martedì 21 novembre 2023

Life Lately (Novembre 2023) - Alfa Mist, Deerhoof, Superchunk, The Magnetic Fields, Fucked Up


Dal momento dell’apertura del blog di Stereo Totale ad ora ho vissuto una “winning streak” perfetta. Scrivere, in quantità e con ispirazione, non mi era mai stato così facile. Ovviamente, c’è un trucchetto. Se ci fate caso tutte le serate di cui ho parlato finora, susseguitesi con un ordine pressoché perfetto, hanno tantissime cose in comune: band che ho quasi sempre già visto dal vivo, perlopiù francesi o di paesi limitrofi, e tutte che fluttuano in quel magnifico strato di aria tra l’underground e la consacrazione, quella mesosfera nel quale noi piloti della musica “di nicchia” amiamo fare le evoluzioni aeree più audaci coi nostri velivoli. Per un cronista in erba e ancora alle prime armi come me è stata una fortuna inaudita quella di avere un settembre/ottobre strutturato così: ho potuto presentare ai miei lettori qualcosa di nuovo ma che già conosco, e soprattutto parlare di band di cui probabilmente in Italia si sa ancora poco o nulla. Non si pensi però che nella vita vado unicamente a concerti di gruppi garage rock con un bacino di utenza di grandezza medio-bassa. Mi capita al contrario piuttosto spesso di andare a vedere artisti ben affermati, ai quali riviste importanti hanno già dedicato pagine su pagine di interviste, recensioni e retrospettive. Capite bene che diventa molto più complicato scrivere qualcosa di completamente inedito. Non per questo trovo inutile tirare giù sulla pagina qualche riga di testo sul mio punto di vista riguardo a quello che musicisti famosi propongono oggigiorno sul palco. Amo la musica e amo parlare di musica su questo spazio, e siccome su Stereo Totale non esiste una vera e propria “linea editoriale” oggi ci divertiremo a uscire dai sotterranei dei gruppi emergenti per toccare con mano nuove realtà (e nuove sale concerti, e nuovi opening act, e nuovi generi, e nuove persone, e nuove emozioni)…

Ecco perciò “Life Lately” una piccola rassegna che racconta alcuni concerti degli ultimi tempi. Una blog entry magari un po’ più lunga della media, ma anche divisa in piccoli capitoli, in cui ai lettori è concesso anche di andare a guardare solo quello che gli interessa. Ancora non ne so nulla, ma penso proprio che non sarà un unicum e probabilmente diventerà una rubrica frequente.

Cinque concerti. Pronti, via.

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Alfa Mist – Quando la carovana del jazz contemporaneo arriva in città

Alfa Mist live @La Lune des Pirates, Amiens, 04/11/2023

Quest’estate ho regalato alla mia amica Sophie una finta smartbox di marca Reric, un buono omaggio per un concerto di sua scelta e un’accoglienza parigina di tutto rispetto. Il giorno che Sophie ha “appizzato il Songkick” (gergo da giovani) per vedere quale evento avrebbe potuto riportarla in città, è rimasta scottata dal fatto che la venuta del suo idolo Alfa Mist a Parigi fosse incompatibile con l’agenda della sua vita digionese. Ci viene però segnalata la notizia improbabile che il pianista inglese avrebbe portato la sua band un sabato sera ad Amiens, nel dipartimento della Somme. Della Somme è difficile conoscere molto, a meno di essere esperti della Grande Guerra o di pale eoliche, che nella regione sono presenti in gran numero. Essendo un mestierante dell’energia del vento ho avuto la fortuna di conoscere abbastanza bene questa parte di Picardia, e Amiens, il suo capoluogo, è una bellissima città di media grandezza che respira tutto ciò che caratterizza questa parte del fare Francia Nord-Est: austerità, resistenza, fierezza e anche un po’ di impoverimento post-industriale. Perciò accetto con entusiasmo la proposta di un weekend piccardo a base di nu-jazz, case di mattoni rossi, canali alla olandese e piatti generosi dove la panna abbonda. Amo fare delle saltuarie sortite “en province”, amo ancora di più far incazzare Sophie, che teoricamente “en province” ci vive, pronunciando senza vergogna questa espressione un po’ dispregiativa.

Che poi, faccio tanto il fenomeno ma non è che qua la cultura dei concerti sia tanto dissimile da quella della capitale, è solo un attimo più sana e gradevole: l’apertura dei cancelli anche qui è presto, ma abbastanza tardi da prevedere una cena anticipata sensata, contrariamente a Parigi; le birre costano un pochino di più che al bar, ma almeno sono varie e di qualità, contrariamente a Parigi; la gente è cafona tra un set e l’altro, ma educatissima nel mentre che i gruppi suonano, contrariamente a Parigi. È chiaro che siamo al concerto-evento del mese: la Lune des Pirates, splendida SMAC (statale!) dalla capienza di 250 persone è strapiena al punto che è quasi difficile muoversi, e all’ingresso lo staff non sa più dove mettere i cartelli “sold out” per ribadire il concetto. Quello dell’opening act, il trio dei locali Verb, è quasi un piccolo trionfo. Nonostante la cinica ma giusta definizione di Sophie, “i ragazzi della scuola di musica”, devo dire che non disdegno affatto la performance di questi giovanissimi: intanto hanno la miglior line-up jazz possibile, ovverosia piano, basso e batteria (come il Bill Evans Trio); poi gli devo riconoscere il merito di avere delle composizioni originali carucce, dei temi orecchiabili e qualche idea riuscita (Colonel Macmontgomery, per esempio, si fa ascoltare con interesse), a discapito degli assoli che sono pochi e non particolarmente emozionanti.

Ovviamente siamo qui per il main act. Prima di parlarne, però, mi concedo di fare un piccolo inciso. Chi mi legge si sarà accorto che, per ora, di musica jazz non si è proprio mai parlato. In realtà il jazz, soprattutto per la natura molto colta della sua critica (inserire copypasta di Scaruffi sulla critica rock), è un macro-genere del quale non mi sento troppo a mio agio di parlare davanti a un pubblico generale. Il rischio è sempre quello di passare per una persona che parla senza saperne nulla. Penso che sia un complesso che in molti hanno, nel microcosmo di chi scrive di musica. Perciò mi concedo questa piccola parentesi che è quasi un’ammissione di colpa: contrariamente al rock, dove mi concedo di fare ponti tra sottogeneri e scuole di pensiero o altri pindarismi, io il jazz lo valuto “a pelle”. Mi piace ascoltare i grandi classici del bebop, del cool jazz, dell’hard-bop e anche mettere su del jazz contemporaneo piacione quando me ne viene voglia (non disdegno un Branford Marsalis, con immenso scorno di amici per cui il jazz rappresenta un mestiere, e che trovano questo tipo di ascolti deplorevole). Non traggo troppo piacere dal free-jazz, dall’improvvisazione libera o dal post-bop troppo avanguardista (The Bad Plus è la cosa più “spinta” che io possa ascoltare). Insomma, per farla breve: quel che amo sono le alternanze di assoli, le forme dei brani immediate, tema-solo-solo-tema, le melodie memorabili, la maestria dei musicisti. Soprattutto quest’ultima cosa: amo vedere un gruppo in concerto e dire: “Porca vacca, come suonano bene”. Sarà una visione semplicistica, ma non ci posso fare granché, a parte, come direbbe qualcuno, “farmi una cultura” e ascoltare nuovi dischi uno dietro l’altro invece di rimettere su la solita vecchia compila di Charlie Parker. Ma non so se mi va.

La bellezza del jazz, nonostante tutti questi discorsi che denotano più insicurezza che altro, è che alla fine è una musica che ci parla anche se non ne siamo o non vogliamo esserne esperti. Ad esempio l’ultimo disco di Alfa Mist, Variables (2023), mi ha molto colpito: un album che sa riprendere forme di swing classiche con eleganza e riuscire a essere sia brillante sia un po’ tenebroso, con quel savoir-faire piovoso che si trova solo nel Regno Unito. La più grande referenza che ho sempre avuto di Alfa Mist però è il suo classicone, Antiphon (2017), un album che è stato su tutti i consigliati di Youtube del mondo, ma che ha oggettivamente grande personalità, proponendo un universo sonoro capace di piacere sia ai puristi del genere sia agli amanti di nuove correnti più easy-listening definite (da chi poi?) con l’etichetta “lo-fi”. Cosa mi aspettavo perciò da Alfa Mist? Fermo restando che non sono un grande esperto dell’artista in questione, quando ho visto il quintetto di inglesini imberbi montare sul palco, con sullo sfondo un bellissimo video di acquerelli in stop-motion, non ho potuto fare a meno di immaginarmi un concerto delicato, pieno di ritmi hip-hop che avrebbero fornito il giusto sottofondo per far brillare il frontman e il suo piano elettrico. E invece.

La performance che segue è quasi abrasiva: la chitarra elettrica si concede spesso e volentieri bending asprignoli, la tromba spinge sugli acuti, il basso elettrico sarà quasi sempre preferito al contrabbasso, creando una coltre di frequenze cupe densissima, e soprattutto l’eccezionale batterista propone uno stile “hard” che non si fa scrupoli a mettere accenti sul crash sconquassando tutti gli avventori della Lune des Pirates. Alfa Mist ha soprattutto il ruolo di mettere dell’ordine e dell’equilibrio in questo esaltante assalto, con accordi dolci e sfumati, ma se vedessimo la band senza saperne nulla faticheremmo a definirne un leader. I momenti solistici del pianista non sono tantissimi, e coincidono, per l’appunto, con quell’approccio moderno e un po’ hip-hop che ha reso celebre Antiphon: è splendido, per esempio, l’intermezzo in dilla-beat di Organic Rust, dove Alfa Mist fa anche un po’ di rap. Ma, per l’appunto, i brevi passaggi che riportano al cosiddetto “lo-fi” sono solo intermezzi, e il resto del concerto è più orientato su una sorta di hard-bop contemporaneo estroso e potente, non privo di dolcezza, ma sempre pronto a esplodere con intensità, come nell’inquieta Variables. Infine, quasi ogni pezzo viene introdotto da uno strumento che, completamente solo, anticipa la canzone per un minuto o più. Tutti i solisti sono fortissimi, e perciò la domanda che sorge spontanea a tutti è la seguente: ma che cazzo ci fanno ‘sti mostri un sabato sera ad Amiens, in questo bugigattolo che non ha nemmeno un backstage?

Continuo a pormi la domanda anche mentre la band attraversa tutta la sala e sale le gradinate per tornare dietro le quinte tra gli applausi, dopo averci deliziati chiudendo con l’iconico e sfizioso funkettone di Brian. Il pubblico della “provincia” è abbastanza in visibilio, anche se c’è chi ha trovato l’approccio live del gruppo troppo estremo. Io non sono d’accordo e controbatto: che fortuna quella di aver visto da vicinissimo dei giovani talenti di questo livello. Una vera e propria iniezione di meraviglia. Torno su quel che dicevo prima: io del jazz amo il lato strabiliante, immediato, forse persino spettacolare, che è quello che stasera Alfa Mist ci ha portato.

Perciò mi do la risposta che vorrei sentirmi dare. Cosa ci faceva il quintetto di Alfa Mist, ad Amiens un sabato sera? Nulla, passavano dalla Picardia con la loro carovana e si sono fermati in città per una sera. 

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Deerhoof – Nella ricetta dell’allegria c’è sempre un pizzico di rumore

Deerhoof live @La Maroquinerie, Parigi, 07/11/2023

Nei vari shoutout ai miei amici che ormai popolano gli articoli di Stereo Totale c’è un nome che non ho ancora mai citato ed è quello di Lauren. Direttamente da Orange County, California, la mia amica Lauren è al contempo un esempio di francofilia definitivo e un rifugio di sana americanità che sono contentissimo di avere nella mia vita. Ci siamo conosciuti perché lei voleva fondare una band di variété française pura e dura, e cantava cover di Véronique Sanson insieme ai suoi inediti, scritti con grande professionalità. Nonostante la sua missione culturale franco-francese, capii subito che Lauren era piena di sorprese: nella prima sera in cui ci siamo parlati mi ha fatto scoprire i Deerhoof, il gruppo noise-rock più matto che io conosca. Quest’estate era il suo compleanno e quindi le ho regalato il concerto di questo suo gruppo-feticcio, una band che lei ascolta da più di dieci anni. Capita proprio in questo inizio novembre, un momento in cui per varie vicissitudini e per voglia di conoscere nuova gente ci vediamo più spesso del solito. Abbiamo trovato un bell’affiatamento nel rapportarci al mondo esterno: lei, come del resto tutti gli americani, è campionessa di attaccamento conversazioni con gente sconosciuta; io, da semplice estroverso, seguo e mi diverto.

Quando ci incontriamo, stasera, siamo in preda ad un’eccitazione febbrile: è chiaro che ci aspetta uno show unico nel suo genere. Io penso a un’intervista di Stephen Malkmus in cui lui diceva che i Deerhoof sono il suo concerto preferito (e la Fiorentina la sua squadra del cuore!), lei ride e mi fotografa davanti a un cartello in cui i Deerhoof chiedono gentilmente al pubblico di mettere una maschera contro il covid: ma quanto sono strani? Ci raggiunge Pauline, terzo tassello di un trio di amici nato tre anni or sono attorno alla voce di Lauren e che mi fa tanto piacere sia restato unito. Tra che non ci vediamo da un po’ e abbiamo tanto da raccontarci, tra che stasera abbiamo l’aspettativa di vedere qualcosa di grandioso sul palco, decidiamo di saltare l’opening act, un duo dadaista un po’ semplicione, dopo nemmeno due canzoni. Preferiamo approfittare del bar all’aperto della mitica Maroquinerie, uno dei mi locali preferiti a Parigi per varie ragioni: è nel quartiere Ménilmontant (a uno sputo da Belleville e altri luoghi d’interesse), ha la forma di un mini-anfiteatro, ha un bar all’aperto.

Quando l’ora si avvicina scendiamo in sala per vedere i Deerhoof, con la mascherina donataci da loro rigorosamente posizionata sotto al mento (dai su, ma si può mettere una mascherina anti-covid a novembre 2023?). Per chi non li conoscesse, una rapida descrizione della band. Nati nel 1994 a San Francisco, i Deerhoof da quasi trent’anni pubblicano dischi uno dietro l’altro ampliando costantemente il loro sound noise-rock sopra le righe. Attingendo tanto da free-jazz e affini, con ritmiche sbilenchissime e uniche nel loro genere, i nostri sono capaci di tutto: si passa dall’estremamente melodico al rumore puro. Unico fil rouge di una carriera prolificissima, le vocals leggiadre della cantante Satomi Matsuzaki, giapponese trapiantata in California che riesce a infondere bizzarria, ma anche delicatezza e persino eleganza a un universo sonoro pieno di follie e trovate inaspettate. In questi ultimi anni i Deerhoof sono in un momento di grazia, con la pubblicazione di album particolarmente riusciti: quello del 2021, Actually, You Can, è una delle mie release rock preferite del decennio e il recente Miracle-Level (primo album in giapponese, nonché primo album registrato in un vero studio!) riconferma una band che ha ancora tantissimo da dire.

All’interno della Maroquinerie, la nostra posizione leggermente sopraelevata ci sembra perfetta per vedere tutto quel che succede sul palco. Purtroppo ci sbagliamo: Greg Saunier, il batterista, è altissimo ma suona bassissimo, e non lo vedremo mai agitarsi sul suo kit ultraminimale (piatto, rullante, timpano, cassa), se non in qualche raro spiraglio della folla. In compenso, appena la musica inizia, mi rendo subito conto che sto ascoltando uno degli interpreti dello strumento più impressionanti della mia generazione: il suo piatto suona come quattro piatti diversi, idem per tutti gli altri elementi del kit, e le note che suona sono tantissime, piene di sfumature, mai dove te le aspetteresti ma tutte sensate. Mentre Saunier impazzisce sulle pelli (è lui il verso solista del gruppo) i due chitarristi shreddano riff impossibili, sinfonici e dissonanti allo stesso tempo. Una musica intellettuale, si potrebbe pensare a un primo approccio, ma non è così: i Deerhoof sono buffi, energetici, simpatici, ed è puro intrattenimento. Le canzoni si susseguono velocemente, una più speciale dell’altra, e se ne vorrebbe sempre di più. Le sfuriate chitarristiche si alternano a, o si fondono con, attimi di pura carineria: My Lovely Cat!, ad esempio, un po’ svolazza e un po’ punge, tra texture melodiche atmosferiche e la discesa dal cielo di chitarre taglientissime; Scarcity is Manufactured suona come una versione math-rock de La Bamba; Be Unbarred, O Ye Gates of Hell produce un sing-along esilarante nella sala (il testo parla delle verdure dell’orto) e alterna un tema principale di musica barocca in distorsione (!) con intermezzi di puro metal (!!!). La musica dei Deerhoof è una vera e propria pozione di buonumore, piena di nostalgie divertenti tipo la cover in tempi dispari della sigla di Supercar (Love-Lore 2) e momenti emozionanti come la sfuriata noise finale, di una violenza sonora che non fa sconti a nessuno.

Usciti dal locale, bevendoci un’ultima birra, notiamo che tutti attorno a noi sono su di giri, esaltati e soprattutto allegri. La gente chiacchiera senza inibizioni di argomenti vari ed esotici e soprattutto dice che ci vorrà almeno una buona notte di sonno per riabituarsi alla musica “normale”. È questo il potere dei Deerhoof: trasportarti in un mondo dove nulla è veramente al posto in cui te lo aspetteresti, dove tutto un po' stupisce, un po’ spaventa, ma alla fine ti mette sulla faccia un gran sorrisone. È un po’ come immagino la droga psichedelica perfetta.

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Superchunk – La musica adolescenziale vince ancora

Superchunk live @Supersonic Records, Parigi, 08/11/2023

Una decina di giorni prima dell’8 novembre ero a un concerto di Trotski Nautique (sì, un altro) e ho parlato con un giovane parigino dalle vedute molto radicali che mi ha detto testuali parole: “Al concerto dei Superchunk non voglio andarci, perché è una musica così adolescenziale che non posso sopportare di vederla suonata da un gruppo di cinquantenni”. Inutile a dirsi, ho detto al ragazzo in questione che è una testa di cazzo.

Sia detto: per me “adolescenziale”, se si parla di musica rock, sarà sempre un complimento: trovo eroica la capacità di trasmettere emozioni pure, crude e vivaci come se le vivessi per la prima volta, o ancora la bellezza di sentire in un’arte “adulta” la voglia di stupirsi ancora delle cose semplici ed efficaci, che si parli di una pausa prima di un ritornello, di una linea vocale arrogante, di una chitarra che si aggiunge all’equazione o di una batteria che raddoppia i colpi di rullante per alzare l’intensità. Se Giovanni Pascoli parlava della poetica del fanciullino, io in molta della musica rock che ascolto vado alla ricerca di quella del diciassettenne. Potrei passare ore ed ore a fare liste di artisti che, nel cercare di trasmettere emozioni “mature” suonano falsi e poco credibili, così come potrei citare un’immensità di gruppi che ancora oggi sono capaci di fare concerti o pubblicare nuovi album in cui non si fa segreto della loro mezza età, e con poche note farci risognare gli anni andati dell’adolescenza, periodo magico e nostalgico per eccellenza.

Nella mia testa, faccio defilare qualche nome che aderisce a una poetica adolescenziale. La prima cosa che mi viene in mente sono i gruppi punk californiani, che siano della prima scena melodic hardcore tipo i Descendents o dei loro continuatori morali, sia quelli più emo tipo i Jawbreaker o quelli più skater tipo i Cigar. L’altra scuola che ha reso grande la visione filosofica del sound adolescenziale sono i peripatetici dell’indie/slacker rock degli anni ’90: Pavement, Dinosaur Jr., Teenage Fanclub, etc. Per me i Superchunk sono sempre stati un “inbetweener” tra questi due approcci alla musica, un ponte che connette due mondi che amo alla follia. Ho sempre amato gli inbetweeners (per esempio, preferisco i metallari Helmet o i quasi shoegazers Swervedriver a gruppi grunge più “classici”). Inoltre, i Superchunk mi ricordano quei bellissimi sette mesi passati a St. Louis, Missouri, quand’ero in scambio universitario: fu proprio nel mio periodo “midwestern” che scoprii questa fantastica band power pop, dalle leggere velleità punk e un senso della melodia fenomenale. Inutile dire che ho saltato di gioia quando ho scoperto che il quartetto della North Carolina sarebbe passato da Parigi. “20 euro sono troppi”, mi diceva il testa di cazzo sopracitato. Allora valli a spendere altrove.

Il Supersonic Records, appendice del più celebre (e gratuito) Supersonic Club, è una bellissima saletta con amplificatori e memorabilia da fu record-shop sparsa sui muri. Non c’è tantissima gente e stasera i mei 25 anni abbassano l’età media sensibilmente. La gente con cui chiacchiero nell’area fumatori (un oggetto in via d’estinzione che è nostro dovere proteggere) sono quarantenni in giacca di pelle che hanno già visto i Superchunk dal vivo anni or sono. Li osservo mentre disquisiscono del periodo africano dei The Ex e mi ricordano comicamente i personaggi di Vernon Subutex, l’epopea rock di Virginie Despentes. L’opener non è veramente niente di che ma siccome sono da solo me lo sorbisco tutto. Poi, finalmente, i Superchunk.

Una band che avrebbe meritato molto di più, questo è il mio primo pensiero. Mac McCaughan, le due socie della sezione ritmica e il chitarrista pelato (il meno giovanile della band, perciò il più fiero) hanno un’energia lucente dal primo momento in cui montano sul palco. Le vocals lamentose del frontman non sono invecchiate in nulla e mi commuovono, mentre la batteria picchia (essenzialmente sul ride) e le chitarre sciorinano melodie su melodie. Le canzoni avanzano senza sosta e un secondo pensiero affiora, un po’ come il diavoletto che viene a rompere le palle all’angioletto sulla spalla. È un pensiero che, peraltro, mi sfiora spesso quando ascolto la loro musica: sono tutte belle queste canzoni, certo è sempre un po’ “more of the same”. Ma in realtà, più ci rifletto, più mi convinco che, come si dice a Firenze, “l'è i’ su’ bello”: ognuno può afferrare le sue personali hit da questo vento di melodie che soffia incessante. E perciò vedere i Superchunk è anche un’esperienza mutuata dal proprio vissuto. Io per esempio mi esalto con Hello Hawk (perché adoro Come Pick Me Up, specialmente il suo lato A), un altro giovane fan domanda a gran voce My Gap Feels Weird, riesce a farla inserire nella scaletta e festeggia con tutti quelli nel raggio di cinque metri attorno a lui (evidentemente questa deep cut è una canzone importante nella sua vita, che bella cosa). Scopro nuove perle del loro grande repertorio, tipo On the Mouth, uno sfrenato e oscuro B-side esclusa dal disco omonimo, che mi piace proprio perché mi ricorda quanto l’anima dei Superchunk sia profondamente punk rock. Il finale con Precision Auto (che di On The Mouth invece era l’opener) è davvero un bel regalino: il riff principale andrebbe messo nella versione digitale dell’Enciclopedia Britannica alla voce “teenage angst”. E ci dovrebbe essere anche un video dei Superchunk stasera, agitatissimi sul palco, che trasmettono un’energia che posso paragonare solo a quella di momenti vissuti tra i 17 e i 19.

Come tutte le cose belle, il concerto finisce e ho addosso un'eccitazione inspiegabile. Volevo andare a letto presto, ieri ho visto i Deerhoof, prima del concerto avevo persino sonno. Invece sono qua a farmi una bevuta di troppo con quel matto che faceva richieste poco lontano da me. La batterista e la bassista escono a smontare i loro attrezzi di lavoro e ne approfittiamo per scambiarci due parole. È il momento di giocarmi la mia carta e perciò decido di riciclare una frase che avevo usato nel mio programma radiofonico sulla “college radio” di St. Louis: “Next tour please consider playing Like a Fool, ‘cause it’s the Baba O’Riley of ‘90s indie rock”. Il programma si chiamava “Messy Hair”.

Spero di continuare a spettinarmi con la musica anche quando sarò vecchio.

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The Magnetic Fields – Avremo sempre bisogno di canzoni d’amore

The Magnetic Fields live @Petit Bain, Parigi, 11/11/2023

Il Petit Bain è sicuramente la mia sala concerto preferita in città. Ricordo ancora come se fosse ieri la prima volta che ci sono andato: era luglio 2015 e grazie a mio padre, che lavorava a Parigi, avevo rimediato un piccolo tirocinio di quarta liceo in cui passavo la giornata a sistemare gli archivi dell’università che anni dopo avrei frequentato. In quelle giornate, leggermente monotone, non sapevo troppo come occupare il mio tempo se non ascoltando thrash metal. In un’estate parigina particolarmente calda, ho un particolare ricordo di Beneath the Remains dei Sepultura che suonava ogni giorno. Un bel dì apprendo la notizia che gli Iron Reagan, side-project dei Municipal Waste (forse la band più leggendaria del revival thrash anni 2000), si sarebbero esibiti al Petit Bain. Fu una serata di grandi rivelazioni: non solo scoprii, con grande sorpresa e dopo tante incomprensioni con Google Maps, che può esistere una sala concerti nella stiva di una barca, ma feci anche il mio primo stage dive.

All’epoca non sapevo che un giorno avrei vissuto a Parigi in pianta stabile, ma capii che quel Petit Bain che galleggia sulla Senna nel tredicesimo arrondissement (il più strano, post-industriale e modernamente austero dei venti distretti) sarebbe stato uno dei locali del cuore della mia vita intera. Anni dopo, eccomi qua: al Petit Bain ci vado regolarmente, i concerti qui hanno un sapore speciale e la programmazione è splendida a ogni stagione. Tra l’altro, mentre vedevo un gruppo indie rock che risponde al nome di In My Head alla Ferme Electrique qualcuno mi fa: “Lo vedi il cantante? Si chiama Nico, è lui che fa la programmazione del Petit Bain”. Capelli alla J Mascis, cappello sempre in testa, quest’uomo molto ben riconoscibile è diventato la vittima costante dei miei deliri serali da quando sono stati annunciati i Magnetic Fields al Petit Bain. Ogni sera in cui lo incrocio, da mesi a questa parte (compreso il concerto dei Superchunk), gli dico: “Sei un grande per aver portato i Magnetic Fields al Petit Bain” oppure “I Magnetic Fields? Non penso ad altro, giorno e notte”.

Ovviamente, sono cose che penso davvero. Innanzitutto è davvero sorprendente vedere un gruppo così grande associato a questa sala, di grandezza medio-piccola. Stephin Merritt, il frontman del gruppo, è considerato da molti il più grande paroliere “indie” della storia del pop, e i Magnetic Fields non mancano mai nella conversazione quando le parole “indie” e “pop” vengono pronunciate a prossimità l’una dell’altra. C’è un’altra ragione, però, che giustifica la mia esaltazione per la venuta dei Magnetic Fields al Petit Bain, ovvero che sono il gruppo più importante dell’anno 2023 per me. In una domenica di questo febbraio, in cui non avevo niente da fare se non tante lavatrici, ho cominciato a vedere le prime avvisaglie della fine di una storia di amore che durava da due anni. Era il giorno perfetto per ascoltare 69 Love Songs e da quel momento in poi quel triplo album, praticamente perfetto, mi ha accompagnato e aiutato tantissimo durante un lungo periodo di separazione dalla prima fidanzata della mia vita francese. Il mio amico e consulente sentimentale Paolo, che avete già conosciuto nell’articolo sul Primavera Sound, 69 Love Songs mi aveva consigliato di ascoltarlo circa 5 anni prima. Come al solito, i consigli di Paolo li seguo con grande ritardo ma arrivano sempre al momento giusto.

L’annuncio dei Magnetic Fields a Parigi ha riportato Paolo in città e ci siamo di nuovo dedicati ad attività importanti come l’abbuffata di escargot, o i dodici chilometri di camminata giornaliera minimo. Quando entriamo al Petit Bain è stupidamente pieno: non è sold-out, è proprio oversold. Insieme ai nostri amici securizziamo un buono spot proprio in mezzo alla fossa, e nonostante la calca ci godiamo l’opening act di Ed Dowie, un signore inglese ormai stagionato il cui synth-pop, tenero e timido quanto lui, omaggia in maniera smaccata ma non spiacevole i Magnetic Fields dell’epoca Holiday e Get Lost, con giusto qualche sprazzo di folk britannico (vedasi Dear Florence, canzone che apprezzeremo molto pur non accorgendoci che è un omaggio alla nostra terra natale). Number Eight Wire sembra veramente un b-side dei Magnetici del ’94, e infatti quando, dopo quindici interminabili minuti di attesa, il quintetto newyorkese monta sul palco con sobrietà, Merritt si accomoda sul suo scranno con un’espressione quasi scazzata e dice che ha ancora in testa la melodia della canzone di Dowie.

I Magnetic Fields, e nell’ambiente si sa, suonano musica prevalentemente acustica, e a volumi molto bassi. Merritt ha perso parecchio udito a un concerto degli Einstürzende Neubauten (nostro), perciò facendo di necessità virtù ha fatto riarrangiare tutte le canzoni che contenessero una benché minima distorsione e il risultato, come si poteva prevedere, è splendido. Il loro concerto è un fiume in piena di hit, viene voglia di cantare quasi tutti i ritornelli. Le canzoni, com’è nell’ethos dell’autore, sono spesso molto brevi, e sono tutte toccanti e/o spiritose. Il violoncello, la chitarra, l’ukelele e la voce grave e seriosa di Merritt (compreso il suo stage banter freddissimo e memorabile), tutto crea un’atmosfera intima ed emozionante. Sì, mi arrabbierò con dei coglioni che vogliono comunque cianare in mezzo a tutta questa bellezza, mi salirà il sangue al cervello e tutto quanto, ma niente, nemmeno il più irrispettoso degli esseri umani può rovinare la gioia di subire una raffica di canzoni così perfette. Si ha l’impressione che i Magnetic Fields ci stiano deliziando con un vero e proprio best of che ripercorre la loro eccezionale carriera: qualche puntata ai vecchi The Charm of the Highway Strip (Born on a Train da brividi), Holiday (Take Ecstasy With Me, la canzone d’amore più inquietante che conosca) e Get Lost (All the Umbrellas in London, un viaggio nell’immensità del mondo e del dolore). i, album dal titolo geniale, fa anche lui la sua comparsata con It’s Only Time, ovvero la ballata del fatalismo, e viene tirato fuori il meglio anche dai recenti 50 Songs Memoir (Be True to your Bar, un vero inno) e Quickies (The Day the Politicians Died, che i newyorkesi hanno avuto la fortuna di suonare in Irlanda quando è morta la regina Elisabetta). Ovviamente, c’è spazio anche per tantissime delle 69 Love Songs, con degli highlights pazzeschi: tutta la sala che canta Kiss Me Like You Mean It (Shirley Simms, che voce); il chitarrista che canta Luckiest Guy on the Lower East Side e riesce a tenere la celebre nota lunghissimissima, con la sorpresa di tutti; e poi il miglior momento di tutto il concerto, la palla di cristallo da discoteca che si accende sui versi di Papa Was a Rodeo: “The light reflecting off the mirror ball looks like a thousand swirling eyes”. E poco dopo Merritt guarda ciascuno di noi negli occhi e, beffardo e ironico, domanda: “What are we doing in this dive bar? How can you live in a place like this?”, provocando il nostro riso e facendoci credere, per un attimo, che Stephin potrebbe essere quell’amico estremamente cinico di cui a volte si ha bisogno.

L'encore, costituito dalla fan-favorite A Chicken With Its Head Cut Off seguita da 100,000 Fireflies (dove tutto ebbe inizio) è un tripudio, e non fa che rinforzare un pensiero che non se n’è andato durante tutto il concerto: questi potrebbero restare qui a suonare hit fino a domani. Effettivamente, sono tantissime le canzoni memorabili lasciate fuori dalla performance, e ciononostante il concerto è durato quasi due ore. Non c’è niente da aggiungere, di canzonieri come i Magnetic Fields ce ne sono pochi al mondo, e noi stasera li abbiamo visti qui, al Petit Bain. Si fatica quasi a crederci.

Dopo questo momento fuori dal tempo chiacchiero con Paolo di quello che vorrei scrivere per Stereo Totale riguardo a questo concerto. Il suo consiglio non è pessimo: un articolo di vita vissuta in cui comparo quel che ho sentito alle mie esperienze in Francia, “il paese che mi ha educato all’amore”. Se fosse stata un’altra band, anche anche. Ma coi Magnetic Fields, no, non ce la posso fare. Chi sa scrivere di amore, scrive. Chi non lo sa fare, ascolta.

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Fucked Up – Anche il caos può avere classe

Fucked Up live @Petit Bain, Parigi, 14/11/2023

I lettori più attenti di Stereo Totale hanno già letto un piccolo resoconto di un concerto dei Fucked Up, non uscito dalla mia penna bensì da quella del mio caro amico Tommaso. Si tratta del concerto del mercoledì 29 maggio 2019, cominciato alle ore 1:50 del mattino alla Sala Apolo di Barcellona. Cosa si può dire che non sia già stato scritto in quell’articolo a tema Primavera Sound? Poca roba: che eravamo stanchissimi, quindi allucinati; che c’era un muro di chitarre spessissimo e che a volte era anche complesso capire dove stesse andando quel maelstrom di musica; che la calca umana era altrettanto spessa; che pogammo con Mac DeMarco. 

Effettivamente, annovero quel concerto tra le esperienze mistiche della mia vita: una trance catartica di cui però ricordo molto poco. Ammetto che, da allora, non ho ascoltato i Fucked Up questo granché: giusto un paio di ascolti a Year of the Horse, un gigantesco concept album dove l’hardcore punk incontra le suite di foggia progressive rock (follia assoluta). Quando Tommaso, che ha seguito molto più di me le vicissitudini di questi insoliti punk canadesi, mi ha scritto: “Concerto dei Fucked Up al Petit Bain, vengo a Parigi”, è stata una splendida notizia che mi ha fatto riprendere in mano la loro musica. In particolare, ho recuperato One Day, l’album del 2023, che coi suoi toni “artsy as fuck” e la sua varietà (un po’ groovy, un po’ rock’n’roll, un po’ emo) mi ha conquistato. 

Entriamo al Petit Bain e mi sento a casa. Chiacchieriamo col batterista dei Fucked Up che sta vendendo merch, e anche lui si ricorda il veglione di quattro anni e mezzo fa: “Oh, yeah, the super late concert? Time of our lives”. Ci godiamo l’opener Alvilda, quattro ragazze pariginissime (tutte con la frangia, aiuto) che fanno un rock leggero e sbarazzino dove l’omaggio incessante ai Ramones incontra uno style yé-yé francese anni ’60/’70 molto simpatico. Sotto al palco io sono abbastanza ammaliato (chi mi conosce bene sa) ma Tommy mi fa tornare in me facendomi notare che le canzoni sono veramente tutte uguali. Un po’ ha ragione, e perciò andiamo al bar a chiacchierare mentre risuona in sottofondo un vecchio disco di punk newyorkese degli anni ’70 sul quale si è infiltrata Jacqueline Taieb (segnalo comunque un inedito carino delle Alvilda: Paris Été, che penso sarà nel loro prossimo LP e che forse si vuole un sequel spirituale di Le Printemps à Paris). 

Mentre discutiamo di quanto sia bello, apprezzabile e “nostro” avere un opening act che non c’entra una mazza con l’artista principale entrano sul palco i Fucked Up con un intro funky improbabile. È sempre bello vedere una band per una seconda volta vari anni dopo. È altrettanto bello rivedere una band per una seconda volta in una situazione completamente diversa. Quando i due fenomeni si verificano contemporaneamente, però, può sopraggiungere un forte senso di straniamento. Stasera quello che c’è è che la sala non è pienissima (in realtà è un’affluenza media, ma tre giorni prima c’erano i Magnetic Fields e ora so come può essere il Petit Bain strapieno) e la gente non è scatenata come quelli che a Barcellona avevano dovuto aspettare ore e ore per un agognato concerto di musica cattiva. Ma anche il suono dei Fucked Up mi pare diverso. Tommaso mi fa notare che le chitarre sono una in meno (nel 2019 erano tre) e quindi più distinguibili. La presenza scenica, quella non è cambiata: Damian Abraham, gigante barbuto, è un mattatore e un matto, le sue urla sono intense quanto i suoi contorsionismi sul palco e la sua vitalità esuberante scalda l’atmosfera come una palla di fuoco.

Ci metto un paio di minuti a riabituarmi al sound dei Fucked Up che è sì violento, sì volutamente dispersivo ma, me ne accorgo adesso per la prima volta, anche raffinato. C’è una bellissima armonia tra gli strumenti, e uno studio compositivo sopra la media, con canzoni ben strutturate e sempre sorprendenti ma mai del tutto spiazzanti, insondabili e gratuite come ricordavo. I loro brani sono ancora molto caratterizzati da ampie sezioni strumentali riflessive e dal sapore krautrock che fanno rifiatare dopo le potenti aggressioni di Abraham e soci, ma stasera abbiamo modo di godere anche di pezzi più concisi ed eclettici, che mi ricordano l’operato di altri pezzi grossi del “punk songwriting”, se vogliamo chiamarlo così, come i mitici Les Savy Fav (c’è anche una piccola somiglianza di cantanti) o gli Hot Snakes del compianto Rick Froberg (ex Drive Like Jehu, riposa in pace).

Sono cambiati loro, siamo cambiati noi, insomma: i 50 minuti sfrenati dei Fucked Up al Petit Bain sono una prova di maturità, sia loro che nostra. Il quintetto canadese gioca col pubblico, tra teatralità, cambi continui di voci (quella della bassista è davvero bella), crescendi e decrescendi. C’è spazio anche per degli originalissimi riff armonizzati, la “signature” di One Day, che sanno essere gioiosi tipo quello della quasi Deerhoof-iana I Think I Might Be Weird, o emozionanti come quelli di Broken Little Boys, la canzone in scream più delicata dell’anno. Pur riconoscendo poche canzoni ho comunque un po’ di reminiscenze della bolgia del 2019, solo che questa volta non mi ritrovo a sballonzolare in un oceano di corpi, ma a ballare: facendoci caso, mi rendo conto che la gente che si agita nel pit, più che dimenarsi, sta riflettendo le vibrazioni della musica come su una pista da ballo. L’ultimo pezzo, Baiting the Public, ha una bellissima jam space-rock che funge da outro, e la mossa di sottrarre strumenti uno dietro l’altro, fino a lasciare uno scheletro di batteria a salutare il pubblico, è eseguita con eleganza. Ma non può finire in maniera così riflessiva, ed ecco che per l’encore i nostri vengono a darci un’ultima scossa con quello schiaffone sul viso che è Police (una delle più belle canzoni anti-sbirri degli ultimi anni).

La soddisfazione è palese, e la riversiamo sul solito, povero Nico, che è sempre un gentiluomo. Uscito dal Petit Bain un po’ frastornato, specchiandomi nella Senna d’argento, penso all’unico momento in cui il mitico Damian Abraham si è mostrato un po’ commosso, nel vortice di rabbia che attornia la sua musica. “We went around today, we walked like three hours… You got a beautiful city here, guys”.

Quando hai così tanta musica, e bella così, non posso dargli torto: abbiamo davvero una città bellissima.

martedì 7 novembre 2023

Trasformiamo halloween in una festività queer-punk! - La notte del terrore di Mary Bell, Ellah A. Thaun e Radical Kitten

Mary Bell live @La Boule Noire, Parigi, 31/10/2023

Così, su due piedi, non ho ricordo dell’ultima volta che ho festeggiato halloween. Se vado a scavare nei miei ricordi confusi degli anni dell’università, poi, qualcosina riaffiora. Una festa studentesca a tema halloween, in realtà indistinguibile dalle tutte le altre serate universitarie dell’epoca, la mia goffaggine nel ritrovarmi senza costume a pochi minuti dall’inizio della festa. Alla fine optai per un costume da “metallaro”, che è un po’ come se mi travestissi da “italiano”. Per dare un tocco di colore alla scelta discutibilissima di mettere uno smanicato fatto in casa della band speed metal in cui suonavo al liceo, aggiunsi delle finte borchie, bracciali e catene fabbricati con la carta d’alluminio. Onestamente avrei completamente cancellato dalla mia mente questo momento ridicolo, come del resto ho cancellato tanti ricordi di quel periodo, se non fosse per una foto che ancora alberga su Facebook e che mi ritrae accanto alla mia amica Sophie. Io sto facendo il gesto delle corna con la lingua di fuori, lei invece con un foulard in testa e un trucco insondabile (Frida Kahlo forse?) ha gli occhi socchiusi e quel sorrisone sornione che è proprio il suo “signature look”. Mi sono bastati due click per ritrovare la foto e osservarla a dovere. Ci sono dei dettagli niente male: si nota ad esempio l’architettura dell’appartamento, dietro alle finte ragnatele e ai pipistrelli di cartapesta, con le travi di legno che riaffiorano dall’intonaco del muro (i famosi “colombages”, pittoresco elemento delle costruzioni francesi, che abbondavano a Poitiers); dietro di noi, in una selva di volti familiari di persone con cui non parliamo più, qualcuno porta una maschera di Nicolas Sarkozy. La foto è stata pubblicata il 29 ottobre 2017. Sei anni fa, Sophie, ci crederesti?

La data della foto, in ogni caso, indica che l’ultima volta che mi sono travestito per halloween non era nemmeno il 31 ottobre. Il che vuol dire che stasera potrebbe davvero essere il primo halloween della mia età adulta, festeggiato il 31 stesso in una serata a tema e con un costume, proprio come nelle serie americane. Avevo pensato di vestirmi da muratore (come uno dei Village People) prendendo in prestito del materiale dall’azienda in cui lavoro, ma Sophie ha avuto un’idea geniale di costume di coppia, che è quella di vestirci da Team Rocket. Non è complicato: bastano dei pantaloni bianchi, anfibi, un dolcevita nero e un paio di guanti. I capelli lunghi che cadono sui lati li ho già, non fluorescenti, ma tant’è. Al crop-top bianco con la R rossa sul petto ci ha già pensato la mia amica, che si dileggia nell’arte del ricamo. Appena lo metto sono sbalordito dal risultato: sembriamo davvero Jessie e James pronti a catturare un Pokemon dietro all’altro in maniera spregiudicata.

Stasera andiamo alla Boule Noire, splendida sala concerti del cluster della bassa montmartriana. I miei lettori più accaniti forse ricorderanno che sono venuto qui per la prima volta proprio questo ottobre, per assistere fortuitamente a un concerto di dancehall guianese con mio padre. Sono contento di tornare, questa volta con più cognizione di causa. L’headliner della serata è una band riot grrrl eccezionale di nome Mary Bell, scoperta anche lei, come una buona fetta di altre band trattate su Stereo Totale, alla Ferme Electrique di Tournan-en-Brie (edizione 2022). Il loro fantastico LP del 2021 Bellatrix Boadicea, album estremamente coinvolgente nella sua alternanza di hardcore punk femminista vecchia scuola e grunge dalla cupezza meditativa, è nelle mie rotazioni senza sosta da ormai un anno e mezzo. Proprio questo ottobre, poi, il quartetto parigino è tornato sulle scene con un nuovo album, Cerbero, dove la formula si ripete con la solita freschezza. Il release party di questa nuova creatura infernale, pubblicato da una band che prende il nome da una bambina serial killer, non poteva che essere ad halloween e quindi eccoci qui, con un costume che non sarà dei più spaventosi ma che almeno è quello dei “cattivi”. E che ha la particolarità di essere particolarmente non binario: di fatto, senza parrucche, non si può sapere chi sia James e chi sia Jessie. Inoltre, una persona ci racconta che nell’ambiguità di genere del duo di “villains” ci ha visto le prime avvisaglie della sua disforia. Mentre chiacchieriamo di questi ricordi di infanzia monta sul palco un gruppo di cui ho già sentito parlare ma ancora non ho mai visto: Radical Kitten.

L’inizio della loro performance detta subito la linea editoriale di questo mio articolo, infatti eviterò le diciture di genere. “Questa canzone parla di tutte quelle domande del cazzo tipo… ma sei un maschio o una femmina?”, dicono prima di attaccare con Shitty Questions, uno spigolosissimo ballo di San Vito noise rock dove anche se non si capiscono le parole è la saturazione “gender-fluid” delle voci a spingere il messaggio. Da questo momento in poi, lo show e l’intera serata assumono un carattere politico che gli darà un valore speciale. La performance del trio tolosano è divertente e spensierata quanto potente e abrasiva. Il loro è un post-punk dalle declinazioni noise spiccate e una ricetta semplice ma efficace: la batteria e il basso si spingono in ostinati ossessivi, al contempo groovy ed esotici, che hanno quasi un ricordo dub (come nei vecchi dischi dei primi gruppi dark inglesi); la chitarra naviga in quel mare sconosciuto dove si oscilla tra il riffing e le derive del feedback; infine, le voci distorte vanno a sublimare questo tappeto di rumore tagliando l’atmosfera come un coltello. Il concerto non è tecnicamente perfetto (da batterista, trovo la ritmica originale ma molto esigente, quindi complimenti alla batteria per aver tenuto botta nonostante un paio di incespichi). In compenso la sberla sul viso arriva per restare e Radical Kitten confermano di essere decisamente radicali. Di gattino qualcosina ce lo si intuisce, in mezzo a tutta questa gioiosa e costruttiva violenza: si vedano per esempio gli urletti festosi di I Can’t Deal, efficacissima canzone di odio. Certo è che è un gattino che graffia parecchio.

Le danze sono lanciate e il pubblico è sempre più numeroso, mascherato e queer (per quanto poco legittimo io possa essere nell’usare quest’aggettivo per descrivere la gente, diciamo che l’ha detto Sophie). Avvistiamo in ordine sparso Mercoledì Addams, un Sims, Neo di Matrix, un poliziotto (come nei Village People!), Velma di Scooby Doo (con la barba) oltre che varie streghe, zombie e fantasmi più o meno convenzionali e/o eteronormati. Il mio amico Paul, con addosso la divisa completa da Babbo Natale, è sicuramente il personaggio con più strati di ironia. Io e Sophie in pieno delirio di onnipotenza “gotta catch ‘em all” ci esaltiamo nello scoprire che Mary Bell starebbero imbastendo un concorso per il miglior costume e ci sentiamo la vittoria in tasca. Questo trambusto festivo fa passare in sordina quel che sta succedendo nell’oscurità del palco, ma è il fine orecchio di Paul ad accorgersi per primo di uno svolazzio di chitarrine ambient che comincia ad insinuarsi nel chiacchiericcio allegro.

Di Ellah A. Thaun, prima di stasera, non sapevo niente di niente. Dopo aver visto un’intera performance ed esserne rimasto affascinato ho fatto un po’ di ricerche su internet che mi hanno ancora più coinvolto. Moniker perlopiù solista di Nathanaëlle Eléonore Hauguel, Ellah A. Thaun ha composto, suonato, cantato e pubblicato su Bandcamp una quantità di album lo-fi indie assolutamente strabordante. Non li ho ancora ascoltati tutti e non so nemmeno se ci riuscirò, ma bastano titoli e copertine per intravedere un universo poetico al contempo esoterico e intimista, dove oracoli, tarocchi e crocifissi incontrano l’immaginario della melancolia della vita quotidiana dell’artista, tra foto polaroid casalinghe, passeggiate nei boschi e momenti di messa a nudo (penso alla copertina di Sister o ancora al titolo celebrativo dell’identità trans di Thank God for Gender Disphoria, due dei suoi numerosi EP acustici allucinati). In una bellissima parabola bandcampistica che ricorda anche la favola di Will Toledo (ma con una prolificità più da Robert Pollard) Ellah A. Thaun un giorno diventa una band e pubblica, in particolare, i due volumi di Arcane Majeur, il primo nel 2018 e il secondo nel 2022: due album dove il cantautorato si sublima in un post-rock rumoroso e pieno di sorprese.

Ovviamente questa bella storia non la conosco mentre vedo il quartetto normanno che si impone timidamente, a suon di arpeggi, sulla folla in maschera. La magia, nonostante ciò, la subisco comunque: Ellah A. Thaun durante il loro concerto mi stregheranno, in una delle performance più toccanti che ho visto negli ultimi tempi. Se per Radical Kitten è relativamente facile descrivere una “formula”, questa band mi fa rinunciare subito all’idea di sottopormi a questo esercizio di stile che troppi critici a volte prendono come un dovere inderogabile. Il concerto è un fiume impetuoso, tanto di influenze e contaminazioni diverse quanto di emozioni commoventi (che è più importante). Le due chitarre e i sintetizzatori, effettatissimi senza mai essere autocompiacenti, svariano tra sfuriate emocore e momenti di dolcezza tragica (il pezzo che porta questo dualismo all’estremo è Pisces Moon Neuromantics, che mi ha letteralmente fatto cadere la mascella). Queste sonorità melancoliche e inquiete mi riportano indietro ad amori adolescenziali come Spiderland, ampliando tuttavia il discorso iniziato da Slint e altri gruppi simili con strati di rumore atmosferici e una solennità quasi gotica. Anche la tremula voce di Hauguel (che brividi quando rimane da sola in Signs & Wanders) è davvero degna di nota nella sua fissità ipnagogica, che a volte si risveglia e sfocia nel lacerante. Ammetto però che, per una deformazione professionale ormai appurata, è la batteria lo strumento che più desta la mia attenzione: la ricerca del suono è estremamente curata (addirittura con un piatto ibrido tra ride e china sicuramente “custom” che non avevo mai visto prima), ma anche la varietà e l’espressività della ritmica sono eccezionali. Un pezzo come The Flesh Fortress (uno dei momenti salienti del set) per esempio ha tutto per sconvolgermi: un arrangiamento inaspettato (sentite Flesh Fortress in acustico e ditemi se ci avreste mai inserito un groove del genere), anche certi piccoli virtuosismi ma, appena serve, un’immediatezza da grande indie rock, e una decelerazione strappalacrime sul finale (ma Ellah A. Thaun “can do it both”, come nell’esaltante accelerazione di Plasticflower). La chiusura del concerto è inaspettata quanto estatica: un omaggio al grande krautrock, con una cavalcata trascendentale che mi conquista definitivamente. Riascoltando gli album mi sembra di riconoscere Nuclear Kiss, ma sono passati vari giorni e potrei sbagliarmi; nel dubbio sentitevi anche Globelamp, la seconda candidata, e capirete di che cosa parlo. Psichedelia, rumore, pura emozione.

Se questo fosse l’ultimo concerto della serata probabilmente ce ne andremmo da qui con i lucciconi. Per fortuna, ci sono ancora Mary Bell, che senza fare complimenti montano sul palco con un look ancora più macabro del solito e cominciano a bombardare il pubblico con una scarica di punk a dir poco sulfureo. È una grande festa: i pezzi si susseguono uno dietro l’altro in un vortice oscuro che ci fa ogni tanto pogare e saltare da ogni parte, ogni tanto rifiatare osservando i membri della band in tutta la loro tenebrosità con la bocca spalancata. Le canzoni sono brevi, efficaci e accomunate tutte da una tonalità spettrale, in cui riff originali e inquietanti si accompagnano di ritmi nervosi e della fantastica voce di Alice Carlier, che sa spaziare da registri austeri e minacciosi (Beautiful Sky) ai classici acuti scattosi, rabbiosi ma anche scherzosi da classico riot grrrl anni ’90 (Minimoi). Il set di Mary Bell è decisamente sopra la media: siamo davanti a una band matura, con un sound proprio, definito e potentissimo. Ovviamente le mie personali highlights del concerto saranno le canzoni di Bellatrix Boadicea, come Consent con i suoi toni ipnotici da incantatore di serpenti, oppure la prorompente Sacrificed che coi suoi tempi dispari e il suo effluvio di urla inarrestabili mi ha lasciato completamente privo di fiato. Essendo però il release party di Cerbero, le nuove canzoni di Mary Bell trovano un nuovo spazio per brillare e funzionano tutte alla perfezione: Hairless, l’opener dell’album, è un instant classic adrenalinico che fa perdere la testa ma la mia preferita resta Viaggio, una piccola perla di frenesia che col suo maelstrom di voci e chitarre taglienti e coi toni epici del suo ritornello incapsula alla perfezione l’essenza di questo astro del punk femminista, che nascente non è (nove anni di attività ormai) ma in rampa di lancio per diventare grande potrebbe esserlo di sicuro.

Non c’è nessun modo migliore per definire la musica di Mary Bell che con lo straniero “empowering”, nonostante la parola risulti per molti irritante poiché troppe volte cooptata dal grande capitale per vendere prodotti di dubbia utilità sociale spacciandoli per emancipatori e progressisti. Le liriche della band evocano la rabbia davanti all’impunità del potere maschile, o ancora la volontà di riscatto delle donne in ruoli di genere “non convenzionali” (quello di punk rocker, ahimé, lo è ancora): rivendicazioni genuine, trascinanti e ispiranti. Ricamandosi attorno un immaginario da film dell’orrore, Mary Bell riportano sulle scene del mio amato garage punk contemporaneo l’emblematica figura delle streghe, caricandola di significato politico. Infine, il loro tetro universo sonico rinforza il messaggio politico della band dandogli un carattere intimidante e quasi spaventoso ma che sa anche essere, alla bisogna, scanzonato. La musica più rivoluzionaria è sempre stata la più divertente, ed è per questo che, appena finito il concerto tra gli applausi scroscianti, mentre vado a rifocillarmi boccheggiando e schivando mostri e maschere paurose in una Boule Noire che odora di zolfo, mi viene una bella intuizione.

È innegabile che halloween non sia una festività propriamente europea: in tutti i paesi da cui provengo e in cui ho vissuto non è affatto sentita e viene catalogata come un’usanza anglo-sassone, anche se sempre più festeggiata in vari paesi del mondo, perlopiù ricchi (basti pensare alla Corea del Sud e all’affluenza tragica dell’halloween 2022 di Seoul). Spingendo verso lidi marxisti un po’ dubbiosi la mia riflessione, si può dire che halloween sia essenzialmente una festa capitalista: non solo è stata largamente popolarizzata da protestanti (che secondo il buon Max Weber il capitalismo l’hanno inventato), ma è anche la festa che senza basi religiose e tradizionali particolarmente solide spinge di più al consumo di massa. L’emblema di questa deriva sono indubbiamente le caramelle, icona di halloween: sostanzialmente, un prodotto industriale ultra-raffinato e la cui componente di marketing (forma, imballaggio, coloranti…) è spesso più importante del sapore.

Seconda parte della riflessione: la mia generazione è portatrice di un progresso morale dirompente come non mai per quanto riguarda l’identità di genere e la sessualità. È impressionante quanto millennials e generazione Z stiano contribuendo al superamento di una visione binaria dominante, per non parlare della lotta contro discriminazioni che fino a qualche anno fa erano la norma indiscutibile e che finalmente stanno cominciando a essere riconosciute e, voglio ben sperare, a diminuire. Per tutti questi passi in avanti verso una società più giusta bisogna ringraziare una fetta della popolazione che, sempre più spesso, decide di sua spontanea volontà di definirsi “queer”. Col tempo ho imparato la potenza straordinaria di questa parola, che riesce a radunare una miriade di identità e aspirazioni sotto a un termine unico che in passato era offensivo e sottintendeva un concetto generale, quello della “non conformità”. Ciò che era considerato non conforme, quindi sminuito e osteggiato, sotto al termine queer viene innalzato e celebrato. Tutto quel che viene catalogato come queer, perciò, mi evoca innanzitutto la fierezza e la consapevolezza del non rispettare i dettami di una società che impone ancora una visione troppo limitante di sesso e genere, ed è qualcosa che ammiro e rispetto infinitamente.

Guardandomi intorno stasera alla Boule Noire vedo sì tanti bellissimi travestimenti, ma soprattutto tante bellissime persone queer allegre, in un ambiente festivo, sano, sicuro e, oltretutto, punk. E perciò mi dico: perché tutti gli halloween non sono così? E poi l’illuminazione: tutti gli halloween dovrebbero essere così! Al diavolo i dolcetti o scherzetti, al diavolo le feste in maschera dove troneggiano costumi associati ai ruoli di genere, il supereroe per i maschietti e la diavoletta per le femminucce. Al contrario, trasformiamo halloween in una festa queer-punk come quella di stasera, dove la musica rumorosa e i travestimenti gridino ai quattro venti l’orgoglio delle identità non conformi. E se questo fa paura al pensiero dominante, magari ancor più delle manifestazioni “pride” più classiche, allora tanto meglio: alla fine quello di fare paura è lo scopo stesso di halloween.

La bisboccia, alla Boule Noire, continua fino a tarda notte mentre immagino questa piccola utopia in cui ogni 31 ottobre tutta la popolazione va a concerti di gruppi punk queer e femministi, possibilmente travestita da personaggi non binari come questo Team Rocket che stiamo incarnando adesso io e Sophie. Finisce che il premio di miglior travestimento lo vinciamo davvero, senza accorgercene: mentre cazzeggiamo al merch Mary Bell ci offrono un’affiche della serata che solo più tardi scopriremo essere una serigrafia in edizione limitata numerata a mano e, a riguardarla con sguardo lucido, di pregevole fattura, tutt’altro che gratuita. Finisce che scambio due parole caciarone con tutte le protagoniste di questa serata di musica: alla chitarra di Radical Kitten, miglior distorsione della serata, faccio notare un’inedita somiglianza con Maxime Lopez, centrocampista della mia amata Fiorentina; alla batteria di Ellah A. Thaun racconto che la loro musica mi ha trasportato all’inizio della mia adolescenza, come nella scena di Ratatouille in cui Anton Ego torna bambino con un boccone; con Mary Bell rievochiamo la mitica Ferme Electrique, vero e proprio fil rouge della mia ultima serie di concerti (Trotski Nautique, Johnny Mafia, Marcel). Finisce che balliamo fino a chiusura con un DJ set memorabile che passa da Madonna a Bikini Kill con una naturalezza encomiabile.

Torniamo a casa col bus notturno passando davanti a discoteche deplorevoli dove il pubblico pagante è sicuramente lontano dallo spirito queer-punk che vorrei dare a questa nuova festività di cui il mondo ha bisogno. Questo mi dà ancora più slancio: “Sophie,” dico mentre, finalmente a casa, azzanno un pezzo di pane e brie con voracità, “l’anno prossimo rifacciamo halloween esattamente allo stesso modo”. Ormai è scritto, nero su bianco: da ora in poi il 31 ottobre lo si festeggia così. Per me è un impegno. Forse, addirittura, potrei chiamarlo un impegno politico. Non sarà granché, ma è già qualcosa.

martedì 31 ottobre 2023

La Notte delle Pontatine - Primavera Sound 2024 Edition (feat. gli Amici Miei)

Se dovessi creare un’alternativa al "political compass" per parlare delle mie passioni ho molto chiari i due criteri che userei per sostituire i due iconici assi cartesiani "destra-sinistra" e "autoritario-libertario". In orizzontale ci sarebbe l’indice della soddisfazione che mi provoca la passione in questione, dall’alto in basso invece la razionalità, ovvero se sia umanamente logico o meno continuare a coltivarla.

Prendendo questo schema, possiamo per esempio vedere nel buon cibo il perfetto esempio di passione estremamente razionale e ad alti livelli di soddisfazione. Sulla parte alta, quindi restando sempre nell’ambito del razionale, troviamo invece gli scacchi nel settore a bassa soddisfazione. Inequivocabilmente considerato dai più come il gioco più riuscito della storia, poche regole ma dalle possibilità infinite, questo gioco immortale mi provoca tanto diletto quanto frustrazioni esagerate dovute alla quantità di mosse che mi perdo per distrazione e alle scoppole che russi e indiani mi impartiscono quotidianamente online. Spostandoci nel quadrante basso, quindi nel reame dell’irrazionale, troviamo l’oggetto principale del mio blog che è il rumore della musica. Quest’oggetto misterioso e seducente che allontana tanta gente anche a me vicina è chiaramente una passione irrazionale, anche perché pericolosa per la salute uditiva, ma mi provoca un piacere esagerato, talmente grande che non posso più tenerlo solo per me e devo condividerlo col mondo scrivendone su internet. Dall’altro lato, invece, c’è la Fiorentina, squadra di calcio che razionalmente dà poche ragioni di essere tifata proprio perché fonte di sofferenze costanti, da cui il piazzamento nel lato sinistro (ma la fede non si può spiegare e non ha come obiettivo quello di provocare godimento, perciò sempre forza Viola).

Ovviamente, come nella politica, esistono gli estremi ma anche e soprattutto posizioni intermedie. E pensando alle mie altre passioni ne ho due che si posizionano perfettamente al centro: una in relazione alla musica ad alti volumi per periodi prolungati e una alla Fiorentina. La prima è il Primavera Sound. Questo importantissimo festival che ha luogo ogni anno a Barcellona è a un livello di razionalità medio perché, certo, i festival con tanta e buona musica in un buon clima piacciono a tutti ma l’approccio con cui io e i miei amici ci relazioniamo al PS sarebbe insopportabile a molti: abbuffate di concerti da 10/12 ore filate, spostamenti costanti, "rutas" che a volte assomigliano a marce militari. A soddisfazione non posso permettermi di metterlo a livelli esageratamente alti: certo, si gode sempre, però ogni anno c’è una porzione di un di che lamentarsi, tra la linea editoriale che non è più quella di una volta, i prezzi che sono stati veramente gonfiati a sto giro, il suono che a questo o quel concerto faceva cagare etc… Il Primavera non sarà un festival perfetto in tutto ma è pur sempre il Primavera, è una religione, una tradizione, e come dirò sempre "forza Viola" continuerò sempre a dire che "un anno sono quei 361 giorni che stanno attorno al Primavera".

La mia seconda passione "centrista", questa volta più calcistica, sono i video del signor Alessandro Catto. Per chi non lo conoscesse, si tratta di uno youtuber/cronista che produce quotidianamente aggiornamenti sulla Serie A e soprattutto sulla mia squadra del cuore. Veneto ma tifosissimo della Fiorentina, Catto è la colonna sonora delle mie giornate: collegare la cassa bluetooth al cellulare e mettere il suo video più recente è il mio primo riflesso la mattina prima di mettermi sotto la doccia. Lo ascolto mentre mi preparo per andare in ufficio, durante le mie faccende domestiche o mentre cucino, spesso anche sui mezzi pubblici. La scelta di ascoltare in continuazione Catto non è del tutto razionale né del tutto soddisfacente perché oggettivamente potrei vivere benissimo senza ore ed ore di radiodiffusione di disquisizioni su sessioni di calciomercato deludenti o considerazioni sulla gestione di mister Vincenzo Italiano degli equilibri del centrocampo. In compenso, i malesseri dell’essere un tifoso viola vengono un po’ meno quando si ascolta Catto perché è semplicemente troppo bravo. Comunicatore nato, parlantina fluida, un simpaticissimo accento di Caorle, neologismi a manetta e inside jokes affezionanti… anche se certe volte mi capita di astrarmi all’ascolto (durante lo shampoo mi curo poco delle critiche al DS dell’Udinese), Catto resterà per me l’esempio definitivo di come si dovrebbe fare opinionismo in modo da rendere il pubblico partecipe, diffondendo le proprie visioni su un argomento con quel poker fondamentale di brio, coraggio, leggerezza e professionalità.

La "lingua cattiana" ormai è entrata di prepotenza nel mio linguaggio quotidiano e ho persino fatto scivolare un paio di espressioni nelle pubblicazioni di Stereo Totale. La mia parola cattiana preferita, però, è senza dubbio "pontatina". Una pontatina è una suggestione profetica, a metà tra il suggerimento e il pronostico, e si applica soprattutto al calciomercato: molto spesso sentirete Catto "pontatinare" tale giocatore per tale squadra. Una pontatina di tutto rispetto dev’essere al contempo seducente e verosimile. Quando funziona particolarmente bene, una pontatina "la senti". E quando una pontatina si realizza, la soddisfazione è esagerata ed è la sensazione di aver fatto la storia (non ci dimentichiamo che a ogni sessione di mercato si avvera almeno una pontatina, e che Catto ha cucinato in tempi non sospetti delle vere e proprie Gioconde, una su tutte quella di portare Tonali al Milan).

Tra i vari eventi in diretta Youtube che il tuttologo calcistico veneziano organizza regolarmente, uno dei più astrusi e intrattenenti è "La Notte delle Pontatine" che ha luogo (quasi) ogni estate. In questa sorta di quiz televisivo, gli abbonati del canale vengono messi gli uni contro gli altri in una sfida a chi caccia le migliori pontatine. Una sfida di nervi che dura ore, in cui i concorrenti si misurano con domande difficilissime tipo: "Datemi un esterno destro per l’Atalanta capace di giocare sia davanti nel 4-3-3 sia a tutta fascia nel 3-5-2" davanti a Catto unico giudice.

Se le calde notti di fine giugno sono il momento perfetto per passare una serata a sognare prestiti con diritto di riscatto e trame di mercato internazionali, è nelle fresche serate di autunno che, col maglioncino addosso e al lume di una candela, si comincia a riflettere ai pontatinabili del Primavera Sound del prossimo anno. A questo giro Gabi Ruiz, considerato da tutti il factotum di questo evento ormai leggendario, ha detto che novembre sancirà la pubblicazione della lineup definitiva (anche se c’è sempre un piccolo mercato di riparazione verso marzo e qualche recupero di svincolati a maggio). È in questo momento che io e i miei due amici Paolo e Tommaso, che il biglietto lo abbiamo da luglio (sì, con undici mesi di anticipo), ci mettiamo attorno al tavolo e cominciamo a ragionare degli act che potrebbero o dovrebbero essere presenti alla prossima edizione. Vi diamo dunque il benvenuto alla Notte delle Pontatine del Primavera Sound del 2024.

Un ultimo appunto prima di cominciare: è possibile che nominiamo artisti che non possono partecipare al Primavera Sound perché hanno tale tour che non permette di andarci o perché sono associati a tale booking o a tale management o a fregnacce simili. Ecco, a noi non ce ne frega un cazzo. Basare una pontatina concertistica su argomenti del genere sarebbe un po’ come scegliere i giocatori al fantacalcio in base alle proiezioni logaritmiche degli expected goals prodotti: una visione del mondo priva di anima e di romanticismo, ma soprattutto basata sulla freddezza della macchina e non sull’equivalente, in lingua cattiana, dello spirito di Hegel, ovvero "le inerzie". In questo io e i miei soci ci impegniamo a proporre pontatine fomentanti e inerziali basate completamente sulla pura emozione.

Procederemo per categorie, ogni categoria avrà un suo perché che sarà brevemente spiegato. Dopodiché, sarà domandato a tutti noi un numero (variabile e deciso unilateralmente dal sottoscritto) di nomi da proporre. Cominciamo:


Categoria “headliner”

Inevitabile, ogni anno, elucubrare su chi occuperà la parte alta del "cartel". Siccome ogni anno ci sono almeno 6 headliner "oggettivi" (primissima linea), che diventano una dozzina se prendiamo anche gli headliner "camuffati" (vedi, che ne so, Beck due edizioni fa), propongo ai giocatori di tirare fuori quattro nomi.

1) Reric

- Tears for Fears : Comincio leggero con loro perché li ho visti girare di recente, e penso che stiano avendo una seconda giovinezza nel grande revival ‘80s che è la nostra epoca di consumo. Fanno le veci dei Pet Shop Boys l’anno scorso, ma con più roboanza.
- Weezer (Blue Album 30th anniversary) : Ti succede una volta nella vita di poter scongelare un gruppo che non ha più niente da dire e renderlo un evento strabiliante. Mi viene da dire: se non ora quando.
- Lana del Rey : Annunciata nell’edizione che è stata annullata per il coronavirus e mai più riconfermata (per incastri difficili evidentemente), ma mi sa che quest’anno ci tocca.
- Foo Fighters : Ok, questa è un po’ una pisciata fuori dal vaso, però in un’annata che mi sembra un po’ magra in grossi nomi non sembra impossibile. Da un lato rischiano di portare al Parc del Fórum molti amanti del "ruock" ascoltatori di Virgin Radio, dall’altra farebbero felicissimi molti habitué del festival. Tipico nome che crea polemismi infiniti (Paolo si sotterrerebbe nel leggerlo), e proprio per questo voglio spingerlo.


2) Paolo

- The Cure : "Robert Smith is a whingebag. It’s rather curious that he began wearing beads at the emergence of the Smiths and had been photographed with flowers. I expect he’s quite supportive of what we do, but I’ve never liked the Cure"… Parole, senza musica, di Steven Patrick Morrissey. Che gli Smiths siano meglio dei Cure, nessuno ha dubbi. Ma gli Smiths non ci sono più, e allora perché non goderci, invece, la band del lamentone capellone. Inoltre, bisogna vendere biglietti. E i biglietti, i Cure, li hanno sempre venduti. Pare che dovrà uscire un nuovo album, sicuramente i live ci sono stati, anche e proprio al Primavera Sound di Buenos Aires. Se ci sarà l'occasione, non ho dubbi che li vedremo in cartellone anche a Barcellona.
- Boygenius : Il tanto atteso mix esplosivo di acqua, ghiaccio e vapore non potrà mancare in cima al cartellone di quest'anno. Progetto nato con la naturalezza della pecora Dolly, la loro musica è capace di evocare tante cose: il tofu, la carta fabriano A4 liscia, lo SPID. Supergruppo composto da Julien Baker, Lucy Dacus e Phoebe Bridgers, diverse anime musicali con un'unica residenza: Universal Music - Ufficio Marketing.
- PJ Harvey : Pare che durante un proprio concerto Nick Cave abbia detto che "Polly Harvey has the warmest lips and the coldest hands in rock". Se sia vero che l'abbia detto, non lo so. Che sia vero quello che dice, neppure. La sua musica sembra però confermarlo, e dopo l'incredibile show del 2016, finalmente è il momento giusto per un ritorno al festival.
- Pulp : I BRIT Awards del 1996 si chiudono con una performance di Earth Song ad opera di Michael Jackson. MJ, god-like figure, circondato da bambini di ogni etnia – con proiettati sullo sfondo altrettanti bambini sofferenti per fame e altre calamità – canta, balla, soffre, si scatena. A un certo punto, una figura tipicamente inglese, non bella come quella di Brett Anderson, non iconica come quella di Gallagher A o B, sale sul palco e a favore di camera, e mentre MJ è a un passo dall'ascensione, si piega a 90 mostrando il culo. Jarvis Cocker e i Pulp sono questo, e ce lo faranno vedere anche al prossimo Primavera.

3) Tommaso

- Nine Inch Nails : Non sono un giocatore di poker (e forse mai lo sarò), ma se vorrete immaginarmi a un tavolo del Bellagio, ammantato da una coltre di fumo e con un bel paio di occhiali da sole, beh, questo è il mio momento per mettere tutto sul piatto e fare all in. Si sogna, e si sogna in grande (magari bagnandosi anche, perché no): qualche anno fa si parlava di un fantomatico contratto stipulato tra il buon Gabi Ruiz e Trent Reznor (il giocatore è in sede, siamo alle firme, manca solo l'ufficialità, bla bla bla), ma dei NIN in quel del Fórum, nessuna traccia. Adesso è tempo di piazzare un headliner come si deve e scaldare la piazza. Reznor ha quasi sessant'anni e i tour sono sempre più centellinati, la band è comunque ancora una fottuta macchina da guerra. Caro Gabi: se non ora quando?
- Deftones : Mai entrati nell'orbita del PS, e forse per questo avrei potuto collocarli nella sezione "Ce So Rimasto", ma son troppo grossi per escluderli dal quartetto di headliners. Anche in questo caso trattasi di vino invecchiato, sì, ma benissimo (anche a livello discografico, cosa su cui non avrei sperato troppo, e invece). Oltretutto sono spendibilissimi per una fetta di Gen Z che pare averli riscoperti, essendo una band che ricopre comodamente lo spettro che va da hikikomori a fie dell'artistico con i capelli colorati. E a fine concerto, gara di perritos calientes col buon Chinone Moreno e tutti contenti.
- Portishead : Altro nome più e più volte "spammato" al pari di Boards of Canada, My Bloody Valentine, etc. ma a questo giro l'occasione è propizia, e si presenta sottoforma di trentennale (quello di Dummy, LP d'esordio uscito nel 1994, pietra angolare del trip hop e disco da trombo definitivo). Lo so, l'anniversario è una vile strategia per rimettere in carreggiata i morti viventi, ma la nostalgia è il sale del commercio musicale recente, e in questo caso una bella performance ristretta in un Auditori a numero chiusissimo (con probabile e auspicabile rissa tra la sicurezza e il pubblico escluso, mentre dentro i nostri ci fanno gemere sulle note di Sour Times) non ce la toglie nessuno. Poi Geoff Barrow viene un anno sì e l'altro pure coi pur sempre ottimi Beak>, i contatti già ci sono, quindi questa pontatina la sento forte e chiara.
- Massive Attack : Questa è chiara, dai: ce li dovete ridare dal 2022. Sant'Adrià de Besós non dimentica.


Categoria “classiconi”

Ogni anno il Primavera ci offre gruppi che sono completamente coerenti con la linea editoriale del festival fin dalla sua nascita (tipo gli Shellac che per il loro storico sono esclusi dalla competizione pontatinale). Gruppi di musica alternativa che non smuovono nulla alla casalinga di Voghera ma che hanno lasciato il segno nei libri di critica che leggiamo anche noi, hipster del cazzo. Quattro nomi a persona come per gli headliner.

1) Reric

- Happy Mondays : Ok, lo ammetto, ho visto la pontatina sul gruppo Facebook "Primavera Sound Italia". Dopo averla vista, siccome prevedevo di scrivere questo articolo, ho silenziato completamente il gruppo. Ma il danno era fatto e il germe seminato. 
- Circle Jerks : Nelle edizioni recenti Gabi e soci hanno spinto molto sul punk e quando hai una band leggendaria come loro in grande rispolvero sembrerebbe stupido privarsene. Fanno le veci dei Bad Religion l’anno scorso (ma molto meglio).
- Descendents : Un po’ una pontatina figlia della precedente, ma necessaria. Quest’anno il management Primavera Sound li portava al Razzmatazz a luglio ma Milo ha avuto un infarto la sera prima. Ora Milo è in Oceania a spaccare palcoscenici e promette di tornare in Europa a ogni pié sospinto. A Barcellona i Descendents sono sempre stati amatissimi (pure all’ospedale). Un regalo che ci meritiamo o, come direbbe Catto citando Baiardo, "un bel regalino" (con accento siciliano).
- The Dismemberment Plan : In una manche in cui ho fatto regnare la lucidità ci vuole un nome "così, de botto, senza senso". Perciò eccolo qua, perfetto. Il gruppo che si è ritagliato, negli anni, la reputazione di band indie rock più incatalogabile di sempre. Non esente da reunion, trova un terreno fertilissimo al Parc del Fórum.

2) Paolo

- Slowdive : Gli eterni secondi dello shoegaze erano usciti sconfitti dagli anni '90, perdendosi successivamente in deprimenti solo projects. L'esplosione di internet, delle retrospettive pitchforkiane , dei forum, ha dato loro un'inaspettata seconda chance, trasformandoli in un simbolo del movimento, capaci di catturare tutti quelli che venivano messi al tappetto dai primi quindici secondi di Loveless. D'altra parte, quando il gatto non c'è (batti un colpo, Kevin Shields), i topi ballano, e il live degli Slowdive è ancora una delle migliori esperienze sonore che la musica contemporanea possa offire.
- Shellac : Chi invita a scrivere sul proprio blog ospiti illustri non ha il diritto di imporre berlusconiani diktat su quali band potere inserire o meno. E allora, ecco gli Shellac. Forse scontati, direte. Eppure, come insegnano gli Offlaga Disco Pax, sono tante le cose scontate che, tutto d'un tratto, un giorno, spariscono: fra le tante, tuo padre con l'amante, o lo studentato autogestito di PDM. Se almeno una di queste due sparizioni mi ha provocato gioia, gioia non sarà il giorno in cui Steve Albini e gli altri due tizi decideranno di non salire più sul loro aeroplano dell'amore per atterrare a 120 decibel sul cemento del Parc del Fórum. Ma, citando il più grande cercatore di funghi della Terra di Mezzo, non è questo il giorno.
- Alan Sparhawk : I Low sono finiti con la prematura morte di Mimi Parker. Ma Alan Sparhawk continuerà a fare musica, perché è la sua vita, perché è il suo lavoro. E quindi continuerà a fare live, in una forma diversa, che ancora non conosciamo. Non ho dubbi che il Primavera Sound gli offrirà il giusto palcoscenico per farcelo scoprire.
- The Hidden Cameras : Joel Gibb è sicuramente il musicista indie più gay di sempre (e la concorrenza è notoriamente tanta): uno che farebbe sia il pride istituzionale che quello delle antagoniste froce con la medesima allegria, uno che ha chiamato il disco d'esordio degli Hidden Cameras "Ecce Homo". Gibb ha già suonato con questo progetto al Primavera Sound del 2004, la prima edizione. A vent'anni dalla prima apparizione, a vent'anni dall'uscita del miglior disco della band The Smell of Our Own sarebbe ora per un gradito ritorno, sempre che il reparto booking del PS sia ancora disposto ad un po' di approfondimento e non si fermi alla prima culona di Denver virale su Soundcloud o alle stantie tasse alternative delle ultime edizioni come National e King Gizzard.

3) Tommaso

- Beta Band : Pontatina eccitante in quando la band in questione è sparita da circa vent'anni, come un padre che esce "a comprare le sigarette". Questo è IL sogno impossibile per antonomasia nella mia rosa di nomi, poiché i membri della band hanno spesso smentito nelle interviste una possibilità di reunion. Sappiamo che Gabi ha il potere di resuscitare i morti (ciao John Cale!), ma questa sarebbe realmente una prodezza ascrivibile alla categoria del "Lusso Sborrone", termine coniato dal maître à penser, nonché amante universale, Max "Il Monarca". Torna a casa, papà. 
- Black Eyes : Ultimo vero prodotto di qualità della prestigiosa cantera Dischord, questa band di malati mentali da Washington D.C. andrebbe a riempire quella casella in genere riservata alle band di culto del giro grunge/post-hardcore anni '90 che il festival non si dimentica (almeno finora, e vivaddio). La loro reunion è roba fresca e un bel déjà-vu di una situazione simile a quella degli Unwound della passata edizione sarebbe alquanto godereccia.
- Fucked Up : Materiale nostalgico qua signore e signori. È cosa appurata da me e altri coscritti primaverici che vi siano dei palchi/venue e/o slot temporali più sexy di altri, che generano un'alchimia propizia, esempio: lo slot che va dalle 1:30/2 fino alle 3 circa del fu Ray-Ban è (era, diciamoci la verità) quasi sempre una bomba a mano, si godeva, si sudava, si ballava, spesso veniva anche un certo languorino, una qual certa voglia di chiavare, ecco. Altro luogo magico è la Sala Apolo, il mio personale Old Trafford in cui ho assistito a performance da durello perenne, e con continuità spaventosa nel corso delle edizioni da me frequentate. In genere, questo avviene nel giorno stesso dell'arrivo, il sempre trafelato e pesante mercoledì, oppure la domenica, in una celebrazione di chiusura mai banale e sempre wholesome, in un modo o in un altro. I Fucked Up, band canadese già encomiabile per aver mescolato l'hardcore con il prog, per aver composto e registrato un album in sole ventiquattr'ore, e soprattutto per avere un frontman che è l'incrocio tra un Orsetto del Cuore e un wrestler anni '80, sarebbero cosa già vista per me e Reric: PS 2019, serata memorabile con rischiata multa per vari magheggi in strada e sopportando un'ora di concerto vomitevole di una tizia, Cocou Chloe, il cui highlight è stato la suddetta che "mostrava il culo" a detta del buon Reric, e io stavo guardando pure da un'altra parte. Che palle. Ad ogni modo, quello fu un concerto memorabile, nella top 3 di quell'edizione, per cui mi auguro un altro mercoledì da leoni.
- Deafheaven : Sarò breve, i fattori sono i seguenti: 1. nonostante la diffidenza nei loro confronti, sono una band live della madonna, parlo per esperienza – visti al Roadburn anni fa, spaccarono tutto e il pubblico inizialmente ostile dedicò loro una standing ovation di 5-6 minuti, manco fossimo a Cannes; 2. la band non torna al PS da quasi un decennio, non so quanto possa contare come cosa ma ce la metto uguale; 3. il loro ultimo album, verso cui non nutrivo molte speranze (una virata verso lo shoegaze e il dream pop), è parecchio valido, a dimostrazione che i nostri c'hanno il manico giusto. Due morali: 1. non giudicate mai il libro dalla copertina e 2. i metallari sono gente educata.


Categoria “ce so rimasto”

Quello per cui amiamo il Primavera Sound è che è capace di cacciare in mezzo alla lineup qualcosa che nessuno si sarebbe aspettato e che sorprendentemente funziona. Che sia un gruppo che ti piace ma non lo vai a dire a giro, che sia un artista dallo status leggendario che nemmeno ti ricordavi esistesse, che sia un gruppo che sembra non aver niente a che fare col resto ma andrai a vedere per forza. Va detto che negli anni questa capacità del PS si è leggerissimamente affievolita, ma speriamo che quest’anno ritorni a farsi sentire. Tre nomi a persona.

1) Reric

- Megadeth : L’anno scorso questa pontatina l’ho sognata la notte. Veramente. Un po’ come McCartney che si sveglia con la melodia di Yesterday in testa, convinto che Morfeo mi avesse regalato un capolavoro, ho martellato il nome dei thrasher californiani ai miei amici per mesi. Purtroppo non è servito a niente ma non mi sono disilluso perché so nel fondo dell’anima che certe pontatine non finiscono, ma fanno giri immensi e poi ritornano.
- Mike Watt : Ho scoperto tanto, ma tanto di recente che il signor Minutemen non solo è ancora in attività ma propone anche setlist assai incentrate sul repertorio della storica band che (possiamo dirlo?) ha inventato il post-hardcore. Se al "Primavera Weekender" di quest’anno c’è Bob Mould degli Husker Dü, perché non portare anche Mike Watt in Catalogna?
- Cap’n Jazz : Quanto ancora dobbiamo aspettare per avere una nuova reunion del miglior gruppo emo di sempre? È successo nel 2010, è successo nel 2017, possiamo avere questo regalo per il 2024, possibilmente in Europa? Più che una pontatina, una richiesta disperata, ma non impossibile in un periodo di magra estrema per i redivivi American Football (ormai er Mike si è ridotto a fare le cover di Mazzy Star pur de scopa’). Il nome che mi farebbe infartare definitivamente nel leggere la lineup. Se riesco a vederli dal vivo prometto che mi tatuo il carretto di Shmapp’n Shmazz sul braccio sinistro.

2) Paolo

- Judas Priest : L' heavy metal è la scuola elementare dei metallari: non la cosa più impegnativa, non la cosa più bella, la più interessante o la più provocante, ma quella per cui provi più nostalgia e cuore. I Judas Priest sono come il cortile della scuola elementare dove passavi le ore a giocare con i tuoi amichetti, prima della scoperta dell'alcol, degli Slayer, del nazismo, della misoginia e di tutte le altre caratteristiche tipiche delle branche metal più pesanti. I Judas suoneranno a questo Primavera Sound.
- Ringo Starr : L'uomo giusto al momento giusto. Sbeffeggiato da tanti, deriso, perché suona uno strumento inferiore, perché ha il nasone e la voce buffa, perché oggettivamente ha scritto molte meno canzoni degli altri tre: ma comunque migliori del 99% della discografia dei Beach Boys. Facciamo dunque due conti: John Lennon è morto, George Harrison è morto, Paul McCartney è morto e quello nuovo costa troppo per il PS. E allora, poiché i  Beatles sono la più grande band pop di sempre, un festival come il PS non può non ospitare, almeno una volta nella sua storia, chi ha fatto parte di quella vicenda, fra dischi leggendari e sessioni masturbatorie di gruppo.
- Verdena : Al PS c'è un reparto booking dedicato all'Italia, o meglio, a progetti musicali italiani chitarristici di dubbio valore. Iosonouncane, l'urla-cantautore sardo più amato dalle riviste di settore, i Maneskin, il più grande insulto di sempre alla musica rock, sono solo alcuni degli esempi possibili (come dimenticare anche quella tizia lì mezza sconosciuta che Reric spingeva chissà dov'è finita). Quest'anno, perché no, un altro gruppetto della minchia come i Verdena, noti per avere i primi trenta secondi delle canzoni molto belli, potrebbe finire sotto la lente d'osservazione ed essere sparato su un palco terziario alle due del mattino con soundbleed di DJ trash in Boiler Room e rappuse con tre canzoni all'attivo e uno slot di un'ora al Pitchfork o come cazzo si chiama adesso.

3) Tommaso

- Sade : Ce so rimasto (e di brutto): sembrerà strano a chi mi conosce (ma non abbastanza a fondo), anche questo vecchio panterone fiesolano ha un lato smooth, e quale miglior band per esprimerlo se non i Sade – che credo non siano mai stati invitati al PS, ma magari mi sbaglio. Band fuori quota ma non del tutto aliena a certe derive intraprese dal festival negli ultimi anni. Il binomio "band storica ma mai troppo celebrata" + coolness dovrebbe fare il suo. 
- Botch : Altra band reduce da mini-tour di reunion e sortite continentali (anche europee), per questo da me pontatinati anche per la scorsa edizione. A quanto pare questo è un vero e proprio tour d'addio, o comunque un "affaccio" fatto da questa esuberante band post-hardcore dal Pacific Northwest (Terra Santa per me) per ringraziare gli affettuosi fan che li hanno ricordati e ne hanno evocato il nome nei venti e più anni intercorsi dal loro prematuro scioglimento, avvenuto nei primi Duemila. Band di enorme spessore e annoverabile nella top 5 dei migliori gruppi del genere, il loro nome sbuca in qua e in là nei thread di Reddit e nei blog di qualche nostalgico, ma l'interesse verso di loro si è riacceso e chissà se in quel di Barcellona qualcuno c'ha fatto un pensierino. A tal proposito consiglio vivamente l'ascolto del loro We Are The Romans, album della madonna che documenta quanto fossero fighe le commistioni tra metal e hardcore (e anche un po' di math che non guasta) prima che arrivassero quattro sfigati emo con il ciuffo piastrato a rovinare la festa, e a trasformare i termini "metalcore" e "mathcore" in brutte parolacce che non piacciono ai bongustai come noialtri.
- Olivia Tremor Control : Ok, non che questa amabile compagine di fricchettoni sia totalmente fuori quota per il Primavera (almeno quello "storico", che guardava sempre a una frangia freak folk/psichedelica), ma sarebbe comunque una sorpresa rivederli a giro dopo tanti anni. Band nata nel florido contesto di Elephant 6, collettivo super esteso da Athens, Georgia (un'altra personale Mecca musicale - R.E.M. e Deerhunter altri prestigiosi abitanti di quella zona), che diede il la a una miriade di progetti fighissimi (The Apples in Stereo, Neutral Milk Hotel, Of Montreal etc.), e che è stato di recente celebrato con un documentario e una compilation antologica. Quale miglior occasione, quindi, per organizzare una bella reunion dei nostri (e magari anche dei Neutral Milk Hotel), con annessa visione del documentario (che si dice sia veramente bello e toccante) e anche un bell'acid test alla Timothy Leary? Io ci metto la firma col sangue.


Categoria “DJ ed elettronica”

Con questa e le prossime categorie calmiamo un po’ le chitarrone, che oltretutto sono sempre meno (ahimè) protagoniste del festival, e ci addentriamo in generi che comunque, nonostante prendano sempre più piede nella lineup, hanno sempre avuto una grossa importanza nella varietà che solo il Primavera Sound sa offrire. Innanzitutto, DJ ed elettronica. Tre nomi a persona.

1) Reric

- Röyksopp : Pontatina, anche questa, apparsami in sogno (in realtà era più un dormiveglia). Queste leggende dell’hipster-tronica, con la loro anima club e la loro venatura ambient, possono accontentare quelle orde di cagacazzo (scusa Tommaso) che ogni anno reclamano la reunion dei Boards of Canada, e ci farebbero ballare anche di più.
- 2 Many DJs : Personalmente per rispetto della roboanza preferisco evitare di citare gruppi che sono passati dal PS di recente, ma qui l’inerzia è troppo forte per non proporla. Dopo essere venuti un po’ in sordina al secondo weekend della doppia edizione 2022 (a cui non abbiamo partecipato né io né Paolo), vorrei tanto vedere i due belgi tornare a Barcellona acclamati dal popolo e spaccare la dancefloor a suon di mash-up house music. 
- Paul Kalkbrenner : Quando vidi i Disclosure da solo, in terza fila, all’edizione 2022 (mi sono divertito tantissimo), ricordo di salire stremato le scalinate dell’anfiteatro noto ai veterani come "il Ray-Ban" (anche se ormai il palco è sponsorizzato da Cupra), e di incontrare gli amici di Tommaso che sotto sotto un po’ rosicavano per non aver vissuto da vicino la bolgia in cui ero appena stato. Gli dissi: "La grande club music per le masse" e uno mi rispose: "E allora l’anno prossimo chi viene, Paul Kalkbrenner?". Mi stava quasi sfottendo ma con l’espressione più seria del mondo gli dissi: "Magari". L’ho visto a Firenze nel 2017 senza nessuna aspettativa ed è stato uno dei set elettronici più belli che abbia mai visto. Ha uno status vicino agli headliners, certo, ma lo metti a fare chiusura all’alba davanti al mare e regali al pubblico un’esperienza indimenticabile, altra caratura rispetto a ciofecazze con uno status simile subìte di recente tipo Nina Kraviz o Peggy Gou.

2) Paolo

- Underworld : "Ride the sainted rhythms on the midnight train to Romford". La storia degli Underworld potrebbe essere oggetto di un discorso motivazionale: attenzione ragazzi, non servono caschi e paillettes per diventare il miglior gruppo di musica elettronica di sempre. Può bastare una magliettina a righe, capelli biondo platino, e una certa capacità di fondere il flusso delle maree con il battere incessante di un martello pneumatico. Gli anni ’90 sono gli Underworld; meglio di una macchina del tempo, meglio di qualsiasi documentario. Al Primavera hanno suonato nel 2015, ma io li avrei visti bene anche l’anno scorso, quello prima, quello prima ancora e così via. Che quest’anno sia finalmente quello giusto ?
- Evian Christ : Gli Underworld sono fra i capostipiti della trance. Evian Christ è uno dei pochi "giovani" compositori di musica elettronica che ha recuperato e sublimato quel genere che sembrava non essere uscito vivo dagli anni '90. Evian ha già concesso, nel 2018, un'incredibile performance alla Warehouse (parte della incredulità legata al fatto che dietro i decks non c'era effettivamente nessuno, ancora non s'è capita bene la situa). Quest'anno è uscito un disco nuovo e dubito che il PS perderà l'occasione per riportarlo in cartellone.  
- DJ Sabrina the Teenage DJ : Nel 2023 ha pubblicato il nuovo disco Destiny, fra le uscite elettroniche più simpatiche e fresche dell'anno. Però dura quattro ore. Resta il fatto che al PS ha il potenziale di fare ballare tutti, ma proprio tutti, e quindi, perché no?

3) Tommaso

- Kruder & Dorfmeister : Duo di produttori/DJ austriaci, arcinoti nei Novanta per le loro sessions mixate super pettinate, che variavano dalla musica per lounge bar a colonne sonore per immersioni nelle vasche di deprivazione sensoriale, aggiungendo sempre quel tocco di funk e acidume che non guasta mai. Fini conoscitori musicali e dotati di un'ottima dose di autoironia (celebre la loro copertina-plagio di "G-Stoned", che richiama quella di "Bookends" di Simon & Garfunkel), hanno avuto fortune alterne negli anni a venire, eclissati spesso dai Soulwax come "duo di nerd/ricercatori/produttori europei ganzi che fanno musica per gente ganza". Sarei ben contento di sentirli/vederli e non aggiungo altro a riguardo.
- Against All Logic : Nicolas Jaar al PS ce lo siamo sorbiti in più salse, l'ultima volta col suo progetto electro-blues (?) pallosissimo Darkside (dove il Darkside è probabilmente quella zona oscura tra le palle e il culo). Unica cosa degna di nota che ha compiuto musicalmente il nostro è stato questo progettino house apparentemente innocuo, ma che in realtà mostra le capacità di Jaar di comporre a cazzo e con la mano sinistra (mentre con l'altra si gratta/ispeziona il Darkside, credo) delle autentiche mine antiuomo che farebbero saltare in aria il Ray-Ban stage (l'abitudine è dura a morire) mentre si va verso l'alba. Quindi Nico, smettila di fare sonorizzazioni pallose per installazioni d'arte di merda da ricconi newyorchesi e torna a far ballare la gente, maremma installatrice.
- Dave P : Che dire: l'uomo più bello del mondo, il padrone del mio cuore e della mia anima, il re dei re, il dio dei mashup e delle commistioni avventurose, lo stregone del mixer, il maestro delle cerimonie: DJ Coco vattene affanculo te e tutti gli amici che ti porti sul palco, Dave P è la versione di te venuta meglio e anche più sexy e simpatica. Questa, più che una pontatina, è una dichiarazione d'intenti: Dave P is God.


Categoria “rapper”

Stesso discorso che con l’elettronica, nelle ultime edizioni è diventato normale avere uno o più rapper in posizioni da headliner, per la gioia di alcuni e lo scorno di molti. Personalmente, quelli che più mi sconfinferano sono sempre stati midcards. In ogni caso, proponiamo due nomi ciascuno.

1) Reric

- Morad : In un rap game europeo in cui la voce delle seconde generazioni si fa sentire sempre di più fuori dalla Francia, c’è stata una vera e propria esplosione di artisti di origine marocchina di cui Morad è senza dubbio il più famoso in Spagna. Catalano, pieno di scazzi con la polizia nazionale e con Vox, perciò amico del PS, è il candidato perfetto per regalare festa per i giovani locali. Pontatina sensatissima anche se a me non piace. 
- Freddie Gibbs : Il secondo "ripescaggio" della mia serie. Come Lana del Rey, anche Freddie Cane è finito nel dimenticatoio degli annunci pre-covid che non sono stati rinnovati. Ma io non dimentico, e per me, anche senza Madlib, uno dei rapper americani più cazzuti della sua generazione deve tornare al Primavera dopo 8 anni dalla sua ultima volta per provare al pubblico la sua consacrazione.

2) Paolo

- Doja Cat : Doja Cat, pseudonimo di Amala Ratna Zandile Dlamini (Los Angeles, 21 ottobre 1995), è una cantante, rapper e produttrice discografica statunitense.
- Ice Spice : Ice Spice, pseudonimo di Isis Naija Gaston (New York, 1 gennaio 2000), è una rapper statunitense.

3) Tommaso

Piccola premessa: sto attualmente trascrivendo questa mia aruspicina a scatola chiusa, ovverosia senza il confronto dell'altro esimio sacerdote Paolo. Non so cos'ha pontatinato ma sono quasi sicuro che abbia snobbato la seguente sezione, ritenendo il rap e ogni sua forma una sorta di genere minore (mi stupirebbe il contrario). Ciò che voglio intendere con questo preambolo – o pre-proposito ;) – è che io, per motivi diversi (ignoranza sul genere e zero-ascolti-zero) non sarò in grado di redarre per filo e per segno la coppia di pontatine assegnatemi, e per questo mi scuso. Posso però dire che negli anni, da outsider totale, ho assistito a un buon numero di performance rap e mi ritengo tutto sommato soddisfatto, laddove spesso la soddisfazione personale sopraggiunge quando il grado di coinvolgimento iniziale e l'aspettativa sono molto, molto bassi (esempio, Asap Rocky nel 2018 bombammano, slowthai nel 2019, che era quello sporco e cattivo e un po' punk e britannico – quindi per me più "esotico" rispetto ai rapper yankee – una merda totale). Ne dico un paio giusto per non far torto a nessuno, ma senza sprecarmi troppo, come un veterano di Serie A che entra a partita in corso e ha pochi scatti nelle gambe: Danny Brown e JPEGMAFIA, già visti entrambi al PS, ma protagonisti dell'unico album del genere che mi sia capitato di ascoltare – ed effettivamente apprezzare – in questo 2023.


Categoria “gen-z”

Il pubblico storico del PS invecchia e le nuove generazioni cominciano ad essere sempre più numerose. Che sia un bene o un male, ai posteri l’ardua sentenza. So solo che è sempre più frequente vedere artisti spiccatamente "zoomer" all’interno del festival, con tutto quello che si portano dietro anche in valore simbolico poiché il non-binarismo, la critica dell’eteronorma o ancora rivendicazioni razziali di vario genere abbondano nelle identità musicali di una grossa parte di questi acts. Siccome siamo vecchi (più dentro che fuori), due nomi a testa.

1) Reric

- Eyedress : La "new sensation" del bedroom pop (genere zoomer per eccellenza) viene dalle Filippine e non aspetta altro che venire in Europa ad ampliare la sua fanbase perché quest’anno è il suo anno e pure il "babbo" Mac DeMarco ha dato la sua benedizione. 
- Jane Remover : Stesso discorso che faccio per Eyedress ma in ambito hyperpop. Classe 2003, è l’unica artista che ho mai visto cancellare un vecchio nome d’arte in maniera tale che pronunciarlo fosse deadnaming, cosa che mi ha scombussolato non poco ma grandissimo rispetto. Abbandonato ed epurato il moniker sotto cui usci il fenomenale Frailty, uno dei migliori album del 2021, e nonostante la forte attività sotto il progetto Leroy (che ha inventato il "dariacore"), Jane di recente ha messo a nudo la sua anima subito dopo la transizione di genere nel video che annuncia un prossimo album su cui ho tantissime aspettative, Census Designated. Sperando che questo lavoro la piazzi sull’olimpo dell’hyperpop, un tour europeo con date di spicco in festival importanti come il PS "può accompagnare solo".

2) Paolo

- Jeff Rosenstock : Non sarà Gen Z sulla carta di identità, ma è l’idolo power pop della Gen Z (o di chi non capisce di power pop, e quindi della Gen Z). Passare dai Bomb the Music Industry! alla sua veste solista è come passare da River Plate a Juventus, dal futbol di adaniano adagio al calcio dei miliardi e delle supercoppe in Arabia Saudita; in questa metafora Anthony Fantano è il principe regnante degli Emirati. Rimane il fatto che dopo i Turnstile nel 2022 c’è bisogno di qualche altro attira camice hawaiiane e cappellini da pescatori, la divisa ufficiale dei Gen Z: e i mie due cents sono proprio sul caro vecchio giovane Jeff.
- Sidney Gish : Nata nel '97, è barely Gen Z (e quindi non barely legal, come invece preferirebbero i 50enni misteriosamente fan di fin troppe indie musicians della Gen Z calante), ma è la cantautrice indie pop che, insieme a Stella Donnelly, meglio ha recepito gli insegnamenti degli anni '90 e '00 rifiutando l'approccio morfinico che ha portato nell'olimpo le già citate Julien Baker e Phoebe Bridgers (fa male ammettere che al momento vincono due a zero). Se avesse voglia di venire in Europa, sarebbe una boccata d'aria fresca nello stantio reparto indie femminile tipico del Primavera Sound post 2019.

3) Tommaso

L'astensionismo è il fenomeno per cui, in una votazione (ad esempio in occasione di referendum o elezioni), le persone aventi diritto di voto non esprimono il proprio voto. Se la votazione non è in capo al Corpo elettorale ma ai componenti di un collegio ristretto (es. un'assemblea elettiva), è puntualmente disciplinata nelle sue conseguenze: per esempio, nel diritto parlamentare, gli astenuti risultano presenti durante la votazione ma non si esprimono. 


Categoria “talent scout”

Ovviamente, pontatinare non è divertente se non si vanno a piazzare colpi veramente tanto di nicchia. Questa categoria è quella in cui andiamo a suggerire gruppi che (almeno qui in Italia) sono pressoché misconosciuti e che si presterebbero benissimo alla kermesse barcellonese. Due nomi a testa, uno probabile e uno improbabile.

1) Reric

- La Elite : Pontatina troppo facile e servita su un piatto d’argento per non farla. Nonostante abbiano pubblicato un solo album, a fine 2022, i synth-punk rockers di Barcellona hanno sbancato talmente tanto in patria (anche ad eventi targati Primavera Sound) che quest’anno non possono essere lasciati fuori dalla "real thing". Ok, non sono proprio dei signori nessuno ma è il classico pronostico su cui scommetterei soldi veri. (Una piccola postilla: quando li ho visti suonare a Parigi ho chiesto al tastierista se avrebbero suonato al Fórum. Mi ha risposto con un: "Che io sappia no" al retrogusto di non-disclosure agreement.)
- Spill Gold : Le ho viste di recente al Frisson Acidulé, festivalino estremamente abrasivo a Vitry-sur-Seine e queste olandesi dal krautrock ipnotico mi hanno completamente conquistato dal vivo. Non succede, ma se succede sapranno fare contentissime svariate fette di pubblico, sia le più festaiole sia le più intellettuali. 

2) Paolo

Facile quando si vive in una metropoli con concerti ogni sera in tremila locali, o quando si è così nerdoni da conoscere ogni singolo progetto psych-rock uscito nel mondo, o tutta la panchina del Tottenham. Qua purtroppo al circolo il Progresso passa poca roba nuova, di solito si alternano i Diaframma, Federico Fiumani solista e Federico Fiumani in confidenziale. Per questa categoria lascio la parola ai miei cari amici sicuramente più avventurieri e studiosi di me.

3) Tommaso

- Ex Pilots : Prendete una buona dose di lo-fi e di garage rock, mischiateci il gusto per le melodie dei Guided By Voices e la violenza dei Mission of Burma, spolverate il tutto con una buona dose di power pop e di brit rock alla Teenage Fanclub e otterrete gli Ex Pilots. Ascolto consigliato: "Ex Pilots", 2023.
- Water From Your Eyes : Prendete una buona dose di synth-pop e di industrial, mischiateci la fredda e sciamanica frenesia dei Suicide, un po' di shoegaze, qualche sample figo, e otterrete i Water From Your Eyes – una roba ganza e ben più dignitosa e meritevole d'attenzione rispetto a quel patetico scherzo che sono i Jockstrap. Che vergogna di "band" e che spreco di tempo averli visti, ridatemi indietro quei preziosi minuti della mia vita. Ascolto consigliato: "Everyone's Crushed", 2023. 


Categoria “dank”

Finiamo la rassegna pontatinale con una, e una sola, chiamata puramente umoristica, cazzara, divertente, memica, ma non per questo impossibile. Del resto molti festival ogni tanto decidono di divertire l’uditorio con un’operazione improbabile: il Coachella nel 2018 fece fare una piccola performance allo "yodeling kid" che aveva sbancato a Walmart, e non dimentichiamo che il PS nel 2020 avrebbe portato Sonido la Changa, l’equivalente di Franchino e Ricky Le Roi per la cumbia messicana. 

1) Reric

- Padre Guilherme : Dopo averci esaltati con un DJ set iconico alla Giornata Mondiale della Gioventù (ritrasmesso per intero dall’Avvenire che per una giornata si è sostituito al canale del Boiler Room), è il momento della meritata "stardom" per il clerico portoghese. Non ci perde nessuno: il prete-DJ continua la sua missione di evangelizzazione, il pubblico si becca un set potentissimo con una nocchetta di memicità tra progressive house e sample vaticani, e il Primavera Sound dimostra ancora una volta apertura mentale accogliendo per la prima volta (credo) un sacerdote.

2) Paolo

- Eric Cantona : L’uomo che sembra vivere solo in quel video highlight dove tira la pedata e in pagine cringe sul romanticismo del football anni ’90 è in realtà un essere umano in carne e ossa; di più, pare essere anche un musicista. Ha la barba lunga, la voce profonda e i testi alla Nick Cave: tutti i requisiti per il cantautore medio del Primavera Sound. Da non sottovalutare anche il fatto che gli hooligans ubriachi che infestano da anni il Parc del Fórum potranno avere finalmente un condottiero: "What a friend we have in Jesus, and his name is Cantona".

3) Tommaso

- Kiss : Altra breve ma necessaria premessa: i Kiss per me sono roba serissima, non sono un cazzo di scherzo e non penso che sia giusto che la gente li tratti come dei fumettoni viventi incapaci di suonare due note in croce. I Kiss sono molto di più: sono una fottuta entità extraterrestre dalle sembianze divine che ha graziato questa stupida umanità con la loro presenza, e vanno solo rispettati, sennò volano gli schiaffi, capito? 
Ora, il significato di termini pagani quali "dank", "triggerato", "ghostato" e altre robe non linguisticamente pure non appartengono al mio lessico, sono oramai un adulto e non credo che questo basti a rendermi credibile ai vostri occhi (non ho questa pretesa) ma ecco, non ho nemmeno dodici anni e se uso Tik Tok è per vedere qualche bella fica e sperare che nella loro bio ci sia un link a Onlyfans (purtroppo esclusi/oscurati dai profili Instagram delle suddette). 
Ciò detto, le altre due alternative da me paventate erano gli Ace of Base e il DJ prete che però m'ha "razzato" il buon Reric, fregandomi sul tempo. 
Ricordo a tutti che i Kiss non sono uno scherzo, sono seri e navigati professionisti del settore, nonché padri di famiglia e personcine davvero perbene (lo dice King Buzzo dei Melvins, quando i suddetti vennero chiamati proprio dai Kiss – buongustai e intenditori veri – ad aprire i loro concerti verso metà anni Novanta, e se lo dice lui ci credo eccome). Io caldeggio fortemente questa pontatina e mi auguro che dopo gli ottimi Ghost della passata edizione, il PS si degni a riportare il vero Hard Rock mascherato al Parc del Fórum. Tra l'altro i Kiss sono impegnati in un tour d'addio (questa volta "vero", e non come quelli farlocchi e ingannatori dei Pooh), quindi ecco, muovetevi e spendete una buona fetta del budget per Gene Simmons, Paul Stanley e soci (e le loro meravigliose scenografie), altrimenti destinato a qualche scureggia loffia urban, trap o reggaeton. Avete rotto il cazzo con sta musica da puttanieri delinquenti, dateci la musica degli onesti lavoratori che pagano le tasse e che si godono i veri, piccoli grandi piaceri della vita - tipo la birra, il biliardo e il rock 'n roll.

Amen.