martedì 8 ottobre 2024

Life Lately (Settembre 2024) - Mclusky, The Wedding Present, Cœur Rapide

Settembre: il miglior peggior mese dell'anno. 

Solo tre concerti, ma di quelli che scavano in profondità. 

Via.

  

Mclusky – Straight to hell

Mclusky live @Point Ephémère, 14/09/2024

Inutile girarci intorno: Steve Albini se n’è andato e fa ancora un po’ male. Non l’ho mai conosciuto personalmente ma vedevo gli Shellac una volta all’anno al Primavera Sound ed era una magia difficile da spiegare. Mai troppo lontani dal palco, io e i miei amici ci siamo goduti per diverse cinquantine di minuti il trio americano, l’unica band a suonare di default ad ogni edizione: un cocktail ad altissima gradazione di precisione, cattiveria, abrasione, esuberanza ed emozione capace di ubriacare anche un elefante. Era uno show divertentissimo e nervoso, costantemente sul filo del rasoio, una performance di acrobati circensi del post-hardcore che a ogni salto facevano sussultare per lo spavento quel migliaio di persone venute ad assistere all’esibizione, nonostante tutti sapessero bene di trovarsi davanti a professionisti del settore. Soprattutto, gli Shellac si gettavano nel vuoto con una naturalezza e un’umiltà uniche: quello che non ho mai visto in loro, nei vari concerti a cui sono stato, è stato pomposità, magniloquenza. Erano esagerati ma mai appariscenti, soddisfacenti ma mai piacioni, spettacolari eppure sempre terra terra. Talmente terra terra che Paolo un giorno mi disse: “Ma ti rendi conto? Steve Albini è lì che regola gli ampli prima del concerto, arriva senza grandi presentazioni e fa un set della madonna. Se la tira zero ma se ci pensi tra i mille e passa musicisti che suonano al festival probabilmente è il più leggendario”. Leggendario, nonostante ma anche per merito di quest’attitudine senza pretese, alle mie orecchie suonerà sempre come la parola giusta. È un po’ ingrato cominciare il live report di una band parlando di una persona che non ci ha mai suonato e che non ha mai scritto una delle loro canzoni. Resta comunque un elemento di contesto importante: sarei venuto a questo concerto se il nome di Albini non fosse mai stato associato ai Mclusky (con la solita dicitura di “recording engineer”, mai e poi mai “producer”)? Probabilmente no, perché la scoperta di questo gruppo britannico è di un paio di mesi fa.

Si potrebbero spendere anni a esplorare per lungo e per largo la lista di album registrati dal fonico di Chicago. Ognuno di noi suoi ammiratori, per onorare la partenza di colui che ha plasmato il suono che amiamo, ha ripreso in mano alcuni di quei dischi. Io, senza troppo spirito di avventura, mi sono riascoltato album che già mi avevano accompagnato per anni: 24 Hour Revenge Therapy dei Jawbreaker, Seamonsters dei The Wedding Present, Tweez degli Slint, per dirne alcuni. Oltre a spararmi, in memoriam, le opere di alcune delle mie band preferite di sempre mi sono però riascoltato In Utero dei Nirvana dopo anni: non me lo ricordavo così grandioso, l’ho macinato ininterrottamente per mesi e mesi! Il mio amico Matteo, che fa anche lui il fonico (ma i dischi che ha registrato per ora sono essenzialmente screamo e black metal, poco a vedere con Steve Albini che sempre stato associato più a quel territorio magico tra l’indie e il punk rock), ha scelto una strada totalmente diversa: è andato a pescare un paio di quegli album “inaspettati” che spuntano ogni tanto nella miniera d’oro sopracitata e in particolare ha consumato Dogs di Nina Nastasia, un disco folk-pop del 2000 di grande sensibilità e delicatezza, dal sound dolce e crudo.

Paolo, che rispetto a noi è un ascoltatore di musica molto più serio e ligio al rispetto che l’arte richiede, ha fatto quella che è poi la cosa più sensata: rivisitare gli album più iconici della lista, quelli che meglio incapsulano il suono che ci ha fatti innamorare di Albini, il suono delle distorsioni taglienti, dei rullanti violenti, dei bassi viscerali. E, proprio nel mezzo di questa maratona nella Rift Valley del punk alternativo, un’epifania: Mclusky Do Dallas dei Mclusky, anno domini 2002. Se mi leggete spesso sapete che quando ne ho occasione amo trascrivere parola per parola i memorabili messaggi Whatsapp del mio fratello fiorentino, che quando si emoziona per la musica sanno essere divertentissimi ed azzeccati. A questo giro vale ancora la pena di citarlo: “Veramente una bomba ‘sto disco. L’idea geniale è: ‘Facciamo post-hardcore ma perché dovremmo fare i pezzi da cinque minuti come tutte le band post-hardcore? Facciamoli di tre minuti’. Risultato devastante”. Cinque giorni dopo lo ringrazio per il consiglio, che poi più che un consiglio è una recensione ultra-minimalista talmente ben scritta da invogliare subito l’ascolto, e mi arriva un secondo messaggio: “Tieni d’occhio, e se capitano a Parigi: andare”. Detto fatto: l’annuncio della data al Point Ephémère non si è fatto attendere. Paolo è stato in dubbio fino all’ultimo per venire a trovarmi ma alla fine non ce l’ha fatta: troppi impegni e uno Skyscanner in costante e vertiginoso aumento hanno frenato questa suggestione. Sono sicuro che ci rifaremo: i Mclusky hanno in programma un album per il 2025 e torneranno di sicuro da queste parti. Forse non al Point F, che un po’ è casa e mi avrebbe fatto piacere far scoprire a Paolo, ma poco male. Io ci vado lo stesso: la musica dei Mclusky è veramente incredibile (poi ci ritorno) e si prospetta un sabato sera da ricordare.

Col rimpianto di dover posticipare il magico crossover dei “due Paul”, nella nostra sala concerti di predilezione ci vado con quello francese, compagno fedele di sortite rumorose. Sarà la congiunzione degli elementi (c’è l’acqua del Canal Saint-Martin, la terra della scarpata che dalla fermata di Jaurès porta qui giù, l’aria fresca di fine estate, il fuoco della passione per il rock), ma ormai questa sala è essa stessa il nostro elemento, e da nessuna parte ci sentiamo così tanto a nostro agio. Ci facciamo subito dei sodali con una facilità inaudita: il ragazzo seduto sulla cosiddetta “pedana dei puntuali”, oggetto magico della piccola anticamera all’aperto che catalizza buone energie, era anche lui al concerto dei Suffocation registrato su Arte Concert; quello che scoprirò essere uno dei booker della serata (fun fact per i veterani: lo stesso tizio che spinnava i Superchunk in vinile a Boulogne… “ça date !”) apprezza che io sia venuto con la maglia dei Marcel, dal canto mio io non posso che ringraziarlo per aver portato i miei noise-rocker di foggia Benelux preferiti a fare da opening act all’ultimo minuto, quando già avevo i biglietti; simpatizziamo con un tizio di Grenoble, non ricordo nemmeno più bene su che basi, che è venuto su il week-end solo per questo concerto. Ieri per rivedere una bella rock band emergente già raccontata in queste sedi io e Paul eravamo al Punk Paradise, uno pseudo-dive bar di Oberkampf un po’ ambiguo (punk o fighetto?, non si capisce) e nonostante le migliori premesse mica socializzavamo a questo modo!

A ben vedere, bisogna pensare che quest’atmosfera amichevole non derivi soltanto dalle buone vibrazioni della venue ma anche dal fatto che il pubblico delle frange più contorte del rock duro in realtà è il più bonaccione che esista. Mediamente più vecchia di noi, la folla si compatta come una testuggine romana e appena arrivano i Marcel, miei beniamini assoluti, fa subito prova di concentrazione. Due parole sul set del quartetto belga (rapide, eh, che è già la terza fottuta volta in un anno che commento i loro concerti su Stereo Totale!): uno, quando meno te lo aspetti i ragazzi ti sanno sempre sorprendere e oggi lo fanno con una setlist diversissima dal solito, con una buona metà di pezzi di un nuovo album prossimo all’uscita e molta più crudezza, a discapito anche di alcuni dei loro classici divertissement di scena (non ci sono stati stati né il momento “Braziuuu” col fischietto di bbl né l’iconica opener di can-can con Election Day in apertura); due, i ragazzi hanno cucinato e il disco si preannuncia molto bello, forse anche più vario del debutto Charivari, con delle sgroppate strumentali psichedeliche che si alternano a momenti dove il rumore è quantomeno tracotante (segnalo una canzone sull’“unico cartellino rosso della carriera di Eden Hazard” veramente efferata); tre, forse proprio perché Marcel stanno suonando in apertura alla serata, con una set dalla minore concentrazione di hittone e anche un paio di problemi tecnici che li obbligano a qualche pausa di troppo, la tradizionale bolgia sotto palco non nasce e persino io sono meno propenso a fare il mio consueto casino dell’ottanta. Aggiungici il fatto che il pubblico è parecchio geek (mi pare che lo stesso frontman Amaury Louis l’abbia segnalato a un certo punto) e insomma, nonostante i vari “c’est bien” che si sentono di qui di là nei momenti di silenzio, l’impressione è quella di un set che non smuove troppe anime. Un po’ mi dispiace perché, per colpa di aspettative che avevo piazzato troppo in alto, Paul non ha visto fuoco e fiamme e non è propriamente trasceso. Non importa: per me i Marcel sono ancora la band noise-rock europea che vale più la pena di seguire da vicino.

Mentre ci perdiamo in queste elucubrazioni non ce ne accorgiamo nemmeno, che a pochi metri da noi sta venendo imbastito un sistema sonoro tra i più pericolosi in circolazione. Perciò, quando si abbassano le luci e i tre di Cardiff (oramai Bristol) tanto attesi montano sul palco, per prima cosa ci stupiamo dei dettagli un po’ insoliti del setup: il batterista per ragioni acustiche è separato dagli ampli e dal resto della band da un semicerchio di pannelli di vetro; accanto alla postazione del bassista c’è una sorta di bancone dal quale il tecnico, vera e propria presenza del palcoscenico, non schioda mai, sempre pronto a intervenire per aiutare i Mclusky; il cantante, quell’Andrew Falkous che di aspetto sembra una versione de-macho-izzata di Henry Rollins, per proteggere le orecchie porta delle cuffie da cantiere. Se tutti questi segnali non fossero abbastanza per annunciare che quel che si sta per compiere davanti ai nostri occhi è un rito bizzarro se non addirittura grottesco, ci si mette il gruppo. “Adesso suoniamo una canzone, e voi dovete stare completamente zitti. A Glasgow l’hanno fatto, quindi non vedo perché non dovreste farlo anche voi”. Il bassista, un taglialegna barbuto, comincia a suonare la prima linea: Fuck This Band. Ah, ok, ho capito.

La musica dei Mclusky, come aveva già anticipato Paolo, si può definire bene come “post-hardcore”. Noise rock, che come la suddetta vuol dire tutto e niente, va altrettanto bene. Le loro canzoni sono tutte discretamente diverse da loro, e presentano molti degli stilemi associati a questi generi: ricerca di rumorismi estremi, rielaborazione dell’ordine prestabilito dell’hardcore punk e, ovviamente, una bella dose di dissonanza. Quello su cui il mio amico ha puntato di più il dito, però, si rivela ancora una volta molto pertinente: la durata delle canzoni. Il fatto che quasi mai superino i tre minuti e mezzo e che, la più parte delle volte, seguano forme-canzone semplicissime, rende ogni loro pezzo una sorta di pop song impossibile: una canzone che avrebbe tutto per finire alla radio (melodie orecchiabili, sing-along, facile lettura), se solo non fosse che sono volgari, ironiche, feroci, perverse. Strane. E perciò eccoci qua, a ondeggiare con questa canzone molleggiata come se fosse una qualsiasi ballad romantica ma, invece di cantare degli occhi azzurri della nostra bella stiamo sussurrando (che sennò Falco ci zittisce) “Fuck this band ‘cause they swear too much” e invece di far ondeggiare accendini o lumini stiamo puntando il dito medio verso il palco. Stessa cosa con Without MSG I am Nothing dal secondo album, bislacca nenia grunge che comincia ad agitare qualche testa nella platea: impossibile non cantare il ritornello tutti insieme, peccato che il ritornello sia la ridicola imitazione di una gallina. E così a andare, ma senza dimenticare un elemento fondamentale: la potenza. Si contano sulle dita di una mano le band che ho visto trivellare a una profondità simile: il basso percuote il suolo come un immenso martello, la chitarra elettrica laminata lo sega in due, la batteria infine puntella i pezzi di roccia che sporgono. Una crepa nel terreno: parte, finalmente, Collagen Rock, e il pogo comincia.

Non è nemmeno gigantesco, questo mosh-pit, ma è festoso e incattivito allo stesso tempo, perciò decisamente sgangherato. Così com’è sgangherata anche la scaletta: in mezzo alle hit partono promettenti pezzi del prossimo album in anteprima, tutti annunciati da battutacce alla Bill Hicks, roba del tipo: “Qualcuno qui suona in un gruppo pop-punk?” “Io!”, rispondo alzando la mano e cercando Paul con lo sguardo, senza successo, “Prova a non abusare sessualmente di nessuno, ok?”. Eppure, anche nelle sue piccole follie (c’è pure un pezzo “del nostro album che non è piaciuto a nessuno”, Rice is Nice), è una setlist studiata bene, che sa dosare bene canzoni che dimostrano, chi l’avrebbe mai detto, una certa classe, ad istanti di puro delirio. Dopo qualche pogo matto ma anche momenti di ascolto più calmo di nuove canzoni, alcune persino eleganti, viene in soccorso Lightsaber Cocksucking Blues a demolire il posto: ogni colpo di crash suona come un anno di vita in meno per la struttura portante del Point Ephémère, la voce del cantante sull’ultima strofa uno sbiascichio ubriaco e violento che nemmeno The Jesus Lizard nei loro peggiori momenti. E quando ti chiedi di cos’altro siano capaci i tre squilibrati sul palco, arrivano anche canzoni sorprendentemente umane e struggenti: She Will Only Bring You Happiness ha un testo stranissimo ma la voce che la canta è seriamente emozionante, lontana dal cinismo esagerato che contraddistingue molte altre canzoni, stessa cosa per Alan Is a Cowboy Killer, dove l’inaspettata profondità sfocia pure nel noise puro e duro.

E a quel punto mi accorgo che quello che amo di questa musica sono le sue contraddizioni: la cosa più ammirabile dei Mclusky è che la loro sregolatezza in realtà è frutto di una competenza esagerata, la loro ostentata insensibilità una goffa dichiarazione d’amore nei confronti del pubblico. “La prossima canzone è odiosa, fa veramente schifo. Se ti piace, penso di disprezzarti come persona”, dice Andrew Falkous. Parte Whoyouknow e si scatena l’inferno. Un secondo di respiro: “Your heart’s got the color of a dustbin”… Salgo sul palco con un colpo di reni ma, prima di saltare giù, scambio uno sguardo col frontman: nei suoi occhi c’è una maliziosa punta di affetto. E la stessa esatta espressione si intuisce durante l’intro dell’ultimo pezzo (“Non facciamo encore, non siamo americani”, spero sia una citazione a The Wedding Present), mentre la batteria continua il suo ostinato e il basso suona solo due note. Il pubblico si prodiga in coretti da stadio: “Yeh, yeh!” e il cantante risponde divertito: “Non penso di averlo mai sentito questo qua, veramente ridicolo”. Accanto a lui, anche gli altri due membri se la stanno spassando, specie il bassista Damien Sayell (“l’uomo con più testosterone del mondo”, parole di Paul) che mostra i muscoli, si fa dare da bere dal guitar tech, fa foto del pubblico, ci offre del liquore. L’aria è cazzara, sì, ma anche sospesa: che pezzo potrà mai essere, questo che si è prepara da ormai minuti? L’hanno capito tutti, ma quando parte To Hell With Good Intentions è come una liberazione dei sensi. Ed è agitandoci come ossessi e cantando a pieni polmoni questo vero e proprio inno che ci congediamo. “And we’re all going straight to hell!” sono le ultime parole di questo concerto pazzesco.

Nel sudore e nell’ebbrezza generale, riprendiamo un po’ di aria. È stata una montagna russa di emozioni, siamo tutti rintontiti. Non solo quelli che eravamo nel pit: Paul, che di recente si è fatto operare e non può prendere troppe botte, me lo ritrovo appollaiato all’altezza del banchino del merch dei sempre simpatici Marcel, che l’hanno accolto come rifugiato. Anche lui, come tutti i sodali della serata, è completamente su di giri: ma che cazzo abbiamo appena visto? Ci vogliono circa quarantacinque minuti di cazzeggio nel recinto dell’FMR perché, come enormi palloni di gommapiuma, possiamo ritornare alla nostra forma originale dopo un impatto decisamente troppo potente. Durante questo tempo di ulteriore socialità mi permetto di scambiare due parole col batterista, che scorgo in fondo al dehors, finalmente libero dalla prigionia del suo gabbiotto acustico. Jack Egglestone, il picchiatore che stasera stava dietro le pelli (e i vetri) è disponibilissimo e gentile. E va a finire che, non chiedetemi come né perché, senza mai citare il Nostro (io per rispetto e lui pure, immagino), ci mettiamo a parlare per qualche minuto di Shellac. Una bella chiacchierata, in ricordo di una band straordinaria tanto quanto i Mclusky che, volenti o nolenti, è difficile non associare ai Mclusky.

Come al solito, arrivata una certa ora, io e il mio amico ci separiamo sul passaggio sopraelevato della stazione della metro 2. Ora che sono da solo, di ritorno verso casa, i miei pensieri vanno da tutte le parti. Flash di immagini sparse. Galleggiare sopra alla folla urlante. Il feedback della chitarra. Un tizio che fuma di nascosto in mezzo al pit del Point F. Gli amplificatori del palco Ray-Ban del Primavera Sound, anno 2019. “My love is bigger than your love…”. Un tipo nordirlandese in mezzo alla calca che riconosce una canzone degli Acid Dad mentre passa sull’impianto della sala. Una pallina di cera rosa che cade per terra e non sarà più ritrovata. Una canzone sul karaoke. “My band is better than your band…”. Una spinta veemente che mi fa sbattere contro i fotografi in prima fila. Un uomo che si aggira sul palco con un rullante in mano. Il suono del basso che ti fa vibrare la faccia. “Sing it!”. Il sudore e il suo odore che restano impregnati sulla giacca di pelle. “Sing it!”. Un bicchiere di birra che viene colpito e schizza in ogni dove. “Sing it!”. Cinquecento persone che urlano all’unisono. “And we’re all going straight to hell!”.

Non so se l’inferno esista, ma se fosse così non mi dispiacerebbe andarci. Fa un po’ male alle orecchie, certo, ma non è poi così spaventoso. Magari potrei persino incontrare e fare amicizia con un tizio che ha detto, poco prima di morire: I Fear No Hell.

 

The Wedding Present – Tutto quello che mi serve

The Wedding Present live @Cabaret Sauvage, Parigi, 20/09/2024

Il venerdì sera porta sempre in sé una parte di nervosismo. È questo quello che penso quando, percorrendo il boulevard che dalla fermata del tram porta al Cabaret Sauvage, mi accorgo che davanti a me c’è un uomo che cammina frettolosamente. Ha i capelli brizzolati, indossa pantaloni scuri e una giacca di pelle leggera. Mi basta soltanto uno sguardo per capire che sta andando nella mia stessa direzione. Un po’ per giocare a stargli dietro, un po’ perché il suo incedere spedito mi trasmette la sensazione di essere in ritardo anch’io, affretto il passo il più che posso. Finisce che arrivo davanti alla sala concerti sudato, e che il vecchio rocker mi ha seminato.

Nervoso non è la parola giusta, in realtà. Mi spunta in mente “overwhelmed”, sopraffatto. La settimana è stata sempre occupata da qualcosa: lavorare, scrivere, suonare, non un momento per staccare da piaceri che, per quanto soddisfacenti, purtroppo sono anche impegni. Domani torno a Firenze per quattro giorni, questione di vedere famiglia e amici almeno una volta prima di dicembre. Non ho ancora fatto valigia né sistemato casa in maniera abbastanza decente da evitare che la mia assenza produca sgradevoli danni (perlopiù, muffe e decomposizioni). A che ora devo uscire domani mattina per andare all’aeroporto? Non lo so ancora.

Il Cabaret Sauvage, forse, è la sala dagli interni più sorprendenti di Parigi. Tutti possono aspettarsi di trovarsi di fronte un arredo raffinato o persino sfarzoso quando entrano dentro a un edificio nei Grands Boulevards o nella parte bassa di Montmartre, ma non di certo dentro a disco volante ricurvo alle frange del Parc de la Villette. Eppure, appena varcata la soglia, si viene accolti da una grande sala da ballo di legno, costellata a 360 gradi da eleganti simil-vetrate che trasmettono un’illuminazione soffusa. Questo grande ed elegante finto tendone da circo è una visione quasi intimidante stasera, per quanto magnifica.

I biglietti per questo concerto li ho presi quattro mesi fa. Una giusta intuizione: la data è sold out da giorni e, nel gremito interno di questo scrigno dello spettacolo, la cosa si nota eccome: c’è un sacco di gente, la maggior parte decisamente vecchiotta e leggermente alternativa (come si può essere alternativi sopra i cinquant’anni, insomma). Di qua e di là, scrutando i volti più giovani, si nota una ratio trenta su settanta (altissima!) di gente con tendenze goticheggianti su gente normale. Ammazza oh, ma sono così famosi allora, The Chameleons? Onestamente, prima di vederli sulla line-up di un Primavera a la Ciutat 2024 bello e impossibile (con tutto l’amore del mondo, ad averceli sei giorni di ferie da buttare…), io non li avevo mai sentiti nominare. Poi oh, se Paolo mi dice che sono “il gruppo più sottovalutato degli anni ‘80” io il trentello lo caccio senza dire pio. Soprattutto perché, accanto al loro nome, c’è scritto The Wedding Present.

Ho l’impressione che, nella mia vita di tutti i giorni, i Wedding Present siano uno dei gruppi che cito più spesso. Se però si cerca il loro nome su Stereo Totale, sorprendentemente, compaiono una sola volta, citati en passant mentre rimembravo i migliori concerti a Parigi degli ultimi anni (poco male, mi sono ripreso con l’entry di oggi, dove li cito due volte in un report sui Mclusky!). Le ragioni per cui parlo così spesso di loro sono tante: perché a mio avviso sono il gruppo indie rock inglese definitivo, uno dei pochissimi a situarsi in quello “sweet spot” successivo agli Smiths e precedente al britpop; perché il loro cantante canta male e le loro parti di chitarra prevedono un sacco di note, e questo basta per farmi empatizzare con il loro sound; perché li ho sentiti varie volte usare la frase: “We do no intro, no encore”, che quando posso riciclo sempre; perché hanno suonato delle cover di pregevole fattura e sono una delle pochissime band di cui ascolto anche le bonus tracks; perché dal vivo sono incredibili e perché ho un rispetto immenso per la loro etica lavorativa. Specie l’ultimo punto: ne discutevo stamani proprio col mio amico Alessandro, che quando parlo di musica cito in continuazione ma del quale, cercando il nome su Stereo Totale, appare traccia due sole misere volte, una parlando di una festa di Capodanno alla quale ascoltai I Cani prima di vomitare e un’altra dove lo annovero nella breve lista di miei amici che possono dirsi fan dei DIIV. Vi riporto la nostra conversazione:

“Stasera vedo The Wedding Present per la quarta volta! Te li saluterò. Ti ricordi?, la prima era con te, e da allora sono la mia live band feticcio.”
“The Wedding Present… Ma la formazione originale che fine ha fatto?”
“Non lo so, io li ho sempre visti con una ragazza al basso che sembra più giovane di me e fanno le buche. Per me ai concerti di gruppi vecchi non c’è assolutamente bisogno di avere tanti membri originali: basta il cantante e, se mai è esistito, uno strumentista dallo stile iconico. Poi possono esserci anche solo giovanetti, basta che ci credano.”
“Controverso, eh.”
“Ho un paio di argomenti a riguardo, ma poi nasce la polemica.”
“Pensala come vuoi. Secondo me le band sono band, i progetti sono progetti, e vincono i progetti coscienti di essere tali. Tipo i Nine Inch Nails.”
“Basta Nine Inch Nails, bastaaaaaaa!”

E poi la conversazione derapa. Come la pensano i lettori, questo non lo so e forse non lo saprò mai, ma spero di aver seminato il germe di una riflessione. Detto ciò, ogni volta che ho visto dal vivo la storica band di Leeds ho apprezzato il fatto che trasmettano sempre la sensazione di una band esageratamente prolifica ma conscia di avere un pubblico estremamente voglioso di sentire il materiale dei tre dischi che, uscendo nel 1987, 1989 e 1991, meglio dimostrano la transizione della musica rock dagli ’80 ai ’90: George Best, Bizarro e Seamonsters. Il primo è un album di jangle pop trillante, che coniuga toni twee e ritmiche punk, l’incarnazione definitiva di un sottogenere il cui nome mi piacerà sempre: C86, dal nome di una cassetta di NME in cui l’onore della closing-track era affidata proprio a loro. Il secondo è, nel senso buono del termine, un disco “inbetweener” in cui la band, tra una hit e un’altra, si diverte talvolta ad esasperare lo stile di George Best e ad inventarsi follie a partire dalle nuove tendenze che questi aveva creato (strumming veloce, lunghe sezioni strumentali, liriche disincantate). Seamonsters, infine, è l’album in cui la band capisce di avere un songwriting e una cura del suono dalle vedute potenzialmente amplissime, ma riesce a conservare la sua coerenza pur sperimentando in molteplici direzioni (noise rock, proto-emo, power ballads). Da allora, sotto al nome The Wedding Present è uscita una marea di roba: canzoni che oscillano tra lo status di carine e quello di perle nascoste, spesso prodotte e pubblicate con uno stakanovismo artistico a metà tra il giocoso e il serissimo (nel 2022, per esempio, i quattro si dicono: facciamo un singolo sette pollici al mese per un anno; e così, ad inizio 2023 hanno tra le mani ventiquattro canzoni, due ore di musica). I primi tre album restano però iconici e irrinunciabili e nelle setlist tornano sempre. Ogni volta, a suonarli c’è gente che non era nel gruppo quando sono stati composti, ma resta sempre una costante: David Gedge. Il cantante canuto dal cinismo tutto “northern” è sempre lì, a dare tutto e, probabilmente, a fare in modo che tutti diano tutto. È l’essenza dei Wedding Present, è colui che trasporta la fiaccola e lo spirito di una band che, porca miseria, guai a chiamarla “progetto” davanti a me.

(Questo discorso può e deve applicarsi ad un’altra rock band il cui apice arrivò tra gli ottanta e i novanta e di cui, praticamente, di originale resta solo il cantante: i Guided By Voices. Forse, i più grandi indie rockers di tutti i tempi. Che cavolo di benedizione dal cielo è stata quella di poterli vedere dal vivo anche solo una volta!)

Come dicevo, un concerto del Regalo di Nozze è come una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita ma, a meno di essere un corridore neurodivergente, una piccola idea puoi fartela. Le eccezioni, però, esistono in tutto: nella vita, in pasticceria, nella musica. Stamani spulcio internet per vedere a che ora suonano i miei beniamini (19:45…) e mi casca l’occhio su un’informazione fino ad allora sconosciuta: al concerto sarà suonato Bizarro in integrale per festeggiarne il trentacinquesimo anniversario. Allora Forrest Gump aveva ragione! In effetti, non è la prima volta che The Wedding Present manifestano la loro passione per i compleanni (probabilmente, seconda solo a quella per i matrimoni): nel 2022, al Petit Bain, fu Seamonsters ad essere suonato per intero per i suoi trent’anni. E poi diciamocelo, ma quant’è bello quando una band monta sul palco e suona un intero disco dall’inizio alla fine? È un evento raro e ogni volta completamente esaltante. Saranno cinque anni che non ascolto Bizarro per intero, e ora che ho scoperto che è questo ciò che la serata mi riserva, ne ho una gran voglia.

(Faccio due calcoli: potremmo aspettarci un quarantesimo per George Best nel 2027? Speriamo!)

Nonostante l’esaltazione, nonostante la passione, questo posto sontuoso, oppure questa serata, continuano a mettermi a disagio. La parola adesso (sono due, in realtà) è fuori luogo: così penso di sentirmi in mezzo a questo pubblico che non per forza mi ispira fiducia e/o simpatia. Anche un po’ stordito, da una vita che sembra andare un po’ troppo in fretta. Impacciato. Impaziente. Sono le 19:40 e, piantato in un ottimo posto centrale, verso le prime file, guardo l’orologio. Mi accorgo anche che, tra i tanti che mi circondano, sono tra i pochissimi che sono qui col fine di aspettare. Ma poi, finalmente, puntualissime, arrivano quattro persone sul palco. Una di queste è David Gedge. E a quel punto so che sono davanti a The Wedding Present. Tutto ad un tratto, in un baleno, mi sento a mio agio come non mi sento da mesi.

Stasera il set inizia con due inediti, ed è un bell’atto di coraggio. Ogni volta che sento delle canzoni nuove di questa band penso sempre la stessa cosa: accidenti, quanto mestiere! Sono sempre pezzi centrati, chiari, nell’immediatezza dei quali si ha subito voglia di abbandonarsi. Le prime due canzoni di stasera, esplorando regioni dure e darkeggianti, o ancora decadenti e swingate (lo ammetto, sono andato ad ascoltarmi i bootleg danesi su Youtube per riprova, ma i pezzi mi avevano già colpito), danno ancora una riprova del talento sconfinato di questi grandi musicanti della contemporaneità, anzianotti solo anagraficamente. Ma Gedge sa bene che era solo un antipasto e che un anniversario è, innanzitutto, una festa: “We play Bizarro tonight, is that ok with you?”. E festa sia.

Forse ci voleva Brassneck per calmare quest’agitazione che mi portavo dentro. Perché in questa canzone, come in tutte le grandi canzoni dei Wedding Present, c’è tutto quello che mi serve: un riff che è una trascrizione in musica dell’energia genuina di chi nonostante tutto vuole sorridere alla vita; un ritornello semplice, liberatorio, che non cantare è un crimine e che in pochissime parole racconta sentimenti intimi per tutti (“I’ve just decided I don’t trust you anymore”, quante volte l’abbiamo pensato, o l’hanno pensato di noi); un finale trascinante, fatto di lunghezze certamente riflessive, ma pragmatiche e mai noiose, che fa venire soltanto voglia di chiudere gli occhi e perdersi nel suono. E allora la realtà assume contorni sfocati e, quando parte Crushed e finalmente arrivano le schitarrate ultraveloci, il “signature sound” del gruppo, è una gioia concentrarmi sull'immagine mistica e inafferrabile dei polsi di Gedge e della sua socia Rachel Wood, che come turbine supersoniche producono una tempesta sonora caleidoscopica. Dagli amplificatori e dalla voce del cantante, a dire il vero non tanto bella ma straordinariamente sincera, fuoriesce una miscela irresistibile di potenza, rabbia e dolcezza: la meravigliosa ballata power-pop No, avvolgente e sbarazzina, ha il tono dolceamaro che ha praticamente ogni storia d’amore finita; Thanks, cannonata di impianto punk, tenera e nevrotica, suona come quello che verrebbe fuori da una sessione di scrittura tra The Smiths e Antisocial (sì, quelli di Official Hooligan) dopo la settima pinta al pub; con l’appiccicosa Kennedy, singolaccio scanzonato come solo gli inglesi ubriachi sanno essere, qualche mattacchione comincia a saltare e “pogare” nel più imbranato dei modi.

È qui che mi accorgo che i fan dei Wedding Present sono in netta minoranza rispetto a quelli dei Chameleons, quando noto una gran quantità di sguardi un po’ sdegnati diretti verso quel capannello di personaggi buffi e un po’ ingombranti dai quali in fondo gli abitanti delle canzoni che stiamo ascoltando non devono essere poi troppo dissimili. Un appassionato di Wedding Present sorriderebbe alla loro vista, e così faccio io. Mi sento bene. Dopo che il quartetto culla la folla con il crescendo speranzoso di What Have I Said Now? (“Forbidden beat: only once per show” non gliel’ho mai sentito dire, ma se lo proponessi a Gedge penso che gli piacerebbe) siamo ormai oltre la metà di Bizarro: sta per arrivare la sezione del disco più estrema, sfrenata, ambiziosa. In particolare, arriva una tripletta di canzoni che hanno tutte una cosa in comune: fino a prima della metà della loro durata presentano una struttura tradizionale, poi però si perdono in code intensissime e interminabili dove le plettrate diventano sempre più veloci (come si fa a suonare Granadaland senza avere i crampi?), strati sonori si accumulano gli uni sugli altri (Bewitched è quasi proto-shoegaze), oppure le jangle-armonie partono per lunghi viaggi (i nove minuti di Take Me fanno il giro del mondo). Che cosa si può volere di più dalla vita, dico io? La batteria e il basso che picchiano imperterriti, le corde della chitarra che vibrano veloci come la centrifuga della lavatrice… è come un’ipnosi regressiva che mi mette in pace con il mio mondo interiore. Non c’è niente da fare, questi suoni e il tumulto delle mie emozioni si assomigliano in maniera impressionante. È musica vera, onesta. E Davide Gedge, forse senza volere, l’imperativo Be Honest se lo è già posto trentacinque anni fa. Mentre lo suona, si vede nei suoi occhi che, ormai, si è impegnato per rispettarlo fino alla fine.

Ridendo e scherzando, e i musicisti sul palco lo fanno come se si conoscessero da una vita, l’album è finito. C’è, sul finale, una bella sorpresa George Best-iana: My Favorite Dress, al suono ancestrale della quale non posso non cedere alla tentazione di unirmi ai coglionazzi che saltellano (tra grandi pacche sulla schiena e bonarie risate). Poi, purtroppo, il concerto deve finire. Un’ora e un quarto: forse un po’ poco, peccato. Ma è normale che il gruppo per cui la maggior parte della gente ha pagato il biglietto sia messo su un piedistallo e abbia diritto di sforo, perciò non mi lamento. Non potrei mai lamentarmi, poi, dopo un concerto che mi ha fatto un bene esagerato, oltre ad aver provato per l’ennesima volta che The Wedding Present sono una delle migliori band che io abbia mai avuto la fortuna di incrociare nella mia vita.

Che io spenda due parole su The Chameleons è corretto e dovuto: per prima cosa, sono un vero e proprio monumento della new wave inglese tendente al gothic rock e zeppa di tastiere e, se non li conosco, è solo perché sono un ignorante di primo ordine per quanto riguarda la new wave inglese tendente al gothic rock e zeppa di tastiere. Aggiungo altro: se ne so poco sull’argomento, è perché spesso e volentieri non è musica che mi piace granché. Ho sempre mal digerito le ariosità irrequiete e lungagnone che contraddistinguono questo filone del post-punk (cito a titolo d’esempio, e a rischio della la mia stessa credibilità, un disco di un’importanza esagerata che non mi ha mai conquistato: Pornography dei The Cure). Quel che ho ascoltato dei Chameleons prima di stasera conferma questa mia vergognosa tendenza: alcuni picchi melodici sono maestosi, ma spesso questa cupezza patinata mi sembra un pelo artificiosa, non parla al mio cuore. Soprattutto dopo che ho visto una band emotivamente autentica come quella di Leeds.

Un amico inglese di mio padre originario proprio di quella città mi aveva detto, prima che andassi a questo concerto, una frase su queste linee: “People from Northern England are known for being sad and delusional, they even make fun of it themselves, whereas people in Manchester are always way more flashy”. È tremendamente vero, penso quando monta sul palco Mark Burgess, il cantante dei Chameleons (di Manchester): porta un inguardabile gilet scollatissimo, si vede che c’è dell’acchittamento nella sua tenuta, e non dice una parola tra una canzone e l’altra, non per altezzosità ma per orgoglio: l’orgoglio di essere l’autore di tali magniloquenze. È vero che ‘sti pezzi sono scritti bene e che le atmosfere sono ricercate, ma quanto sono lunghi: certuni, e un finiscan più! Il concerto, detto ciò, è godibilissimo, nonostante i coglionazzi di prima continuino a creare un certo sconcerto (ma sì, l’esuberanza a un concerto di grosso rock si può tollerare, lasciateli fare), nonostante soprattutto il concerto sia piazzato in un momento sbagliatissimo per la mia sensibilità (è proprio una ragione elementare: non puoi vedere un gruppo di aria dopo uno di terra). I miei personali momenti salienti restano la poliedrica Swamp Thing, bella e impossibile nei suoi svolazzi di chitarra e che ti fa dire: se è un grande successo un motivo c’è, ma anche una Second Skin che concilia bene tastierismi antemici e degni di un coro da stadio alle arringhe istrioniche di un Burgess che riveste bene i suoi panni da viandante sul mare di nebbia. Don’t Fall, la canzone più punk della scaletta suonata come encore, ha anche lei il suo grandissimo perché: il bauhausismo scorre forte, e io lo apprezzo. I primi (ed ultimi) degeneri da pit della serata ad essere degni di questo nome me li godo dai margini, con un certo ghigno malefico all’ascolto del riff gagliardo ed esoterico di questa piccola perla che è l’opener del vecchio Script of the Bridge.

Perciò, anche i Chameleons concludono, acclamati in trionfo dalle folle. Io, pur applaudendo, non posso fare a meno di avere in testa un fazioso paragone: il loro set ha il grande merito di contenere della belle canzoni, ma nient’altro. Ho ascoltato della musica di una certa importanza, eseguita bene, perfetto, e poi? Ai concerti, niente da fare, ci si va per sentire anche per vedere: e ogni volta che suonano i Wedding Present, nonostante i rimaneggiamenti di line-up frequenti, sul palco vedo gente che si dedica anima e corpo alla causa, che interagisce allegramente, che suona canzoni composte insieme, che si spalleggia, che si vuole bene e che ci vuole bene. Al concerto dei Chameleons invece ho visto solo un paio di vecchie glorie che hanno assoldato baldi e capacissimi giovini, molto bravi ad eseguire grandi classici ma, giustamente, senza troppo trasporto. Sarà. Intanto, piano piano, comincia a formarsi nella mia mente la risposta definitiva alla domanda su cosa voglia veramente dire “essere una band”.

Me ne torno ad Asnières, un po’ faticosamente. Esco dalla metro alle 23:30 circa, e noto che c’è tanta gente per strada, giovani sbevazzanti perlopiù, vestiti in modo eccentrico e che sembrano tutti star andando in discoteca. Ma da dove spuntano, che sta succedendo? Poi l’illuminazione: ma certo, dalle 20 alle 23 c’era un DJ-set gratuito di, udite udite… Cerrone! Uno, quanto cazzo gasa il comune di Asnières con questi programmi esotici? Due, una sottilissima ombra di rimpianto c’è: sarebbe stato ganzo sentire cosa combinava uno degli ultimi cavalli di razza della disco music, peccato essermelo perso. Col senno di poi, la cosa migliore da fare forse sarebbe stata vedere The Wedding Present, uscire e beccarmi l’ora finale di Cerrone? E poi magari, se uno proprio non vuole dormire, c’era anche Honey Dijon (autrice del miglior DJ-set che io abbia mai visto, allo Smarbar di Chicago nel 2019) che suonava subito dopo al club Phantom. Ma io voglio dormire, ché domani vado a Firenze e poi, che piani arzigogolati e scemi sono? Dai, va bene lo stesso così.

C’è un solo pensiero che non mi sfiora nemmeno l’anticamera del cervello: “Potevo permettermelo di non vedermi The Wedding Present per quarta volta e andare ad ascoltare qualcosa di nuovo, gratuitamente poi”, come mi ha detto anche Tommy. No, non esiste. Mi piace uscire a divertirmi, mi piace ballare. Mi piace ascoltare belle canzoni, vedere sul palco musicisti emblematici. Ma sentirmi a casa, quella è un’altra cosa.

Del resto, a cosa serve nella vita avere tanti piaceri, se poi ci manca quello di cui abbiamo bisogno?

 

Cœur Rapide (Le Cœur des Garçons, Prise Rapide) – Le emozioni forti

Le Cœur des Garçons live @La Pointe Lafayette, Parigi, 25/09/2024

La Pointe Lafayette, quando piove, è persino più affascinante di quando fa bel tempo. Innanzitutto perché, nonostante le tende da sole non abbiano un aspetto molto impermeabile, nugoli di gente si accumulano al loro riparo nei tavolini del dehors, traghettando pinte di birra. I boccali, ogni tanto, accolgono in sé qualche gocciolona d’acqua, annacquandosi leggerissimamente e dando un senso più ribelle all’atto di berli. Il chiacchiericcio degli avventori e il ticchettio della pioggia sul cemento si fondono in una sinfonia molto più accesa e sguaiata di quella dei giorni di sole: per fare un paragone musicale, è come la differenza tra l’ascoltare le strummate di un chitarra elettrica attaccata a un phaser e a un overdrive, piuttosto che lo stesso accordo suonato su una chitarra acustica. Al suo interno, la Pointe è quella di sempre: un barretto ruspante della vecchia Parigi dalle luci un po’ soffuse, quattro tavolini, tre finestre e una scala che porta alla cantina, niente di più. Dilungarmi in dettagli non è che non serva, proprio non sarei capace di farlo: il ricordo di ogni serata che ho passato qui non prevede dettagli, solo colpi d’occhio sull’ambiente generale dai contorni un po’ sfocati. Se Edgar Degas avesse vissuto ai giorni nostri, ci sarebbero decine di dipinti che ritraggono questo luogo. Sono entrato dentro al bar più per riflesso che per vera volontà, perché quando si arriva a un bar bisogna imperativamente andare ad ordinare qualcosa da bere, se non lo si facesse ci sarebbe qualcosa di sbagliato. Ma in realtà, prima del concerto di stasera non voglio appollaiarmi sul bancone o di restarmene seduto al calduccio. Al contrario: ho una voglia matta di stare fuori, al freddo, bagnarmi anche un po’.

Fino a ieri sera ero nella mia luminosa e immobile Firenze. A questo giro sono potuto tornare per poco tempo, non abbastanza per affezionarmi di nuovo allo stile di vita placido della mia città natale, abbastanza per constatarne ancora una volta la sua problematica stagnazione. I miei amici stanno crescendo a vista d’occhio: sono moltissimi ormai ad avere una relazione seria che, se fossimo una generazione fa, già si sarebbero sposati; quasi tutti o hanno trovato un modo per andare via da casa dei loro genitori, o lo stanno cercando strenuamente; la maggior parte lavorano o sono a un passo dal finire l’università, ragion per cui sono molto più concentrati nella faccenda di quanto non lo fossero quando hanno iniziato. Li noto tutti più seri, meno cazzari. Mai una sera in cui, nonostante fosse poco conveniente, abbiamo fatto gli scemi fino ad ore che non si possono definire “di notte” ma “del mattino”. Mai una serata in cui abbiamo fatto incontri bislacchi, spostato oggetti, svelato segreti. Siamo sempre noi, con lo stesso umorismo, la stessa parlantina, la stessa fratellanza. Abbiamo giusto messo temporaneamente in standby le emozioni forti.  

Ma ora eccomi qui alla Pointe, solo soletto. Non sono queste, di per sé, emozioni forti? Parlare a gente che conosco solo di vista, prendere un po’ l’acqua, sbevazzare, con in pancia non esattamente una cena come si deve, il mercoledì sera. Ho già detto, in passato, che amo i dive bar perché al loro interno tutto si amplifica (e sono troppo campanilista per fare paragoni meschini e dire che a Firenze tutto si attenua, perciò non lo farò). Stasera una sola cosa è certa: sento il bisogno di amplificare un po’ le mie emozioni assopite.

Il concerto di oggi è l’inizio di un mini-tour intitolato “Cœur Rapide” che porterà a giro per il quarto Nord-Est della Francia (il migliore, ovviamente) due gruppi: Prise Rapide e Le Cœur des Garçons. La prima band non ha un gran bisogno di presentazioni: i più attenti si ricordano che di loro, a giugno, ho detto: “I più attenti si ricordano di loro”. Ma, cazzate a parte, sono curiosissimo di rivedere per una seconda volta il power-trio parigino che ci eravamo goduti in apertura ai Powerplant a febbraio (come vola il tempo!), perché il self-titled che è uscito ad aprile è un gioiello di indie-punk in purezza e, dopo averlo consumato niente male, ho proprio voglia di sentirlo suonato ad alto volume ed urlare quei due o tre versi che mi hanno marchiato la mente in maniera indelebile. Sul secondo gruppo, invece, mi è stato fatto un briefing in pieno agosto dopo un set delle mitiche Margarita, ma mentirei se vi dicessi che ne ricordo qualcosa perché ero completamente strafatto di distorsione. Stamani stesso, perciò, mi ascolto al volo le demo e ci rimango abbastanza di stucco: il loro post-punk super-orecchiabile e super-sensibile è una delle cose più toccanti che abbia ascoltato questo mese. Controllo meglio e leggo che sono di Villefranche-de-Rouerge: ma sì, l’Aveyron, ci sono anche stato, è la regione del Sud più isolata in assoluto! Mando subito il link di Demo 1 alla mia amica Coline (che viene da “vicino Roquefort”, quella del formaggio) e lei mi risponde: “Non mi sorprende che ci sia una band di rock alternativo a Villefranche, è il bastione degli hippie dell’Aveyron”! “È un po’ come dire ‘la sezione del cimitero dove stanno i morti’”, scherzo io.

Avere due set è normalità, avere anche un opening act è privilegio. Alle 21 (cioè un’emozionante ora dopo l’orario che era stato annunciato dapprincipio) la goffa transumanza che scende dentro la cantina della Pointe Lafayette si trova davanti una sorpresa. E no, non è il fatto che la sala sia più che minuscola, non sono le decorazioni in bianco e nero che ornano le pareti né tantomeno il graffito di un dio induista dietro al palco, che la maggior parte dei presenti già conosciamo bene, bensì una nuova band: Péridurale. Si comincia senza troppi compromessi: l’inizio del set ci offre subito una sferzata di sludge metal rumorosissimo ma che ha pure una sua sofisticazione, oscillando con maestria tra il rozzo (il cantante non sembra nemmeno che abbia un testo, talmente sono primitive le sue urla) e il raffinato (il tremolo picking chitarristico, dal canto suo, va a cercare dissonanze davvero originali). Che sorpresa, poi, quando dopo una decina di minuti dalla lentezza angosciante arriva, un po’ dal nulla, dell’HC alla vecchia maniera: i visi di taluni dei numerosi appassionati di punk rock presenti nella sala, poco abituati alle gioie del metallo pachidermico, si contorcono letteralmente appena parte a sorpresa una granata a frammentazione come Répression Brutale. Alternando un po’ le due vene, magari non trovando perfettamente la quadra (ma voglio dire, secondo voi My War dei Black Flag trova perfettamente la quadra?), il set del quartetto di Montreuil fa comunque contento chiunque ami la musica aggressiva tutta. Soprattutto, alza le temperature corporee di ognuno dei presenti e comincia a far venire le prime palpitazioni. Alla faccia del loro nome, che è la parola francese per designare l’anestesia locale: questi trenta minuti di musica sono stati al contrario come un colpetto ben calibrato dritto dritto su un nervo scoperto. Qualcosa di atavico, eppure sempre un po’ sorprendente, elettrizzante, tramortente. Anche un po’ doloroso.

In ogni caso, un moto si è risvegliato nelle nostre anime. La musica di Péridurale è stato uno di quei piccoli spaventi che portano in sé una scarica di adrenalina, e ci ha messo addosso un certo coraggio e spavalderia. Fuori dalla Pointe c’è persino gente che, noncurante, sta facendo la sua pausa sigaretta sotto l’acqua scrosciante e, scesi in cantina per il secondo set, si vede arrivare gente con i capelli fradici. Per rivedere Prise Rapide mi concedo il piacere, anch’esso un po’ spavaldo, di starmene in prima fila, confidando nel fatto che mi aspetta un concerto in parte familiare, in parte travolgente. E così è: il riff di Le Pouvoir che apre le danze non mi stupisce nemmeno, talmente ho ascoltato questa opening-track, ma appena entrano il basso e la batteria l’amalgama precisa di groove, atmosfera e affilatezza, seppur servita su un letto di melodie memorabili e ormai interiorizzate, è sorprendente come non mai: l’alternanza di voci femminili sul finale di questa prima cavalcata post-punk pungente e frammentata, in particolare, è di un’intensità comparabile a quella della burrasca che si sta riversando or ora sul marciapiede. Quando poi subito dopo parte la mia favorita Sans Mots, che suona come un pezzo dei primi Ramones se avessero vissuto a D.C. durante l’epoca d’oro dell’emocore, mi dichiaro definitivamente soggiogato dal mondo sonoro creato da queste recenti glorie locali. Il loro sound, sonicamente e liricamente, è dritto al punto: il piccolo capolavoro sopracitato affronta di petto e senza fronzoli le peggiori frustrazioni dell’amore, buttando subito un verso iconico come “J’ai du mal à sortir un je t’aime” nella mischia di power-chords tesi ed energici, coniugando un’anima dedita alla potenza dei grandi classici del punk americano all’appetenza per la crudezza emozionale e le armonie poco convenzionali dell’indie rock degli anni ‘90. Avevo già scritto un trafiletto riguardo al live di Prise Rapide e mi ero già divertito a paragonarli ai Yo La Tengo, affinità che continuo a vedere stasera ma, più che nell’estetica della line-up e in certi suoni di chitarra, nell’estro del songwriting, nella forza dei leitmotiv presenti nel riffing e nella ritmica, ma soprattutto nella forza dell’intenzione che fuoriesce, strabordante, da ogni canzone. Che siano pezzi brevissimi intro-strofa-ritornello-strofa-ritornello-bridge-ritornello-outro (“La Nuit, la nuit j’angoisse”, e l’headbanging entra sfondando il muro senza nemmeno bussare) oppure composizioni più ricercate (il build-up di Dans un Etau ha più suspense di un film di Hitchcock, l’entrata dei piatti della batteria è liberatoria quanto annientante), non si sente mai niente di artificioso, di volutamente esagerato, di preso in prestito altrove. O ancora, quando un riff semplice ed epico, quello di À Contrecœur, mi fa ripensare allo stesso tempo a Wipers, Adolescents, Joy Division, Embrace e The Replacements, quando persino la trovata più “gimmicky”, cioè il phaser a manetta che si può udire in vari pezzi  tra cui la gloriosa closing-track Trop Court, non l’ho mai veramente sentita usata con così tanta sicurezza da nessun’altra parte… beh, è qui che bisogna smettere di analizzare troppo la musica, e buttare la parola “influenze” nell’immondizia. Perché è questo che rende Prise Rapide uno dei gruppi indie punk più interessanti in circolazione: assomigliano a tante band dell’anima ma in fondo non assomigliano, né vogliono assomigliare, a nessuno. La loro missione è una sola, ed è perfettamente riuscita: distillare, con un’energia radiosa, le loro angosce, speranze, rabbie, fatiche, gioie. Emozioni.

È stato un concerto pazzesco e anche solo pensare che questa serata di musica non sia ancora finita mi mette quasi le farfalle nello stomaco: è buffo, visto che sono abituato a festival in cui mi divoro quasi senza sosta sette, otto, nove (“Deh, ma se ti fai i bombardoni di così…” “… dieci, undici, dodici, tredici, ma so ‘na sega, deh!”) concerti dei miei gruppi preferiti. È con addosso una sensazione di attesa quasi febbrile che scendo a vedere Le Cœur des Garçons. Non so veramente cosa aspettarmi: di certo, una batteria e due bassi come unico apporto strumentale, anche se me lo sono spoilerato su Bandcamp, non è una visione che mi lascia indifferente. Quello che però davvero mi alza i battiti del cuore sopra la soglia consigliata è accorgermi che, nonostante una formazione così strana, i suoni del quartetto “aveyronnais” sono i più semplici, nel miglior senso della parola, della serata: parte La Cible, marcetta post-punk austera dal retrogusto amorevole, e rimango subito impressionato da quanto la scelta di puntare tutto sulle frequenze basse si sposi bene con la voce della cantante Alexandra. È lei la vera anima del suono orecchiabile e profondo del Cuore dei Ragazzi, questa sorta di Nada francese (l’orgoglio toscano ritorna sempre a galla) così visceralmente pop, intensa e corposa come un vino rosso, perfetta per esprimere testi così immediati e commoventi. La lenta ed oppressiva Violent, per esempio, è una canzone straordinaria nel raccontare e trasmettere il dolore dell’avere a che fare con qualcuno di violento; la velocissima Rêver, dal canto suo, esprime perfettamente il turbamento che certi sogni possono infliggere sulla mente, talvolta per una vita intera, ricordando nel suo ritornello dolciastro e appiccicoso che la fuga dalle immagini, purtroppo, sarà sempre solo passeggera (“Et je fume pour oublier ces images envahissantes…”). Le Cœur des Garçons sanno scrivere canzoni che colpiscono dritte al cuore ma non pensate che la forza della loro musica sia solo la sensibilità cantautoriale: quando vuole, la band mette il turbo e dal suo veicolo Euro 4 partono sgasate di puro punk: À Corps Perdu, sgroppata darkettona e battagliera, è talmente energica che il ritornello, che avevo ascoltato solo una volta, diventa subito un inno da cantare col pugno alzato; o ancora, la programmatica Le Cœur des Garçons (amo i gruppi con una self-titled track; pure Prise Rapide ne hanno una, inedita!) smuove le folle con la sua ritmica spasmodica e “assoli” di basso gratuitamente vibranti. Il set di questa band dal potenziale stratosferico è una delizia per le orecchie e un terremoto per l’anima, le canzoni sono come caramelline da inghiottire una dietro l’altra con al loro interno una sequela di rivelazioni sconvolgenti.

Talmente è stato tempestoso il flusso d’aria che, entrando dalle orecchie e passando per il cervello, scende al cuore e infine esce dai movimenti di ogni estremità del mio corpo, mi ritorna in mente il vecchio adagio “sesso, droga e rock ’n’ roll”. In fondo, in questa antica trinità delle emozioni forti, è la terza quella di cui non potrei fare a meno e, non sorprendentemente, quella che nei miei quattro giorni a Firenze mi è sembrata più lontana (delle prime due, in città, se ne sente parlare anche troppo). Le Cœur des Garçons annunciano la loro partenza e suonano la fiera e sognante Je Regarde en Arrière, una cover di una canzone che non conoscevo dei Television Personalities (a proposito, già che ci sono, un messaggio per tutti e nessuno che mi sento di lasciare nell’etere: un grande vaffanculo a tutti i Part Time Punks!). Ancor prima di chiedere l’encore, dopo il finale tachicardico di questo pezzaccio, mi viene spontaneo di urlare: “Rock ‘n’ roll!”. La mia intenzione non era quella di fare richieste, ma Rock N’Roll era comunque la canzone che mi serviva per avere una serata perfetta: un’ode sfrenata all’“antidoto” definitivo per la mestizia, l’ansia e l’apatia che forse, senza accorgermene fino in fondo, mi portavo un po’ dietro al mio arrivo al concerto di stasera. Grazie davvero per quest’ultimo regalo.

È stato veramente bellissimo, ma purtroppo è solo mercoledì sera e tocca sbaraccare. Non lo penso solo io ma all’incirca tutti gli astanti. Da solo sono arrivato e da solo riparto, perciò dopo un paio di “ciao” tutti un po’ troppo esaltati a chi di dovere mi dirigo verso l’uscita. Non è neanche tardissimo e casa è abbastanza vicina, ma appena rientrato mi ritrovo davanti a un vecchio problema: adesso chi cazzo riesce ad addormentarsi subito? Ovviamente non io. Mentre l’euforia sbolle, penso al tour Cœur Rapide. Domani i due gruppi partono in Lorena: giovedì sera Metz, poi venerdì Strasburgo, sabato sera Nancy, domenica Lille. Beati loro. A inizio ottobre, scopro spulciando internet mentre sono steso nel letto, c’è pure un altro doppio tour: Le Cœur des Chatons, dove la band dell’Aveyron girerà per il Sud-Ovest insieme a nientepopodimeno che Radical Kitten (vediamo chi se ne ricorda)! Che figata. Mi viene in mente una canzone: I Wanna Be In Your Band di Johnnie Carwash. Porca vacca che emozione, domani c’è Johnnie Carwash in concerto a Parigi. E chi cazzo dorme poi?

Un giorno una di queste band mi farà scoppiare il cuore.

martedì 24 settembre 2024

Summer Lately 2024 - I tre festival della mia estate francese (La Ferme Electrique, Xtreme Fest, Rock in the Barn)

L’estate sta finendo…

È da quando ho smesso di andare a scuola che questa stagione, da sempre la mia preferita, ha cominciato ad assumere contorni decisamente vaghi. Sfido io: prima della vita da impiegato, ritrovandomi tutto ad un tratto a non fare una mazza per tre mesi, la sensazione che arrivasse un periodo speciale dell’anno era abbastanza inevitabile. In più, vivendo a Firenze, ci si metteva anche un caldo asfissiante che immerge la realtà in un sogno di ovatta mellifluo e lievemente nervoso (la canzone che descrive al meglio le estati della mia giovinezza?, Cross Paths dei The Motifs; ma anche Good Friends; ma anche tutto l’album). Da quando ho iniziato a lavorare, nonché a decidere di non tornare a Firenze d’estate (non esce nessuno, è tutto chiuso, non succede niente, la poca gente che resta si lamenta: ferie sprecate) il periodo dell’anno che va dal primo weekend di giugno al primo weekend di settembre è un po’ come un limbo temporale indefinito. Non è solo perché la mia routine continua come se niente fosse, ma soprattutto perché meteorologicamente, a Parigi, non si riesce bene a capire che cosa stia succedendo: le caldane si alternano a settimane umide e frescoline, spesso e volentieri viene giù la pioggia per diversi giorni filati. Se da un lato è il riscaldamento globale che ci porta un tempo di così difficile lettura, in parte è anche il clima continentale della Francia del Nord ad essere ambiguo da sempre. Persino i contadini piccardi, che in questo periodo sotto pretesto di dover mietere il grano trovano mille scuse per rimandare a data da destinarsi i miei appuntamenti (non li biasimo), non sono mai veramente stupiti da basse temperature che a volte mi sembrano incoerenti.

Per fortuna, arrivano in mio soccorso i festival di musica. Come farei senza i festival, che ogni anno vengono a propormi nuove scoperte, a incitarmi a viaggiare, a regalarmi quei nirvana che si possono raggiungere solo in una lunga maratona di musica? Ormai, da un po’ di anni a questa parte, i festival in complemento a tutto ciò mi offrono anche un servizio accessorio straordinario, quello di scandire la stagione estiva. Quando inizia l’estate? Ovviamente quando arriva il Primavera Sound. Quand’è che l’estate entra nel vivo (e che mi rendo conto che anche quest’anno, mentre tutti vanno in vacanza, non ho nessuna voglia di partire)? Ovviamente quando arriva la Ferme Electrique. Quand’è che, un po’ di tempo dopo, decido che magari un lungo viaggio no, ma una piccola avventura lontano da casa me la posso concedere? Ovviamente quando arriva l’Xtreme Fest. E quand’è che l’estate annuncia la sua fine e che per omaggiarla mi imbarco in una piccola follia finale? Ovviamente quando arriva il primo weekend di settembre, con la sua offerta di festival sempre così variegata (quest’anno per me ha avuto la meglio il Rock in the Barn).

L’estate parigina è notoriamente un po’ meno densa in concerti di quanto non lo siano gli altri mesi, figurarsi poi con le olimpiadi in corso (olimpiadi che, contrariamente a quanto annunciava la campagna di terrorismo mediatico che abbiamo subito per mesi, non hanno arrecato grandi fastidi; nemmeno comparabili, in ogni caso, a quelli subiti l’anno scorso durante i fottuti mondiali di rugby, sport del cazzo). È anche e soprattutto per questo che, nonostante qualche live interessante lo abbia anche visto (ma ne parlerò magari in un futuro indefinito, a mente fredda), ho deciso di aspettare settembre per fare una bella rassegna del meglio della musica dal vivo della mia estate francese. Musica che, senza sorpresa, è venuta perlopiù dai festival. Non è che ne abbia fatti dodicimila, eh: tre, uno “tradizionale”, uno “avventuroso” e uno “di avanscoperta”. Oggi voglio presentarveli uno ad uno, come nelle consuete rubriche del meglio del mese, ma con un tono più tecnico e ingegneristico che filosofico e personalistico. I festival, a differenza dei concerti, sono un evento ricorrente e non effimero, e pensare anche solo lontanamente che vi ho fatto venire voglia di interessarvi a uno di essi (o a spingervi a scansarvene perché non vi corrisponde) mi riempirà di gioia. La mia rassegna si vuole perciò un consigli per gli acquisti, volto a valutare cinque criteri che per me sono fondamentali in un festival: location, programmazione, organizzazione, attività, atmosfera. Parlerò, ovviamente, perlopiù di musica, ma perché no anche di altri argomenti ameni come geografia, architettura, cibo, teatro, trasporti. E darò dei voti, sì, perché i voti mi divertono.

(Un piccolo reminder: siccome la mia scuola pagellistica è quella delle partite di calcio, non vi stupite nel vedere voti che raramente raggiungono l’otto. Otto è già un voto altissimo, equivalente a una partita senza errori con gol e assist. Al di sopra, siamo già alla tripletta. Nuff said.)

Ah, un ultima cosa. Già sono troppo prolisso nel trattare i cinque punti in questione, figurarsi se poi devo dare un giudizio di insieme. La mia sentenza finale sul festival la darò, sì, ma senza un voto. E in sole dieci parole.

Vamos.


La Ferme Electrique, Tournan-en-Brie (77), 5-6 luglio 2024

Per chi legge assiduamente il mio blog la Ferme Electrique non ha bisogno di troppe presentazioni. Del resto, è per eccellenza il luogo in cui ho scovato, negli anni passati, i migliori gruppi della franco-sfera che ho trattato su queste pagine. Capita che i miei pochi lettori mi chiedano: accidenti che gruppo imboscato, ma come facevi a conoscerlo? Come diceva un grande chef, non è che ci vuole la scienza: Trotski Nautique, Marcel, Mary Bell, La Féline, Hoorsees, queste band eccellenti e così diverse tra loro le ho tutte scoperte alla Ferme, ed è solo la punta dell’iceberg. Ma la Fattoria Elettrica è molto di più del mio luogo di scoperta di musica di nicchia per eccellenza: è anche la storia della mia amicizia con Sophie, che mi ha convinto a venirci, o di quella con Théo, che ho conosciuto proprio qui e che anche quest’anno fa da volontario alla biglietteria; la Ferme è, e sarà per sempre, il posto in cui ho scoperto che vale la pena dedicare tempo ed energia alla scoperta dell’underground francese; il posto dove, peraltro, ho imparato ad amare artisti che scrivono le loro canzoni nella lingua di questo paese. Dopo tre edizioni di fila che vado a questo festival non posso certo dire di essere un veterano, ma nemmeno un neofita. Un aficionado, quello di sicuro. Perciò, dopo il primo weekend del luglio 2023, blocco con un anno d’anticipo il primo weekend del luglio 2024. Appena, in un venerdì pomeriggio in cui ho staccato dal lavoro comicamente presto, mi imbarco sul treno suburbano numero P, sento già le farfalle nello stomaco. Sarà un’edizione diversa dalle due precedenti, senza dubbio. Ma se sarà all’altezza, sarà forse il miglior fine settimana dell’estate. Incrocio le dita.


Location

Se volete farmi un regalo per Natale e non avete idee potete comprarmi una maglietta con scritto “I ❤️ Tournan-en-Brie”, alla maniera di New York. Sono innamorato di questo comune della Seine-et-Marne, il comune di origine della mia miglior amica Sophie. Ogni volta che scendo a questa stazione dall’aspetto così di provincia (eppure eravamo in piena Parigi nemmeno mezz’ora fa) un fiume di ricordi mi travolge. Eppure, persino voi che a Tournan non ci avete mai messo piede sentireste un fremito nell’arrivarci: l’emozione della campagna. Penso che, in quanto a distanza coi mezzi, non ci sia nessun comune che sia definibile “rurale” più vicino a Parigi di questo. Le terre arabili sono la più grande componente della superficie di questa cittadina di ottomila anime e, pure quando si attraversano zone parecchio urbanizzate, si sente nell’aria un qualcosa di rustico ed agricolo.

La strada da fare per arrivare dalla stazione alla Ferme du Plateau, luogo ove si svolgeranno le festività, è poca. Di solito, gli anni scorsi, facevo persino il giro lungo e passavo da casa di Sophie per mollare un po’ di indumenti e compagnia, ma a questo giro per l’esperienza festivaliera non avrò il privilegio di dormire sotto a un comodo tetto: mia sorella è in ben altre fattorie nella Franca Contea per ragioni più nobili delle nostre e per la prima volta dopo anni non può presenziare. Vivo questa defezione un po’ come una buffa vendetta dall’edizione 2019, che fui io a disertare per una storiella d’amore che non aveva luogo di essere, e accolgo la sfida: voglio provare a Sophie che anch’io, urbano fino al midollo, posso dormire in campeggio, se è per rivivere l’esperienza, familiare eppure sempre nuova, della Ferme.

Due parole, perciò, sul campeggio. Il campeggio… è un campo. Non c’è un granché di sicurezza, ma non c’è neanche nessun rischio per la vostra roba. A dirla proprio tutta non c’è una sega, a parte un cesso chimico, due “docce” e qualche balla di fieno. In compenso, se fino all’anno scorso le tende erano vicinissime alla zona concerti, ora bisogna fare una piccola scarpinata per girare attorno all’immenso cantiere in cui stanno costruendo un circolo sportivo con piscina (proprio lì dove c’è sempre stata una parcella in maggese che ospitava alla bell’e meglio un parcheggio assai sonoro). Nonostante i distratti sforzi del legislatore, anche la terra agricola si artificializza sempre di più. Che je voi fa’.

Triste perché è finita, felice perché
stanotte dormo in un letto 
Vista la distanza dalla tenda, scordatevi di fare i continui anda e rianda (mangerecci oppure, eheh, alcolici) di cui Théo è appassionato: una volta entrati nella fattoria il vostro mondo è tutto lì. Subito dopo il cancello, e l’emozione di vedere la line-up graffitata sul muro che precede il “cœur de ferme”, si apre un piccolo mondo delle meraviglie DIY. Come il campeggio è un campo, la fattoria… beh, è una fattoria, e non ci vuole nessunissima immaginazione a immaginarvi trattori e compagnia al suo interno. Molto materiale agricolo, però, viene riutilizzato e reinterpretato in maniera molto simpatica per il conforto e il buonumore dei festivalieri, e le buone cose di pessimo gusto di cui parlò per primo Guido Gozzano, che nelle campagne francesi abbondano (ormai ho abbastanza autorevolezza per affermarlo), si traducono nei numerosi “easter eggs” che popolano il luogo: mi vengono in mente, così d’emblée, gli urinali-grondaie dove a un certo punto, girandomi ad osservare la buffa mangiatoia dove stavo facendo pipì, ho scorto un quadretto in simil-punto-croce che ritraeva Dee Snider. È solo un elemento casuale, il primo che mi viene in mente, tra i tantissimi che ti strizzano l’occhio durante la due giorni. Abbastanza esplicativo.

Anche i due palchi sui quali si alternano set musicali dalle 18:30 alle 2:30 (off-topic, eh, ma otto ore a ventitré euro… o ditemi che non è onesto!) hanno una componente campagnola importante. L’Etable, il palco al chiuso, è letteralmente una stalla, come il suo nome lo indica: una sala molto lunga e non molto larga, in ogni caso molto suggestiva; La Grange, il palco all’aperto, è letteralmente un fienile, come il suo nome lo indica: tetto spiovente, travi di legno, copre dalle intemperie e al contempo permette di respirare l’aria pulita del luogo. Quest’anno la Grange, da sempre vissuta come un grandioso main stage, ha subito un trattamento (non molto estetico: un finto muro di pellicola nera, essenzialmente) che gli conferisce un orientamento diverso da quello degli anni scorsi, più intimo, meno totalizzante e meno rumoroso verso il centro della fattoria. All’inizio ho un po’ dubitato di questa innovazione, specie perché ci sono interi pilastri di legno che dividono il palco in segmenti, ma devo dire che rende meno dispersiva la presenza del pubblico e che conferisce un fascino cubista alle performance. Che dire, niente male come situazione palchi.

Per il resto, il sito ha tutto quello che serve per godersi ogni serata appieno: moltissimi posti in cui sedersi per riposarsi, mangiare o chiacchierare lontani dal rumore, le dimensioni giuste per ritrovarsi sempre in caso di bisogno, una bella esposizione al sole e sufficienti luoghi adombrati, angoli bagno, bar, ristorazione e merch tutti alla distanza e localizzazione giusta, un’estetica scassettata e romantica e la sensazione di scovare costantemente quella decorazione buffa o quel dettaglio architettonico paesano che ti fanno sorridere, nonostante la superficie dopotutto esigua.

Un ultimo appunto degno di nota: nonostante il festival si svolga essenzialmente alla Ferme du Plateau, gli organizzatori (come noi) amano il comune che li ospita e vogliono celebrare quel piccolo miracolo tournanais che è la “ruralità di prossimità”. Lo fanno integrando un concerto, quello del sabato a mezzogiorno (hangover spostati) al bistrò La Croix Blanche, in mezzo alla piazza del centro del borgo che ha un’atmosfera da autentico paesino praticamente impossibile da trovare così vicino a Parigi. I caffè stringono la mano ai bicchieri di vino e di pastis, i punk con la cresta e i vecchietti abitudinari si sorridono, lo scroscio della fontana e le chitarre si fondono in una sinfonia straordinaria, e a un certo punto comincia anche la danza delle braciole, delle insalate e delle patatine fritte. Pura magia. Applausi per l’iniziativa, e viva Tournan!

Voto: 7 ½, sorprese di campagna


Programmazione

Tako Toki live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 6 luglio 2024

Siete arrivati a Tournan, avete piazzato la vostra tenda nel pascolo, o qualcun’altro per voi (io ho incaricato Paul di farlo mentre ero in ufficio; è finita che se l’è fatta montare dai vicini). Sono le 18:30, avete una birra fresca in mano e il sole splende alto nel cielo. La vita è bella. Cominciano i concerti.

Chi suona oggi? Ognuno si rapporta alla line-up della Ferme Electrique come più gli pare e piace. I nomi dei gruppi vengono annunciati a scaglioni a partire da inizio maggio, due mesi prima del festival. A un mese dal fatidico primo weekend di luglio il cartellone è completo, ed è lì che, di solito, comincio ad esplorarlo. Ed è lì che, ogni anno, si prova ancora una volta il conforto di ritrovare delle costanti, fra virgolette, prevedibili: un po’ di garage punk e noise rock, un po’ di krautrock con componenti club music (o viceversa), musica post-moderna di denuncia politica in lingua francese, sia essa elettronica o rock. Ci sono anche le “costanti imprevedibili”: l’act di musiche di paesi stranieri e meno conosciuti (africana, asiatica, latinoamericana) ogni anno c’è, eppure sorprende sempre, talmente nuovi e inaspettati sono i suoni, poco convenzionali nei circuiti di musica occidentale nei quali navigo e, forse, un po’ stagno. Poi ci sono le sorprese vere e proprie, che possono essere di tutti i tipi.

L’anno scorso, per esempio, furono due nomi internazionali roboanti del calibro di A Place To Bury Strangers e Wine Lips, che nessuno si aspettava di vedere in un festival comunque piuttosto piccolino. Quest’anno, dopo edizioni dove comunque la distorsione e la musica sperimentale la facevano da padrona, a stupirci è un’inaspettata apertura della linea editoriale ad act che fanno pop puro e duro. Pop, sì, eppure con una cifra stilistica sempre coerente con lo spirito del festival, un pop “elettrico”. Per molto tempo, alla gente che mi chiedeva che musica ci fosse alla Ferme Electrique, ho risposto che era un festival di “musica elettrica”. All’inizio, la delucidazione che davo a chi voleva chiarimenti su questa risposta criptica era che durante la giornata alla Fattoria si ascolta musica rock distorta in tutte le sue forme, che diventa sempre più dura col calar della sera, ma che poi di notte comincia ad insinuarsi una componente elettronica che sul finale diventa preponderante. Un pochino è (ancora) vero, ma più passa il tempo più mi rendo conto che la fine selezione musicale del festival, più che l’elettricità esprimibile dai Watt dell’impianto o dai Volt dei cavi e dei pedali, tende ad accumulare cariche di un’energia invisibile, che sfugge allo spettro magnetico e della luce, che si concentra nei corpi e nelle anime dei presenti e che si traduce in pelle d’oca, battiti cardiaci, movimenti involontari, sussulti, voglia di urlare.

Quest’anno, in tutti gli slot orari, ci sono gruppi che non necessitano di amplificazioni complesse per azionare le turbine dell’anima. Mi vengono in mente, ad esempio, Tako Toki, il concerto che apre la seconda giornata del festival: un trio di matti, che suonano solo strumenti acustici realizzati con materiali di recupero, vestiti in tenute esotiche ricavate anch’esse da cestini in vimini, sacchi di iuta e compagnia. A parte la loro “novelty” che, in fondo, è anche un messaggio politico, i tre regalano stupore soprattutto con composizioni originali di un’evocatività grottesca e al contempo familiare, vedasi ad esempio Moujeres, canzone che parla “un po’ delle megere, quelle dell’entroterra, un po’ delle ‘mujeres’, las mujeresss de Cuba”. Chiudo gli occhi e vedo, in una contrapposizione che non pensavo possibile, le donnone abbondanti e ancheggianti sul Malecón dell’Havana accanto a Madame Barnier che, ai suoi settant’anni, mi prepara un caffè in una mattina di pioggia dentro a una cucina antica mentre le propongo di mettere una pala eolica nel suo terreno vicino a Verdun: indescrivibile. O ancora, su tutto un altro tenore, penso a Edredon Sensible che, con due ottoni e due batterie, non appena cala il sole portano alla Grange un afrobeat che dire forsennato è riduttivo: era da tanto, tanto tempo che non venivo ipnotizzato a questa maniera dalla bellezza tribale di ritmi ossessivi, di cavalcate intensissime che durano un’eternità. I ragazzi di Tolosa sanno maneggiare gli strumenti da cantiere del groove con la grazia e la sregolatezza che avrebbe Michelangelo con un martello pneumatico in una cava di marmo, è veramente un’estasi collettiva. Posso dirlo? Meglio non dei Sons of Kemet, dei Sons of Kemet XL!

Le Feste Antonacci live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 5 luglio 2024 

Continuiamo: Cyril Cyril, ma che concerto inspiegabile è stato? La loro musica apocalittica, a cavallo tra l’indie pop, il folk e il post-punk, è un’ode al pessimismo senza la quale non sarebbe possibile avere speranza. I loro suoni, percussioni massimaliste e banjo distopici che producono brividi istantanei. Il loro show, un’epopea che ti tiene col fiato sospeso come se assistessi al countdown per l’esplosione della bomba atomica (che, se studiata bene, può mettere persino fine a La Rotation de l’Axe), dove ogni artificio di scena, ogni costume, ogni battuta ha un senso filosofico sconvolgente. Potrei scrivere un romanzo breve sulle mille rivelazioni che il duo svizzero ci ha svelato nella penombra dell’Etable all’ora di cena, ma vi evito gli spoiler. Semplicemente, andateli a vedere. Chiudo la rassegna di gruppi che ci hanno elettrizzati senza nemmeno essersi attaccati alla generatrice con Le Feste Antonacci, un gruppo di italiani che vivono a Parigi come me. Ammetto che all’inizio ho dubitato un po’ di questa scelta editoriale, e quando ho visto che chiudevano la prima, selvaggia serata di musica non ho veramente capito il motivo. I ragazzi suonano un funky-pop in italiano venato di nostalgie anche piacione nei confronti della musica leggera anni ‘70/’80 del Belpaese: che cosa ci azzeccano in questo slot orario in cui ho sempre visto gruppi spingioni e collusi con la techno, tipo Encore (due smaneggioni belgi, sounds familiar?), MADMADMAD (pazzipazzipazzi davvero), o Turfu (cassa dritta e fisarmonica, per me è un grande sì). Ebbene: mai scelta fu più azzeccata. Le Bassline contagiose, insieme ai ritmi precisissimi del batterista Mamadou (un campione), su un impasto di melodie ad alta digeribilità, ci prendono per il bacino e ci fanno ballare col sorriso stampato in faccia. Soprattutto, Le Feste Antonacci portano sul palco un’italianità tutto tranne che artificiosa e forzatamente esotica (che è quel che più temevo): per un’ora, siamo tutti uniti in un umorismo e in un’attitudine che sono semplicemente diversi da quelli delle nostre vite quotidiane in Francia: sono quelli di quando torno a casa e mi dico: “Eh, sì, qui è un po’ Diverso”. Fumiamo Sigarette una dietro l’altra come muratori rumeni, ridiamo, scherziamo. Mi sembra quasi di dialogare col palco e la mia, che probabilmente al set di un gruppo francese sarebbe vissuta come ubriachezza molesta, stasera è solo un moto di amicizia. Pure le cover in chiusura, se me le avessero raccontate, le avrei bullate di “facilone”, ma quando le vivi non puoi che inchinarti alla genuina voglia di divertirsi de Le Feste Antonacci. Il Cielo in una Stanza fa sognare (non sapevano fare Albachiara e se ne sono scusati, che gentili); Ma Quale Idea mi indiavola (il giorno dopo è scomparso Pino D’Angiò, che fiatata... vabbè: ciao, leggenda). Bellissimo.

ATTENTION LE TAPIS PREND FEU live @L'Etable (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 5 luglio 2024

Ebbene sì, la musica “non elettrica” ha tanto spazio in questa edizione de La Ferme Electrique, e così anche il pop (talvolta, lui, a più alta tensione). È una discreta novità, e non è spiacevole affatto. Il primo e l’ultimo concerto dell’edizione sono due concerti pop, e sono concertoni. In apertura, la timidezza allucinata di ATTENTION LE TAPIS PREND FEU, duo di un pop che è più micro che hyper, apre le danze con una dolcezza naif e infantile che ci priva fin da subito delle nostre certezze, rendendo totalmente imprevedibile un genere come il synth/dream-pop che è noto per la sua prevedibilità. In chiusura quella pepita che è Krinator, una donna vestita da bionda degli Abba del discount che smaneggiando con un microfono, una base e due tastiere riesce a trasformare la follia assoluta in pura normalità: è una festa a base di canzoni per bambini che ci si può divertire a distorcere fino all’inverosimile, un ritorno all’infanzia che ne dimostra la vera natura, più contorta che innocente. Il pop elettrico si rivela un’aggiunta fenomenale alla programmazione della Ferme e ci regala perciò alcuni dei momenti più alti della nostra storia d’amore con questo festival, uno su tutti Paul che prende in mano il microfono offertogli da Krinator e comincia a cantare come impossessato dallo spirito di Iggy Pop: un’immagine che, insieme a Théo, ci porteremo dietro fino al letto di morte.

In mezzo a così tanta musica sorprendente, sia essa bislacca o semplicemente inaspettata, ci sono ovviamente gruppi più conformi alla nostra normalità concertistica. Alla fine, per varie ragioni, su tutte quella che ci sono sempre così tante cose da fare alla Ferme, sono quelli che ci siamo sparati di meno. In compenso quando la proposta più indie punk della giornata è un gruppo di ultratrentenni che vengono da un comune di 163 anime che si chiama Gigors-et-Lozeron (posto dove vedrei benissimo delle pale eoliche) come caspita fai a privartene? A parte l’overdose di “nostrismo”, porca vacca, che manata gli Chaleur! Take a Hit me la sono veramente sentita dritta sulla nuca. E quando la proposta noise-rock è un nome che nemmeno il più grande illusionista avrebbe saputo tirare fuori dal cilindro, i lapidari quanto casinisti Télédétente 666 di cui non si avevano più notizie dal lontano 2015, non si può che applaudire il programmatore per una scoutata che sarebbe riduttivo chiamare esoterica.

Per finire la rassegna, un punto positivo e un punto negativo. Quello positivo sono i gruppi che ogni anno ci fanno sgambettare con del sano “club rock” (dance-punk, kraut-noise, tech ’n’ roll: chiamatelo come vi pare, alla fine c’è della club e c’è del rock). A questo giro due nomi importanti, i VoX LoW chiamati all’ultimo come “gruppo sopresa” (stavano pure al Rock en Seine, mica cazzi!): con le loro canzoni decisamente penetranti, ciascuna oscura, abissale e al contempo irresistibile, ci hanno incollati al palco e alla dancefloor contro la nostra volontà; così hanno fatto anche i Parquet, ma con una formula totalmente diversa: niente voce, mix continuo, nemmeno un secondo di pausa: un vero e proprio DJ-set suonato, non privo di svarioni psichedelici, veri e propri drop, ma soprattutto crescendo estatici che nemmeno i migliori sette pollici dell’epoca d’oro della trance inglese sanno regalare. Fotonici, entrambi. Il problema è che li hanno tenuti entrambi per il secondo giorno e avremmo preferito che fossero distribuiti meglio, anche per rendere più digeribile un sotto-sotto-genere che il venerdì c’è stato anch’esso propinato due volte, abbastanza per arrivare quasi a detestarlo. Un genere di nicchia che si vende come post-punk o coldwave ma per cui io e Paul abbiamo coniato un nome molto più calzante: il “Rage Against Indochine”. Ebbene sì, signore e signori, il revival synth-pop dalle reminiscenze nazional-popolari francesi, reso più duro dalla distorsione e da vocalist un po’ blasés, un po’ rabbiosi… non ci fa provare grandi emozioni, per usare un eufemismo. Sia Vipères Sucrées Salées (a cui ho dato una chance ma che già non mi ispiravano), sia soprattutto Télépagaille (da cui mi aspettavo belle cose e invece purtroppo ho trovato noia), purtroppo, devo bocciarli. Per il resto, non mi sento di dire né lodi e né infamie sulla quota “caruccia” dell’edizione: i gruppi gradevoli, che non sconvolgono ma fanno compagnia, non mancano mai. A questo giro il synth-pop atmosferico di Foncedalle e lo yé-yé rock di Alvilda (ho già parlato di loro, vediamo chi se le ricorda) me li sono boscati senza grandi rimorsi, mentre il folk americaneggiante degno di un soggiorno nelle Montagne Rocciose, che i Blue Daffodils hanno sapientemente impartito al bistrò della Croix Blanche, ci ha dato una carezza assai apprezzabile.

Mouvman Alé live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 5 luglio 2024

Lo scettro di migliori concerti della stagione, però, li vincono due acts ben diversi. Il primo, è quello della quota “musica africana”. Se l’anno scorso il set di quei puristi della musica malgascia che furono gli immensi e compianti Electric Vocuhila ci aveva fatti viaggiare lontano, quest’anno il volo di sola andata per scoprire nuovi territori del Sud ce lo ha portato un gruppo di stregoni che si chiama, udite udite, Mouvman Alé. Sono in quattro, vengono dalla remota isola della Réunion, un crocevia di culture in pieno oceano indiano, e immettono con eleganza rock sperimentale (c’è chi li ha paragonati agli Swans) e musica elettronica (a un certo punto parte la dubstep) nei suoni réunionnais, caratterizzati da percussioni decise, corde pizzicate con vibrante vigore e cori in botta e risposta avvincenti. La miscela è unica, sufficiente a rendere il concerto entusiasmante. La maestria dei musicisti lo rende estasiante. Ma è Franswa Virassamy-Macé, che è semplicemente il frontman e cantante più impressionante che io abbia visto quest’anno, a rendere il tutto trascendentale. Viaggiando tra spoken word in creolo, voli pindarici e vocalismi inauditi, col suo fare spiritato ma mai spaventoso, Franswa invita a una cerimonia catartica a cui è impossibile dire di no. Non ve ne racconto molto di più: semmai, andate su KEXP (!) e vedetelo con i vostri occhi sulla suite Sokouyé Marmay. L’anello-theremin in complemento alle tastiere, le pause della batteria, la chitarra elettrica, le invocazioni al cielo… Come diceva una tifosa del Racing: “Mistica, mistica pura”.

Il secondo concerto da incorniciare alla parete, infine, si colloca nell’amatissima categoria “punk femminista”. Sono in tre, hanno un sassofono al posto del basso e hanno una potenza, sia scenica sia sonora, che è sopra la media dei gruppi che sono già abbondantemente sopra la media. La scarica (questa sì, elettrica) risponde al nome di Foune Curry e segnatevelo: saranno grandi. La Ferme, in uno slot orario assolutamente nevralgico (Etable, ore 23:30) dove ha spesso portato gruppi celebri e blasonati, chiama una band che ha all’attivo un solo EP di tre canzoni. È genio?, è pazzia? Entrambi: a quest’ora, i ritmi assassini e i riff infernali di una band riot grrrl al massimo dell’incazzatura non possono che generare poghi di una certa importanza, ma la magia del set è che l’arte del trio parigino va oltre la mera demolizione: il loro è un universo sonoro che ha già una personalità strabordante, tra il giocoso e il riottoso, una festa che sfocia nell’agitazione popolare. Ascoltate a titolo esemplificativo quella che ad oggi io e i fra consideriamo la “hittona” di Foune Curry, ovvero Petit Lapin: le linee di sax che ricordano vecchie mazurche, le decelerazioni da metal estremo, le melodie onomatopeiche, le intemerate nel free-jazz… È un pezzo che riesce ad essere d’avanguardia e al contempo divertente, pregno di significato e anche spensierato. Non c’è prefisso “post” che tenga: questa musica è già molto, ma molto più avanti di così.

Foune Curry live @L'Etable (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 6 luglio 2024

Insomma, che dire: nonostante qualche piccola selezione che non condivido al cento per cento (perlopiù dalla giovane scena parigina), la Ferme Electrique ci riporta ogni anno una dozzina di gruppi che hanno destato il nostro interesse e ben oltre. Soprattutto, lo fa pescando act da profondità spesso anche romanticamente bandcampistiche (più di un terzo dei sopracitati non ha niente di niente di niente sulle piattaforme di streaming convenzionali), dimostrando un impegno, una dedizione e soprattutto un amore per la nicchia che per noi che siamo altresì amanti della nicchia è semplicemente commovente. La programmazione è equilibrata, l’incedere dei set lo è quasi sempre, le suggestioni tante, la varietà ancora di più e la coerenza, per qualche ragione metafisica, sempre viva e presente. Ma come ho già detto, il fil rouge di tutti questi gruppi che ci sono stati regalati non si può definire a parole. È una questione energetica.

Voto: 8-, maestro, ogni volta una grande emozione, ma come fa?


Organizzazione

La Ferme Electrique quest’anno è alla sua tredicesima edizione e da sempre è un festival essenzialmente autoprodotto (non uno sponsor all’orizzonte). Chi dice autoprodotto dice autofinanziato, e chi dice autofinanziato dice “a volte gira bene e a volte gira male”. Non bisogna essere revisore dei conti per accorgersi che, nell’approcciarsi a quest’edizione 2024, non stava girando per forza benissimo. Forse è perché portare gruppi stranieri di un calibro internazionale alto assai, l’anno scorso, è costato un bel po’ di soldi, e che non per forza le vendite di biglietti sono state direttamente proporzionali ai cachet che richiedono certi artisti navigati (ricordo ancora la performance del 2023 di L&S, che poi è il cantante dei The Ex: davanti a questo sedicente Nick Cave fiammingo ci saranno state massimo venti persone). Se, dunque, la programmazione di quest’anno è “low cost” ma comunque eccezionale, il taglio delle spese si nota in certe piccole sottigliezze organizzative.

In realtà una sola è veramente tangibile: l’assenza della Scène Sauvage. Lo so, è un’osservazione ingrata, ma è anche inevitabile. Fino all’anno scorso era consuetudine avere un palcoscenico ad altezza uomo nel mezzo dello stabile, in cui ogni tanto suonavano gruppi già annunciati (tanta roba JEAN-PAUL nel 2022: e a quanto pare i ragazzi La Passion du Travail stanno ritornando!), ogni tanto invece veri e propri inaspettati “happening” (nel 2023 a un certo punto arrivarono dei fabbri e si misero a forgiare a ritmo di musica, lol). Capisco che eliminare questa voce in bilancio permetta un equilibrio finanziario più sereno ed è una scelta assolutamente condivisibile e perdonabile. Il sogno del ritorno del Palco Selvaggio, però, resta ancora acceso. Nel mentre, ci godiamo i due palchi principali che suonano da dio un buon novantacinque percento delle volte (Télépagaille insomma, ma anche chi se ne frega), un susseguirsi di set decisamente ben studiato (anche nelle pause, calibrate con precisione) e un reparto luci al bacio.

Farewell Scène Sauvage
Per il resto, la Ferme Electrique, con uno staff che conta numerosi volontari e habitués, è un meccanismo ben oliato: non si fanno lunghe file in nessunissimo momento e da nessunissima parte, la sicurezza e il bar funzionano benissimo e, devo dire, anche il cibo si difende piuttosto bene. Non aspettatevi grandi avventure culinarie, le opzioni sono essenzialmente tre: le crêpes di Francky (non so chi sia ma sicuramente un grande), la carne alla griglia con le patatine fritte (non è molto corretto da dire, ma per noi orchi a un certo punto del week-end diventa una necessità) e un piatto vegano (che, se gli anni scorsi era un curry invitante anche per noi che abbiamo diete immorali, quest’anno è un bowl, per citare Paul, “dall’aspetto… molto… molto vegano”).

Un plauso speciale se lo becca la zona merch, un tendone dal nome Magasins Généraux che è veramente un bazar delle meraviglie. C’è sempre una persona dello staff della Ferme che si occupa di vendere a chi lo desideri i differenti prodotti dei gruppi che passano (quest’anno vado al risparmio: solo una maglietta di Mouvman Alé di “qualité supérieure”) e più tardi spartire i soldi tra i gruppi quando partono via. Sembra una piccolezza, ma non potete rendervi conto di che sollievo sia per una band quella di non dover star dietro alle vendite: liberi di non doversi dedicare al commercio dopo il loro spettacolo, i musicisti vagano leggiadri e divertiti nel recinto del festival, guardano i set altrui, chiacchierano con tutti e hanno un aspetto spensierato che non capita di vedergli in nessuna altra venue. Inoltre, nei grandi magazzini dei sogni ci sono un paio di distro che dire lisergiche è poco. Mi concentro su una in particolare, che mi invoglia sempre a comprare CD imboscati e che si rivelano puntualmente spettacolari: quella di Macario, che su internet si può trovare googlando “angrry.propagande”. Macario è un tipo di origini venezuelane dal sorriso contagioso che ho incrociato solo due volte nella vita e che mi racconta sempre bellissime storie sul noise-rock, che è il nostro argomento di predilezione (ma Théo, che ha mangiato vicino a lui nella zona riservata al personale, dice che ne ha su temi molto più disparati). Il suo sito, che spizzo regolarmente da un anno a questa parte, è quello che sarebbe l’archivio di Piero Scaruffi se Piero Scaruffi fosse un vagabondo che sprizza gioia di vivere da tutti i pori: una selva di link che arriva a profondità di quelle dove si aggirano solo i pesci-lanterna, un forziere di tesori nascosti coloratissimo e psichedelico. Un piccolo spoiler: è pieno di full-album magnifici e rarissimi, non avete scuse per non dargli un occhio (e un orecchio).

Chiudo con una nota di demerito: la comunicazione. Quello di pubblicare con un filino più di anticipo gli ordini dei set (e delle attività supplementari) è un puntiglio mio, che sono peggio di Furio da Torino nel famoso film di Verdone (“Magda, lo spettacolo teatrale comincia alle 21:20 e il set dei Télédétente 666 comincia alle 21:35, possiamo informarci per cortesia sulla durata dello spettacolo? Dovrebbe durare trenta minuti ma lo sai come funzionano queste cose, Magda, più probabilmente sono trentacinque, quindi possiamo vedere meno di venticinque minuti di concerto, ovvero più di un terzo del set, Magda”; ovviamente esagero). Quando viene indetto un concorso per vincere un ingresso gratuito, però, sarebbe gradito che il vincitore lo sappia, e non lo apprenda dal suo amico che fa la biglietteria. Sì, il vincitore sarei io.

Dai, che vi voglio bene lo stesso!

Voto: 7-, al DIY si concedono errori


Attività

Rémireille @La Ferme Electrique, Tournan-en-Brie, 6 luglio 2024 (foto di Paul)

Uno spettacolo teatrale? Sì, avete letto bene poco fa. Ogni anno, e in quest’edizione con ancora più decisione, la Ferme Electrique mette le cose in chiaro: il suo obiettivo finale è quello di regalare al suo pubblico arte. Che sia essenzialmente musica, poco importa: se ci sono altre forme che valgono la pena e che è possibile portare alla Fattoria, così sia. E se alle conferenze letterarie “Les plumes à la Ferme” ammetto di non essere mai andato, e forse non ci andrò mai (alle ore 14 del sabato urge riposarsi dopo gli inopportuni bagordi della Croix Blanche), da tutte le altre proposte non posso esentarmi.

È la prima volta che la Ferme mi ha portato del teatro (anche se Cyril Cyril, ad esempio, non è teatro?), ed è teatro con la T maiuscola. Lo spettacolo breve Rémireille è un’impresa familiare che, in una mezz’ora, sarà capace di emozionarvi nel profondo. Tutto comincia con un abile (se non ipnotico?) gestore degli ingressi e della regia che vi accompagna in una sala che accoglie e intimidisce. Al centro di essa, Rémi e Mireille, i due finti attori protagonisti mantengono uno sguardo fisso. Ci si guarda un po’ attorno senza molte sicurezze, la tenda si chiude e comincia a proiettarsi davanti a voi la storia di Jeanine, una donna di cui le uniche informazioni che si hanno sono quei pochi messaggi recuperati in una cassetta di segreteria telefonica finita nella spazzatura, in cui parla in un vecchio e franco francese. Sullo schermo, le immagini incredibili concepite da Rémi per accompagnare le registrazioni, nelle orecchie la musica inquieta di Mireille: fiati spezzati, ventagli che fendono l’aria. Più vanno avanti i monologhi (che in qualche modo sono dialoghi) più diventano universali, e ad accompagnare questa progressione si aggiungono elementi scenici strabilianti che ogni volta ti fanno dire: ma è sempre stato qua in questa stanza? Ne spoilero uno solo, visto che appare nel trailer su Youtube: una lingua gigante animata. La sequenza finale di questo “racconto senza morale”, come l’hanno definito gli stessi autori, è una delle creazioni audiovisive più sconvolgenti che abbia mai visto negli ultimi anni. Se siete abbastanza “chineurs” lo potete ritrovare sul web: un’epopea di dieci minuti sui temi del sesso, del conflitto, della paura, della speranza, che offre spunti di riflessione che possono accompagnare un’intera vita. Lo spettacolo finisce, applaudite, si riaccendono le luci. Prima di uscire, vi accorgete della differenza tra il vedersi e il guardarsi attorno. Che prodezza.

All'uscita dell'Escape Game: “And it looks like we might have made it”

Oltre ad almeno una proposta culturale para-musicale stuzzicante, la Ferme Electrique ha sempre avuto un chiodo fisso: vuole che il suo pubblico giochi. Ed è una cosa bellissima, perché ci distrae anche dalle nostre piccole ossessioni un po’ tediose, da geek della musica che a volte, abbuffandoci di set e parlando delle contaminazioni di tizio e del songwriting di caio, sembriamo quasi incapaci di divertirci veramente. La Ferme ci vuole far tornare un po’ bambini, ci mette anche in contatto coi bambini, che sono molti più di quelli che si vedono in media a un festival, ed è un vero piacere (“una serata senza bambini è una serata fallita”, sento dire Macario a un certo punto: ha ragione). Ogni anno, una parte dell’onere del gioco viene affidato alla “machine”, un grosso oggetto totalizzante posto in mezzo alla fattoria per il sollazzo di tutti: quest’anno è un cubo dal quale si possono estrarre abiti strampalati. Ho sempre visto la “machine” come un elemento che è giocoso quanto estetico (la montagna composta di sedie del 2022, per esempio, era un capolavoro) e a questo giro, pure se ci ha regalato due risate, tipo Paul che nelle nostre foto ricordo è vestito come un coglione, l’ho trovata meno ispirata proprio perché non particolarmente bella da vedersi.

Detto ciò, di svaghi più concreti e competitivi ce ne sono sempre. Per anni è stata la stanza del merch a trasformarsi, ogni tanto e un po’ a caso, in una kermesse degna del più steampunk dei luna park, con giochi a premi sempre frustrantissimi e animatori simpaticissimi. Quest’anno l’esperienza della fiera di paese non si ripete, ma l’escape game, l’escape game porca vacca, ci ha messi alla prova come non mai. Congegnato con una cura per il dettaglio maniacale e memorabile (la stanza coi fili da non toccare tipo Ocean’s Eleven me la sogno la notte), questo capolavoro di micro-architettura di recupero è stato uno degli highlights del week-end. Anche se abbiamo fatto pena, anche se ci siamo fatti outsmartare da pischelli di dieci anni, ci siamo divertiti come non mai. Per gli animatori di tutte le età, dall’eminenza grigia dell’incubotico cubo che alla fine ci ha fatti uscire, disperato dalla nostra incapacità (déjà-vu), fino ai bambini conciati come alchimisti de La Montagna Sacra che ci hanno spappolato il cervello con l’enigma finale, faccio novantadue minuti di applausi.

L’arte non convenzionale e il gioco che si fondono al fiume in piena di musica, tutto crea una sorta di spirito di creatività che aleggia nell’aria. E perciò, per finire la proposta di attività extra-concertistiche, si aggiungono alla lista un paio di situazioni immancabili in cui ci si può sbizzarrire a creare noi i suoni che vogliamo, per noi o per gli altri. Non ci sarà la Scène Sauvage, non ci sarà la kermesse, ma quando i Magasins Généraux si trasformano in una jam-session vocale del futuro, con Macario che fa da master of ceremonies e David X che prende il microfono e spara la beatbox più sensazionale dell’universo, non ce n’è veramente per nessuno. È una vera festa, ultra-inclusiva e dove nessuno viene giudicato. Il filmato di io che, ormai alticcio, ansimo nel microfono, magari però è meglio evitare di diffonderlo.

Dove i sogni diventano rumore
Non tutti possono sentirsi a loro agio a partecipare in una performance del genere, nonostante valga la pena di vederla (David X è un mostro: anche sul palco con Foune Curry ha sputato fuoco). Perciò, la Ferme ha messo su, per l’ennesima volta ma forse mai bene come in questa edizione, una stanza degli attrezzi (letteralmente la rimessa del contadino) piena di oggetti sonori da poter suonare: vecchi nastri, percussioni amplificate con microfoni di fortuna, giradischi, controller ripescati chissà da dove… Tutta roba di recupero capace di creare musica: una jam session di genere “rural industrial” che dura per otto ore filate e alla quale si può sempre passare per aggiungere una nota, spostare un disco, portare uno strumento più vicino al suo punto di rottura (non si offende nessuno: è lì apposta). Il sabato notte, alla fine dei concerti, un piccolo capannello di persone si riunisce in questo luogo fuori dal tempo, i responsabili piano piano staccano tutto e, concilianti, scambiano le ultime parole prima che la sicurezza ci scorti al campeggio. Poveri loro che finalmente si rilassano, noncuranti di me che, in un angolo, scopro su una vecchia radio che andando alle frequenze AM e spingendo una leva posso creare un crescendo di harsh-noise fastidiosissimo. Il capo-rumorista si gira con il terrore negli occhi e pigia un bottone prima che sia troppo tardi. Me ne vado con il piccolo vanto di aver suonato l’ultima nota della tredicesima edizione della Ferme Electrique.

Voto: 8, immagina, puoi


Atmosfera

Blue Daffodils live @La Croix Blanche (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 6 luglio 2024 (foto di Théo)

L’avrete ormai capito, l’atmosfera della Ferme è elettrica, amichevole, fraterna. Non voglio cadere nei cliché del tipo “è una grande famiglia”, anche perché non è vero: ci sono festivalieri che vedo ogni anno da tre anni, con cui ci riconosciamo perfettamente, eppure non ci siamo mai nemmeno detti ciao. E al contempo ci sono persone con cui, per puro caso, scambio una parola mentre vado a bere un bicchiere d’acqua, o con cui pogo per due minuti, e che diventano compari per tutto il weekend. In ogni caso, anche se siete posizionati nei decili più bassi della scala della socievolezza, finirete per socializzare, semplicemente perché gli stimoli per interagire con qualcuno o qualcosa sono ad ogni angolo. Ed è un piacere, anche perché il pubblico è uno dei più variegati che esistano: età media, qualcosa tra i venticinque e i trent’anni, senior e bambini compresi; per la diversità di genere, penso che siamo attorno a un 50/50; e per quanto riguarda il tipo di pubblico, c’è proprio di tutto: nerd del cazzo come noi, semplici curiosi, allegre famigliole, festaioli matti, gente del posto, hippie vagabondi e stilose fashion victims. Musicisti o personaggi legati al mondo della musica, pure, ce ne sono tantissimi, molti dei quali sono anche già anche finiti nelle pagine di questo blog. E, va detto, anche una buona quantità persone appartenenti a minoranze di tutti i tipi, che è sempre un bonus apprezzabile, perché è qualcosa che testimonia di un’atmosfera inclusiva e la incita allo stesso tempo. È una grande festa e, soprattutto, una festa sana.

Chaleur live @L'Etable (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 5 luglio 2024 (foto di Théo)

La fiamma di una festa sana, si sa, resta accesa molto più a lungo di quella di un semplice sfascio senza arte né parte. Perciò, se dormite in campeggio, occhio: c’è un casino dell’ottanta. Il sabato, forse per ragioni climatiche, è stato abbastanza pacifico, ma il venerdì… il venerdì, porca puttana, ho il ricordo di sentire rumori di bonghi a un’ora indefinibile tra le quattro e le sette del mattino che non so se fosse qualcuno che metteva musica nelle casse o un’intera tribù di guerrieri Hutu che aleggiava sopra alla mia tenda, come in quel capitolo del libro di Carrère in cui, accampato nel mezzo dell’Asia Centrale, Limonov percepisce il passaggio degli spiriti degli antenati. Paul non è nemmeno veramente sicuro di aver dormito un minuto, nella notte tra venerdì e sabato. Forse meglio così: l’assenza di sonno avvicina a stati dell’anima superiori, o almeno questo mi è sembrato di vedere quando l’ho visto che ondeggiava con gli occhi chiusi e un sorrisino godereccio, mentre i Parquet suonavano Speedrun.

Per finire su una nota che sembra banale ma non lo è affatto, lo staff è di una gentilezza estrema, tutto: dai baristi che servono succhi improbabili all’amico astemio, fino al tizio della sicurezza che ti chiede gentilmente di evitare di giocare a rimbalzino col muro di pellicola della Grange. Persino i fonici sono spigliati, sorridenti e chiacchierano con la gente di passaggio davanti al palco. Prima dei concerti, spesso e volentieri c’è un signore affiliato al festival che annuncia il gruppo con divertenti panegirici. Insomma, la Ferme Electrique non smette mai di dimostrarti che a te, pubblico pagante, ti vuole bene. E non puoi che ricambiare il suo amore.

Se tutto ciò fosse la normalità, vivremmo in un mondo molto migliore.

Voto: 7 ½, sogno collettivo

Cyril Cyril live @L'Etable (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 6 luglio 2024

In dieci parole → Il mio piccolo, bucolico, angolo di benessere, stupore e allegria.


Xtreme Fest, Le Garric (81), 26-27 luglio 2024

Ormai se mi conoscete un minimo lo dovreste sapere: sono una persona semplice, quando vedo sulla stessa schermata le parole “Descendents”, “France” e “tickets” tiro fuori la carta di credito in automatico. Sono anni che è così, non ci posso fare niente. L’ho fatto quest’anno, per Strasburgo. L’ho fatto anche nel 2023 e i biglietti in questione erano quelli per andare all’Xtreme Fest, nel Tarn. Dov’è il Tarn lo scoprii solo dopo aver effettuato il pagamento: in una regione lontanissima da Parigi. Tanto valeva andare ad Amsterdam, mi dissi a posteriori, ma in fondo scoprire nuovi angoli di Francia profonda è un piacere grande quasi quanto ricongiungermi con Milo e soci. Si diede il caso che il buon Milo, per ragioni di salute (un infarto da cui si è ripreso in meno di tre mesi!) dovette dare forfait, ma era tutto già organizzato e andai lo stesso. Il festival, anche senza il mio gruppo preferito, mi è piaciuto molto, e perciò quest’anno ho deciso di ampliare l’esperienza: in particolare, venire per due giorni su tre invece di uno solo ed andare in compagnia di due amici: il Théo, fan di almeno cinque o sei gruppi della line-up e Alex, il baronetto di Rifredi, che ogni estate viene a fare il suo aristocratico “grand tour”, migliorare il suo francese e scoprire che in realtà andare ai concerti gli piace. La reunion di questo trio infernale (già vincente alla Ferme Electrique 2023) mi gasa oltremisura. Il festival... beh, ci sono i Descendents. Valigie pronte: andiamo.


Location

“Mi raccomando Alex, sorridi, è importante”

La ragione principale per la quale volevo assolutamente tornare all’Xtreme Fest in compagnia dei miei più cari amici in realtà è soprattutto il luogo straordinario in cui si trova. Ce lo si deve meritare, eh: arrivare al sito del festival da Parigi è veramente un casino. Il modo più facile è andare ad Albi, e già ci vogliono almeno otto ore di treno (se volete spendere prezzi dignitosi, sennò sulle cinque se volete che la metà del vostro stipendio parta in due tragitti ad alta velocità che uniscono la capitale e la stazione di Tolosa). Io e Alex abbiamo optato per un regionale notturno che ci ha portati nel Tarn senza colpo ferire (insomma, un rumore...). Vale la pena arrivare ad Albi in anticipo rispetto al festival perché è una città meravigliosa: c’è una delle più belle cattedrali del mondo, un capolavoro architettonico unico nel suo genere, un’astronave dagli interni policromi che si erge altissima, sfidando il cielo blu col suo colore rossastro; c’è il museo di Toulouse-Lautrec: l’arte, e soprattutto l’incredibile storia (a quando il biopic su Netflix?) di un pittore straordinario della regione, che si dipanano in uno spettacolare castello di epoca medievale; ci sono le pittoresche viuzze piene di vecchie casupole con le architravi in vista (“Ma è mock Tudor!” “No, Alex, è vero Tudor”), ci sono quegli angoli di pace che sono la piazzetta Savène o il chiostro di Saint Salvy. Insomma, ci sono tante belle cose. Si fanno tutte in mezza giornata, non perdetevele.

Dopo una consigliatissima mattinata di turismo, Théo ci raggiunge da Jazz in Marciac (beato lui!). Ci mangiamo un filetto e un bicchiere di gaillac, ché siam signori, e siamo pronti ad andare al sito del festival. Qui sorge il primo problema: l’autobus che vi avvicina al posto passa ogni morte di papa (o 12:05 o 17:10: qualcosa nel mezzo?). Purtroppo l’Xtreme Fest è un festival per provinciali e, si sa, i provinciali hanno la macchina… Un po’ è una vergogna che non ci sia un modo di arrivare al Cap’ Découverte, celebre centro vacanze situato nel comune di Le Garric, più semplice dell’autostop, ma così è. Armatevi perciò di fogli A3 (rigorosamente rubati dalla stampante in ufficio) con su scritto “Le Garric”, “Cap’ Découverte” o ancora “Carmaux” e, dopo aver preso il peggior solleone della vostra vita sul ponte che attraversa il fiume Tarn (che bellezza però), piazzatevi nel cono d’ombra davanti al Jardin de la Madeleine, sorridete, alzate il pollice e pregate che passi qualcuno. Un po’ ci vuole, venti minuti che sembrano un’eternità e in cui vi si avvicinano tossicomani, matti del villaggio, zingarelli che propongono di portarvici per dieci euro (ma col cazzo!). Alla fine, saranno proprio dei festivalieri a imbarcarvi. Diciamo che fa parte dell’avventura.

Per raccattarti la domenica mattina ti ci vuole questa

Arrivati a destinazione, vi ritrovate a montare la tenda in un campeggio abbastanza inaspettato: una radura, costellata di alberi che fanno ombra, situata su un altipiano da cui si vedono tutte le valli circostanti. La piana, poco più in là delle recinzioni, è piena di enormi macchinari che servirono all’estrazione del metallo. Perché qui viene il bello: il Cap’ Découverte altro non è che un complesso creato per riabilitare un’antica miniera di carbone a cielo aperto. E lo sapete a cosa assomiglia una miniera di carbone a cielo aperto? A un gigantesco cratere nel terreno. Una delle cose migliori dell’Xtreme Fest è che, quando si hanno i biglietti, si può fruire di una delle facilities del centro vacanze senza pagare un supplemento e, ve lo assicuro, la spiaggia che è risultata dalla trasformazione del fondo del buco in lago artificiale vale veramente la pena. Soprattutto il mezzo di trasporto che vi ci porta: non avete nemmeno lontanamente idea del brivido che è farsi duecento metri di dislivello seduti su una seggiovia in costume da bagno e ciabatte, davanti alla vista di un grande lago dove la gente si fa il bagnetto o pratica lo sci nautico. Un’emozione che vale la trasferta.

Ma di che si ragiona, su

La spiaggia non è niente di poi veramente speciale, quando la astrai dal costante senso di spaesamento della sua localizzazione. L’acqua, però, è pulita, la temperatura gradevole e rinfrescante, e un angolino d’ombra sotto ai tendoni si trova anche facilmente. Considerate poi che, a partire dal sabato, ci sono anche dei concerti acustici e, bingo, non ci sono ragioni per non andare a godersi il pomeriggio coi piedi sulla sabbia. È senza dubbio il miglior luogo dove chillare tutta la giornata prima di montare alla zona palchi, zona sulla quale voglio ora concentrarmi per spendere più di una parola di apprezzamento. Intanto, segnalo il fatto che ci sia una zona dedicata al pubblico non pagante, con un palco che suona dalle sei del pomeriggio alla mezzanotte, area cibo, merch, bar e attività varie, contrapposta alla zona a pagamento, dove ci sono gruppi un po’ più importanti (ma non per forza migliori!) che si alternano su due palchi ben più grossi. Anche il solo concetto di mettere tutti i servizi “annessi” a disposizione degli avventori del Cap’ che non vogliono pagare il biglietto (abbastanza caro, anche se non scandaloso) e di offrir loro un palco di buona musica è sia sensato dal punto di vista commerciale sia lodevole dal punto di vista dell’inclusività e dell’apertura del festival verso il mondo esterno.

Fine serata

Considerando anche questa zona, detta “Le Festival Off”, ci sono perciò tre palchi su cui vedere gruppi disparati. Tutti e tre hanno il loro valore: L’Estafette, il palco per tutti, è molto classico, abbastanza piccolo e caruccio, vi si respira proprio un’area di piccolo festival; il Family Stage, il più grosso, ha già una certa ambizione e un vantaggio straordinario, quello di essere coperto da una grande tettoia (e il sole picchia fortissimo); la X-Cage, per finire, è semplicemente il palco più originale (ed estremo) che io abbia mai visto: un ottagono da MMA attorniato da sbarre in metallo al centro del quale si trova la band. Quest’ultimo palcoscenico, in particolare, rende l’esperienza dell’Xtreme molto meno piatta e banale, perché ha un potenziale di “shenanigans” infinito, sia per il pubblico che per la band: vi ci si può arrampicare, infilare la testa nelle fessure tra le sbarre, vedere il concerto da tutte le angolazioni possibili, e via discorrendo. Ci vuole così poco, a volte, per creare uno spazio per la musica che cambi un po’ i canoni precostituiti e crei nuove possibilità.

Lo spazio a pagamento dell’Xtreme Fest, piuttosto esiguo in fondo, vanta infine di uno skate-park di dimensioni considerevoli, adibita a grande “chill-out zone”. Comoda, originale e divertente da frequentare (anche solo per le rincorse da prendere e gli scivoloni che si possono fare), questa magnifica regione collinare sul finir della sera diventa il luogo del DJ-set di chiusura, nonché bar di shottini. Una trovata piuttosto geniale: è stupendo vedere le rampe di cemento riempirsi di gente come a un bloc party dei sogni. Ancora una volta: con qualcosa di in fondo molto semplice, l’Xtreme Fest è capace di inventarsi una magia.

Voto: 8+, luoghi che non pensavi potessero esistere


Programmazione

Zebrahead live @Family Stage (Xteme Fest), Le Garric, 27 luglio 2024 

Anche se perfettamente intuibile non l’ho ancora detto, che l’Xtreme Fest è un festival esclusivamente dedicato al punk rock e a tutte le sue differenti frange. Il punk è la mia più grande passione e, per quanto in verità i festival che preferisco sono quelli generalisti e variegati, per questo genere posso fare un’eccezione e regalarmi, per una volta, una due giorni più specialistica.

La programmazione dell’Xtreme a dire il vero non rispecchia al cento per cento i miei gusti nemmeno per quanto riguarda il punk. In particolare, nella line-up abbondano nomi che appartengono a due sotto-sottogeneri già velatamente criticati su queste pagine: lo skate punk (derivato del pop-punk) e il beatdown (derivato dell’hardcore punk). Parliamo del primo: è chiaro che chi organizza il festival è un appassionatissimo di tutta la roba adiacente, per fare un paio di nomi esemplificativi, ai vecchi Offspring o a molta roba del catalogo di Fat Wreck Chords, quel pop-punk ultra-melodico che va a velocità infernali. Il mio rapporto con questo tipo di musica (già trattato in report di opening act come SliP o Hogwash) è di inevitabile amore e odio, e la linea è sottilissima. A volte alle mie orecchie lo skate punk suona forzato o persino privo di anima ma devo dire che, nel contesto dell’Xtreme, raramente i gruppi skate punk deludono, anzi: spesso e volentieri mi emozionano e fomentano non poco. In parte, e poi ci torneremo, è l’atmosfera del luogo e del pubblico. In parte, però, è anche merito di una selezione che è tutt’altro che fatta a casaccio. Nel venerdì e sabato che abbiamo passato al Cap’ Découverte i gruppi skate punk il cui set ho veramente apprezzato sono stati diversi, in particolare tre (tutti americani, ovviamente). Gli Zebrahead, ad esempio, hanno veramente demolito il Family Stage con una presenza scenica al contempo potente e caciarona (con loro, su un lato del palco, c’era ad esempio un gruppo di gente del Tarn non meglio identificata a fare da coro e da angolo bar!). Il concerto del quintetto californiano è stato al estremamente pop e anche estremamente violento, un connubio perfetto di sing-along facili e di costante, giocosa ed adrenalinica esortazione a un pogo tra i più immensi mai visti, che hanno reso ogni canzone, con le sue pause e le sue sfuriate, emozionante e memorabile. Sono pezzi che quando li ascolti sul disco sono decisamente pacchiani, per carità, ma quando parte un wall of death lungo come la muraglia cinese sul ritornello di una canzone come I Have Mixed Drinks About Feelings, beh, che je voi dì. Su un piano ancora più estremo (infatti erano alla X-Cage), gli A Wilhelm Scream hanno regalato una lezione di intensità senza compromessi: i loro pezzi sparati l’uno dietro l’altro come raffiche di mitragliatrice non hanno dato scampo a uno dei pit più scatenati che abbia mai visto in vita mia. La velocità insensata della batteria, la forza di una distorsione terraformante (ascoltate l’intro di The Kids Can Eat a Bag of Dicks e capirete di cosa parlo) e soprattutto la voce e performance dell’energetico vocalist Nuno Pereira hanno un unico effetto: quello di farti cadere la mascella e dire: questi sono dei mostri. La spavalderia dei ragazzi del Massachussetts, fonte di vera gasazione, ha persino spinto la gente oltre i suoi limiti. C’è stato pure un ferito, penso non molto grave, che deve aver dato un discreto morso all’asfalto facendo uno stage diving sconsiderato. La band ha gestito la situazione al meglio, facendo intervenire la protezione civile ma senza farne una questione inutilmente drammatica: “Medic, medic, we need a medic”, detto con la voce che avrebbe l’emoji “😐”, resta un tormentone del weekend. Lodevoli infine, stavolta più per meriti musicali che di spettacolarità sul palco, i MakeWar: i newyorchesi, pur essendo un power-trio, hanno un’intesa, una precisione e una grandezza sonica che li fanno veramente sembrare “larger than life”: una qualità che, onestamente, apprezzo sempre tantissimo (un gruppo a cui ho fatto gli stessi identici complimenti? Courtney Barnett!). Inoltre, il loro sound è smaccatamente skate ma anche venato di malinconie che fungono da madeleine di Proust e mi riportano, con inaspettata commozione, al peggior midwest emo che ho ascoltato in adolescenza. Con un pezzone decisamente terraformante come Oh Brother perdo completamente il controllo di me e, dimenandomi in un pit decisamente più piccolo della media del festiva, penso che al vecchio (e reazionario) adagio “Keep emo in hardcore” si possa dare una risposta che avrà il merito di far accapponare la pelle ai peggiori puristi: “Why not also in pop-punk?”.

Nova Twins live @Family Stage (Xtreme Fest), Le Garric, 26 luglio 2024

Va detto che, rispetto all’anno scorso, i gruppi di skate punk puro e duro sono un po’ di meno. La ragione, a ben vedere, dev’essere quella della ricerca della parità dei sessi da parte dei programmatori. Non c’è un cazzo da fare, questo genere lo fanno perlopiù band di uomini, è un dato di fatto (CF98, gruppo female-fronted polacco, è l’unica eccezione che abbiamo ascoltato; niente di che). Che le quote skate vengano sostituite da quote rosa mi va benissimo, ma quest’anno gli organizzatori si sono spinti in un territorio periglioso, quello di un nuovo stile di nu-metal, pieno di elementi rap ed elettronici e cantato da ragazze decisamente “badass” che da un paio d’anni sta veramente spopolando. Un’artista di questo filone l’ho anche trattata su queste pagine: quella buona vecchia poliglotta svitata di Lerka · Jo. Quando l’attitudine è sopra le righe e spensierata come la sua (che non vuol dire che sia musica stupida, anzi), allora lì sì che il miscuglio mi piace e diverte. Ma quando le artiste sono più perfettine, il sound è più rileccato e le canzoni non sembrano mai voler svariare per una sorta di ingiunzione alla coerenza, allora lì, beh, tutti i miei limiti nei confronti del nu-metal emergono. È, per me, uno dei generi “duri” più stucchevoli che esistano (persino i Deftones penso che non li capirò mai) e non c’è show che tenga per non annoiarmi dopo poche canzoni. Le Nova Twins, per esempio: bravissime e stilosissime, per carità d’iddio, ma sentita Cleopatra ho l’impressione di averle sentite tutte e me ne vado altrove. Imparfait, che è un po’ l’equivalente francese, stesso discorso, con l’aggravante di una cantante che spesso si concede anche di abbandonarsi in velleità conscious rap che, come il conscious rap tutto, mi fanno sbuffare dalla noia o persino dalla pretenziosità che vi percepisco (la colpa ancora una volta non è tanto della band in questione, che ha pure suonato alla perfezione, quanto di limiti miei; anche qui, vi faccio una confessione: persino To Pimp a Butterfly è un disco che mi spalla e mi fa cringiare più di una volta).

Monde de Merde live @X-Cage (Xtreme Fest), 27 luglio 2024

Detto ciò, ci sono musiciste donne fortissime all’Xtreme: basti pensare che il sabato ho rosicato come un matto per il clash orario tra il set al Festival Off delle Pythies, grungettare di Parigi che voglio recuperare al più presto e Monde de Merde, il gruppo hardcore punk più puro e duro dell’edizione, la cui cantante custodisce i segreti delle vocals più graffianti che abbiamo sentito, uno stridio di incazzatura dal sapore quasi powerviolence. Sono quantomeno riuscito a vedere le prime prodigarsi in un’inaspettata cover di Fuck the Pain Away delle Peaches (capita l'assonanza?, grandissime!) e a procurarmi diversi lividi alla X-Cage con le seconde, perciò direi che ho ottenuto quel che volevo. Meno bene, invece, far suonare Johnnie Carwash praticamente in contemporanea coi Descendents: praticamente uno schiaffo al morale, non solo mio ma di tutti quelli che amano il pop-punk per la sua componente più primitiva: la dolcezza. Capita.

Sorcerer live @X-Cage (Xtreme Fest), 26 luglio 2024

In ogni caso, per riprendere il filo del discorso generale, lo skate punk abbonda all’Xtreme Fest e se, probabilmente per fare più spazio a gruppi di nu-metal femminile/femminista, quest’anno se ne vede un po’ di meno, il beatdown hardcore, lui, possiede ancora un’importanza primordiale nella line-up. Ancora ho brutti ricordi dell’anno scorso, in cui i set annunciati in pompa magna di Scowl e Walls of Jericho al Family Stage mi arrecarono pesante fastidio coi loro breakdownazzi e la banalità di canzoni il cui songwriting “core” non mi provocò nessuna emozione. Quest’anno però, devo ammettere che un paio di set di questo genere me li sono stragoduti. Sarà stata, forse, la saggia decisione di dare loro meno peso strategico nell’economia del festival. Mi spiego meglio: invece di elargire gli slot orari chiave del main stage a gruppi altisonanti, quest’anno l’Xtreme accantona tutto il beatdown nella gabbia delle arti marziali, che è dove si merita di stare, e perlopiù in momenti catartici tipo l’inizio della giornata, quando solo un mosh-pit spericolato fa dimenticare il caldo estremo, o nello slot subito prima dell’headliner della notte, per divertirsi con le ultime malvagità gratuite prima di essere al cospetto del concerto più atteso. Ne risultano set molto appaganti che, pure se non è il mio genere, non ho potuto fare a meno di apprezzare: memorabile, in particolare, la combo Cold Stress (molto semplici ma anche molto efficaci, fanno il loro) più Sorcerer (dal suono più curato, con qualche dissonanza molto intrigante) nella fine pomeriggio di un venerdì il cui day drinking alla spiaggetta era stato leggermente sconsiderato. Ha aiutato a smaltire.

Aerial Salad live @L'Estafette (Xtreme Fest), Le Garric, 27 luglio 2024

Detto ciò, ci sono stati anche momenti in cui ho semplicemente detto no al “fattore C” e sì a Valsoia, o a qualsiasi altra cosa passasse in quel momento. Fottermene con serenità dei Real Deal per andare a vedere le Toxic Frogs, per esempio, è tutto tranne che un rimpianto: ok, il punk celtico è veramente il guilty pleasure definitivo e quasi mi vergognerei di ascoltare ’sta musica quotidianamente, ma uno, a una certa ora della notte sono guasconerie che ci si può permettere e, due, le bretoni suonano con un brio raro (penso che la batterista rimanga la picchiatrice più impressionante dell’edizione). Perciò via di banjo e di violino e sgambettiamo qualche minuto con The Shamrock’s Jig, perché no. Del resto, è proprio una delle qualità principali del festival, quella di avere una direzione artistica abbastanza precisa ma di non accanirsi troppo sulle sue nicchie, proponendo anche una buona eterogeneità. Di gruppi in rampa di lancio o già conclamati che propongono generi che stringono la mano al punk melodico o estremo, ma comunque lontani dall’ortodossia, ne abbiamo visti vari: cito in particolare gli Aerial Salad, giovanissimi e promettenti post-punkari di Manchester, una sorta di versione più groovy e svolazzante degli Shame, oppure i russi Moscow Death Brigade, ormai quasi leggende di un hardcore hip-hop militante che, pur essendo molto lontani dai miei gusti, sanno mettere su una grande festa alla quale è difficile non sorridere e applaudire.

Mad Caddies live @Family Stage (Xtreme Fest), Le Garric, 27 luglio 2024

I due migliori concerti, però, li hanno fatti rispettivamente un gruppo ska e un gruppo thrash metal. I primi sono stati i Mad Caddies, una band iconica di quella controversa third-wave statunitense che a me, devo ammettere, piace. Al tramonto del venerdì, in un’atmosfera magica, i californiani hanno portato una freschezza quasi poetica, in un set pieno di cantilene contagiose, grandi hit danzo-poghereccie (Road Rash dal vivo merita), ballad iconiche (Drinking for 11) e persino trucchetti facili che però svegliano in noi dolci sentimenti adolescenziali (in particolare la cover di She dei Green Day, che bisogna essere proprio dei guastafeste per non apprezzare). Numerosissimi sul palco, con tutte le loro percussioni e i fiati (al trombone il cantante dei sopracitati SliP!), ci hanno veramente fatti divertire e sono stati uno spettacolo per gli occhi e un porto sicuro per le orecchie. A chiudere la stessa giornata campale del venerdì, infine, ci sarebbero dovuti essere i Sick Of It All ma, per le note vicissitudini mediche del cantante Lou Koller (una preghiera per lui) hanno dovuto annullare e sono subentrati i Crisix. Sono da sempre un grande appassionato di thrash metal e, per un annetto e mezzo (2014-2015), ho avuto anche una piccola liaison con la scena thrash italiana, che mi aveva accolto tra le sue braccia sudate. Eppure, in un anno e mezzo di quelle frequentazioni, piene di acculturamento su nomi storici o di nicchia del genere, il nome dei Crisix non è veramente mai uscito fuori. Forse perché, sia nel percorso sia nel suono, gli spagnoli non sono né storici né di nicchia: emersi nel pieno dell’anch’essa controversa epoca del thrash revival (i Municipal Waste erano già al loro culmine), gli spagnoli propongono una musica che suona come un frullato dei “big four” di sottomarca LIDL. È un difetto? Assolutamente no: ne risulta un pot-pourri di riffazzi dallo stile e la direzione poco chiari, a volte ai limiti del comico e del ridicolo, ma eccessivamente divertente. La loro arte del festeggiare è nostalgica, e non solo della Bay Area circa 1986, ma anche (ed è qui la sorpresa del set) del NYHC d’antan. Il medley omaggio ai Sick Of It All è una discreta mazzata e i momenti punkettoni sono molto più frequenti e distruttivi di quanto ci si sarebbe aspettato. Nonostante l’humus del concerto resti sempre il metal i Crisix, anche con poco anticipo, hanno letto bene la stanza e portato un set che non sfigura nel contesto dell’Xtreme Fest. La loro punta di personalità: un’attitudine da nerdoni al cubo tra riferimenti a vecchi film e cartoni animati (Frieza the Tyrant è Freezer di Dragonball), nelle loro tenute talmente casual da fare il giro e diventare “talle” (la maglietta di The Chronic la voglio anch’io). Ultra Thrash (ma quanto sono belle le canzoni thrash sul thrash?) è l’apoteosi di un divertimento semplice e genuino, la scena del chitarrista che assoleggia mentre attorno a lui rotea un circle-pit gigantesco un’immagine che mi rimarrà stampata in testa a lungo.

Crisix live @Family Stage (Xtreme Fest), Le Garric, 26 luglio 2024

Due piccoli bonus finali: i DJ-set di fine giornata nello skate-park, di cui ammetto di avere ricordi un po’ appannati, sono stati esilaranti. Avete mai visto un DJ fare stage-diving dopo aver messo Blitzkrieg Bop (dieci su dieci)? No? Allora punti in più. I concerti acustici sulla spiaggia, invece, non sono niente di che: simpatico, però, quello degli Old Time Spooks, gruppo spagnolo il cui country-punk acustico, molto “skiffle”, ha i suoi momenti. Ce lo siamo abbastanza goduto; poi, salendo su con la funivia, i quattro erano di nuovo lì a suonare; poi, mentre vado a guardare del merch il giorno dopo, eccoli al banchino a suonare; poi, mentre vado a rilassarmi allo skate park, me li ritrovo di nuovo accanto che suonano. I ragazzi, in accordo con Xtreme Fest, hanno suonato qualcosa come nove set in tre giorni. Semplicemente, spawnavano quando gli pareva e piaceva. Quando la domenica mattina, uscendo dalla doccia avvolto in un asciugamano, me li sono trovati accanto ai bagni che facevano un ennesimo concerto, ho dubito della mia lucidità. Una nota di colore apprezzata.

When this gear case is at the festival
you just know it’s gonna be lit

Alla fine della fiera, perciò, la programmazione è stata all’altezza delle aspettative che avevamo. Di concerti veramente pessimi non se ne sono praticamente visti, di slot troppo lunghi e noiosi senza buona musica non se ne sono avuti. Certo, si resta sempre molto nell’ambito di una programmazione molto più festaiola che artisticamente stimolante. E va bene così. Mi tengo perciò il grande divertimento, costante, e una decina di picchi emozionali, momenti più speciali di altri (non è poco). Quella dell’Xtreme Fest va presa per quella che è: né una line-up di scoperta, né una line-up di fan-service (almeno per quello che è il mio gusto). Sono relativamente pochi i gruppi, tra quelli che ho visto, che continuerò a seguire. Di gruppi che mi porterò fino alla tomba, quasi nessuno. Che voto potrei dare? Un sei politico.

Ma c’era anche il gruppo per il quale sono venuto apposta, i Descendents, la band più forte del mondo. Un voto in più.

Voto: 7, frammenti di punk


Organizzazione

In viaggio verso l'ignoto?

L’Xtreme Fest, tra i tre festival che tratto in questa rassegna, è il più grande, anche per un discreto distacco. Eppure, talmente sono performanti i servizi offerti al pubblico, sembra di essere a un evento “riquiqui” come la Ferme. Faccio un esempio: ci si ritrova spesso a fare anda e rianda tra la zona Off e la zona a pagamento. Ovviamente, ci vuole un controllo dei biglietti e di sicurezza. Ebbene, pure nei momenti più pressanti (la piccola transumanza per andare a vedere i Moscow Death Brigade, un vero fan-favorite) non c’è mai da fare più di due minuti di coda, e vi assicuro che non è per il lassismo dei lavoratori, che sono rilassati ma seri.

Per accedere al campeggio non ci sono controlli se non quello del braccialetto, che è una cosa sacrosanta: siamo in un paese libero ed è giusto che non ci vengano fatte storie per l’opinel, il salamino e il pastis (i tre oggetti indispensabili da portare per rallegrare i vostri pomeriggi). In compenso, ci sono addetti alla sicurezza sempre presenti, che vegliano su praticamente tutto tranne la presa multipla a cui sono attaccati i cellulari. I bagni e le docce, sorpresona, sono piuttosto puliti, e la vita di tenda è delle più confortevoli che si possano avere, al punto di far vivere serenamente due notti di campeggio di fila a me e Alex, amanti di letti e tetti e costretti all’aria aperta.

A chi si chiede perché insista tanto a parlare della security, voglio fare un appunto importante: ne parlo nel dettaglio perché è la spina dorsale di un festival, la forza invisibile che spesso e volentieri contribuisce a renderlo vivibile. Chi è lì per raccogliervi quando il crowd-surfing derapa oltre le transenne? Chi regola i flussi di gente con e senza biglietto per fare in modo che tutti si godano la festa? Chi è là per custodire il tuo cellulare e rendertelo miracolosamente funzionante alla fine del concerto degli Zebrahead, quando ti cade in mezzo a “the biggest wall of death of your life” (quest’ultima cosa non è mai successa, vero Alex?)? Insomma, se il voto all’organizzazione dell’Xtreme Fest sarà alto, è anche merito dei nostri angeli guardiani in divisa, a cui faccio un destrorsissimo shoutout.

In ogni caso, dentro al recinto del festival tutto fila liscio. Il sistema cashless è uno dei più facili da usare del mondo, puoi veramente caricarci sopra le cifre che ti pare, quando ti pare, in pochi istanti, e ogni venditore ti aggiornerà in diretta e con gentilezza sul tuo progressivo declino finanziario. Contrariamente ad altri festival (ehm, Primavera Sound?) recuperare il denaro che ti è dovuto si può fare in due clic qualche giorno dopo la fine dell’Xtreme. Non che io l’abbia fatto: ho preferito bruciarmi i miei ultimi soldi in una birra di troppo il sabato sera e in vivificanti sorbetti alle more (una delle cose più buone del mondo) fatti dalle manine d’oro dei pasticcieri locali, la domenica mattina. A proposito: il cibo del festival è perlopiù di origine locale, vario e molto buono. Per un pasto completo si spende intorno ai quindici euro (per gli stomaci più piccoli del mio sui dodici), che è più che ok: ricordo con piacere un buon burrito con riso, fagioli e carne sfilacciata, l’hamburger con le patatine bello formaggioso come piace ai francesi, e soprattutto le patate del Tarn generosamente farcite (chiedete di abbondare con la cipolla per un’esperienza di livello superiore). La coda è spesso poca, anche se consiglio di scegliere slot ben studiati (e un po’ scemi) per andare a cenare: io ho optato per una crêpe o un gelato verso le venti e un pasto più consistente dopo le ventidue. Per quanto riguarda il bar, di coda non ce n’è quasi mai e la varietà di beute a disposizione è abbastanza soddisfacente. Nei momenti di bisogno, che sono tanti, l’acqua potabile è erogata in vari punti e si può bere senza fare nessuna coda. Insomma, il team dell’Xtreme Fest ha predisposto tutto perché tu possa mangiare, bere, andare in bagno e vivere bene, senza perderti nemmeno uno dei concerti che ti interessano per le ragioni sopracitate (fate giusto attenzione alla coda del ritorno in seggiovia, se il primo set della giornata lo volete vedere per intero).

Lo nostro fare patate ripiene
Veniamo dunque al punto finale, la musica, ovvero: come sono organizzati gli slot degli artisti, i clash orari, il suono dei palchi e compagnia cantante? Intanto, devo dire che la proposta del Festival Off è di qualità senza essere talmente buona da far rosicare i detentori del “vero” biglietto, cosa che invece ho risentito l’anno scorso, che passai “più di là che di qua” (Snuff e Good Riddance uno dietro l’altro, dio bo’), chiedendomi se non avrei potuto addirittura risparmiare qualche soldino e restare piantato all’Estafette (no, non avrei potuto: sarei morto di FOMO). In ogni caso, essendoci tre palchi, inevitabilmente un paio di clash orari ci sono e, anche se me ne sono lamentato (tipo quello per Johnnie Carwash), in realtà “ça va”. A livello fonico non c’è niente di niente da segnalare ma solo da applaudire: di strumenti che si sentono poco non ne ho riscontrato nemmeno uno (non facile, quando ti trovi davanti sezioni di fiati come quella di Mad Caddies, oppure i violini di Toxic Frogs) e un palco come la X-Cage che, a causa del fatto che è amplificato a 360 gradi e totalmente all’aperto dovrebbe risentire di frequenti défaillances, ha sempre un suono immenso, da sound system giamaicano.

Ultima nota di merito: la gestione dei concerti annullati. È normale che per un’annullazione ci sia gente che si straccia le vesti come feci io coi Descendents l’anno scorso, ma che ci sia altrettanta gente che gode per i rimpiazzi, trovati a volte all’ultimissimo minuto (nel 2023 furono Les Sheriff, i Ramones francesi), o addirittura dica: “Meglio così”, è comunque da segnalare. Gli Higher Power che rimandano la loro discesa tarnese senza dare vere giustificazioni restano un cruccio? Sì. Ma la reattività degli organizzatori ce lo scrolla di dosso.

Voto: 8, professionalità da veri duri


Attività

Vamos a la playa, oh oh oh oh oh

Oltre ad assistere ai numerosi concerti, c’è roba da fare in questa parte di mondo? Sì e no.

Siamo onesti, contrariamente alla Ferme Electrique, non è che si richieda all’Xtreme Fest di offrire chissà che iniziative culturali. Anzi, al contrario, sarebbe gradito che, nei momenti in cui uno stacca dalla musica, si possano fare cazzate, adrenaliniche o comiche che siano, per farsi due risate insieme agli altri festivalieri. E per carità, ce ne sono, ma al di sotto di quel che il sito avrebbe il potenziale di offrire. Prendiamo per esempio la nostra routine giornaliera pre-concerto: sveglia, colazione, cazzeggiare in tenda, pranzetto, scendere in spiaggia, fare il bagno, cazzeggiare sotto all’ombrellone, ritornare in su, concerti. Se il primo cazzeggio della giornata è strutturale, il secondo potrebbe facilmente essere sostituito da scivoli d’acqua, tuffi dalla funicolare, essere trainati da qualcosa di veloce mentre ci si aggrappa a una ciambella. Il problema è che le attività del Cap’ Découverte non sono proposte alla gente che vengono all’Xtreme, o meglio: sono teoricamente disponibili, ma senza vantaggi particolari (se non un settore dedicato a noi punx, se non uno sconto, dateci almeno una persona dell’Xtreme che regola gli accessi). In ogni caso, non sono nient’affatto pubblicizzate, che è quasi come sconsigliare di andare a mescolarsi alla clientela al di fuori del festival. Finisce che il centro vacanze è prestato al festival, ma non integrato, e la cosa è leggerissimamente frustrante. Si legge, dappertutto, che il Cap’ è in grave deficit finanziario da anni: il festival non poteva essere l’occasione per portargli un po’ di introiti? Ma anche se il matrimonio tra festival e stazione balneare non si avesse proprio da fare, qualche attività da spiaggia targata non Cap’ Découverte ma Xtreme Fest non la si poteva inventare, a parte gli spesso mediocri concerti acustici? Un piccolo torneo sportivo un po’ cazzaro, un karaoke, un ballo di gruppo, che so. Vabbè.

Il Bam Margera di Ménilmontant

Nel sito del festival qualche attività in più c’è, tutte concentrate nella sezione Off e, mi sento di lamentarmene, non molto valorizzate: i giochi o laboratori che hanno luogo allo Stand dell’associazione Pollux (i factotum dell’Xtreme, con sede ad Albi) o allo skate park della zona Off, per esempio, o hanno una cadenza completamente sbagliata (a nessuno con un minimo di gnegnero viene voglia di fare un quiz alle 19 quando comincia la musica buona, né di karaoke alle 22:30 quando suona uno degli headliner!) oppure sono poco visibili (in un momento di cazzonaggine sarei anche venuto a fare una partita di Mario Kart accanto alla pista da skate, se solo avessi visto dov’era il Nintendo), oppure ancora non hanno un titolo molto seducente (corso di fitness?, no grazie; atelier mosh-pit?, e perché mai; sistema la tua cameretta? …cosa?). Un paio di boiate sono anche passato a vederle, tipo il bowling umano. Ormai, a distanza di un mese e mezzo, non ricordo che cosa fosse precisamente: il fatto che fossi ubriaco è una giustificazione ma solo a metà, sicuramente niente di memorabile. Gente che si fionda su altra gente in skate, capirai.  

La presenza di rampe e soprattutto di tavole da skateboard in perenne comodato d’uso, quello sì, l’ho apprezzato. Nei momenti di stanca, andare a vedere gente (leggasi: Théo) che fallisce tricks è qualcosa di potenzialmente esilarante. La cosa contribuisce anche a dare vibrazioni da piccolo Warped Tour all’imbastimento generale. Peccato che io, a parte il rock ‘n’ roll, non pratichi nessun’altra attività potenzialmente pericolosa per la mia incolumità. Niente skate, perciò.

In generale, per finire la disamina, si ha l’impressione che l’equipe dell’Xtreme Fest abbia intenzione di proporre attività extra-musicali agli avventori, ma che fallisca tragicamente nell’operazione. Manca, se non l’evento culturale ganzo, quantomeno il divertissement facile tra un set e l’altro, o nei momenti della giornata in cui non c’è granché da fare. Peccato.

Voto: 5, sforzo senza frutti


Atmosfera

Toxic Frogs live @L'Estafette (Xtreme Fest), Le Garric, 26 luglio 2024

La prima volta che decisi di andare all’Xtreme Fest e lo raccontai a Sophie lei, che sugli scandali che coinvolgono le associazioni femministe è sempre al corrente, disse: “Ah, che figata! Però sai, ho sentito che ci sono stati problemi di natura sessuale là”… E non una sola volta: problemi ricorrenti, a quanto pare. Bastano due ricerche su internet, non racconto novità. Che certi frangenti della musica estrema abbiano un problema sistemico di violenza, che nelle sue peggiori forme sfocia in sessismo e abusi, penso che non sia una sorpresa per nessuno. Che le azioni attuate dalle associazioni in merito alla riduzione delle violenze funzionino, su questo è lecito avere più dubbi. Da cinque anni (come testimonia un eloquentissimo comunicato stampa a riguardo) l’Xtreme Fest collabora con tante strutture specializzate nella tematica della lotta contro certi comportamenti inaccettabili e purtroppo, talvolta, sdoganati in contesti di festa. Credetemi o meno, ma sembra che funzioni. Non sto dicendo di essere il profilo-tipo della vittima di violenze sessuali (quelle sono le donne, parliamoci chiaro) ma di violenza e basta, purtroppo, si rischia sempre. E quando l’anno scorso un biker del cazzo mi minacciò senza ragione, alla “che cazzo guardi”, mi dissi: “Porca troia, dove sono finito?”. Fu un piccolissimo episodio senza conseguenze, probabilmente senza rischi, ma me lo ricordo ancora.

L’atmosfera, l’anno scorso come questo, è rilassatissima. In spiaggia, i punkettoni si mescolano ai villeggianti in una buffa connivenza. C’è nell’aria una voglia costante di fare “zguen”, bordello in dialetto albigese. Persino la zine che viene distribuita ogni giorno si chiama così: La Gazette du Zguen. Ciò si riflette in una costante voglia di mitizzare e mistificare il pogo: al laghetto, ogni tanto, parte il circle pit acquatico, o ancora domenica (peccato non esserci stato) al concerto dei The Casualties è stato inventato un nuovo tipo di circle pit: quello a 360 gradi attorno alla X-Cage. Siamo all'ennesima edizione in cui esiste questo palco e ancora non ci aveva mai pensato nessuno. Ovunque mi guardi in giro, e lo faccio, per lunghi istanti, anche con occhio vigile, non vedo niente di niente di niente di pericoloso. Uomini che fanno i viscidi con le donne? Da nessuna parte. Gente rissosa che cerca scuse per attaccare briga? Mai vista. Persino persone, specialmente del posto e di stanza al Festival Off, completamente strafatte e che prendono troppo spazio privando gli altri della libertà di godersi il festival in santa pace (e l’anno scorso ce n’erano) non ne vedo. Non so se è un caso, ma l’edizione 2024 mi sembra un capolavoro di “safety”.

Il fra prima di prendersi un calcio sul viso

C’è stato, in particolare, un episodio: quello di un tizio che in un momento di pura e reciproca foga durante il set delle Toxic Frogs propone di alzarmi per fare crowd surfing. Io, preso dall’emozione del momento, gli salto a pié pari sulle mani intrecciate a mo’ di seggiolin del papa. Peccato che lo prenda dritto in fronte con le ginocchia. E gli faccio pure male. Una persona normale mi avrebbe quantomeno tirato un pugno sul viso ma lui, quaranta/cinquantenne con cappellino dei Suicidal Tendencies (categoria umana potenzialmente pericolosa?), mi guarda per un attimo stordito, poi mi dice che sono uno scemo e accetta serenamente le mie scuse disperate. Una ventina di minuti dopo, ancora desolatissimo, vado a scusarmi di nuovo e lui, riavutosi completamente, mi fa: “Ma no, che vuoi che sia, se ne prendono di botte nel pit, capita”.

E questo episodio per me catalizza un po’ le sensazioni che ho provato durante tutta la durata del festival: quello di un luogo dove non c’è mai il rischio che la situazione degeneri. Lo si sente nel campeggio che, per quanto sia libertario e luogo di grandi bevitori ed ascoltatori di musica pesante a tutte le ore, è assolutamente sereno e gradevole. Lo si sente in tutte le interazioni con la gente durante i concerti, in coda, in spiaggia. Lo si sente, soprattutto, nel pit. La cosa mi scalda il cuore: ma allora esiste, un luogo dove si ascolta beatdown hardcore, c’è tanto e denso pubblico, c’è gente che fa mosse codificate e ciononostante non c’è un pericolo costante e gratuito! Di quel vero e proprio “crowdkilling” fine a sé stesso che tanto ho criticato nei miei articoli più controversi (quello sui Pogo Car Crash Control, o ancora sui Turnstile) non se ne vede traccia. Di gente che esprime il suo stile e soprattutto il suo modo di vivere l’appetenza per l’adrenalina, invece, ce n’è in ogni dove: gente di tutti i tipi sempre assolutamente apprezzabile. E quando dico di tutti i tipi, dico davvero di tutti i tipi. Ci sono, ad esempio, diversi bambini, di cui alcuni fanno stage diving! E, per riprendere un adagio di poco fa, senza bambini non è una vera festa. La cosa contribuisce ancora di più, in un circolo virtuoso, ad incitare un clima di festa responsabile. E c’è pure una parte dello staff che, per l’appunto, invita alla festa responsabile: un team in gilet viola (“i’ colore più bello che c’è”) che gira tra la gente per verificare che tutto vada bene e dispensare tutto ciò che può essere utile alla salute: tappi per le orecchie, acqua, biscottini. Adorabile.

Finisco le mie impressioni a freddo con un paio di constatazioni sul pubblico. Di recente ho visto un video di Fish56Octagon (che cavallo di razza!) che raccontava la differenza tra i pubblici della scena trance e garage in Inghilterra. Se agli eventi trance il pubblico è ultra-amichevole, tutti parlano con tutti e c’è un sentimento di curiosità, comunione e amore collettivo, a quelli garage l’atmosfera è quella di restare “with your mates, with your clique” ed emanando un proprio stile, una propria cazzonaggine, senza mescolarsi troppo al resto. Ecco, l’atmosfera dell’Xtreme Fest è esattamente a metà tra queste due. Si hanno costantemente tante piccole interazioni, perlopiù di riconoscimento reciproco e praticamente mai oltre l’apprezzamento reciproco. In due anni che vengo, non ho mai avuto conversazioni profonde né scambiato contatti con nessuno e sapete cosa?, va benissimo così. Se l’anno scorso ero un po’ in incognito, “il tizio venuto per i Descendents” con chi mi ha parlato, quest’anno con Alex e Théo ci siamo un minimo fatti riconoscere, al suono di running gag stupide e insolenti aperitivi da spiaggia. Soprattutto, ci siamo consolidati come un trio delle meraviglie da riunire non appena si ripresenterà la possibilità. Tutto ciò, in fondo, è dovuto all’atmosfera così rilassata e al contempo propizia alle marachelle da pit e da palcoscenico. E, vi devo dire, mi piace moltissimo.

Voto: 7 ½, lads holiday

Moscow Death Brigade live @Family Stage (Xtreme Fest), Le Garric, 27 luglio 2024

In dieci parole → Una volta nella vita bisogna “zguenare” nella miniera del punk!


Rock in the Barn, Vernon (27), 7 settembre 2024

A questo giro non è una citazione dei Righeira: l’estate sta finendo per davvero. È iniziato settembre, è venuto un discreto frescolino e l’atmosfera per strada, nei trasporti e in ufficio è quella di un ritorno alla normalità, dopo l’ambigua parentesi estiva. Forse per scacciare questa sensazione un po’ deprimente, il primo week-end del mese è strapieno di festival, dappertutto in Francia. E la tentazione è troppo forte per rinunciarvi, soprattutto perché non è veramente estate se non si va ad almeno un festival da soli, no? L’anno scorso optai per andarmene, io me stesso e me, al sabato del Frisson Acidulé in banlieue Est parigina: fu una giornata di musiche malvagie, più o meno sperimentali, da antologia. Purtroppo però è una rassegna biennale, e quest’anno non c’è. I cartelloni, in qualche modo, vengono comunque a me, e sono soprattutto tre festival a tentarmi. Il primo è il Louzauenn: line-up assolutamente esoterica, piena di gruppi di nicchia, tra cui spiccano i misteriosi France, un’incredibile jam-band kraut-drone che mi sono perso proprio l’anno scorso per vedere le glorie post-punk locali, i Frustration (quest’anno ho l’impressione che suonino a Parigi una volta al mese: inutile a dirsi, rimpiango). Il cartellone sembra pieno di rivelazioni di una vita, il posto fighissimo. Peccato che è in Finisterra e che ho finito le ferie. Rinuncio con la convinzione, un po’ infausta, che probabilmente morirò senza aver mai messo piede in Bretagna. Il secondo è il festival L’Ouïe Pleure, nel villaggio di Serny (frazione del comune di Enquin-lez-Guinegatte), Passo di Calais. Lì per lì, quello che mi eccita dell’evento è la localizzazione geografica: appena leggo l’indirizzo sbarro gli occhi: il giorno prima ero a fare contratti di pale eoliche a letteralmente due numeri civici dalla fattoria in cui si tiene. La coincidenza è ai limiti dell’insensato. Dopodiché, mi spizzo il programma: un sabato di indie-punk al cento per cento nelle mie corde (ci sono anche Canines, la nostra gente), da mezzogiorno a notte fonda; una sorta di rave party punk rock sfacciatamente DIY (puoi portarti persino il tuo bere), in un luogo che ho ben presente e che so quanto sia bello e campestre. La tentazione della mattata c’è e volendo, svegliandosi presto, dormendo poco e affittando una macchina (dire isolato è un eufemismo per questo posto), riuscirei anche a partire il sabato ed essere già a casa la domenica. Per un istante, faccio la faccia del Conte Mascetti quando considera di tornare dalla Titti per fare un ménage à trois. Poi però mi prefiguro a Serny, solo soletto, di fronte alla domanda: “Che cosa fai nella vita?” e un po’ impanico. Mica posso rispondere: “Hai presente quel campo, lì, in lontananza? Voglio mettere delle pale eoliche lì”. O ancora, cosa faccio se ci sono persone che ho già incontrato per lavoro? Le situazioni di possibile imbarazzo sono inesauribili, meglio evitare.

Alla fine, non bisogna nemmeno guardare troppo lontano per decidere dove andare. Johnnie Carwash e Ellah A. Thaun, forse i due artisti francesi che seguo con più fervore, suonano al Rock in the Barn la giornata del sabato. È a Vernon, in Alta Normandia, praticamente periferia di Parigi. Oltretutto Ellah A. Thaun ha tirato fuori un nuovo album fotonico (ne riparleremo) e non la vedo da tanto. Per quanto riguarda Johnnie Carwash... beh, si torna sempre dove si è stati bene, no? Assieme a loro, una decina di altri acts. Mal che vada vedrò due concertoni. È uno stimolo già sufficiente per prendere la tenda e montare su un treno regionale alla Gare Saint-Lazare.


Location

Augusta live @Scène B (Rock in the Barn), Vernon, 7 settembre 2024
Come previsto, arrivare a Vernon è veramente una bischerata, i treni sono frequenti e costano pure relativamente poco. Appena si arriva alla stazione i turisti si fiondano (o vengono cooptati) da navette di tutti i tipi che portano alla Fondazione Monet a Giverny, a pochi chilometri di distanza. Ashleigh e Brandon da Coleyville, Texas non lo sanno, ma ce n’è anche una gratuita, un po’ nascosta rispetto a quella a pago. Onestamente, l’avrei anche presa e avrei aggiunto questa puntata turistica al mio viaggio in solitaria, se non fosse che il museo mi ha detto che non mi fanno entrare con la tenda da campeggio dietro, e che a Giverny non c’è nessun luogo in cui depositarla temporaneamente. Che devo fare per andare a vedere un ponticciuolo, un ruscello e due ninfee (non che non mi interessi)? Andare in un deposito bagagli a Vernon perdendomi la navetta, aspettare un’ora e mezza in questa cittadina, montare su, visitare, scendere, mangiare, andare in campeggio e montare il tutto prima dell’inizio delle danze (ore quindici)? Uno sbattimento insensato e, soprattutto, che obbliga a svegliarsi presto il sabato mattina: no grazie. Volendo, l’operazione è più fattibile la domenica. Giudicate a seconda del vostro hangover (per me è, indovinate un po’?, no grazie). Vernon, carico come un mulo come sono, non mi va granché di visitarla, né oggi né domani, ma sembra senza lode e senza infamia. Mi tengo l’immagine di un torrione medievale su cui sventola una bandiera rossa con due leoni gialli e quella di una chiesa gotica che si staglia nel cielo non appena si attraversa il ponte sulla Senna. La Normandia, in breve.

Little cheeky IG story for the road
Che cos’è, per me, la Normandia? È meraviglia e inquietudine, è romanticismo ottocentesco, è sturm und drang. Si può parlare di meteorologia alla voce “location”? Non lo so, ma ve lo dico lo stesso: ha fatto un tempo stranissimo, incomprensibile e spettacolare, tra cumulonembi minacciosi di diluvio e scorci di sole laceranti. Quando arrivo al campeggio, è dopo una pioggerellina notturna. Il terreno è un po’ motoso: in questo silenzioso e cupo boschetto ai bordi del grande fiume, mi inoltro a tentoni fino a trovare il punto giusto. Sono le due e mezza e alle tre dovrebbe partire un traghetto per andare alla zona dei palcoscenici. Mi informo un po’: in realtà si tratta soltanto di un tizio che porta in là la gente con un gommone, al modico costo di un euro. La traversata dura solo tre minuti, ma da qui posso ammirare come si deve questo largo braccio della Senna, con le sue isolette selvagge, il vecchio mulino, casupola che non si sa come faccia a stare ancora in piedi su due pilastri diroccati, o anche solo i lungo-fiume così diversi da Parigi o dalla mia Asnières-sur-Seine… Insomma, ne vale la pena, piuttosto che camminare cinque minuti in un boulevard anonimo.

Il sito del Rock in the Barn, una volta superati i controlli (sotto il pontos, ma stai schersando) si rivela in tutta la sua adorabile esiguità: minuscola zona merch all’ingresso, due palchi (non si sono fatti problemi, li hanno chiamati palco A e palco B), una sola zona bagni e qualche punto di ristoro di qui o di là, il tutto all’aperto. “Guarda, non è che c’è tanto da vedere”, diceva un antico saggio, e il parchetto in due livelli su cui si tiene il festival è proprio così: non c’è granché, ma tutto è molto bello. In particolare, il livello A costeggia il fiume ed offre un’immensa visuale del cielo, il livello B invece permette di avere nello stesso colpo d’occhio la band che suona e i torrioni del Château de Tourelles, imponente fortificazione del tredicesimo secolo. Non c’è nessuna “barn” (il nome è un esubero dell’epoca in cui il festival si teneva davvero in una fattoria) ma la cornice, per quanto patrimoniale, è più rustica che sfarzosa, forse proprio perché molto verde: si cammina sull’erba e si è attorniati di alberi. È un luogo semplice, ma senza dubbio dall’estetica speciale.

Se in una vera barn, ovvero la Ferme Electrique, le possibilità di decorare e personalizzare il luogo sono quasi infinite, qui sono pari allo zero. Ci sono un paio di strutture dove sedersi, ricavate da casse di verdure et similia, vecchi sacchi di caffè che possono servire per sdraiarsi per terra, poco più. Complimenti, però, a chi ha ideato i bagni e urinali a tema: veramente bellissimi. Ho già esaustivamente descritto il luogo: chiudo perciò la mia disamina in maniera un po’ volgare, con la mia top tre delle pisciate della serata. Al terzo posto, quella nell’urinale a tema “digital”, con tanto di tastiere e oggetti della “computer era” per distrarsi mentre si evacua. Al secondo posto, quella nell’urinale a tema “reggae ska”, piena di camei di Trojan Records e memorabilia delle band incredibili di quel periodo di scambi tra Giamaica e Regno Unito a fine ’70 e inizio ’80 ancora leggermente sottovalutato dalla critica rock. Al primo posto per distacco e dankaggine, quella nel bagno dei bambini (non mi ero accorto che lo fosse), che ho consumato in ginocchio per ragioni di spazio, attorniato da simpaticissimi Minions. Un meritato momento di punk involontario.

Voto: 6 ½, Guglielmo il Conquistatore


Programmazione

Divorce live @Scène A (Rock in the Barn), Vernon, 7 settembre 2024

Ho avuto la Ferme, un festival decisamente di nicchia, ho avuto l’Xtreme, un festival decisamente specializzato. Quel che cerco dal Rock in the Barn, è evidente, è un qualcosa di molto più immediato: il conforto rassicurante di un festival generalista standard, archetipale. A guardare la programmazione della giornata di oggi, sembra proprio che ho scelto il posto giusto: il set acustico per cominciare, l’indie per proseguire, qualche act pop e rock un po’ festaiolo e poi, al calar della sera, qualcosa di un po’ più spingione, fino a una chiusa dance e un DJ-set finale. La ricetta della felicità, né più né meno.

I set si alternano tra i due palcoscenici, vicinissimi l’uno all’altro, con massimo cinque minuti di vuoto tra un set e l’altro (venticinque minuti circa a metà della giornata, verso le 21:45, simbolizzati sull’affiche da un “a capo” di difficile interpretazione; scemo come sono, sono rimasto sotto il palco). Praticamente un’abbuffata di musica: non si ha il tempo di fare niente se si vogliono vedere tutti i concerti, e si dà il caso che io voglia vedere tutti i concerti. Vista la consecuzione così inarrestabile di set uno dietro l’altro, è proprio il caso di raccontarli uno ad uno in ordine di apparizione. Anche perché, vista anche la maniera di presentarli al pubblico, e la diversità di (quasi) tutti gli artisti gli uni dagli altri, quella del Rock in the Barn non sembra una vera e propria linea editoriale, quanto più una selezione, un best of di acts musicali meritori di essere chiamati a montare una festa come dio comanda. Non è un demerito, anzi: se io dovessi organizzare un festival, farei esattamente la stessa cosa.

Anch’io, per esempio, metterei una cantante folk solista alle quattro del pomeriggio. Augusta, accompagnata dalla sua sola chitarra, regala una di quelle mezz’ore di delicatezza che mettono in pace col mondo, deliziando il pubblico con canzoni più emozionanti che rilassanti, e una voce intensa e sincera, malgrado e un po’ grazie anche alla sua timidezza. Seduti davanti alla francese sul prato del palco B (dategli un vero nome, per dio), penso che in molti, dei non molti che eravamo, ci siamo detti che forse è questo che intendono i giovini di oggi con l’espressione: “touch grass” (e magari qualcosa di più dell’erba, anche The Beetles and the Bugs). È bello finché dura ma, vista anche l’affluenza crescente, arriva il momento abbandonare questa leggiadria con qualcosa di più sostanzioso. Li conoscevate i Divorce? Io mai nemmeno sentiti nominare (reggetevi forte, sono tante le scoutate di oggi). Eppure questi giovanissimi di Nottingham, con solo due EP al loro attivo, sembrano destinati a un futuro roseo. Sono in quattro (bene), con voce femminile e maschile (benissimo) e fanno una musica che, se nella vita si volesse scegliere la strada più facile, la si potrebbe scampare definendola “indie rock”. La strada più facile, lo sapete, non fa per me, perciò la sparo grossa: tutto, nel loro set, urla al ritorno di un genere che è diventato quasi offensivo nominare (ma perché poi?): il pop-rock. Sarà che Romance dei Fontaines D.C. sta spopolando, sarà che gli Oasis si sono riuniti, ma la musica leggera e orecchiabile dei Divorce, tinta di chitarre anche distorte ma mai abrasive, mi porta questa suggestione. È una musica estremamente godibile (con Gears e il suo ritornello così 2000s si frescheggia), a tratti anche profonda (splendida la power-ballad, anche un po’ big-thief-iana Eat My Words), sorprendentemente di impianto più americana che britpop: su Checking Out sento persino eco dei No Doubt. Da sorvegliare.

DITTER live @Scène B (Rock in the Barn), Vernon, 7 settembre 2024

Il crescendo procede bene, in maniera anche troppo spedita, perché dopo questo venticello arrivano i Johnnie Carwash che per me sono sempre un tornado di ritornelli del cuore. Non mi soffermo tanto su di loro, già largamente coperti tempo fa: performance esiziale come al solito, in cui spicca una Forever Yours da dieci e un solo di basso suonato coi denti mostrando il logo “More Women On Stage” sul dorso dello strumento (e in effetti la programmazione di oggi rispetta lo slogan: kudos!). Mi permetto di dire giusto giusto due parole sul pubblico: un po’ smorto, forse? Parlando a giro, però, risulta che hanno tutti apprezzato il set, per molti è stato il migliore della giornata. La gente è stata più twee che punk, in ogni caso. Alle cinque e mezza del pomeriggio, sfido io.

La sezione di un’ora e mezza di musica che arriva alle sei e un quarto, prima con Maddy Street e poi con DITTER, è forse quella che ha più coerenza nella giornata (e che mi emozionerà di meno). È certo che a quest’ora c’è bisogno di musica divertente e Maddy Street la sa propinare, saltando da tutte le parti e cantando (con quasi tutto in base, ma quantomeno una bassista/chitarrista live) canzoni simpatiche e volutamente poco coerenti dove, tra beat trap, ritornelli pop-punk e strofe house-rap con la cassa dritta (Villains, pezzo che vedrei benissimo su FIFA, è il parossismo di questo mischione), non si capisce davvero che genere si stia ascoltando. Presenza scenica, check, simpatia, check, e in questo contesto mi basta per non bocciare l’artista anglo-francese (che fa di tutto per flexare questa doppia identità, con un sacco di barre alla “lo so fare in due lingue” buffe anche se un po’ forzate). Musicalmente, però, non mi sento trasportato e, siccome è musica gggiovane e sicuramente con un suo potenziale di viralità, invento un genere che nella mia testa nasce e nella mia testa rimane: “brainrot rock”. Lo dico senza cattiveria, da adepto del doomscrolling pure io, ma in fondo è quel che penso: quando è rock ma non c’è una band, quando è rock ma non riesce a fare a meno di svariare nel rap e nell’elettronica, è lì che l’essenza del rock mi si va a disperdere nel campo minato delle problematiche delle nuove generazioni: soglia dell’attenzione bassa, assuefazione a certi suoni artificiali, allontanamento dall’artigianato, etc. Se è fatto con così tanta personalità, mi va bene. E lo stesso discorso, in minor misura, lo applico anche a DITTER, trio basso, chitarra, voce e drum-machine (base-machine?). Seppure alcune delle loro canzoni, sonicamente situate tra il pop e il post-punk, siano discreti vermi da orecchio con una replay value notevole (Follow No One pezzone indiscusso), finisco ad accantonare anche questa band nel cassetto del brainrot rock, più che altro per la presenza scenica minimalista e la gratuità di certe pose tardo-capitaliste della cantante (recentemente si parla di “indie sleaze” ma non approvo la dicitura, preferisco “rent rant”). Nel mio momento di massima cattiveria, arrivo persino a scrivere un messaggio ad Alex in cui paragono la loro musica a quella di Chloe Slater, cantante divenuta una sorta di inside-meme (perché troviamo la sua musica pretenziosa ma in fondo siamo innamorati di lei). Ovviamente sono esagerazioni e maldicenze: DITTER sanno scrivere molto bene, l’ultimo EP ha canzoni valide e se trovano una quadra personale e sincera hanno tutto per fare un disco che mi entri nel cuore, un po’ come hanno fatto gli 100 gecs col secondo LP, dopo che avevo disprezzato il primo. Applausi di incoraggiamento.

Ménades live @Scène A (Rock in the Barn), Vernon, 7 settembre 2024

Il concerto di Ménades, in sul calar del sole (davanti alla Senna, con una luce bellissima), porta un’altra tendenza da gggiovani alla quale mi sento però più vicino, quella di un rock, anche simpaticamente hard, molto retrò e revivalista ma soprattutto molto stiloso e sexy. Se fatto bene, è un genere che approvo e applaudo, e quello di Ménades è fatto decisamente bene. La band che viene a sostituire l’annullata Ellah A. Thaun (mi è mancata, zio pera…) non le manda a dire: grande ricerca del suono, grande intensità, grande complicità e, ciliegina sulla torta, una presenza scenica esondante. Soprattutto, bellissime canzoni che non annoiano mai: brillano tanto le canzoni del loro EP più punk rock Cramée (2022) come la grooveggiante cavalcata Cramée o l’inquieto rock ‘n’ riot di Autoroute, così come anche i nuovi singolacci, che promettono una potenziale nuova iconica release. Persino il passaggio alla lingua inglese della sensuale Angels Drive Fast convince appieno: il riff è contagioso e la voce della cantante si presta benissimo al rock da Route 66. Il concerto è piuttosto trionfale e mi porta a un’ultima, semplice ed anti-italiana riflessione: in un mondo giusto, al posto dei fottuti Maneskin, ci sono loro.

È calata la notte e si svegliano i lupi. Arrivano, in particolare, due set studiati apposta per radere al suolo il posto e chi lo abita. Il primo è quello di J.C. Satàn, il classico gruppo garage rock composto da individui di mezza età dallo stile alternativo che, prima ancora che attacchino a suonare, li vedi e sai che ti devasteranno le orecchie. Ed è così. Io penso che, quest’estate, di distorsioni così… beh, sataniche, non ne avevo ancora sentite. Provate ad ascoltare Satan II: il suono di basso e chitarra è composto al 95% di materie grasse. La band bordolese trasforma un palco B (Palco Castello, era così difficile?) rimasto completamente al buio in un vero e proprio baccanale, uno dei mosh-pit più strani e disordinati che abbia mai visto. La loro è una reunion, dopo ben sei anni, a base di “noi non suoniamo… cioè, sì, quando ce lo chiedono veniamo” ma, uno, non si nota nemmeno talmente sono affiatati, due, è un peccato perché il loro sound, quello di una casa dei divertimenti dove perdere la testa (No Brain No Shame!) mentre sale la puzza di bruciato, è troppo “nostro” per non essere un punto di sicurezza dell’attuale scena musicale. Sperando che siano tornati per restare, non posso che consigliarveli. E quando sembra che più bordate non siano possibili, sul palco A (Palco Senna, che ci voleva?) arriva la più grossa pontatina dell’edizione: VLURE. Sono in cinque, sono scozzesi e marcissimi (pantaloni Adidas e petto nudo, tutto un programma) e portano un suono assolutamente estatico: tra la trance d’antan e il post-punk moderno per le masse, con un modus operandi da coldwave revival, quella dei glaswegian è veramente “new dance”. A volte barocca e quasi pacchiana (This Fantasy con i suoi sample vocali da vecchia EDM), a volte cruda e cupa (Shattered Faith colonna sonora di un ipotetico Trainspotting al neon), la musica di VLURE è una di quelle tamarrate raffinate che trasformano una prima serata in notte fonda (sono le dieci, sembrano le tre). L’highlight assoluta? Una Cut It che per me è già instant classic: impossibile non ballare e, soprattutto, sudare al ritmo forsennato di questi promettentissimi pazzi, vestali del fuoco di una potenziale tendenza mainstream che onestamente, se diventasse di gran moda, difenderei a spada tratta. Sintetici eppure band vera, elettronici eppure tanto rock. La sorpresa della serata.

J.C. Satàn live @Scène B (Rock in the Barn), Vernon, 7 settembre 2024

Nel nostro orologio interno (che risponde, in parte, anche al fegato) si è fatto tardi, e arriva un ultimo act prima del DJ-set: alle undici di sera Carriegoss, sotto al castello, è da sola. Con lei, solo un microfono e dei synth, maneggiati con maestria per farne fuoriuscire un synth-pop che chiamare nostalgico sarebbe un eufemismo. Sembra una risposta francese a Desire e Johnny Jewel, ed è completamente inaspettato. Il o i compari che mi sono fatto a quell’ora della notte arrivano davanti al palco e dicono: come, è tutto qui? Sì, è tutto qui. Non seguirò l’interezza del set, ché già mi sono fatto praticamente sette ore di concerti filati, ma approvo al cento per cento questa scelta di puro decadentismo che, grazie anche a un volume che fende l’aria su lunghe distanze, sarà la colonna sonora di un gironzolamento notturno avventuroso di cui ormai ricordo abbastanza poco.

Vi avevo detto che volevo a tutti i costi il DJ-set di chiusura? Sì, lo esigevo proprio. Non sento un DJ-set di chiusura come dio comanda da quello di Dave P al Primavera Sound. Ed ecco allora che il Rock in the Barn mi dà buona uva: direttamente da Le Havre (la città di Normandia che più mi rivendico), mister DJ Vif Argent. Vinyl only, transizioni a volte raffinatissime a volte alla carlona e soprattutto un’attitudine straordinaria nel portare una selecta senza confini. Iniziando con ritmi latini psichedelici (sapevate che oltre al Segundo esiste anche un Compay Quinto?, io prima di sentire El Diablo no) che attirano le folle, il nostro accende il dancefloor un pezzo dopo l’altro con vecchi dischi degli anni ‘60, blues rock sfrenati, musica che senti grattare. A un certo punto parte Stop the Rock degli Apollo 440, in un flash-forward ai giorni nostri che mi fa volare, e da lì non smetto di ballare. Drum ‘n’ bass (nelle sue accezioni più commerciali, spesso le migliori), dance-rock, tanti trucchi per tenerti sempre col fiato sospeso. Faccio per andare in bagno ma parte Divide & Conquer degli Idles, che con gli FX giusti è come vestita di specchi, e rinuncio ai miei bisogni corporali per godermi questo capolavoro di DJ-istica nelle prime file, attorniato da un pubblico che è tutto una vibrazione (quasi solo per merito di Vif Argent, in realtà). Si avanza con incursioni sempre più frequenti nella house e nella techno, con anche chiamate interessanti (mi ero scordato che Succhiamo, che dal vivo l’anno scorso non mi ha detto nulla, in realtà spacca). Poi, alla fine, quando ormai la dancefloor è al suo culmine (e tutto lo staff balla sul palco), parte l’ultimo pezzo: The Fever (Aye Aye) dei Death Grips. Lì proprio non ce l’ho fatta, ho cominciato a contorcermi in tutti i sensi. E poi ho stretto la mano a DJ Vif Argent mentre si sporgeva dal palco, anche se gli avrei voluto dare un abbraccio. Che eroe.

VLURE live @Scène A (Rock in the Barn), Vernon, 7 settembre 2024

Non so se è esattamente così che si programma il festival rock generalista dei miei sogni. Non precisamente, ma quasi. Di sicuro, è esattamente così che lo si chiude.

Voto: 7-, ascolto un po’ di tutto


Organizzazione

Dopo innumerevoli lodi tessute nei confronti della sicurezza di questo o quel posto, al punto da sembrare quasi un politico di Fratelli d’Italia che si congratula con il lavoro delle forze dell’ordine, arriva il momento di protestare. Non che io abbia niente da nascondere (in realtà sì: una bottiglia di rum in un taschino della tenda) ma cazzarola, è possibile essere perquisiti come all’ingresso di un carcere di massima sicurezza per entrare al fottuto campeggio? No, non è possibile, ma è quello che mi succede, sabato alle due e mezza del pomeriggio. Tastato ovunque, obbligato a svuotare l’intero contenuto dello zaino e a mostrare l’interno di ogni contenitore, tutto questo solo per entrare in una radura con quattro tende in croce? Ma fateli all’ingresso dei concerti i controlli seri, no? Vabbè.

Quando la safe word è il nome del 
tuo gruppo doom metal preferito...
Piccato da queste esageratissime palpazioni che manco Morrissey in aeroporto, mi installo e voglio solo andare all’apertura dei cancelli delle tre. I responsabili del campeggio, contrariamente al security che si crede a Ground Zero, sono semplicemente dei ragazzi come me, rilassatissimi e pure un po’ disorganizzati. Chiacchiero un po’ con loro, riesco a negoziare il mio attraversamento navale in solitaria ed arrivo finalmente all’interno del Rock in the Barn. Qui un altro errore di organizzazione: essendomi stato promesso il DJ-set di un tale Barney in un luogo chiamato “Dome” (altisonante, Dome, mica come palco A e palco B; ultima volta che critico questa toponomastica ma sappiate che influisce), io mi aspetto di bermi un aperitivino simpatico o persino danzante sotto alla palla specchiata con un bel funky, o qualcosa del genere: col cazzo. Barney è il venditore di vinili, un tipo anche simpatico, un nerd devastante in ogni caso. Sta semplicemente mettendo dischi, in un impianto di volume bassissimo, in sottofondo al suo negozio (che è un gazebino: Dome una sega). Mi ritrovo a non fare una mazza per un’ora circa. Non è gravissimo, però spiegatele meglio le cose.

In quanto ai servizi, non posso lamentarmi troppo: bar, acqua potabile e bagni sono molto agevoli (un po’ di code per le donne in certi slot orari strategici, va detto), e il servizio ristorazione… beh, forse perché ho fatto una lautissima colazione e pranzato tardi, forse perché sono circondato di parigini e si sa, l’hobby principale del parigino è saltare la cena… Insomma, è finita che non ho veramente cenato. Oltre alle birrette, il mio apporto calorico è derivato solo dai dolci (molto buoni quelli alla frutta, un po’ secco quello al cioccolato) dispensati da una simpatica famigliola con tanto di bambini al seguito. Due euro per pezzi generosi, non ci si lamenta.

La verità è che, se mi sono saltato la cena, è perché la formula “due palchi ad alternanza serratissima”, quando ogni act è interessante (e così è stato) diventa sfiancante. Sono limiti miei, lo capisco, ma forse una quindicina di minuti tra un concerto e l’altro non avrebbero fatto male a nessuno. E se proprio vogliamo parlare di organizzazione degli slot concertistici, un’altra piccola critica mi sento di farla: se fai suonare DITTER prima e Johnnie Carwash dopo hai fatto bingo, entrambi riscontreranno più successo di quello che hanno ottenuto, ci posso mettere la mano sul fuoco. Detto questo (prima le critiche ingrate, poi i complimenti), va detto che i booker dei gruppi sono stati particolarmente bravi con le sostituzioni degli act annullati. Il giorno prima, per esempio, hanno dovuto tirare fuori la carta You Said Strange all’ultimo momento perché qualcuno aveva dato buca. Ora, va bene che gli You Said Strange sono della stessa Vernon, ma anche avere a kilometro zero un gruppo della madonna che fa tour negli States e suona a KEXP, lì in caldo nel caso del bisogno, beh, grande grande giocata.

... e ti sei messo la T-shirt sbagliata 💀  
Pare che Ellah A. Thaun abbia annullato perché non aveva un set notturno (ufficialmente: “condizioni insufficienti per esprimere al meglio la nostra musica”) e del resto anche in una vecchia intervista diceva che aveva rifiutato festival importanti perché proponevano la sua band in orari inadatti. Avessimo avuto J.C. Satàn davanti alla Senna alle 19:50 per fare a botte e poi il rituale di Arcane Majeur al castello non appena cala una notte oscura, sarebbe stato perfetto. Ma onestamente, vedere EAT in un set crepuscolare con un tramonto febbrile e l’architettura gotica in lontananza sarebbe stato un capolavoro. Mannaggia. Tirare fuori con pochi giorni di anticipo una band come Ménades, detto ciò, è più che sufficiente e soddisfacente. E, devo dire, nostrismo anche da parte della band che, il giorno dopo, era nel regionale per tornare a Parigi, con tutto il gear, a pochi sedili da me. Battuta facile ma: poche menate.

Chiudo con una formalità che ormai, in Francia, è quasi una costante, ovvero parlare di fonici e dire che non c’è “rien à signaler”. Tutto perfetto: evidentemente gli insegnano bene il mestiere

Voto: 6, Don't Touch My Bikini


Attività

Di nuovo: quando a un festival così piccolo è inevitabile dedicare il novantanove per cento del tuo tempo alla (buona) musica, che attività vuoi che ci siano?

Il sabato, appena piantata la tenda, mi chiedono se voglio fare una sessione di yoga gratuita in campeggio. Dovrei accettare per distendere le mie tesissime membra, ma solo entrare nel tanto agognato sito del festival può riuscirci, perciò rinuncio. È praticamente l’unica attività da campeggio proposta. Niente di che, ma è già qualcosa. Anche perché quando ormai sei nel parco del Château de Tourelles, a parte i concerti, non c’è nulla. C’è del merch (essenzialmente Johnnie Carwash: ce l’ho già). Ci sono dei dischi (solo in vinile: non ho il giradischi e non voglio averlo). Puoi farti tatuare (ma poi devo pogare: mai nella vita). C’è una stazione radio, ma io sono qua per ascoltare la musica dal vivo, non registrata (a un certo punto però stanno mettendo una canzone dei Carwash: mi avvicino per ascoltarla e mi accorgo che i tre lionesi sono lì a farsi intervistare).

Sicuramente una delle loop station di sempre

Sì, in realtà un’attività ganza c’è: Le Pyschotron. A poca distanza dal Palco Castello c’è una tenda che ospita un’installazione musicale interattiva fatta di numerosi strumenti, la più parte fatti in casa e molto facili da usare, soprattutto i campionatori. Ci sono i responsabili dell’ambaradan che vegliano non solo alla sicurezza del loro materiale o a che tutti capiscano come interagirvi, ma anche alla direzione musicale di questa jam session collettiva che inizia alle tre del pomeriggio e finisce alle due di notte. Segue un po’ lo stesso concetto della stanza degli attrezzi della Ferme Electrique ma è molto più orecchiabile, il che la rende abbastanza irresistibile. Capita di passarci davanti, lasciare un urletto nel microfono e andarsene, e magari resta lì in loop per due ore, ma la parte più bella è quando DJ Vif Argent ha smesso di spinnare e la Psychotron resta ancora aperto per mezz’ora. Ci si fionda un sacco di gente, che balla anche (nella drum machine c’è un kick perforativo in quattro quarti, niente di complicato), e francamente è divertentissimo essere tutti protagonisti delle raffinate modulazioni sonore di questa techno improvvisata di fine serata. Quando hanno staccato tutto tranne il theremin che stavo aggeggiando da qualche minuto, e interrompo i ringraziamenti dei patron di Psychotron (ovvero The Jabberwocky Band, dei grandi!) con un’ultima scureggia elettromagnetica, posso rivendicarmi ancora di aver suonato l’ultima nota del festival. Non smette mai di emozionare, ‘sta cazzata.

Voto: 5+, “Wait it was all music?” “Always has been”


Atmosfera

DJ Vif Argent live @Scène A (Rock in the Barn), Vernon, 7 luglio 2024

Abbiamo conosciuto pubblici di gente studiata della banlieue, abbiamo vissuto a fianco dei malati di punk del Sud-Ovest. Ma erano tutti boss intermedi per prepararci a quello finale. Chi viene al Rock in the Barn? Essenzialmente parigini che si fanno un week-end in Normandia, ovverosia la categoria umana più odiata di Francia. In realtà ne farei parte anch’io, ma non lo diciamo troppo in giro. Battute a parte, qualche normanno c’è anche, ma la demografia che descrivo è piuttosto accurata, e non sarebbe un problema, se non fosse che la pariginità-in-week-end-in-Normandia è tutto un mood e in the Barn la si sente nell’aria, ha l’odore del propano pronto a prendere fuoco. In cosa si traduce precisamente? Casinisti.

Oh, veramente, io non ho mai visto così tanta gente fare bordello gratuito e fastidioso come al Rock in the Barn. La gente vuole sfogare al massimo la sua energia: un tizio con cui per un po’ ho seguito i concerti ha saltato non-stop in maniera incontrollata per i primi quattro set; poi era ubriaco e si è addormentato in campeggio alle 21, svegliandosi il giorno dopo con enormi aloni di sudore sulla maglietta. La gente vuole essere molesta: un gruppo di ragazzi, al concerto di Ménades, cominciano a fare crowd surfing fallimentari, spruzzano birra ovunque, me ne versano mezza sul viso (“per me è il test della personalità, se te ne lamenti sei un rompipalle”). Se sei un fanatico di Jackass ti stanno simpatici per forza, perciò a me è andata bene, ma si sono fatti odiare da un sacco di gente. Nelle mie mie uniche interazioni extra-concerto (assai brevi, e non ero sanissimo) la poca gente normale mi è sembrata un po’ snob. Semmai, durante il DJ-set e il ritorno verso le tende (un piccolo viaggio della speranza, anche se sono pochi minuti tutti a diritto), lì ho trovato gente simpatica e festaiola in maniera più o meno sana. Gente con cui avrei anche apprezzato fare amicizia, ma era un po’ troppo tardi.

Un ultimo plauso speciale, semmai, lo voglio fare allo staff, quello più informale, i cosiddetti “gestori del campeggio” (che magari avranno lavorato come pazzi ma ai miei occhi son due tizi che stanno lì a non fare granché). Appena rientro nel campeggio sento una voce dietro di me che fa: “Sei tu quello che si è gasato per i Death Grips?”. Ne è conseguita una conversazione piacevolissima al termine della quale mi hanno reso la boccia che mi avevano confiscato. Prendete nota, così si gestisce un campeggio.

Insomma, il Rock in the Barn non è un luogo dove si creano per forza sinergie umane memorabili e sensazioni di amicizia collettiva dal primo all’ultimo minuto. La ragione è forse la sfrontatezza del parigino in trasferta?, la sua altezzosità?, o forse il fatto che c’è sempre musica non-stop in uno spazio limitato e quindi la gente si sdà più del dovuto, tralasciando la comunicazione e la scoperta? Chi lo sa. Fatto sta che per me la giornata finale del Rock in the Barn, nonostante le numerose chiacchierate a destra e manca, è consistita essenzialmente nell’arrivare, installarmi, sentire musica, dormire, levarmi dalle palle.

Ma sapete cosa? Non c’è nessun problema. Que viva la música, coño!

Voto: 5 ½, putain de parisiens

La nostra gente

In dieci parole → Una dose da cavallo di musiche del presente, vicino Parigi