giovedì 19 ottobre 2023

Benelux vs. Mediterraneo (pt. 2/2) - Con Marcel e La Elite al giubileo del nuovo garage punk europeo

La Elite live @L'International, Parigi, 12/10/2023

Introduzione, di nuovo

Mi sono svegliato completamente disorientato. Non sono solito alzare il gomito a questi livelli il mercoledì sera, ma il sentimento di essere in un periodo festivo inventato da me mi ha spinto oltre ai miei limiti consueti. Dovrebbe farmi paura pensare che la festa continua e che stasera, dopo il carnevale di ieri, devo tornare a ballare sui frantumi di quel che resta di me. Ricordarmene, però, mi rinfranca e mi dà un briciolo di vivacità mentre mi alzo intorpidito, pronto a connettermi direttamente col lavoro senza passare dalle tappe rituali di doccia e compagnia bella. Odio lavorare da casa e non lo faccio mai, ma in vista di una settimana che conta quattro viaggi in campagna e due concerti ho avuto la buona intuizione di fare domanda con anticipo. Capita a fagiuolo, perché appena do uno sguardo al telefono per vedere che ore sono mi accorgo che il cellulare è inutilizzabile: non si vede una mazza e, a parte sbloccare la sveglia con pura memoria muscolare, in queste condizioni non serve a nulla. Per me che sono sostanzialmente agente di commercio questo vuol dire che sono attualmente in disoccupazione tecnologica.

Alla fine è quasi una buona notizia: finalmente ho uno scopo per la mia giornata, che è quello di riparare l’LCD in tempi lampo; e avere una missione di urgenza massima, a quanto ne so, è l’unico antidoto per quell’inedia da smart-working di cui soffro cronicamente. Quel santo uomo del tecnico del negozio sotto casa riesce a risolvere il problema entro le 18, senza fare nessuna loscata (quante volte vi è successo che chiedessero la password del telefono senza che sembrasse necessario?) e scusandosi anche del ritardo. Nonostante qualche micro-angoscia durante il giorno, specialmente quella di non riuscire a recuperare il mio biglietto DICE per la serata (abbasso il “tutto-cellulare” che imperversa ultimamente), tutto si risolve. Riesco anche a detossificarmi a dovere e prima di uscire, di nuovo a digiuno perché non ho punta fame, metto su a un volume illegale 19 Dias y 500 Noches di Joaquín Sabina, la canzone spagnola più nazional-popolare che io conosca.

Per chi non lo sapesse sono di nazionalità spagnola, per diritto di sangue da parte di madre. Detto ciò, non ho mai vissuto in Spagna e questa parte della mia identità è un po’ strana da portare perché a volte mi sembra più aneddotica che altro. Di spagnolo ho la conoscenza della lingua (fluente ma senza uno straccio di influsso territoriale), qualche piccola referenza di cultura popolare giovanile e non, un paio di basi di cucina nazionale ormai radicate nel mio ricettario interiore, e poco più. Se da un lato l'identità spagnola me la sento comunque radicata nell’anima, e me ne servo spessissimo per connettermi con gente di molte parti di mondo, dall’altra è sempre stata qualcosa di poco basato su esperienze di vita vissuta e più su una trasmissione generazionale astratta.

Mentre la voce roca di Joaquín Sabina riempie la stanza, il mio passaporto spagnolo mi scruta dal ripiano in cui l’ho posato e dal quale non lo sposto mai, se non per provare concretamente ai miei ospiti che sono davvero spagnolo. Quel libretto rosso mi guarda e ride di me, che dopo il detox prima di uscire devo anche prendere gli integratori di spagnolità. Lo mando a quel paese: stasera suonano i La Elite e gli stati-nazione li buttiamo nel cestino, perché l'unico minimo comun denominatore della serata è il garage punk, che sporca tutti indiscriminatamente.

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“Donde está mi hermana?”, celebrando il camaleontismo con Lerka · Jo

Ok, forse ho parlato troppo presto. Arrivo a L’International poco prima delle 20 e c’è pochissima gente, che già è segno di ampia presenza spagnola visto che il concerto in teoria è sold-out. D’accordo, che gli spagnoli siano dei ritardatari è uno stereotipo, e nemmeno troppo vero; che in generale gli stranieri non conoscano o non capiscano l’organizzazione concertistica parigina, quello invece è un fatto appurato. Anch’io, all’inizio, non sapevo bene come approcciare queste serate che cominciano all'ora di cena, sono sempre puntualissime e hanno uno scaglionamento aperturacancelli-inizioconcerto non sempre chiaro. Poi per fortuna ho imparato un paio di regole di base: uno, arrivare sempre in anticipo, che non può mai far male; due, se la sala concerti è grande e non si capisce se l’ora sul biglietto è l’apertura cancelli o l’inizio della musica, fare uno squillo alla sala e farselo dire; tre, se la sala è piccola e c’è la stessa incomprensione, semplicemente presentarsi qualche minuto prima dell’orario indicato. A riprova delle mie elucubrazioni, in questo momento ci sono solo francesi soli che applicano sicuramente anche loro le regole d’oro del completismo da live (lo so perché ce l’hanno scritto in faccia), e giusto un paio di gruppetti di spagnoli un po’ hipster un po’ ronci che bevono ai tavoli del bar probabilmente da un bel po’ di tempo. Delle due categorie umane, in questo momento, mi sento più vicino alla prima. 

Appena apre, noi nerd sparuti ci spostiamo nell’antro sottostante (per una descrizione architettonica de L’International leggere l’introduzione della parte 1) e scambio le prime parole con uno di loro che mi dice di essere venuto per vedere l’opening act, Lerka · Jo, cantante ucraina trapiantata in Francia che ama mescolare metal, rap e elettronica. Dopo una frase del genere mi verrebbe l’istinto di scrutare il mio interlocutore come se fosse un membro del fanclub dei Linkin Park ma è chiaro anche solo alla vista che il ragazzo è troppo patrizio per starmi dicendo una cazzata. A quel punto, nella calma di una sala concerti semivuota, succede un piccolo miracolo: una ragazza bassina e occhialuta, un po’ schiva, monta sul palco e su una base Céline Dion-iana invita tutti, compresa la gente di sopra, ad avvicinarsi. Il locale comincia a riempirsi di gente ancora mai vista mentre Lerka · Jo canta una ballata in ucraino che non sfigurerebbe a un saggio di danza delle medie. Ha una bella voce ma tutto sembra troppo fuori luogo. Forse proprio per questo rimango sconvolto quando, al secondo pezzo, la cantante diventa un’altra persona e comincia a urlare su strumentali in cui il culto dei Rage Against the Machine flirta con una rave music di stampo slavo, dimenandosi da ogni parte. Devo ammettere che faccio un po’ di fatica a godermi i concerti in cui potrebbe esserci un gruppo e c’è solo una base. Di recente davanti ai velocissimi Unlogistic, veterani dell’hardcore-punk francese, mi sono annoiato proprio per questa ragione, la batteria sostituita da strumentali messe dal computer. Ma Lerka · Jo ha un non so che di coinvolgente, una presenza scenica che mette in ombra la semplicità della performance.

La dichiarazione di intenti Je Suis Lerka · Jo ci porta subito “Chez Lerka · Jo”, in un universo dove il multilinguismo e l’entusiasmo in purezza la fanno da padrona. La cantante ha accenti pronunciati e simpatici in tutte le lingue che parla (francese, inglese, ucraino), e non ha nessun timore di parlare lingue che non conosce. “Donde está mi hermana?”, chiede a ogni pausa in uno spagnolo scadente che mette di buonumore. Sul palco l’improbabile diventa normale e Lerka · Jo è capace di svariare da un pop-punk dal sapore Est-europeo come O 4 E N al rap motivazionale in cassa dritta di Cringe Boom, disorientando il pubblico che a volte è combattuto tra l’headbanging e il braccio alzato a scandire il ritmo del beat come veri b-boys. Come una versione rap metal dei già citati Stereo Total, la cantante  incita il pubblico a celebrare un libertinismo linguistico tanto violento quanto tenero e sull’“hello, privet, bonjour, ciao ciao” di Hitchhiking in Galaxy si apre un moshpit scherzoso che dà finalmente un senso a un’aria condizionata fin lì troppo presente. Alla fine del concerto le “hermanas” di Lerka · Jo appaiono davvero, un paio di ragazze con addosso il merch ufficiale che fanno casino sul palco. Ma ormai siamo tutti un po’ sorelle, e in una serata dove le divisioni nazionali si annunciavano piuttosto marcate un opening act divertente, ispirante e ben selezionato è riuscito ad appiattirle. Nell’entusiasmo generale, il concerto finisce con un brindisi collettivo: Champagne!

Il tempo di riprendermi da un principio di sudata e subito attorno a me vedo persone che parlano in inglese anche se chiaramente non è la loro lingua madre. Per la prima volta constato che sì, ci sono tantissimi spagnoli, ma le piccole tribù di stranieri e locali si mescolano piacevolmente. Invece di sentirmi un infiltrato o persino un impostore, adesso mi sento un camaleonte capace di cambiare colore con tutte le persone in sala. Ringrazio Lerka · Jo per farmi sentire così, e del resto questa sensazione pare necessaria in un tale contesto di promiscuità: sono sotto al palco, i La Elite stanno per cominciare il loro concerto e la densità umana è già molto alta. L’atmosfera è amichevole ed elettrica.

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La Elite, il party spagnolo più caldo del momento (dress code: inelegante)

Quando il duo catalano monta sul palco, vedo per la prima volta quanto sono buffi e complementari i La Elite: il produttore/smaneggiatore/tastierista Nil Roig (AKA Yung Prado) è altissimo e ha uno stile alternativo sobrio e ben curato; il cantante David Burgués, al contrario, è bassino e ha l’aspetto di un troublemaker nato, con i suoi pantaloncini Adidas e gli occhiali da sole da black-bloc: il classico personaggio, rigorosamente pelato, che capita di incrociare in tutti gli squat d’Europa e che appare tanto simpatico quanto poco raccomandabile. “Buonasera Roma” esordiscono tra il clamore del pubblico questi Stanlio e Ollio del punk contemporaneo, coppia dirompente e irriverente già solo alla vista. “Una canzone per questa città… Una città di merda!” (in italiano). Tutta la sala ha già capito: dalle prime note del riff di sintetizzatore di Nuit Folle il sottosuolo de L’International diventa una festa selvaggia.

L’opener di Nuevo Punk per me è una delle migliori canzone su Parigi della storia, in competizione stretta giusto con un famoso standard jazz (nella versione di Count Basie) e una hit di Kanye e Jay-Z che non si può pronunciare per intero. Cantarla dentro al microfono insieme al suo autore (e una massa incontabile di persone esagitate quanto me) alla prima data dei La Elite a Parigi resterà per me un momento storico. I torpori di stamattina scompaiono definitivamente e, come al concerto dei Marcel, entro in una dimensione parallela, questa volta non tanto demoniaca quanto antisociale, nel senso più simpatico della parola. Le canzoni dei La Elite sono tutte trainate da questo fil rouge di volgarità e violenza gratuita (palesemente umoristica). Per esempio, subito dopo aver “cagado en el Louvre” con la prima traccia, parte un’altra hit: l’inno anti-lavoro Mata a tu Jefe, che con le sue schitarrate rock’n’roll mi fa sgolare e tira fuori da me il teppista che alberga nel mio subconscio (“me gusta beber, y pelear!”).

Pezzo dopo pezzo, nella bolgia che è diventato il pit de L’International, mi ritrovo come ieri sorpreso della qualità e l’originalità eccezionali della band di stasera: coi suoi sintetizzatori festaioli, Yung Prado è capace di trasformare un pogo da hardcore punk in una discoteca per matti, e David Burgués con la sua presenza e la sua voce sporca rende viziose canzoni che sono in realtà estremamente orecchiabili. La formula del punk che diventa dance e della dance che diventa punk è riuscitissima e si divertono tutti, compresi i non ispanofoni. Canzoni sfrenate come la velocissima A 180 con mi Monopatín, cantata in botta e risposta con il pubblico, oppure il singolone da club Bailando, canzone sul potere dell’amicizia sublimata da un wall of death che sancisce l’armonia tra i popoli, sono davvero irresistibili e universali, e le cantano tutti. Ci sono, in compenso, pezzi dai testi più profondi e in cui la comunità spagnola (me compreso) si identifica più personalmente. È con un sentimento di appartenenza che non sospettavo di avere in fondo al cuore che mi unisco ai sing-along di Contento de ser Feo o di Pintando en un Cd, forse la mia preferita (anche quella di Burgués!), bellissime canzoni “post-break-up” macchiate di oi!. Sulla seconda mi faccio anche notare con uno crowd surfing fallimentare che risulterà in una settimana di dolore alla schiena. Malgrado le barriere linguistiche, l’inclusività è di casa e anche il ruvido emocore naif di Marlburro, pieno di figure evocative sulla disillusione della fine dell’amore, sarà un’occasione per fare festa tutti insieme sdraiandoci per terra alle strofe e saltando fino al (bassissimo) soffitto durante il ritornello.

Il tempo passa in fretta tra canzoni brevi e potenti che si susseguono con una costanza eccezionale e qualche perla di stage banter caciarone che ci fa dimenticare anche i 18000 gradi Fahrenheit in sala. Viene molto apprezzato il “cooling break” al luppolo ma è l’imitazione del vecchio patriottico catarroso (“que viva España, coño!”) che piega definitivamente il pubblico dal ridere, e mi compiacerò anche di avere in saccoccia un inside joke nazionale che riscuote un certo successo: “pim pam toma lacasitos” (chi sa sa)! Una sequela finale di pezzi che non conosco, risalenti ai primi EP del gruppo e che riscuotono un gran successo nella giovane fandom spagnola, continuano a farci pogare come dannati fino all’inevitabile fine del concerto. Siamo tutti madidi e nell’aria c’è un’allegria mai vista. I La Elite sanno mettere su un house party come non se ne sono mai visti, e creare con mezzi quasi di fortuna (quanta paura mi faceva quel tavolino traballante con la drum-machine sopra…) un suono synth-punk efficacissimo proprio perché rudimentale e a bassa fedeltà.

Salgo al piano di sopra ed è straordinariamente presto per tutti per tornare a casa (devono essere appena le dieci e un quarto) ma restano quasi tutti a bere una o più birre. La gente ha la lingua decisamente sciolta e qualche anima gentile mi chiede se sto bene dopo la tronata devastante di prima. Al bancone del bar, estremamente affollato, gruppi di connazionali (ormai la spagnolità è entrata in circolo) si spillano la birra di nascosto e chiedono consigli sulle discoteche in cui andare. All’uscita becco Yung Prado, che ride quando gli racconto dei miei amici italiani che all’inizio credevano che la band fosse davvero di El Paso, Texas come indicato su Bandcamp (fui io a convincerli che sono chiaramente spagnolissimi). È molto gentile e si sincera che il mio amico Matteo, che al loro concerto a Barcellona si è rotto una gamba, stia bene, ma l’aneddoto lo fa anche molto ridere. Incontro anche un paio di vecchie conoscenze di questo blog (per quanto Stereo Totale abbia un mese di vita), più o meno legate da un filo sentimentale a membri di Persona Grata, il collettivo che ha organizzato questa serata memorabile.

(Un piccolo inciso: un ringraziamento speciale a Persona Grata per averci portato un gruppo che secondo me otterrà presto un piccolo status di culto, nonché una one-man-band spalla perfetta per rompere il ghiaccio).

Finisce che a mezzanotte sono titubante se restare a vedere i DJ drum’n’bass che stanno per attaccare al piano di sotto, e persino i DJ stessi e il personale del locale mi stanno esortando a non andarmene, ma di pessime ottime idee ne ho avute fin troppe in questi ultimi due giorni e domani devo andare a parlare di pale eoliche in consiglio comunale. Prima di tornare a casa saluto un sacco di persone spagnole e non con cui ho socializzato in queste ultime due orette, parlandogli come fossero amici di vecchia data. In quanto trapiantato all’estero decisamente integrato non posso dire di avere contatti con delle comunità straniere, né italiane né spagnole. Questa sera però si è creata una specie di comunità istantanea, una one-night stand di simpatia che trascende le connessioni nazionali, passaporti e altre cazzate. Dev’essere stata la magia del garage punk.

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Conclusione

Il venerdì mattina, sorprendentemente, mi sveglio fresco come una rosa. Rido pensando che forse una festicciola mediterranea con “los colegas” domanda meno energie fisiche che un “charivari” forsennato di foggia nordeuropea. Questa riflessione dovrebbe invitarmi a sfruttare l’occasione del bilancio finale sulla mia due giorni di concerti per enumerare stereotipi divertenti su tizio che è così perché viene da lì e caio che è cosà perché viene da là. Per quanto l’esercizio suoni stuzzicante, ci rinuncio abbastanza in fretta. Una due giorni così non si presta a paragoni, ma a una semplice constatazione, che mi rende felice e ottimista per lo stato attuale della musica.

È evidente che in Europa in questo momento c’è un esplosione di musica che affonda nelle radici nel punk ma a cui si può mettere anche l’etichetta “garage”, che sia per definirne la sonorità, il modus operandi o ancora lo stile estetico. Ho parlato di “garage punk” varie volte in questo mio resoconto in due parti, e sono cosciente che è un genere che non esiste veramente, per alcuni addirittura un termine “ombrello” che può voler dire tutto e niente. Per me, invece, è una descrizione perfetta per quell’essenza che può felicemente associare gruppi diversissimi quanto Marcel o La Elite. Ultimamente stiamo assistendo a una riproduzione smisurata di gruppi punk (in senso lato) e magari è un buon segno, ma nella grande selezione a disposizione i pochi che davvero mi colpiscono hanno spesso e volentieri questa componente garage: il coraggio di fondare il sound su tale strumento o tale stile di produzione poco ortodosso o poco raffinato, o ancora di osare quella dissonanza abrasiva o quella contaminazione improbabile a cui un gruppo “revival” più tradizionale non avrebbe mai pensato, sono questi gli slanci passionali che gettano per me le fondamenta del rock del futuro e l’embrione di un nuovo filone europeo.

Se quest’ondata europea, poi, ha le sue specificità regionali, non si può che gioirne: ho già parlato della ricchezza culturale del nostro continente e vederla riflessa in musica mi fa sentire ancora più fiero di chi sono, da dove vengo e dove vado. Se ne può parlare stereotipando e a piccole dosi è divertente, ma l’essenziale per me, più che trovare le differenze, è trovare i punti in comune tra i gruppi che mandano avanti il rumore che amo e che voglio sostenere.

Tornerò presto a parlare di “nuovo garage punk europeo”. Intanto, mi tengo la fatica di due notti con poco sonno, una botta sul lombo inferiore sinistro che fa ancora un po’ male, qualche chilo perso per denutrizione e la pancia che ciononostante è ancora più rotonda di prima a causa dell’eccesso di birra. Soprattutto, mi tengo un sorriso di soddisfazione per aver acchittato una doppia serata a tema di quelle che capitano una volta nella vita: un vero e proprio giubileo della mia personale musica del domani.

lunedì 16 ottobre 2023

Benelux vs. Mediterraneo (pt. 1/2) - Con Marcel e La Elite al giubileo del nuovo garage punk europeo

Marcel live @Backstage by the Mill (MaMa Music Convention), Parigi, 11/10/2023 

Introduzione

La vita concertistica parigina è senza dubbio piena di emozioni e, se ne si ha voglia, si ha sempre almeno un concerto esaltante al mese. Se gli vogliamo trovare un difetto, però, è quello dell’incostanza. Mi capita spesso di avere periodi in cui per venti giorni c’è il nulla assoluto e poi quella settimana dove si fa fisicamente fatica ad andare a tutte le serate (e magari ci sono persino dei conflitti orari irrisolvibili, manco stessimo al Primavera Sound). Una volta ogni sei mesi circa, poi, capitano quei due giorni di fila irrinunciabili anche se distruttivi, alla fine della quale si è felici ma al contempo non ci si sente per niente in buona salute. Le “due giorni” catartiche non solo concentrano tanto piacere in poco tempo ma sono anche un reminder che noi drogati di musica dal vivo siamo esseri irrazionali e che pur di vivere piccoli attimi di estasi siamo disposti ad andare al lavoro soffrendo di stanchezza, digiuno e acidità di stomaco; e va bene così.

Ogni tanto i concerti per due sere di fila non hanno nessuna correlazione l’uno con l’altro. A settembre dell’anno scorso, per esempio, la combo JPEGMAFIA seguito dai Wedding Present (il trentesimo compleanno di Seamonsters!) mi prosciugò di ogni energia e mi fece far festa indiscriminatamente con il meglio della gen-z statunitense e vecchi inglesacci ubriachi. Qualche mese dopo, invece, il fil rouge era ben più palese: vedere gli Stereolab e poi i Pavement il giorno dopo è stata una fantastica ridiscesa negli anni novanta, un dispendio di forze vitali collettivo (saluto la mia amica Pauline e il mio fido compare Tommaso, venuto apposta da Firenze) che ci ha fatto sognare un’epoca che non abbiamo mai veramente vissuto prendendoci a schitarrate in faccia e trasformandoci in felicissimi zombie.

Mai come prima d’ora, però, la due giorni appare così tematicamente coerente. Questa settimana a Parigi suonano il mercoledì i Marcel, gruppo noise-rock belga che ha debuttato a marzo 2023 con Charivari, album strabiliante pieno di soluzioni acrobatiche, e il giovedì gli spagnoli La Elite, che col loro primo LP Nuevo Punk (dicembre 2022) hanno definitivamente messo la Catalogna sulla mappa delle grandi mete del synth-punk. Due serate completamente diverse che però mi faranno vedere due dei nuovi prospetti più promettenti del garage rock (inteso come ethos più che come genere) e soprattutto osservare le differenze di approccio regionali che possono esistere tra un gruppo dell’operoso Benelux e uno che gode della vita lenta sulle rive del Mediterraneo.

Faccio un’ammissione di colpa: ho una piccola passione per gli stereotipi, semplicemente perché mi fanno ridere, niente di più niente di meno. Non penso che tutti i belgi e olandesi (e anche i lussemburghesi, via) siano impeccabili e onesti lavoratori amanti del progresso, della tecnica e delle serate in birreria con le gote rosse, né che tutti gli spagnoli siano dei vagabondi caciaroni che amano passare le giornate a sbevazzare su terrazze e panchine. Certo è che, quando ascolto i Marcel e i La Elite uno a fianco all’altro, faccio fatica a non dirmi che molti stereotipi hanno un piccolo fondo di verità, che poi è quello che li rende divertenti. I primi, belgi, in Charivari snocciolano testi colti su politica e sociologia mentre gestiscono con maestria impressionante la dissonanza su strati di percussioni esotiche ben ragionati. Gli spagnoli, dal canto loro, basano tutto l’universo del loro Nuevo Punk su un tappeto estemporaneo di drum machine, un synth, riff di chitarra punk semplicioni, e ci urlano sopra le disavventure di una vita sporca e poco salutare. Purtroppo, il contesto di entrambi i concerti non fa che rafforzare il cliché sopracitato ancor prima di andarci: i Marcel si esibiscono al MaMa Music Convention, una manifestazione di tre giorni strapiena di conferenze e live show che si susseguono tra le varie sale del quartiere Pigalle con una puntualità e una precisione degna di un sistema ferroviario, dove gli addetti ai lavori col “pass pro” bene in vista attorno al collo sono in maggioranza schiacciante rispetto a noi, povera gente che ha fatto la dura scelta di essere pubblico pagante per tutta la vita; i La Elite invece si esibiscono a L’International, bar popolare di Ménilmontant con un sottosuolo che funge da sala concerto/discoteca, tappezzato di adesivi, dal tetto pericolosamente basso per accogliere concerti punk, una sala piccola e un palco alto 50 centimetri, con qualche pilastro piazzato in punti scomodi (ma non si può fare altrimenti), e soprattutto a una serata pagata 10€ e andata sold-out.

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Infiltrati nell’industria: una serata di talent scouting involontario al MaMa Festival

Vado al MaMa con mio babbo che, di passaggio per Parigi, è curioso di vedere un po’ di sale concerto diverse e ha piacere ad accompagnarmi a vedere quello che per me è uno dei migliori giovani gruppi in circolazione. Effettivamente, il formato del festival è decisamente studiato bene, l’accesso ai locali facile e le distanze brevi (inframezzate anche da vari bar, tutti pieni di avventori della convention). Il mio amico Théo, che lavora nella distribuzione musicale (non ho ancora capito il suo mestiere ma ci vogliamo bene lo stesso), è in zona e partecipa a tutti i tre giorni della convention. Lo incrociamo di tanto in tanto, sempre con colleghi diversi, ed è il nostro unico punto di contatto con l’industria. Certo, anche se Théo non fosse qui l’industria la si vede e la si sente: ovunque ti volti vedi gente che fa “networking”; il pubblico è molto calmo, si diverte ma sta anche lavorando; e negli sguardi di certe persone credo persino di indovinare, forse per autosuggestione, un interesse più commerciale che strettamente musicale riguardo a quello che sta succedendo sul palco.

Le prime due artiste che vediamo (completamente a scatola chiusa), sono effettivamente delle potenziali pop-star in divenire, e io e babbo ci divertiremo molto a riscontrare quanto sia aleatorio il successo per gli artisti che propongono musica radio-friendly. La prima è Bamby, che si esibisce nel classicissimo e splendido locale della Boule Noire tra le urla di ragazze esaltate e il silenzio di uomini bianchi che osservano lo show quasi imbarazzati di essere lì, a osservare un potenziale fenomeno di una musica “trendy” per la demografia opposta alla loro. Questa cantante guyanese offre uno show procace in tutto. Glisserò sulla presenza scenica della performer (ci siamo capiti), ma anche solo le strumentali dai bassi twerkanti, il patois caraibico potente e sboccato, gli interventi in voce ragga di un DJ/hypeman particolarmente nutty, tutto urla di un inevitabile ritorno della dancehall di stampo giamaicano sulle scene del pop per le masse. Dopo aver assistito a fenomeni africano-francesi come Aya Nakamura et similia, oppure ancora tutti gli artisti dei nuovi “afrobeats” che hanno rimesso la Nigeria nella parte alta delle classifiche britanniche (Burna Boy, Rema etc.), non è impossibile pensare che una Bamby di turno popolarizzi definitivamente una connessione “post-coloniale” (dire altrimenti sarebbe ipocrita) abbastanza inedita : un ritorno, in Francia metropolitana, delle sonorità da bloc party guyanese. A me la musica di Bamby diverte molto e, in prima fila, faccio gesti di apprezzamento col sorriso stampato in fronte. Mio padre è un po’ più dubbioso e l’avvenentissima cantante se ne accorge: finisce che durante Real Wifey si rivolgerà direttamente a lui avvicinandogli il microfono alla bocca per ottenere la risposta a un sensuale (e un po’ volgare): “Ça va ou quoiiiii ?”, forse pensando che questo signore fuori contesto è un importante discografico accompagnato dall’assistente a vedere la nuova sensazione. Io sono morto dalle risate e quasi quasi resterei, ma è vero che quattro canzoni di dancehall pop sono troppe anche per me. Usciamo convinti che non ci stupiremmo se un giorno Bamby ha una hit radiofonica, ma anche ricordando quel vecchio aforisma attribuito a Lee Perry che diceva che “la dancehall è lo sterco del diavolo”.

Una seconda pop-star in potenza la vediamo nel sorprendente (e ripido) scenario del Théâtre des Trois Baudets poco distante. Dopo aver visto una musica forse troppo nera per noi, è il turno di un paio di canzoni di una musica quasi troppo bianca (e sicuramente troppo francese), il pop leggero dalle velleità funkeggianti di Clair. La cantante francese è accompagnata da musicisti estremamente tecnici e ricorda terribilmente Angèle (una mia bestia nera) non solo nella voce e nelle linee vocali, che già è molto, ma in tante altre cose che rendono la somiglianza “troppo”: l’aspetto fisico, la capigliatura bionda, persino il maglioncino. Ancora una volta, però, ci ritroviamo a dire che un pezzo appiccicosissimo come Danser ou Créver non ha molto da invidiare a canzoni simili che ci vengono propinate alla radio.

Decidiamo che il pop ci basta e avanza e che è tempo di affidarci al buon vecchio valore sicuro dell’indie rock. Entriamo nella terza sala senza sapere cosa aspettarci dal Backstage by the Mill. Il fatto che si trovi sul retro di un bar irlandese nel quartiere “a luci rosse” della città non promette granché bene, penso mentre attraversiamo un O’Sullivan pieno di anglo-sassoni festaioli. In realtà l’accesso si fa tramite un vicolino cieco (Cité Véron) dove, in fondo, scopriremo più tardi una targa che commemora la vecchia residenza artistica di Jacques Prévert, Boris Vian e il loro cane, “i tre Satrapi”. E da questo Shady Lane entriamo in una sala ampia e vivace dove TH Da Freak, sul palco, stanno suonando Flies, una canzone lo-fi indie rock spettacolare, per l’appunto di Pavement-iana memoria. Il quintetto bordolese l’ho già visto una volta in una SMAC a Chelles, comune di remota banlieue Est. Hanno tre chitarre, ma non si sente molto, e hanno alcuni pezzi eccellenti come il sopracitato, alternati però a lunghi momenti di pura inutilità. Assistiamo agli ultimi minuti del concerto non pienamente convinti e mi chiedo persino se l’incostanza non piaccia all’industria musicale: anche un pezzo grosso come Alex G a ogni nuovo album ci regala tre o quattro tracce eccezionali e tre quarti di musica skippabilissima, e a pochi questo sembra disturbare. Appena finisce il concerto una ragazza con cui avevo condiviso il ritorno in treno dal Primavera Sound quest’estate e che incrocio spesso ai concerti indie più leggeri mi dice: “C’était trop bien”. Faccio lo sdubbiato ma mi pareva che lei si fosse definita una fan sfegatata di Alex G, il che confermerebbe le mie teorie. La discontinuità come affermazione dell’insicurezza (che è poi uno dei temi fondanti di questi artisti)? Chissà.

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Marcel, uno spiritello rumoroso venuto da Nord-Est

Non ho troppo tempo per dibattere di queste elucubrazioni con gli esperti del settore perché i sodali di Théo mi raccontano rapidamente che si occupano di jazz o di elettronica, quindi non troverei un terreno fertile. Ma soprattutto, i Marcel stanno per salire sul palco e sono venuto essenzialmente per loro. In vista della sfuriata noise-rock della serata mi carico a birra, parlo con gente a caso, veloce e forte, e sono già visibilmente in fibrillazione ben prima che i belgi salgano sul palco. Quando cominciano a suonare dopo un intro di can-can (il Moulin Rouge è a due passi) ammattisco definitivamente. C’è qualcosa nel suono dei Marcel che semplicemente mi fa diventare indemoniato, che poi è la definizione stessa della parola “charivari”: un rituale collettivo che oscilla tra la manifestazione di rabbia e la goliardia carnascialesca. Durante il concerto mi ritrovo a vivere entrambe e persino il fatto di essere circondato da persone decisamente serie mi sblocca ancora di più l’istinto di trasformarmi in un satiro danzante simile a quello che si vede sulla copertina dell’album, alternando balletti scemi a sing-along furiosi.

Sono 45 minuti di fuoco dove vengono macinati tutti i miei pezzi preferiti di Charivari (forse proprio tutto il disco, addirittura). Sono splendide le canzoni noise/garage rock più classiche, come per esempio Six Seconds, che mescola un’immediatezza punk a un’orecchiabilità improbabile nel marasma di distorsioni, o ancora Nechayev & Sons, dal riffing dissonante degno di maestri del post-hardcore, nella cui alternanza di pause e sfuriate non si può non leggere un’esortazione a fare casino (devo aver fatto cadere della birra a qualcuno, ops). Il cantante della band, Amaury Louis, è estremamente istrionico e rende anche questi pezzi più “tradizionali” uno spettacolo per gli occhi mentre viene operato un assalto per le orecchie. Ma i Marcel amano svariare e proporre piccole follie inaspettate, come quella batucada post-punk impossibile che è bbl, dove le reminiscenze brasiliane hanno anche un sapore di marcia militare, o ancora il lirismo sintetico di Eurovision, marcata da pindarismi vocali con l’autotune che ricordano anche il Casablancas dei The Voidz. Il tempo vola e mi diverto tantissimo, canto a tutto spiano (in Blue Danube No More alzo le mani e forse l’accendino al cielo mentre ripeto la nenia “It’s your time to cry…”) e quando il set finisce sono convinto, ancora più della prima volta che li ho visti alla Ferme Electrique, che siamo davanti a un gruppo esageratamente promettente.

Dopo il concerto sento l’avviso di varie persone, e molte sono rimaste colpite soprattutto dalla giocosità della performance. Ancor più della varietà nell’uso di strumenti esotici ed effetti sonori inaspettati, quel che è davvero impressionante dei Marcel per me è come possano essere al contempo buffi e potenti, simpatici e spaventosi. Un pezzo come Intimité per esempio, col suo boogie no-wave cantato in un francese nervoso e scattante, racchiude tutte queste contraddizioni e le esalta, dando davvero l’idea che i Marcel siano una di quelle band che capitano poche volte a generazione.

Mentre sbollisco assistiamo all’inizio del concerto degli olandesi Tramhaus, che stasera ci vengono venduti come un nuovo astro nascente del revival post-punk. I ragazzi sanno fare bene il loro mestiere e convincono, ma il loro songwriting, che non mi catturava sui dischi, purtroppo non riesce a trascendere nemmeno nella versione live. Make it Happen, loro omaggio “western” alla città di Rotterdam, resta un pezzone dal retrogusto Doors rimarcabile, ma il resto non mi fa innamorare.

Mentre guardiamo il concerto pronti a partire incrocio un paio di Marcel e scambio due parole con il batterista, che ha suonato tutto il set col dolcevita addosso (!). Questo ragazzo di nome Ulysse, che ha martellato come un matto e non ha una goccia di sudore (in sottofondo sta risuonando il secondo miglior pezzo dei Tramhaus, I Don’t Sweat), mi fa il più bello dei complimenti: “Per restare motivato e credibile di fronte a tutti questi professionisti del settore guardavo te mentre suonavo”. Ormai, con persino la loro maglietta addosso, mi auto-consacro groupie del gruppo e provo un vero piacere, quando mi dice che hanno suonato tantissime volte con gli olandesi, a pronunciare di fronte a lui la parola “Benelux”, che trovo buffissima.

***

Fine della prima parte: tristi constatazioni sullo stato attuale della party music francese

Oramai abbiamo tutti avuto una buona dose di musica di qualità e anche di un certo intellettualismo, e l’ora tarda indica che è tempo di andare a ballare. La gente nel Backstage by the Mill è sempre più alcolizzata e chiacchierona, purtroppo per i Tramhaus che stanno facendo un bel concerto dietro al brusio generale. Serpeggia nell’aria un esodo verso un luogo festivo, uno tra i più iconici al mondo: il Moulin Rouge. Se un giorno ci andate, non aspettatevi di trovare al suo interno un decoro da dipinto di Toulouse Lautrec: la sala concerto è grande, ben allestita su due piani ma moderna e quasi anonima. Sono circa le 23:30 e la Machine du Moulin Rouge è strapiena di gente, perlopiù giovani del mestiere, che assistono alla fine del concerto de Les Clopes (“Le Sigarette” in lessico famigliare). I pochi minuti che vediamo della performance sono quasi raccapriccianti: sette (!) persone sul palco che non compicciano granché, tutte vestite di occhialoni da sole bianchi, ritmi di drum machine che accompagnano bassline post-punk banali e testi stupidi sulla gioventù francese. Attention Dépression è resa ancora più imbarazzante della sua versione studio da un estensione del dialogo tra cantanti sulla tematica del: “Sono nella merda posso dormire da te stasera?”, il tutto infarcito di gergo da giovinastri tipo “sous-loc” (il subaffitto) o un “verlan” romanticizzato in maniera spicciola (senza che poi ce ne sia ormai più bisogno). Non capisco l’appeal ma le gente sembra divertirsi. Mio padre, a cui ho insegnato un po’ di slang di internet negli ultimi anni ma che ancora non l’ha imparato bene, a questo giro mi guarda e dice: “Cringe, no?”, e stavolta ha completamente compreso.

Finisce che babbo torna a casa e io faccio una decisione distruttiva per la mia salute, che è quella di prendere un altro bicchiere e restare per un ultimo concerto. Sono al bar che scherzo con la barista sul fatto che “quanto lo vuoi diluito il pastis?” è una di quelle domande che a noi stranieri sembra assurda, tipo “quanto la vuoi cotta la baguette?” (“al sangue”), e arriva Théo che mi dice che il gruppo che sta per suonare secondo lui diventerà famoso. I Dalle Béton la loro micro-fama da gimmick band in realtà se la sono bella che guadagnata: di recente ho visto un video infografico su Instagram (su Konbini o qualcosa del genere) che parlava dell’originalità delle loro performance, e hanno anche suonato all’ultima Fête de l’Humanité (gigantesco festival del Partito Comunista Francese, dove ogni anno suonano act di rilievo nazionale e internazionale). La particolarità di questa band sarebbe quella di costruire un blocco di cemento (una “Dalle Béton”) sul palco.

La prima cosa che tengo a dire è che, nonostante la betoniera che girava, un paio di impastate di calce e il rituale test della cazzuola, il blocco non è stato colato, quindi quel che si dice in giro è una fake news. In secundis, che ormai mentre comincia quest’ultimo concerto i bicchierini buttati giù cominciano a essere tanti. Ciononostante, so di per certo che quando un closing act danzereccio mi piace davvero non importa quanto io sia sano e quanto me ne ricordi dopo: qualsiasi sia il tasso alcolemico io ballo, mi diverto e considero il concerto memorabile. Purtroppo non posso dire nessuna di queste tre cose per Dalle Béton perché, nonostante tutto indicasse che erano la party band della serata, non ho ottenuto niente di quel che mi aspetto da una party band.

Va detto, lo show è simpatico: sul palco ci sono attrezzi da cantiere, i musicisti portano dei gilet catarifrangenti e l’idea anche se lontanissima dall’essere originale è quantomeno spassosa. Certo è che lo stage banter è proprio stantio: al momento del cono segnaletico in testa mi sono abbastanza vergognato e per il resto i quattro, che propongono in teoria una musica umoristica, non possono fare di meglio che un audacissimo (si fa per dire): “Abbiamo sentito che c’è molta gente del music business ma noi ce ne freghiamo il cazzo”, o ancora: “Ho visto che c’è una conferenza domani che si chiama ‘Il marketing musicale può salvare il pianeta?’, no comment”. La musica non ha neanche lei niente di esaltante, si tratta di un accrocchio di dance-punk industriale senza niente di distintivo, e le poche linee vocali che il cantante si degna di regalarci tra un cazzeggio edile e l’altro sembrano costantemente rifugiarsi in convenienti soluzioni nostalgiche (nel senso che le hai già sentite su Radio Nostalgie). Quello che mi convince meno, però, sono i testi e i concetti fondanti delle canzoni: una sequela di sloganacci che servono essenzialmente a far sentire l’uditorio “di sinistra ma non radical chic” (anzi, non “bobo”, bohémien bourgeois, cosa che tra l’altro io rivendico di essere). Mentre si susseguono liriche di una banalità disarmante su temi come le piccole défaillances di uno dei mondi del lavoro più performanti del mondo (come in CPF, canzone sul conto professionale per le formazioni), o ancora una critica priva di argomenti delle nuove strutture associative sperimentali (ai frequentatori di questi famosi “tiers-lieux” viene detto autoritariamente: Mange Ton Compost), o, la peggiore di tutte, una canzone che non sarebbe satirica nemmeno su Marte intitolata 49.3 (che sarebbe un cavillo dell’esecutivo per far passare le leggi più facilmente un po’ come i decreti legge, e che ha fatto passare la riforma delle pensioni)… Insomma, mentre vengono sciorinati questi testi tutto tranne che sagaci mi viene da pensare che tutti i presenti, questi giovani del music biz che sprizzano divertimento da tutti i pori e cantano i ritornelli a gran voce, devono star espiando qualche colpa. Non vedo nessun’altra spiegazione.

È sentirsi parte di un movimento sociale popolare inesistente che li esalta a tal punto? O forse ascoltar parlare di sigle burocratiche provoca l’ebbrezza artificiale del conoscere le piccole difficoltà dell’età adulta? O ancora, tornare a citare frasi ascoltate a una qualche manifestazione risveglia istinti festivi agli astanti? Non lo so, ho l’impressione che la musica dei Dalle Béton abbia come unico obiettivo quello di far indentificare il pubblico con un proletariato immaginario, e questa cosa mi mette una certa tristezza.

Sono ormai ubriaco (ops) e passo il concerto a mentalizzare queste considerazioni mentre all’esterno faccio battutacce a Théo. Mi sono divertito tantissimo oggi ma mi sento desolato dalla constatazione che uno strumento potente come può essere una party music politica sia affidato a un gruppo di così poca profondità (e nel mentre penso ai Devo, che portavano anche loro i coni sulla testa).

Alla fine, dopo altri bicchieri di troppo e un paio di sfoghi anch’essi eccessivi, mi decido di tornare a casa. Mentre mi compiaccio del fatto che il miglior gruppo della serata già lo conoscevo senza avere contatti con l’industria musicale, gli dei del music business mi puniscono per la mia boria. Sto sputando nel piatto in cui mangio e allora un fulmine mi colpisce, facendomi cadere il cellulare dalle mani. L’LCD va in frantumi, ma nemmeno mi arrabbio: lezione imparata e meritatissima. 

Abbasso la mia hybris. Viva il MaMa. Viva la musica garage punk, che non è antitetica al mercato musicale. Viva anche il mercato musicale, e abbasso la musica finto garage e finto punk, che si finge antitetica al mercato solo quando è sul palco, mentre in realtà ci sguazza.

Ah, e viva Marcel! 

lunedì 2 ottobre 2023

“La nostra gente” - Una serata d’intimità coi Johnny Mafia, animali da SMAC (Special guests: Clinic Rodeo, SLiP)


Johnny Mafia live @le SUB, Vitry-sur-Seine, 30/09/2023 (foto del mio amico Paul, mi si indovina a destra davanti al bassista)

Una volta al mese circa mi sveglio con un umore zuzzurellone che mi accompagna per tutta la giornata. Anch'io che con gli anni sono diventato un abitudinario poco propenso alle follie estemporanee mi concedo ogni tanto una giornata fatta apposta per "zonare" e predispongo in anticipo tutto quello che ci vuole per poter fare baldoria senza preoccupazioni. Questo sabato ho tutto già pronto: una pranzo bello abbondante con le zuppe cinesi di Mian Guan (best in town); un pomeriggio intero a Belleville, con tante cose da fare ma senza nessun vero scopo; un aperitivo improvvisato in periferia; un concerto di Johnny Mafia in una SMAC (le sale concerto sovvenzionate dal settore pubblico); e la giornata intera di domani per riposarmi. Insomma, oggi è tutto organizzato per poter esagerare un pochetto nel più totale conforto. Prima di uscire di casa metto su Uptown Girl delle Beths, che è la canzone perfetta per la giornata caciarona di revival rock anni ’90 che mi aspetta: “I’m going out tonight, I’m gonna drink the whole town dry”…

Prima di entrare in meriti musicali, una parentesi semantica: di verbi come “zoner”, in italiano, purtroppo non ce ne sono. Girovagare, vagare, vagabondare, gironzolare? Tutti troppo incentrati sugli spostamenti, mentre chiaramente “zoner”, pur rimandando a un giro senza meta, presuppone una certa staticità geografica. Il più moderno cazzeggiare ci si può forse avvicinare, ma solo se è specificato che si è all’aria aperta, perché cazzeggiare lo si può fare anche in casa. “Ruzzare”, che è toscano, è la parola più simile, perché sottintende anche una certa poca eleganza nell’attività in questione, infatti non ha sempre un’accezione di verbo di movimento ma a volte viene usato per parlare delle cose che noi toscani soliamo dire con troppa leggerezza (e se sei criticato per un commento fuori posto o una battuta offensiva, puoi rispondere: “venvia, e si ruzza”). In summa, “zoner” è la versione rozza di “flâner”, un andare a zonzo con una certa qual malizia, e io oggi ho proprio voglia di “zoner”, soprattutto perché voglio arrivare con la giusta dose di adrenalina e spavalderia a quella grande festa che è ogni concerto dei Johnny Mafia.

I Johnny Mafia li ho visti per la prima volta per puro caso al “Pogo Fest”, serata anche quella tutt’altro che elegante organizzata dai gagliardissimi Pogo Car Crash Control, glorie locali dell’hardcore punk senza fronzoli nel Dipartimento 77 (la Seine-et-Marne, provincia più rurale dell’Île-de-France, dove si trova anche la già menzionata Tournan-en-Brie). Era una serata, sempre in SMAC, che celebrava il punk puro e duro, con gruppi spalla potentissimi come Mss France e il loro hardcore velenoso, o Johnnie Carwash che pure nella loro essenza pop-punk giocosa non le mandano a ridire a nessuno dal vivo. I Johnny Mafia, in questa line-up decisamente confusionaria in fatto di nomi, si distinguevano per una essenza indie rock molto più pronunciata, e un sound garageone bello corposo che prende la parte più adrenalinica di classici degli anni '90 come Breeders o Weezer e la rende al contempo più violenta e più festosa. I quattro ragazzi di Sens, in Borgogna, sopra a un palco appaiono tanto giovani quanto esperti e riescono a trasmettere allo stesso tempo un’energia adolescenziale e una scarica elettrica calibrata alla perfezione, fondendo ingenuità e ingegneria nel migliore dei modi. 

Quando Sophie mi regalò il biglietto per andare al loro concerto al Trianon un venerdì sera di primavera dell’anno scorso, però, non mi rendevo ancora conto di quanto fosse una prova del fuoco per questo gruppo che ha macinato concerti su concerti in ogni parte di Francia (più di 250, leggo in statistiche recenti). Il Trianon, una delle più belle tra le sale montmartriane, è un vecchio teatro del 1800 che ha la particolarità di avere un pavimento in legno molto mobile: basta che il pubblico salti un poco e già ci si sente in catamarano. È anche una delle sale più grosse del quartiere: ci ho visto gente tipo Courtney Barnett e i Yo la Tengo, per rendere l’idea di quanto sia straordinario che di venerdì sera la sala fosse piena zeppa di gente per vedere i Johnny Mafia headliners, a prezzi da Trianon per giunta (25€ mi pare, ma ho rimosso perché del prezzo di un regalo non bisogna curarsene). Non solo, il pubblico era scatenatissimo e giovanissimo (io, a 25 anni, mi sentivo sopra la media). Per un’ora fui convinto che, sotto ai duecento metri quadrati di pogo, la calca sotto palco e la gente che volava giù dal cielo ogni minuto, il pavimento a questo giro avrebbe ceduto.

Uscii dalla sala strabiliato: quei Johnny Mafia che fanno una gavetta costante, con una marea di date in Francia ogni anno di cui varie in regioni semideserte, su quel palco d'onore avevano operato un sortilegio eccezionale. Mi confortò anche la constatazione che ci sono ancora gruppi garage rock giovani che piacciono ai giovani. Evidentemente il culto di quegli anni ’90 arruffati, emotivi e rumorosi perdura anche nei nati dopo l’anno 2000. Di certo Johnny Mafia, se sei di quell’orientamento religioso, sanno smuovere qualcosa in te. Alla Ferme Electrique dell’anno scorso il fidanzato di Sophie (uno cresciuto a doom metal e free-party) mi disse: “Ma com’è che il pubblico poga e salta da ogni parte con della musica così pop?” e gli risposi senza indugio con la criptica frase: “È perché sono la nostra gente”.

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Perciò questo sabato mi metto nelle condizioni di essere soggiogato una nuova volta dall’incantesimo. Incontro le mie amiche e parliamo delle ultime novità mentre aspiriamo noodles su noodles annaffiati da bottiglie di Tsing Tao in formato muratore; andiamo al parco di Belleville a stenderci sull’erba, fumare sigarette e ascoltare Simon and Garfunkel; incontro il mio amico Théo e lo accompagno a mangiare cibo di strada ai baracchini della festa della luna cinese, poi passiamo in fretta dal caffè al pastis in un PMU (ovvero un bar che fa anche centro scommesse) dove ci sfilano davanti agli occhi le scene improbabili dell’incrocio tra Boulevard de Belleville e Rue Faubourg du Temple. Le 18 arrivano senza nemmeno chiedere il permesso, e parto verso Vitry-sur-Seine con un paio di Kronenbourg in saccoccia (sto leggendo Trainspotting e devo dire che riesce bene nel suo intento di dissuadere dall’uso di droghe pesanti, in compenso certi capitoli mettono solo voglia di bere birra nei mezzi pubblici). Scendendo dall’autobus Villejuif-Vitry mi ritrovo in una rotonda ornata da una scultura di Dubuffet alta tre metri: le magie che solo la “petite couronne” (il primo anello di periferia) sa regalare. Incontro i miei sodali e prendiamo l'aperitivo in un PMU frequentato da arabi e tenuto da cinesi, che è talmente squallido da fare il giro e diventare quasi cool.

Alle 20 arriviamo al SUB, la “venue” di stasera, che ha l’aspetto spartano e accogliente che solo le SMAC sanno avere. Un piccolo appunto di urbanistica: in teoria l’etichetta SMAC designerebbe solo le sale concerto finanziate direttamente e unicamente dal ministero della cultura. Se ne trova la lista su internet, sono una novantina e il SUB non ne è una. In compenso, nel gergo degli architetti o degli amatori di musica, si tende a chiamare SMAC ogni sala finanziata dal settore pubblico, di cui molte sono municipali. Le si riconoscono perché sul loro sito rivendicano comunque di essere “scènes de musiques actuelles” (da cui la sigla) ma poi citano il comune. In ogni caso, condividono un elemento fondamentale con le SMAC statali, ovvero la vocazione a essere il più inclusive possibili nel loro fine di diffondere la cultura per tutti. Questo si traduce una programmazione estremamente variegata e, nella misura del possibile, anche abbastanza piaciona. Dal punto di vista architetturale sono tanti i requisiti da rispettare per la comodità dei lavoratori e di conseguenza anche del pubblico. L’entrata e l’uscita sono sempre agevoli, ci sono vari angoli dove ci si può sedere o zone dove il baccano del palco è attutito (tra cui il bar, deo gratia). Stasera il personale sembra molto più rilassato che nelle sale private e pure l’addetto alla sicurezza mi fa grandi sorrisi. Ultimo ma non meno importante, i prezzi popolari: per tre gruppi stasera spendiamo 5€, la pinta di birra costa uguale e soda e vino li fanno a 2€. Insomma, tanto di cappello: la filosofia SMAC è un vero gioiellino delle politiche culturali francesi degli anni ’90, talmente ammirevole che pure il governo dell’ultra-liberale Chirac, quando lo ereditò da Mitterrand nel ’96, applicò il programma con entusiasmo. Molti comuni (perlopiù di sinistra), se il ministero non gliene dava l’opportunità, si sono fatti la loro SMAC seguendo lo stesso identico programma architettonico, come a Vitry-sur-Seine, bastione comunista che resiste ancora nella famosa “ceinture rouge”.

Arriviamo alla porta e già vedo delle facce familiari. “Buonasera Johnny Mafia, è già aperto?” “Sì sì, si può già entrare” (i quattro borgognoni, con fidanzate e soci, non schioderanno dalla scalinata all’ingresso per tutta la sera prima di montare sul palco). Cominciano i giri di vino del “cubi” (il cartone), parliamo di cose da millennial (tipo di quando scaricavamo la musica proprio qui su Blogspot) e comincia la prima band. A questo giro gli opener ce li godiamo come una sorpresa totale.

Il primo gruppo è un duo composto da un uomo e una donna (visto l’andazzo di questo blog posso dirlo: “Gotta be one of my favorite genders”) che risponde allo strano nome di Clinic Rodeo (lo scopriremo molto dopo la fine del loro concerto). Con una batteria bella imponente e una chitarra che percuote le frequenze basse in maniera godereccia, i due propongono un hard-rock scheletrico che copre lo spettro di varie declinazioni del genere mantenendo sempre una bella coerenza sonica. Ci divertiremo, nella pausa sigaretta subito dopo, a discernere delle reminiscenze che ci hanno evocato: chi nella distorsione bella tremolona ci vede gli Stooges, chi non rimane indifferente al grande omaggio che i Clinic Rodeo fanno a Ozzy Osbourne, ma anche certi desertismi che fanno pensare a Queens of the Stone Age e via discorrendo. Il concerto convince: quando il cantante, un rocker dal look retrò e prominenti basette, arringa la folla sul ritmo di Taxidermia, il pubblico si decide ad andare in prima fila; dopo la splendida e misteriosa Girl Big Gun, pezzo dark simil-Bauhaus, il mio amico Costantino mi dice che i 5€ sono già ripagati; i cori di 9. 1.1. Top. Secret, verso la fine del concerto, li cantano pure i baristi. Carisma e sostanza.

Saltando di palo in frasca il secondo gruppo, gli SLiP, ci lasciano abbastanza esterrefatti quando cominciano a bombardare il pubblico di d-beat e power-chords melodici alla Offspring. Costantino mi dirà che con lo skate-punk (o melodic hardcore che dir si voglia) ha una “relazione di amore-odio” e ad essere sincero sono completamente d’accordo. In quanto portatore (sano) di un tatuaggio dei Descendents, però, non posso non dare una chance a chi suona il tipo di musica che, quando eseguito bene, è il metodo di comunicazione a cui sono più sensibile. Ovviamente, in accordo con l’etica ed estetica del genere, gli SLiP hanno una presenza scenica un po’ dimessa ma simpatica nella sua goffaggine. Il pubblico sta un filino più lontano dal palco ma fa un po’ di head-banging e si diverte. Ci sono momenti più e meno riusciti ma la mezz’oretta passa abbastanza leggiadra, e un paio di pezzi più rilassati o orientati sulla ska, tipo Nice Day, danno una buona dose di freschezza al tutto. La chiusa con la cover pop-punk di A Hard Day’s Night ci mette di umore non buono, buonissimo (soprattutto il mio amico Paul, che qualche giorno prima mi ha confessato che è il suo album dei Beatles preferito).

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Il momento tanto atteso è arrivato, e la prima constatazione che faccio è che è la prima volta che vedo i Johnny Mafia in una sala molto più piccola della media e con così poca gente (anche se comunque il SUB è discretamente riempito). Quando, appena iniziano a suonare, non comincia una mattanza sotto palco, ne sono un pochino stupito ma il gruppo stesso sembra non farci assolutamente caso e il quartetto pesta come un martello pneumatico facendo facce spiritate e spiritose. L’incantesimo avviene, e la musica arriva dritta al cuore, procurandomi un’ebbrezza simile a quello che può darmi il primo sorso di un vero negroni quando torno a Firenze: una parte nostalgia (Campari), una parte orecchiabilità (vermut rosso), una parte pura potenza (gin). E uno spicchio d’arancia che è quel non so che che li rende un gruppo riuscito al 100%, quella cosa che chiamo il “forget who we are sound” (in onore a Forget Who We Are dei Cap'n Jazz), che mi fa semplicemente astrarre nella musica.

In effetti, lo ammetto, sono una delle persone più casiniste nella sala, ma del resto mi sono preparato tutto il giorno a questo momento, e, alla quarta volta che li vedo, ormai ho assimilato alcuni automatismi, come quello di saltare fino al soffitto appena parte Sun 41 con il suo iconico ritornello “estivo”, oppure ballare un finto boogie su TV & Disney, canzone finto allegra dal sapore surf rock, e ovviamente fare il gesto dello “shredding” verso il palco quando parte l’assolo in tapping di Trevor Philippe. In compenso, i Johnny Mafia sono ancora un volta capaci di stupirmi, con una scaletta, per esempio, che per la prima volta noto un po’ meno incentrata sul loro ultimo album Sentimental del 2021 (uno dei dischi rock più solidi dell’attuale decade). Alcuni pezzi che credevo immancabili nella scaletta, come Aria o il singolone romantico Love Me Love Me, non saranno suonati a beneficio di brani risalenti al primo album Michel-Michel Michel del 2016, criminalmente poco considerato (tanto che pure il SUB nella descrizione dell’evento ha il lapsus di scrivere che i Johnny Mafia hanno inciso due album in carriera, poi nel paragrafo successivo si corregge e si riferisce a Sentimental come al loro terzo lavoro). Black Shoes, che è sempre un piacere ascoltare dal vivo (ed è la favorita del mio amico Paul), ci prende alla sprovvista con le sue scariche di feedback, e la splendida Kim Deal, che riprende persino i fischi di La La Love You dei Pixies, è forse la prima volta che la sento dal vivo e mi innamora.

Scoprirò, l’indomani, che la serata di Vitry-sur-Seine è l’ultima di un tour estivo che non lesina in ampiezza (inizio giugno - fine settembre) e che prende l’ironico nome di “Halliday tour”. Effettivamente, si ha l’impressione di aver definitivamente concluso il ciclo di promozione di Sentimental, che ha ormai raggiunto il suo piccolo status di culto. Al concerto al SUB, con il palco così basso e così vicino (per poco non mi prendo la punta del basso sul viso), ci si sente in intimità coi Johnny Mafia, che si divertono come hanno sempre fatto nelle piccole SMAC di periferia e parlano al pubblico con il cuore in mano del periodo che stanno vivendo. L’emozione è palpabile quando ci raccontano del volo che parte il giorno dopo da Charles de Gaulle per portarli a suonare la loro prima extra-europea a Seoul, dove lo Zandari Fest, showcase internazionale, li ha voluti portare come rappresentanti della Francia. Poi, all’encore, ci deliziano con un paio di canzoni nuove, coerenti col loro sound ma ancora più evolute, con trovate chitarristiche originali e un songwriting che, tra momenti di spigolosità e il solito senso della melodia, convince tutto il pubblico.

Va detto che, nell’intimità di una piccola sala comunale come in un grande Trianon gremito di fan, i Johnny Mafia sono sempre fedeli a loro stessi. La rivendicazione campanilista della loro città natale, Sens “capitale del mondo”, non manca mai. Del resto, Sens è stata per secoli la seconda arcidiocesi più influente del mondo cristiano dopo quella di Roma e possiede la prima cattedrale gotica della storia, e poi del sano campanilismo lo si apprezza sempre. Colpisce sempre anche quel loro modo di vestirsi casuale, da “slacker rockers” degli anni ’90: la highlight sarà senza dubbio il chitarrista con i suoi pantaloni beige di chissà quale vecchio completo accoppiati a una maglietta bianca della Protezione Civile del Comune di Brugnera. I pochi intermezzi parlati sono sempre spiritosi e spontanei, tra le constatazioni metereologiche (si suda parecchio) pronunciate a mo’ di frasi fatte o le riflessioni sui reality show, di cui il cantante si dice un grande appassionato (Secret Story è in realtà il nome del Grande Fratello francese). Insomma, i Johnny Mafia sono semplicemente quattro ragazzi adorabili che fanno un grande garage rock e che ci credono fino all’ultima nota, senza perdersi in inutili trucchetti da palco, e basta questo a renderli una delle migliori live band francesi della loro generazione.

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Il concerto è finito, sono madido e non propriamente sobrio. Cazzeggiamo ancora un po’ dentro al SUB. Dietro al bancone del bar vedo gli SLiP, che con l'accordo del barista vengono a servirmi da bere (!), al che non posso fare a meno di mettere la caviglia nuda a un’altezza pericolosa per i miei legamenti affinché vedano Milo Goes to College impresso sulla mia pelle. Escono dal bar e chiacchieriamo due minuti dell’XtremeFest, rassegna skate punk improbabile in una miniera di ferro riabilitata vicino a Albi. Incontriamo la batterista dei Clinic Rodeo completamente trasformata rispetto alla strega sabbatica che avevamo visto sul palco, e compro il loro album in maniera estemporanea (“situazionista”, dirà Costantino, ed effettivamente Guy Debord sarebbe fiero di come ho approcciato la giornata di oggi). Alla fine usciamo e i Johnny Mafia sono al loro solito posto, come se niente fosse. Non posso fare a meno di andare a parlare con mister “Protezione Civile”, che si chiama Fabio Amico ma non parla italiano e anzi è più borgognone di un manzo stufato nel vino rosso. Fabio è simpatico e disponibile ed ascolta i miei piccoli deliri alcolici di fine serata tipo “il Trianon è stato un nuovo Woodstock” con divertimento misto a vero interesse.

Finisce settembre e inizia ottobre. Torno a casa senza sapere se il mio pass Navigo (My My Metro Card) funziona o no. Allungo le gambe sui sedili del bus e ascolto Chief Keef. Una volta al mese fare lo “zonard” fa bene all’anima, e non c’è pretesto migliore che un po’ di rock rumoroso.

sabato 30 settembre 2023

Abbasso Trotski Nautico - La serata di gala della french touch impossibile

Trotski Nautique live @Tony Collectif, Parigi, 28/09/2023
 “Yaunebonneambiancemercilorganisationonadescdàvendreàuneuro”

Ricordo ancora il suono di questa frase al mezzogiorno di un torrido sabato di inizio luglio. In una piazzetta nel centro di Tournan-en-Brie, che è uno dei primissimi comuni dell’agglomerazione parigina ad avere più terre arabili che zone urbanizzate, sentire questo biascichio indistinto era come farsi martellare il ginocchio dal medico. Il riflesso, invece che quello di muovere la gamba, era quello di scoppiare a ridere, e non c’era nessuna maniera di evitarlo.

La frase in questione, se poi andiamo a desbiascicarla e a tradurla, vuol dire solo “C’è una bella atmosfera, ringraziamo l’organizzazione, abbiamo dei CD da vendere a 1€”, e fa ridere solo perché, durante un concerto medio di Trotski Nautique, viene pronunciata con lo stessa identica intonazione all’incirca una trentina di volte, che diventa facilmente una sessantina se decidono di suonare Y a une bonne ambiance d'ambiance (uno dei pochissimi casi di “auto-sampling” che mi vengono in mente nella storia della musica).

Che Trotski Nautique siano una band dall’umorismo tutto loro lo si capisce già dal nome, un gioco di parole improbabile che associa un famoso politico comunista e lo sci nautico (in italiano funzionerebbe con Gramsci Nautico, ma per qualche ragione fa meno ridere). Formati a Caen, Normandia, un numero inconoscibile di anni fa che ci porta al primo embrione del progetto negli anni 2000, Trotski Nautique si sviluppano nel tempo come un duo composto da Alda Lamieva e David Snug. I due smaneggioni tuttofare delizieranno per anni le profondità di Bandcamp con canzoni di pop lo-fi estremamente concise in cui le due voci, dalla complicità contagiosa (David più cazzaro, Alda più solenne), raccontano brevi spaccati di vita e riflessioni sagaci dalla sinteticità spiazzante (ma sul loro universo narrativo torneremo dopo).

Il duo normanno trapiantato-non-si-sa-bene-quando-come-né-perché-a-Parigi opera negli anni un progressivo allontanamento da una certa estetica cantautoriale, finché nel 2017/18 la chitarra finisce per scomparire e restano solo la drum machine e i sintetizzatori, in un minimalismo digitale leggero ma diretto e pieno di melodie memorabili. Unico elemento di rottura, un flauto dolce di bassa qualità, che farà ogni tanto la sua comparsa per le occasioni speciali. David Snug, che è anche un disegnatore talentuoso, gli ha dedicato un poster in cui campeggia in alto il titolo: “Extension du Domaine de la Flûte”. Lo conservo gelosamente accanto alla mia copia del romanzo di Houellebecq.

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A giugno di quest’anno è stato annunciato che Trotski Nautique avrebbero suonato alla Ferme Electrique, straordinario festival di musica elettrica (non elettronica, elettrica) che ha luogo ogni anno in una fattoria di Tournan-en-Brie. In questo comune di 8000 anime, prima fermata di una linea del treno regionale e ultima fermata di una linea del treno suburbano, c’è nata e cresciuta Sophie, la mia miglior amica francese. Con Sophie ci siamo conosciuti a Poitiers nel 2017 all’inizio dell’università, e abbiamo fatto tutti gli studi assieme condividendo viaggi, feste, drammi, momenti sì, momenti no e tanta tanta musica. Quando è cominciata la magistrale (nel 2020, stupendo periodo per essere studenti) io mi sono trasferito a Parigi e lei è tornata a Tournan, dove i suoi genitori hanno una casa con una vecchia dépendance. Questa casupola di una cinquantina di metri quadrati, che serviva a scopi agricoli in un’epoca lontana, è diventata in quel momento la casa di Sophie. 

Repressione coronavirussistica permettendo (c’è stato anche qualche sgamo), abbiamo vissuto per due anni un periodo magico nel quale andavo spesso a passare la serata del venerdì o del sabato a Tournan per poi tornare a Parigi il giorno dopo con mo(oooo)lta calma. La varietà delle serate era splendida e da una settimana all’altra potevi svariare dal festone danzereccio pieno di latinoamericani al cenino introspettivo in tête-à-tête, poi quando Sophie ha preso la patente abbiamo fatto anche un bel po’ di concerti (tutti eccezionali) nelle sale municipali di vari comuni della zona (io tornavo a casa brillo, Sophie con la voglia di mettersi a bere: combinazione vincente). Le mattine e spesso anche pomeriggi del giorno dopo avevano, al contrario, una bellissima costanza: dedicarsi alla cucina con serenità, parlare della nostra vita, ascoltare musica rilassante, fare quello che ci va di fare (un paio di volte ho pure visto la partita della Fiorentina) e alla fine l’immancabile passeggiata nei campi. In quei due anni ho imparato ad amare Tournan-en-Brie, con tutti i suoi aneddoti terrieri improbabili: eccole lì, disseminate per il comune, le fattorie della famiglia Rothschild, di cui uno dei membri è stato consigliere comunale per decadi; e là, in fondo in fondo, la magione del re del Marocco, ettari ed ettari recintati e sorvegliati alla perfezione; il casotto della federazione di caccia, invece, è nella parte più bella del bosco ma guai ad avvicinarsi troppo (una volta ci hanno accolti in modo poco amichevole)…

In un luogo così pieno di energia non poteva mancare un festival che l’energia (elettrica) l’ha proprio nei suoi statuti fondanti. La bellissima edizione 2019 me la sono persa per andare a trovare la “zouz” (in italiano, “squinzia”) nel Sud-Ovest e Sophie scherza spesso dicendomi che non me lo perdonerà mai. Poi nel 2022, dopo due anni di stop forzato, questa rassegna spettacolare è tornata, riunendo artisti francesi dal potenziale internazionale (gli alfieri del garage rock borgognone Johnny Mafia, o ancora le eccezionali riot grrrls Mary Bell) e gruppi francesi che all’estero una reputazione se la sono già ritagliata (gli You Said Strange che col loro post-punk etereo sono ormai beniamini di KEXP, o i MadMadMad che col loro krautrock sfrenato quest’estate hanno animato un Paredes de Coura esagerato). Se l’anno scorso la proposta straniera era un pelino scarna (spiccavano giusto i Crows che non mi innamorano e hanno pure cancellato per covid), quest’anno la Ferme ci ha portato A Place To Bury Strangers, una chiamata a dir poco pazzesca. La sera del venerdì 7 luglio 2023 il concerto dell’autoproclamatasi “loudest band in the world” (confermo) ha fatto quasi crollare il fienile. Dopo la scarica di frequenze illegali degli APTBS, in retrospettiva, ci è sembrato leggero e spensierato pure il violento concerto noise-rock degli istrionici Marcel (i belgi sono comunque stati la perla del talent-scouting dell’edizione).

Dopo essere stati ubriacati di feedback tutta la sera, il giorno dopo ci siamo svegliati rintronati come poche volte nella nostra vita. Con le orecchie ovattate e le tempie pulsanti, i miei amici non si sentivano tanto carichi per il consueto concerto del sabato a mezzogiorno sul dehors del bar-ristorante La Croix-Blanche. Ovviamente, andarci è comunque d’obbligo: l’atmosfera afosa di sbornia collettiva è iconica (c’è sempre almeno un punk che si immerge interamente nella fontana della piazza), e ordinare un pastis per colazione prima di andare a pranzare e fare la siesta è il modo migliore per essere di nuovo freschi e pronti a ballare per le 18. Va detto che, però, la musica non è per forza sempre in primo piano. Io, in compenso, ero l’unico che aveva studiato bene il gruppo che suonava quell’anno alle 12, e sapevo che eravamo tutti “in for a treat”.

Trotski Nautique quel giorno ci hanno regalato, con i loro strumenti minimali, un momento di ilarità generale che resterà per anni nei nostri personali annali degli istanti gioiosi. Per un’ora e mezza circa abbiamo bevuto, riso, riflettuto, cantato e sognato con una tale spensieratezza che ci siamo persino dimenticati della lieve perdita dell’udito subìta giusto una dozzina di ore prima.

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Quando ho scoperto che Trotski Nautique suonavano a Parigi il giovedì sera ho saltato di gioia e ho bloccato la serata. Arrivo presto alla Rue des Petites Ecuries, quest’angolo della Parigi da bere a basso prezzo, e divoro coi miei compari una deliziosa piadina con agnello grigliato dai kurdi di Urfa Durum (mi diverto anche a raccontare di come al liceo a Firenze ci fosse gente che metteva la maglietta del PKK come se fosse quella dei Ramones). Per le 21 entriamo al Tony Collectif, la “venue” della serata, anzi, del “galà” secondo le parole di Trotski Nautique. L’atmosfera è da “dive bar” al cubo: stretto stretto, pieno zeppo di gente, muri in lamiera e si scorge il palco dietro a una tenda rossa e a un omino che riscuote l’offerta libera.

Qua bisogna già fare un inciso: il fatto che la serata sia a offerta libera è una cosa esageratamente ironica. Nemmeno sei giorni prima Trotski Nautique hanno fatto uscire la loro ultima fatica: Le Meilleur de à Bas. Il titolo si legge come “Le Meilleur de Abba”, e in copertina c’è un’illustrazione di David Snug che raffigura il quartetto svedese in una posa da Greatest Hits completamente “cursata”. I titoli delle canzoni cominciano tutti con l’espressione “à bas”, “abbasso”, seguite dall’oggetto dello scorno in questione. Il singolo che annuncia l’album è A Bas le Prix Libre, in cui se la prendono con l’offerta libera vista come simbolo delle perversioni del mercato libero nella società delle diseguaglianze. Allungo i miei pochi euro di ingresso con un sorriso sornione all’omino della tenda rossa, che mi guarda male e bofonchia qualcosa. Gli rispondo che questi pochi euro sarebbero già il prezzo di diversi (pochi) CD.

Trotski Nautique, fino a qualche minuto fa al bancone del bar, montano sul palco e, mentre una registrazione di “Y a une Bonne Ambiance” scalda il pubblico, sistemano il materiale. Alda Lamieva osserva la sua tastierina di cui spesse volte nelle canzoni vanta il prezzo competitivo. David Snug, dal canto suo, comincia a studiare un raccoglitore di pagine plastificate senza capo né coda mentre programma la drum machine e verifica che il suo tablet proietti bene le immagini sul telo. Per la prima volta vedo le visual del gruppo: da un’applicazione creata ad hoc, il cantante può cliccare su un numero associato a un personaggio (disegnato dallo stesso Snug), il che attiva un metronomo e poi il videoclip coordinato alla musica. L’applicazione si chiama “Trotskinoscope”, una rielaborazione del “trombinoscope”, registro di classe della scuola francese, in cui accanto a ogni nome c’è la fototessera dello studente. Quando Trotski Nautique cominciano a suonare non ce n’è più per nessuno, e veniamo travolti da un fiume in piena di musica strabiliante e di trovate esilaranti che coprono tutto lo spettro dell’ironia.

Cercare di ricoprire tutto in qualche paragrafo, oltre che materialmente impossibile, sarebbe sbagliato perché questo gruppo merita di essere visto dal vivo senza troppi spoiler. So che, scrivendo in italiano, mi rivolgo a un pubblico che non per forza parla il francese, ed è anche qui che vi invito ad ascoltare Trotski Nautique perché, con la loro dizione perfetta e un uso delle espressioni gergali (l’”argot”) sensato ma non troppo spinto, sono il gruppo perfetto per imparare la lingua. In ogni caso, qualche gag memorabile merita di essere menzionata, e visto che lo stile musicale del gruppo è così asciutto, mi sono detto che potrei farlo tramite la più asciutta delle figure retoriche, una buona vecchia enumerazione. Cominciamo:

  • Le battute sui “provinciaux”, termine che designa la gente che non vive a Parigi. Nessuno ha più il coraggio di usare questa parola e c’è chi la trova offensiva, io la trovo divertentissima. Ogni tanto a Trotski Nautique capita di suonare per i provinciaux “ma siccome non hanno un livello culturale molto alto (la sera si ubriacano e basta) non gliene frega nulla dei testi, vogliono solo il kick”, anzi il Gros Kick;
  • Di riflesso, i racconti della gioventù in provincia: i rave party nei campi in cui ai conigli (i Lapins Magiques) capitava di sgranocchiare resti di LSD, o ancora Amortisseurs, “canzone sulle automobili che in realtà è sulla vita”, suonata mentre è proiettato un video di due persone non identificabili che sgommano con una Renault 106 in un campo (secondo il loro racconto poco credibile sarebbe David Snug da giovane insieme a Orelsan, rapper riempi-stadi anche lui di Caen);
  • Urlare: “Solo!” prima di ogni assolo;
  • La gente del pubblico che urla “A bas!” contro quello che ha deciso di osteggiare in quel momento;
  • Qualcuno dal pubblico ha avuto la malaugurata idea di dire “french touch” e allora lì parte la bambola. David Snug dirà “siamo un gruppo french touch” circa quindici volte (a Tournan aveva eseguito la stessa battuta sbiascicando “Aplacetoburystrangers” in continuazione);
  • Prima di suonare Déterminisme Social, inquietante canzone house music sul futuro già segnato dei figli di operai, Trotski Nautique raccontano di come hanno imparato a “programmare la drum machine come i Daft Punk grazie a un tutorial Youtube… In realtà basta mettere un hi-hat tra kick e snare”;
  • Yaunebonneambiancemercilorganisation…
  • L’aneddoto intramontabile di quando hanno provato a fare “la scuola per diventare rockstar a Manchester” ma il vicino di sopra li deconcentrava: era Peter Hook che faceva casino, e da lì nasce New Ordure, con l’intro di Blue Monday (“Non ho nemmeno imparato una parola di inglese: How does it feel, to wiwi nununuuu”);
  • Sample di vecchi discorsi di dirigenti del Partito Socialista Francese che fomentano alcuni rari eletti nella sala;
  • Le cover, ovviamente in lingua francese: Appel de Nuit di Kavinsky ("french touch") è toccante ma Ça Sent le Mennen dei Nirvana, con un raro volo pindarico di flauto stonato, ha una solennità “dank” inarrivabile, specie perché in sottofondo sfilano immagini dei Guns ‘n’ Roses (“Vi piace l’hard rock, no?” “A bas!”);
  • Costanti riferimenti all’essere disoccupati e vivere di sussidi: “Questa è una canzone sul sabato sera… Ma oggi non è sabato sera… Cos’è, venerdì? Ah, no giovedì! A noi disoccupati non serve saperlo, visto?”;
  • Di riflesso,  vantarsi di avere strumenti poco costosi e insultare i puristi che si comprano un Moog invece di scaricarsi il VST (quella Bourgeoisie Analogique di cui fanno parte, pensa un po’, anche i Daft Punk da Versailles);
  • Annunciare con un anticipo esagerato la fine del concerto: “Grazie a tutti, abbiamo ancora nove canzoni”;
  • Una caterva di giochi di parole intraducibili, di cui il mio preferito è in A Bas l’Humanité (la prima versione del 2019): “È stato decretato che d’ora in avanti chi usa l’espressione ‘pratico-pratique’ sarà condannato a chiamarsi ‘Patrico-Patrick’”. Potrei dire che è una battuta “franco-francese” ma poi sarei obbligato a chiamarmi “Franco-Francesco”;
  • Una chiusura potentissima a base di cinema anni ’80: prima Marty McFly che, grazie all’esistenza della morale cristiana, non si fotte sua madre e con lei lo spazio-tempo, poi la chiusa su Terminator is Bacque, una hit ormai decennale ornata di un assolo doloroso di drum-machine “schitarrata” e flauto acuto.

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Insomma, che il concerto di Trotski Nautique faccia tanto, tanto ridere l’avete sicuramente capito. Dietro a tutta quest’irriverenza, però, si celano spesso e volentieri dei messaggi politici profondi (a volte no, a volte sono solo battute, ed è anche questo il bello). Il duo di trapiantati dalla provincia normanna a Parigi ha una forte indole politica, ed il suo programma è quello di esprimere questa indole senza mai prendersi sul serio. A un certo punto, dopo aver suonato L’Insurrection qui Vient Pas, canzone sui giovani di sinistra dalle velleità rivoluzionarie che alla fine si ritirano a una vita suburbana banale, diranno pure “Questa era una canzone politica” con un sorrisetto malizioso.

Trotski Nautique non sono solamente lucidi nel puntare il dito su tematiche sociali spesso ignorate, ma sono anche bravi a non mostrare platealmente che lo stanno facendo. Sono numerosi gli sketch sulla gente di provincia, che si isola nel suo piccolo benessere una volta comprata una casa e una macchina (commovente la ballata anti-automobilistica Petit Animal, che commemora una bestiola irriconoscibile schiacciata sull’asfalto). Ascoltandoli, e ridendone, non posso non vederci un’onesta descrizione di quell’individualismo che dilaga nelle zone di Francia più remote (lavorando nel settore delle pale eoliche, purtroppo, lo constato ogni giorno). La rivendicazione di usare Audacity e i VST craccati cela dal canto suo una triste constatazione sulle diseguaglianze che permeano il campo della musica, e propongono strumenti per rovesciare la dominazione, come per esempio i software open source. E poi, ovviamente, il fregio costante dell’essere disoccupati per scelta porta in sé una critica del lavoro decisamente sovversiva.

Nella mia adolescenza ho visto suonare, mio malgrado, molte band politiche. In comune avevano tutte due cose: parlare in continuazione di cose che non conoscono e non proporre mai una riflessione, ma semplicemente una visione propinata come quella giusta. Trotski Nautique non raccontano del diritto all’autodeterminazione di popoli lontani, ma dell’alienazione che regna nei territori in cui sono cresciuti; e non diranno mai esplicitamente e pedissequamente, nelle loro canzoni, che il sistema è malato (il sistema, ad esempio, del credito immobiliare, della concentrazione del consumo su grandi zone commerciali, della dipendenza dall’automobile…). In compenso, continueranno a chiamare i provinciali “provinciali”, sottintendendo anche la cruda verità che in molti la scelgono, la vita che fanno. Questo è solo un esempio (che mi parla da vicino) delle riflessioni profonde che traggo dalla pur divertentissima musica di Trotski Nautique. E giovedì sera, al Tony Collectif, mi stupisco ancora una volta di quanto del semplice ed esilarante “stage banter” possa aggiungere ancora più livelli di interpretazione alle canzoni fintamente non politiche del gruppo.

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Dopo il concerto vado a scambiare due parole con loro. David Snug, che è un mattatore sul palco, è diventato decisamente più schivo mentre Alda Lamieva, che durante lo show sembra l’unica voce della ragione capace di riportare il suo collega a una parvenza di serietà, è al contrario molto espansiva e chiacchiera con più persone alla volta. Lei mi parla in un italiano perfetto, mi racconta di aver vissuto a Cagliari e a Trieste e fa un gran sorriso quando le dico che voglio scrivere di loro su un blog in lingua italiana. Lui, quando gli dico che voglio comprare il suo fumetto, mi dice: “No lascia stare è troppo caro”, poi si intasca i miei 15€ mugugnando un “Merci” quasi imbarazzato con gli occhi bassi.

Il fumetto si chiama Dépôt de Bilan de Compétences e parla delle disavventure dell’autore nel mondo del lavoro, che l’ha sfruttato e reso infelice per una buona ventina d’anni. I disegni catturano l’occhio e stupiscono costantemente; l’umorismo è di un livello altissimo, tra colpi di spirito inusitati e gag ricorrenti brillanti (i datori di lavoro che ripetono in continuazione “Chi ti ha detto di metterti a sedere?”); il messaggio di fondo, rafforzato da un breve trattato sulla costruzione sociale e ideologica dell’impiego salariato, fa riflettere. Ritrovo su carta la qualità elevatissima e umile di quello che ho visto e sentito al concerto di Trotski Nautique.

La linea 4 della metro oggi è guasta e quindi prendo l’autobus. Ci mette molto più del previsto ad arrivare e ci vuole un’ora abbondante per fare un tragitto che di solito si farebbe in mezz’ora. Ma non me ne curo: mi divoro tutto il fumetto di David Snug alla fermata, poi sull’autobus e poi a casa. È ora di andare a letto ma sono un po’ su di giri: tutte le melodie, i disegni, le battute, le parole, mi hanno messo addosso un’euforia ancora più forte di quella di quest’estate a Tournan-en-Brie.

Alla fine mi addormento e il venerdì mattina, quando suona la sveglia, ho molta meno voglia di lavorare del solito.