chitarra o il piano qualche giorno prima, o di aver scritto questa o quella canzone il pomeriggio stesso. Ci crediamo fino a un certo punto, perché anche se in effetti non tutto quello che suona ha l’aspetto di una versione finale, la precisione e la musicalità di ogni istante sono ineccepibili, qualsiasi sia il registro che DESiRE propone, che si tratti di esplorazioni botaniche contemplative o di colonne sonore da giornata piovosa tristanzuola.

Il primo set è stato simpatico ed è passato in un batter d’occhio. Io e la mia amica, che abbiamo entrambi nella musica i nostri epicentri e i nostri orizzonti, seppur molto diversi, concordiamo sul fatto che non è stato niente di strabiliante ma che ci ha comunque trasportati in un’atmosfera familiare e rassicurante, che non è poco. Al punto che, dopo la rituale sigaretta dell’intermezzo, dico a Marghe: “Ma se ci mettessimo in prima fila? Chi se ne frega, no?” “Va bene, così faccio due foto al tuo amico”, mi risponde ignorando che io Yorick l’ho visto due volte in vita mia. Ma, di nuovo, chi se ne frega: per il secondo set, perciò, siamo a tu per tu con lui che, lievemente nervoso con la chitarra in braccio, si gratta la testa guardando se ci sono tutti. È l’ineluttabile momento di cominciare a suonare e, nella luce soffusa, Vinesse annuncia che la prima canzone parla dell’infanzia. Cartable (“cartellina”, tipo quella di educazione tecnica), si chiama. Cominciano i primi arpeggi ed arrivano, in un francese dalla dizione encomiabile, le prime immagini. La voce che le racconta è ultraterrena al punto che, anche se elementari e medie le ho fatte a Firenze, mi proietto in una scuola inesistente della provincia francese. Ogni rima colpisce e trasporta, i dettagli diventano generalità e tornano dettagli nel valzer delle parole giuste dette nella maniera giusta al momento giusto: le lattine di Oasis, Ahmed e Melissa che non guardano la macchina fotografica per la foto di classe e poi, passano gli anni, sentirsi traditi per una ragazzina che si addormenta sulla spalla di un compagno sul pullman della gita… È tutto così vero, così sensato, che a metà della canzone mi giro verso Margherita con gli occhi sbarrati e, nel riflesso dei suoi occhi, mi vedo già in fondo al pozzo con lo sguardo puntato verso la corda che penzola a venti metri sopra alla mia testa. “Ma è pazzesco!”, le dico. “Non capisco una sega”, risponde con la sua consona delicatezza, “però sì”.

Di quello che succede da quel momento in poi cosa posso dire? Non è facile per niente, raccontare un’epifania. Di certo, per la prima volta nella mia vita sono completamente assorto nella chanson française, che per anni ho definito “l’unico genere che non mi interessa” (che cafone che sono a volte). E a differenza dell’episodio De André, le parole mi colpiscono non tanto per la loro spettacolarità immaginifica e le morali filosoficamente complesse, bensì per l’esatto contrario: l’universo narrativo è di un’immediatezza realistica che ti penetra nel cervello, talmente rievoca ricordi nitidi e al contempo, quando dispensa morali, sono sempre di quella semplicità che ti stupisce e ti fa dire: in effetti è così vero, perché non l’ha mai detto nessuno?

Yorick Vinesse non ha pubblicato nessun album: ha due demo su Bandcamp (“E se le ascoltate troppo poi vi obbliga a pagare, no?”) e due registrazioni su Instagram (“Di cui una ha avuto molto successo, ha tipo quaranta like”). Ve le racconto e ve le linko, perché sono pubbliche. Ma, anche se forse sto spoilerando un futuro disco di enorme successo, mi permetto di raccontare anche qualche inedito. Perché Yorick Vinesse è un cantautore nato e quello che conta più di tutto il resto sono le canzoni. C’è Soir de Juin, uno dei più bei brani sull’amicizia che io abbia mai sentito, una splendida ballata su quanto, nei momenti di difficoltà dei nostri compari più fidati, non ci sia niente di più facile ed efficace che portarli a vagabondare per svagarli e scordare i dispiaceri. C’è La Tristesse, un crescendo che racconta lo spettro delle tristezze della vita, che va da una sbronza di troppo al pensiero dei potenti della terra che con un ordine condannano a morte intere popolazioni. C’è una canzone dedicata a Mousse, senzatetto della Gare du Nord che forse, in fondo in fondo, ha capito qualcosa della vita in più di noi. C’è una canzone su un bistrò (“Perché quando si fa della chanson française bisogna fare delle canzoni sui bistrò”) che proietta nella mia mentre mille diapositive dei miei pasti in città di provincia a spese dell’azienda di cui, una su tutte, una descrizione del viso delle cameriere forti che sopportano i commenti inopportuni dei clienti. C’è Rond de Serviette, la mia preferita: una “circle composition” su quei pranzi dai nonni sempre più rari, che comincia tenera (“Siccome siamo in tre, nonna ha cucinato per trenta”), diventa un po’ preoccupante (“Chissà se ancora votano, probabilmente votano secondo l’aspetto fisico”), poi lacerante (quel che fa male è il non capire la vita che fanno, che hanno fatto: “Potrei volergliene, ma non capirebbero perché”), di nuovo preoccupante (“E purtroppo credono alle bugie più grossolane dei giornali”), per finire in tenerezza (“Ti saluta mio padre, gli dico mentre me ne vado con lo stomaco strapieno e due settimane di arrosto nello zaino”). C’è Petite Fille, una canzone luttuosa dedicata a un’amica morta quando era ancora bambina, talmente dolce che potrebbe far piangere l’uomo più cinico del mondo. C’è una canzone dai sottotesti country che parla di un ritiro spirituale in montagna e in solitaria, “solo io e il mio banjo”, un rarissimo e memorabile omaggio alla bellezza della solitudine.

Insomma, ci sono un sacco di canzoni stupende, che ti restano impresse nella mente, che avresti voglia di riascoltare a nastro (e attualmente non si può: da allora, quelle senza link non le ho più sentite). E poi c’è Yorick Vinesse. Eh sì, perché la persona che le ha scritte, queste canzoni, ha una voce che trattando di temi così moderni, con un’inflessione da folklore francese tradizionale, sconvolge. Perché il suo modo di suonare piano e chitarra, oltre ad essere pulitissimo e cristallino, sa anche stupire con note blu inaspettate nei momenti giusti. Perché il ragazzo, quando si rapporta al pubblico, è adorabile e anche perché, mentre suona, mi arriva qualche sguardo di quell’azzurro bretone che un po’ mi scombussola (è secondario, ma va detto: oltre che bravo, questo cantante è anche molto bello). Insomma, Yorick Vinesse è semplicemente una stella.

Usciamo dalla sala, che per il calore dell’emozione umana si era scaldata oltremisura, con qualche goccia di sudore sulla fronte. Il tempo di rinfrescarci, nel crepuscolo del secondo arrondissement, e io già mi sento addosso una certa fretta di andarmene. Non è perché non conosco nessuno (e Margherita, socievole com’è, ce li troverebbe facilmente due o tre amici per la serata). Non è per stanchezza (vorrei semmai andare a sbevazzare, e nel Connétable ce n’è in abbondanza). Non è nemmeno perché in teoria avrei un appuntamento al Motel con Paul, Théo e Maxime (potrebbero starsene anche per conto loro e se la passerebbero bene lo stesso).

No. In realtà voglio andarmene al Motel in fretta perché mi sento addosso un inaspettato moto di timidezza. Tra qualche istante Yorick Vinesse verrà verso di me con un gran sorriso e qualcosa gli dovrò pur dire. Ma che cosa gli dico? “Yorick, sei al corrente del fatto che se metti insieme queste canzoni in un album hai già tra le mani un capolavoro generazionale?”; “Yorick, non pensavo che il momento in cui un concerto di chanson française mi entra nell’anima sarebbe mai arrivato: è come un’epifania”; “Yorick, hai tutto quello che serve per essere uno dei più grandi, un’icona, ed è un onore conoscerti”. No via, non si può.

Il fatidico momento arriva, Yorick mi si avvicina con un gran sorriso e mi ringrazia per essere venuto, dal profondo del cuore, con lo sguardo più sincero possibile. A quel punto vado un po’ in tilt, non so troppo cosa fare, bofonchio qualcosa tipo “ma di che mi ringrazi”, gli dico che il concerto è stato “wow” o un’altra cazzata del genere, parliamo un attimo dei suoi vaghi progetti di registrare qualcosa e poi io e Marghe leviamo le tende senza colpo ferire. Io di solito con gli artisti con cui parlo, specie se già li conosco, so intavolare bene una conversazione e sono tutto tranne che impacciato. È, forse, una delle qualità di cui sono più fiero. E invece stasera, col più amichevole di tutti, mi sono mancate le parole giuste. Forse è davvero la paura di essere preso per un marchettaro che, senza avvisare, è tornata ad angosciarmi. O forse semplicemente è il fatto che, quando raggiungi una stella, finisci accecato.

“Allora, eravate a un concerto? Di cosa?”
“Pensa, chanson française. Un amico di Quentin, il chitarrista.”
“Te, la chanson française?”
“Théo, devo ammetterti una cosa: è tipo uno dei concerti che mi hanno cambiato la vita.”
“Ah sì?”
“Eh, sì! Questo qui canta come un dio ma soprattutto ha scritto dei testi incredibili, realistici, commoventi… Cioè, questo per me tra due anni fa piangere un intero Zénith.”
“Come si chiama?”
“Yorick Vinesse.”
“Non lo conosco.”
“Certo che non lo conosci, ha fatto solo due demo.”
“Quindi mi stai dicendo che avresti scovato il prossimo eroe della chanson française?”
“Eh… sì. Mio malgrado, sì. Ma cioè, questo è un talento in purezza. Tipo, il prossimo Brassens, il prossimo Léo Ferré, una roba del genere.”

Guardiamo il bancone, beviamo un sorso di birra.

“Lo sai, vero, che saresti un ottimo addetto stampa?”
“Non lo so, Théo, io vendo pale eoliche”.

lunedì 10 giugno 2024

Primavera Sound Barcellona 2024 - Il pagellone

Andare al Primavera Sound è un po’ come andare a vedere la propria squadra del cuore che gioca una finale europea. Non sai mai bene come andrà, ma l’emozione è sempre tanta.

Si dà il caso che, da cinque edizioni a questa parte (la mia prima fu la 2017, indimenticabile), il Primavera Sound sia ancora imbattuto: nonostante qualche piccolo scivolone, il festival di Barcellona è ogni volta un’esperienza stupenda, la rassegna musicale più interessante dell’anno, il weekend (lungo) più divertente, et cetera. Insomma, il Primavera Sound, da quando ci conosciamo, non ha mai perso una finale. Un po’ come il Real Madrid (ma non ditelo ai catalani, che poi si offendono).

Il Primavera Sound e il calcio, un po’, si assomigliano. Anche il Primavera fa il suo mercato per mesi e, come per il calciomercato, io e i miei amici amiamo fare pronostici, suggerimenti, assecondare o smentire voci di corridoio. Anche il Primavera, quando esce la line-up, schiera le sue formazioni, e ci sono giocatori da cui ci si aspetta tanto (e che magari renderanno poco?) e giocatori che non sappiamo bene che contributo possano dare nel ruolo che gli è stato assegnato (e che magari giocheranno benissimo?).

Anche per il Primavera, dopo che la partita è finita, ci si catapulta a fare le pagelle. Non so quanti di voi abbiano già goduto del rituale della lettura (o stesura) delle pagelle calcistiche post-partita: un momento catartico, dove è possibile rivivere le gioie di prestazioni sportive memorabili così come placare e razionalizzare tutte le frustrazioni dovute agli errori più grossolani dei giocatori.

Un momento magico, ma con una sola parola d’ordine: moderazione. Ebbene sì: le pagelle calcistiche hanno la caratteristica di essere morigerate e i voti, in quasi tutte le testate, raramente superano il 7 ½ (che, solitamente, equivale a una prestazione madornale). Prendere 8 vuol dire proprio aver fatto la partita della vita, almeno una doppietta senza errori. Ecco: le mie pagelle per ogni artista che ho visto al PS seguiranno la stessa linea. Su certi set, vedrete, mi sentirò di dare un giudizio pur non avendo assistito all’interezza del set in questione: non vi preoccupate, il tempo effettivo di ascolto verrà sempre specificato (in maniera calcistica, ovviamente).

Penso di aver chiarito tutto, perciò non perdiamo altro tempo e cominciamo ad analizzare e votare, giorno per giorno, tutti i concerti che ho visto in quest’edizione del festival.

Che si vinca o che si perda, forza Primavera! E Juve merda.

 

Mercoledì 29 maggio – Giorno 0

Arrivare il mercoledì mattina a Barcellona è il miglior modo di vivere il Primavera Sound, non c’è niente da fare. Finché potrò, penso che lo farò ogni anno. Non c'è solo la giornata inaugurale che, anche se a volte non è straordinaria (quest'anno non lo è), è comunque meglio non perdersi. C'è anche il tempo di ambientarsi all'aria locale, installarsi a dovere, riempirsi gli occhi con squarci di bellezza (meravigliose, ad esempio, le strade del Raval) e, dopo un riposino che avrebbe meritato di essere un riposone, andare al Parc del Forum e fare una prima ispezione dei luoghi (come se poi ce ne fosse bisogno). Il mercoledì solo una piccola porzione della gigantesca venue è aperta al pubblico, ma il palco cosiddetto Primavera (ormai Amazon Music purtroppo) oggi offre al pubblico generale (ingresso libero per tutti, festivalieri o no) una trafila di concerti gratuiti di un certo calibro. Purtroppo, una triste coincidenza calcistica, ovvero la Fiorentina che arriva in finale di Conference League, mi porta a perdere il concerto principe della giornata. Ho proprio una sfiga cronica, perché mi è successo anche l'anno scorso. Ma se per una serata doppia con Wu-Tang Clan e Nas, con la Viola che viene detta grande sfavorita, mi sono permesso il peccato mortale di saltare la finale, stasera non ho scuse. Non ci sono Phoenix (gruppo d’i’ cazzo, dai) che tengano e quest'anno l'avversario è assolutamente alla portata: bisogna andare a sostenere i ragazzi. Possibilmente vicino alla sala 2 dell’Apolo dove, appena arriva il triplice fischio dell'arbitro, mi fionderò a festeggiare, o consolarmi, con i concerti del Primavera alla Ciutat, che possono chiudere in bellezza questo mercoledì di prime emozioni primaveriche. Ecco perciò i miei voti ai protagonisti principali della giornata di oggi.

Ratboys live @Amazon Music Stage (Primavera Sound), Barcellona, 29/05/2024

Tropical Fuckstorm. La formula del noise rock perverso ma con un sottotesto sexy del supergruppo australiano (dove per “supergruppo” si intendono più le modalità di come si è formato che la provenienza eminente dei membri) sul palco funziona. Nei dischi, non lo so e purtroppo non so se mi interessa saperlo. Quel poco che ho ascoltato di loro mi ha convinto che sono una band rispettabile ma che non fa per me e il concerto conferma un po' quest'opinione: nel sound dei/delle quattro non vedo troppa coerenza e, per quanto gli “stage antics” tipici del noise rock, da amante del genere, possano farmi godere (si intende tutto quel che è schitarrare a caso fortissimo, aggeggiare in maniera poco saggia controller di pedali e sintetizzatori etc.), le canzoni sono tutte intrattenenti e piene di “roba nostra” ma un po' sparpagliate: ogni tanto partono piccoli colpi di cattiveria post-hardcore, poi dopo una cavalcata alla Sonic Youth, e poi i coretti femminili alla B52s... Fanno bene il loro lavoro ma mancano di personalità. Voto: 6, aurea (et rumorosa) mediocritas

Ratboys. Ho visto i Ratboys nel 2019 in una piccola sala a St. Louis, Missouri. Erano giovanissimi, solidi e molto caparbi nel suonare il loro indie rock semplice, tradizionale ma generoso d'idee. A distanza di cinque anni, eccoli su un palco gigantesco, tre album in più e, si potrebbe supporre, il fardello di dover mostrare a cosa assomiglia la maturità artistica. Eppure la grandeur del contesto non influenza la performance di questo quartetto spiccatamente midwestern, che è fatta di pura passione e sincerità. I ragazzi di Chicago appaiono eternamente giovani e spensierati, la loro tecnica e il loro affiatamento sono ad altissimi livelli ma senza alcuna pretesa di virtuosismi. La spigliatezza della cantante Julia Steiner, dalla voce eccezionale e dalla stage presence giocosa come a un “basement show”, colpisce particolarmente perché ci insegna che il grande indie rock è, innanzitutto, l'arte dell'umiltà. Il finalone con Alien With a Sleep Mask On ci regala il primo grande singalong dell'edizione. Voto: 7+, gente di sani principi

ACF Fiorentina. Ritengo quasi inspiegabile come una formazione di titolarissimi, oramai esperti di partite dove l'unica cosa da fare è imporre la propria superiorità, siano scesi in campo senza un filo di pelo sullo stomaco. Erano forse intimiditi dal clima sicuramente teso che comporta giocare contro una squadra greca ad Atene? Anche se così fosse, non c'è giustificazione a una partita senza nessuna idea di gioco, di puro compitino e priva di agonismo. Si fatica a credere a quello che si sta vedendo quando, ai supplementari, la squadra continua a giocare a lancioni. E quando l'Olympiacos segna, pur non avendo mai avuto né il pallino del gioco né grande brillantezza in attacco, non è nemmeno una sorpresa. La sconfitta, alla luce dell'attitudine mostrata dai giocatori, è meritata. Siamo noi tifosi, semmai, che non meritavamo questo scempio. Voto: 4, senza palle

The Dare live @La 2 de Apolo (Primavera Sound), Barcellona, 29/05/2024

Fat Dog. Il mio amico Tommaso, quello che vive a Londra (detto il Falso; il Vero è quello che già ha scritto su Stereo Totale e ci ha deliziati con le sue pontatine), mi racconta che i Fat Dog suonano praticamente una volta a settimana, nelle varie sale dove rigoglia il rock di domani della capitale inglese (mi colpisce, per ovvie ragioni, un solo nome: il Windmill). Non è difficile capire perché: il loro industrial rock giocoso, pieno tanto di influenze club music quanto di venature progressive rock, entrambe volutamente pacchiane, non è solo originale e fresco ma anche inesorabilmente divertente. Se avessi un locale, non ci penserei due volte a renderli la mia “house band”: fanno ballare, fanno pogare, e hanno in serbo varie sorprese (tra cui spicca una cover di Satisfaction di Benny Benassi) per rendere i quaranta minuti del loro set un po’ piacioni ma decisamente convincenti. Voto: 7-, nuove leve

The Dare. Che cos'è l'electroclash? Non è una domanda facile come non lo è, in realtà, la stessa domanda per ogni possibile sottogenere della musica elettronica. Si potrebbero perdere ore a spiegare l'importanza del dance-punk nella genesi di questa variante più radicale dell'electro, si potrebbero fare lunghe disamine su come i synth ultracompressi abbiano plasmato nel corso degli anni il suono di questa corrente. Si potrebbe però scegliere una strada più facile e riassumere l'essenza dell'electroclash con un'immagine: quella di uno yuppie newyorkese strafatto e arrapato, con la cravatta nera che gli svolazza dappertutto mentre si agita sulla pista da ballo. The Dare è esattamente questo. Letteralmente. E i suoi pezzi, che essenzialmente parlano di sesso e droga, sono un apprezzabile divertissement edonistico da tarda notte. Tra kick stupidamente gonfi, ritornelli caciaroni («I like the Girls who do druuuuugs...») e qualche svogliata suonatina di sintetizzatore qua e là, The Dare ci invita alla sua festa. Una festa che, dietro alle camicie bianche ben stirate e gli abiti da lavoro, nasconde in realtà una vera anima punk. Voto: 7, afterwork dell’alta finanza

 

Giovedì 30 maggio – Giorno 1

Cominciano, finalmente, le giornate ufficiali. Il Parc del Forum diventa un gigantesco agglomerato di palchi e comincia il più grande divertimento del Primavera Sound: seguire, e talvolta improvvisare, la propria “ruta”, ovvero la sequela di concerti e di spostamenti annessi e connessi che ci sballottolano di palo in frasca nel gigantesco perimetro della venue più bella del mondo, questo straordinario parco di cemento, post-portuario e post-industriale, pieno di “staples” iconici come il pannello solare gigante, il grande auditorium triangolare, l’anfiteatro vista mare, la spianata dei main stage… Non fatemici ripensare, che già mi manca. Piuttosto, andiamo a dare i voti a tutti i gruppi che sono entrati nelle mie rute.

Freddie Gibbs & Madlib live @Estrella Damm Stage (Primavera Sound), Barcellona, 30/05/2024

Viuda. Cominciare la prima giornata ufficiale del festival con una band spagnola è quasi tradizione. Farlo a un palco che si chiama “Steve Albini stage” è quasi dovere morale. E l'idea di avere della darkwave gotica per rinfrescarci sotto al torrido sole delle 17:15 sembra, sulla carta, quasi brillante. Le spagnole che compongono il quartetto Viuda, tra tastiere anni '80, canti disperati e un drumming pestone, sono coerenti nel loro revival ma anche terribilmente banali, poco incisive, spesso imprecise. Un paio di canzoni più lunghe, jammose e riflessive, nonché le interessanti vocals in asturiano, rendono il concerto un pochinino meno noioso sul finale. Ma neanche i regionalismi e le ipnosi sonore riescono a mascherare il songwriting un po' piatto di una band ancora lontana da una vera professionalità. Per dirla con le parole di Paolo che, sbarcato da El Prat, mi raggiunge proprio a questo concerto: “Ah, quindi è questo il famoso deathrock... Una merda!”. Voto: 5, dead rock

(uscito al 35esimo minuto) Voxtrot. I texani dalla carriera più frammentaria della storia sono in qualche modo sbarcati al PS, e con loro tutto un repertorio di canzoncine indie-pop leggere e fresche, ma che nascondono anche una certa qual intricatezza, lunghe e piene di sezioni come sono. La qualità del materiale va dal decente al bellino, senza mai avere estremi seppur con qualche pezzo nettamente sopra la media (tipo The Start of Something). È un buon modo (un “vero” modo) di iniziare questa calurosa giornata, tra chitarrine trillanti e altre amenità. Peccato per il cantante che si crede Elvis Presley e risulta un po’ antipatico. Voto: 6-, redivivi

(uscito al 30esimo minuto) Arab Strap. Ho già scritto abbondantemente di Arab Strap in queste sedi. Certo, era il tour in onore di Philophobia, c’erano solo due persone sul palco e faceva un freddo becco. A questo giro, i nostri scozzesi preferiti decidono di montare sul palco in gran numero e lontani dal loro minimalismo originario, per propinare principalmente il materiale del loro nuovissimo album, I'm totally fine with it 👍🏻 don’t give a fuck anymore 👍🏻, titolo che ancora non so se sia bellissimo od orripilante. Dimentichiamoci dunque dello slowcore e dei pezzi con code infinite, volte perlopiù a rinforzare concetti profondi tipo che Malcolm si è preso la candida. Diamo anzi il benvenuto a un lato quasi festoso degli Arab Strap, dove la club music incontra riffoni rock a volte anche belli cattivi e dove quell’omone di Aiden Moffat, sudato come solo un glaswegian in vacanza in Spagna può essere, cattura la nostra attenzione con la sua presenza feroce riconfermandosi, oltre che un genio delle tristezze del Nord, anche un mattatore da festival e leader indiscusso di una delle band più solide del momento. Voto: 7, Braveheart

Freddie Gibbs & Madlib. L’ho già detto e lo ripeto: per me Freddie Gibbs è semplicemente il rapper più bravo al mondo, punto. Magari non farà, come alcuni suoi esimi colleghi, profonde dissertazioni sociologiche sulla condizione della comunità afro-americana, ma nessuno come lui è capace di raccontare così bene le situazioni del commercio di crack e cocaina, che poi sono profonde dissertazioni sociologiche sulla condizione della comunità afro-americana. Il suo show con il leggendario produttore Madlib, dedicato ai dieci anni dell’album Piñata, è un tripudio di gangsteraggine e i due campioni dell’hip-hop contemporaneo sono disinibiti e cazzari come non mai, tra canne giganti, stage banter volgare e trucchetti “hype” riciclati all’infinito (media di “Say fuck the police!” urlati dal rapper: cinque al minuto circa). L’intrattenimento è a livelli altissimi e Freddie Cane, coi suoi flow geniali, impressiona sempre, che sia in extrabeat o che stia cantando un ritornello soul. Lo slot orario, il palco e la frequentazione del festival, però, lo sfavoriscono un po’: il pubblico ancora non è caldissimo e, come un vero gangsta, l’MC di Gary, Indiana a un certo punto si scazza. Dopo tre false partenze di Crime Pays decide di suonare Thuggin’ per una seconda volta (l’aveva già fatta a inizio set) e poi se ne va in largo anticipo con un’espressione un po’ amareggiata. Coerente, dopotutto. Voto: 6/7, veri gangsta (nel bene e nel male)

Blonde Redhead. La batteria svolazza con classe, le due chitarre si intrecciano, la voce femminile e maschile si alternano e il basso, lui, in base. Tutti noi che del live di Blonde Redhead sapevamo poco o nulla rimaniamo abbastanza stupiti di fronte a quest’assetto che è al contempo sofisticato e punk. E nonostante la voce di Kazu Makino risulti in qualche modo meno sorprendente dal vivo che su un disco, nonostante il trio rifiuti in tutto e per tutto ciò che può afferire al concetto di grandiosità, Blonde Redhead riescono a compiere un incantesimo e l’ipnosi collettiva comincia al primo pezzo e finisce all’ultimo applauso. Forse questa suggestione di massa è dovuta alla golden hour e al tramonto sul mare del mitico palco Cupra. Ma forse è anche dovuta al fatto che un gruppo indie rock con un’identità sonora così peculiare e con uno stile di composizione così emozionante capita sì e no ogni dozzina d’anni. Blonde Redhead non fanno che ribadire, prima pubblicando un ennesimo disco eccezionale come Sit Down for Dinner, poi strabiliando le folle con concerti di questo calibro, che la band è qui per rimanere e per lasciare un’impronta quasi leggendaria nella storia della musica indie. Voto: 7 ½, a Cesare quel che è di Cesare

Pulp live @Santander Stage (Primavera Sound), Barcellona, 30/05/2024

(espulso al 25esimo minuto per un episodio dubbio) Billy Woods. Un po’ dubbioso su come potesse essere la resa dal vivo del rapper più astratto degli ultimi anni lo ero, ma bastano pochi attimi a smentirmi: in un palco Plenitude un po’ vuoto, ma completamente assorto, le produzioni di Kenny Segal (et al.) suonano in maniera magistrale e il Billone nazionale rappa con una potenza espressiva e una precisione sbalorditive. Magari non avrà lo stile, l’iconicità e la fotta di altri colleghi dalla “street cred” più esplicita, ma la serietà e la competenza ci sono tutte e Woods ha profondità da vendere, come attestano, oltre che i testi, anche delle bellissime visual che raccontano la cultura nera negli Stati Uniti. Mi trovo costretto a lasciare il concerto prima del previsto perché Paolo non capisce l’hip-hop e vuole che andiamo a vedere un po’ di club music. Mi sposto, a malincuore ma non troppo, salutando con affetto questa bella musica che coinvolge più il cervello che la zona pelvica. Voto: 6 ½, concretezza abstract

(gli auguriamo pronta guarigione dal suo infortunio) Nazar. Entriamo nelle interiora del Port Forum e, nello stanzone di cemento noto ormai da anni come Warehouse, un sound-system alla giamaicana da 40.000 Watt ci accoglie con delicatezza. A farlo vibrare, oggi, ci sono vari artisti del roster della leggendaria etichetta Hyperdub, e ad aprire le danze con un live-show è Nazar, producer belga di origine angolana che negli ultimi anni si è ritagliato una sua popolarità riadattando il kuduro a situazioni bass music (un po’ come DJ Nigga Fox aveva fatto con contesti più house). Il prodotto è interessante, le bassline molto coinvolgenti, ma il reparto percussivo quasi inesistente rende il set decisamente concettuale, specie per chi voleva sgambettare e si è dovuto trovare davanti “’sto filosofo” (cito). Voto: senza voto (S.V.), neoplatonico

(sostituita al minuto 10 per necessità tecnico-tattiche) Beth Gibbons. Stasera ci sono delle priorità, e la priorità madre è quella di vedere i Pulp da vicino. Bello tutto, bello che Beth Gibbons sia risorta dal letargo con un disco suggestivo, bello il set della sera nell’anfiteatro davanti al mare, bella la banda con tantissimi suonatori di strumenti più o meno ortodossi. Bella anche la sua voce, bella anche la sua carriera. Ma un po’ chi se ne fotte, no? Siamo di passaggio proprio dove suona lei e non concedere a Elisabetta l’ascolto di un paio di canzoni sarebbe un vero sgarbo. Detto ciò, non rimaniamo impressionati dalle nenie dark-folk di questa rinnovata Lady Portishead. Magari il suo set è tutto in salita. Forse non lo sapremo mai, ma non ce ne crucciamo. Voto: S.V., interlocutoria

(schierato gli ultimi 20 minuti per conservare il risultato) Vampire Weekend. A-Punk è un pezzo incredibile, devastante, perfetto. Un dieci su dieci. Lo vedo dalla distanza di un kilometro mentre arriviamo alla zona main stage (per gli amici: Mordor) e un po’ mi emoziono. Il resto dei pezzi, visti da posizione assai defilata aspettando i Pulp, mi paiono piuttosto carucci e i suoni mi convincono per la loro originalità (su tutti quelli della batteria). Paolo continua a dirmi che come headliner sono una presa per il culo, e fino a qualche mese fa sarei stato d’accordo. Ma intravedo uno spiraglio di fascino. Voto: S.V., vorrei rivederlo Fabio

Pulp. Cosa ci si può aspettare dall’headliner da roboanza primaverica per eccellenza, il gruppo britpop che le persone che hanno gusto aspettano di più al mondo? Tante cose, certo. Ma una tale ecletticità, brillantezza, classe, ironia, festosità… diciamolo: una tale per-fe-zio-ne (forse mi sentirete ancora pronunciare questa parola, ma scandirla proprio no), non credo che nessuno se l’aspettasse. Jarvis Cocker, il frontman definitivo, è al contempo voce iconica e mai scontata, cantante dalla tecnica sopraffina, sex symbol e attore del grande teatro popolare. I membri della band, affiatatissimi sia tra sé che con gli elementi di scena pensati apposta per questo show speciale (una decina di archi!), sono l’emanazione di quel britpop che sa essere sia perfettino sia viscerale: Mark Webber, che col suo look da contabile sciorina gli assoli di chitarra elettrica più emozionanti del mondo, è l’emblema di una leggenda: la leggenda Pulp. E la leggenda continua per un’ora e mezza molto abbondante, con una scaletta strapiena di hit, visual esaltanti e coreografie mozzafiato che vorremmo non finissero mai. È una grande festa dall’inizio alla fine: dalle stelle filanti che partono con Disco 2000 suonata a sorpresa come secondo pezzo fino all’encore impreventivato, una Razzmatazz che è quel regalo che la città di Barcellona non merita ma di cui ha bisogno. Voto: 8 ½, l’encore della vita

The Armed live @Plenitude Stage (Primavera Sound, 30/05/2024)

The Armed. Quando The Armed vennero chiamati per suonare al Primavera nel primo giovedì della doppia edizione 2022 (la giornata con la ruta indie più gratuita della storia, nonché la peggio organizzata di sempre), Tommy e i suoi amici reagirono come se fosse stata la venuta di Cristo in persona. Decisero, addirittura, di andare a vedere questa macro-band/collettivo post-hardcore al posto dei Yo La Tengo, e oltretutto assistettero all’intero show mentre facevano un’infinita coda al bar. Li ho sfottuti non poco, probabilmente a ragione, ma in fondo in fondo da allora sono sempre stato curioso di vedere lo show dei The Armed. Se l’album dello scorso tour, Ultrapop, mi era piaciuto perché, o nonostante il fatto che, non ci avevo capito un cazzo, questo nuovo Perfect Saviors del 2023 mi stuzzica proprio per il fatto che contiene canzoni vere e non accrocchi di sezioni metal, emo e post-punk da trenta secondi l’una, prive di apparente coerenza e coperte dalla saturazione del mix. L’inizio del concerto, caotico proprio per fare contenti i fan di vecchia data, non mi colpisce un granché, ma più avanza il set più il suono, in concomitanza col songwriting, diventano leggibili. La fanbase storica non sembra preoccuparsene e anzi si emoziona a dismisura. Con Clone, che è sì un improbabile math-emo coi blast-beat, ma anche una canzone vera, un piccolo moto dell’anima lo sento anch’io. Voto: 6+, talento che si sgrezza

Wiegedood. La giornata è stata campale e arriva il momento di decidere se si vuole continuare a cazzeggiare, magari con le molte opzioni elettroniche che ancora ci vengono proposte, oppure se è meglio alzare bandiera bianca. Un genere di decisioni non facili, che vanno prese in conciliabolo, seduti in cerchio, con una musica di sottofondo propizia per riposarsi e al contempo prepararsi a una possibile nuova battaglia. Ed ecco che il Primavera, in questa fascia oraria non priva delle sue complessità, ci dà buona uva: un’oretta di black metal puro e crudo, senza fronzoli, da gustarsi mentre si riposano le membra stanche tra le 3 e le 4 di notte. I blackster belgi sono professionisti serissimi (“black metal pelato, lo chiamo io”) e bombardano senza alcuno scrupolo mentre i geek godono, i festivalieri più stravaganti scappano inorriditi oppure stanno allo scherzo (ho veramente visto uomini pelosi con indosso un cortissimo body rosa fare le mosse di Abbath?) e gli occasionali non sanno bene come reagire (ho veramente visto una ragazza sulla trentina accennare dei passi di danza e poi rinunciarci?). Solo il Primavera Sound può offrire simili follie. Voto: 6+, caffè bevuto la sera

(non convocato, fa invasione di campo e segna) Tim Reaper. Dentro alla Warehouse alle 4:30 succedono cose che non ricordo molto bene: Paolo non c’è, mi scrive che è andato all’albergo dopo un Kode9 in grande spolvero; il Falso e Daniel (il mio compare di pale eoliche, appassionatissimo tra le varie cose di UK bass, che oggi ha fatto rute esoteriche comprensive anche di un insospettabile Boiler Room purple dubstep di Joker) scoprono una passione comune per l’hyperpop e decidono di andare a rilassarsi con il set di A.G. Cook; Tommy deve accompagnare qualcuno (chi?) da qualche parte (dove?) e finisce per spiaggiarsi, come dice lui, “sopra a un garde-rail” (cosa?). Insomma, come cantava C. Tangana: “Perdì mis amigos”. Ma prima che il caos della sparpagliata generale mi faccia decidere di partire ho il tempo di entrare, constatare che il ragazzo di Hyperdub sta spinnando della jungle music, il genere meno raffinato che esista, con estrema raffinatezza, e ballare senza sosta. Ogni disco è qualità, e, mentre esco per finire la nottata di fronte al mare, faccio ciao ciao con la manina come a dire: “Tra noi due non è finita, ci rivedremo”. Voto: 6 ½, presto nei vostri rave di fiducia

(al suo timido esordio in serie A) Herrensauna: CEM B2B MCMLXXXV B2B Salome B2B SPFDJ. Per il DJ-set che chiude la giornata al Cupra (slot tradizionale e importantissimo), il PS opta per un back-to-back al cubo che porta sul palco una quantità inutile di gente. Dello show si apprezzano particolarmente due elementi: uno, il fatto che abbiano tutti nomi impronunciabili (tranne Salome che è un po’ come “Fabrizio” in quel famoso video del Nido del Cuculo); due, il fatto che il look di ciascuno, in maniera diversa, gridi “techno” ai quattro venti: c’è la frigida col caschetto da spia russa che fuma seicento sigarette di fila, il tizio in tunica nera, la persona dal genere indefinibile con il make-up da demone infernale, etc. Intrattengono abbastanza, in un DJ-set banalotto ma senza sbavature. Voto: 6-, in fondo è technazza


Venerdì 31 maggio – Giorno 2

Joanna Sternberg live @Auditori Rockdelux (Primavera Sound), Barcellona, 31/05/2024

Charlemagne Palestine. Al secondo giorno di festival ci accorgiamo che abbiamo una gran voglia di vedere concerti dalle quattro del pomeriggio fino alle quattro del mattino, ma che a inizio pomeriggio non abbiamo il fisico per stare in piedi. Grazie a Dio esiste l’Auditori Rockdelux, che negli anni ci ha regalato immense gioie: un luogo del cuore, un’enorme sala dove l’acustica, il comparto suoni e le luci sono seconde solo alla comodità delle poltrone. Tante emozioni, qui dentro, ma anche qualche ghirata, va detto. Oggi è inevitabile, di fronte a questo vecchietto che sembra un senzatetto e che a quanto ci dicono avrebbe inventato il minimalismo, o qualcosa del genere. Un rilassante drone di sottofondo ci accompagna verso il mondo dei sogni mentre il signore suona, alternando due sole dita sui tasti del pianoforte, una suite in tre movimenti: la prima da dormire sul lato destro, la seconda sul lato sinistro e la terza da osservare, ormai riposati, per godere della pittoresca visione di uno degli ultimi esemplari di una specie ormai estinta: i musicisti-filosofi della contemporanea (sì, “la contemporanea” è un genere). Che ridere poi quando alla fine si mette a mugugnare a cappella, tira fuori due bicchieri di vino e li fa tintinnare mentre se li scola, per poi blaterare che lui suona il piano come fosse un synth e levarsi dalle balle. Charlemagne, se sei un truffatore, sei il mio preferito. Voto: 5 ½, pisolino con sorpresa

Joanna Sternberg. Ci sono tante ragioni per amare il twee-pop in tutte le sue forme, e Joanna Sternberg le incarna davvero tutte. Il twee-pop è accettare i propri sentimenti per come sono senza vergogna, e la cantante lo fa tanto nelle sue canzoni come nel suo live. Il solo show della cantante di New York è una grande collezione di piccole perle, canzoni corte e semplici che rielaborano il folk americano in chiave tenera e intimista. La performance di Stenberg è goffissima, sia nel suonare sia nell’occupare il piccolo spazio che le hanno pignolamente adibito al centro dell’immenso palco dell’Auditori. Ma alle note steccate seguite da un “Sorry” per poi riattaccare ci si abitua in fretta e diventano parte della bellezza della performance. Joanna è parecchio in là sullo spettro dell’autismo per sua stessa ammissione ma ha trovato il suo modo di esprimersi e vederla sentirsi a suo agio, ridere e scherzare, per poi spiccare il volo con la sua voce così dolce e particolare è una vera emozione. Ma non pensate che la bellezza de concerto risieda solo nella fierezza di vedere una persona poco conforme alle norme del pop riuscire nel suo mestiere, un po’ come per Susan Boyle in quel vecchio video del cazzo. La cantante ha anche un talento straordinario come songwriter e ha scritto canzoni di rara bellezza, una su tutte Mountains High, che viene suonata per prima, prima che io sappia chi è Joanna Sternberg, a cosa assomiglia, come si rapporta al pubblico. E che ciononostante trasforma il mio viso in una maschera di lacrime. Voto: 7 ½, la persona più abbracciabile del mondo

(è sceso in campo?, non ne siamo sicuri) The Last Dinner Party. Ci passiamo davanti per prendere una birra al volo e ascoltiamo due canzoni. Il palco è gremito di gente. Francamente, sono mesi che non capisco cosa ci trovi la gente in questa band uscita dal nulla con un disco dalla produzione “barocca” ai limiti dell’irritante. A memoria, quella dell’Ultima Cena è la musica meno memorabile ad avere un tale successo commerciale negli ultimi anni. Belle figliole però. Voto: S.V., prodotto dell’industria

Yo La Tengo. Ho visto i Yo La Tengo nel 2022 e nel 2023. Mi appropinquo a rivederli nel 2024 e sono ancora sinceramente emozionato, un po’ come se fosse la prima volta. Poche cose sono imprevedibili e sorprendenti come un concerto dei Yo La Tengo. È perché nella scaletta può veramente esserci di tutto, dal puro noise/drone (chissà se rifanno Pass The Hatchet I Think I’m Goodkind, canzone ripetitiva e lunghissima, quasi dolorosa) al folk più leggero del mondo, o ancora perché ogni volta che il trio di Hoboken sale sul palco ci vuole sempre un po’ a capire se ci sono o ci fanno, se stanno suonando piano o forte, se sono presi bene o presi male. Non è un concerto per forza facile, quello dei Yo La Tengo, ma è forse il concerto dove si possono osservare al meglio artisti spinti da un carburante composto solo e soltanto di pura intenzione. Non ci sono trucchetti, non ci sono fini studi sulla tecnica, solo la pura forza della volontà di trasmutare l’emozione in musica. Ed è così anche oggi: che suonino una jam lunghissima (l’apocalittica Blue Line Swinger è straordinaria), una hit (la versione di Stockholm Syndrome con l’assolo più estremo dell’edizione mi esalta) o ancora una piccola carezza acustica (al gruppo di romani odiosi che chiacchierano fortissimo durante Did I Tell You non posso che augurare sciagure), quando i Yo La Tengo lo fanno con convinzione, il risultato è spaventosamente emozionante. L’unica stortura del concerto, infatti, è che a questo giro Autumn Sweater mi è sembrato che si siano sentiti obbligati a suonarla, con risultati sotto la media. Ma su un palco prestigioso (o con un pubblico, ahimé, un po’ del cazzo) capita anche ai più grandi. Voto: 7 ½, restate sinceri per sempre

The National live @Santander Stage (Primavera Sound), Barcellona, 31/05/2024

BADBADNOTGOOD. Quando vedemmo i BBNG nel lontano 2017, IV era a malapena uscito e ci sembravano un gruppo di giovani talentuosi ma anche un po’ scassoni, o quantomeno molto veraci, sia nel suono (ok, al palco Pitchfork nel 2017 si sentiva tutto malissimo), sia nella maniera spontanea di jammare e invitare il pubblico alla danza. Oggi, a distanza di sette (!) anni, questi nu-jazzmen giovani lo sono ancora, ma come può essere giovane un Dario Nardella, e talentuosi lo sono ancora, ma all’inverosimile: hanno un timing perfetto, una maestria del suono, sia digitale che analogico, praticamente ineccepibile, e nuove gimmick simpatiche tipo un nuovo strumento, una sorta di fiato-synth con la testa scomponibile Malossi. Hanno persino un nuovo accenno di psichedelia che non trovo affatto spiacevole. “Un po’ artificiale forse?”, mi fa Paolo al primo pezzo. È vero che l’assenza di qualsivoglia sbavatura, quando si parla di nu-jazz affine all’hip-hop, ha sempre il rischio di generare l’effetto “lo-fi beats to relax/study to”, e a piccolissimi tratti il timore di vedere uno show non troppo genuino c’è. Ma è anche vero che un groove poderoso, contagioso e inesorabile come il loro ce l’hanno davvero in pochissimi, ed è lui a prendere il sopravvento su ogni istante del concerto. Aggiungici anche assoli tutt’altro che scontati e pieni di note blu e sì, possiamo serenamente riconfermare i BADBADNOTGOOD come una delle band più rilevanti e interessanti nell’attuale scena della musica adiacente al funk. Voto: 6/7, custodi del groove

(uscito al 40esimo minuto) Clipse. Lana del Rey dovrebbe aver attaccato a suonare nella zona main stage, svuotando letteralmente la zona vicino all’ingresso. E si dà il caso che in questa zona si stiano per esibire i Clipse, una delle reunion più inaspettate dell’edizione. Per chi non lo sapesse, questo duo di fratelli MC è il moniker che ha lanciato nel rap game non solo il misconosciuto Malice ma anche un certo Pusha T, oggi nel gotha del rap americano. Spinti spesso e volentieri dalle produzioni belle “phat” di nientepopodimeno che Pharrell Williams, i rapper della Virginia hanno pubblicato album iconici per il suono “southern” dei primi anni 2000. Vederli in Europa, più di dieci anni dopo i loro ultimi show, è un’occasione più unica che rara. E purtroppo non c’è molta gente. Ma ai ragazzacci non importa e portano ai fan del vero hip-hop un’energia spettacolare, in uno show fedele alle radici di quest’arte ancora troppo bistrattata e/o incompresa da pubblici come quello del Primavera Sound (compreso Paolo che sbadiglia e offende, in contemporanea). È tutto molto retrò: il DJ-set con le hit del momento per scaldare la folla nel primo quinto di concerto, l’uso e abuso di sample per l’hype (sì, il tuono con i vetri che si rompono), le visual con i boom box sullo schermo. Uno show quasi rassicurante per chi ama il rap vecchia scuola e anche per chi, come me, apprezza anche la carriera recente di Pusha T e fino ad oggi non aveva ancora avuto il privilegio di vederlo in carne ed ossa a spaccare il microfono a suon di: “Gyeach”! Voto: 7, semplicemente la doppia H

(entra a 20 minuti dalla fine a grande richiesta di una frangia di ultras radicali) Lana del Rey. Già per il fatto di aver cominciato con 30 minuti di ritardo, Lagna meriterebbe un’insufficienza grave a prescindere. E se la becca. Quel poco che vediamo della performance dell’act più totalizzante dell’edizione è ancora più agghiacciante: se ne sta seduta e canta con un flebile filo di voce, delega tutto quel che può alle coriste, si muove a malapena. Una bambola: bella ma inanimata. Alla fine dice che purtroppo la obbligano a smettere, annuncia le ultime tre canzoni che canterà (ma dai…) e le esegue tutte di fila mentre io e Paolo ormai disinteressati ci facciamo una partita a scacchi su Lichess diventando per qualche istante una piccola “novelty” per la folla del palco opposto. Poi, mentre sto preparando uno scambio di regine, l’insperato: parte un pezzo da An Empty Bliss Beyond This World di The Caretaker (???!!!) e, mentre l’equipe prepara il palco dei National, Lana del Rey concede alle prime file autografi, selfie, qualche parola, mentre le telecamere inquadrano questa messianica discesa. Un glitch nell’esistenza: nulla ha senso, nulla è reale. Viviamo in una simulazione, in una realtà liminale. Voto: 4, MK-Ultra

The National. Il rock, si sa, ha una parte di masochismo. E io e Paolo, che amiamo il rock, siamo pronti a infliggerci cose molto dolorose per poter dire che nella giornata un po’ sguarnita di oggi la nostra dose di rock ce la siamo comunque portata a casa. Il cilicio di stasera, nello specifico, è un lunghissimo set di due ore, fino a notte fonda, nel main stage (già questo è tanto da sopportare), dei The National, ovverosia il gruppo rock contemporaneo a più alto potenziale di scassamento di maroni esistente. Per rincarare la dose, chi li ha visti suonare un paio d’anni fa parla di un gruppo un po’ mogio, con un Matt Berninger schivo e sicuramente ubriaco, che ha suonato sì belle canzoni ma tanto materiale nuovo e lievemente tedioso. Scommettereste voi sulla band che ha l’indicatore xT (expected Tafazzi) più alto dell’edizione? Noi sì, perché gli indicatori non contano nulla e il Primavera Sound è fatto anzitutto di sorprese. E che sorpresa, infatti, quando la band americana monta sul palco e comincia a sparare scariche elettriche una dietro l’altra in uno show di un’intensità unica, con un frontman scatenato e una scaletta che è praticamente un greatest hits. È veramente un tripudio di texture di chitarre quasi shoegaze, una performance ritmatissima, piena di sing-along e giusto tre o quattro ballad sopraffine a impreziosire uno show mozzafiato. A un certo punto i “sad dads” dell’Ohio escono dal palco e dico a Paolo: “Ah!, pure loro sono di quelli che fanno il finto encore” “Guarda che hanno finito” “Ma che dici, saranno passate massimo un’ora e venti”. Mi indica l’orologio, sono le 1:30 in punto. Due ore volate via, contro ogni pronostico. Voto: 8, trafitto da un raggio di sole

Mount Kimbie live @Pull&Bear Stage (Primavera Sound), Barcellona, 31/05/2024

Mount Kimbie. Sono passati sei anni da quando i Mount Kimbie hanno bazzicato queste contrade per il tour di Love What Survives. Ricordo ancora con estremo piacere uno dei concerti più inaspettati della mia vita: il duo UK garage, che meglio di tutti era stato capace di adattare il suono della club music inglese al contesto di album intimisti e raffinati, era diventato una band. Una band parecchio pestona, anche, la cui proposta era essenzialmente quella di intense cavalcate post-punk strumentali costellate di elementi elettronici. Figo, per carità, ma più un “progetto” che una vera band. Poi, quest’anno, è uscito l’ottimo The Sunset Violent, e il dogma “i Mount Kimbie sono un duo” è stato finalmente superato. Con l’aggiunta di Andrea Balency-Béarn (un’aderente della religione Sadierita), che canta e sintetizza, Kai Campos può dedicarsi praticamente appieno a integrare come si deve la chitarra a quello che suona in tutto e per tutto come un nuovo indie rock, dal songwriting coeso e pungente, che non dimentica un suo sostrato house (Made to Stray in chiusura serve a rimarcarlo) ma che non ha paura di esplorare nuovi orizzonti sonori anche estremi (Fishbrain a tratti è shoegaze, di quello vero, che fa male alle orecchie). Mount Kimbie è finalmente il nome di un gruppo rock, potenzialmente un gruppo rock generazionale. Ultima mossa da eseguire: smetterla di invitare l’odioso King Krule in studio, ché la voce di Dom Maker e della sua collega suonano molto meglio. Voto: 7 ½, band vera

HiTech. Ci risiamo. Altra giornata campale, altro pit-stop tattico al palco Steve Albini per ricaricare le pile e decidere il da farsi. Il menù stasera non offre black metal, bensì il footwork di HiTech, gruppo emergente di Detroit il cui ruolo dei membri si fatica a comprendere, ma la cui finalità del set è molto chiara: portare al Forum un’energia raver da “bloc party” di un ghetto nero della periferia americana. Il nobile intento non riesce malissimo vista la presenza scenica degli hypemen, molto bravi ad arringare la folla, e la diversità dell’offerta musicale proposta dai deck, che svaria da richiami techno ad omaggi alla liquid d’n’b, senza disdegnare Miami bass e compagnia bella. È una proposta notturna molto, forse troppo tamarra, ma ci intrattiene serenamente per un’ora e alla fine ci fa anche sgambettare un minimo (proprio un minimo, eh). Voto: 6-, coccodrillo uscito dalle fogne

(entra ed esce per pochi minuti senza che se ne accorga nessuno) TraTraTrax: Verraco B2B Bitter Babe B2B Nick Leon. Ancora un back-to-back con troppi DJ. Ancora technazza. Ma questa volta senza nemmeno lo sketch di vedere gente buffa sul palco. Verraco nel 2020 ha fatto anche un ottimo disco IDM che si chiama Grial, ma il suo tocco da fine decostruttore della bass music, dietro ai deck, proprio non si sente. Gli altri non so chi siano e non mi interessa granché di saperlo. Voto: 5, anche la technazza va saputa fare


Sabato 1 giugno – Giorno 3

Lankum live @Auditori Rockdelux (Primavera Sound), Barcellona, 01/06/2024

Nala Sinephro. È buffo che, in un festival che fa della sua diversità la principale caratteristica, la presenza di act adiacenti al jazz sia sempre stata abbastanza aleatoria, in certe edizioni ai limiti del derisorio. Quest’anno, a parte i BADBADNOTGOOD, poca roba. E in questo cestino di poca roba spunta casualmente Nala Sinephro e si insidia nella nostra ruta non tanto per meriti artistici quanto perché è all’Auditori alle quattro e mezza del pomeriggio. Sarà ancora sonnellino? Potete dirlo forte! Non sono le lunghe intro di arpa effettata della signora Sinephro, anche suggestive e particolari, a farmi sprofondare nel mondo dei sogni, bensì tutto quello che le segue: un jazz contemporaneo saturo di synth un po’ vecchiotti che non mi sorprende in nessun modo né mi cattura l’animo al punto di farmelo definire “spirituale” come certi hanno fatto (quell’aggettivo lo riservo alle cavalcate matte del tardo Coltrane e al limite a qualche illustre imitatore, tipo Muriel Grossmann). Se poi ci aggiungiamo il fatto che essenzialmente il concerto è composto di due intermezzi d’arpa e di due suite e che le due suite sono indistinguibili… Beh. Voto: 5, sonnellino senza sorpresa

Lankum. Vuoi perché Shane McGowan è morto non troppo tempo fa, vuoi perché col mio gruppo punk stiamo imbastendo una finta canzone da pub scozzese, vuoi perché En Attendant Ana suona una cover di I’m a Man You Don’t Meet Every Day… Insomma, vai a sapere perché, ma negli ultimi mesi Rum Sodomy & The Lash, il disco chiave di The Pogues, è stato una personale ossessione. È uno di quei dischi che ti cambiano la vita e che ti lasciano un insegnamento, che nel mio caso è: il folk gaelico è una delle musiche più struggenti che esistano al mondo. Per cui, perché non restare nel comodo Auditori e dare una chance alla band irlandese che ha riportato questo genere in palcoscenici di una certa importanza (penso a quella suggestiva partecipazione al Roadburn)? Mai scommessa fu più azzeccata: la band di Dublino dal vivo è stupefacente. Ogni colpo di tamburo sono brividi che mi attraversano il corpo, i droni delle zampogne e le voci ipnagogiche dei cori mi trasportano in uno stato di trance, e quello che capisco dei testi mi porta fino alle lacrime un paio di volte. La band più da pugno nello stomaco dell’edizione, poi, si rivela anche la più simpatica: il cantante Ian Lynch non solo sa portare sul palco un rituale sonoro tempestoso, ma anche renderlo, in qualche modo, quasi accogliente. Voto: 7/8, taverna con vista sulle praterie

(entra in campo per protestare prima di essere allontanato dall’arbitro) Lisabö. “Oh comunque grandi Lankum! Oltretutto sono stati tra i pochi finora a parlare di Gaza”. Detto fatto. Sul palco Cupra c’è un backdrop con una bandiera palestinese gigantesca. Non si può che rispettare enormemente i Lisabö, band post-hardcore basca, per questa mossa di militantismo massimalista. Anche le due canzoni che ascoltiamo non sono malaccio: la formazione, massimalista anche lei (due batterie!), dà una bella spinta e le vocals screamo in euskera funzionano. Voto: S.V., Palestina libera

PJ Harvey live @Santander Stage (Primavera Sound), Barcellona, 01/06/2024

(esce al 20esimo minuto) Crumb. Quattro o cinque canzoni del vellutato psych-rock dei Crumb non fanno dispiacere. Non li trovo speciali (a differenza, per esempio, di Tommy) ma hanno un loro perché. Voto: S.V., da rivalutare

(entra in campo a 15 minuti dalla fine e prende un rosso per insulti quando l’arbitro fischia la fine) 070 Shake. Vi giuro che dal palco Estrella Damm non sta arrivando musica ma solo frequenze basse che rendono quasi impossibile comunicare. L’ascolto è ai limite dell’insopportabile e la rapperaccia da due soldi si atteggia pure a regina di stocazzo. Ma siamo gente tollerante e mentre aspettiamo il set di PJ Harvey defilati a destra la lasciamo fare. Peccato che la 070 non voglia schiodare da dov’è e continui a far lanciare canzoni al suo DJ mentre monta lo scorno generale e i gesti del “vattene a casa” si moltiplicano. Quando finalmente un eroico fonico le stacca il microfono a tradimento è un sollievo di massa, ma la stronza ha comunque preso dieci minuti abbondanti a Polly Jean. Per fortuna sono stati recuperati, ma non si fa, dai. Voto: 4, Primavera’s most hated

PJ Harvey. Con al seguito una band raffinatissima, l’eterea cantante monta sul palco provocando un delirio generale talmente terraformante che viene giù un acquazzone memorabile. Dopo i primi due pezzi, tratti da release recenti, che fatico a trovare esaltanti (ma sto sentendo la splendida voce di PJ Harvey dal vivo, quindi non posso lamentarmi), finalmente la setlist prende forma e comincia a partire una discreta hit parade, inevitabilmente suggestiva, specie nei suoi momenti più rockettari. La dedica a Steve Albini con la performance acustica di The Desperate Kingdom of Love è da brividi al cubo, il vero minuto di silenzio che Steve, il più grande di tutti, si meritava. Il concerto è oggettivamente ottimo, la musica di gran qualità e l’esecuzione praticamente perfetta (fidatevi, suonare canzoni con quelle idiosincrasie ritmiche e armoniche dev’essere un incubo). L’unica pecca è che, nello sturm und drang della bufera che così bene si sposa alle canzoni, PJ Harvey sembra un po’ intimidita dal maltempo, e non posso che vederla come un’occasione sprecata perché se la cantante, pur restando fredda come è sempre stata, fosse venuta a sfidare gli elementi con carattere invece di starsene così indietro nel palco, allora lì sì che avremmo assistito a un concerto ai limiti del mitologico. So che la mia critica è pignola e ingrata, ma in un edizione in cui varie frontwomen si sono distinte per il loro estro è un piccolo dettaglio che può influire sull’analisi di una comunque ottima prestazione. Voto: 7, tempesta senza lampi

Bikini Kill live @Pull&Bear Stage (Primavera Sound), Barcellona, 01/06/2024

Bikini Kill. Le quattro regine del riot grrrl, dopo mille concerti annullati in passato, finalmente sbarcano a Barcellona per la prima volta in carriera con un reunion show che, contrariamente a varie iniziative di questo genere intraprese da leggende del punk, ha un sapore freschissimo e non odora di vecchio nemmeno per un istante: Kathleen Hanna e socie suonano esattamente come sui loro dischi di trent’anni fa ma, soprattutto, hanno l’aspetto e l’attitudine di una band di ventenni. Non è difficile capire il perché: in quello che portano sul palco, le Bikini Kill ci credono fino in fondissimo. A un certo punto Santa Kathleena da Portland lo dice anche: “Ok, that was far from perfect. But that’s the beauty of punk rock: it’s not perfect, and anybody can do it”! E questo spirito la band lo incarna perfettamente: si vestono con i peggiori abiti scintillanti da “thrift shop”, si scambiano strumenti, fanno battutacce (“This is PJ Harvey’s pee”, bevendo un succo d’arancia), infamano l'eteronorma. Soprattutto, suonano da dio e sparano pezzoni uno dietro l’altro. Sono commosso: ho visto il vero spirito del punk, e ne sono innamorato. Una gocciolina mi scende sulla guancia, ma per fortuna nel mosh-pit sotto la pioggia non si nota. Voto: 8, le nostre madri

Atarashii Gakko!. È da un paio di edizioni a questa parte che il booking del PS ci porta ogni anni un piccolo act di pop asiatico, perlopiù giapponese, per variare l'offerta. Ed è da un paio di edizioni a questa parte che, pur sconfinferandomi, mi trovo a dover rinunciare a questa possibilità di espansione dei miei orizzonti. Il J-pop è il futuro? Non lo so, ma cazzo se è divertente. Ok, le canzoni non sono di una profondità assoluta, ma a quest'ora della notte e dopo la pioggia siamo davvero sicuri di aver bisogno di stare fermi impalati a vedere l'arte con l'A maiuscola? No, e poi non è che ce ne sia tanta a giro. Tanto vale, perciò, goderci la professionalità strepitosa di queste quattro simpaticissime giapponesine: visual esilaranti, coreografie mozzafiato, stage presence straripante (Suzuka è la Jarvis Cocker del Sol Levante). E il buonumore è assicurato. Voto: 7, distillato di allegria

Charli XCX. Per la regina del nuovo pop stasera c'è un pienone devastante. Nuovo pop, sì, possiamo proprio dirlo. Il pubblico è giovanissimo, i suoni molto moderni e lo show è tutto tranne quello che uno si aspetterebbe da una popstar vecchio stampo. Costumi e scenografie sono quasi inesistenti, la stage presence è più emozionante sullo schermo che sul palco (perché sul palco c'è un cameraman del cazzo che gravita non-stop attorno a Charli) e la performance più che quella di una cantante fatta e finita ricorda quella di una hypewoman (e il playback non manca). Insomma: in sostanza è un listening party con dei remix bombastici del catalogo della signorina XCX (compreso Brat, l’album in procinto di uscire), in una setlist satura di estetica Y2K e amatissima dai gen-Z, che cantano come pazzi. È questo il futuro del pop che speravo? Penso di no. Ma la sensazione di assistere a un piccolo evento generazionale mantiene comunque un interesse fisso verso il palco (e quel poco che succede su di lui). Voto: 6, distopia seducente

(uscito al 40esimo minuto) Teki Latex. Se inizi il DJ-set di chiusura del festival con I Wanna Dance With Somebody sei sicuramente stronzo. Se subito dopo passi Bizarre Love Triangle sei sicuramente molto simpatico. Se ti inventi un mash-up tra Better Off Alone e That’s Not Me di Skepta, in te c’è del genio. Ma quando, a un certo punto, sento partire un remix di Let It Go (quella di Frozen), non posso che pensare che sicuramente sei anche imbarazzante. Un amico stronzo ma molto simpatico, un po’ geniale e spesso e volentieri imbarazzante ce lo abbiamo tutti. Sarei amico di Teki Latex? Sì. Gli affiderei un compito di alta responsabilità come il DJ-set di chiusura del festival? Mai nella vita. Voto: 4 ½, senza classe

 

Domenica 2 giugno – Giorno Bonus

I tre giorni ufficiali sono finiti ed è stato bello. Per chiudere il rituale annuale completo resta solo la domenica del Primavera a la Ciutat, una giornata di concerti in tre sale cittadine tutte vicine (Paral·lel 62, Sala Apolo, La 2 de Apolo). Per i veterani, questa serata viene considerata una sorta di after-party che, certo, è cambiata molto negli anni (che tempi quando i concerti erano al CCCB!), ma ha sempre lo stesso fascino da danza sopra ai cocci rotti. La proposta musicale di questa Ciutat domenicale è senza dubbio eccellente. L’unico neo è che alle tre sale si può accedere solo con una “reserva” stupidamente sofisticata da ottenere, almeno per i più inesperti. Io che il sistema ormai lo conosco da tempo avevo una prenotazione per ogni sala (sai mai, nel dubbio…) ma affinché Daniel riuscisse a vedere gli American Football ho scambiato il mio ingresso all’Apolo con un secondo ingresso al Paral·lel 62. Questa cosa sarà importante dopo. In ogni caso, l’ultima mini-ruta urbana è anche lei meritevole di resoconti, e non manca di gruppi interessanti, tra vecchie glorie e giovani promesse, che vale la pena analizzare prima di andare a dare un giudizio complessivo sull’intera edizione del festival.

American Football live @Paral·lel 62 (Primavera Sound), Barcellona, 02/06/2024

Las Petunias.
Siccome il mio primissimo comandamento dei concerti è “Get your money’s worth”, arrivo al Paral·lel preciso per vedere la prima band, Las Petunias. Due cose vanno dette: uno, quest’anno per qualche ragione il pop-punk femminile spagnolo è over-rappresentato. Non per forza è un male, anzi, una di queste band fa piacere beccarle. Certo però che quando Las Petunias montano sul palco e mi accorgo con orrore che non hanno batterista bensì una suonatrice di synth e drum-machine, mi sento un idiota e totalmente convinto di aver scelto la peggior band possibile da vedere (col senno di poi, tra l’altro, al set di Aiko El Grupo venerdì sarei potuto andare). In fondo, però, sono fisime mie: le canzoni funzionano tutte, le ragazze sono simpaticissime (il loro stage banter in spanglish è tra i migliori dell’edizione) e alla fine, quando sono riuscito a entrare nel loro universo un po’ “dank” (sullo schermo scorrono immagini dell’internet più scadente, tipo spezzoni delle Chipettes), le scelte artistiche scassettate ma ben eseguite di questo giovanissimo trio hanno anche una loro ragione di essere. In fondo anche il pop-punk è punk. Voto: 6+, largo a las jovenes

(esce al minuto 20 dopo aver passato i primi 10 a bordo campo a sistemarsi scarpini e parastinchi) Silica Gel. Qualche giorno fa Paolo, dopo la consueta power-nap di inizio pomeriggio, aveva voglia di rock ed è uscito dalla placenta musicale dell’Auditori per sentire questi giovani psych-rockers koreani all’aria aperta. Non è durato neanche quindici minuti ed è tornato al nido indispettito, dicendo: “Una parodia di una rock band per chi non capisce un cazzo di rock”. A questo punto sono curioso di vederli, sperando che facciano veramente schifo, un po’ come sto sperando che stasera la Fiorentina perda l’ultima di campionato con una goleada dell’Atalanta, che è quello che si merita. Ma può sempre andare peggio: la Viola ha vinto con brio, facendomi incazzare come una iena, e i Silica Gel dal canto loro hanno fatto di peggio: hanno preso dieci minuti di ritardo per fare in modo che il loro fonico koreano gli facesse i suonini come gli piacciono a loro, sostituendo il professionista del Paral·lel che finora stava facendo un lavoro corretto. Questa cosa sarà importante dopo. In effetti, appena attaccano a suonare, mi rendo conto che il suono, molto particolare e curato, e si adatta bene alla loro scialbissima musica. Seguo con poco interesse questa sorta di King Gizzard in versione contabili otaku (già non mi piacciono i veri KGATLW, figurarsi questi) e poi mi levo dalle balle, non ancora ben conscio del crimine che si è appena consumato davanti ai miei occhi. Voto: 3, cronaca di una morte annunciata

(esce al 20esimo minuto come di consueto) Crumb. Un messaggio di Tommaso: “Dai, vieni alla 2 che ci vediamo venti minuti di Crumb”. Detto fatto. Quattro o cinque canzoni del vellutato psych-rock dei Crumb non fanno dispiacere. Non li trovo speciali (a differenza, per esempio, di Tommy) ma hanno un loro perché. Dai, più seriamente, massimo rispetto per aver variato un po’ la setlist. Poi dentro a una sala suonano veramente bene e il contesto esalta le loro influenze disco music. Li recupererò quando possibile. Voto: S.V., piano piano stanno essendo rivalutati

Militarie Gun. Per me, questo era uno dei concerti più attesi dell’edizione. Mi sono saltato il loro set al Forum e anche il loro secret show perché una band del genere, dentro a una sala di media grandezza come quella di stasera, non può che dare il meglio di sé. Il loro power-pop impreziosito dalle vocals in pieno stile modern hardcore non solo ci ha dato uno dei migliori album del 2023 a mani basse (Life Under the Gun), ma è anche una boccata d’aria fresca: uno stile energico, al contempo emozionale e demolitivo, che può regalarci uno dei concerti più casinisti dell’edizione. Non vedo l’ora che il gruppo arrivi e trasformi il Paral·lel in un museo del pogo contemporaneo come sono sicuro che sono capaci di fare (mercoledì Théo li ha visti al Petit Bain e mi certifica che la barca ha preso il largo). Quando vedo Ian Shelton montare col suo consueto giubbotto antiproiettile l’eccitazione è alle stelle, e poi… No dai, ma che cazzo sono questi suoni? Le chitarre, che sono l’elemento migliore dei Militarie Gun, sembrano scorregge. Le vocals, che sull'album suonano sì possenti ma anche ben amalgamate al contesto strumentale, sono altissime e isolate da tutto il resto al punto di essere quasi imbarazzanti. Mi giro verso il booth del fonico e, dove fino a dieci minuti fa mi confermano ci fosse un signore asiatico, vedo Fulanito Lopez del Paral·lel in evidente difficoltà, impotente di fronte ai setting della banda di segaioli di prima. Silica Gel, porca puttana, vi meritate il peggio! Col senno di poi, Militarie Gun avrebbero dovuto fare, come i guastafeste koreani, una decina di minuti di live-check per dare al pubblico una performance che facesse onore a uno dei sound più apprezzabili degli ultimi anni. Ma erano una band tanto attesa, e da buona band punk, devono essersi detti: chi se ne frega, andiamo a fare casino e come va va. L’energia dei californiani è stupenda ed encomiabile, e riesce anche a smuovere le folle, ma non basta a rendere il concerto buono. Per fortuna sul finale il suono è quasi decente (si è notato che è stato sistemato via via). Troppo tardi, però. Voto: 6-, vittime della loro stessa bontà

Dave P live @Sala Apolo (Primavera Sound), Barcellona, 02/06/2024. Ebbene sì: blogger face reveal.

American Football. Alcuni fatti importanti da sapere sugli American Football. Uno, gli American Football per me saranno sempre quella band che si è incontrata all’università in una “college town” dell’Illinois nel 1997 e che si è sciolta molto presto, dopo aver pubblicato un EP e un LP. Se hanno avuto una carriera nel terzo millennio, è un dato irrilevante. Due, gli American Football, intesi come “quella band che si è incontrata all’università etc.”, sono uno dei migliori gruppi emo di sempre e quell’EP e quell’LP sono due dei migliori dischi emo di sempre. Non me ne frega nulla della copypasta “real emo only consists of…” e questa resta la mia opinione. Tre, Mike Kinsella dal vivo non canta bene. Ma, se è per questo, neanche in studio. E no, non è colpa dell’età o dell’alcol: qualsiasi cantante professionista storcerà il naso nell’ascoltare gli acuti lamentosi degli album di fine anni ‘90. Gli American Football dal vivo non si vanno a vedere per sentire il Triste Michele prodigarsi in performance da opera lirica. Né tantomeno per ascoltare roba nuova o, peggio, cover di Mazzy Star. Ci si va per ascoltare il materiale della band tra il 1997 e il 1999. E stasera, così è. Perciò, com’è il concerto degli American Football? Bellissimo, solo pezzoni, ho cantato dall’inizio alla fine, mi sono visto sfilare davanti tutta la mia adolescenza. Non è poi così difficile. Voto: 7 ½, tuffo nel passato

(entra al 25esimo minuto) Model/Actriz. Per entrare alla Sala Apolo ho dovuto fare quindici minuti di negoziati con quelli che convalidano i biglietti e perciò mi sono essenzialmente perso la metà del set della nuova sensazione del dance-punk. Sono euforico come ogni volta che riesco a sconfiggere la burocrazia, perciò entro, incontro il mio amico Tommy, lo abbraccio e poi vengo trasportato in quella bolgia che è il concerto dei Model/Actriz. La sala è semivuota (colpa del sistema delle reservas che ho contestato all’ingresso, che mi ha permesso di esprimere l'argomento finale: “Non ci credo mai nella vita che dentro c’è il pienone”), ma il pubblico è il più mobile che abbia mai visto: la gente sgambetta da destra a sinistra, vortica, rotea, salta, fa capriole. A cos’è dovuto questo strano fenomeno cinetico? Molto semplice: a quella diva queer incredibile che è Cole Haden, frontman dall’energia incontenibile già definito da Tom come “il Freddie Mercury dell’industrial” (per meriti di baffetto), che cattura su di sé tutte le attenzioni e fa del pubblico quello che vuole. Non posso dire molto altro se non che l’angosciante musica dei Model/Actriz, dal vivo, non solo tocca picchi di intensità stratosferici, ma anche che, contro ogni mia aspettativa, è favolosamente divertente. Voto: S.V., il caos giusto

Dave P. L’edizione è stata satolla, è già più tardi dell’ora che prevedevo di fare, domani devo affrontare un lungo viaggio, mi cacciano presto dall’albergo, non mi sento praticamente più le gambe. Ma c’è Dave P, il DJ più geniale che io abbia mai visto, che sta per attaccare. Non posso non restare a vedere quantomeno l’inizio del set. Io e il Falso saliamo su dalla sala fumatori e il patron di Making Time a Philadelphia (il miglior festival elettronico al mondo, pochi cazzi) ha già attaccato a mixare. In sala ci siamo noi due, il “baguette man” (personaggio ormai virale quasi ai livelli di Big Jeff anni fa), e nessun altro, ma in questo stanza praticamente vuota i dischi stanno già girando e sono semplicemente spettacolari. Non posso più smettere di ballare, sono completamente assorbito da questa musica, che è un po’ come immagino quello che si sente quando si va in paradiso. Pure quando il mio amico se ne va (ci vediamo presto bello, magari a Londra!), ormai sono incollato alla dancefloor e spiritualmente interconnesso con la manciata di persone che, ne sono sicuro, sta provando le mie stesse sensazioni. Tengo a dire alle persone sospettose (già vi vedo) che non prendo droghe di nessun tipo: a tenermi in constante movimento sono solo la pura magia della dance e un DJ straordinario che sa sempre fare interpolazioni sorprendenti al momento giusto (NY Lipps - Kawazaki Dub, evviva!) e che ha in serbo mille trucchetti che non cessano mai di creare stupore (pure alcuni che gli ho già visto usare: ma Idioteque inserita così bene in un contesto discotecaro è sempre un bel mindfuck). Morale della storia: il tempo vola via e mi ritrovo a ballare fino alle 4:30 del mattino fregandomene di tutto il resto. Dave P, per sua stessa ammissione, ha un piano trascendentale. E io, come alcuni altri eletti, sono stato risucchiato dentro. E sono trasceso. Voto: 10, Dio

(non entra mai in campo ma dà spesso morale ai giocatori dalla panchina) CHICA Gang. Tra tutte le mie discese per andare a fumare o a fare pipì durante il set di Dave P avrò sentito un totale di dieci minuti sparpagliati del set di queste madrilene, più i dieci minuti finali. Non è abbastanza per dare un voto, ma abbastanza per dire che questo set di house music al BPM più alto possibile per la house music è veramente una figata e mi sembra di grande intrattenimento. Inaspettato, visto che su Rateyourmusic queste DJ sono etichettate sotto all’infame genere del neoperreo e che i Boiler Room dove appaiono hanno un contenuto di reggaeton altamente nocivo. L’ultima nota del festival è loro, ed è una nota dolce. Voto: S.V., mai giudicare il DJ dal Boiler Room

 

Il giudizio finale

Col Primavera Sound ho l’impressione di vivere la stessa storia ogni anno: esce la line-up e mi piace un casino. Una quantità sempre maggiore di gente dice che non è poi questo granché. Finisco per convincermene. Andiamo a Barcellona, io e i detrattori, e finisce che vediamo almeno una ventina di concerti di altissima qualità e, anzi, rosichiamo per esserci persi altra roba (top 3 rimpianti: Justice, che Daniel mi dice essere stati devastanti; Faye Webster, una potenziale nuova musa; Róisín Murphy, che mi avrebbe fatto scoprire nuove importanti dance moves). La verità è che di festival che offrono così tanta musica dal vivo, così diversa, di così alto livello, in un lasso di tempo così concentrato, in un posto così bello, probabilmente non ne esistono. È una cosa di cui va preso semplicemente atto.

Inutile perciò, a mio avviso, mettersi a criticare linea editoriale, scelte commerciali, generi rappresentati: alla fine questo tipo di analisi sono solo escamotage per difendere una visione reazionaria della musica e implicare che solo la propria nicchia meriti di essere presente sulla line-up. L'equilibrio di generi (sia musicali, sia l’omo e la donna) anche quest’anno è stato rispettato con una precisione millimetrica, e se ovviamente si può discutere del fatto che in certi slot orari ci fosse una mancanza di chitarre che magari sarebbe stata difficilmente accettabile nelle edizioni “pre-2020” (anno considerato dai più uno spartiacque, non so bene perché), la dose giornaliera è comunque ottima e meglio di così, con gli artisti a disposizione, era difficile fare. Qualcosa di interessante da vedere non manca mai, anche se a volte, specialmente a tarda notte, sono solo act di musica elettronica. Ma se non ti piace l’elettronica in toto, forse hai sbagliato festival. E il discorso non vale solo per oggi, 2024, ma anche per dieci anni fa.

Se c’è una critica, che alla fine è l’unica che mi sento fare, è di natura finanziaria: quest’anno, e credo di non essere stato l’unico, si è respirato un certo clima di austerity. Le ragioni per tutto ciò? Probabilmente il flop devastante dell’edizione doppia dell’anno scorso, che ha richiesto giganteschi sforzi logistici (e gli sforzi logistici, al giorno d’oggi, sono sforzi pecuniari), ricompensati solo da scarse vendite di biglietti per il troppo ambizioso weekend di Madrid, oltretutto parzialmente rovinato dal maltempo. Ma queste restano teorie, non per forza veritiere. Ciò che è veritiero sono i seguenti elementi che vi vado ad elencare e che, a mio avviso, provano che il team del Primavera Sound quest’anno ha voluto tirare un po’ la cinghia:

  •           Palchi.

Tra tutte e sei le edizioni del PS a cui ho partecipato, mai ci sono stati così pochi palcoscenici. Per carità, tutto può giustificarsi dietro alla scusa degli accordi sfumati coi gestori del porto e dei lavori che impediscono di rispettare le norme di sicurezza. Ma meno palchi vuol dire meno manovalanza, meno artisti, meno spesa. L’installazione di due o tre angolini dedicati a piccoli concerti pop-up (tipo l’esclusivissimo palco Etnia Barcelona, anche noto come “il cosino rosso”) potrebbe essere usata come giustificazione per compensare questa mancanza, ma per me non basta. Persino la Ciutat di mercoledì, invece di offrire quantomeno la doppia opzione “Apolo + La 2” si è limitata alla più piccola delle due sale. E così, anche una parte della voce di bilancio “affitti” possiamo tagliarla.

  •          DJ-set di fine giornata.

Questa è palese: i DJ-set al palco Cupra (ex-Ray-Ban) per anni sono stati uno slot privilegiato per portare artisti di calibro internazionale, rappresentanti illustri dell’electro, della house e della techno, nomi roboanti. Quest’anno, per risparmiare, gli organizzatori hanno deciso di portare B2B (2B2B2B2B…) assolutamente dubbiosi, composti di nomi di nicchia e, per quanto competenti, lontani anni luce dall’essere spettacolari. E io, che non sono un piripicchio, non mi faccio ingannare dal numero di persone che sono sul palco: lo so benissimo che Herrensauna, anche fossero in dodici, prendono meno cachet di un Laurent Garnier o di un Paul Kalkbrenner (per dire due nomi non impossibili che sognavo in quello slot). No, spalmare DJ importanti come Peggy Gou, Sofia Kourtesis o The Blessed Madonna a giro per i semi-main stage, o ancora peggio al Brunch Electronik di domenica (a cui qualche pazzo va, evidentemente… boh!), non compensa questa mancanza, anzi.

  •          Soldi facili.

Non c’è niente da fare, un act come Lana del Rey, che permette un inevitabile sold-out giornaliero in poche ore, fa fare cassa. Gabi Ruiz, il (fu) factotum del festival, disse anni fa che mai si sarebbe sognato di portare al Primavera Sound artisti che portano un pubblico interessato solo ed esclusivamente a loro e a nient’altro del resto del programma. Se non sbaglio, lo disse parlando dei Metallica. Non aveva tutti i torti: un day-ticket per il PS a line-up annunciata costa un centinaio d’euro, un biglietto per vedere i Metallica da un settore decente qualcosina in più. E allora ecco che il fan medio dei Metallica fa due più due e si accorge che può venire a transennare senza troppe difficolta. La situazione è esattamente uguale per Lana del Rey. Ora, non ho trovato che la folla lanistica fosse così sgradevole (certo è che venerdì, alle 16, c’era già una bella coda per entrare), e mi sono anche visto The National sul palco affianco al suo, venti minuti dopo la fine del set di Lana, con un certo qual agio. Ma è chiaro che, se chiedessi a Gabi se ha rinunciato a questa vecchia convinzione, di certo sarebbe una domanda scomoda. Amico Ruiz, ti perdoniamo. Ma l’anno prossimo non rompere le balle e portaci i Metallica.

  •          Risparmio energetico.

Lavoro nel settore del rinnovabile quindi dovrei essere l’ultima persona a lamentarmene, se il Primavera Sound ha deciso di consumare meno preziosa elettricità. Però la cosa un po’ mi ha stranito: confermatemelo, per favore, che non sono stato l’unico a notare che c’erano un sacco di luci spente. Persino l’iconica insegna all’ingresso non wobblava. Mah!

Gli incassi, comunque, a quanto pare sono stati ottimi. Penso che, almeno in parte, questo permetterà di invertire queste piccole tendenze al ribasso nell’edizione dell’anno prossimo, che già mi aspetto opulenta. Ma, anche se così non fosse, cambia poco. Perché arriviamo al giudizio finale, e per me quest’edizione, con tutti i suoi pregi e difetti, è stata…


Primavera Sound Barcelona 2024. E dai, che cosa posso dire dell’edizione 2024 del Primavera Sound? Quello che dico ogni anno: che è stata spettacolare, che ci ha sparato in vena una dose da cavallo di grande musica, che è stato un festival gigantesco eppure meravigliosamente vivibile (persino durante l’acquazzone), che mi ha regalato alcuni tra i migliori concerti della mia vita. Che un anno sono i 360 giorni che ruotano attorno al Primavera Sound. Perciò, come faccio a non prendere anche quest’anno l’early bird? Devo per forza. Perché ho bisogno di Barcellona. Ho bisogno di Parc del Forum. Ho bisogno di Primavera Sound. Chiamatela come volete: dipendenza, o forse amore. Voto: S.V., il vero amore non si può votare


Mando un bacio e dedico questo articolo a tutti i miei amici primaverici, di cui mi sono permesso di raccontare qualche malefatta: Daniel, Paolo, Tom detto il Falso e Tommaso.

E ovviamente ci rivediamo ad ottobre per le pontatine.