L’estate sta finendo…
È da
quando ho smesso di andare a scuola che questa stagione, da sempre la
mia preferita, ha cominciato ad assumere contorni decisamente vaghi.
Sfido io: prima della vita da impiegato, ritrovandomi tutto ad un
tratto a non fare una mazza per tre mesi, la sensazione che arrivasse
un periodo speciale dell’anno era abbastanza inevitabile. In più,
vivendo a Firenze, ci si metteva anche un caldo asfissiante che
immerge la realtà in un sogno di ovatta mellifluo e lievemente
nervoso (la canzone che descrive al meglio le estati della mia
giovinezza?, Cross Paths
dei The Motifs; ma anche Good Friends;
ma anche tutto l’album). Da quando ho iniziato a lavorare, nonché
a decidere di non tornare a Firenze d’estate (non esce nessuno, è
tutto chiuso, non succede niente, la poca gente che resta si lamenta:
ferie sprecate) il periodo dell’anno che va dal primo weekend di
giugno al primo weekend di settembre è un po’ come un limbo
temporale indefinito. Non è solo perché la mia routine continua
come se niente fosse, ma soprattutto perché meteorologicamente, a
Parigi, non si riesce bene a capire che cosa stia succedendo: le
caldane si alternano a settimane umide e frescoline, spesso e
volentieri viene giù la pioggia per diversi giorni filati. Se da un
lato è il riscaldamento globale che ci porta un tempo di così
difficile lettura, in parte è anche il clima continentale della
Francia del Nord ad essere ambiguo da sempre. Persino i contadini
piccardi, che in questo periodo sotto pretesto di dover mietere il
grano trovano mille scuse per rimandare a data da destinarsi i miei
appuntamenti (non li biasimo), non sono mai veramente stupiti da
basse temperature che a volte mi sembrano incoerenti.
Per fortuna,
arrivano in mio soccorso i festival di musica. Come farei senza i
festival, che ogni anno vengono a propormi nuove scoperte, a
incitarmi a viaggiare, a regalarmi quei nirvana che si possono
raggiungere solo in una lunga maratona di musica? Ormai, da un po’
di anni a questa parte, i festival in complemento a tutto ciò mi
offrono anche un servizio accessorio straordinario, quello di
scandire la stagione estiva. Quando inizia l’estate? Ovviamente
quando arriva il Primavera Sound. Quand’è che l’estate entra nel
vivo (e che mi rendo conto che anche quest’anno, mentre tutti vanno
in vacanza, non ho nessuna voglia di partire)? Ovviamente quando
arriva la Ferme Electrique. Quand’è che, un po’ di tempo dopo,
decido che magari un lungo viaggio no, ma una piccola avventura
lontano da casa me la posso concedere? Ovviamente quando arriva
l’Xtreme Fest. E quand’è che l’estate annuncia la sua fine e
che per omaggiarla mi imbarco in una piccola follia finale?
Ovviamente quando arriva il primo weekend di settembre, con la sua
offerta di festival sempre così variegata (quest’anno per me ha
avuto la meglio il Rock in the Barn).
L’estate
parigina è notoriamente un po’ meno densa in concerti di quanto
non lo siano gli altri mesi, figurarsi poi con le olimpiadi in corso
(olimpiadi che, contrariamente a quanto annunciava la campagna di
terrorismo mediatico che abbiamo subito per mesi, non hanno arrecato
grandi fastidi; nemmeno comparabili, in ogni caso, a quelli subiti
l’anno scorso durante i fottuti mondiali di rugby, sport del
cazzo). È anche e soprattutto per questo che, nonostante qualche
live interessante lo abbia anche visto (ma ne parlerò magari in un
futuro indefinito, a mente fredda), ho deciso di aspettare settembre
per fare una bella rassegna del meglio della musica dal vivo della
mia estate francese. Musica che, senza sorpresa, è venuta perlopiù
dai festival. Non è che ne abbia fatti dodicimila, eh: tre, uno
“tradizionale”, uno “avventuroso” e uno “di avanscoperta”.
Oggi voglio presentarveli uno ad uno, come nelle consuete rubriche
del meglio del mese, ma con un tono più tecnico e ingegneristico che
filosofico e personalistico. I festival, a differenza dei concerti,
sono un evento ricorrente e non effimero, e pensare anche solo
lontanamente che vi ho fatto venire voglia di interessarvi a uno di
essi (o a spingervi a scansarvene perché non vi corrisponde) mi
riempirà di gioia. La mia rassegna si vuole perciò un consigli per
gli acquisti, volto a valutare cinque criteri che per me sono
fondamentali in un festival: location, programmazione,
organizzazione, attività, atmosfera. Parlerò, ovviamente, perlopiù
di musica, ma perché no anche di altri argomenti ameni come
geografia, architettura, cibo, teatro, trasporti. E darò dei voti,
sì, perché i voti mi divertono.
(Un piccolo
reminder: siccome la mia scuola pagellistica è quella delle partite
di calcio, non vi stupite nel vedere voti che raramente raggiungono
l’otto. Otto è già un voto altissimo, equivalente a una partita
senza errori con gol e assist. Al di sopra, siamo già alla
tripletta. Nuff said.)
Ah, un
ultima cosa. Già sono troppo prolisso nel trattare i cinque punti in
questione, figurarsi se poi devo dare un giudizio di insieme. La mia
sentenza finale sul festival la darò, sì, ma senza un voto. E in
sole dieci parole.
Vamos.
La Ferme Electrique, Tournan-en-Brie (77), 5-6 luglio 2024

Per chi
legge assiduamente il mio blog la Ferme Electrique non ha bisogno di
troppe presentazioni. Del resto, è per eccellenza il luogo in cui ho
scovato, negli anni passati, i migliori gruppi della franco-sfera che
ho trattato su queste pagine. Capita che i miei pochi lettori mi
chiedano: accidenti che gruppo imboscato, ma come facevi a
conoscerlo? Come diceva un grande chef, non è che ci vuole la
scienza: Trotski Nautique, Marcel, Mary Bell, La Féline, Hoorsees,
queste band eccellenti e così diverse tra loro le ho tutte scoperte
alla Ferme, ed è solo la punta dell’iceberg. Ma la Fattoria
Elettrica è molto di più del mio luogo di scoperta di musica di
nicchia per eccellenza: è anche la storia della mia amicizia con
Sophie, che mi ha convinto a venirci, o di quella con Théo, che ho
conosciuto proprio qui e che anche quest’anno fa da volontario alla
biglietteria; la Ferme è, e sarà per sempre, il posto in cui ho
scoperto che vale la pena dedicare tempo ed energia alla scoperta
dell’underground francese; il posto dove, peraltro, ho imparato ad
amare artisti che scrivono le loro canzoni nella lingua di questo
paese. Dopo tre edizioni di fila che vado a questo festival non posso
certo dire di essere un veterano, ma nemmeno un neofita. Un
aficionado, quello di sicuro. Perciò, dopo il primo weekend del
luglio 2023, blocco con un anno d’anticipo il primo weekend del
luglio 2024. Appena, in un venerdì pomeriggio in cui ho staccato dal
lavoro comicamente presto, mi imbarco sul treno suburbano numero P,
sento già le farfalle nello stomaco. Sarà un’edizione diversa
dalle due precedenti, senza dubbio. Ma se sarà all’altezza, sarà
forse il miglior fine settimana dell’estate. Incrocio le dita.
Location
Se
volete farmi un regalo per Natale e non avete idee potete comprarmi
una maglietta con scritto “I ❤️
Tournan-en-Brie”, alla maniera di New York. Sono innamorato di
questo comune della Seine-et-Marne, il comune di origine della mia
miglior amica Sophie. Ogni volta che scendo a questa stazione
dall’aspetto così di provincia (eppure eravamo in piena Parigi
nemmeno mezz’ora fa) un fiume di ricordi mi travolge. Eppure,
persino voi che a Tournan non ci avete mai messo piede sentireste un
fremito nell’arrivarci: l’emozione della campagna. Penso che, in
quanto a distanza coi mezzi, non ci sia nessun comune che sia
definibile “rurale” più vicino a Parigi di questo. Le terre
arabili sono la più grande componente della superficie di questa
cittadina di ottomila anime e, pure quando si attraversano zone
parecchio urbanizzate, si sente nell’aria un qualcosa di rustico ed
agricolo.
La strada da
fare per arrivare dalla stazione alla Ferme du Plateau, luogo ove si
svolgeranno le festività, è poca. Di solito, gli anni scorsi,
facevo persino il giro lungo e passavo da casa di Sophie per mollare
un po’ di indumenti e compagnia, ma a questo giro per l’esperienza
festivaliera non avrò il privilegio di dormire sotto a un comodo
tetto: mia sorella è in ben altre fattorie nella Franca Contea per
ragioni più nobili delle nostre e per la prima volta dopo anni non
può presenziare. Vivo questa defezione un po’ come una buffa
vendetta dall’edizione 2019, che fui io a disertare per una
storiella d’amore che non aveva luogo di essere, e accolgo la
sfida: voglio provare a Sophie che anch’io, urbano fino al midollo,
posso dormire in campeggio, se è per rivivere l’esperienza,
familiare eppure sempre nuova, della Ferme.
Due parole,
perciò, sul campeggio. Il campeggio… è un campo. Non c’è un
granché di sicurezza, ma non c’è neanche nessun rischio per la
vostra roba. A dirla proprio tutta non c’è una sega, a parte un
cesso chimico, due “docce” e qualche balla di fieno. In compenso,
se fino all’anno scorso le tende erano vicinissime alla zona
concerti, ora bisogna fare una piccola scarpinata per girare attorno
all’immenso cantiere in cui stanno costruendo un circolo sportivo
con piscina (proprio lì dove c’è sempre stata una parcella in
maggese che ospitava alla bell’e meglio un parcheggio assai
sonoro). Nonostante i distratti sforzi del legislatore, anche la
terra agricola si artificializza sempre di più. Che je voi fa’.
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Triste perché è finita, felice perché stanotte dormo in un letto |
Vista la
distanza dalla tenda, scordatevi di fare i continui anda e rianda
(mangerecci oppure, eheh, alcolici) di cui Théo è appassionato: una
volta entrati nella fattoria il vostro mondo è tutto lì. Subito
dopo il cancello, e l’emozione di vedere la line-up graffitata sul
muro che precede il “cœur de ferme”, si apre un piccolo mondo
delle meraviglie DIY. Come il campeggio è un campo, la fattoria…
beh, è una fattoria, e non ci vuole nessunissima immaginazione a
immaginarvi trattori e compagnia al suo interno. Molto materiale
agricolo, però, viene riutilizzato e reinterpretato in maniera molto
simpatica per il conforto e il buonumore dei festivalieri, e le buone
cose di pessimo gusto di cui parlò per primo Guido Gozzano, che
nelle campagne francesi abbondano (ormai ho abbastanza autorevolezza
per affermarlo), si traducono nei numerosi “easter eggs” che
popolano il luogo: mi vengono in mente, così d’emblée, gli
urinali-grondaie dove a un certo punto, girandomi ad osservare la
buffa mangiatoia dove stavo facendo pipì, ho scorto un quadretto in
simil-punto-croce che ritraeva Dee Snider. È solo un elemento
casuale, il primo che mi viene in mente, tra i tantissimi che ti
strizzano l’occhio durante la due giorni. Abbastanza esplicativo.
Anche i due
palchi sui quali si alternano set musicali dalle 18:30 alle 2:30
(off-topic, eh, ma otto ore a ventitré euro… o ditemi che non è
onesto!) hanno una componente campagnola importante. L’Etable, il
palco al chiuso, è letteralmente una stalla, come il suo nome lo
indica: una sala molto lunga e non molto larga, in ogni caso molto
suggestiva; La Grange, il palco all’aperto, è letteralmente un
fienile, come il suo nome lo indica: tetto spiovente, travi di legno,
copre dalle intemperie e al contempo permette di respirare l’aria
pulita del luogo. Quest’anno la Grange, da sempre vissuta come un
grandioso main stage, ha subito un trattamento (non molto estetico:
un finto muro di pellicola nera, essenzialmente) che gli conferisce
un orientamento diverso da quello degli anni scorsi, più intimo,
meno totalizzante e meno rumoroso verso il centro della fattoria.
All’inizio ho un po’ dubitato di questa innovazione, specie
perché ci sono interi pilastri di legno che dividono il palco in
segmenti, ma devo dire che rende meno dispersiva la presenza del
pubblico e che conferisce un fascino cubista alle performance. Che
dire, niente male come situazione palchi.
Per il
resto, il sito ha tutto quello che serve per godersi ogni serata
appieno: moltissimi posti in cui sedersi per riposarsi, mangiare o
chiacchierare lontani dal rumore, le dimensioni giuste per ritrovarsi
sempre in caso di bisogno, una bella esposizione al sole e
sufficienti luoghi adombrati, angoli bagno, bar, ristorazione e merch
tutti alla distanza e localizzazione giusta, un’estetica
scassettata e romantica e la sensazione di scovare costantemente
quella decorazione buffa o quel dettaglio architettonico paesano che
ti fanno sorridere, nonostante la superficie dopotutto esigua.
Un ultimo
appunto degno di nota: nonostante il festival si svolga
essenzialmente alla Ferme du Plateau, gli organizzatori (come noi)
amano il comune che li ospita e vogliono celebrare quel piccolo
miracolo tournanais che è la “ruralità di prossimità”. Lo
fanno integrando un concerto, quello del sabato a mezzogiorno
(hangover spostati) al bistrò La Croix Blanche, in mezzo alla piazza
del centro del borgo che ha un’atmosfera da autentico paesino
praticamente impossibile da trovare così vicino a Parigi. I caffè
stringono la mano ai bicchieri di vino e di pastis, i punk con la
cresta e i vecchietti abitudinari si sorridono, lo scroscio della
fontana e le chitarre si fondono in una sinfonia straordinaria, e a
un certo punto comincia anche la danza delle braciole, delle insalate
e delle patatine fritte. Pura magia. Applausi per l’iniziativa, e
viva Tournan!
Voto: 7
½, sorprese di campagna
Programmazione
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Tako Toki live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 6 luglio 2024
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Siete
arrivati a Tournan, avete piazzato la vostra tenda nel pascolo, o
qualcun’altro per voi (io ho incaricato Paul di farlo mentre ero in
ufficio; è finita che se l’è fatta montare dai vicini). Sono le
18:30, avete una birra fresca in mano e il sole splende alto nel
cielo. La vita è bella. Cominciano i concerti.
Chi suona
oggi? Ognuno si rapporta alla line-up della Ferme Electrique come più
gli pare e piace. I nomi dei gruppi vengono annunciati a scaglioni a
partire da inizio maggio, due mesi prima del festival. A un mese dal
fatidico primo weekend di luglio il cartellone è completo, ed è lì
che, di solito, comincio ad esplorarlo. Ed è lì che, ogni anno, si
prova ancora una volta il conforto di ritrovare delle costanti, fra
virgolette, prevedibili: un po’ di garage punk e noise rock, un po’
di krautrock con componenti club music (o viceversa), musica
post-moderna di denuncia politica in lingua francese, sia essa
elettronica o rock. Ci sono anche le “costanti imprevedibili”:
l’act di musiche di paesi stranieri e meno conosciuti (africana,
asiatica, latinoamericana) ogni anno c’è, eppure sorprende
sempre, talmente nuovi e inaspettati sono i suoni, poco convenzionali
nei circuiti di musica occidentale nei quali navigo e, forse, un po’
stagno. Poi ci sono le sorprese vere e proprie, che possono essere di
tutti i tipi.
L’anno
scorso, per esempio, furono due nomi internazionali roboanti del
calibro di A Place To Bury Strangers e Wine Lips, che nessuno si
aspettava di vedere in un festival comunque piuttosto piccolino.
Quest’anno, dopo edizioni dove comunque la distorsione e la musica
sperimentale la facevano da padrona, a stupirci è un’inaspettata
apertura della linea editoriale ad act che fanno pop puro e duro.
Pop, sì, eppure con una cifra stilistica sempre coerente con lo
spirito del festival, un pop “elettrico”. Per molto tempo, alla
gente che mi chiedeva che musica ci fosse alla Ferme Electrique, ho
risposto che era un festival di “musica elettrica”. All’inizio,
la delucidazione che davo a chi voleva chiarimenti su questa risposta
criptica era che durante la giornata alla Fattoria si ascolta musica
rock distorta in tutte le sue forme, che diventa sempre più dura col
calar della sera, ma che poi di notte comincia ad insinuarsi una
componente elettronica che sul finale diventa preponderante. Un
pochino è (ancora) vero, ma più passa il tempo più mi rendo conto
che la fine selezione musicale del festival, più che l’elettricità
esprimibile dai Watt dell’impianto o dai Volt dei cavi e dei
pedali, tende ad accumulare cariche di un’energia invisibile, che
sfugge allo spettro magnetico e della luce, che si concentra nei
corpi e nelle anime dei presenti e che si traduce in pelle d’oca,
battiti cardiaci, movimenti involontari, sussulti, voglia di urlare.
Quest’anno,
in tutti gli slot orari, ci sono gruppi che non necessitano di
amplificazioni complesse per azionare le turbine dell’anima. Mi
vengono in mente, ad esempio, Tako Toki, il concerto che apre la
seconda giornata del festival: un trio di matti, che suonano solo
strumenti acustici realizzati con materiali di recupero, vestiti in
tenute esotiche ricavate anch’esse da cestini in vimini, sacchi di
iuta e compagnia. A parte la loro “novelty” che, in fondo, è
anche un messaggio politico, i tre regalano stupore soprattutto con
composizioni originali di un’evocatività grottesca e al contempo
familiare, vedasi ad esempio Moujeres,
canzone che parla “un po’ delle megere, quelle dell’entroterra,
un po’ delle ‘mujeres’, las mujeresss de Cuba”. Chiudo gli
occhi e vedo, in una contrapposizione che non pensavo possibile, le
donnone abbondanti e ancheggianti sul Malecón dell’Havana accanto
a Madame Barnier che, ai suoi settant’anni, mi prepara un caffè in
una mattina di pioggia dentro a una cucina antica mentre le propongo
di mettere una pala eolica nel suo terreno vicino a Verdun:
indescrivibile. O ancora, su tutto un altro tenore, penso a Edredon
Sensible che, con due ottoni e due batterie, non appena cala il sole
portano alla Grange un afrobeat che dire forsennato è riduttivo: era
da tanto, tanto tempo che non venivo ipnotizzato a questa maniera
dalla bellezza tribale di ritmi ossessivi, di cavalcate intensissime
che durano un’eternità. I ragazzi di Tolosa sanno maneggiare gli
strumenti da cantiere del groove con la grazia e la sregolatezza che
avrebbe Michelangelo con un martello pneumatico in una cava di marmo,
è veramente un’estasi collettiva. Posso dirlo? Meglio non dei Sons
of Kemet, dei Sons of Kemet XL!
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Le Feste Antonacci live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 5 luglio 2024
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Continuiamo:
Cyril Cyril, ma che concerto inspiegabile è stato? La loro musica
apocalittica, a cavallo tra l’indie pop, il folk e il post-punk, è
un’ode al pessimismo senza la quale non sarebbe possibile avere
speranza. I loro suoni, percussioni massimaliste e banjo distopici
che producono brividi istantanei. Il loro show, un’epopea che ti
tiene col fiato sospeso come se assistessi al countdown per
l’esplosione della bomba atomica (che, se studiata bene, può
mettere persino fine a La Rotation de l’Axe),
dove ogni artificio di scena, ogni costume, ogni battuta ha un senso
filosofico sconvolgente. Potrei scrivere un romanzo breve sulle mille
rivelazioni che il duo svizzero ci ha svelato nella penombra
dell’Etable all’ora di cena, ma vi evito gli spoiler.
Semplicemente, andateli a vedere. Chiudo la rassegna di gruppi che ci
hanno elettrizzati senza nemmeno essersi attaccati alla generatrice
con Le Feste Antonacci, un gruppo di italiani che vivono a Parigi
come me. Ammetto che all’inizio ho dubitato un po’ di questa
scelta editoriale, e quando ho visto che chiudevano la prima,
selvaggia serata di musica non ho veramente capito il motivo. I
ragazzi suonano un funky-pop in italiano venato di nostalgie anche
piacione nei confronti della musica leggera anni ‘70/’80 del
Belpaese: che cosa ci azzeccano in questo slot orario in cui ho
sempre visto gruppi spingioni e collusi con la techno, tipo Encore
(due smaneggioni belgi, sounds familiar?), MADMADMAD (pazzipazzipazzi
davvero), o Turfu (cassa dritta e fisarmonica, per me è un grande
sì). Ebbene: mai scelta fu più azzeccata. Le Bassline
contagiose, insieme ai ritmi precisissimi del batterista Mamadou (un
campione), su un impasto di melodie ad alta digeribilità, ci
prendono per il bacino e ci fanno ballare col sorriso stampato in
faccia. Soprattutto, Le Feste Antonacci portano sul palco
un’italianità tutto tranne che artificiosa e forzatamente esotica
(che è quel che più temevo): per un’ora, siamo tutti uniti in un
umorismo e in un’attitudine che sono semplicemente diversi da
quelli delle nostre vite quotidiane in Francia: sono quelli di quando
torno a casa e mi dico: “Eh, sì, qui è un po’ Diverso”.
Fumiamo Sigarette
una dietro l’altra come muratori rumeni, ridiamo, scherziamo. Mi
sembra quasi di dialogare col palco e la mia, che probabilmente al
set di un gruppo francese sarebbe vissuta come ubriachezza molesta,
stasera è solo un moto di amicizia. Pure le cover in chiusura, se me
le avessero raccontate, le avrei bullate di “facilone”, ma quando
le vivi non puoi che inchinarti alla genuina voglia di divertirsi de
Le Feste Antonacci. Il Cielo in una Stanza fa sognare (non sapevano fare
Albachiara
e se ne sono scusati, che gentili); Ma Quale Idea mi indiavola (il giorno dopo
è scomparso Pino D’Angiò, che fiatata... vabbè: ciao, leggenda).
Bellissimo.
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| ATTENTION LE TAPIS PREND FEU live @L'Etable (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 5 luglio 2024 |
Ebbene sì,
la musica “non elettrica” ha tanto spazio in questa edizione de
La Ferme Electrique, e così anche il pop (talvolta, lui, a più alta
tensione). È una discreta novità, e non è spiacevole affatto. Il
primo e l’ultimo concerto dell’edizione sono due concerti pop, e
sono concertoni. In apertura, la timidezza allucinata di ATTENTION LE
TAPIS PREND FEU, duo di un pop che è più micro che hyper, apre le
danze con una dolcezza naif e infantile che ci priva fin da subito
delle nostre certezze, rendendo totalmente imprevedibile un genere
come il synth/dream-pop che è noto per la sua prevedibilità. In
chiusura quella pepita che è Krinator, una donna vestita da bionda
degli Abba del discount che smaneggiando con un microfono, una base e
due tastiere riesce a trasformare la follia assoluta in pura
normalità: è una festa a base di canzoni per bambini che ci si può
divertire a distorcere fino all’inverosimile, un ritorno
all’infanzia che ne dimostra la vera natura, più contorta che
innocente. Il pop elettrico si rivela un’aggiunta fenomenale alla
programmazione della Ferme e ci regala perciò alcuni dei momenti più
alti della nostra storia d’amore con questo festival, uno su tutti
Paul che prende in mano il microfono offertogli da Krinator e
comincia a cantare come impossessato dallo spirito di Iggy Pop:
un’immagine che, insieme a Théo, ci porteremo dietro fino al letto
di morte.
In
mezzo a così tanta musica sorprendente, sia essa bislacca o
semplicemente inaspettata, ci sono ovviamente gruppi più conformi
alla nostra normalità concertistica. Alla fine, per varie ragioni,
su tutte quella che ci sono sempre così tante cose da fare alla
Ferme, sono quelli che ci siamo sparati di meno. In compenso quando
la proposta più indie punk della giornata è un gruppo di
ultratrentenni che vengono da un comune di 163 anime che si chiama
Gigors-et-Lozeron (posto dove vedrei benissimo delle pale eoliche)
come caspita fai a privartene? A parte l’overdose di “nostrismo”,
porca vacca, che manata gli Chaleur! Take a Hit
me la sono veramente sentita dritta sulla nuca. E quando la proposta
noise-rock è un nome che nemmeno il più grande illusionista avrebbe
saputo tirare fuori dal cilindro, i lapidari quanto casinisti
Télédétente 666 di cui non si avevano più notizie dal lontano
2015, non si può che applaudire il programmatore per una scoutata
che sarebbe riduttivo chiamare esoterica.
Per finire
la rassegna, un punto positivo e un punto negativo. Quello positivo
sono i gruppi che ogni anno ci fanno sgambettare con del sano “club
rock” (dance-punk, kraut-noise, tech ’n’ roll: chiamatelo come
vi pare, alla fine c’è della club e c’è del rock). A questo
giro due nomi importanti, i VoX LoW chiamati all’ultimo come
“gruppo sopresa” (stavano pure al Rock en Seine, mica cazzi!):
con le loro canzoni decisamente penetranti, ciascuna oscura, abissale
e al contempo irresistibile, ci hanno incollati al palco e alla
dancefloor contro la nostra volontà; così hanno fatto anche i
Parquet, ma con una formula totalmente diversa: niente voce, mix
continuo, nemmeno un secondo di pausa: un vero e proprio DJ-set
suonato, non privo di svarioni psichedelici, veri e propri drop, ma
soprattutto crescendo estatici che nemmeno i migliori sette pollici
dell’epoca d’oro della trance inglese sanno regalare. Fotonici,
entrambi. Il problema è che li hanno tenuti entrambi per il secondo
giorno e avremmo preferito che fossero distribuiti meglio, anche per
rendere più digeribile un sotto-sotto-genere che il venerdì c’è
stato anch’esso propinato due volte, abbastanza per arrivare quasi
a detestarlo. Un genere di nicchia che si vende come post-punk o
coldwave ma per cui io e Paul abbiamo coniato un nome molto più
calzante: il “Rage Against Indochine”. Ebbene sì, signore e
signori, il revival synth-pop dalle reminiscenze nazional-popolari
francesi, reso più duro dalla distorsione e da vocalist un po’
blasés, un po’ rabbiosi… non ci fa provare grandi emozioni, per
usare un eufemismo. Sia Vipères Sucrées Salées (a cui ho dato una
chance ma che già non mi ispiravano), sia soprattutto Télépagaille
(da cui mi aspettavo belle cose e invece purtroppo ho trovato noia),
purtroppo, devo bocciarli. Per il resto, non mi sento di dire né
lodi e né infamie sulla quota “caruccia” dell’edizione: i
gruppi gradevoli, che non sconvolgono ma fanno compagnia, non mancano
mai. A questo giro il synth-pop atmosferico di Foncedalle e lo yé-yé
rock di Alvilda (ho già parlato di loro, vediamo chi se le ricorda)
me li sono boscati senza grandi rimorsi, mentre il folk
americaneggiante degno di un soggiorno nelle Montagne Rocciose, che i
Blue Daffodils hanno sapientemente impartito al bistrò della Croix
Blanche, ci ha dato una carezza assai apprezzabile.
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| Mouvman Alé live @La Grange (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 5 luglio 2024 |
Lo
scettro di migliori concerti della stagione, però, li vincono due
acts ben diversi. Il primo, è quello della quota “musica
africana”. Se l’anno scorso il set di quei puristi della musica
malgascia che furono gli immensi e compianti Electric Vocuhila ci
aveva fatti viaggiare lontano, quest’anno il volo di sola andata
per scoprire nuovi territori del Sud ce lo ha portato un gruppo di
stregoni che si chiama, udite udite, Mouvman Alé. Sono in quattro,
vengono dalla remota isola della Réunion, un crocevia di culture in
pieno oceano indiano, e immettono con eleganza rock sperimentale (c’è
chi li ha paragonati agli Swans) e musica elettronica (a un certo
punto parte la dubstep) nei suoni réunionnais, caratterizzati da
percussioni decise, corde pizzicate con vibrante vigore e cori in
botta e risposta avvincenti. La miscela è unica, sufficiente a
rendere il concerto entusiasmante. La maestria dei musicisti lo rende
estasiante. Ma è Franswa Virassamy-Macé, che è semplicemente il
frontman e cantante più impressionante che io abbia visto
quest’anno, a rendere il tutto trascendentale. Viaggiando tra
spoken word in creolo, voli pindarici e vocalismi inauditi, col suo
fare spiritato ma mai spaventoso, Franswa invita a una cerimonia
catartica a cui è impossibile dire di no. Non ve ne racconto molto
di più: semmai, andate su KEXP (!) e vedetelo con i vostri occhi
sulla suite Sokouyé Marmay.
L’anello-theremin in complemento alle tastiere, le pause della
batteria, la chitarra elettrica, le invocazioni al cielo… Come
diceva una tifosa del Racing: “Mistica, mistica pura”.
Il
secondo concerto da incorniciare alla parete, infine, si colloca
nell’amatissima categoria “punk femminista”. Sono in tre, hanno
un sassofono al posto del basso e hanno una potenza, sia scenica sia
sonora, che è sopra la media dei gruppi che sono già
abbondantemente sopra la media. La scarica (questa sì, elettrica)
risponde al nome di Foune Curry e segnatevelo: saranno grandi. La
Ferme, in uno slot orario assolutamente nevralgico (Etable, ore
23:30) dove ha spesso portato gruppi celebri e blasonati, chiama una
band che ha all’attivo un solo EP di tre canzoni. È genio?, è
pazzia? Entrambi: a quest’ora, i ritmi assassini e i riff infernali
di una band riot grrrl al massimo dell’incazzatura non possono che
generare poghi di una certa importanza, ma la magia del set è che
l’arte del trio parigino va oltre la mera demolizione: il loro è
un universo sonoro che ha già una personalità strabordante, tra il
giocoso e il riottoso, una festa che sfocia nell’agitazione
popolare. Ascoltate a titolo esemplificativo quella che ad oggi io e
i fra consideriamo la “hittona” di Foune Curry, ovvero Petit Lapin: le linee di sax che ricordano
vecchie mazurche, le decelerazioni da metal estremo, le melodie
onomatopeiche, le intemerate nel free-jazz… È un pezzo che riesce
ad essere d’avanguardia e al contempo divertente, pregno di
significato e anche spensierato. Non c’è prefisso “post” che
tenga: questa musica è già molto, ma molto più avanti di così.
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| Foune Curry live @L'Etable (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 6 luglio 2024 |
Insomma, che
dire: nonostante qualche piccola selezione che non condivido al cento
per cento (perlopiù dalla giovane scena parigina), la Ferme
Electrique ci riporta ogni anno una dozzina di gruppi che hanno
destato il nostro interesse e ben oltre. Soprattutto, lo fa pescando
act da profondità spesso anche romanticamente bandcampistiche (più
di un terzo dei sopracitati non ha niente di niente di niente sulle
piattaforme di streaming convenzionali), dimostrando un impegno, una
dedizione e soprattutto un amore per la nicchia che per noi che siamo
altresì amanti della nicchia è semplicemente commovente. La
programmazione è equilibrata, l’incedere dei set lo è quasi
sempre, le suggestioni tante, la varietà ancora di più e la
coerenza, per qualche ragione metafisica, sempre viva e presente. Ma
come ho già detto, il fil rouge di tutti questi gruppi che ci sono
stati regalati non si può definire a parole. È una questione
energetica.
Voto: 8-, maestro, ogni
volta una grande emozione, ma come fa?
Organizzazione
La Ferme
Electrique quest’anno è alla sua tredicesima edizione e da sempre
è un festival essenzialmente autoprodotto (non uno sponsor
all’orizzonte). Chi dice autoprodotto dice autofinanziato, e chi
dice autofinanziato dice “a volte gira bene e a volte gira male”.
Non bisogna essere revisore dei conti per accorgersi che,
nell’approcciarsi a quest’edizione 2024, non stava girando per
forza benissimo. Forse è perché portare gruppi stranieri di un
calibro internazionale alto assai, l’anno scorso, è costato un bel
po’ di soldi, e che non per forza le vendite di biglietti sono
state direttamente proporzionali ai cachet che richiedono certi
artisti navigati (ricordo ancora la performance del 2023 di L&S,
che poi è il cantante dei The Ex: davanti a questo sedicente Nick
Cave fiammingo ci saranno state massimo venti persone). Se, dunque,
la programmazione di quest’anno è “low cost” ma comunque
eccezionale, il taglio delle spese si nota in certe piccole
sottigliezze organizzative.
In
realtà una sola è veramente tangibile: l’assenza della Scène
Sauvage. Lo so, è un’osservazione ingrata, ma è anche
inevitabile. Fino all’anno scorso era consuetudine avere un
palcoscenico ad altezza uomo nel mezzo dello stabile, in cui ogni
tanto suonavano gruppi già annunciati (tanta roba JEAN-PAUL nel
2022: e a quanto pare i ragazzi La Passion du Travail stanno ritornando!),
ogni tanto invece veri e propri inaspettati “happening” (nel 2023
a un certo punto arrivarono dei fabbri e si misero a forgiare a ritmo
di musica, lol). Capisco che eliminare questa voce in bilancio
permetta un equilibrio finanziario più sereno ed è una scelta
assolutamente condivisibile e perdonabile. Il sogno del ritorno del
Palco Selvaggio, però, resta ancora acceso. Nel mentre, ci godiamo i
due palchi principali che suonano da dio un buon novantacinque
percento delle volte (Télépagaille insomma, ma anche chi se ne
frega), un susseguirsi di set decisamente ben studiato (anche nelle
pause, calibrate con precisione) e un reparto luci al bacio.
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| Farewell Scène Sauvage |
Per il
resto, la Ferme Electrique, con uno staff che conta numerosi
volontari e habitués, è un meccanismo ben oliato: non si fanno
lunghe file in nessunissimo momento e da nessunissima parte, la
sicurezza e il bar funzionano benissimo e, devo dire, anche il cibo
si difende piuttosto bene. Non aspettatevi grandi avventure
culinarie, le opzioni sono essenzialmente tre: le crêpes di Francky
(non so chi sia ma sicuramente un grande), la carne alla griglia con
le patatine fritte (non è molto corretto da dire, ma per noi orchi a
un certo punto del week-end diventa una necessità) e un piatto
vegano (che, se gli anni scorsi era un curry invitante anche per noi
che abbiamo diete immorali, quest’anno è un bowl, per citare Paul,
“dall’aspetto… molto… molto vegano”).
Un
plauso speciale se lo becca la zona merch, un tendone dal nome
Magasins Généraux che è veramente un bazar delle meraviglie. C’è
sempre una persona dello staff della Ferme che si occupa di vendere a
chi lo desideri i differenti prodotti dei gruppi che passano
(quest’anno vado al risparmio: solo una maglietta di Mouvman Alé
di “qualité supérieure”) e più tardi spartire i soldi tra i
gruppi quando partono via. Sembra una piccolezza, ma non potete
rendervi conto di che sollievo sia per una band quella di non dover
star dietro alle vendite: liberi di non doversi dedicare al commercio
dopo il loro spettacolo, i musicisti vagano leggiadri e divertiti nel
recinto del festival, guardano i set altrui, chiacchierano con tutti
e hanno un aspetto spensierato che non capita di vedergli in nessuna
altra venue. Inoltre, nei grandi magazzini dei sogni ci sono un paio
di distro che dire lisergiche è poco. Mi concentro su una in
particolare, che mi invoglia sempre a comprare CD imboscati e che si
rivelano puntualmente spettacolari: quella di Macario, che su
internet si può trovare googlando “angrry.propagande”. Macario è
un tipo di origini venezuelane dal sorriso contagioso che ho
incrociato solo due volte nella vita e che mi racconta sempre
bellissime storie sul noise-rock, che è il nostro argomento di
predilezione (ma Théo, che ha mangiato vicino a lui nella zona
riservata al personale, dice che ne ha su temi molto più disparati).
Il suo sito, che spizzo regolarmente da un anno a questa parte, è
quello che sarebbe l’archivio di Piero Scaruffi se Piero Scaruffi
fosse un vagabondo che sprizza gioia di vivere da tutti i pori: una
selva di link che arriva a profondità di quelle dove si aggirano
solo i pesci-lanterna, un forziere di tesori nascosti coloratissimo e
psichedelico. Un piccolo spoiler: è pieno di full-album magnifici e
rarissimi, non avete scuse per non dargli un occhio (e un orecchio).
Chiudo con
una nota di demerito: la comunicazione. Quello di pubblicare con un
filino più di anticipo gli ordini dei set (e delle attività
supplementari) è un puntiglio mio, che sono peggio di Furio da
Torino nel famoso film di Verdone (“Magda, lo spettacolo teatrale
comincia alle 21:20 e il set dei Télédétente 666 comincia alle
21:35, possiamo informarci per cortesia sulla durata dello
spettacolo? Dovrebbe durare trenta minuti ma lo sai come funzionano
queste cose, Magda, più probabilmente sono trentacinque, quindi
possiamo vedere meno di venticinque minuti di concerto, ovvero più
di un terzo del set, Magda”; ovviamente esagero). Quando viene
indetto un concorso per vincere un ingresso gratuito, però, sarebbe
gradito che il vincitore lo sappia, e non lo apprenda dal suo amico
che fa la biglietteria. Sì, il vincitore sarei io.
Dai, che vi
voglio bene lo stesso!
Voto: 7-, al DIY si
concedono errori
Attività
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| Rémireille @La Ferme Electrique, Tournan-en-Brie, 6 luglio 2024 (foto di Paul) |
Uno
spettacolo teatrale? Sì, avete letto bene poco fa. Ogni anno, e in
quest’edizione con ancora più decisione, la Ferme Electrique mette
le cose in chiaro: il suo obiettivo finale è quello di regalare al
suo pubblico arte. Che sia essenzialmente musica, poco importa: se ci
sono altre forme che valgono la pena e che è possibile portare alla
Fattoria, così sia. E se alle conferenze letterarie “Les plumes à
la Ferme” ammetto di non essere mai andato, e forse non ci andrò
mai (alle ore 14 del sabato urge riposarsi dopo gli inopportuni
bagordi della Croix Blanche), da tutte le altre proposte non posso
esentarmi.
È la prima
volta che la Ferme mi ha portato del teatro (anche se Cyril Cyril, ad
esempio, non è teatro?), ed è teatro con la T maiuscola. Lo
spettacolo breve Rémireille è un’impresa familiare che, in una
mezz’ora, sarà capace di emozionarvi nel profondo. Tutto comincia
con un abile (se non ipnotico?) gestore degli ingressi e della regia
che vi accompagna in una sala che accoglie e intimidisce. Al centro
di essa, Rémi e Mireille, i due finti attori protagonisti mantengono
uno sguardo fisso. Ci si guarda un po’ attorno senza molte
sicurezze, la tenda si chiude e comincia a proiettarsi davanti a voi
la storia di Jeanine, una donna di cui le uniche informazioni che si
hanno sono quei pochi messaggi recuperati in una cassetta di
segreteria telefonica finita nella spazzatura, in cui parla in un
vecchio e franco francese. Sullo schermo, le immagini incredibili
concepite da Rémi per accompagnare le registrazioni, nelle orecchie
la musica inquieta di Mireille: fiati spezzati, ventagli che fendono
l’aria. Più vanno avanti i monologhi (che in qualche modo sono
dialoghi) più diventano universali, e ad accompagnare questa
progressione si aggiungono elementi scenici strabilianti che ogni
volta ti fanno dire: ma è sempre stato qua in questa stanza? Ne
spoilero uno solo, visto che appare nel trailer su Youtube: una
lingua gigante animata. La sequenza finale di questo “racconto
senza morale”, come l’hanno definito gli stessi autori, è una
delle creazioni audiovisive più sconvolgenti che abbia mai visto
negli ultimi anni. Se siete abbastanza “chineurs” lo potete
ritrovare sul web: un’epopea di dieci minuti sui temi del sesso,
del conflitto, della paura, della speranza, che offre spunti di
riflessione che possono accompagnare un’intera vita. Lo spettacolo
finisce, applaudite, si riaccendono le luci. Prima di uscire, vi
accorgete della differenza tra il vedersi e il guardarsi attorno. Che
prodezza.
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| All'uscita dell'Escape Game: “And it looks like we might have made it” |
Oltre ad
almeno una proposta culturale para-musicale stuzzicante, la Ferme
Electrique ha sempre avuto un chiodo fisso: vuole che il suo pubblico
giochi. Ed è una cosa bellissima, perché ci distrae anche dalle
nostre piccole ossessioni un po’ tediose, da geek della
musica che a volte, abbuffandoci di set e parlando delle
contaminazioni di tizio e del songwriting di caio, sembriamo quasi
incapaci di divertirci veramente. La Ferme ci vuole far tornare un
po’ bambini, ci mette anche in contatto coi bambini, che sono molti
più di quelli che si vedono in media a un festival, ed è un vero
piacere (“una serata senza bambini è una serata fallita”, sento
dire Macario a un certo punto: ha ragione). Ogni anno, una parte
dell’onere del gioco viene affidato alla “machine”, un grosso
oggetto totalizzante posto in mezzo alla fattoria per il sollazzo di
tutti: quest’anno è un cubo dal quale si possono estrarre abiti
strampalati. Ho sempre visto la “machine” come un elemento che è
giocoso quanto estetico (la montagna composta di sedie del 2022, per
esempio, era un capolavoro) e a questo giro, pure se ci ha regalato
due risate, tipo Paul che nelle nostre foto ricordo è vestito come
un coglione, l’ho trovata meno ispirata proprio perché non
particolarmente bella da vedersi.
Detto ciò,
di svaghi più concreti e competitivi ce ne sono sempre. Per anni è
stata la stanza del merch a trasformarsi, ogni tanto e un po’ a
caso, in una kermesse degna del più steampunk dei luna park, con
giochi a premi sempre frustrantissimi e animatori simpaticissimi.
Quest’anno l’esperienza della fiera di paese non si ripete, ma
l’escape game, l’escape game porca vacca, ci ha messi alla prova
come non mai. Congegnato con una cura per il dettaglio maniacale e
memorabile (la stanza coi fili da non toccare tipo Ocean’s Eleven
me la sogno la notte), questo capolavoro di micro-architettura di
recupero è stato uno degli highlights del week-end. Anche se abbiamo
fatto pena, anche se ci siamo fatti outsmartare da pischelli di dieci
anni, ci siamo divertiti come non mai. Per gli animatori di tutte le
età, dall’eminenza grigia dell’incubotico cubo che alla fine ci
ha fatti uscire, disperato dalla nostra incapacità (déjà-vu), fino
ai bambini conciati come alchimisti de La Montagna Sacra che ci hanno
spappolato il cervello con l’enigma finale, faccio novantadue
minuti di applausi.
L’arte non
convenzionale e il gioco che si fondono al fiume in piena di musica,
tutto crea una sorta di spirito di creatività che aleggia nell’aria.
E perciò, per finire la proposta di attività extra-concertistiche,
si aggiungono alla lista un paio di situazioni immancabili in cui ci
si può sbizzarrire a creare noi i suoni che vogliamo, per noi o per
gli altri. Non ci sarà la Scène Sauvage, non ci sarà la kermesse,
ma quando i Magasins Généraux si trasformano in una jam-session
vocale del futuro, con Macario che fa da master of ceremonies e David
X che prende il microfono e spara la beatbox più sensazionale
dell’universo, non ce n’è veramente per nessuno. È una vera
festa, ultra-inclusiva e dove nessuno viene giudicato. Il filmato di
io che, ormai alticcio, ansimo nel microfono, magari però è meglio
evitare di diffonderlo.
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| Dove i sogni diventano rumore |
Non
tutti possono sentirsi a loro agio a partecipare in una performance
del genere, nonostante valga la pena di vederla (David X è un
mostro: anche sul palco con Foune Curry ha sputato fuoco). Perciò,
la Ferme ha messo su, per l’ennesima volta ma forse mai bene come
in questa edizione, una stanza degli attrezzi (letteralmente la
rimessa del contadino) piena di oggetti sonori da poter suonare:
vecchi nastri, percussioni amplificate con microfoni di fortuna,
giradischi, controller ripescati chissà da dove… Tutta roba di
recupero capace di creare musica: una jam session di genere “rural
industrial” che dura per otto ore filate e alla quale si può
sempre passare per aggiungere una nota, spostare un disco, portare
uno strumento più vicino al suo punto di rottura (non si offende
nessuno: è lì apposta). Il sabato notte, alla fine dei concerti, un
piccolo capannello di persone si riunisce in questo luogo fuori dal
tempo, i responsabili piano piano staccano tutto e, concilianti,
scambiano le ultime parole prima che la sicurezza ci scorti al
campeggio. Poveri loro che finalmente si rilassano, noncuranti di me
che, in un angolo, scopro su una vecchia radio che andando alle
frequenze AM e spingendo una leva posso creare un crescendo di
harsh-noise fastidiosissimo. Il capo-rumorista si gira con il terrore
negli occhi e pigia un bottone prima che sia troppo tardi. Me ne vado
con il piccolo vanto di aver suonato l’ultima nota della
tredicesima edizione della Ferme Electrique.
Voto: 8, immagina, puoi
Atmosfera
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Blue Daffodils live @La Croix Blanche (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 6 luglio 2024 (foto di Théo)
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L’avrete
ormai capito, l’atmosfera della Ferme è elettrica, amichevole,
fraterna. Non voglio cadere nei cliché del tipo “è una grande
famiglia”, anche perché non è vero: ci sono festivalieri che vedo
ogni anno da tre anni, con cui ci riconosciamo perfettamente, eppure
non ci siamo mai nemmeno detti ciao. E al contempo ci sono persone
con cui, per puro caso, scambio una parola mentre vado a bere un
bicchiere d’acqua, o con cui pogo per due minuti, e che diventano
compari per tutto il weekend. In ogni caso, anche se siete
posizionati nei decili più bassi della scala della socievolezza,
finirete per socializzare, semplicemente perché gli stimoli per
interagire con qualcuno o qualcosa sono ad ogni angolo. Ed è un
piacere, anche perché il pubblico è uno dei più variegati che
esistano: età media, qualcosa tra i venticinque e i trent’anni,
senior e bambini compresi; per la diversità di genere, penso che
siamo attorno a un 50/50; e per quanto riguarda il tipo di pubblico,
c’è proprio di tutto: nerd del cazzo come noi, semplici curiosi,
allegre famigliole, festaioli matti, gente del posto, hippie
vagabondi e stilose fashion victims. Musicisti o personaggi legati al
mondo della musica, pure, ce ne sono tantissimi, molti dei quali sono
anche già anche finiti nelle pagine di questo blog. E, va detto,
anche una buona quantità persone appartenenti a minoranze di tutti i
tipi, che è sempre un bonus apprezzabile, perché è qualcosa che
testimonia di un’atmosfera inclusiva e la incita allo stesso tempo.
È una grande festa e, soprattutto, una festa sana.
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Chaleur live @L'Etable (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 5 luglio 2024 (foto di Théo)
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La
fiamma di una festa sana, si sa, resta accesa molto più a lungo di
quella di un semplice sfascio senza arte né parte. Perciò, se
dormite in campeggio, occhio: c’è un casino dell’ottanta. Il
sabato, forse per ragioni climatiche, è stato abbastanza pacifico,
ma il venerdì… il venerdì, porca puttana, ho il ricordo di
sentire rumori di bonghi a un’ora indefinibile tra le quattro e le
sette del mattino che non so se fosse qualcuno che metteva musica
nelle casse o un’intera tribù di guerrieri Hutu che aleggiava
sopra alla mia tenda, come in quel capitolo del libro di Carrère in
cui, accampato nel mezzo dell’Asia Centrale, Limonov percepisce il
passaggio degli spiriti degli antenati. Paul non è nemmeno veramente
sicuro di aver dormito un minuto, nella notte tra venerdì e sabato.
Forse meglio così: l’assenza di sonno avvicina a stati dell’anima
superiori, o almeno questo mi è sembrato di vedere quando l’ho
visto che ondeggiava con gli occhi chiusi e un sorrisino godereccio,
mentre i Parquet suonavano Speedrun.
Per finire
su una nota che sembra banale ma non lo è affatto, lo staff è di
una gentilezza estrema, tutto: dai baristi che servono succhi
improbabili all’amico astemio, fino al tizio della sicurezza che ti
chiede gentilmente di evitare di giocare a rimbalzino col muro di
pellicola della Grange. Persino i fonici sono spigliati, sorridenti e
chiacchierano con la gente di passaggio davanti al palco. Prima dei
concerti, spesso e volentieri c’è un signore affiliato al festival
che annuncia il gruppo con divertenti panegirici. Insomma, la Ferme
Electrique non smette mai di dimostrarti che a te, pubblico pagante,
ti vuole bene. E non puoi che ricambiare il suo amore.
Se tutto ciò
fosse la normalità, vivremmo in un mondo molto migliore.
Voto: 7
½, sogno collettivo
 |
| Cyril Cyril live @L'Etable (La Ferme Electrique), Tournan-en-Brie, 6 luglio 2024 |
In dieci parole → Il mio piccolo, bucolico, angolo di benessere, stupore e allegria.
Xtreme Fest,
Le Garric (81), 26-27 luglio 2024

Ormai se mi
conoscete un minimo lo dovreste sapere: sono una persona semplice,
quando vedo sulla stessa schermata le parole “Descendents”,
“France” e “tickets” tiro fuori la carta di credito in
automatico. Sono anni che è così, non ci posso fare niente. L’ho
fatto quest’anno, per Strasburgo. L’ho fatto anche nel 2023 e i
biglietti in questione erano quelli per andare all’Xtreme Fest, nel
Tarn. Dov’è il Tarn lo scoprii solo dopo aver effettuato il
pagamento: in una regione lontanissima da Parigi. Tanto valeva andare
ad Amsterdam, mi dissi a posteriori, ma in fondo scoprire nuovi
angoli di Francia profonda è un piacere grande quasi quanto
ricongiungermi con Milo e soci. Si diede il caso che il buon Milo,
per ragioni di salute (un infarto da cui si è ripreso in meno di tre
mesi!) dovette dare forfait, ma era tutto già organizzato e andai lo
stesso. Il festival, anche senza il mio gruppo preferito, mi è
piaciuto molto, e perciò quest’anno ho deciso di ampliare
l’esperienza: in particolare, venire per due giorni su tre invece
di uno solo ed andare in compagnia di due amici: il Théo, fan di
almeno cinque o sei gruppi della line-up e Alex, il baronetto di
Rifredi, che ogni estate viene a fare il suo aristocratico “grand
tour”, migliorare il suo francese e scoprire che in realtà andare
ai concerti gli piace. La reunion di questo trio infernale (già
vincente alla Ferme Electrique 2023) mi gasa oltremisura. Il
festival... beh, ci sono i Descendents. Valigie pronte: andiamo.
Location
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| “Mi raccomando Alex, sorridi, è importante” |
La ragione
principale per la quale volevo assolutamente tornare all’Xtreme
Fest in compagnia dei miei più cari amici in realtà è soprattutto
il luogo straordinario in cui si trova. Ce lo si deve meritare, eh:
arrivare al sito del festival da Parigi è veramente un casino. Il
modo più facile è andare ad Albi, e già ci vogliono almeno otto
ore di treno (se volete spendere prezzi dignitosi, sennò sulle
cinque se volete che la metà del vostro stipendio parta in due
tragitti ad alta velocità che uniscono la capitale e la stazione di
Tolosa). Io e Alex abbiamo optato per un regionale notturno che ci ha
portati nel Tarn senza colpo ferire (insomma, un rumore...). Vale la
pena arrivare ad Albi in anticipo rispetto al festival perché è una
città meravigliosa: c’è una delle più belle cattedrali del
mondo, un capolavoro architettonico unico nel suo genere,
un’astronave dagli interni policromi che si erge altissima,
sfidando il cielo blu col suo colore rossastro; c’è il museo di
Toulouse-Lautrec: l’arte, e soprattutto l’incredibile storia (a
quando il biopic su Netflix?) di un pittore straordinario della
regione, che si dipanano in uno spettacolare castello di epoca
medievale; ci sono le pittoresche viuzze piene di vecchie casupole
con le architravi in vista (“Ma è mock Tudor!” “No, Alex, è
vero Tudor”), ci sono quegli angoli di pace che sono la piazzetta
Savène o il chiostro di Saint Salvy. Insomma, ci sono tante belle
cose. Si fanno tutte in mezza giornata, non perdetevele.
Dopo
una consigliatissima mattinata di turismo, Théo ci raggiunge da Jazz
in Marciac (beato lui!). Ci mangiamo un filetto e un bicchiere di
gaillac, ché siam signori, e siamo pronti ad andare al sito del
festival. Qui sorge il primo problema: l’autobus che vi avvicina al
posto passa ogni morte di papa (o 12:05 o 17:10: qualcosa nel
mezzo?). Purtroppo l’Xtreme Fest è un festival per provinciali e,
si sa, i provinciali hanno la macchina… Un po’ è una vergogna
che non ci sia un modo di arrivare al Cap’ Découverte, celebre
centro vacanze situato nel comune di Le Garric, più semplice
dell’autostop, ma così è. Armatevi perciò di fogli A3
(rigorosamente rubati dalla stampante in ufficio) con su scritto “Le
Garric”, “Cap’ Découverte” o ancora “Carmaux” e, dopo
aver preso il peggior solleone della vostra vita sul ponte che
attraversa il fiume Tarn (che bellezza però), piazzatevi nel cono
d’ombra davanti al Jardin de la Madeleine, sorridete, alzate il
pollice e pregate che passi qualcuno. Un po’ ci vuole, venti minuti
che sembrano un’eternità e in cui vi si avvicinano tossicomani,
matti del villaggio, zingarelli che propongono di portarvici per
dieci euro (ma col cazzo!). Alla fine, saranno proprio dei
festivalieri a imbarcarvi. Diciamo che fa parte dell’avventura.
 |
| Per raccattarti la domenica mattina ti ci vuole questa |
Arrivati a
destinazione, vi ritrovate a montare la tenda in un campeggio
abbastanza inaspettato: una radura, costellata di alberi che fanno
ombra, situata su un altipiano da cui si vedono tutte le valli
circostanti. La piana, poco più in là delle recinzioni, è piena di
enormi macchinari che servirono all’estrazione del metallo. Perché
qui viene il bello: il Cap’ Découverte altro non è che un
complesso creato per riabilitare un’antica miniera di carbone a
cielo aperto. E lo sapete a cosa assomiglia una miniera di carbone a
cielo aperto? A un gigantesco cratere nel terreno. Una delle cose
migliori dell’Xtreme Fest è che, quando si hanno i biglietti, si
può fruire di una delle facilities del centro vacanze senza pagare
un supplemento e, ve lo assicuro, la spiaggia che è risultata dalla
trasformazione del fondo del buco in lago artificiale vale veramente
la pena. Soprattutto il mezzo di trasporto che vi ci porta: non avete
nemmeno lontanamente idea del brivido che è farsi duecento metri di
dislivello seduti su una seggiovia in costume da bagno e ciabatte,
davanti alla vista di un grande lago dove la gente si fa il bagnetto
o pratica lo sci nautico. Un’emozione che vale la trasferta.
 |
| Ma di che si ragiona, su |
La spiaggia
non è niente di poi veramente speciale, quando la astrai dal
costante senso di spaesamento della sua localizzazione. L’acqua,
però, è pulita, la temperatura gradevole e rinfrescante, e un
angolino d’ombra sotto ai tendoni si trova anche facilmente.
Considerate poi che, a partire dal sabato, ci sono anche dei concerti
acustici e, bingo, non ci sono ragioni per non andare a godersi il
pomeriggio coi piedi sulla sabbia. È senza dubbio il miglior luogo
dove chillare tutta la giornata prima di montare alla zona palchi,
zona sulla quale voglio ora concentrarmi per spendere più di una
parola di apprezzamento. Intanto, segnalo il fatto che ci sia una
zona dedicata al pubblico non pagante, con un palco che suona dalle
sei del pomeriggio alla mezzanotte, area cibo, merch, bar e attività
varie, contrapposta alla zona a pagamento, dove ci sono gruppi un po’
più importanti (ma non per forza migliori!) che si alternano su due
palchi ben più grossi. Anche il solo concetto di mettere tutti i
servizi “annessi” a disposizione degli avventori del Cap’ che
non vogliono pagare il biglietto (abbastanza caro, anche se non
scandaloso) e di offrir loro un palco di buona musica è sia sensato
dal punto di vista commerciale sia lodevole dal punto di vista
dell’inclusività e dell’apertura del festival verso il mondo
esterno.
 |
| Fine serata |
Considerando
anche questa zona, detta “Le Festival Off”, ci sono perciò tre
palchi su cui vedere gruppi disparati. Tutti e tre hanno il loro
valore: L’Estafette, il palco per tutti, è molto classico,
abbastanza piccolo e caruccio, vi si respira proprio un’area di
piccolo festival; il Family Stage, il più grosso, ha già una certa
ambizione e un vantaggio straordinario, quello di essere coperto da
una grande tettoia (e il sole picchia fortissimo); la X-Cage, per
finire, è semplicemente il palco più originale (ed estremo) che io
abbia mai visto: un ottagono da MMA attorniato da sbarre in metallo
al centro del quale si trova la band. Quest’ultimo palcoscenico, in
particolare, rende l’esperienza dell’Xtreme molto meno piatta e
banale, perché ha un potenziale di “shenanigans” infinito, sia
per il pubblico che per la band: vi ci si può arrampicare, infilare
la testa nelle fessure tra le sbarre, vedere il concerto da tutte le
angolazioni possibili, e via discorrendo. Ci vuole così poco, a
volte, per creare uno spazio per la musica che cambi un po’ i
canoni precostituiti e crei nuove possibilità.
Lo
spazio a pagamento dell’Xtreme Fest, piuttosto esiguo in fondo,
vanta infine di uno skate-park di dimensioni considerevoli, adibita a
grande “chill-out zone”. Comoda, originale e divertente da
frequentare (anche solo per le rincorse da prendere e gli scivoloni
che si possono fare), questa magnifica regione collinare sul finir
della sera diventa il luogo del DJ-set di chiusura, nonché bar di
shottini. Una trovata piuttosto geniale: è stupendo vedere le rampe
di cemento riempirsi di gente come a un bloc party dei sogni. Ancora
una volta: con qualcosa di in fondo molto semplice, l’Xtreme Fest è
capace di inventarsi una magia.
Voto: 8+,
luoghi che non pensavi potessero esistere
Programmazione
 |
| Zebrahead live @Family Stage (Xteme Fest), Le Garric, 27 luglio 2024 |
Anche se
perfettamente intuibile non l’ho ancora detto, che l’Xtreme Fest
è un festival esclusivamente dedicato al punk rock e a tutte le sue
differenti frange. Il punk è la mia più grande passione e, per
quanto in verità i festival che preferisco sono quelli generalisti e
variegati, per questo genere posso fare un’eccezione e regalarmi,
per una volta, una due giorni più specialistica.
La
programmazione dell’Xtreme a dire il vero non rispecchia al cento
per cento i miei gusti nemmeno per quanto riguarda il punk. In
particolare, nella line-up abbondano nomi che appartengono a due
sotto-sottogeneri già velatamente criticati su queste pagine: lo
skate punk (derivato del pop-punk) e il beatdown (derivato
dell’hardcore punk). Parliamo del primo: è chiaro che chi
organizza il festival è un appassionatissimo di tutta
la roba adiacente, per fare un paio di nomi esemplificativi, ai vecchi Offspring o a
molta roba del catalogo di Fat Wreck Chords, quel pop-punk
ultra-melodico che va a velocità infernali. Il mio rapporto con
questo tipo di musica (già trattato in report di opening act come
SliP o Hogwash) è di inevitabile amore e odio, e la linea è
sottilissima. A volte alle mie orecchie lo skate punk suona forzato o
persino privo di anima ma devo dire che, nel contesto dell’Xtreme,
raramente i gruppi skate punk deludono, anzi: spesso e volentieri mi
emozionano e fomentano non poco. In parte, e poi ci torneremo, è
l’atmosfera del luogo e del pubblico. In parte, però, è anche
merito di una selezione che è tutt’altro che fatta a casaccio. Nel
venerdì e sabato che abbiamo passato al Cap’ Découverte i gruppi
skate punk il cui set ho veramente apprezzato sono stati diversi, in
particolare tre (tutti americani, ovviamente). Gli Zebrahead, ad
esempio, hanno veramente demolito il Family Stage con una presenza
scenica al contempo potente e caciarona (con loro, su un lato del
palco, c’era ad esempio un gruppo di gente del Tarn non meglio
identificata a fare da coro e da angolo bar!). Il concerto del
quintetto californiano è stato al estremamente pop e anche
estremamente violento, un connubio perfetto di sing-along facili e di
costante, giocosa ed adrenalinica esortazione a un pogo tra i più
immensi mai visti, che hanno reso ogni canzone, con le sue pause e le
sue sfuriate, emozionante e memorabile. Sono pezzi che quando li
ascolti sul disco sono decisamente pacchiani, per carità, ma quando
parte un wall of death lungo come la muraglia cinese sul ritornello
di una canzone come I Have Mixed Drinks About Feelings, beh, che je voi dì. Su
un piano ancora più estremo (infatti erano alla X-Cage), gli A
Wilhelm Scream hanno regalato una lezione di intensità senza
compromessi: i loro pezzi sparati l’uno dietro l’altro come
raffiche di mitragliatrice non hanno dato scampo a uno dei pit più
scatenati che abbia mai visto in vita mia. La velocità insensata
della batteria, la forza di una distorsione terraformante (ascoltate
l’intro di The Kids Can Eat a Bag of Dicks e capirete di cosa parlo) e
soprattutto la voce e performance dell’energetico vocalist Nuno
Pereira hanno un unico effetto: quello di farti cadere la mascella e
dire: questi sono dei mostri. La spavalderia dei ragazzi del
Massachussetts, fonte di vera gasazione, ha persino spinto la gente
oltre i suoi limiti. C’è stato pure un ferito, penso non molto
grave, che deve aver dato un discreto morso all’asfalto facendo uno
stage diving sconsiderato. La band ha gestito la situazione al
meglio, facendo intervenire la protezione civile ma senza farne una
questione inutilmente drammatica: “Medic, medic, we need a medic”,
detto con la voce che avrebbe l’emoji “😐”,
resta un tormentone del weekend. Lodevoli infine, stavolta più per
meriti musicali che di spettacolarità sul palco, i MakeWar: i
newyorchesi, pur essendo un power-trio, hanno un’intesa, una
precisione e una grandezza sonica che li fanno veramente sembrare
“larger than life”: una qualità che, onestamente, apprezzo
sempre tantissimo (un gruppo a cui ho fatto gli stessi identici
complimenti? Courtney Barnett!). Inoltre, il loro sound è
smaccatamente skate ma anche venato di malinconie che fungono da
madeleine di Proust e mi riportano, con inaspettata commozione, al
peggior midwest emo che ho ascoltato in adolescenza. Con un pezzone
decisamente terraformante come Oh Brother perdo completamente il
controllo di me e, dimenandomi in un pit decisamente più piccolo
della media del festiva, penso che al vecchio (e reazionario) adagio
“Keep emo in hardcore” si possa dare una risposta che avrà il
merito di far accapponare la pelle ai peggiori puristi: “Why not
also in pop-punk?”.
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| Nova Twins live @Family Stage (Xtreme Fest), Le Garric, 26 luglio 2024 |
Va
detto che, rispetto all’anno scorso, i gruppi di skate punk puro e
duro sono un po’ di meno. La ragione, a ben vedere, dev’essere
quella della ricerca della parità dei sessi da parte dei
programmatori. Non c’è un cazzo da fare, questo genere lo fanno
perlopiù band di uomini, è un dato di fatto (CF98, gruppo
female-fronted polacco, è l’unica eccezione che abbiamo ascoltato;
niente di che). Che le quote skate vengano sostituite da quote rosa
mi va benissimo, ma quest’anno gli organizzatori si sono spinti in
un territorio periglioso, quello di un nuovo stile di nu-metal, pieno
di elementi rap ed elettronici e cantato da ragazze decisamente
“badass” che da un paio d’anni sta veramente spopolando.
Un’artista di questo filone l’ho anche trattata su queste pagine:
quella buona vecchia poliglotta svitata di Lerka · Jo. Quando
l’attitudine è sopra le righe e spensierata come la sua (che non
vuol dire che sia musica stupida, anzi), allora lì sì che il
miscuglio mi piace e diverte. Ma quando le artiste sono più
perfettine, il sound è più rileccato e le canzoni non sembrano mai
voler svariare per una sorta di ingiunzione alla coerenza, allora lì,
beh, tutti i miei limiti nei confronti del nu-metal emergono. È, per
me, uno dei generi “duri” più stucchevoli che esistano (persino
i Deftones penso che non li capirò mai) e non c’è show che tenga
per non annoiarmi dopo poche canzoni. Le Nova Twins, per esempio:
bravissime e stilosissime, per carità d’iddio, ma sentita
Cleopatra
ho l’impressione di averle sentite tutte e me ne vado altrove.
Imparfait, che è un po’ l’equivalente francese, stesso discorso,
con l’aggravante di una cantante che spesso si concede anche di
abbandonarsi in velleità conscious rap che, come il conscious rap
tutto, mi fanno sbuffare dalla noia o persino dalla pretenziosità
che vi percepisco (la colpa ancora una volta non è tanto della band
in questione, che ha pure suonato alla perfezione, quanto di limiti
miei; anche qui, vi faccio una confessione: persino To Pimp a
Butterfly è un disco che mi spalla e mi fa cringiare più di una
volta).
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| Monde de Merde live @X-Cage (Xtreme Fest), 27 luglio 2024 |
Detto
ciò, ci sono musiciste donne fortissime all’Xtreme: basti pensare
che il sabato ho rosicato come un matto per il clash orario tra il
set al Festival Off delle Pythies, grungettare di Parigi che voglio
recuperare al più presto e Monde de Merde, il gruppo hardcore punk
più puro e duro dell’edizione, la cui cantante custodisce i
segreti delle vocals più graffianti che abbiamo sentito, uno stridio di
incazzatura dal sapore quasi powerviolence. Sono quantomeno riuscito
a vedere le prime prodigarsi in un’inaspettata cover di Fuck the Pain Away delle Peaches (capita l'assonanza?, grandissime!) e a procurarmi diversi lividi alla X-Cage con le
seconde, perciò direi che ho ottenuto quel che volevo. Meno bene,
invece, far suonare Johnnie Carwash praticamente in contemporanea coi
Descendents: praticamente uno schiaffo al morale, non solo mio ma di
tutti quelli che amano il pop-punk per la sua componente più
primitiva: la dolcezza. Capita.
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| Sorcerer live @X-Cage (Xtreme Fest), 26 luglio 2024 |
In
ogni caso, per riprendere il filo del discorso generale, lo skate
punk abbonda all’Xtreme Fest e se, probabilmente per fare più
spazio a gruppi di nu-metal femminile/femminista, quest’anno se ne
vede un po’ di meno, il beatdown hardcore, lui, possiede ancora
un’importanza primordiale nella line-up. Ancora ho brutti ricordi
dell’anno scorso, in cui i set annunciati in pompa magna di Scowl e
Walls of Jericho al Family Stage mi arrecarono pesante fastidio coi
loro breakdownazzi e la banalità di canzoni il cui songwriting
“core” non mi provocò nessuna emozione. Quest’anno però, devo
ammettere che un paio di set di questo genere me li sono stragoduti.
Sarà stata, forse, la saggia decisione di dare loro meno peso
strategico nell’economia del festival. Mi spiego meglio: invece di
elargire gli slot orari chiave del main stage a gruppi altisonanti,
quest’anno l’Xtreme accantona tutto il beatdown nella gabbia
delle arti marziali, che è dove si merita di stare, e perlopiù in
momenti catartici tipo l’inizio della giornata, quando solo un
mosh-pit spericolato fa dimenticare il caldo estremo, o nello slot
subito prima dell’headliner della notte, per divertirsi con le
ultime malvagità gratuite prima di essere al cospetto del concerto
più atteso. Ne risultano set molto appaganti che, pure se non è il
mio genere, non ho potuto fare a meno di apprezzare: memorabile, in
particolare, la combo Cold Stress (molto semplici ma anche molto
efficaci, fanno il loro) più Sorcerer (dal suono più curato, con
qualche dissonanza molto intrigante) nella fine pomeriggio di un
venerdì il cui day drinking alla spiaggetta era stato leggermente
sconsiderato. Ha aiutato a smaltire.
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| Aerial Salad live @L'Estafette (Xtreme Fest), Le Garric, 27 luglio 2024 |
Detto
ciò, ci sono stati anche momenti in cui ho semplicemente detto no al
“fattore C” e sì a Valsoia, o a qualsiasi altra cosa passasse in
quel momento. Fottermene con serenità dei Real Deal per andare a
vedere le Toxic Frogs, per esempio, è tutto tranne che un rimpianto:
ok, il punk celtico è veramente il guilty pleasure definitivo e
quasi mi vergognerei di ascoltare ’sta musica quotidianamente, ma
uno, a una certa ora della notte sono guasconerie che ci si può
permettere e, due, le bretoni suonano con un brio raro (penso che la
batterista rimanga la picchiatrice più impressionante
dell’edizione). Perciò via di banjo e di violino e sgambettiamo
qualche minuto con The Shamrock’s Jig,
perché no. Del resto, è proprio una delle qualità principali del
festival, quella di avere una direzione artistica abbastanza precisa
ma di non accanirsi troppo sulle sue nicchie, proponendo anche una
buona eterogeneità. Di gruppi in rampa di lancio o già conclamati
che propongono generi che stringono la mano al punk melodico o
estremo, ma comunque lontani dall’ortodossia, ne abbiamo visti
vari: cito in particolare gli Aerial Salad, giovanissimi e
promettenti post-punkari di Manchester, una sorta di versione più
groovy e svolazzante degli Shame, oppure i russi Moscow Death
Brigade, ormai quasi leggende di un hardcore hip-hop militante che,
pur essendo molto lontani dai miei gusti, sanno mettere su una grande
festa alla quale è difficile non sorridere e applaudire.
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| Mad Caddies live @Family Stage (Xtreme Fest), Le Garric, 27 luglio 2024 |
I due
migliori concerti, però, li hanno fatti rispettivamente un gruppo
ska e un gruppo thrash metal. I primi sono stati i Mad Caddies, una
band iconica di quella controversa third-wave statunitense che a me,
devo ammettere, piace. Al tramonto del venerdì, in un’atmosfera
magica, i californiani hanno portato una freschezza quasi poetica, in
un set pieno di cantilene contagiose, grandi hit danzo-poghereccie
(Road Rash
dal vivo merita), ballad iconiche (Drinking for 11) e persino trucchetti facili che
però svegliano in noi dolci sentimenti adolescenziali (in
particolare la cover di She
dei Green Day, che bisogna essere proprio dei guastafeste per non
apprezzare). Numerosissimi sul palco, con tutte le loro percussioni e
i fiati (al trombone il cantante dei sopracitati SliP!), ci hanno
veramente fatti divertire e sono stati uno spettacolo per gli occhi e
un porto sicuro per le orecchie. A chiudere la stessa giornata
campale del venerdì, infine, ci sarebbero dovuti essere i Sick Of It
All ma, per le note vicissitudini mediche del cantante Lou Koller
(una preghiera per lui) hanno dovuto annullare e sono subentrati i
Crisix. Sono da sempre un grande appassionato di thrash metal e, per
un annetto e mezzo (2014-2015), ho avuto anche una piccola liaison
con la scena thrash italiana, che mi aveva accolto tra le sue braccia
sudate. Eppure, in un anno e mezzo di quelle frequentazioni, piene di
acculturamento su nomi storici o di nicchia del genere, il nome dei
Crisix non è veramente mai uscito fuori. Forse perché, sia nel
percorso sia nel suono, gli spagnoli non sono né storici né di
nicchia: emersi nel pieno dell’anch’essa controversa epoca del
thrash revival (i Municipal Waste erano già al loro culmine), gli
spagnoli propongono una musica che suona come un frullato dei “big
four” di sottomarca LIDL. È un difetto? Assolutamente no: ne
risulta un pot-pourri di riffazzi dallo stile e la direzione poco
chiari, a volte ai limiti del comico e del ridicolo, ma
eccessivamente divertente. La loro arte del festeggiare è
nostalgica, e non solo della Bay Area circa 1986, ma anche (ed è qui
la sorpresa del set) del NYHC d’antan. Il medley omaggio ai Sick Of
It All è una discreta mazzata e i momenti punkettoni sono molto più
frequenti e distruttivi di quanto ci si sarebbe aspettato. Nonostante
l’humus del concerto resti sempre il metal i Crisix, anche con poco
anticipo, hanno letto bene la stanza e portato un set che non sfigura
nel contesto dell’Xtreme Fest. La loro punta di personalità:
un’attitudine da nerdoni al cubo tra riferimenti a vecchi film e
cartoni animati (Frieza the Tyrant
è Freezer di Dragonball), nelle loro tenute talmente casual da fare
il giro e diventare “talle” (la maglietta di The Chronic la
voglio anch’io). Ultra Thrash
(ma quanto sono belle le canzoni thrash sul thrash?) è l’apoteosi
di un divertimento semplice e genuino, la scena del chitarrista che
assoleggia mentre attorno a lui rotea un circle-pit gigantesco
un’immagine che mi rimarrà stampata in testa a lungo.
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| Crisix live @Family Stage (Xtreme Fest), Le Garric, 26 luglio 2024 |
Due
piccoli bonus finali: i DJ-set di fine giornata nello skate-park, di
cui ammetto di avere ricordi un po’ appannati, sono stati
esilaranti. Avete mai visto un DJ fare stage-diving dopo aver messo
Blitzkrieg Bop
(dieci su dieci)? No? Allora punti in più. I concerti acustici sulla
spiaggia, invece, non sono niente di che: simpatico, però, quello
degli Old Time Spooks, gruppo spagnolo il cui country-punk acustico,
molto “skiffle”, ha i suoi momenti. Ce lo siamo abbastanza
goduto; poi, salendo su con la funivia, i quattro erano di nuovo lì
a suonare; poi, mentre vado a guardare del merch il giorno dopo,
eccoli al banchino a suonare; poi, mentre vado a rilassarmi allo
skate park, me li ritrovo di nuovo accanto che suonano. I ragazzi, in
accordo con Xtreme Fest, hanno suonato qualcosa come nove set in tre
giorni. Semplicemente, spawnavano quando gli pareva e piaceva. Quando
la domenica mattina, uscendo dalla doccia avvolto in un asciugamano,
me li sono trovati accanto ai bagni che facevano un ennesimo
concerto, ho dubito della mia lucidità. Una nota di colore
apprezzata.
 |
When this gear case is at the festival you just know it’s gonna be lit |
Alla fine
della fiera, perciò, la programmazione è stata all’altezza delle
aspettative che avevamo. Di concerti veramente pessimi non se ne sono
praticamente visti, di slot troppo lunghi e noiosi senza buona musica
non se ne sono avuti. Certo, si resta sempre molto nell’ambito di
una programmazione molto più festaiola che artisticamente
stimolante. E va bene così. Mi tengo perciò il grande divertimento,
costante, e una decina di picchi emozionali, momenti più speciali di
altri (non è poco). Quella dell’Xtreme Fest va presa per quella
che è: né una line-up di scoperta, né una line-up di fan-service
(almeno per quello che è il mio gusto). Sono relativamente pochi i
gruppi, tra quelli che ho visto, che continuerò a seguire. Di gruppi che mi
porterò fino alla tomba, quasi nessuno. Che voto potrei dare? Un sei
politico.
Ma c’era
anche il gruppo per il quale sono venuto apposta, i Descendents, la
band più forte del mondo. Un voto in più.
Voto: 7,
frammenti di punk
Organizzazione
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| In viaggio verso l'ignoto? |
L’Xtreme
Fest, tra i tre festival che tratto in questa rassegna, è il più
grande, anche per un discreto distacco. Eppure, talmente sono
performanti i servizi offerti al pubblico, sembra di essere a un
evento “riquiqui” come la Ferme. Faccio un esempio: ci si ritrova
spesso a fare anda e rianda tra la zona Off e la zona a pagamento.
Ovviamente, ci vuole un controllo dei biglietti e di sicurezza.
Ebbene, pure nei momenti più pressanti (la piccola transumanza per
andare a vedere i Moscow Death Brigade, un vero fan-favorite) non c’è
mai da fare più di due minuti di coda, e vi assicuro che non è per
il lassismo dei lavoratori, che sono rilassati ma seri.
Per
accedere al campeggio non ci sono controlli se non quello del
braccialetto, che è una cosa sacrosanta: siamo in un paese libero ed
è giusto che non ci vengano fatte storie per l’opinel, il salamino
e il pastis (i tre oggetti indispensabili da portare per rallegrare i
vostri pomeriggi). In compenso, ci sono addetti alla sicurezza sempre
presenti, che vegliano su praticamente tutto tranne la presa multipla
a cui sono attaccati i cellulari. I bagni e le docce, sorpresona,
sono piuttosto puliti, e la vita di tenda è delle più confortevoli
che si possano avere, al punto di far vivere serenamente due notti di
campeggio di fila a me e Alex, amanti di letti e tetti e costretti
all’aria aperta.
A chi si
chiede perché insista tanto a parlare della security, voglio fare un
appunto importante: ne parlo nel dettaglio perché è la spina
dorsale di un festival, la forza invisibile che spesso e volentieri
contribuisce a renderlo vivibile. Chi è lì per raccogliervi quando
il crowd-surfing derapa oltre le transenne? Chi regola i flussi di
gente con e senza biglietto per fare in modo che tutti si godano la
festa? Chi è là per custodire il tuo cellulare e rendertelo
miracolosamente funzionante alla fine del concerto degli Zebrahead,
quando ti cade in mezzo a “the biggest wall of death of your life”
(quest’ultima cosa non è mai successa, vero Alex?)? Insomma, se il
voto all’organizzazione dell’Xtreme Fest sarà alto, è anche
merito dei nostri angeli guardiani in divisa, a cui faccio un
destrorsissimo shoutout.
In ogni
caso, dentro al recinto del festival tutto fila liscio. Il sistema
cashless è uno dei più facili da usare del mondo, puoi veramente
caricarci sopra le cifre che ti pare, quando ti pare, in pochi
istanti, e ogni venditore ti aggiornerà in diretta e con gentilezza
sul tuo progressivo declino finanziario. Contrariamente ad altri
festival (ehm, Primavera Sound?) recuperare il denaro che ti è
dovuto si può fare in due clic qualche giorno dopo la fine
dell’Xtreme. Non che io l’abbia fatto: ho preferito bruciarmi i
miei ultimi soldi in una birra di troppo il sabato sera e in
vivificanti sorbetti alle more (una delle cose più buone del mondo)
fatti dalle manine d’oro dei pasticcieri locali, la domenica
mattina. A proposito: il cibo del festival è perlopiù di origine
locale, vario e molto buono. Per un pasto completo si spende intorno
ai quindici euro (per gli stomaci più piccoli del mio sui dodici),
che è più che ok: ricordo con piacere un buon burrito con riso,
fagioli e carne sfilacciata, l’hamburger con le patatine bello
formaggioso come piace ai francesi, e soprattutto le patate del Tarn
generosamente farcite (chiedete di abbondare con la cipolla per
un’esperienza di livello superiore). La coda è spesso poca, anche
se consiglio di scegliere slot ben studiati (e un po’ scemi) per
andare a cenare: io ho optato per una crêpe o un gelato verso le
venti e un pasto più consistente dopo le ventidue. Per quanto
riguarda il bar, di coda non ce n’è quasi mai e la varietà di
beute a disposizione è abbastanza soddisfacente. Nei momenti di
bisogno, che sono tanti, l’acqua potabile è erogata in vari punti
e si può bere senza fare nessuna coda. Insomma, il team dell’Xtreme
Fest ha predisposto tutto perché tu possa mangiare, bere, andare in
bagno e vivere bene, senza perderti nemmeno uno dei concerti che ti
interessano per le ragioni sopracitate (fate giusto attenzione alla
coda del ritorno in seggiovia, se il primo set della giornata lo
volete vedere per intero).
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| Lo nostro fare patate ripiene |
Veniamo
dunque al punto finale, la musica, ovvero: come sono organizzati gli
slot degli artisti, i clash orari, il suono dei palchi e compagnia
cantante? Intanto, devo dire che la proposta del Festival Off è di
qualità senza essere talmente buona da far rosicare i detentori del
“vero” biglietto, cosa che invece ho risentito l’anno scorso,
che passai “più di là che di qua” (Snuff e Good Riddance uno
dietro l’altro, dio bo’), chiedendomi se non avrei potuto
addirittura risparmiare qualche soldino e restare piantato
all’Estafette (no, non avrei potuto: sarei morto di FOMO). In ogni
caso, essendoci tre palchi, inevitabilmente un paio di clash orari ci
sono e, anche se me ne sono lamentato (tipo quello per Johnnie
Carwash), in realtà “ça va”. A livello fonico non c’è niente
di niente da segnalare ma solo da applaudire: di strumenti che si
sentono poco non ne ho riscontrato nemmeno uno (non facile, quando ti
trovi davanti sezioni di fiati come quella di Mad Caddies, oppure i
violini di Toxic Frogs) e un palco come la X-Cage che, a causa del
fatto che è amplificato a 360 gradi e totalmente all’aperto
dovrebbe risentire di frequenti défaillances, ha sempre un suono
immenso, da sound system giamaicano.
Ultima nota
di merito: la gestione dei concerti annullati. È normale che per
un’annullazione ci sia gente che si straccia le vesti come feci io
coi Descendents l’anno scorso, ma che ci sia altrettanta gente che
gode per i rimpiazzi, trovati a volte all’ultimissimo minuto (nel
2023 furono Les Sheriff, i Ramones francesi), o addirittura dica:
“Meglio così”, è comunque da segnalare. Gli Higher Power che
rimandano la loro discesa tarnese senza dare vere giustificazioni
restano un cruccio? Sì. Ma la reattività degli organizzatori ce lo
scrolla di dosso.
Voto: 8,
professionalità da veri duri
Attività
Oltre ad
assistere ai numerosi concerti, c’è roba da fare in questa parte
di mondo? Sì e no.
Siamo
onesti, contrariamente alla Ferme Electrique, non è che si richieda
all’Xtreme Fest di offrire chissà che iniziative culturali. Anzi,
al contrario, sarebbe gradito che, nei momenti in cui uno stacca
dalla musica, si possano fare cazzate, adrenaliniche o comiche che
siano, per farsi due risate insieme agli altri festivalieri. E per
carità, ce ne sono, ma al di sotto di quel che il sito avrebbe il
potenziale di offrire. Prendiamo per esempio la nostra routine
giornaliera pre-concerto: sveglia, colazione, cazzeggiare in tenda,
pranzetto, scendere in spiaggia, fare il bagno, cazzeggiare sotto
all’ombrellone, ritornare in su, concerti. Se il primo cazzeggio
della giornata è strutturale, il secondo potrebbe facilmente essere
sostituito da scivoli d’acqua, tuffi dalla funicolare, essere
trainati da qualcosa di veloce mentre ci si aggrappa a una ciambella.
Il problema è che le attività del Cap’ Découverte non sono
proposte alla gente che vengono all’Xtreme, o meglio: sono
teoricamente disponibili, ma senza vantaggi particolari (se non un
settore dedicato a noi punx, se non uno sconto, dateci almeno una
persona dell’Xtreme che regola gli accessi). In ogni caso, non sono
nient’affatto pubblicizzate, che è quasi come sconsigliare di
andare a mescolarsi alla clientela al di fuori del festival. Finisce
che il centro vacanze è prestato al festival, ma non integrato, e la
cosa è leggerissimamente frustrante. Si legge, dappertutto, che il
Cap’ è in grave deficit finanziario da anni: il festival non
poteva essere l’occasione per portargli un po’ di introiti? Ma
anche se il matrimonio tra festival e stazione balneare non si avesse
proprio da fare, qualche attività da spiaggia targata non Cap’
Découverte ma Xtreme Fest non la si poteva inventare, a parte gli
spesso mediocri concerti acustici? Un piccolo torneo sportivo un po’
cazzaro, un karaoke, un ballo di gruppo, che so. Vabbè.
 |
| Il Bam Margera di Ménilmontant |
Nel sito del
festival qualche attività in più c’è, tutte concentrate nella
sezione Off e, mi sento di lamentarmene, non molto valorizzate: i
giochi o laboratori che hanno luogo allo Stand dell’associazione
Pollux (i factotum dell’Xtreme, con sede ad Albi) o allo skate park
della zona Off, per esempio, o hanno una cadenza completamente
sbagliata (a nessuno con un minimo di gnegnero viene voglia di fare
un quiz alle 19 quando comincia la musica buona, né di karaoke alle
22:30 quando suona uno degli headliner!) oppure sono poco visibili
(in un momento di cazzonaggine sarei anche venuto a fare una partita
di Mario Kart accanto alla pista da skate, se solo avessi visto
dov’era il Nintendo), oppure ancora non hanno un titolo molto
seducente (corso di fitness?, no grazie; atelier mosh-pit?, e perché
mai; sistema la tua cameretta? …cosa?). Un paio di boiate sono
anche passato a vederle, tipo il bowling umano. Ormai, a distanza di
un mese e mezzo, non ricordo che cosa fosse precisamente: il fatto
che fossi ubriaco è una giustificazione ma solo a metà, sicuramente
niente di memorabile. Gente che si fionda su altra gente in skate,
capirai.
La presenza
di rampe e soprattutto di tavole da skateboard in perenne comodato
d’uso, quello sì, l’ho apprezzato. Nei momenti di stanca, andare
a vedere gente (leggasi: Théo) che fallisce tricks è qualcosa di
potenzialmente esilarante. La cosa contribuisce anche a dare
vibrazioni da piccolo Warped Tour all’imbastimento generale.
Peccato che io, a parte il rock ‘n’ roll, non pratichi
nessun’altra attività potenzialmente pericolosa per la mia
incolumità. Niente skate, perciò.
In generale,
per finire la disamina, si ha l’impressione che l’equipe
dell’Xtreme Fest abbia intenzione di proporre attività
extra-musicali agli avventori, ma che fallisca tragicamente
nell’operazione. Manca, se non l’evento culturale ganzo,
quantomeno il divertissement facile tra un set e l’altro, o nei
momenti della giornata in cui non c’è granché da fare. Peccato.
Voto: 5,
sforzo senza frutti
Atmosfera
 |
| Toxic Frogs live @L'Estafette (Xtreme Fest), Le Garric, 26 luglio 2024 |
La prima
volta che decisi di andare all’Xtreme Fest e lo raccontai a Sophie
lei, che sugli scandali che coinvolgono le associazioni femministe è
sempre al corrente, disse: “Ah, che figata! Però sai, ho sentito
che ci sono stati problemi di natura sessuale là”… E non una
sola volta: problemi ricorrenti, a quanto pare. Bastano due ricerche
su internet, non racconto novità. Che certi frangenti della musica
estrema abbiano un problema sistemico di violenza, che nelle sue
peggiori forme sfocia in sessismo e abusi, penso che non sia una
sorpresa per nessuno. Che le azioni attuate dalle associazioni in
merito alla riduzione delle violenze funzionino, su questo è lecito
avere più dubbi. Da cinque anni (come testimonia un eloquentissimo
comunicato stampa a riguardo) l’Xtreme Fest collabora con tante
strutture specializzate nella tematica della lotta contro certi
comportamenti inaccettabili e purtroppo, talvolta, sdoganati in
contesti di festa. Credetemi o meno, ma sembra che funzioni. Non sto
dicendo di essere il profilo-tipo della vittima di violenze sessuali
(quelle sono le donne, parliamoci chiaro) ma di violenza e basta,
purtroppo, si rischia sempre. E quando l’anno scorso un biker del
cazzo mi minacciò senza ragione, alla “che cazzo guardi”, mi
dissi: “Porca troia, dove sono finito?”. Fu un piccolissimo
episodio senza conseguenze, probabilmente senza rischi, ma me lo
ricordo ancora.
L’atmosfera,
l’anno scorso come questo, è rilassatissima. In spiaggia, i
punkettoni si mescolano ai villeggianti in una buffa connivenza. C’è
nell’aria una voglia costante di fare “zguen”, bordello in
dialetto albigese. Persino la zine che viene distribuita ogni giorno
si chiama così: La Gazette du Zguen. Ciò si riflette in una
costante voglia di mitizzare e mistificare il pogo: al laghetto, ogni
tanto, parte il circle pit acquatico, o ancora domenica (peccato non
esserci stato) al concerto dei The Casualties è stato inventato un
nuovo tipo di circle pit: quello a 360 gradi attorno alla X-Cage.
Siamo all'ennesima edizione in cui esiste questo palco e ancora non
ci aveva mai pensato nessuno. Ovunque mi guardi in giro, e lo faccio,
per lunghi istanti, anche con occhio vigile, non vedo niente di
niente di niente di pericoloso. Uomini che fanno i viscidi con le
donne? Da nessuna parte. Gente rissosa che cerca scuse per attaccare
briga? Mai vista. Persino persone, specialmente del posto e di stanza
al Festival Off, completamente strafatte e che prendono troppo spazio
privando gli altri della libertà di godersi il festival in santa
pace (e l’anno scorso ce n’erano) non ne vedo. Non so se è un
caso, ma l’edizione 2024 mi sembra un capolavoro di “safety”.
 |
| Il fra prima di prendersi un calcio sul viso |
C’è
stato, in particolare, un episodio: quello di un tizio che in un
momento di pura e reciproca foga durante il set delle Toxic Frogs
propone di alzarmi per fare crowd surfing. Io, preso dall’emozione
del momento, gli salto a pié pari sulle mani intrecciate a mo’ di
seggiolin del papa. Peccato che lo prenda dritto in fronte con le
ginocchia. E gli faccio pure male. Una persona normale mi avrebbe
quantomeno tirato un pugno sul viso ma lui, quaranta/cinquantenne con
cappellino dei Suicidal Tendencies (categoria umana potenzialmente
pericolosa?), mi guarda per un attimo stordito, poi mi dice che sono
uno scemo e accetta serenamente le mie scuse disperate. Una ventina
di minuti dopo, ancora desolatissimo, vado a scusarmi di nuovo e lui,
riavutosi completamente, mi fa: “Ma no, che vuoi che sia, se ne
prendono di botte nel pit, capita”.
E questo
episodio per me catalizza un po’ le sensazioni che ho provato
durante tutta la durata del festival: quello di un luogo dove non c’è
mai il rischio che la situazione degeneri. Lo si sente nel campeggio
che, per quanto sia libertario e luogo di grandi bevitori ed
ascoltatori di musica pesante a tutte le ore, è assolutamente sereno
e gradevole. Lo si sente in tutte le interazioni con la gente durante
i concerti, in coda, in spiaggia. Lo si sente, soprattutto, nel pit.
La cosa mi scalda il cuore: ma allora esiste, un luogo dove si
ascolta beatdown hardcore, c’è tanto e denso pubblico, c’è
gente che fa mosse codificate e ciononostante non c’è un pericolo
costante e gratuito! Di quel vero e proprio “crowdkilling” fine a
sé stesso che tanto ho criticato nei miei articoli più controversi
(quello sui Pogo Car Crash Control, o ancora sui Turnstile) non se ne
vede traccia. Di gente che esprime il suo stile e soprattutto il suo
modo di vivere l’appetenza per l’adrenalina, invece, ce n’è in
ogni dove: gente di tutti i tipi sempre assolutamente apprezzabile. E
quando dico di tutti i tipi, dico davvero di tutti i tipi. Ci sono,
ad esempio, diversi bambini, di cui alcuni fanno stage diving! E, per
riprendere un adagio di poco fa, senza bambini non è una vera festa.
La cosa contribuisce ancora di più, in un circolo virtuoso, ad
incitare un clima di festa responsabile. E c’è pure una parte
dello staff che, per l’appunto, invita alla festa responsabile: un
team in gilet viola (“i’ colore più bello che c’è”) che
gira tra la gente per verificare che tutto vada bene e dispensare
tutto ciò che può essere utile alla salute: tappi per le orecchie,
acqua, biscottini. Adorabile.
Finisco le
mie impressioni a freddo con un paio di constatazioni sul pubblico.
Di recente ho visto un video di Fish56Octagon (che cavallo di razza!)
che raccontava la differenza tra i pubblici della scena trance e
garage in Inghilterra. Se agli eventi trance il pubblico è
ultra-amichevole, tutti parlano con tutti e c’è un sentimento di
curiosità, comunione e amore collettivo, a quelli garage l’atmosfera
è quella di restare “with your mates, with your clique” ed
emanando un proprio stile, una propria cazzonaggine, senza mescolarsi
troppo al resto. Ecco, l’atmosfera dell’Xtreme Fest è
esattamente a metà tra queste due. Si hanno costantemente tante
piccole interazioni, perlopiù di riconoscimento reciproco e
praticamente mai oltre l’apprezzamento reciproco. In due anni che
vengo, non ho mai avuto conversazioni profonde né scambiato contatti
con nessuno e sapete cosa?, va benissimo così. Se l’anno scorso
ero un po’ in incognito, “il tizio venuto per i Descendents”
con chi mi ha parlato, quest’anno con Alex e Théo ci siamo un
minimo fatti riconoscere, al suono di running gag stupide e insolenti
aperitivi da spiaggia. Soprattutto, ci siamo consolidati come un trio
delle meraviglie da riunire non appena si ripresenterà la
possibilità. Tutto ciò, in fondo, è dovuto all’atmosfera così
rilassata e al contempo propizia alle marachelle da pit e da
palcoscenico. E, vi devo dire, mi piace moltissimo.
Voto: 7
½, lads holiday
 |
| Moscow Death Brigade live @Family Stage (Xtreme Fest), Le Garric, 27 luglio 2024 |
In
dieci parole → Una volta nella vita bisogna “zguenare” nella miniera del punk!
Rock in the
Barn, Vernon (27), 7 settembre 2024

A
questo giro non è una citazione dei Righeira: l’estate sta finendo
per davvero. È iniziato settembre, è venuto un discreto frescolino
e l’atmosfera per strada, nei trasporti e in ufficio è quella di
un ritorno alla normalità, dopo l’ambigua parentesi estiva. Forse
per scacciare questa sensazione un po’ deprimente, il primo
week-end del mese è strapieno di festival, dappertutto in Francia. E
la tentazione è troppo forte per rinunciarvi, soprattutto perché
non è veramente estate se non si va ad almeno un festival da soli,
no? L’anno scorso optai per andarmene, io me stesso e me, al sabato
del Frisson Acidulé in banlieue Est parigina: fu una giornata di
musiche malvagie, più o meno sperimentali, da antologia. Purtroppo
però è una rassegna biennale, e quest’anno non c’è. I
cartelloni, in qualche modo, vengono comunque a me, e sono
soprattutto tre festival a tentarmi. Il primo è il Louzauenn:
line-up assolutamente esoterica, piena di gruppi di nicchia, tra cui
spiccano i misteriosi France, un’incredibile jam-band kraut-drone
che mi sono perso proprio l’anno scorso per vedere le glorie
post-punk locali, i Frustration (quest’anno ho l’impressione che
suonino a Parigi una volta al mese: inutile a dirsi, rimpiango). Il
cartellone sembra pieno di rivelazioni di una vita, il posto
fighissimo. Peccato che è in Finisterra e che ho finito le ferie.
Rinuncio con la convinzione, un po’ infausta, che probabilmente
morirò senza aver mai messo piede in Bretagna. Il secondo è il
festival L’Ouïe Pleure, nel villaggio di Serny (frazione del
comune di Enquin-lez-Guinegatte), Passo di Calais. Lì per lì,
quello che mi eccita dell’evento è la localizzazione geografica:
appena leggo l’indirizzo sbarro gli occhi: il giorno prima ero a
fare contratti di pale eoliche a letteralmente due numeri civici
dalla fattoria in cui si tiene. La coincidenza è ai limiti
dell’insensato. Dopodiché, mi spizzo il programma: un sabato di
indie-punk al cento per cento nelle mie corde (ci sono anche Canines,
la nostra gente), da mezzogiorno a notte fonda; una sorta di rave
party punk rock sfacciatamente DIY (puoi portarti persino il tuo
bere), in un luogo che ho ben presente e che so quanto sia bello e
campestre. La tentazione della mattata c’è e volendo, svegliandosi
presto, dormendo poco e affittando una macchina (dire isolato è un
eufemismo per questo posto), riuscirei anche a partire il sabato ed
essere già a casa la domenica. Per un istante, faccio la faccia del
Conte Mascetti quando considera di tornare dalla Titti per fare un
ménage à trois. Poi però mi prefiguro a Serny, solo soletto, di
fronte alla domanda: “Che cosa fai nella vita?” e un po’
impanico. Mica posso rispondere: “Hai presente quel campo, lì, in
lontananza? Voglio mettere delle pale eoliche lì”. O ancora, cosa
faccio se ci sono persone che ho già incontrato per lavoro? Le
situazioni di possibile imbarazzo sono inesauribili, meglio evitare.
Alla fine,
non bisogna nemmeno guardare troppo lontano per decidere dove andare.
Johnnie Carwash e Ellah A. Thaun, forse i due artisti francesi che
seguo con più fervore, suonano al Rock in the Barn la giornata del
sabato. È a Vernon, in Alta Normandia, praticamente periferia di
Parigi. Oltretutto Ellah A. Thaun ha tirato fuori un nuovo album
fotonico (ne riparleremo) e non la vedo da tanto. Per quanto riguarda
Johnnie Carwash... beh, si torna sempre dove si è stati bene, no?
Assieme a loro, una decina di altri acts. Mal che vada vedrò due
concertoni. È uno stimolo già sufficiente per prendere la tenda e
montare su un treno regionale alla Gare Saint-Lazare.
Location
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| Augusta live @Scène B (Rock in the Barn), Vernon, 7 settembre 2024 |
Come
previsto, arrivare a Vernon è veramente una bischerata, i treni sono
frequenti e costano pure relativamente poco. Appena si arriva alla
stazione i turisti si fiondano (o vengono cooptati) da navette di
tutti i tipi che portano alla Fondazione Monet a Giverny, a pochi
chilometri di distanza. Ashleigh e Brandon da Coleyville, Texas non
lo sanno, ma ce n’è anche una gratuita, un po’ nascosta rispetto
a quella a pago. Onestamente, l’avrei anche presa e avrei aggiunto
questa puntata turistica al mio viaggio in solitaria, se non fosse
che il museo mi ha detto che non mi fanno entrare con la tenda da
campeggio dietro, e che a Giverny non c’è nessun luogo in cui
depositarla temporaneamente. Che devo fare per andare a vedere un
ponticciuolo, un ruscello e due ninfee (non che non mi interessi)?
Andare in un deposito bagagli a Vernon perdendomi la navetta,
aspettare un’ora e mezza in questa cittadina, montare su, visitare,
scendere, mangiare, andare in campeggio e montare il tutto prima
dell’inizio delle danze (ore quindici)? Uno sbattimento insensato
e, soprattutto, che obbliga a svegliarsi presto il sabato mattina: no
grazie. Volendo, l’operazione è più fattibile la domenica.
Giudicate a seconda del vostro hangover (per me è, indovinate un
po’?, no grazie). Vernon, carico come un mulo come sono, non mi va
granché di visitarla, né oggi né domani, ma sembra senza lode e
senza infamia. Mi tengo l’immagine di un torrione medievale su cui
sventola una bandiera rossa con due leoni gialli e quella di una
chiesa gotica che si staglia nel cielo non appena si attraversa il
ponte sulla Senna. La Normandia, in breve.
 |
| Little cheeky IG story for the road |
Che cos’è,
per me, la Normandia? È meraviglia e inquietudine, è romanticismo
ottocentesco, è sturm und drang. Si può parlare di meteorologia
alla voce “location”? Non lo so, ma ve lo dico lo stesso: ha
fatto un tempo stranissimo, incomprensibile e spettacolare, tra
cumulonembi minacciosi di diluvio e scorci di sole laceranti. Quando
arrivo al campeggio, è dopo una pioggerellina notturna. Il terreno è
un po’ motoso: in questo silenzioso e cupo boschetto ai bordi del
grande fiume, mi inoltro a tentoni fino a trovare il punto giusto.
Sono le due e mezza e alle tre dovrebbe partire un traghetto per
andare alla zona dei palcoscenici. Mi informo un po’: in realtà si
tratta soltanto di un tizio che porta in là la gente con un gommone,
al modico costo di un euro. La traversata dura solo tre minuti, ma da
qui posso ammirare come si deve questo largo braccio della Senna, con
le sue isolette selvagge, il vecchio mulino, casupola che non si sa
come faccia a stare ancora in piedi su due pilastri diroccati, o
anche solo i lungo-fiume così diversi da Parigi o dalla mia
Asnières-sur-Seine… Insomma, ne vale la pena, piuttosto che
camminare cinque minuti in un boulevard anonimo.
Il sito del
Rock in the Barn, una volta superati i controlli (sotto il pontos, ma
stai schersando) si rivela in tutta la sua adorabile esiguità:
minuscola zona merch all’ingresso, due palchi (non si sono fatti
problemi, li hanno chiamati palco A e palco B), una sola zona bagni e
qualche punto di ristoro di qui o di là, il tutto all’aperto.
“Guarda, non è che c’è tanto da vedere”, diceva un antico
saggio, e il parchetto in due livelli su cui si tiene il festival è
proprio così: non c’è granché, ma tutto è molto bello. In
particolare, il livello A costeggia il fiume ed offre un’immensa
visuale del cielo, il livello B invece permette di avere nello stesso
colpo d’occhio la band che suona e i torrioni del Château de
Tourelles, imponente fortificazione del tredicesimo secolo. Non c’è
nessuna “barn” (il nome è un esubero dell’epoca in cui il
festival si teneva davvero in una fattoria) ma la cornice, per quanto
patrimoniale, è più rustica che sfarzosa, forse proprio perché
molto verde: si cammina sull’erba e si è attorniati di alberi. È
un luogo semplice, ma senza dubbio dall’estetica speciale.
Se in una
vera barn, ovvero la Ferme Electrique, le possibilità di decorare e
personalizzare il luogo sono quasi infinite, qui sono pari allo zero.
Ci sono un paio di strutture dove sedersi, ricavate da casse di
verdure et similia, vecchi sacchi di caffè che possono servire per
sdraiarsi per terra, poco più. Complimenti, però, a chi ha ideato i
bagni e urinali a tema: veramente bellissimi. Ho già esaustivamente
descritto il luogo: chiudo perciò la mia disamina in maniera un po’
volgare, con la mia top tre delle pisciate della serata. Al terzo
posto, quella nell’urinale a tema “digital”, con tanto di
tastiere e oggetti della “computer era” per distrarsi mentre si
evacua. Al secondo posto, quella nell’urinale a tema “reggae
ska”, piena di camei di Trojan Records e memorabilia delle band
incredibili di quel periodo di scambi tra Giamaica e Regno Unito a
fine ’70 e inizio ’80 ancora leggermente sottovalutato dalla
critica rock. Al primo posto per distacco e dankaggine, quella nel
bagno dei bambini (non mi ero accorto che lo fosse), che ho consumato
in ginocchio per ragioni di spazio, attorniato da simpaticissimi
Minions. Un meritato momento di punk involontario.
Voto: 6
½, Guglielmo il Conquistatore
Programmazione
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| Divorce live @Scène A (Rock in the Barn), Vernon, 7 settembre 2024 |
Ho avuto la
Ferme, un festival decisamente di nicchia, ho avuto l’Xtreme, un
festival decisamente specializzato. Quel che cerco dal Rock in the
Barn, è evidente, è un qualcosa di molto più immediato: il
conforto rassicurante di un festival generalista standard,
archetipale. A guardare la programmazione della giornata di oggi,
sembra proprio che ho scelto il posto giusto: il set acustico per
cominciare, l’indie per proseguire, qualche act pop e rock un po’
festaiolo e poi, al calar della sera, qualcosa di un po’ più
spingione, fino a una chiusa dance e un DJ-set finale. La ricetta
della felicità, né più né meno.
I set si
alternano tra i due palcoscenici, vicinissimi l’uno all’altro,
con massimo cinque minuti di vuoto tra un set e l’altro
(venticinque minuti circa a metà della giornata, verso le 21:45,
simbolizzati sull’affiche da un “a capo” di difficile
interpretazione; scemo come sono, sono rimasto sotto il palco).
Praticamente un’abbuffata di musica: non si ha il tempo di fare
niente se si vogliono vedere tutti i concerti, e si dà il caso che
io voglia vedere tutti i concerti. Vista la consecuzione così
inarrestabile di set uno dietro l’altro, è proprio il caso di
raccontarli uno ad uno in ordine di apparizione. Anche perché, vista
anche la maniera di presentarli al pubblico, e la diversità di
(quasi) tutti gli artisti gli uni dagli altri, quella del Rock in the
Barn non sembra una vera e propria linea editoriale, quanto più una
selezione, un best of di acts musicali meritori di essere chiamati a
montare una festa come dio comanda. Non è un demerito, anzi: se io
dovessi organizzare un festival, farei esattamente la stessa cosa.
Anch’io,
per esempio, metterei una cantante folk solista alle quattro del
pomeriggio. Augusta, accompagnata dalla sua sola chitarra, regala una
di quelle mezz’ore di delicatezza che mettono in pace col mondo,
deliziando il pubblico con canzoni più emozionanti che rilassanti, e
una voce intensa e sincera, malgrado e un po’ grazie anche alla sua
timidezza. Seduti davanti alla francese sul prato del palco B
(dategli un vero nome, per dio), penso che in molti, dei non molti
che eravamo, ci siamo detti che forse è questo che intendono i
giovini di oggi con l’espressione: “touch grass” (e magari
qualcosa di più dell’erba, anche The Beetles and the Bugs). È bello finché
dura ma, vista anche l’affluenza crescente, arriva il momento
abbandonare questa leggiadria con qualcosa di più sostanzioso. Li
conoscevate i Divorce? Io mai nemmeno sentiti nominare (reggetevi
forte, sono tante le scoutate di oggi). Eppure questi giovanissimi di
Nottingham, con solo due EP al loro attivo, sembrano destinati a un
futuro roseo. Sono in quattro (bene), con voce femminile e maschile
(benissimo) e fanno una musica che, se nella vita si volesse
scegliere la strada più facile, la si potrebbe scampare definendola
“indie rock”. La strada più facile, lo sapete, non fa per me,
perciò la sparo grossa: tutto, nel loro set, urla al ritorno di un
genere che è diventato quasi offensivo nominare (ma perché poi?):
il pop-rock. Sarà che Romance dei Fontaines D.C. sta spopolando,
sarà che gli Oasis si sono riuniti, ma la musica leggera e
orecchiabile dei Divorce, tinta di chitarre anche distorte ma mai
abrasive, mi porta questa suggestione. È una musica estremamente
godibile (con Gears e il suo ritornello così 2000s si frescheggia), a tratti anche
profonda (splendida la power-ballad, anche un po’ big-thief-iana
Eat My Words),
sorprendentemente di impianto più americana che britpop: su Checking Out sento persino eco dei No Doubt. Da
sorvegliare.
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| DITTER live @Scène B (Rock in the Barn), Vernon, 7 settembre 2024 |
Il
crescendo procede bene, in maniera anche troppo spedita, perché dopo
questo venticello arrivano i Johnnie Carwash che per me sono sempre
un tornado di ritornelli del cuore. Non mi soffermo tanto su di loro,
già largamente coperti tempo fa: performance esiziale come al
solito, in cui spicca una Forever Yours
da dieci e un solo di basso suonato coi denti mostrando il logo “More
Women On Stage” sul dorso dello strumento (e in effetti la
programmazione di oggi rispetta lo slogan: kudos!). Mi permetto di
dire giusto giusto due parole sul pubblico: un po’ smorto, forse?
Parlando a giro, però, risulta che hanno tutti apprezzato il set,
per molti è stato il migliore della giornata. La gente è stata più
twee che punk, in ogni caso. Alle cinque e mezza del pomeriggio,
sfido io.
La
sezione di un’ora e mezza di musica che arriva alle sei e un
quarto, prima con Maddy Street e poi con DITTER, è forse quella che
ha più coerenza nella giornata (e che mi emozionerà di meno). È
certo che a quest’ora c’è bisogno di musica divertente e Maddy
Street la sa propinare, saltando da tutte le parti e cantando (con
quasi tutto in base, ma quantomeno una bassista/chitarrista live)
canzoni simpatiche e volutamente poco coerenti dove, tra beat trap,
ritornelli pop-punk e strofe house-rap con la cassa dritta (Villains, pezzo che vedrei benissimo su FIFA, è il parossismo di questo mischione), non si capisce davvero che
genere si stia ascoltando. Presenza scenica, check, simpatia, check, e
in questo contesto mi basta per non bocciare l’artista
anglo-francese (che fa di tutto per flexare questa doppia identità,
con un sacco di barre alla “lo so fare in due lingue” buffe anche
se un po’ forzate). Musicalmente, però, non mi sento trasportato
e, siccome è musica gggiovane e sicuramente con un suo potenziale di
viralità, invento un genere che nella mia testa nasce e nella mia
testa rimane: “brainrot rock”. Lo dico senza cattiveria, da
adepto del doomscrolling pure io, ma in fondo è quel che penso:
quando è rock ma non c’è una band, quando è rock ma non riesce a
fare a meno di svariare nel rap e nell’elettronica, è lì che
l’essenza del rock mi si va a disperdere nel campo minato delle
problematiche delle nuove generazioni: soglia dell’attenzione
bassa, assuefazione a certi suoni artificiali, allontanamento
dall’artigianato, etc. Se è fatto con così tanta personalità, mi
va bene. E lo stesso discorso, in minor misura, lo applico anche a
DITTER, trio basso, chitarra, voce e drum-machine (base-machine?).
Seppure alcune delle loro canzoni, sonicamente situate tra il pop e
il post-punk, siano discreti vermi da orecchio con una replay value
notevole (Follow No One
pezzone indiscusso), finisco ad accantonare anche questa band nel
cassetto del brainrot rock, più che altro per la presenza scenica
minimalista e la gratuità di certe pose tardo-capitaliste della
cantante (recentemente si parla di “indie sleaze” ma non approvo
la dicitura, preferisco “rent rant”). Nel mio momento di massima
cattiveria, arrivo persino a scrivere un messaggio ad Alex in cui
paragono la loro musica a quella di Chloe Slater, cantante divenuta
una sorta di inside-meme (perché troviamo la sua musica pretenziosa
ma in fondo siamo innamorati di lei). Ovviamente sono esagerazioni e
maldicenze: DITTER sanno scrivere molto bene, l’ultimo EP ha
canzoni valide e se trovano una quadra personale e sincera hanno
tutto per fare un disco che mi entri nel cuore, un po’ come hanno
fatto gli 100 gecs col secondo LP, dopo che avevo disprezzato il
primo. Applausi di incoraggiamento.
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| Ménades live @Scène A (Rock in the Barn), Vernon, 7 settembre 2024 |
Il
concerto di Ménades, in sul calar del sole (davanti alla Senna, con
una luce bellissima), porta un’altra tendenza da gggiovani alla
quale mi sento però più vicino, quella di un rock, anche
simpaticamente hard, molto retrò e revivalista ma soprattutto molto
stiloso e sexy. Se fatto bene, è un genere che approvo e applaudo, e
quello di Ménades è fatto decisamente bene. La band che viene a
sostituire l’annullata Ellah A. Thaun (mi è mancata, zio pera…)
non le manda a dire: grande ricerca del suono, grande intensità,
grande complicità e, ciliegina sulla torta, una presenza scenica
esondante. Soprattutto, bellissime canzoni che non annoiano mai:
brillano tanto le canzoni del loro EP più punk rock Cramée (2022)
come la grooveggiante cavalcata Cramée
o l’inquieto rock ‘n’ riot di Autoroute,
così come anche i nuovi singolacci, che promettono una potenziale
nuova iconica release. Persino il passaggio alla lingua inglese della
sensuale Angels Drive Fast
convince appieno: il riff è contagioso e la voce della cantante si
presta benissimo al rock da Route 66. Il concerto è piuttosto
trionfale e mi porta a un’ultima, semplice ed anti-italiana
riflessione: in un mondo giusto, al posto dei fottuti Maneskin, ci
sono loro.
È
calata la notte e si svegliano i lupi. Arrivano, in particolare, due
set studiati apposta per radere al suolo il posto e chi lo abita. Il
primo è quello di J.C. Satàn, il classico gruppo garage rock
composto da individui di mezza età dallo stile alternativo che,
prima ancora che attacchino a suonare, li vedi e sai che ti
devasteranno le orecchie. Ed è così. Io penso che, quest’estate,
di distorsioni così… beh, sataniche, non ne avevo ancora sentite.
Provate ad ascoltare Satan II:
il suono di basso e chitarra è composto al 95% di materie grasse. La
band bordolese trasforma un palco B (Palco Castello, era così
difficile?) rimasto completamente al buio in un vero e proprio
baccanale, uno dei mosh-pit più strani e disordinati che abbia mai
visto. La loro è una reunion, dopo ben sei anni, a base di “noi
non suoniamo… cioè, sì, quando ce lo chiedono veniamo” ma, uno,
non si nota nemmeno talmente sono affiatati, due, è un peccato
perché il loro sound, quello di una casa dei divertimenti dove
perdere la testa (No Brain No Shame!)
mentre sale la puzza di bruciato, è troppo “nostro” per non
essere un punto di sicurezza dell’attuale scena musicale. Sperando
che siano tornati per restare, non posso che consigliarveli. E quando
sembra che più bordate non siano possibili, sul palco A (Palco
Senna, che ci voleva?) arriva la più grossa pontatina dell’edizione:
VLURE. Sono in cinque, sono scozzesi e marcissimi (pantaloni Adidas e
petto nudo, tutto un programma) e portano un suono assolutamente
estatico: tra la trance d’antan e il post-punk moderno per le
masse, con un modus operandi da coldwave revival, quella dei
glaswegian è veramente “new dance”. A volte barocca e quasi
pacchiana (This Fantasy
con i suoi sample vocali da vecchia EDM), a volte cruda e cupa
(Shattered Faith
colonna sonora di un ipotetico Trainspotting al neon), la musica di
VLURE è una di quelle tamarrate raffinate che trasformano una prima
serata in notte fonda (sono le dieci, sembrano le tre). L’highlight
assoluta? Una Cut It
che per me è già instant classic: impossibile non ballare e,
soprattutto, sudare al ritmo forsennato di questi promettentissimi
pazzi, vestali del fuoco di una potenziale tendenza mainstream che onestamente,
se diventasse di gran moda, difenderei a spada tratta. Sintetici
eppure band vera, elettronici eppure tanto rock. La sorpresa della
serata.
 |
| J.C. Satàn live @Scène B (Rock in the Barn), Vernon, 7 settembre 2024 |
Nel nostro
orologio interno (che risponde, in parte, anche al fegato) si è
fatto tardi, e arriva un ultimo act prima del DJ-set: alle undici di
sera Carriegoss, sotto al castello, è da sola. Con lei, solo un
microfono e dei synth, maneggiati con maestria per farne fuoriuscire
un synth-pop che chiamare nostalgico sarebbe un eufemismo. Sembra una
risposta francese a Desire e Johnny Jewel, ed è completamente
inaspettato. Il o i compari che mi sono fatto a quell’ora della
notte arrivano davanti al palco e dicono: come, è tutto qui? Sì, è
tutto qui. Non seguirò l’interezza del set, ché già mi sono
fatto praticamente sette ore di concerti filati, ma approvo al cento
per cento questa scelta di puro decadentismo che, grazie anche a un
volume che fende l’aria su lunghe distanze, sarà la colonna sonora
di un gironzolamento notturno avventuroso di cui ormai ricordo
abbastanza poco.
Vi
avevo detto che volevo a tutti i costi il DJ-set di chiusura? Sì, lo
esigevo proprio. Non sento un DJ-set di chiusura come dio comanda da
quello di Dave P al Primavera Sound. Ed ecco allora che il Rock in
the Barn mi dà buona uva: direttamente da Le Havre (la città di
Normandia che più mi rivendico), mister DJ Vif Argent. Vinyl only,
transizioni a volte raffinatissime a volte alla carlona e soprattutto
un’attitudine straordinaria nel portare una selecta senza confini.
Iniziando con ritmi latini psichedelici (sapevate che oltre al
Segundo esiste anche un Compay Quinto?, io prima di sentire El Diablo no) che attirano le folle, il
nostro accende il dancefloor un pezzo dopo l’altro con vecchi
dischi degli anni ‘60, blues rock sfrenati, musica che senti
grattare. A un certo punto parte Stop the Rock degli Apollo 440, in un
flash-forward ai giorni nostri che mi fa volare, e da lì non smetto
di ballare. Drum ‘n’ bass (nelle sue accezioni più commerciali,
spesso le migliori), dance-rock, tanti trucchi per tenerti sempre col
fiato sospeso. Faccio per andare in bagno ma parte Divide
& Conquer degli Idles, che con gli
FX giusti è come vestita di specchi, e rinuncio ai miei bisogni
corporali per godermi questo capolavoro di DJ-istica nelle prime
file, attorniato da un pubblico che è tutto una vibrazione (quasi
solo per merito di Vif Argent, in realtà). Si avanza con incursioni
sempre più frequenti nella house e nella techno, con anche chiamate
interessanti (mi ero scordato che Succhiamo,
che dal vivo l’anno scorso non mi ha detto nulla, in realtà
spacca). Poi, alla fine, quando ormai la dancefloor è al suo culmine
(e tutto lo staff balla sul palco), parte l’ultimo pezzo: The Fever (Aye Aye) dei Death Grips. Lì
proprio non ce l’ho fatta, ho cominciato a contorcermi in tutti i
sensi. E poi ho stretto la mano a DJ Vif Argent mentre si sporgeva
dal palco, anche se gli avrei voluto dare un abbraccio. Che eroe.
 |
| VLURE live @Scène A (Rock in the Barn), Vernon, 7 settembre 2024 |
Non so se è
esattamente così che si programma il festival rock generalista dei
miei sogni. Non precisamente, ma quasi. Di sicuro, è esattamente
così che lo si chiude.
Voto: 7-,
ascolto un po’ di tutto
Organizzazione
Dopo
innumerevoli lodi tessute nei confronti della sicurezza di questo o
quel posto, al punto da sembrare quasi un politico di Fratelli
d’Italia che si congratula con il lavoro delle forze dell’ordine,
arriva il momento di protestare. Non che io abbia niente da
nascondere (in realtà sì: una bottiglia di rum in un taschino della
tenda) ma cazzarola, è possibile essere perquisiti come all’ingresso
di un carcere di massima sicurezza per entrare al fottuto campeggio?
No, non è possibile, ma è quello che mi succede, sabato alle due e
mezza del pomeriggio. Tastato ovunque, obbligato a svuotare l’intero
contenuto dello zaino e a mostrare l’interno di ogni contenitore,
tutto questo solo per entrare in una radura con quattro tende in
croce? Ma fateli all’ingresso dei concerti i controlli seri, no?
Vabbè.
 |
Quando la safe word è il nome del tuo gruppo doom metal preferito... |
Piccato da
queste esageratissime palpazioni che manco Morrissey in aeroporto, mi
installo e voglio solo andare all’apertura dei cancelli delle tre.
I responsabili del campeggio, contrariamente al security che si crede
a Ground Zero, sono semplicemente dei ragazzi come me, rilassatissimi
e pure un po’ disorganizzati. Chiacchiero un po’ con loro, riesco
a negoziare il mio attraversamento navale in solitaria ed arrivo
finalmente all’interno del Rock in the Barn. Qui un altro errore di
organizzazione: essendomi stato promesso il DJ-set di un tale Barney
in un luogo chiamato “Dome” (altisonante, Dome, mica come palco A
e palco B; ultima volta che critico questa toponomastica ma sappiate
che influisce), io mi aspetto di bermi un aperitivino simpatico o
persino danzante sotto alla palla specchiata con un bel funky, o
qualcosa del genere: col cazzo. Barney è il venditore di vinili, un
tipo anche simpatico, un nerd devastante in ogni caso. Sta
semplicemente mettendo dischi, in un impianto di volume bassissimo,
in sottofondo al suo negozio (che è un gazebino: Dome una sega). Mi
ritrovo a non fare una mazza per un’ora circa. Non è gravissimo,
però spiegatele meglio le cose.
In quanto ai
servizi, non posso lamentarmi troppo: bar, acqua potabile e bagni
sono molto agevoli (un po’ di code per le donne in certi slot orari
strategici, va detto), e il servizio ristorazione… beh, forse
perché ho fatto una lautissima colazione e pranzato tardi, forse
perché sono circondato di parigini e si sa, l’hobby principale del
parigino è saltare la cena… Insomma, è finita che non ho
veramente cenato. Oltre alle birrette, il mio apporto calorico è
derivato solo dai dolci (molto buoni quelli alla frutta, un po’
secco quello al cioccolato) dispensati da una simpatica famigliola
con tanto di bambini al seguito. Due euro per pezzi generosi, non ci
si lamenta.
La verità è
che, se mi sono saltato la cena, è perché la formula “due palchi
ad alternanza serratissima”, quando ogni act è interessante (e
così è stato) diventa sfiancante. Sono limiti miei, lo capisco, ma
forse una quindicina di minuti tra un concerto e l’altro non
avrebbero fatto male a nessuno. E se proprio vogliamo parlare di
organizzazione degli slot concertistici, un’altra piccola critica
mi sento di farla: se fai suonare DITTER prima e Johnnie Carwash dopo
hai fatto bingo, entrambi riscontreranno più successo di quello che
hanno ottenuto, ci posso mettere la mano sul fuoco. Detto questo
(prima le critiche ingrate, poi i complimenti), va detto che i booker
dei gruppi sono stati particolarmente bravi con le sostituzioni degli
act annullati. Il giorno prima, per esempio, hanno dovuto tirare
fuori la carta You Said Strange all’ultimo momento perché qualcuno
aveva dato buca. Ora, va bene che gli You Said Strange sono della
stessa Vernon, ma anche avere a kilometro zero un gruppo della
madonna che fa tour negli States e suona a KEXP, lì in caldo nel
caso del bisogno, beh, grande grande giocata.
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| ... e ti sei messo la T-shirt sbagliata 💀 |
Pare che
Ellah A. Thaun abbia annullato perché non aveva un set notturno
(ufficialmente: “condizioni insufficienti per esprimere al meglio
la nostra musica”) e del resto anche in una vecchia intervista
diceva che aveva rifiutato festival importanti perché proponevano la
sua band in orari inadatti. Avessimo avuto J.C. Satàn davanti alla
Senna alle 19:50 per fare a botte e poi il rituale di Arcane Majeur
al castello non appena cala una notte oscura, sarebbe stato perfetto.
Ma onestamente, vedere EAT in un set crepuscolare con un tramonto febbrile e
l’architettura gotica in lontananza sarebbe stato un capolavoro.
Mannaggia. Tirare fuori con pochi giorni di anticipo una band come
Ménades, detto ciò, è più che sufficiente e soddisfacente. E,
devo dire, nostrismo anche da parte della band che, il giorno dopo,
era nel regionale per tornare a Parigi, con tutto il gear, a pochi
sedili da me. Battuta facile ma: poche menate.
Chiudo con
una formalità che ormai, in Francia, è quasi una costante, ovvero
parlare di fonici e dire che non c’è “rien à signaler”. Tutto
perfetto: evidentemente gli insegnano bene il mestiere
Voto: 6, Don't Touch My Bikini
Attività
Di nuovo:
quando a un festival così piccolo è inevitabile dedicare il
novantanove per cento del tuo tempo alla (buona) musica, che attività
vuoi che ci siano?
Il sabato,
appena piantata la tenda, mi chiedono se voglio fare una sessione di
yoga gratuita in campeggio. Dovrei accettare per distendere le mie
tesissime membra, ma solo entrare nel tanto agognato sito del
festival può riuscirci, perciò rinuncio. È praticamente l’unica
attività da campeggio proposta. Niente di che, ma è già qualcosa.
Anche perché quando ormai sei nel parco del Château de Tourelles, a
parte i concerti, non c’è nulla. C’è del merch (essenzialmente
Johnnie Carwash: ce l’ho già). Ci sono dei dischi (solo in vinile:
non ho il giradischi e non voglio averlo). Puoi farti tatuare (ma poi
devo pogare: mai nella vita). C’è una stazione radio, ma io sono
qua per ascoltare la musica dal vivo, non registrata (a un certo
punto però stanno mettendo una canzone dei Carwash: mi avvicino per
ascoltarla e mi accorgo che i tre lionesi sono lì a farsi
intervistare).
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| Sicuramente una delle loop station di sempre |
Sì, in
realtà un’attività ganza c’è: Le Pyschotron. A poca distanza
dal Palco Castello c’è una tenda che ospita un’installazione
musicale interattiva fatta di numerosi strumenti, la più parte fatti
in casa e molto facili da usare, soprattutto i campionatori. Ci sono
i responsabili dell’ambaradan che vegliano non solo alla sicurezza
del loro materiale o a che tutti capiscano come interagirvi, ma anche
alla direzione musicale di questa jam session collettiva che inizia
alle tre del pomeriggio e finisce alle due di notte. Segue un po’
lo stesso concetto della stanza degli attrezzi della Ferme Electrique
ma è molto più orecchiabile, il che la rende abbastanza
irresistibile. Capita di passarci davanti, lasciare un urletto nel
microfono e andarsene, e magari resta lì in loop per due ore, ma la
parte più bella è quando DJ Vif Argent ha smesso di spinnare e la
Psychotron resta ancora aperto per mezz’ora. Ci si fionda un sacco
di gente, che balla anche (nella drum machine c’è un kick
perforativo in quattro quarti, niente di complicato), e francamente è
divertentissimo essere tutti protagonisti delle raffinate modulazioni
sonore di questa techno improvvisata di fine serata. Quando hanno
staccato tutto tranne il theremin che stavo aggeggiando da qualche
minuto, e interrompo i ringraziamenti dei patron di Psychotron
(ovvero The Jabberwocky Band, dei grandi!) con un’ultima scureggia
elettromagnetica, posso rivendicarmi ancora di aver suonato l’ultima
nota del festival. Non smette mai di emozionare, ‘sta cazzata.
Voto: 5+,
“Wait it was all music?” “Always has been”
Atmosfera
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| DJ Vif Argent live @Scène A (Rock in the Barn), Vernon, 7 luglio 2024 |
Abbiamo
conosciuto pubblici di gente studiata della banlieue, abbiamo vissuto
a fianco dei malati di punk del Sud-Ovest. Ma erano tutti boss
intermedi per prepararci a quello finale. Chi viene al Rock in the
Barn? Essenzialmente parigini che si fanno un week-end in Normandia,
ovverosia la categoria umana più odiata di Francia. In realtà ne
farei parte anch’io, ma non lo diciamo troppo in giro. Battute a
parte, qualche normanno c’è anche, ma la demografia che descrivo è
piuttosto accurata, e non sarebbe un problema, se non fosse che la
pariginità-in-week-end-in-Normandia è tutto un mood e in the Barn
la si sente nell’aria, ha l’odore del propano pronto a prendere
fuoco. In cosa si traduce precisamente? Casinisti.
Oh,
veramente, io non ho mai visto così tanta gente fare bordello
gratuito e fastidioso come al Rock in the Barn. La gente vuole
sfogare al massimo la sua energia: un tizio con cui per un po’ ho
seguito i concerti ha saltato non-stop in maniera incontrollata per i
primi quattro set; poi era ubriaco e si è addormentato in campeggio
alle 21, svegliandosi il giorno dopo con enormi aloni di sudore sulla
maglietta. La gente vuole essere molesta: un gruppo di ragazzi, al
concerto di Ménades, cominciano a fare crowd surfing fallimentari,
spruzzano birra ovunque, me ne versano mezza sul viso (“per me è
il test della personalità, se te ne lamenti sei un rompipalle”).
Se sei un fanatico di Jackass ti stanno simpatici per forza, perciò
a me è andata bene, ma si sono fatti odiare da un sacco di gente.
Nelle mie mie uniche interazioni extra-concerto (assai brevi, e non
ero sanissimo) la poca gente normale mi è sembrata un po’ snob.
Semmai, durante il DJ-set e il ritorno verso le tende (un piccolo
viaggio della speranza, anche se sono pochi minuti tutti a diritto),
lì ho trovato gente simpatica e festaiola in maniera più o meno
sana. Gente con cui avrei anche apprezzato fare amicizia, ma era un
po’ troppo tardi.
Un ultimo
plauso speciale, semmai, lo voglio fare allo staff, quello più
informale, i cosiddetti “gestori del campeggio” (che magari
avranno lavorato come pazzi ma ai miei occhi son due tizi che stanno
lì a non fare granché). Appena rientro nel campeggio sento una voce
dietro di me che fa: “Sei tu quello che si è gasato per i Death
Grips?”. Ne è conseguita una conversazione piacevolissima al
termine della quale mi hanno reso la boccia che mi avevano
confiscato. Prendete nota, così si gestisce un campeggio.
Insomma, il
Rock in the Barn non è un luogo dove si creano per forza sinergie
umane memorabili e sensazioni di amicizia collettiva dal primo
all’ultimo minuto. La ragione è forse la sfrontatezza del parigino
in trasferta?, la sua altezzosità?, o forse il fatto che c’è
sempre musica non-stop in uno spazio limitato e quindi la gente si
sdà più del dovuto, tralasciando la comunicazione e la scoperta?
Chi lo sa. Fatto sta che per me la giornata finale del Rock in the
Barn, nonostante le numerose chiacchierate a destra e manca, è
consistita essenzialmente nell’arrivare, installarmi, sentire
musica, dormire, levarmi dalle palle.
Ma sapete
cosa? Non c’è nessun problema. Que viva la música, coño!
Voto: 5
½, putain de parisiens
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| La nostra gente |
In dieci
parole → Una dose da cavallo di musiche del presente, vicino Parigi